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Full text of "Codogno e il suo territorio : nella cronaca e nella storia"

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QIQ'CAIKOeF-GIAKEILI 


r.ODQONQ 


CODOGNO 

E  IL  SUO  TERRITORIO 

NELLA  CRONACA 
E 

NELLA  STORIA 


GIO.  CAIRO  -  F.  GIARELLI 

CODOGNO 

E  IL  SUO  TERRITORIO 

NELLA  CRONACA 

E 

NELLA  STORIA 

VOLUME  L 


CODOGNO 

TIPOGRAFIA  EDITRICE  A.  G.  CAIRO 

1897 


PROPRIETÀ  ARTISTICO-LETTERARIA 


UESTO  libro  non  intende  diminuire  il 
valore  delle  opere  esistenti  che  ri- 
guardano Codogno  ed  il  suo  terri- 
torio. A  noi  però  parve  che,  ad  ogni 
modo,  non  sarebbe  riescita  sgrade- 
vole un'opera  la  quale,  tesoreggiando 
gli  elementi  raccolti  da  altri,  e  con- 
fortandoli di  qualche  altro  e  più  moderno  rilievo,  li 
coordinasse  secondo  uno  spirito  più  largo,  rialzando  ed 
ampliando  l'esposizione  e  l'indole  dei  fatti  che  hanno 
più  diretta  attinenza  alla  società  politica  e  civile. 

Alcuni  cronisti  della  terra  nostra  dedicarono  e  studi 
e  note  allo  svolgimento,  diremmo  quasi  esclusivo,  di 
tutto  quanto  appartiene  alla  materia  ecclesiastica,  se- 
guendo, del  resto,  la  consuetudine  di  quanti  nei  vecchi 
tempi  si  consacrarono  alla  narrazione  delle  vicende 
terriere  di  qualsiasi  parte  d'Italia.  Il  che,  se  era  con- 
sono e  logico  allora,  ci  sembra  male  risponda  ai  con- 
cetti direttivi  odierni,  pei  quali  la  storia,  più  che  una 


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faticosa  ed  arida  disquisizione  d'academia,  deve  essere 
la  dimostrazione  reale  di  ciò  che  effettivamente  costi- 
tuisce lo  sviluppo  di  tutte  le  forze  e  di  tutte  le  energie 
locali.  Giusta  questi  criteri,  il  libro  nostro  escirà  dai 
limiti  a  sé  medesime  prefissi  da  quelle  figure  antiche 
le  quali  raramente  discendevano  dai  gradini  del  san- 
tuario; ma  si  mescerà  invece  nelle  piazze,  salirà  le 
scale  palatine,  e  starà  rigidamente  arbitro  fra  il  castello 
e  il  tugurio,  i  conquistatori  stranieri  ed  il  libero  co- 
mune; cosi  che  il  pensiero  della  scienza  vada  incontro 
alla  forma  dell'arte,  ed  alla  vecchia  voce  dei  campi  sia 
d'eco  potente  il  sonito  dell'officina. 

Noi  intendiamo  rievocare  non  solo  le  vicende  del  nostro 
territorio  nell'ordine  cronologico,  ma  dedicarci  in  modo 
precipuo  allo  studio  ed  alla  descrizione  dell'  «  ambiente  » 
in  cui  esse  si  svolsero,  dei  caratteri  umani  che  ne  fu- 
rono attori  o  parti,  e  delle  conseguenze  le  quali,  a 
volta  loro,  apparecchiarono  la  tela  degli  eventi. 

Non  ci  dissimuliamo  gli  ostacoli  che  ci  stanno  di 
fronte,  dovendo  con  idee  ed  impressioni  affatto  mo- 
derne ricostruire  tutto  un  mondo  che  fu;  ma  —  se 
hanno  innegabile  valore  la  scrupolosa  fedeltà  del  rac- 
conto e  la  astrazione  assoluta  dall'oggi  —  possiam  fare 
a  fidanza  che  questa  rievocazione  riescirà  senza  dubbio 
perfettibile,  ma  almeno  coscientemente  vera. 

D'altronde,  se  troveremo  irto  il  campo  delle  investi- 
gazioni sulle  epoche  antiche  —  velate  si  fattamente  che 
a  traverso  ad  esse  l'occhio  della  critica  non  può  sempre 
giungere  alla  esatta  percezione  del  vero  —  su  quelle 
del  ducato  milanese,  del  feudo,  delle  signorie  straniere, 
correremo  certamente  acque  migliori  nell'accennare  agli 
annali  moderni  del  paese  nostro. 

Posti  di  fronte  alle  età  ed  alle  genti,  ai  costumi  ed 
alle  leggi  che  ora  non  son  più,  noi  sorregge  la  fiducia 


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in  una  serenità  perenne  ed  illimitata.  Troppo  facile 
è  la  consuetudine  dell'anatema  contro  il  passato;  e  ci 
ricorda  la  caratteristica  frase  di  quel  bizzarro  ingegno 
che  fu  Petruccelli  della  Gattina,  il  quale  —  interrogato 
da  Palmerston  intorno  ai  suoi  concetti  sulla  compila- 
zione di  una  nuova  storia  d' Italia  —  rispondeva  : 

—  Non  benedire  tutto  il  presente,  non  maledire  tutto 
il  passato. 

Forse  questo  metodo  ci  varrà  l'accusa  di  ostentata 
alterezza;  ma  non  per  questo  rinunzieremo  allo  spirito  di 
libertà  saggia  che  deve  informare  l'opera  nostra;  come 
che  questa  —  pur  rispettando  gelosamente  i  criteri  monu- 
mentali della  storia  —  debba  sempre  e  dovunque  recare 
un  largo  corredo  di  impressioni  proprie.  Oggi  sono 
soltanto  i  tecnici  eminenti  e  le  illustri  academie  che 
s'occupano,  per  dovere  speciale  di  uficio  o  di  condi- 
zione,  delle  opere  scrupolosamente  teoretiche,  tirate  sui 
quattro  spilli  della  nuda  e  cruda  erudizione.  Anche 
questa,  senza  dubbio,  occorre;  ma  sola,  e  nei  rapporti 
del  gran  publico  che  legge  e  si  appassiona,  ad  altro 
non  serve  che  a  mandare  la  sapiente  memoria  agli  atti 
dell'istituto  od  agli  scaffali  delle  biblioteche,  dove 
sarà  troppo  spesso  coperta  della  polvere  dell'oblio. 

Non  per  questo  seguiamjo  coloro  che  per  scrivere 
una  storia  compongono  un  romanzo.  Noi  crediamo  esser 
d'uopo  che  il  libro  risponda  al  carattere  dei  contempo- 
ranei ;  la  generazione  che  passa  non  ha  più  le  serene 
ingenuità  d'altri  di;  essa  si  direbbe  vivere  quasi  uni- 
camente coi  nervi  e  dei  nervi,  cosi  che,  a  moverne  il 
cuore  ed  a  fissarne  la  mente,  é  indispensabile  appagarne 
le  aspirazioni  per  avere  insieme  il  diritto  e  il  modo 
di  frenarle.  Noi  pensiamo,  insomma,  che  la  fortuna 
dei  leggitori  é  serbata  soltanto  a  quelle  opere  in  cui 
chi  legge  riconosce  sé  stesso,  non  é  più  spettatore  ma 
attore  della  scena  che  si  svolge,  e  mano  mano  ne  di- 


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venta  cosi  virtuale  elemento  da  risentire  quasi  l'emo- 
zione di  protagonista. 

Altra  preoccupazione  che  ci  ha  fermati  al  momento 
di  imprendere  questo  lavoro  è  stata  la  prefinizione  ap- 
prossimativa dei  limiti  entro  i  quali  il  nostro  libro  sa- 
rebbesi  svolto;  ed  il  pensiero  corse  subito  ai  contorni 
topografici  i  quali  ne  avrebbero  segnata  Forbita. 

Ci  sembra  inutile  riandar  qui  i  differenti  gradi  per 
cui  si  venne  via  via  modificando  e  delineando  il  nostro 
concetto,  tanto  più  che  Tidea  é  raffigurata  fedelmente 
dal  medesimo  titolo  dell'opera. 

Volendo,  per  altro,  rischiarare  questo  punto,  diremo 
che  consideriamo  fuoco  centrico  Codogno  ;  e  come 
questo  fuoco  ha  le  sue  irradiazioni,  cosi  ci  estenderemo 
a  quelle  pertinenze  di  siti  che,  attraverso  i  tempi  e  gli 
avvenimenti,  si  rannodarono  al  capoluogo  onde  ha  ra- 
gione l'opera  nostra.  E,  se  qui  volessimo  ancor  più 
particolareggiare,  potremmo  indicare  quali  punti  estremi 
del  nostro  campo  di  azione  :  a  settentrione  una  retta 
imaginaria  che,  dilungandosi  a  levante  da  Castiglione 
d'Adda  e  passando  pel  comune  di  Terranova  de'  Pas- 
serini, giunge  al  ponte  detto  del  Mariotto  sul  Lambro 
a  ponente  il  Lambro  stesso;  a  mezzodì  il  Po;  ed  il 
Po  e  l'Adda  ancora  a  levante:  una  plaga  che,  quan- 
tunque non  possa  dirsi  intieramente  codognese,  pure 
risulta  indivisibile  nella  storia  e  nella  cronaca,  ed  anche 
nei  publici  e  privati  rapporti,  da  quella  terra  alle  cui 
vicissitudini  é  più  specialmente  dedicato  il  nostro  lavoro. 

A  chi  visitasse  palmo  a  palmo  questo  territorio,  emer- 
gerebbero evidenti  non  solo  le  diversità  —  agricole  e 
industriali,  statistiche  e  glottologiche  —  fra  abitanti  ed 
abitanti;  ma  si  farebbero  inoltre  palesi  tutte  quelle  altre 


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differenze  demografiche,  che,  mentre  restringono  il  na- 
turale anello  congiuntivo  tra  luogo  e  luogo,  prese  in- 
vece singolarmente  alle  loro  estremità,  costituiscono  un 
ben  netto  distacco,  ed  hanno  una  particolare  fisionomia 
secondo  il  corso  delle  acque,  peculiarmente  del  Po. 

Per  poco  si  raffronti  questa  plaga  ad  altre  pure  di 
Lombardia,  ci  colpisce  l'immediata  impressione  di  un 
carattere  quasi  esclusivo  degli  abitanti;  come  un  senso 
di  soHtudine  si  risente;  e  si  direbbe  che  questo  forte 
gruppo  di  vigorie  moderne  si  trovi  quasi  in  condi- 
zioni d'oblio  di  fronte  agli  altri. 

Fra  noi  prospera,  laboriosamente  esercitata,  l'agricol- 
tura ;  alcune  grandi  industrie  locali  portano  trionfalmente 
pel  mondo  i  prodotti  del  paese  nostro;  qui  i  mezzi  di 
comunicazione  e  di  trasporto  sono  comodi  ed  abbon- 
danti; non  vi  mancano  imponenti  opifici  che  gareg- 
gino  per  copia  nova  e  salda  di  prodotti  con  quelli 
delle  più  illustri  e  vantate  regioni  d'Italia  e  di  fuori; 
sono  ordinati  i  servizi  amministrativi;  frequentate  le 
molteplici  scuole,  per  le  quah  anche  nelle  sezioni  ec- 
centriche i  municipi  provvidamente  dispongono;  antichi 
e  floridi  gli  asili  per  la  infanzia,  e  di  una  liberalità  rara 
le  svariate  opere  pie;  vi  ha  accordo  significante  tra  ca- 
pitale e  lavoro,  cosi  che  né  urti  né  violenze  qui  furono 
fin  ora  lamentati;  la  moralità  è  in  condizioni  egregie;  quasi 
sconosciuti  i  reati  di  sangue,  quelli  contro  le  proprietà 
e  il  buon  costume  ;  patriotismo  severo,  sino  alla  acquie- 
scenza ai  più  gravosi  tributi  ;  insomma  una  grande  fa- 
miglia che  vive  ossequente  alle  leggi  dello  stato,  senza 
eccessive  pretese  e  paga  d'una  vita  morigerata,  ope- 
rosa e  tranquilla. 

Ciò  non  ostante,  non  é  che  più  evidente  lo  stato 
di  dimenticanza  nel  quale  é  lasciata  questa  popolazione  ; 
e  le  cause  sono  parecchie  e  note,  né  é  qui  il  luogo 
di  enumerarle.  Intanto  una  conseguenza  palmare  di  questa 


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PROEMIO 


condizione  é,  direbbesi,  l'oblivione  del  proprio  valore 
e  della  propria  personalità.  Qui,  infatti,  all' infuori  del 
legale  intervento  dei  comuni,  non  trovansi  istituti  che 
accompagnino  straordinariamente  l'odierno  svolgimento 
intellettuale;  qui  lo  spirito  naturale  é  proprietà  di  tutti, 
ma  la  coltura  di  pochi;  qui  l'arte  ha  pochi  seguaci  ed  é 
sottoposta  alla  più  meticolosa  delle  contabilità  ;  qui  esiste 
il  sentimento  intimo  del  bello  e  del  vero,  ma  premono 
difficoltà  gravi  quando  si  tratti  di  tradurlo  in  atti;  qui 
si  ha  una  speciale  attitudine  ai  negozi  ed  agli  affari,  ma 
insieme  un  contegno  passivo  di  fronte  a  tutto  quanto, 
oltre  le  industrie  ed  i  commerci,  sappia  di  innovazione 
e  di  riforma. 

Dal  quale  insieme  di  manifeste  circostanze  consegue 
che  alla  maggioranza  dei  cittadini  fa  difetto  la  no- 
zione di  ciò  che  furono,  di  quello  che  sono,  e  di  quello 
che  potrebbero  essere  ;  sono  scarse  e  incompiute  le  storie 
e  le  cronache  locali;  e  le  une  e  le  altre  non  paiono 
né  meno  più  contemporanee;  ché  oggi  al  popolo,  per 
essere  edotto  del  proprio  passato  e  per  formularsi  un 
disegno  avvenire,  occorre  il  libro  che  lo  attragga,  più 
che  mai  lo  scuota,  lo  fortifichi  nelle  sue  aspirazioni. 

Sarebbe  presunzione  ingiustificabile  la  nostra  se  ci 
credessimo  tali  da  saper  compilare  questo  libro  ideale  ; 
ma,  ricordando  il  concetto  che  Marco  Tullio  aveva 
della  storia,  noi  non  disperiamo  del  tutto  di  poter 
presentare  in  logico  nesso  quei  documenti  che  questa 
((  maestra  della  vita  y)  gitta  al  cospetto  dei  popoli, 
affinché  dal  giorno  che  fu  imparino  quello  che  giunge. 

Ed  é  perciò  che  speriamo  tornerà  gradito  al  popolo 
sentir  narrato  sé  stesso,  né  soltanto  narrato  colla  sco- 
lorita parola,  ma  all'uopo  vivificato  coll'arte  rappresen- 
tativa del  disegno.  Esso  saprà  chi  fu,  quah  i  suoi 


PROEMIO 


maggiori,  i  suoi  fasti,  le  sue  miserie;  e  la  leggenda  e 
la  cronaca,  e  la  figura  e  il  paesaggio  cospireranno  a 
rendergli  interessante  la  sua  ampia  persona  attraverso 
le  età.  Intenderà  il  pensiero  che  ci  ha  mossi  a  scrivere 
quel  libro  cui  pose  mano  egli  medesimo  ;  il  perché 
non  disperiamo  che,  considerandolo  opera  propria,  a 
noi  non  negherà  il  compiacimento  di  riconoscere  sod- 
disfatti e  un  suo  desiderio  e  forse  una  sua  necessità. 

E  bene,  pertanto,  sappiano  i  lettori  che  useremo 
la  massima  cura  affinché  questo  libro  non  riesca  pri- 
vativa da  sapiente  di  professione,  ma  risponda  alle 
aspirazioni  della  maggioranza  sociale,  cui  i  destini  mo- 
derni condannano  a  studiare,  a  comprendere  ed  a  pro- 
durre con  una  rapidità  enunciata  da  algebriche  formule. 

Studio  minuto  di  date,  induzioni  e  deduzioni  medi- 
tatamente esposte,  versioni  trascelte  sulle  più  resistenti 
prove;  ed  insieme  impressioni  ed  espressioni  vive  e 
calde.  Come  per  l'antico  ci  spoglieremo  di  qualsiasi 
pregiudizio,  cosi  pel  moderno  deporremo  qualsiasi  vel- 
leità politica  ;  al  di  fuori  della  lotta  passionale  —  che 
esagita  e  travolge  gli  spiriti  nella  battaglia  dei  partiti  — 
questo  libro  aspirerà  a  remeggiare,  se  non  in  eccelso, 
almeno  in  ce  spirabil  aere  »  di  verità  e  di  giustizia  ;  cosi 
al  di  sotto  delle  nubi  da  riescire  un  consigliere  bene 
accetto  a  chi  vive  la  vita  reale,  e  cosi  al  di  sopra  del 
suolo  che  non  lo  tocchino  le  volgarità  terrene. 

Che  se  dei  propositi  riescirà  assai  minore  il  lavoro,  sarà 
colpa  d'intelletto  non  di  sentimento,  come  che  questo 
s'ispiri  per  noi  al  più  nobile  degli  affetti,  quello  con- 
sacrato ai  fasti  della  patria. 


CAPO  I. 


V  evo  ignoto  —  L' Insubria  —  Il  palude  —  I  laghi  —  Il  culto  a  Mefite  e  a 
san  Cristoforo  —  Gli  etruschi  —  Gli  scavi. 


A  narrazione  degli  avvenimenti  del  nostro  territorio 
sta  alla  generica  dei  fatti  italiani  nella  logica  misura 
della  parte  al  tutto.  Da  ciò  la  necessità  di  non  con- 
tenerci in  un  compito  rigorosamente  locale;  ma  di 
assurgere  invece  dalle  fini  terriere  alla  sintetica  esposizione  di 
quegli  indispensabili  concetti  regionali,  senza  il  cui  presidio  il 
racconto  non  avrebbe  la  ragione  di  essere,  che  è  data  sol- 
tanto dalla  prospettiva  sulla  quale  si  delinea  l'azione  nei  luoghi 
e  degli  uomini. 

Noi,  pertanto,  non  faremo  precedere  a  questa  illustrazione  di 
indole  strettamente  locale  una  lunga  e  laboriosa  disquisizione 
sullo  stato  dell'  Italia  antica  e  sui  popoli  prisci  che  1'  abitarono. 
Ma  pensiamo,  d'altronde,  che  non  compiremmo  buona  cosa  se,  som- 
mariamente almeno,  non  dessimo  un'occhiata  in  giro  alle  gene- 
riche condizioni  della  penisola ,  anche  a  costo  di  non  rispettare 
perfettamente  gli  iddii  Termini  della  narrazione  ;  e  ciò  tanto  piìi 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


riconoscendo  come  su  questo  nucleo  vigoroso  di  terra  lombarda 
hanno  continuamente  e  gagliardemente  influito  i  destini  di  tutta 
Italia.  Quando,  più  oltre,  avremo  scorto  questo  territorio  già 
costituito  in  organismo  a  sè  e  con  lineamenti  personali,  sarà 
doveroso  stringerci  all'  ara  dei  genii  del  luogo  ;  ma ,  mentre 
questo  periodo  di  preparazione  si  va  distintamente  figurando, 
sarà  opportuno  contemplare  la  antica  terra  insubre,  che  ebbe  e 
serba  una  serie  di  caratteristiche  le  quali  ne  fecero  e  fanno  così 
alta,  rispettabile  ed  importante  la  fisionomia  etnologica,  politica 
€  civile. 

Non  discuteremo  certo  la  imponente  questione  degli  aborigeni, 
questione  illuminata  dai  più  grandi  ingegni  nazionali ,  e  sulla 
quale  è  passato  armato  in  guerra  lo  spirito  della  critica  tedesca; 
per  quanto  non  sia  possibile  dimenticare  che  la  questione  mede- 
sima sia  stata  nei  secoli  complicata  ed  oscurata  dai  prodotti 
della  leggenda. 

Comunque,  su  questa  difficile  strada  —  che  da  un  lato  confina 
colla  fantasia  e  dall'altro  col  deserto  dei  monumenti  —  porremo 
ogni  studio  per  procedere  concordi  a  fianco  degli  esimii  cultori 
delle  storiche  discipline,  i  quali,  raccogliendo  intorno  agli  evi 
dimenticati  i  raggi  di  quel  grande  astro  che  ha  nome  verità,  li 
ordinarono  per  diradare  colla  rifrazione  di  essi  le  tenebre  del 
caos  preistorico. 

Relegando  fra  gli  sforzi  fantastici  ciò  che  aspirerebbe  ad  essere 
un  cenno  serio  sui  primissimi  incoli  della  regione,  si  può  fare 
a  fidanza  col  vero  affermando  che  per  aborigena  di  qui  s'  abbia  a 
ritenere  la  gente  tirrena,  precedendo  —  secondo  Cesare  Vignati  ^  — 
i  liguri  agli  umbri,  gli  umbri  agli  etruschi.  Gli  umbri,  più  spe- 
cialmente distesi  verso  la  plaga  oggi  milanese,  la  qualificarono 
Isumbria  o  Insubria,  quanto  dire  bassa  Umbria,  per  distinguerla 
da  altre  sedi  che  in  più  parti  d' Italia  gli  umbri  occupavano  ^. 
E  pare  ineccepibile  l'asserzione  della  preesistenza  in  Italia  degli 
umbri  sugli  etruschi,  al  fììre  di  Erodoto;  il  quale  lo  crede  e  lo 
narra ,  soggiungendo  che  essi  recarono  fra  noi  l' agricoltura  e 
l'arte  muraria.  E  molto  tempo  dopo  di  lui  interviene  Polibio,  il 
più  antico  scrittore  che  nomini  gli  insubri,  affatto  distinti  dagli 
olumbri,  accampati  sui  monti  della  Italia  centrale,  e  dai  vilumbri, 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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che  distendevansi  —  ampio  ventaglio  umano  —  sulle  sponde  del 
mare  meridionale. 

Pure  —  anche  prescindendo  dall'opinione  del  Vignati  —  non  pare 
che  alla  venuta  degli  umbri  il  nostro  suolo  fosse  inabitato  deserto, 
se  vogliamo  interpretare  il  linguaggio  muto  delle  molte  ossa 
umane  e  dei  rozzi  cocci  di  stoviglie  reputati  anteriori  alla  civiltà 
umbra  :  forse  oggetti  e  reliquati  dei  vecchi  liguri ,  le  cui  pugne 
cogli  umbri  sono  rammentate  dal  Mommsen;  e  gli  scheletri  disep- 
pelliti, con  accanto  ascie  e  punte  di  freccia  in  selce,  e  frammenti 
di  anfore  e  di  vasi,  evidentemente  non  lavorati  a  ruota  —  mac- 
china fra  le  antiche  antichissima  —  comprovano  1'  attendibilità 
dell'opinione  emessa  dallo  storico  tedesco,  la  quale  è  pure  suf- 
fragata dalla  natura  e  dal  clima  di  questo  paese  ai  tempi  degli 
umbri,  e  dalla  vita  che  questi  usavano  condurre. 

Qui,  infatti,  frequenti  le  torbiere,  prodotto  di  vegetali  palustri  ; 
qui  le  piroghe  rudimentali  esumate,  onde  la  esistenza  indubitata 
di  paludi  e  di  lagune,  alle  cui  sponde  sorgevano,  piantate  su  pali, 
le  capanne  di  famiglie  chiedenti  alla  pesca  la  vita;  qui  olmi, 
betulle,  salici  fossili ,  che  indicano  come  allora  fosse  incolta  e 
non  difesa  dalle  acque  invadenti  questa  terra,  e  come  più  freddo 
e  più  umido  vi  fosse  il  clima. 

E  la  bonifica  venne  immediatamente  dopo;  e  senza  dubbio  gli 
etruschi  ne  furono  i  ministri  ;  quegli  etruschi  i  quali  nella  regola 
delle  acque  salirono  a  così  alta  fama  che  non  solo  della  propria 
regione  avevan  fatta  la  plaga  più  salubre  d' Italia ,  dentandola  di 
insigni  monumenti  del  genere,  ma  che  più  tardi  ebbero  da  Roma, 
loro  signora,  il  mandato  di  moltiplicare  nelle  provincie  dell'antico 
Lazio  i  loro  mirabili  manufatti. 

Sembra,  pertanto,  certo  che  specialmente  fra  noi  abbia  trovato 
abbondevole  applicazione  l'opera  rigeneratrice  della  gente  etrusca, 
quantunque  già  prima  la  natura  avesse  portato  il  proprio  con- 
tributo al  rassodamento  del  terreno.  Per  esempio,  la  ripa  vetus 
Padi,  segnata  sulla  carta  di  Paolo  Bolzoni  (1588)  al  di  sopra  del- 
l'altipiano di  Mirabello,  ed  alquanto  a  mezzodì,  non  è  altro 
che  il  terrazzo  di  Po,  il  quale  andò  formandosi  sul  finire  delle 
epoche  geologiche  e  sull'  inizio  delle  epoche  storiche. 


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CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


Ma  questa  pianura  digradante  dalle  Alpi  al  Po  era  sempre 
preda  naturale  delle  libere  acque  ;  onde  la  perenne  necessità  delle 
difese,  di  arginature  ripuarie  pel  pericolo  immanente  di  piene 
elevantesi  al  di  sopra  dei  campi  ;  e  per  ciò  scrive  a  ragione 
Pietro  Verri  ^  stare  le  spese  per  gli  argini  a  prova  che  se  per 
mezzo  secolo  queste  opere  fossero  neglette,  ciò  basterebbe  perchè 
tutta  la  parte  bassa  di  questa  superficie  scomparisse  sommersa 
dalle  acque  ;  e  il  Verri  cita  Lodovico  Antonio  Muratori ,  che 
dimostra  quanto  facilmente  possano  diventare  lago  o  palude  flo- 
ridi" paesi  di  Lombardia,  se  appena  gli  uomini  sospendano  o 
rallentino  il  riparare  coli'  arte  al  continuo  lavorio  della  natura  ; 
la  quale  pare  abbia  destinato  ai  pesci  un  suolo  su  cui  stanno 

—  contro  sua  voglia  —  uomini  molto  rassomiglianti  agli  olandesi  - 
posti  anch'essi  fra  pascoli  opimi,  fra  ricchi  prodotti  di  caseifici(>, 
fra  campi  doviziosi  di  lino.  I 

D'altronde,  basta  uno  sguardo  alla  nostra  regione  per  megliff 
apprezzare  come  e  quanto  debba  essere  stata  imponente  e  grartó- 
diosa  la  bonifica  degli  etruschi.  Anche  oggidì,  infatti,  quest{: 
gran  valle,  percorsa  o  lainbita  da  importanti  riviere,  è  resa  feconda 
dal  limo;  e  la  sua  coltivazione  è  la  prova  della  soverchia  umidità 
del  suolo.  La  viticoltura  non  ofìre  suoi  saggi^  che  per  eccezione, 
sebbene  si  tragga  da  Plutarco  e  da  Tito  Livio  che  i  galli  inna- 
morarono di  questa  plaga  appunto  pel  vino .  squisito  che  vi  si 
produceva.  E  Strabone,  coevo  di  Augusto  imperatore,  aggiunge 
che  ai  suoi  tempi  i  galli  cisalpini  avevan  botti  vinarie  in  legno 

—  e  delle  quali  forse  furono  gli  inventori  —  più  grandi  delle 
case;  classifica  le  viti  del  Milanese  fra  le  più  stimate  della  Italia 
del  mezzodì  ;  e  l'Ariosto  canta  : 

L'  almo  liquor  che  ai  mietitori  suoi 
Fece  Icaro  gustar  con  suo  gran  danno, 
E  che  si  dice  che  già  Celti  e  Boi 
Fè  passar  l'Alpe  e  non  sentir  l'affanno. 

Intanto  abbondano  tuttavia  le  prove  dell'indole  paludosa  di 
queste  terre;  le  quali,  malgrado  le  bonifiche  varie,  spinsero  ben 
oltre  le  loro  tristi  condizioni  anche  nei  tempi  successivi.  Si  sa, 
infatti,  che  le  terre  del  Lodigiano  facilmente  allagarono  quando 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Codogiio  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /. 


i8 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Giovanni  Bonavalle,  g-overnatore  di  Lodi  per  re  Francesco  1 
(1523),  e  Federico  Gonzaga,  signore  di  Bozzolo  (1524),  fecero 
rompere  gli  alvei  della  Muzza  e  della  Bertonica  per  tener  lon- 
tani i  nemici*;  esempio  imitato  poi,  quando  —  temendosi  dal 
marchese  del  Vasto,  condottiero  imperiale,  l'invasione  del  Lodi- 
giano  per  parte  di  Pietro  Strozzi,  capitano  di  Francia  —  si  tentò 
di  allagare  i  circostanti  luoghi  paludosi,  per  interrompere  il 
procedere  dell'esercito  navarrino  (I544)^ 

Altra  prova  si  ha  nella  nomenclatura  di  molti  luoghi  dei  quali 
vogliam  qui  accennare  alcuni. 

I  luoghi  dalla  radicale  «  cava  »  stanno  capilista;  la  loro  de- 
rivativa è  esattamente  celta,  come  che  in  quell'idioma  per- 
duto «  cava  »  equivalga  a  «  caverna  presso  l'acqua  ».  Onde: 
Cavenago;  Cavalunga,  tra  Camairago  e  Castione,  citata  in  un 
atto  di  donazione  d' Adelberto  da  Brembio  (105 1);  e  Cavacurta, 
secondo  alcuni  così  nominata  da  uno  scavo  fatto  a  sfogo  delle 
acque  abduane,  o  secondo  altri  dall'acquedotto  di  Childeberto, 
come  più  oltre  diremo. 

La  desinenza  in  «  ago  »  di  parecchi  luoghi  lombardi  —  che 
ha  origine  prettamente  gallica  «  ago  » ,  onde  il  latino  «  actcm  »  ^  — 
sembra  alludere  a  vicinanza  o  attinenza  di  lago  ;  così  come  :  Ca- 
mairago,  Cavenago,  Ossago,  Secugnago ,  Sorlago. 

Altri  nomi  sono  la  dimostrazione  effettiva  della  postura  o 
della  natura  di  essa ,  come  le  varie  Isole ,  di  cui  parecchie  oggi 
scomparse  anche  di  nome  —  tra  le  quali  la  Pertegida  e  la 
Rammo  Rabioso  —  e  le  attuali  di  San  Sisto  e  Isolone;  le  varie 
Gerole,  Gere  e  Geroni,  le  Coste,  i  Dossi,  le  Bassure,  i  Ronchi, 
le  Ranere,  le  Cantarane,  le  Moientine,  Canneto,  Noceto,  e  via  via. 

Ed  abbiamo  l' altra  prova  fornitaci  dalla  antitesi ,  risultante 
dalla  terminologia  di  posizioni  o  non  invase  dalle  acque  o  da 
esse  emergenti  ;  come  Monte  Cucco ,  Monte  Nivello ,  Monte 
Oldrado  o  Ilderado  (Somaglia),  Monticchie,  Monticelli,  Ripa 
Alta  (Santo  Stefano),  uno  dei  tre  Corni  costituenti  in  antico 
una  specie  di  terra  avanzantesi  nel  Po. 

Ma  ciò  che  in  modo  inoppugnabile  determina  la  sovranità  del 
palude  su  questo  territorio  è  la  esistenza  —  ormai  provata  —  ^ 
di  parecchi  laghi  i  quali  sono  totalmente  scomparsi.  Scrive  Carlo 
Cattaneo^  che  l'Adda,  il  Serio  e  l' Oglio  nel  volgere  dei  secoli: 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


19 


corrosero  coi  loro  filoni  il  fondo  e  lo  infossarono  sotto  quello 
degli  stagni  circostanti,  e  nello  stesso  tempo  che  colle  inon- 
dazioni colmarono  di  materie  i  luoghi  più  bassi.  Nè  bisogna 
dimenticare  l'affermazione  di  Carlo  Sigonio  ^  (1570)  che  dai  tre 
fiumi  su  mentovati,  per  la  sovrabbondanza  delle  loro  acque  eransi 
venute  formando  vaste  paludi  fra  Lodi  e  Cremona;  e,  massime 
per  le  alluvioni,  nell'agro  lodigiano  ;  onde  poi  quel  mare  Ge- 
rundo  di  cui  ci  toccherà  parlare. 

Accenniamo  ad  alcuni  laghi  della  plaga  oggetto  delle  nostre 
osservazioni  : 

Il  lago  Barili  o  Barisii  esisteva  tra  San  Fiorano ,  Fombio , 
Santo  Stefano  e  Guardamiglio  ;  formato ,  pare ,  dalle  acque  del 
Lambro  e  fors'  anche  da  quelle  del  Po.  Fu  detto  anche  Lam- 
brello,  perchè  in  esso,  presso  Somaglia,  entrava  il  Lambro  na- 
vigabile ,  e  sul  quale  trasportavasi  il  sale  da  Venezia  a  Milano. 
Esso  seguiva  il  suo  corso  per  la  Mortizza,  la  quale  —  secondo 
scrive  un  illustre  codognese  ^  —  non  ne  è  che  l' antico  alveo 
abbandonato,  e  probabilmente  in  progresso  di  tempo  rettificato 
dall'  uomo.  Nella  chiesa  plebana  antica  di  S.  Maria  Elisabetta 
—  attualmente  sacello  al  cimitero  di  San  Fiorano  —  dicesi  si 
conservassero  i  robusti  anelli  di  ferro  cui  erano  raccomandate, 
durante  gli  ormeggi,  le  imbarcazioni  onerarie  del  lago.  Al  prin- 
cipio del  secolo  XIV  esso  esisteva  ancora,  poiché  il  vescovo 
Egidio  dell'Acqua  ne  affittava  le  ragioni  di  pesca. 

Una  pergamena  sincrona  all'  erezione  del  castello  di  Larderà 
(11  giugno  1052),  ricorda  appartenere  ad  Adeleida  abadessa  del 
chiostro  piacentino  dei  SS.  Sisto  e  Fabiano  la  proprietà  sopra 
«  la  selva  detta  Formola ,  ovvero  un  lago  detto  Paldeningo, 
presso  la  prefata  selva,  posto  nel  contado  di  Lodi  ». 

Permane  tuttora  il  lago  di  Meleti,  di  cui  si  ha  notizia  in  un 
atto  col  quale,  consenzienti  il  vescovo  lodigiano  e  l'abate  di 
S.  Pietro  in  Lodi  Vecchio,  Pietro  di  Casale  fa  una  permuta  di 
terre  con  Monaco,  prevosto  di  Santa  Maria  della  Cava  (29  maggio 
1192);  e  del  quale  è  noto  che  nel  1609  avesse  un  miglio  di 
circuito.  Si  afferma  prodotto  in  origine  dalle  acque  dell'Adda  e 
\del   Po.    Quivi  l'americano   Paolo   Boyton  esperiva  i  suoi  ap- 


20 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


parecchi  insommergibili  coi  quali  aveva  audacemente  attraver- 
sato l'oceano  (novembre  1876). 

E  finalmente  il  lago  Gerundo,  detto  altresì  mare  con  ingenua 
e  rusticana  iperbole.  La  sua  formazione  antichissima  è  dovuta 
al  costante  allagamento  dell'Adda,  la  quale — -non  frenata  da 
argini  e  non  soccorsa  da  emissarii  —  aveva  invaso  un  vasto 
tratto  di  terreno,  ivi  travolgendo  il  suo  letto  ghiaioso  o  geroso. 
Indi  il  nome  di  Gerundo,  che  appare  per  la  prima  volta  in  un 
documento,  col  quale  il  capitano  Fanone  dei  Tresseni  dona  alla 
chiesa  di  San  Martino  un  fondo  confinante  a  mattina  colla  costa 
■e  ripa  del  Gerundo  stesso  (28  settembre  1204)^^.  Afferma  Pier 
Francesco  Goldaniga  esser  parte  dell'antico  letto  del  Gerundo 
l'attuale  Gera  d'Adda,  ed  esser  stato  Childeberto,  re  franco,  il 
quale  —  invadendo  l'Italia  per  istrapparla  alla  potenza  longo- 
barda (590)  —  aprì  uno  sbocco  dell'Adda  nel  Po,  per  salvare 
molto  terreno  dall'inondazione;  ed  il  cavo  da  lui  fatto  vuoisi 
appunto  fosse  a  Cavacurta,  dove  il  Gerundo  finiva. 

Determinare  oggi  l'esatta  topografia  del  Gerundo  non  pare 
possibile,  ma  —  secondo  il  Vignati  —  esso  distendevasi  sopra 
una  bassura ,  larga  in  qualche  luogo  sino  a  dodici  chilometri , 
la  quale,  cominciata  fra  Comazzo  e  Pandino,  andava  a  restrin- 
gersi fra  Cavenago  e  Rubiano.  Altri,  invece,  dicono  che  il  Ge- 
rundo stendevasi  su  parte  del  Bergamasco  a  mezzodì,  su  tutto 
il  Cremasco,  su  parte  del  Lodigiano,  sui  territorii  occidentali  del 
Cremonese,  e  così  per  la  lunghezza  di  quarantacinque  miglia  circa. 
Tale  opinione  sarebbe  pur  confermata  dal  fatto  che  nel  XII  se- 
colo i  cremonesi  movevano  all'  assedio  di  Lodi  con  apparato 
nautico  e  terrestre.  Guido  Ferrarlo  vuol  riconoscere  il  Gerundo 
nella  natura  geologica  dei  luoghi 

Il  lago  scomparve  mano  mano ,  lasciando ,  per  altro ,  traCcie 
evidenti  della  propria  esistenza. 

In  questo  desolato  bacino ,  colpito  dal  flagello  della  malaria , 
era  difiuso  il  culto  della  iddia  Mefite,  così  e  come  racconta  Cor- 
nelio Tacito,  parlando  della  distruzione  di  Cremona  (69);  ed 
una  lapide  di  Laus  Pompeja  attesta  tuttavia  del  culto  mefitico 
ivi  professato  nella  seconda  metà  del  primo  secolo  cristiano 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


2X 


Il  palude  però  sembra  sia  stato  prodotto  in  parte  anche  dal- 
l'opera umana,  poiché  — ■  secondo  il  Vignati  — ■  i  lodigiani  de- 
viarono il  corso  dei  fiumi  e  dei  canali  per  difendersi  dall'  irruzione 
longobardica  (570),  causa  probabilissima  delle  fiere  pestilenze 
inguinarie  che  funestarono  questi  paesi  pochi  anni  dopo  (582), 
e  delle  esondazioni  (589)  per  le  quali  furono  provvide  le  opere 
di  re  Childeberto. 

Al  terreno  paludoso  suqcesse  il  periodo  del  lago,  ed  al  culto- 
di  Mefite,  coli' identico  fine,  quello  a  san  Cristoforo.  La  leggenda 
popolare  imaginò  sul  finire  del  secolo  XIII  il  grande  drago  Ta- 
rando disceso,  come  il  veltro  dantesco,  non  per  l' onda  del  Po  ma 
per  quella  dell'  Adda  che  lo  immetteva  nel  lago,  dove  stette  ap- 
pestante coir  alito  le  genti.  Si  chiesero  più  che  gli  umani  i  divini 
aiuti  :  il  vescovo  convocò  clero  e  popolo ,  nell'  ottava  del  Natale 
(1299)  si  fecero  espiatrici  processioni,  e  si  votò  l'erezione  di  un 
tempio  a  Dio  e  a  san  Cristoforo  se  il  territorio  fosse  stato  li- 
berato dall'  infesto  animale  e  dall'  inonda- 
zione dell'  Adda.  L'  ultima  processione  fu  il 
dì  di  san  Silvestro,  e  all'indomani,  capo 
d'anno,  il  prodigio  si  avverò:  cessò  la  col- 
luvie delle  acque,  ed  il  drago  Tarando 
—  affrontato  e  morto  dal  santo  gigantesco 
fervidamente  invocato  —  fu  rinvenuto  nelle 
secche. 

Smagliante  leggenda  questa  delle  mor- 
tifere esalazioni  del  palude  vinte  dalle  opere 
agricole  ed  idrauliche  risanatrici  del  suolo. 
Indi  la  devozione  comunissima  e  i  numerosi  sacelli  che  sorgono 
nel  contado  al  santo  portatore  di  Cristo  ;  il  quale  nella  fantasia 
popolare  appartiene  alla  schiera  di  beati  più  specialmente 
destinati  alla  lotta  perenne  contro  lo  spirito  delle  tenebre,  per- 
sonificato in  Satana  o  nelle  sue  estrinsecazioni  figurate  e  grot- 
tesche di  serpente,  di  drago,  di  demonio  alato,  cornuto  e  caudato. 

Alla  dominazione  etrusca  è  senza  dubbio  principalmente  do- 
vuto se  le  terre  di  Lombardia  furono  strappate  alla  malsanie 
prodotta  dalle  libere  acque.  Basta,  del  resto,  ricordare  le  antiche 


22 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


Storie  d' Italia  per  determinare  che  un  grande  fattore  di  civiltà 
morale  e  materiale  d'allora  fu  la  cura  suprema  cui  gli  etruschi 
ponevano  nella  redenzione  del  suolo  che  —  per  diritto  di  guerra 
e  per  immediata  occupazione  —  cadeva  in  loro  potestà. 

Sedici  secoli  avanti  Cristo  un  regno  etrusco  era  vigorosamente 
costituito  fra  l' Alpi ,  l' Appennino  e  l' Adriatico  ;  e  così  per  na- 
turale accessione  vi  si  andavano  aggregando  anche  le  plaghe 
del  restante  d' Italia.  Per  tal  modo  anche  la  nostra  regione  era 
dipendenza  etrusca,  e  di  questa  condizione  grandemente  avvan- 
taggiò, perchè  la  signoria  di  quella  gente  forte,  civile  ed  esperta 
illuminò  per  lunga  serie  di  secoli  la  intiera  penisola.  La  stessa 
Roma  e  l'agreste  Lazio,  prima  di  giungere  alla  soppressione  di 
quell'antico  popolo,  ne  trassero  e  fecero  proprii  il  buon  gusto 
per  le  arti,  il  sano  spirito  delle  leggi,  le  scuole  delle  insigni  ma- 
nifatture, la  cura  delle  armi,  il  regime  delle  acque,  lo  sviluppo 
dell'  agricoltura. 

Infatti  Eraclio,  Varrone,  Virgilio,  Plinio,  Macrobio  ed  altri 
sono  buoni  testi  della  eccellenza  etrusca  nelle  agrarie  discipline. 
Fu  dagli  etruschi  che  Roma  trasse  la  costituzione  del  collegio 
degli  arvali  ;  una  vera  liturgia  era  stabilita  a  festeggiare  e  messi 
e  vendemmie,  e  vi  avevano  grande  parte  i  riti  onoranti  gli  ani- 
mali, considerati  collaboratori  dell'  uomo  nell'  industria  dei  campi  ; 
gravissime  le  sanzioni  penali  contro  i  distruttori  delle  colture  e 
delle  piante;  furono  gli  etruschi  gli  introduttori  dell'aratro,  o 
—  per  dir  meglio  —  del  semplice  tronco  d' olmo  curvato  in  guisa 
da  sommovere  e  solcare  il  terreno  ;  la  viticoltura ,  l' enologia , 
specialmente  in  Toscana;  l'allevamento  del  bestiame,  specie 
sulle  sponde  del  Po  ;  tutte  insomma  le  espressioni  razionali  della 
esistenza  agricola  cospiravano  a  far  potente  quel  popolo  eh'  ebbe 
r  onore  di  dare  il  proprio  nome  ad  una  indimenticabile  civiltà. 

Nella  zona  che  ci  appartiene  questa  civiltà  è  un  fatto  incon- 
troverso e  fortunato  ;  e  si  spiega  così  come  fra  noi  siano  state 
numerose  le  scoperte  di  etrusche  memorie. 

I  nostri  musei  sono  repleti  dei  prodotti  ceramici;  parecchi 
sono  gli  autentici  sepolcri  e  gì'  istromenti  belligeri  etruschi  qui 
rinvenuti,  e  che  vengono  tuttavia  alla  luce  nei  movimenti  del 
sottosuolo.  Vi  hanno  armi  di  rame  e  di  bronzo,  testimoni  di 
quella  età  alla  quale  era  ancora  ignota  la  lavorazione  del  ferro. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


23 


Pra  gli  altri  citiamo  dieci  coltelli-ascie  o  phaalstap  in  bronzo, 
►e  due  pregiati  torques  in  bronzo  ben  conservati,  rinvenuti  sul 
Lodigiano;  e  una  lunga  spada  dell'età  del  bronzo,  ultimo  pe- 
riodo ,  trovata  in  terreno  delle  circostanze  di  Codogno 

Nè  è  a  dimenticarsi  in  questo  sommario  cenno  la  tomba  verosi- 
milmente etrusca  —  e  non  romana  come  opina  Lorenzo  Monti  — 
di  Cascina  de'  Passerini,  della  quale  si  parla  nel  libro  dei  batte- 
simi di  quella  parodila  (24  luglio  1661).  Nel  luogo  di  San  Giacomo 
Giovan  Battista  Tensini ,  aprendo  un  fossato,  trovò  una  costru- 
zione in  larghi  e  lunghi  quadrelli  di  pietra,  con  un  coperchio 
a  piramide ,  e  contenente  i  residui  d' un  cadavere ,  col  cranio  e 
colla  estremità  dei  piedi.  La  lunghezza  del  deposito  attestava  col 
tracciamento  della  massa  cineraria  come  la  statura  dell'uomo  ivi 
interrato  dovesse  esser  stata  molto  alta. 

Stettero  gli  etruschi  signori  del  paese  nostro  fino  al  giorno 
in  cui,  venuti  i  galli  d' oltr' Alpe  (circa  600  prima  dell'era  vol- 
gare), poser  qui  prima  le  loro  tende,  poi  la  stabile  dimora,  e 
finalmente  dell'  Insubria  costituirono  saldamente  il  loro  dominio 
cisalpino. 

E  certo  furon  presi ,  oltre  che  dal  resto ,  dalla  feracità  del 
suolo,  il  quale  —  al  dir  di  Polibio  —  era  tutto  un  florido  giardino, 
dove  —  narra  Plinio  il  vecchio  —  avevano  acclimato  e  fatto  pro- 
sperare l'albero  candiota  di  quel  pomo  cydonio  che  diventò  suc- 
cessivamente una  caratteristica  delle  nostre  terre  ed  oggi  è  presso 
che  scomparso. 


24 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO,  ECC. 


NOTE  AL  CAPO  1. 

^  Cesare  Vignati  -  Codice  laudense. 
^  Pietro  Rotondi  -  GP  insubri. 
^  Pietro  Verri  -  Storia  di  Milano. 
^  Defendente  Lodi  -  Discorsi.  , 

^  Relazione  del  1609  del  visitatore  generale  sulla  città  di  Lodi,  raffron- 
tata collo  stato  del  1635. 

^  Giovanni  Seregni  -  La  popolazione  agricola  della  Lombardia  nella  età 
arbarica. 

'  Carlo  Cattaneo  -  Discorso  suW  agro  cremasco  e  lodigiano. 
^  Carlo  Sigonio  -  De  regtio  italico. 

^  Giovanni  Battista  Barattieri  -  Architettura  delle  acque. 
Defendente  'Lotii  -  Manoscritto  sulle  chiese  lodigiane. 
Guido  Terrario  -  Lettere  lombarde^ 

Il  Ferrarlo  collocò  pure  nella  villa  dei  gesuiti  al  Paradiso  questa  epigrafe  :: 

H AEC     LATE  LOCA 
LACUS  HABUIT 
COMMEATUSQUE    FU  IT  NAVIUM 
USQUE  IN  GERUNDUM  MARE. 

"  Ciò  è  espresso  dalla  epigrafe  seguente,  riportata  da  Francesco  ArisF 
nella  Cremona  litterata,  e  letta  secondo  la  interpetrazione  più  recente,  che 
è  quella  di  Vittorio  Poggi  : 

MEFITI 
L.  CAESIUS 
ASIATICUS 
VI.  VIR.  FLAVIALIS 
ARAM.    ET.    MENSA    (s.  Ili) 
DEDIT.    L.  D.  D.  D. 

Giacomo  Antonio  Porro  -  Storia  diocesana  di  Lodi. 

Tutti  questi  oggetti  dal  bollettino  della  Consulta  del  museo  archeo- 
logico di  Milano  (1892)  furono  registrati  nel  catalogo  di  vendita  del  museo- 
Ancona. 

Lorenzo  Monti  -  Almaiiacco  codognese  pel  1823. 


CAPO  IL 


La  causa  dei  vinti  —  I  celti  —  L'invasione  dei  galli  —  Loro  città  — 
Le  prime  contese  gallo-romane  —  I  cisalpini  —  I  riti  religiosi. 


darci  altro  criterio  giuridico  fuor  che  quello  tirannico  consa- 
crato nelle  dodici  tavole;  per  noi  non  ci  fu  altro  insegnamento 
politico  che  l'apoteosi  continua  delle  aquile  di  Quirino.  Pre- 
occupati soltanto  dal  dispiegamento  dei  loro  voli  vittoriosi  sopra 
tutti  i  popoli  della  terra,  ci  slam  fatti  adulti  incensando  la 
gloria,  non  curando  il  diritto,  cantando  la  conquista,  non  os- 
servando la  tirannide  dei  padri;  e  —  come  dal  colle  di  Giove 
capitolino  al  di  fuori  di  Roma  e  di  romani  non  c'  eran  che  bar- 
bari —  così  a  noi  si  insegnò  solamente  la  sapienza  della  vittoria. 
Ond'è  che  abbiamo  conosciuto  solo  in  quanto  che  furono  vinte 
quelle  stirpi  e  quelle  nazioni  su  cui  gli  avoltoi  dell' Aventina 
seppero,  colla  fortuna  del  sinistro  volo,  sprofondare  il  poderosa 
artiglio. 


ULLA  di  più  vero  che  noi  italiani  siamo  ancora  in  parte 
le  vittime  del  classico  rigorismo.  Ci  crebbero  fan- 
ciulli all'  esclusivo  romanesimo  ;  ci  inebriarono  coi 
gagliardi  influssi  della  forza  trionfale;  non  seppero 


26 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Ma  Oggi  torna  debitamente  in  auge  il  precetto  dell'antico  fi- 
losofo, riassunto  dal  celebre  verso  di  Lucano  : 

Victrix  caiLsa  diis  placidi,  sed  vieta  Catoni; 
COSÌ  che  è  venuta  per  la  causa  dei  vinti  l' ora  della  riparazione  ; 
e  —  scosso  il  tarlato  edificio  dei  vecchi  convenzionalismi  — 
non  è  più  solamente  il  Campidoglio  od  il  Foro  che  s' impongono, 
ma  altresì  il  Tarpeo  e  Gaudio,  cioè  il  rilievo  delle  genti  disfatte; 
le  quali  pure  stettero  a  fronte  dell'onnipotente  republica,  ed, 
ora  cartaginesi,  ora  galli,  ora  germani,  e  daci,  e  cimbri,  e  pan- 
noni,  e  sciti,  seppero  far  impallidire  e  finalmente  spegnere  il 
raggio  della  stella  romulea. 

Nel  momento  storico  della  giustizia,  in  cui  indistintamente  si 
mostrano  le  torme  qualificate  barbariche  dal  senato  e  dal  popolo 
dell'  Urbe,  occupano  il  loro  posto  anche  i  galli  ;  i  quali  più  stret- 
tamente ci  riguardano,  perocché  fu  appunto  da  essi  e  per  essi  che 
la  nostra  regione  trasse  e  conservò  figura  e  personalità  speciali. 

La  Gallia  Cisalpina  esercitò  una  parte  di  primo  ordine  nei 
fasti  e  nefasti  del  mondo  latino  ;  e  se  la  nostra  mente  di  fan- 
ciulli fu  soltanto  preoccupata  dalla  leggenda  gloriosa  di  Furio 
Camillo  e  della  abbominata  ferocia  del  brenno  libripende,  la 
nostra  mente  d'uomini  dal  di  sotto  della  porpora  guerriera  dei 
quiriti  così  scruta  la  doppiezza  disposata  al  tradimento,  come  ac- 
canto alla  maestà  dei  pili  romani  non  nega  lo  splendore  eroico 
alle  scuri  sicabre. 

Dal  grande  ceppo  asiatico  degli  arii  furono  propagini  i  celti 
con  altri  popoli  :  e  —  famiglia  della  stirpe  celta  —  comparvero 
i  galli. 

Costoro  vennero  a  noi  d' oltr'  Alpi  e  in  varie  riprese,  fuor  so- 
spinti dalla  patria  loro  — •  presso  a  poco  1'  attuale  Francia  —  dalla 
pletora  di  popoli  cui,  non  bastando  il  loro  paese  per  vivere 
colle  industrie  dell'agricoltura  e  della  pastorizia,  era  pur  mestieri 
sconfinare  dalle  vecchie  frontiere  ;  e,  per  via  di  traffici  e  di  esplo- 
razioni commerciali,  occupate  prima,  sormontate  poi  le  coste  al- 
pine del  nostro  versante  occidentale,  filtrarono  nella  gran  valle 
•del  Po.  Una  volta  su  questo  ubertosissimo  suolo,  e  bisognosi 
•d'orizzonte,  e  travolti  dallo  spirito  conquistatore  di  guerra,  di  pochi 
si  fecero  innumerevoli,  di  manipoli  turbe,  di  colonne  eserciti. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


27 


Subito  vinta  la  tenue  opposizione  degli  indigeni  e  degli  etruschi, 
spezzati  gli  ostacoli,  la  falange  si  trasforma  in  colonia;  e  gli  an- 
tichi galli  piantano  le  loro  aste  nel  molle  terreno  insubre,  scla- 
mando nel  sibilo  gaelico  1'  equivalente  dell'  «  hic  manebimus 
optime  !  » . 

Difficile,  se  non  impossibile,  è  qualificare  e  descrivere  l'inizio 
della  dimora  dei  galli  fra  noi.  Quali  e  quante  città  o  borghi  o 
casali  dovettero  ad  essi  la  propria  esistenza?  quali  sotto  i  galli 
le  primordiali  vicissitudini  di  questa  regione  che  faceva  capo  ad 
un  punto  centrico  fra  l' Adda,  il  Ticino,  ed  il  Po,  dove  oggi  è 
Milano?  quale  la  giusta  etimologia  del  nome  di  questa  metropoli? 

Polibio,  Livio,  Strabone,  ed  una  lunga  schiera  di  sommi  in- 
ducono e  deducono  pensieri  ed  opinioni  diverse;  ma  chi  non 
voglia  vagare  fra  le  nebbie  di  quei  dì  crepuscolari  deve  riferirsi 
direttamente  all'epoca  in  cui  Roma  aveva  il  suo  re  in  Tarquinio 
Prisco  (593  prima  dell'era  volgare). 

Ambigato,  re  dei  bituringi  —  compresi  fra  Garonna,  Senna  e 
Marna  —  e  dei  principi  maggiorenti  in  Gallia,  cercò  e  trovò  nel 
fatto,  tanto  antico  quanto  moderno,  dell'emigrazione,  di  risolvere 
il  problema  economico  e  demografico  ond'  era  il  suo  reame  ra- 
dicalmente affetto.  Belloveso  e  Sigoveso,  nipoti  suoi,  a  capo  di 
una  moltitudine  di  celto-galli,  e  più  particolarmente  di  edui,  ob- 
bedirono al  comando  del  principe:  Sigoveso  incamminandosi  al 
Reno,  il  fiume  misterioso  che  faceva  passo  allo  sterminato  e  fan- 
tastico paese  delle  foreste  ;  e  Belloveso  dirigendosi  all'  incontro 
delle  Alpi,  le  cui  punte  scintillanti  per  ghiacci  eterni  davan  senza 
dubbio  a  quella  gente  il  miraggio  di  chi  sa  mai  quale  Eden  al  di 
là  della  bianca  cintura.  Così  Sigoveso  dileguò  fra  i  cupi  orizzonti 
della  selva  Ercinia,  e  Belloveso  superò  il  Cenisio  fino  allora  insu- 
perato, dilagando  —  umano,  irresistibile  torrente  —  nel  sottoposto 
Piemonte.  Ma  lunga  e  lenta  fu  pel  condottiero  dei  galli  quella 
marcia  in  avanti  :  l' inverno  lo  arrestò  sulle  sponde  del  Rodano,  e 
l'adoratore  di  Esus  vide  nella  imminenza  dell'algore  la  mano  delle 
sue  cruente  divinità  che  gli  vietavano  l'accesso  immediato  alle  ita- 
liche barriere. 

Svernò  sulle  sponde  del  fiume;  ma  questa  tappa  forzata  non 
infiacchì  in  ozii  infecondi  le  sue  milizie,  comecché  proprio  in  quel 
tempo  vennero  ad  impetrare  da  lui  sussidio  ed  alleanza  i  focesi 


28 


CODOGNO   E   IL   SUO  TERRITORIO 


—  recenti  fondatori  di  Marsiglia  —  cui  fieramente  molestavano  i 
liguri' dell' alpe  Marittima.  E  il  fiero  gallo  disfece  i  liguri  e  li 
risospinse  ai  poggi  nativi  ;  poi  —  colto  il  buon  momento  della 
mitigata  stagione  —  salì  1'  Alpi  e  le  varcò,  primo  nella  breve  serie 
dei  condottieri  cui  furon  noti  quegli  orridi  passi. 

Di  lassù  calò  pei  taurini,  a  detta  di  Tito  Livio  passando  pei 
greppi  dell'alpi  Giulie,  poiché  ai  tempi  dello  illustre  storico 
Giulie  eran  nominate  quelle  che  poi  furon  dette  Cozie,  e  Giulie 
nominavansi  perchè  poco  prima  avevale  passate  Giulio  Cesare. 
Invano  liguri  ed  umbri  tentarono  far  testa:  disordinati  com'erano 
non  li  seppero  resistere;  e  quando  i  galli  da  una  parte  e  gli 
umbro-etruschi  dall'altra  vennero  a  tenzone  presso  il  Ticino, 
Belloveso,  scagliando  i  suoi  militi  giganteschi  sugli  astati  nemici, 
li  separò,  li  battè,  li  disfece;  varcò  il  fiume  e  in  quella  palude 
già  risanata  rimase. 

Allora  i  galli  rizzarono  i  loro  tugurii,  specialmente  fra  Lambra 
e  Olona,  dove  più  floridi  abbondavano  i  viridi  paschi,  dove  più 
annosi  s' elevavano  i  querceti,  dove  fece  presa  e  legò  il  germe 
della  futura  Milano. 

Venuti  agricoltori  e  pastori  fra  agricoltori  e  pastori,  la  sim- 
patica assimetria  degli  uomini  e  dei  luoghi  esotici  ed  indigeni 
produsse  celeri  efletti.  S'  aggiunga  che  —  al  dir  di  Polibio  —  fra 
i  vecchi  e  i  nuovi  abitatori  permaneva  il  residuo  degli  etruschi, 
i  quali  continuavano  ad  esercitarvi  l'arti  belle,  sopraeccellendo 
nei  ricami,  negli  intagli,  nella  lavorazione  delle  armi,  dei  sai, 
delle  auree  collane,  tutti  oggetti  di  cui  la  guerresca  gloriola  galla 
amava  esornarsi,  pur  rispettando  la  rozza  semplicità  delle  brache 
nazionali,  caratteristica  questa  che  fissò  una  esatta  e  storica  de- 
limitazione fra  i  venuti  d' oltr'  Alpi  e  tutte  le  famiglie  italiche. 

A  poco  a  poco  la  conquista  gallica  avanzò  e  s'allargò.  Nucleo 
maggiore  gli  insubri,  che  vivevano  fra  la  Sesia,  l'Adda,  le  Alpi 
e  il  Po;  poi  i  cenomani,  che  tennero  il  paese  fino  all'Adige  e 
fino  ai  veneti,  discesi  costoro  da  altra  prosapia,  la  più  antica  d'I- 
talia; prossimi  al  Po  e  successivamente  sulla  sua  destra,  quei 
galli  furono  boi  ;  a  mezzodì  lungo  1'  Adriatico  furono  senoni  ;  i 
galli  orobi  infine  furon  gli  abitanti  del  Bergamasco  e  del  Lario, 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


29 


Questa,  in  embrione,  è  la  precipua  divisione  per  provincie 
della  regione  nominata  dai  romani  Gallia  Cisalpina  per  isceve- 
rarla  dalla  Transalpina.  La  Cisalpina  dal  Po  che  la  separava  fu 
distinta  in  Transpadana  e  Cispadana,  questa  poi  detta  Togata  ,  come 
quella  che,  più  presso  a  Roma,  ne  imparò  le  costumanze  e  ne 
ebbe  con  altri  diritti  altresì  quello  di  vestire  la  toga.  E  fu  di 
fronte  ai  vergini  entusiasmi  ed  alle  selvaggie  energie  dei  galli 
cisalpini  che  mano  mano  cedette  e  scomparve  la  razza  indigena, 
in  guisa  che  ne  venne  una  varia  eterogenia  per  cui  qui  ebbesi 
la  commistione  di  elementi  vecchi  e  nuovi.  Gli  antichi  ruderi 
pelasgici  s' eran  venuti  modificando  al  laminatoio  delle  razze 
che  si  succedono  e  si  sovrappongono,  soverchiando  l'elemento 
gallo  con  variegature  di  cenomani  verso  l' Adda. 

La  guerra  in  permanenza,  se  per  un  lato  era  prova  di  ine- 
sauribile coraggio  dei  nuovi  venuti,  era  per  l'altro  flagello  cru- 
dele e  rovina  irremediabile  alla  ricchezza  regionale  ;  e  siccome 
su  tutte  le  altre  tribù  la  insubre  era  la  più  battagliera,  così  l' In- 
subria  appunto  fu  la  più  devastata,  manomessa  ed  inselvatichita. 
I  campi  imboscarono  ;  cospicue  città  distrutte  cessero  luogo  a 
capanne;  sparvero  i  sacri  pomerii  che  la  teosofìa  etrusca  al  lembo 
degli  oppidi  inalzava  ai  genii  protettori;  da  capo  le  acque  disal- 
vearono impaludando;  minaccioso  avvenire  di  cui  solo  parzial- 
mente i  nuovi  signori  si  interessavano,  poiché  loro  bastava 
bastassero  all'armento  il  pascolo  e  ad  essi  i  prodotti  carnei  del- 
l'armento, essenziali  a  rafforzarli  in  una  vita  di  pugna  perenne. 

Se  non  che  in  quel  popolo  da  preda  l'istinto  della  propria 
conservazione  non  poteva  assolutamente  tacere,  giovato  com'  era 
dall'aspetto  di  un  suolo  le  cui  promesse  erano  irresistibili.  Il 
perchè  qualche  seme  essi  indussero  nei  solchi  e  ne  videro  im- 
mediati i  frutti;  e  —  nota  il  Rotondi  —  «  se  non  deposero  che 
più  tardi  le  armi  del  ladrone,  per  lo  meno  le  alternarono  cogli 
strumenti  dell'agricoltura».  E  subito  sentirono  quello  stesso  e 
grande  amore  per  la  terra  che  attraversò  inalterabile  le  migliaia 
d'anni,  e  che  specialmente  in  Francia  —  lo  canta  Chateaubriand 
e  lo  dimostra  Zola  nella  Terre  —  sta  più  che  altro  come  una 
religione,  meglio  sentita  in  quelle  provincie  le  quali  meno  corri- 
spondono alle  fatiche  dell'uomo. 


30 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


..     *  . 

Vuoisi  secondo    Filippo    Cluverio*   e   Lodovico  Antonio 

Muratori  —  che  fra  le  nuove  città  fondate  dai  galli  sorgessero 
progressivamente  Latts,  Maguntiacum,  Quadrata  Padam,  Forum 
Diuguntorum,  Doimis  Rubea,  Acerra,  ecc.  Non  ci  sembra  però 
opportuno  illustrare  nome  per  nome  queste  città  contemporanee 
alla  potenza  dei  galli. 

E  risaputo,  infatti,  Laus  significare  Lodi  Vecchio,  e  Magun- 
tiacum Monza.  Non  s'ignora  che  Quadrata  Padam  vuoisi  sorgesse 
all'antico  confluente  del  Lambro  — ■  dove  cioè  fu  poi  l'ora  scom- 
parso Noceto ,   o  dove  è  il  Castellaro  di   Corte   Sant'  Andrea 

—  e  fosse  distinta  coli'  aggiunto  di  Padam  da  Quadrata  MzmuSy 
posta  a  Quadratum,  nei  pressi  di  Port'  Albera  e  S.  Cipriano  Po  ^. 
Domus  Rubea  (Cà  Rossa)  dalla  sponda  lombarda  del  Po  guar- 
dava dov'  è  ora  Piacenza. 

Ma  le  cose  non  corron  più  così  liscie  se  si  parli  di  Forum 
Diuguntorum  e  di  Acerra. 

Quanto  al  primo  vien  posto  da  Tolomeo  fra  Bergamo  e  Brescia  ^; 
il  Fino  lo  vuole  a  Fornovo  presso  Caravaggio  Plinio,  1'  Alberti, 
il  Ferrari,  il  Cavitello,  dove  ora  è  Crema;  il  Ruscelli  ed  altri  dov'è 
Pizzighettone. 

Plutarco  enuncia  esplicitamente  che  Acei^ra  sorgeva  al  di  sopra 
del  Po  ^  ;  esaminando  la  tavola  peutingeriana  ^  si  vede  Acerra 
equidistante  da  Piacenza  e  da  Cremona  sulla  riva  destra  del- 
l' Adda  ;  il  Merula  la  fa  presso  Cerro,  nella  contea  di  Castel- 
seprio  ;  il  Muratori  afferma  Acerra  già  esistente  là  dove  oggi  si 
incurva  sul  fiume  Gera  di  Pizzighettone,  ed  il  Boudrand  lo  con- 
ferma Gentile  Pagani  porrebbe  Acerra  in  prossimità  di  San  Co- 
lombano, verso  r  attuale  Costa  Regina  ^. 

Quanto  a  noi  —  poco  persuasi  delle  volate  etimologiche  del 
buon  Gabbiano  ^ ,  che  deduce  Acerra  dagli  spessi  cerri  del  luogo 

—  ci  onoriamo  di  condividere  l' opinione  del  principe  fra  gli 
annalisti  d' Italia,  anche  perchè  dalla  positura  emerge  come  e 
perchè  quel  contrafforte  sia  sempre  stato,  traverso  le  età,  un  punto 
preferito  dalla  strategica  per  le  offese  e  per  le  difese. 

E  valga  qui  il  semplice  ricordo  che,  in  una  delle  innumerevoli 
contese  gallo-romane,  l' esercito  consolare,  passata  l' Adda,  s' ac- 
campa ad  Acerra.  I  galli,  per  isnidarlo,  passano  il  Po,  e,  gitta- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


tisi  sul  territorio  degli  anamani  —  amici  di  Roma  —  vi  assediano 
Clastidium  (Casteggio).  Allora  Marcello  console  muove  da  Acerra 
alla  riscossa  della  terra  assediata  ;  i  galli  gli  vanno  incontro  ;  ma 
la  cavalleria  republicana  li  travolge  con  sì  terribile  assalto  che, 
dopo  un'  eroica  resistenza,  sono  i  galli  sterminati.  Alcuni  tentano 
riparare  verso  Milano  —  secondo  Polibio  e  Plutarco  la  maggiore 
delle  loro  città  —  e  vi  pervengono.  Ma  Gneo  Cornelio  Sci- 
pione, l'altro  console,  li  cinge  d'assedio.  I  rinchiusi  vi  si  ten- 
gono inerti,  ed  i  romani,  pensando  non  doverne  aver  più  tema, 
nè  potendo  prender  Milano  d' assalto,  subito  dopo  levano  il  campo, 
impazienti  di  tornare  ad  Acerra  che  dicevasi  rigurgitante  di 
tesori.  I  galli  sbucan  fuori  e,  precipitando  sulla  retroguardia 
romana,  ne  fanno  eccidio.  Si  riaccende  la  pugna;  i  galli  tengon 
fermo  ;  ma  le  armi  di  Roma  hanno  il  sopravvento.  I  nemici  fug- 
gono ai  monti  ;  Cornelio  li  insegue,  la  spada  alle  reni  ;  devasta 
il  paese,  e,  reduce  a  Milano,  colle  forze  di  Marcello  aggiunte 
alle  sue,  la  assale  e  la  prende. 

Prima  di  entrare  nell'  epico  periodo  delle  lotte  secolari  tra 
Lazio  ed  Insubria,  ci  par  necessario  qualche  tratteggio  dei  vin- 
citori degli  antichi  etruschi. 

Poche  ma  fedeli  pennellate,  tolte  dalla  tavolozza  di  Polibio, 
appunto  perchè  greco  e  non  romano ,  e  non  infatuato  dell'  or- 
goglio dei  vincitori,  i  quali ,  e  non  sempre,  facevano  ai  vinti  la 
elemosina  di  una  povera  menzione  ;  di  Polibio,  il  quale  può  ben 
dirsi  in  argomento  un  «artista  dal  vero»,  perocché  egli  fu 
presente  ai  grandi  avvenimenti  guerreschi ,  allom  che  la  ferrea 
mano  di  Roma  non  aveva  ancora  potuto  sopprimere  le  memorie 
e  le  consuetudini  dei  galli ,  mentre  già  aveva  disteso  in  gran 
parte  del  mondo  lo  scettro  della  più  proterva  violenza. 

Non  è  un  adagio  contemporaneo  al  rinascimento  il  lacrimevole 
«  finis  Galliae  !  »  che  nei  tormentosi  silenzii  della  prigionia  in 
Pizzighettone  andava  ripetendo  il  reale  vinto  di  Pavia.  Esso 
trova  la  sua  vera  origine  nel  grande  martirio  subito  dai  galli  in 
conseguenza  delle  conquiste  romane. 

Ma  lo  sguardo  che  volgiamo  ai  costumi  dei  cisalpini  si  rife- 
risce naturalmente  al   periodo  che   precedette   la  loro  servitù  ; 


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CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


quando  essi  avevano  1'  individualità  della  vita  e  mantenevansi 
al  di  qua  delle  Alpi  nella  indipendenza  propria  alla  loro  patria 
d'  origine. 

Rozzezza  e  semplicità,  questi  i  capisaldi  della  figura  morale 
dei  galli  ;  coraggio  temerario  ed  impeto  da  leggenda ,  caratteri 
dei  quali  fa  testimonianza  veramente  splendida  quel  Caio  Giulio 
Cesare  di  cui  Pietro  Giordani  scrisse  eh'  egli  riassumeva  in  tre 
verbi  al  passato  la  guerra  gallica ,  perchè  se  i  suoi  rapporti 
militari  fossero  stati  raccomandati  alla  cera  delle  tavolette,  Roma 
stessa  avrebbe  dovuto  piangere  sulla  strage  dei  suoi  e  sulla 
sventura  d'  un  popolo  che  combatteva  e  moriva  per  la  propria 
indipendenza. 

Venuti  fra  noi  fieri  e  rubesti ,  lasciaron  mano  mano  le  aspre 
scaglie  natie  ;  e  facevan  così  a  fidanza  col  proprio  valore ,  che 
nè  meno  agli  sferici  lor  casolari  in  vimini  ed  argilla  ponevano 
murali  presidii.  Il  vecchio  Catone  diceva  amare  i  galli  ardente- 
mente due  cose  :  la  guerra  e  il  parlare  arguto.  Smentivano  la 
futura  e  funesta  dottrina  di  Malthus ,  imperocché  straordinaria- 
mente moltiplicavansi ,  sorgendo  così  tra  noi  un  popolo  novo 
cui  sorridevan  tutti  i  fisici  vantaggi:  alti,  membruti,  di  capei 
rosso,  la  barba  folta  ed  irsuta,  lunga  la  chioma  respinta  in  ad- 
dietro, maschiamente  fiero  l'aspetto.  Coprivan  le  gambe  di  un  in- 
dumento di  pelli  caprine,  cui  dal  patrio  celto  chiamavano  brache; 
breve,  aperta  davanti  la  tunica  in  lana  ;  a  colori  vivaci  il  man- 
tello ,  quale  preferiscono  anche  oggidì  i  celti  delle  montagne  di 
Scozia. 

Bestiame  ed  oro  avevan  per  loro  ricchezza,  solitamente  preda 
guerresca,  di  pronta  e  facile  trasformazione.  Solevano  non  ma- 
turare a  lungo  le  imprese.  Animosissimi  all'inizio  della  lotta, 
non  reggevano  a  lunghe  incertezze,  e  molto  meno  ad  esito  si- 
nistro, delineando  così  quella  proverbiale  «  furia  francese  »  che 
a  distanza  di  millennii  è  tuttora  la  caratteristica  belligera  dei 
loro  discendenti.  Dai  disastri  con  energia  di  sentimento  si  rial- 
zavano tosto,  eccitati  a  battaglia  dai  barditi  nazionali  ;  e  quando 
sonava  l' ora  del  supremo  pericolo,  traevan  fuori  gli  aurati  sten- 
dardi chiamati  «  immobili  »  per  antonomasia  strategica,  ed  in- 
torno vi  si  raccoglievano  parati  così  al  trionfo  come  al  sacrificio. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


33 


Combattevano  in  ordine  sparso,  ed  infesti  riescivano  ai  romani 
gli  eroici  sforzi  dei  soldurii,  cioè  la  coppia  indivisibile  dei  guer- 
rieri, che  simultaneamente  pugnavano  l'uno  sulle  groppe  e  l'altro 
aggrappato  alla  criniera  del  cavallo.  Più  ancora  temevano  i  ne- 
mici r  impeto  irresistibile  delle  essede ,  o  carri  armati  che  i 
galli  —  al  par  dei  lidii  e  degli  cileni  primitivi  —  solevan  porre 
alle  ali  dell'  esercito ,  per  produrre  nelle  masse  nemiche  eccidii 
inauditi,  ad  opera  dei  sagittarii  e  dei  falciatori  in  piedi  sull'orlo 
del  plaustro;  e  formidabili  alleati  dei  galli  erano  i  cani  da  guerra, 
irto  il  collo  di  chiodi  pungenti,  ed  educati  alla  caccia  dell'uomo. 

Nel  furor  della  lotta  i  cisalpini  abbandonavano  le  corazze,  che 
eran  dorate  come  i  loro  elmetti  e  i  cercini  e  le  armille  onde 
s'ornavano;  assalivano  con  im.nenso  frastuono,  ed  al  clangor 
delle  trombe  ed  allo  strepito  dei  corni  facevano  eco  con  urla 
e  bramiti  ;  squassavano  le  armi  e  percotevan  gli  scudi  ;  levate  le 
spade,  colpivano  a  fondo,  accompagnando  l'itto  collo  slancio 
del  corpo;  subivano  1' ebrezza  dell' ira,  e  —  spaventevoli  trofei  — 
appendevano  pe'  capelli  alla  criniera  dei  palafreni  le  teste  dei 
nemici  interfetti,  dei  quali,  se  illustri,  inchiodavano  il  cranio 
nelle  case,  per  lasciarli  spaventoso  retaggio  di  valore  ai  posteri. 

In  pace  avevan  fama  di  ospiti  e  di  leali ,  ma  troppo  spesso 
queste  virtù  soffocavano  nel  vino  soverchio,  di  cui  s' eran  fatto 
una   specie   di   nume  ispiratore. 

Domesticamente  la  loro  costituzione  rassomigliava  a  quella  dei 
clan  scozzesi:  Serva  la  plebe,  ma  schiavi  soloM  prigionieri  di 
guerra  ;  la  giustizia  amministrata  dal  maggiorente  alla  famiglia 
ed  alla  clientela  sue,  ond' egli  come  era  supremo  giudice  era 
così  anche  ,  sacerdote  ;  più  famiglie  congiunte  o  vicine  formavano 
la  tribù,  ed  alle  tribù  preponevasi  un  principe,  ma  senza  carat- 
tere di  stabilità  o  di  ereditarietà,  perocché  solo  in  contingenze 
guerresche  sentiva  quel  libero  popolo  il  bisogno  d' un  re. 

Assai  malagevole  si  presenta  all'esame  dello  storico  il  quesito 
religioso  dei  galli  cisalpini.  Seguivano  essi  in  questa  loro  patria 
d' adozione  le  nefande  cerimonie  dei  sacrifici  umani ,  onde  nel 
mondo  andò  esecrata  la  fama  del  culto  druidico?  o  invece 
—  ancor  fedeli  alla  lor  prisca  religione,  più  antica  di  quella 
Codogìw  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /.  3 


34 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


druidica  che  fu  importata  —  seguirono  nei  loro  templi  una  più 
civile  ed  umana  credenza,  imbastardita  dalla  mitologia  greca  e 
scjta,  acquisite  nelle  spedizioni  dell'Eliade  e  dell'Asia  Minore? 

Incerte  ed  anche  nettamente  contradittorie  sono  le  opinioni 
in  proposito  ;  e  per  ben  fondate  congetture  non  reputano  pa- 
recchi scrittori  moderni  che  i  cisalpini  seguissero  i  riti  crudeli 
dei  loro  connazionali  d' oltr'  Alpe. 

Positivo  è  però  che  al  tempo  della  conquista  di  Giulio  Cesare 
nella  Gallia  Transalpina  imperava  —  fortificata  dall'ombre  del 
mistero  —  la  sede  druidica,  tanto  più  temuta  dai  proconsoli  di 
Roma  quanto  più  significava  un  vigoroso  vincolo  nazionale  che 
stringeva  i  galli  nel  sacramento  della  propria  indipendenza.  Quei 
misteri  di  parvenza  religiosa  non  eran  che  conventicole  politiche 
di  congiurati  per  debellare  la  fortuna  degli  invasori,  qualche 
cosa,  fra  le  medesime  foreste,  come  un'antichissima  Vandea,  per 
quanto  con  differente  intento. 

Di  fatti,  quella  che  fu  poi  la  Bretagna  allora  era  l' Armorica  ; 
quegli  che  furono  all'  epoca  del  terrore  i  sacelli  cattolico-reali 
uficiati  da  sacerdoti  non  asse^mentés ,  erano  stati  prima  la  scena 
silvestre  degli  olocausti  di  sangue  ad  Esus,  delle  invocazioni  alla 
luna,  del  sacro  vischio  mietuto  e  della  falcinola  recidente  il  ra- 
moscello della  mistica  quercia.  Or  sono  cento  anni  echeggiava 
in  quelle  gole  profonde  il  richiamo  di  Giovanni  Chouan,  che, 
imitando  la  civetta,  avvertiva  i  «  bianchi  »  della  presenza  degli 
«  azzurri  »  ;  ma  oltre  due  mila  anni  prima  in  quelli  stessi  luoghi 
vibravano  le  onde  sonore  dello  scudo  d' Irminsul ,  che  chiamava 
a  raccolta,  fra  il  canto  dei  bardi  e  l'arpeggio  dei  druidi,  i 
guerrieri  fedeli  alle  sacre  memorie  di  Karnak  ed  alle  eroiche 
rimembranze  di  Vittoria  la  «  madre  dei  campi  ». 

Ma  Roma  non  poteva  nè  doveva  consentire  che  il  culto  effe- 
rato dei  druidi  perdurasse;  e  Cesare  lo  battè  in  breccia,  e  dopo 
lui  il  luogotenente  di  Roma,  infino  a  che  Claudio  imperatore, 
vietando  e  sacrifici  e  cerimonie,  soppresse  e  culto  ed  are. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


35 


NOTE  AL  CAPO  IL 

*  Filippo  Cluverio  -  Introduzione  alla  Geografia  universale. 
^  Spruner  Menke  -  Atlas  antiquus. 

^  Claudio  Tolomeo  -  Geografia. 

*  Alamanno  Fino  -  Prima  seriana. 
^  Plutarco  -  Vita  di  Marcello. 

®  La  tavola  detta  peutingeriana  fu  eseguita  sotto  Teodosio  il  grande 
nel  393,  e  scoperta  a  Spira  nel  1500  da  Corrado  Peutinger. 

'  Neil'  aggiunta  fatta  da  Michel  Angelo  Boudrand  al  Lessico  geografico 
di  Filippo  Ferrari  (morto  nel  1626)  leggonsi  intorno  al  forte  di  Gera 
le  linee  seguenti  :  «  Acherrcs  seu  Acerrcs,  hodie  est  Ghierra  castrum  du- 
catus  mediolanensis  ad  coujliienteni  Scrii  in  Abduam  2  mill.  a  Piceleone , 
et  12  a  Cremona  ».  Come  giustamente  osserva  Lorenzo  Monti,  non  si 
comprende  l'errore  incorso  della  distanza  di  due  miglia  fra  Pizzighettone 
e  Gera,  che  sono  attigui  non  avendo  di  mezzo  che  il  corso  dell'Adda. 

*  Alessandro  Riccardi  -  Le  località  e  terrìtorj  di  S.  Colombano  al 
Lambro. 

"  Iacopo  Gabbiano  -  Laudiade. 


CAPO  III. 


La  riscossa  gallica  —  Le  colonie  romane  al  Po  —  Etimologie  fantastiche 
—  Aurelio  Cotta  —  La  seconda  guerra  punica  —  Nuovi  conflitti 
gallo-romani  —  La  Gallia  Cisalpina  provincia  romana. 


precedenti  trionfi  e  le  successive  disfatte  dei  cisalpini 
trovano  lor  posto  nella  storia  generale  d' Italia.  Per 
noi  è  sufficiente  ricordare  che  gli  assalitori  del  Cam- 
pidoglio, alla  lor  volta  vinti  da  Camillo,  non  s'ac- 
quetarono alla  lor  sorte,  e,  con  una  costanza  imperterrita 
movevano  ai  danni  della  città  vittrice. 

Fu  quello  il  periodo  in  cui  Roma  stessa  ebbe  a  tremare  allo 
incessante  avvicendarsi  dei  «  tumulti  »  gallici  ;  e  comprese  che 
conveniva  con  un'azione  pronta  e  vigorosa  schiacciare  il  pervi- 
cace nemico. 

Già  la  prima  guerra  punica  era  stata  combattuta  ;  ma  la  re- 
publica  aveva  dovuto  riprender  l' armi  perchè  i  boi  tornavano 
contro  essa  alla  riscossa,  lor  non  piacendo  la  legge  agraria 
proposta  dal  tribuno  Flaminio ,  per  la  quale  s' avevano  a  divi- 
dere fra  i  cittadini  poveri  di  Roma  le  terre  già  prese  mezzo 
secolo  prima  ai  senoni.  Costoro  s' allearono  infatti  coi  loro  fini- 
timi insubri,  lingoni  e  anamani,  avendo  seco  da  principio  anche 


CODOGNO  E  IL   SUO  TERRITORIO 


37 


i  cenomani  ed  i  veneti  ;  i  quali  ultimi  poi  disdissero  l' alleanza 
dei  temuti  vicini,  mentre  i  cenomani,  compri  dall'oro  quirite, 
minacciavano  d' oltre  Adda  le  ter^a  dei  cisalpini. 

Nè  questi  si  limitarono  a  sè  stessi  ;  chè  dalla  madre  Gallia 
fecer  venir  l' orda  dei  gesati ,  secondo  V  affermazione  di  Marcello 
^uerreggianti  per  denaro  ;  ed  i  chiamati  mercenari  lasciarono  le 
rive  del  Rodano  discendendo  ai  danni  di  Roma;  onde  l'Urbe 
si  credette  perduta. 

Ma  l'antica  virtù  guerriera  cresceva  ancora  agli  allori  nel 
bosco  sacro  del  colle  capitolino,  e,  in  sè  stessa  fidando,  levò  un 
^rido  e  vide  alzare  gli  scudi  in  suo  nome  duecentomila  italiani. 

I  galli  varcano  l' Appennino ,  sfilano  oltre  Arezzo ,  son  giunti 
a  Chiusi  ;  soltanto  tre  dì  di  marcia  li  separano  dalla  metropoli. 
E  all'urto  coi  romani  sorride  loro  la  vittoria;  ma  poi,  presso 
Talamone,  sono  dal  console  Regolo  sbaragliati  e  quasi  distrutti; 
cosi  che,  incalzati  dal  console  Emilio,  i  liguri  veggono  le  aquile 
romane  far  nido  sui  patri  colli,  ed  assalire  in  casa  loro  i  cisal- 
pini, i  quali  in  vista  delle  legioni  romane  —  già  passate  alla 
sinistra  del  Po  coi  consoli  Publio  Furio  e  Caio  Flaminio  —  alla 
foce  dell'Adda  le  molestano  e  le  obbligano  a  sgombrare.  Si  rin- 
novano assalti  e  combattimenti  accaniti,  che  finiscono  colla  peggio 
degli  insubri ,  e  che  li  portano  con  varia  vicenda  ad  Acerra 
prima,  a  Casteggio  poi,  e  infine  a  Milano,  posta  a  ferro  e  a 
fuoco,  condottieri  dei  romani  essendo  i  nuovi  consoli  Marco 
Marcello  e  Caio  Scipione  (222  avanti  Cristo). 

Roma,  che  aveva  la  scienza  delle  vittorie,  non  difettava  di 
quella  che  insegna  della  vittoria  1'  usufrutto  ;  e  per  ciò,  una  volta 
fiaccata  la  potenza  galla,  provvide  a  perpetuare  la  propria  con- 
quista, fondando  colonie  a  sicurezza  del  proprio  esercito  ed  a 
rintuzzare  gii  assalti  eventuali  dei  domati  cisalpini. 

Ai  confini  degli  insubri  e  dei  cenomani  —  costoro  sempre 
sospetti  come  amici  precarii  —  vennero  dedotte  in  colonia  Pia- 
cenza e  Cremona,  che  furon  popolate  da  cittadini  di  Roma.  Per 
tal  modo  si  vennero  stabilendo  due  propagini  latine,  e  fra  l'una 
e  l'altra  vuoisi  sorgessero  nel  territorio  paghi-  e  casali  (225-218 
avanti  Cristo). 


38 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


È  naturale  che  —  trattandosi  di  questi  primordii  —  la  favola 
veli  la  storia,  e  che  quindi  anche  gli  ingegni  più  eletti  abbiana 
dovuto  fare  i  conti  con  essa.  Ecco  perchè  —  negligendo  pa- 
recchie etimologie  di  luoghi  —  ne  accenniamo  solo  alcune. 

Quella  di  Guardamiglio  verrebbe  riassunta  dalV  ardor  ^miliir 
il  console  romano  che  vi  avrebbe  fatto  gallica  clade;  Maleo, 
sarebbe  fondato  da  Tito  Maleolo,  e  San  Fiorano  da  Gneo  Fio— 
ranio,  generale  romano,  e  la  scomparsa  Minuta  (forse  l'odierno 
Berghente)  da  Caio  Minuzio  ;  Casale  pistorium  (Casalpuster— 
lengo)  deriverebbe  dai  forni  fattivi  costrurre  dai  consoli  Cornelia 
Scipione  e  Tiberio  Sempronio ,  accampati  sul  Trebbia  contro 
Annibale  ^  ;  Bucinatores  (Busnadori)  dai  trombettieri  romani  ad- 
detti al  castro;  e  infine  ecco  l'etimologia  di  Cottoneum  (Codogno),, 
cui  Pier  Maria  Campi  ^  —  camminando  sulle  orme  di  Tito  Omusia 
Tinca  ^,  esimio  coniator  di  fiabe  —  afferma  così  chiamato  dal 
console  Aurelio  Cotta. 

A  questo  console  sarebbe  appartenuto  il  podere  da  lui  detta 
ager  cottonianmn,  sul  quale  —  a  45*^  9'  30"  di  latitudine  e  2®  45' 
di  longitudine,  secondo  il  meridiano  romano  di  Monte  Mario  — 
s'elevò  Cottoneum. 

Di  Codogno ,  però ,  scrive  Pier  Francesco  Goldaniga  ^  —  gio- 
vato da  Tito  Livio  —  che  il  console  Cotta  pugnasse  contro  i 
galli  insubri  fra  l'Adda  e  il  Po,  e  che  su  quel  campo  di  batta- 
glia costruisse  o  rifacesse  Codogno  ;  quantunque  il  diligente 
francescano  codognese  aggiunga  non  esser  cosa  facile  l' accertare 
come  si  denominasse  primieramente  il  luogo  «  perchè  delevunf 
tempora  nomen  ».  Altri  dicono  che  Cottoneum  il  console  romano 
nominasse  non  dal  proprio  nome  ma  dalla  lussureggiante  vege- 
tazione del  pomo  cydonio\  ed  il  somasco  Lorenzo  Lunghi  dedica 
una  laude  in  distici  latini  al  geografo  e  giurisprudente  Ferrari, 
ribadendone  l' opinione  sulla  geneologia  di  Codogno  :  fondata 
cioè  da  Cotta  belligerante  contro  i  cartaginesi  «  allora  che  Roma 
vincitrice  mandò  i  coloni  pressa  il  Trebbia,  due  secoli  prima  che 
la  Vergine  esibisse  alla  luce  del  mondo  un  Dio  ». 

L'accorto  lettore  sentirà  con  noi  la  compiacenza  di  trovarsi 
in  questo  punto  «  fuor  dell'onda  perigliosa  »  di  un  passato  ir- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


39 


remeabile,  e  guaterà  dalla  sponda  il  triste  passo,  sebbene  altre 
bracciate  di  mare  crudele  abbia  ancora  da  attraversare  questa 
cimba  modesta,  costretta  a  percorrere  senza  vela  il  corso  dei 
secoli  ciechi. 

Ma  egli  non  vorrà  fare  a  noi  gran  colpa  se  ci  è  indispensa- 
bile trattenerlo  nei  regni  della  fantasia,  poiché  noi  non  abbiamo 
la  libertà  della  scelta,  e  d'altronde  non  è  da  spregiarsi  nè  meno 
la  leggenda.  Esaminare,  infatti,  quanto  sia  di  umano  nella  storia 

—  pur  isfrondandola  dei  miti  fabbricatile  intorno  dalle  fantasiose 
menti  di  cronisti  poco  scrupolosi  —  ma  conoscere  anzi  V  intima 
natura,  lo  spirito  di  codeste  finzioni,  è  utile  studio  per  quanti 
hanno  elevato  concetto  della  storia,  come  rivelatrice  e  maestra 
di  civiltà. 

Facendo,  pertanto,  le  debite  proporzioni  alla  credibilità  degli 
storici,  esponiamo  quanto  alla  fondazione  di  Codogno  una  data 
antecedente  al  228  avanti  Cristo,  secondo  Lorenzo  Monti  ^,  e 
l'anno  218  secondo  il  Ferrari  sopra  citato;  quantunque  questi 
la  determini  dalla  battaglia  del  Trebbia  col  somasco  versifabro, 
il  quale  qualifica  pure  di  vincitrice  Roma,  mentre  è  risaputo  il 
contrario.  Ad  ogni  modo  la  data  in  questione  si  incarna  senza 
dubbio  nello  svolgimento  della  seconda  guerra  punica. 

Con  un  esercito  vittorioso  nelle  Spagne,  Annibale,  duce  su- 
premo, procedeva  verso  Italia,  e  Roma  sentiva  l' estrema  necessità 
di  indurre  i  galli  cisalpini,  testé  disfatti,  a  negargli  il  passo. 
Essi ,   invece ,   non  respinsero  le  sollecitazioni  d' Annibale  ;  anzi 

—  dicono  alcuni  —  gli  mandarono  inviati,  promettendo  d'  aiu- 
tarlo, offrendosi  d'essergli  guida  nell'arduo  passo  dell'Alpi. 

Già,  del  resto,  Annibale  s'era  accattivati  i  galli  del  versante 
settentrionale  de'  Pirenei,  con  un  trattato  assai  strano,  pel  quale 
si  conveniva  che  qualsiasi  querela  fosse  sorta  tra  cartaginesi  ed  in- 
digeni sarebbe  stata  risolta  per  arbitrio  delle  donne  galle  ^.  Così 
l'esercito  cartaginese,  rapidamente  anticipando  sulle  accorrenti 
legioni  di  Roma,  si  ebbe  libera  la  via,  e  —  tragittati  Rodano  e 
Durenza  —  s' incamminò  all'  Alpi.  Per  la  Savoia  discese  in  Italia  ; 
ma  nella  valle  del  Po  non  rinvenne  nei  cisalpini  l' accoglienza 
sperata,  poiché,  se  i  galli  non  s'acquetavano  alla  potenza  qui- 
rite, nè  meno  piegavano  alle  violenze  dei  nuovi  invasori. 


4Q 


CODOGNO   E  IL  SUO  TERRITORIO 


Pure,  alla  battaglia  del  Trebbia  numerosissimi  galli  erano  schie- 
rati neir  esercito  punico,  raggiunti  anche  dai  loro  connazionali 
disertori  dalle  vinte  coorti  romane,  sicché  Annibale  vedeva 
splender  per  sè  la  fortuna  dell'armi,  e  la  sua  magnifica  caval- 
leria numida  scorrazzava  fulminatrice  nei  ricchi  pascoli  di  questa 
nostra  campagna  padana. 

Annibale  seguì  sua  sorte;  e  per  lunghi  anni  fra  lui  e  Roma 
si  svolse  la  grandiosa  tenzone  il  cui  epilogo  sanguinoso  ebbe 
nome  dalla  battaglia  di  Zama  (202)  onde  Cartagine  fu  terribil- 
mente fiaccata. 

Non  si  creda,  però,  che  il  vario  contegno  dei  cisalpini  —  ora  fa- 
voreggianti  Roma  ora  Cartagine  —  trovasse  sua  causa  in  ragioni 
d'interesse  o  d'opportunità.  Fu  invece  la  fiera  indipendenza 
della  loro  indole  che  informò  quell'atteggiamento,  perchè  altri- 
menti non  si  saprebbero  spiegare  molti  avvenimenti,  tra  i  quali 
la  sollevazione  della  Gallia  Cisalpina,  capeggiata  da  un  Amilcare 
cartaginese  (200)  allorché  Roma  —  dopo  1'  apoteosi  di  Scipione  — 
poteva  colla  sua  forza  di  trionfatrice  schiacciare  ogni  insurre- 
zione; così  come  la  schiacciò  di  fatto  a  mezzo  di  Lucio  Furio 
pretore,  riconquistante  Cremona,  dopo  il  sacco  e  la  distruzione 
di  Piacenza. 

Non  per  questo  i  guai  ebbero  fine;  ché  anzi  continuarono  più 
che  mai  implacabili  e  sanguinosi,  e  con  esito  vario,  i  fatti  d'arme 
tra  galli  e  romani,  al  Po  ed  all'Adda  (193  a  190). 

A  questo  proposito  Polibio  —  contemporaneo  di  quelle  gesta  — 
scrive  :  «  Dopo ....  creati  consoli  Publio  Furio  e  Caio  Flaminio, 
tosto  condussero  di  nuovo  nel  territorio  insubre  le  legioni,  non 
lungi  da  quel  luogo  in  cui  l'Adda  ha  foce  nel  Po  ». 

Ma  possiamo  noi  credere  che  questo  luogo  fosse  il  nostro 
Castelnuovo?  Alcuni  cronisti  e  storici  cremonesi  —  come  il 
Bordigallo,  il  Bresciani,  il  Romani ,  il  Tiraboschi^,  riferiscono 
che  l'Adda,  nei  tempi  remoti  scorreva  in  Cremona;  e  notano 
che  solo  nell'anno  11 00,  per  le  dirotte  pioggie,  cominciò  l'Adda 
a  metter  foce  nel  Po ,  presso  Castelnuovo.  Il  Manini ,  invece , 
dissente  dai  citati  autori  ^. 

Il  conflitto  gallo -romano  ebbe  termine  nel  giorno  in  cui 
—  anche  per  la  sleale  cooperazione  dei  cenomani ,  traditori  de' 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


41 


loro  fratelli  —  Roma  potè  sopprimere  quei  nemici,  che  per  quat- 
trocento anni  l' avevano  così  orgogliosamente  fronteggiata  da  ob- 
bligare il  popolo-Marte  a  statuire  fin  dal  tempo  dei  primi  «brenni» 
un  £ss ptiblicum  speciale,  destinato  a  reprimere  i  gallici  «tumulti»; 
tanto  che  questo  tesoro  rimase  intangibile  perfino  nelle  ore  su- 
preme di  Roma,  quando  essa  era  alle  prese  con  Pirro  vittorioso, 
e  quando  vestiva  a  corruccio  in  cospetto  di  Annibale  a  porta 
Collina.  Solo  Cesare  reputò  sè  stesso  degno  di  disporre  di  quel- 
r erario,  dopo  che,  conquistate  le  Gallie  totalmente  (59-50), 
sclamò  : 

—  Io  ho  .svincolato  Roma  dal  suo  giuramento,  poiché  i  galli 
più  non  esistono  ! 

Fu  probabilmente  Gneo  Pompeo  Strabone  colui  che  diede  alla 
Gallia  Cisalpina  il  sistema  di  romana  provincia  retta  dal  pro- 
console (89  avanti  Cristo)  ;  e  Roma  ai  caduti  nelle  sue  mani 
non  isdegnò  —  per  consiglio  di  Cesare  —  di  porre  la  toga, 
ascrivendo  quei  suoi  novelli  cittadini  alla  tribù  Popinia,  che  ec- 
celleva fra  l'altre  specie  pel  vanto  dell'agricoltura.  Che  più? 
Cesare  aveva  voluto  senatori  parecchi  cisalpini  maggiorenti,  onde 
corsero  per  le  salaci  bocche  quiriti  epigrammi  sul  mutare  delle 
brache  celte  nel  laticlavio 

Dei  rapporti  civili  ed  amministrativi  fra  il  governo  della  re- 
publica  e  la  regione  abbondano  le  prove.  Sappiamo  intanto  che 
Milano,  metropoli  cisalpina,  era  da  Roma  tenuta  in  gran  conto 
e  distinta  da  diritti  speciali,  sebbene  la  reggessero  magistrati 
romani.  Di  questi  fu  Marco  Tullio  Cicerone,  che  disse  essere  la 
Gallia  «  cospicua  per  virtù  militare,  costanza,  serietà,  fiore  d'I- 
talia, fortezza  di  comando,  e  decoro  alla  dignità  del  popolo 
romano  ». 

Importanti  arterie  stradali  erano  già  state  costrutte  ausu  ro- 
mano, fra  cui  quella  nominata  dal  console  Emilio  Lepido,  la  quale 
—  da  Rimini  a  Piacenza,  da  Piacenza  a  Milano,  e  da  qui  forse 
fino  ad  Aquileia  per  Acerra  e  Laus  Pompeia  —  costituiva  un 
cammino  veramente  regale  fra  l' Urbe  e  le  estreme  provincie 
italiche  del  settentrione. 

Un  fratello  del  grande  arpinate ,  Quinto  Tullio ,  fu  mandato 
in   missione  al   proconsole  delle   Gallie,  in   Lodi.  Discordano 


42 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


gli  storici  suir  anno  preciso  in  cui  il  legato  romano,  luogote- 
nente di  Cesare  nelle  Gallie,  venne  tra  noi.  Neil"  archivio  capi- 
tolare laudense  —  per  opera  del  vescovo  Gherardo  Landriani  — 
furono  scoperti  alcuni  codici  ciceroniani  (1420),  che  sembrano 
colà  trasferiti  dallo  stesso  Quinto  Tullio  Cicerone;  il  quale 
—  secondo  Defendente  Lodi  —  sarebbe  venuto  in  Lodi  il  5  giugno 
dell'anno  54  avanti  Cristo;  mentre  altri  suppone  che  quei  ci- 
melii  siano  qui  pervenuti  con  altre  opere  di  Marco  Tullio ,  a 
mezzo  del  legato  suo  Metello  Celere,  rappresentante  di  Marco 
Tullio  stesso  nella  Cisalpina,  affidatagli  in  governo,  come  abbiam 
detto. 

La  soggezione  del  territorio  ai  fati  complessivi  della  republica 
romana  viene  confermata  dal  decreto  di  Ottaviano  Augusto,  pel 
quale  —  divisa  l' Italia  in  undici  provincie  —  la  Gallia  Cisalpina 
è  appunto  la  nona  (30  avanti  Cristo). 

Le  sorti  dell'impero  ebbero  la  regione  nostra  a  teatro  di  non 
umili  vicende,  e  —  secondo  i  più  —  presso  lo  scomparso  luogo 
di  Noceto  venivano  alle  mani  i  soldati  di  Ottone,  proclamato 
imperatore ,  e  quelli  di  Vitellio ,  che  dalle  Gallie  gli  contendeva 
lo  scettro  (69  dopo  Cristo).  Cecina,  duce  vitelliano,  vi  sbara- 
gliava la  fanteria  ungara  avversaria,  e,  trofeo  della  vittoria, 
traeva  seco  migliaia  di  prigioni ,  le  cui  schiere  erano  poi 
accresciute  a  Bedriaco,  al  di  là  della  saccheggiata  Cremona. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


43 


NOTE  AL  CAPO  III. 

*  Cristoforo  Poggiali  -  Memorie  storiche  di  Piacenza. 
^  Pier  Maria  Campi  -  Storia  ecclesiastica  di  Piacenza. 

^  Tito  Omusio  Tinca  è  persona  forse  pure  favoleggiata ,  come  inventata 
dev'essere  l'epoca  in  cui  visse  (50  avanti  l'era  volgare). 

*  Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno  (1761),  manoscritto  presso  l'egregio  dott.  Angelo  Belloni 
di  Codogno,  la  cui  illuminata  cortesia  ci  ha  permesso  esaminarlo. 

^  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  i8iy, 
®  Plutarco  -  Della  viriti  delle  donne. 

'  Giovanni  Romani  -  DeW  antico  corso  de'  fiumi  Po,  Oglio  e  Adda. 

^  Giovanni  Carlo  Tiraboschi  -  Famiglie  cremonesi. 

^  Lorenzo  Manini  -  Memorie  storiche  di  Cremona.  Il  Manini  cita  pure 
un  Critico  compeyidio  tmiver sale  storico  degli  avvenimenti  più  rimarcabili 
della  città  di  Cremona ,  manoscritto  posseduto  dai  Sommi  Picenardi ,  nel 
quale  trovasi  una  Tavola  dell'  antica  città  di  Cremona  e  confini  neW  anno 
LXX  di  nostra  salute.  Questa  tavola  ha  tracciata  l' Adda  scorrente  alcune 
miglia  a  settentrione  della  città,  e  biforcantesi  al  suo  termine,  dirigendosi 
per  una  parte  verso  Sommo  al  Po ,  e  per  l' altra  verso  Casalmaggiore , 
poco  lontano  dall' Oglio.  Aggiunge  il  Manini:  «  Sia  o  no  tutto  dal  vero 
un  tale  disegno  che  pare  molto  antico ,  noi  non  osiamo  pronunciare  cosa 
alcuna  ». 

Teodoro  Mommsen  -  Inscriptiones  Gallice  Cisalpine^  et  LatincE. 
Cesare  Cantù  -  Storia  degli  italiani. 


CAPO  IV. 


Roma  —  La  redenzione  —  Il  cristianesimo  nella  Gallia  Cisalpina  —  La 
chiesa  laudense  —  Le  persecuzioni  —  Il  paganesimo  rifiorente  —  Il 
culto  a  san  Biagio. 


stituito  il  diritto  della  forza  ad  ogni  altro  criterio  di  vita  so- 
ciale. Roma  era  tutto,  nulla  il  resto  ;  bastava  1'  orgoglioso  «  civis 
romanus  sum!  »  per  usufruire  d'ogni  privilegio,  per  applicare 
qualsiasi  tirannide  nel  governo  e  nella  famiglia. 

Tutto  ciò  era  stato  germe  di  fortuna  sino  a  quando  i  costumi 
eransi  mantenuti  sobri,  gli  organismi  sani,  e  le  aspirazioni  no- 
bili. Ma  quando  la  molle  civiltà,  importata  dalla  Grecia  e  dal- 
l'Asia vinte,  inquinò  il  rozzo  ma  retto  tipo  romuleo  —  per  quanto 
efferato  in  certe  sue  esplicazioni  —  allora  il  quasi  millenario 
edificio  cominciò  a  sgretolarsi. 

I  vizii  dell'  universo ,  vestiti  di  porpora  e  d' oro ,  ebbero  in 
Roma  luogo  di  convegno  :  il  sensualismo  cosmopolita  sottentrò 
al  culto  dei  sommi  dei  indigeti,  e  non  ci  fu  turpe  religione  la 
quale  accanto  al  sacro  bosco  della  vergine  Vesta  non  erigesse 


A  vecchia  società  latina  s'era  disgregata  in  frammenti. 
Scomparsa  l'antica  virtù  romana,  che  del  semplice 
Lazio  aveva  fatto  il  padrone  della  terra,  lo  spirito  di 
conquista  e  la  gioia  del  potere  supremo  avevano  so- 


CODOGNO   E   IL  SUO  TERRITORIO 


45 


il  suo  delubro.  Così,  riformato  il  cielo  —  per  quanto  la  vita 
spirituale  vi  avesse  un  molto  limitato  elaterio  —  l' Urbe  si  af- 
frettò a  costituirsi  una  riformata  esistenza  in  terra. 

La  pletora  della  vecchia  gloria  finì  per  disamorare  il  popolo 
di  Quirino  del  suo  unico  fasto;  le  scienze,  le  lettere,  le  arti 
furono  acquisite  come  importazioni,  in  guisa  che  nelle  case  pa- 
trizie formicolavano,  tra  i  piaggiatori  e  i  buffoni,  i  pedanti  in 
mantello  greco,  incaricati  di  porre  in  bocca  ai  padroni  discorsi 
di  sapore  attico,  e  dei  quali  ci  lasciò  così  magistrale  dipintura 
il  Voltaire  dell'antichità  ^  Così  Roma  uficiale  vantavasi  di  copiar 
r  Eliade,  non  accorgendosi  che  dandosi  ad  Atene  dimenticava 
Sparta. 

Le  leggi  delle  dodici  tavole  —  sebben  crudeli  pur  monumento 
di  sapienza  —  abbandonate.  La  scuola  dell'armi  irrisa  e  smessa, 
perocché  ai  giovani  indossanti  1'  augusticlavio,  tramutati  in  cinedi, 
più  valeva  l' invalso  costume  imperiale  di  levare  mercenarie 
milizie,  fatte  poi  arbitre  della  fortuna  quirite.  Eran  dileguati 
gli  attriti  irrequieti  ma  fecondi  e  generosi  che  un  tempo  —  fra 
patrizi  e  plebei  continuamente  insorgendo  —  finivan  di  frequente 
per  apparecchiare  e  rassodare  il  trionfo  della  republica.  La  plebe 
briaca  di   circensi   cruenti   e   di   elemosinati   sesterzi;    più  su 

—  tetro  anello  di  congiunzione  —  la  vile  clientela  dei  parassiti  ; 
più  in  alto  ancora  l'ordine  magnatizio,  vivente  smentita  dell'umana 
dignità,  e  il  senato,  larva  grottesca  del  perduto  splendore,  col- 
lettiva «  mala  bestia  »  curva  alla  greppia  del  console-cavallo 
Incitato;  ed  al  vertice,  sopra  tutti,  lo  imperatore,  indiantesi  coi 
prefissi  regolamentari  di  «  divo ,  ottimo ,  massimo  »  ;  oggi  par- 
ricida, uxoricida,  incestuoso;  domani  incendiario  di  Roma;  il 
giorno  appresso  infame  di  Capri  o  avventore  di  Locusta  o  pro- 
tettor  di  Sciano;  ora  sfamatore  di  poeti  misuranti  la  ispirazione 
al  volume  dell'offa,  ora  mascherato  da  Giove  percorrente  gli 
scorti  ;  ora  improvvisato  Cesare  per  elevazione  sulle  spalle  dei 
pannoni  di  guardia;  ed  ora,  infine,  concludente  la  maestà  impe- 
riale collo  spirare  sui  gradini  del  recondito  sacello  dedicato  alla 
iddia  Cloacina. 

Peggiore  del   disordine  politico   il  sociale  :  o  essere  romani 

—  signori ,   padroni ,   autocrati  —  o  servi.  Peregrini ,  forestieri , 


46 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


adveni  costituivano  tutta  intera  la  schiera  multiforme  di  personce, 
non  di  individui,  e  quindi  con  una  assai  limitata  ombra  di  di- 
ritti; ma  tutti  altrettanti  Laocoonti,  avvinti  dal  colubro  immane 
del  fisco,  or  nominato  Verre  ed  or  Dolabella,  continuo  aspira- 
tore delle  publiche  e  private  ricchezze.  La  servitù,  inesorabile 
istituto  ed  indivisibile  dal  consorzio  dell'  Urbe ,  dalle  origini  di 
questa  al  suo  massimo  rigoglio. 

Ma,  ancor  più  dello  abbassamento  politico  e  sociale,  affettò  e 
compì  la  dissoluzione  romana  la  corruzione  della  donna.  Le  pa- 
gine di  Tacito  e  di  Svetonio  —  entrambi  strenui  combattenti 
contro  i  complici  silenzi  dell'  età  che  fu  loro  —  bastano  per 
rievocare  ai  nostri  sensi  quelle  muliebri  tristizie. 

La  donna  era  degenerata  nella  femina  fino  ai  più  turpi  mini- 
steri :  Mistica  vergine  vestale,  quasi  visione  di  clemenza  ultra- 
mondana, è  invece  essa  che  dal  podio  del  circo  invoca,  pollice 
verso,  la  fine  del  reziario  soccombente;  e,  quando  non  feroce, 
lasciva  ;  perfino  sospetta  d' incesto  come  Tulliola ,  perfino  con- 
vinta come  Giulia  imperiale.  Florida  sposa,  consacra  ai  numi 
dello  scherno  e  delle  nuge  il  casto  ricordo  di  Lucrezia;  e  di- 
sertrice  dal  giusto  talamo,  in  peplo  e  palla  meretrici,  corre  not- 
turna dai  rostri  al  ditterio,  in  caccia  d' atletici  amasi,  per  lasciar 
poi  il  giaciglio  dell'orribile  caupona  «  laxa  non  satiata  ».  Madre, 
spietata,  pugnalatrice  di  schiave  disattente  nell'applicare  uno  stribio, 
mentre  nell'agitato  gineceo  s'apparecchia  alla  acconciatura  pel  tri- 
clinio dove  si  offrirà,  come  Agrippina,  al  nato  delle  viscere  sue  

In  alto,  in  basso,  nell'  infimo,  così  al  palazzo  dei  Cesari  come 
nella  via  Appia  ed  infine  nella  Suburra,  una  marea  surmontante 
di  corruttela,  di  cui  ministre  impudenti  e  sfacciate  andavano  in 
gara  le  donne  di  Roma,  per  esserne  le  eroine;  e  fra  i  re  del- 
l'Africa, avvinti  dietro  il  carro  trionfale,  il  prode  e  sventurato 
Giugurta  andava  melanconicamente  susurrando  : 

—  Non  meritava  la  Numidia  di  esser  vinta  da  Roma,  vinta 
a  sua  volta  dalla  donna  ! 

*  - 

Maturava  però  1'  ora  della  riparazione.  La  luce  nova  non  ap- 
pariva più  un  semplice  sogno:  al  di  là  del  Mediterraneo  —  nel- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


47 


l'ag-onia  della  civiltà  semitica  —  era  la  rivelazione  quella  che 
preparava  la  riforma  del  mondo. 

In  Grecia  ed  in  Roma,  per  contrario,  toccava  alla  filosofia  ed 
alla  letteratura  formulare  i  vaticinii  :  Dionigi  d' Alicarnasso  —  per 
non  accennarne  altri  —  giungeva,  per  esami  comparati  di  testi 
€  di  saggi  dell'Oriente,  ad  indicare  imminente  l'ora  della  re- 
denzione. Non  eran  mancate  le  illustrazioni  del  mistico  oracolo 
della  sibilla  veggente  il  figliuol  della  Vergine;  ed  a  Roma, 
nella  elegante  corte  di  Ottaviano  Augusto  —  mentre  sorrideva 
in  tutta  la  sua  luce  pagana  la  mitologia  seducente  degli  antichi 
poeti  —  Virgilio  inneggiava 

Sotto  il  velame  delli  versi  strani 

al   «  rinnovamento   nel   grand'  ordine  dei   secoli  ». 

Ma  nella  reggia  imperiale  —  tra  il  fascino  di  tutte  le  sedu- 
zioni della  bellezza  e  dell'  ingegno,  in  mezzo  ad  un  popolo  sen- 
suale che  aveva  smarrito  nel  generale  cinismo  la  sentimentalità 
d'altri  tempi  e  che  più  pesanti  aveva  le  tazze  convivali  delle 
spade  ^  —  non  poteva  lasciare  orma  profonda  la  involuta  profezia 
del  gentile  mantovano;  troppo  antichi,  troppo  venerandi  e,  si- 
multaneamente, troppo  famigliari  erano  gli  dei  superi  ed  inferi 
di  Roma  —  sette  volte  centenaria  —  perchè  essa  dovesse  sacri- 
ficarli ad  un  nume  che  s' aspettava  da  qualche  sapiente  solitario 
sorgesse  in  un'oscura  regione  dell'Asia. 

Eppure  non  intervenne  un  lungo  periodo  transitorio  fra  il 
crollo  del  prisco  Olimpo  e  lo  spuntare  d'una  religione  dedicata 
al  culto  della  verità.  E  —  questa  parlando  alle  anime,  e  sull'al- 
tare sostituendo  la  pace  alla  violenza,  la  fratellanza  al  privilegio  — 
così  il  mondo  trasalì  al  palpito  misterioso  che  si  sprigionava 
dalla  imminente  rinnovazione  umana  ;  la  fede  nazarena  giungeva 
come  una  grande  vendetta  fatta  d'amore  per  gli  umili,  pei  re- 
ietti ;  r  infinito  esercito  degli  infelici  veniva  rialzato  all'  egua- 
glianza dei  diritti ,  di  guisa  che  poscia  —  come  la  croce  del 
Moria  simboleggiò  il  martirio  terreno  —  così  il  cielo,  spalancato 
quale  premio  ai  buoni,  riaccese  appassionatamente  l'anima  delle 
nuove  generazioni,  ricondotte  dalla  «  buona  novella  »  alla  spi- 
rituale filosofia  di  Platone,  riassunta  nella  frase  oraziana; 

—  Non  omnis  moriar  ! 


48 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Fatta  così  la  sintesi  del  sorto  cristianesimo  —  e  senza  accom- 
pagnarne passo  passo  lo  estendersi  cruento  ma  trionfale  — 
è  mestieri  lumeggiare,  come  e  fin  dove  si  può,  il  suo  arrivo  ed 
il  suo  instituto  fra  noi. 

E  naturale  che  ci  tocca  in  questo  argomento  abbandonarci 
alla  tradizione,  perocché  in  fatto  di  storici  monumenti  riferibili 
a  uomini,  a  luoghi  e  a  date  occorre  arrestarci  alla  testimonianza 
degli  scrittori.  Indubbiamente  il  compito  riescirebbe  più  oneroso 
e  malagevole  se  questo  nostro  racconto  si  informasse  partico- 
larmente a  carattere  ecclesiastico  ;  ma  ciò  non  essendo ,  ci  par 
sufficiente  attenerci  ad  una  semplice  e  rapida  narrazione,  prescin- 
dendo dalle  discussioni  involute  e  dalle  polemiche  ardenti  che 
sulla  fondazione  del  cristianesimo  nella  Gallia  Cisalpina  da  secoli 
sorsero,  durarono  secoli,  e  nè  pure  oggi  si  possono  dire  spente. 

Si  vuol ,  dunque,  propagatore  del  cristianesimo  nell'  Italia  su- 
periore, e  fondatore  della  chiesa  milanese,  l' apostolo  Barnaba  di 
Cipro,  levita.  Gli  annalisti  —  in  maggioranza  concordi  —  gli  af- 
fermano compagni  Anatalone  e  Caio,  greco  il  primo,  patrizio 
romano  l'altro;  e  l'epoca  più  comunemente  attribuita  alla  sua 
comparsa  sarebbe  l'anno  43.  Una  minoranza  di  storici  estende 
il  periodo  in  cui  Barnaba  apparve  in  Milano  dal  41  al  51  ; 
certa  essendo,  però,  sullo  scorcio  della  prima  metà  del  secolo  I  la 
comparsa,  ad  opera  di  Barnaba,  della  chiesa  metropolitana  nella 
Gallia  Cisalpina. 

Non  è  possibile  determinare  con  sicurezza  l' itinerario  seguito 
da  Barnaba  per  città  e  per  castella  a  predicare  la  fede  ;  però 
Francesco  Scoto,  Gaspare  Trissino,  Pietro  Galesino,  Defendente 
Lodi,  Giovan  Battista  Villanova,  Camillo  Beonio  e  Pietro  An-, 
tonio  Maldotti  sostengono  unanimi  che  l'apostolo  Barnaba,  con- 
dottosi in  Lodi,  la  ridusse  cristiana  ^. 

Così  nella  chiesa  metropolita  milanese  si  costituiva  la  laudense,. 
della  quale  si  ritiene  nel  martirologio  fosse  primo  a  cingere 
l'infula  episcopale  un  Malusio,  poi  martire  a  Colonia  e  santo; 
non  volendosi  accogliere  la  leggenda  che  fu  protovescovo  un 
Giacomo,  discepolo  di  san  Giacomo  minore  (69).  E  se  quelle  che 
riguardano  Malusio  sono  date  genuine  —  non  potendosi,  del 
resto ,   troppo   leggermente   repudiare  —  si  osservi  che ,  mentre 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


49 


fin  dal  54  Sabino  romano  reggeva,  primo  antistite,  Cremona,  e 
nel  69  fioriva  per  nome  e  santità  Siro,  primo  vescovo  di  Pavia, 
soltanto  nel  237  si  sostiene  occupata  la  catedra  di  Lodi. 

Il  Porro  afferma  però  che  l' apostolato  di  Siro  non  si  limitò 
al  territorio  ticinese,  poiché  —  appoggiandosi  e  ad  un  padre 
Alberto,  ed  al  Sigonio,  ed  al  Merula  —  fa  trascorrere  in  missione 
il  vescovo  pavese  attraverso  il  nostro  territorio,  e  a  Brescia  e  a 
Cremona,  quivi  cordialmente  ricevuto  dal  vescovo  Sabino;  e  lo 
riconduce  fra  noi  per  la  strada  di  Soresina,  Pizzighettone,  Ca- 
stione ,  Turano ,  fino  alle  terre  lambite  dal  Lambro. 

Riteniamo  col  Robolotti  *  essere  i  primi  dodici  nomi  del- 
l' elenco  dei  vescovi  cremonesi ,  più  di  propagatori  e  ministri 
dell'  evangelio  che  di  veri  e  stabili  antistiti  ;  così  come  sia  ac- 
caduto per  gli  altri  luoghi  maggiori.  A  Cremona  ed  a  Pavia, 
quindi.  Sabino  e  Siro  non  tanto  per  la  condizione  gerarchica  loro 
fatta ,  quanto  per  le  loro  doti  personali  siano  stati  dichiarati 
nella  coscienza  del  popolo  titolari  delle  chiese  rispettive,  qualità 
probabilmente  non  così  eminenti  nello  zelatore  principale  della 
chiesa  laudeiise,  la  quale  dovette  aspettare  Malusio  per  affer- 
marsi con  dignità  propria. 

Come  da  per  tutto ,  anche  qui  la  chiesa  nei  suoi  primissimi 
secoli  passò  attraverso  il  martirio  ;  ed  è  lunga  la  serie  di  coloro 
che  si  sacrificarono  confessando  la  fede  col  sangue.  Malusio 
stesso  fu  ucciso  a  Colonia;  ed  un  suo  successore  —  che  si  dice 
un  Antonio,  ma  di  cui  con  certezza  non  si  conosce  il  nome  — 
cadde  vittima  della  propria  religione  allora  che,  infierendo  la 
decima  persecuzione  di  Massimiano  Erculeo  e  di  Diocleziano , 
Marciano,  governatore  imperiale  di  Lodi,  fece  incendiare  la  ca- 
tedrale,  dove  vescovo,  clero  e  molti  fedeli  stavano  rinchiusi  (303). 

Il  territorio  nostro  seguì  certo  le  fasi  della  militante  chiesa 
lodigiana.  Come  vi  furono  intrepidi  seguaci  di  Cristo  che,  of- 
frendo ai  ceppi  le  mani  inermi  e  il  petto  nudo  alle  lancie, 
affermarono  il  culto  novello ,  così  altri ,  atterriti  dalle  atroci 
persecuzioni,  tornarono  agli  idoli  antichi. 

Di  questo  fa  fede  la  tradizione  —  riprodotta  da  Bonifacio 
Simonetta  ^  —  che  sullo  scorcio  del  secolo  IV  l' arcivescovo  di 
Milano,  Ambrogio,  inviò  un  prete  Ilario  alla  terra  detta  Villafranca 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /.  4 


50 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


allora  e  Franca  oggi  (presso  Santo  Stefano. al  Corno),  per  tornare 
al  cristianesimo  quel  popolo  che  Io  aveva  abbandonato;  e  la  mis- 
sione riesci  fruttuosa,  poiché  il  tempio  Jvi  dedicato  ad  Apollo 
fu   convertito   in  chiesa  dicata  a  san  Fedele. 

Sotto  la  influenza  immediata  e  diretta  della  sede  metropolita 
di  Milano  era  ovvio  e  conseguente  che  delle  peripezie  incon- 
trate nella  chiesa  milanese  risentisse  la  laudense;  ed  una  prova 
si  ha  che  anche  nel  Lodigiano  —  come  a  Milano  —  serpeggiò 
r  arianesimo ,  essendo  vescovo  Dionisio  Marliano  (346). 

A  quei  tempi  —  nei  quali,  profligati  Valentiniano  II  e  la 
madre  Giustina  per  cui  stavano  gli  ariani.  Massimo  calò  in 
Lombardia  e  devastò  Piacenza  ed  il  basso  Lodigianò  —  Pier 
Francesco  Goldaniga  ^  attribuisce  la  elezione  a  protettore  di 
Codogno  del  martire  Biagio ,  già  medico 
in  Cappadocia  e  poi  vescovo  di  Sebaste, 
immolato  alla  persecuzione  di  Licinio,  im- 
perante Diocleziano.  Ma  non  sembra  e- 
gualmente  accettabile  la  credenza  dello 
stesso  autore  quando  afferma  che  insieme 
a  tale  elezione  i  codognesi  inalzassero  al 
loro  avvocato  celeste  la  prima  chiesa.  Il 
Cortemiglia  Pisani  oppugna,  nei  rapporti 
del  tempo ,  codesta  asserzione. 

Ad  ogni  modo,  soccorre  a  rassodare 
genericamente  il  fatto  che  gli  abitanti  di 
Codogno  non  ebbero  mai  altro  patrono  che  il  santo  cappadoce, 
per  quanto  la  notizia  della  chiesa  erettagli  si  riscontri  assai 
posteriore  all'epoca  indicata. 

Davide  Palazzina  ^  è  d' avviso  che  sul  principio  del  V  secolo 
sorgesse  la  prima  chiesa  di  Codogno,  dove  ora  è  il  coro  della 
parochiale  ed  il  giardinetto  del  preposto;  e  ciò  anche  altri  ar- 
guiscono dall' essersi  nel  secolo  scorso  trovati  scavando  in  quel 
luogo  indizi  di  costruzioni  antiche.  Ma  è  forse  il  caso  di  ripe- 
tere con  Dante  che  molti  smarrisconsi  in  fallaci  induzioni , 

Imagini  di  ben  seguendo-  false 

Che  nulla  promission  rendono  intera. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


51 


NOTE  AL  CAPO  IV. 

'  Luciano  -  Vita  dei  cortigiani. 

-  Alessandro  Dumas  -  Gallia  e  Francia. 
Giacomo  Antonio  Porro  -  Storia  diocesana  di  Lodi. 

*  Francesco  Robolotti  -  Illustrazione  del  Lombardo  Verieto. 

^  Francesco  Bergamaschi,  arciprete  di  S.  Stefano  al  Corno  (prima  metà 
del  XVII  secolo) ,  riproduce  nei  suoi  manoscritti  la  cronaca  di  Bonifacio 
Simonetta,  secondo  abate  di  S.  Stefano  (nella  fine  del  XV  secolo). 

"  Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno. 

'  Giovanni  Cortemiglia  Pisani  -  Memorie  storiche  del  basso  Lodigiano. 
Davide  Palazzina  -  Cenni  storici  del  regio  borgo  di  Codogno. 


CAPO  V. 


I  barbari  e  il  cristianesimo  —  Le  invasioni  tumultuose  —  Roma  vinta  — 
Odoacre  a  San  Colombano  —  Altre  occupazioni  barbariche  —  I  lon- 
gobardi —  Le  conseguenze  della  conquista  —  L' istituto  del  castello 
—  Castelnuovo  e  Codogno. 

 :   » 

RISTO    colla'  sua   legge   d  amore   e   dì   pietà  aveva 
rinnovata  la  faccia  della  terra,  da  questa  staccando 
le  anime  e  rivolgendole  al  cielo.  Ma  un  altro  poten- 
tissimo  elemento  di   trasfigurazione  sociale  e  civile 
lo  fornirono  i  barbari. 

La  loro  venuta  in  Italia  ebbe  valore  di  complemento  nella 
riforma  cristiana.  Il  sentire  barbarico,  contradittorio  in  molte 
sue  espressioni  al  cristiano,  aveva  per  altro  con  esso  più  di  un 
punto  di  contatto.  Poco  monta  la  natura  politeistica  delle  religioni 
di  quelle  orde  riversantisi  da  cento  ignote  contrade  sul  monda 
latino  ;  è  invece  notevole  che  la  mitologia  relativa  di  essi  non 
era  contaminata  dalla  pazza  corruzione  di  quella  greca  e  romana. 
La  fede  nazarena  redimeva  la  donna  in  nome  del  sentimento  ;  i 
barbari  la  deificavano  in  nome  della  famiglia;  ma  per  gli  uni  e 
per  gli  altri  il  culto  della  donna  era  posto  sulle  regole  incroi— 
labili  della  virtù,  della  castità,  del  consorzio  domestico. 

Venere  Callipige  ricordava  l'abbominio;  Maria  invece  sim- 
boleggiava la  glorificazione   pura   della  donna,   così   e  come,. 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


53 


togliendola  alla  fede  dei  padri,  il  rabbi  di  Nazareth  l'aveva  tra- 
sferita nella  nuova;  ed  a  lor  volta  i  forti  uomini  del  nord  col- 
locavano la  madre  dei  propri  figli  sul  carro  di  guerra,  accanto 
alle  imagini  dei  loro  idi  bellicosi,  accennandone  in  questa  guisa 
la  eguaglianza,  e  mostrando  come  nella  loro  credenza  fossero 
invincibili  capisaldi  i  numi  in  cielo  e  le  donne  sulla  terra. 

Era  così  una  violenta  sovrapposizione  di  liberi  ma  virtuosi 
costumi  che  ci  veniva  importata  da  quel  devastante  torrente 
dell'umanità,  sbucato  dalle  foreste  settentrionali  d'Europa,  dei 
cui  abeti  .quegli  uomini  rudi  s'eran  fatti  altrettanti  simulacri  di 
dei.  E,  come  nelle  sensazioni  e  nelle  aspirazioni  rinvennero,  se 
non  la  parità,  certo  però  l' affinità  coi  credenti  in  Gesù,  così  fu 
necessariamente  fatale  il  connubio  delle  forze  comuni,  alle  quali 
paravasi  la  distruzione  della  romana  civiltà. 

Gli  eruditi  che  toccarono  della  missione  barbarica  sono  una- 
nimi neir  affermare  che  rappresenta  qualche  cosa  di  ultramondano 
l'esodo  di  quelle  genti  iperboree  dai  patri  confini,  con  direzione 
costante ,  implacabile  ed  eguale  verso  la  cerchia  dell'  Alpi ,  per 
lasciare  tutte  parte  integrale  di  sè  nella  etnologia  dell'Italia 
avvenire.  Con  alto  rumor  d' armi ,  a  piedi ,  a  cavallo ,  o  su 
cameli,  o  in  carri  tratti  da  cervi,  tragittanti  l'acque  nell'ampio 
cavo  degli  scudi,  avanzarono  in  infinita  moltitudine  abbattendosi 
sulla  salma  ancor  tepida  del  popolo  quirite ,  mutato  all'  indo- 
mani in  obbrobrioso  scheletro.  Portavan  seco  la  ferocia,  ma 
insieme  la  franchezza;  erano  violenti,  ma  indipendenti;  incal- 
zandosi popolo  su  popolo,  esercito  su  esercito,  vennero,  videro 
e  vinsero ,  diroccando  sino  all'  ultima  pietra  l' arce  capitolina.  E 
barbari  e  cristiani  —  ora  affini,  ora  repellentisi  —  misero  in  co- 
mune potenza  d' armi  e  forza  morale.  Così  l' alma  Roma ,  vio- 
lentemente sospinta,  cadde  nel  sepolcro  ;  e  da  quel  momento  il 
labaro  barbarico  e  la  croce  costantiniana  —  cuspide  improvvi- 
sata dal  destino  —  segnarono  la  via  alle  novelle  generazioni  italiche. 

"  Non  è  compito  nostro  specificare  cronologicamente  le  varie 
specie  di  quel  caleidoscopio  sfilante  in  invasione  armata  per  le 
porte  d' Italia.  Solo  ci  sembra  doveroso  registrare  quelle  la  cui 
azione,  direttamente  o  no,  s'andò  sviluppando  in  attinenza 
-alla  nostra  plaga. 


54 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


E  COSÌ  —  preceduti  dal  terrore,  accompagnati  dall' esterminio, 
seguiti  dalla  desolazione  —  ecco  passare  i  visigoti  di  Alarico 
(402),  e  tosto  li  seguono  le  feroci  squadre  dei  borgundi ,  degli 
svevi,  dei  vandali,  venute  dal  gelido  Baltico  ad  unirsi,  sotto  la 
spada  del  fiero  Radegiso,  ai  sanguinari  alani,  rivieraschi  del  mar 
Caspio  (405).  Costoro  sono  affrontati  dalle  schiere  d' Onorio 
imperatore,  comandate  da  Stilicone;  il  quale  —  raccontano  i 
novellisti  —  già  accampato  nei  pressi  dell'Adda  (406),  avrebbe 
dato  niente  meno  che  il  proprio  nome  vandalico  a  Castione: 
Castrum  Stiliconis  ^.  , 

Ripassa  come  terribile  uragano  Alarico  ;  poi  —  col  cuore  gonfio 
di  un  odio  angoscioso  ed  atroce  —  Attila  (452)  già  vinto  nella 
Gallia  Transalpina  da  Ezio  romano. 

Attila  è  tuttavia  circonfuso  dal  mito.  Lo  si  rivede  ancora  sul 
possente  cavallo  sotto  al  cui  piede  si  faceva  il  deserto  ;  oli- 
vigno,  membruto,  col  bialato  cimiero,  primo  all'  assalto  feroce,  al- 
l'incendio distruttore,  precinto  dagli  unni,  che  non  lasciavano  dietro 
sè  persona  viva.  Colle  altre  città,  egli  distrugge  Cremona,  Brescia 
e  Bergamo;  varcata  l'Adda,  diserta  Como,  Milano,  Lodi  e  Pavia; 
trapassato  il  Po,  pone  a  ferro  ed  a  fuoco  Piacenza,  Parma  e 
Reggio,  fino  a  che,  presso  Peschiera,  incontrato  da  papa  Leone 
Magno,  repentinamente  indietreggia. 

Egli  è  certo,  pertanto,  che  al  ritorno  di  Attila  in  Pannonia 
si  sarà  allietato  l'animo  de'  nostri  remoti,  dopo  aver  diviso  le 
sciagure  ed  i  lutti  delle  invasioni  barbariche.  Le  piccole  prospe- 
rità scomparivano  dai  latifondi;  gli  uomini  come  il  terreno  ri- 
facevansi  selvaggi;  arsi  borghi  e  casali;  la  campagna  fatta  vasto 
stagno  o  sabbia  infeconda,  ed  era  incessante  il  pericolo  della  vita. 

Dopo  il  «  flagello  di  Dio  »  qui  passarono  gli  uni  sugli  altri 
ammonticchiandosi,  i  vandali  di  Genserico  (455),  gli  alani  con 
Beorgor  (464)  e  con  Odoacre  gli  eruli  (476),  che  posero  fine 
all'  impero  d'  occidente. 

Si  dice  che  appunto  Odoacre,  passato  il  Lambro,  desse  bat- 
taglia a'  piè  del  colle  di  San  Colombano  ad  Oreste,  padre  di 
Romolo  Augustolo  imperatore. 

Da  prima  Oreste  volle  rifiutare  il  combattimento  ;  ma  —  scorti 
i  suoi   eterogenei  armati  disertare  al  nemico  —  fuggì  giovato* 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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delle  tenebre  verso  Pavia.  Gli  eruli  con  un  colpo  di  mano  si 
impossessarono  il  dì  vegnente  del  vallo  abbandonato ,  e  ne  me- 
naron  così  aspro  governo  che  —  secondo  il  Thierry,  confortato 
da  storici  italiani  da  lui  accennati  —  gli  venne  e  gli  resta  tuttavia 
il  nome  di  Campo  Ruinato  (Campo  Rinaldo)  ^. 

Il  goto  Teodorico  —  anch' egli  invasore  d'Italia  (493)  —  lasciò 
da  principio  il  segno  cruento  della  sua  violenza,  distruggendo 
anche  Villafranca  (presso  il  Corno),  alla  quale  già  superiormente 
accennammo.  Ma  poi ,  quasi  per  riparare  alle  vecchie  ingiurie , 
il  goto  diè  mano  a  rialzare  alquanto  il  paese  nostro  ;  e  siccome 
Lodi  era  stata  devastata  dai  borgundi,  così  il  vincitore  di 
Odoacre,  fece  risorgere  dalle  mine  degli  eruli  l'oppido,  fabbri- 
candovi un  grandioso  palazzo ,  ed  alzando  a  Salerano  una  torre 
ben  munita  ^. 

Non  ci  toccano  il  seguito  della  conquista  gota,  nè  le  varie  vi- 
cende della  guerra  ventenne  coi  greci.  Il  franco  Teodato  e 
Belisario  (539),  i  greci  e  Narsete  (552)  sono  figure  che  passano 
mettendo  capo  alle  successive  invasioni  dei  franchi ,  ed  al  do- 
minio dei  greci  costituiti  nell'esarcato  di  Ravenna  (554). 

Per  altro,  t  mestieri  osservare  che  i  successori  di  Teodorico 
non  lo  imitarono  nell'  opera  civile  cui  s' era  dedicato.  Le  leggi 
dei  re  goti  Vitige,  Totila,  Teia,  furono  oppressive,  le  publiche 
e  private  fortune  andarono  malamente  disperse,  e  per  quanto  la 
bassa  Grecia  d'  oriente  —  meno  qualche  lampo  fugace  di  civiltà  — 
addensasse  le  tenebre  sull'  Italia  da  essa  padroneggiata ,  l' esar- 
cato e  le  sue  influenze  apparvero  ancora  un  beneficio,  special- 
mente dopo  che  Narsete  riordinò  il  paese  a  sistema  militare, 
e  dopo  che  Giustiniano,  colla  prammatica  sanzione  e  col  corpo 
delle  sue  leggi,  riaccese  la  fiamma  del  vecchio  giure  di  Roma. 

I  longobardi  —  che  le  cupe  fantasie  settentrionali  fecero  stac- 
care dalla  patria  scandinava  col  favore  di  una  bella  valchiria  — 
esercitarono  fra  noi  una  signoria  bisecolare;  e  così  quella 
gente  nella  nostra  s'  incorporò ,  da  mutare  persino  l' antica 
nomenclatura  della  regione ,  che  da  Gallia  Cisalpina  diventò 
Lombardia. 

E  non  fu  solo  conquista  d' armi  ;  perocché  qui  i  nuovi  pa- 
droni colla  loro  arte,  purificando  lo  stile  gotico,  diedero  il  loro 


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CODOGNO   E  IL  SUO  TERRITORIO 


nome  ad  un'  architettura  novella  ;  qui  il  diritto  publico  cesse  al 
consuetudinario,  della  cui  indole  dura  tuttora  il  conflitto  fra  le 
disparate  opinioni ,  ma  che  pur  sopravvisse  in  parecchi  istituti 
nella  vita  moderna  dell'  individuo ,  della  famiglia ,  della  società  ; 
qui,  infine,  dopo  migliaia  d'anni,  la  filologia  comparata  dei  dia- 
letti d' Italia,  rafiìnandosi  sempre  più,  meglio  raccoglie  ed  espone 
gli  imponenti  detriti  del  vecchio  idioma  venutoci  sulla  bocca 
irsuta  degli  uomini  che  o  squassavano  la  «  lunga  alabarda  »  o 
facevan  pompa  della  «  lunga  barba  »  suU'  ampio  petto ,  mentre 
tagliavano  i  capelli  alla  nuca  e  spartivano  alle  tempia  quelli 
lasciati  crescere  liberamente  sul  cocuzzolo. 

Tacito  *  ricorda  i  longobardi  con  onorifico  cenno  ,  e  da  quel- 
r  antico  scrittore  ai  moderni  ricercatori  di  verità  storiche  è  una 
ininterrotta  illustrazione  di  quel  popolo  rude  ed  indomito,  il  cui 
movimento  espansivo  procedette  rapidamente  verso  di  noi. 

Scesero  essi  in  Italia  per  le  alpi  Giulie,  colle  donne,  coi  fan- 
ciulli ,  colle  milizie  dei  gepidi  vinti ,  colle  spoglie  dei  popoli  da 
essi  disfatti ,  qui  invitati  da  Narsete ,  ministri  di  sue  vendette 
contro  Giustino  imperatore  greco ,  che  lo  aveva  spodestato  per 
sospetto  di  perduellione  (569).  Alboino,  loro  re,  fa  proprio  il 
Friuli,  prende  quasi  tutte  le  città  della  Venezia,  Milano,  la  Li- 
guria, ed  ^assedia  Pavia,  che  finisce  per  arrendersi  e  diviene  la 
sede  del  regno  longobardo ,  essendo  Milano  ancor  fumigante 
di  rovine. 

Succede  ad  Alboino  il  crudele  Clefi  (572);  poi  il  trono  resta 
vacante  un  decennio,  mentre,  invece  della  potestà  reale,  fungono 
trentasei  duchi,  il  cui  governo  lascia  pessime  memorie.  Raccoglie 
la  paterna  eredità  il  giovane  Autari ,  già  escluso  dalla  corona 
del  padre  Clefi  perchè  immaturo  d'anni  (584).  Autari  un  lustro 
dopo  va  primo  marito  alla  figlia  del  bavaro  Garibaldo,  la  pia 
Teodolinda,  eccitatrice  nei  proprii  subbietti  della  fede  cattolica,  e 
gloriosa  fondatrice  di  artistiche  chiese  e  di  mirabili  opere  di  carità. 

Dell'epoca  longobardica  appunto,  voglionsi  sorti  templi  e 
claustri  nella  nostra  regione,  e  forse  apparterrebbero  a  questo 
numero  la  chiesa  di  S.  Pietro  in  Pirolo  di  Gera,  demolita  nel 
XVIII  secolo  per  lasciar  posto  a  nuove  fortificazioni  ;  quella  tra 
Fombio  e  San  Fiorano  (presso  la  Battaina)  forse  fondata  da 
Luitprando  (725);  ed  un'altra  presso  Castione. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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58 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Due  genti  si  trovarono,  pertanto,  di  fronte:  i  longobardi  in- 
vasori armati,  i  quali  s'erano  ripartito  il  territorio ,  e  i  nativi^ 
abbandonati  all'  arbitrio  dei  nuovi  signori ,  agricoltori  e  servi 
della  gleba  ;  poiché  eran  toccati  ai  soldati  longobardi  insieme  ai 
campi  i  buoi  e  gli  uomini  coltivatori,  sottomessi  alla  sorte  del- 
l' api  virgiliane,  costrette  a  mellificare  non  per  sè. 

Anche  nelle  città  un  terzo  del  lucro  fatto  da  chi  esercitava 
le  arti  e  la  mercatura  apparteneva ,  giuridico  censo ,  al  longo- 
bardo ;  era  un  carico  dei  cittadini  detti  censuali ,  dipendenti 
—  per  conto  del  re  o  del  duca  o  dei  loro  delegati  —  dal  ga- 
staldo,  rapace  stromento  di  perenne  mungitura.  Ma  non  risulta 
che  sotto  r  artiglio  dei  padroni  novelli  cadessero  tutti  indistin- 
tamente gli  ordini ,  i  possessi  e  i  diritti  conquistati  :  possessori 
liberi  sembra  fossero  stati  proclamati  i  signori,  il  clero,  i  militi, 
i  dotti,  gli  scribi,  i  livellari;  di  guisa  che  propriamente  schiavi 
sarebbero  stati  soltanto  coloro  che  erano  già  terziatori  o  coloni 
al  tempo  del  caduto  impero. 

Paolo,  diacono  di  Aquileia  —  nella  cui  opera  più  che  in  altre 
riluce  qualche  tratto  di  vera  storia,  per  quanto  sembri  fimbriata 
da  tratti  romantici  —  afferma  che  i  longobardi  fecero  propri 
parte  di  fondi  spettanti  a  chiese  ed  a  curie,  estese  plaghe  di 
terre  incolte  e  boschive,  predi  e  case  già  di  romani  o  uccisi  o 
banditi.  E  insomma  a  credersi  che  durante  la  dominazione  lon- 
gobarda, e  specialmente  nel  suo  primo  periodo,  l'elemento  ro- 
mano —  meno  forse  in  alcuni  centri  cittadini  di  raggruppamento 
e  di  resistenza  —  fu  veramente  quella 

D'  un  volgo  disperso  che  nome  non  ha , 

non  conservando  esso  carattere  giuridico  proprio;  e  che  la  signorìa 
terriera  instauratasi  novellamente  fu  lo  stahù  quo  corollario  della 
violenza,  piuttosto  che  un'  espressione  del  diritto. 

Difi&cile  è,  ai  giorni  nostri,  stabilire  qual  fosse  la  vera  natura 
della  proprietà  fondiaria  dei  longobardi  fra  noi  ;  subbietto  questo 
da  tenersi  in  gran  conto ,  non  potendosi  dubitare  che  l' agro 
nostro,  fra  tutti  gli  altri  contermini,  sia  stato  il  precipuo  ad 
assorbire  la  fisionomia  longobarda. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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Importa .  intanto  osservare  che ,  se  la  proprietà  del  suolo  ori- 
ginò da  una  comunanza  primitiva  —  che  oggi  assumerebbe  il 
nome  battagliero  di  collettivismo  —  divenne  ben  presto  privata. 
Ai  servi  trovati  sulla  terra  di  conquista  i  longobardi  aggiunsero 
quelli  che  essi  avevan  condotto  seco  dalle  germaniche  fini  ;  per 
ragioni  di  milizia  li  manomettevano  armandoli,  e  così  i  servi 
stessi  finirono  in  quella  categoria  di  mezzo  fra  servi  e  liberi 
—  o  aldi  o  semiliberi  —  che  formavano  una  specie  di  coloni. 

Sullo  scorcio  di  quel  regno,  però,  nel  paese  nostro  si  distin- 
guevano tre  ordini  di  lavoratori  campestri  :  i  servi ,  gli  aldi  e  i 
liberi.  Ma  —  venendo  meno  la  potenza  legislativa  —  lo  spirito 
giuridico  possessorio  andò  vieppiù  confondendosi  e  indebolen— 
dosi  :  possessori  romani ,  longobardi  e ,  più  tardi ,  franchi  si  di- 
visero il  suolo ,  vivendo  ciascuno  secondo  la  propria  legge 
nazionale.  Nell'urto  delle  usurpazioni  violente  la  piccola  pro- 
prietà sparve,  ingrossarono  le  file  dei  liberi  coltivatori,  dei 
livellari  e  dei  commendati  su  vaste  terre  altrui  ;  e  lo  stato  del 
vassallaggio ,  embrionale  presso  i  longobardi ,  apparecchiò  colle 
immunità  e  coi  benefici  di  fondazione  franca  l' oppressivo  si- 
stema feudale. 

Servi,  aldi,  livellari,  eran  tutti  promiscuamente  manenti,  deri- 
vazione latina  che  ne  spiega  la  natura,  e  dei  quali,  come  istituto, 
rimane  tuttavia  traccia  nelle  campagne  trentine.  I  servi  comprati, 
venduti,  donati,  permutati,  locati,  a  seconda  del  contratto  fon- 
diario, ma  dal  fondo  indivisibili  ;  si  concedeva  il  maritaggio  del 
,  servo  colla  aldia  e  colla  liberta  e  viceversa;  si  determinava  la 
compensazione  in  denaro  pei  delitti  di  sangue  fra  servi;  la  su- 
prema proprietà  era  sottoposta  per  secoli  al  principio  autoritario, 
del  quale  personificazione  il  re,  con  dritto  a  decime  e  con  fa- 
coltà di  donazione;  il  signore,  ottenesse  il  feudo  in  proprietà 
privata  o  invece  allodiale ,  separavalo  in  due  enti ,  l' uno  col- 
tivato ad  economia  e  detto  corte,  l'altro  spezzato  in  quote, 
affidato  ad  agricoltori  servi,  liberi  o  aldi,  e  detto  o  sorte  o  manso 
o  casa  tributaria. 

La  coltivazione  della  vigna  estesa  assai  prima  del  looo;  anche 
allora  deposte  le  ceppale  nelle  fosse;  raramente  citato  nei  do- 
cumenti sincroni  il  frumento;  copiosi  i  grani  inferiori,  il  lino, 
le  fave,  la  veccia,  le  cipolle,  le  rape;  molte  le  boscaglie;  i  pioppi 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


alberi  di  confine  ;  oliveti  presso  i  laghi  ;  conosciuta  ed  estesa 
la  coltura  dei  gallinacei,  dei  colombi,  delle  api. 

Può,  dunque,  sussistere  —  nella  oscurità  universa  d'  altre  notizie 
regionali  —  il  confronto  delle  relazioni  coloniche  odierne  con 
quelle  di  quei  di,  fatte  solo  due  differenze:  la  prima  che  il 
padrone  quasi  sempre  disinteressavasi  della  cura  personale  al 
proprio  feudo ,  come  per  eccezione  avviene  anche  oggidì  nei 
latifondisti  siciliani  ;  la  seconda  che  al  capo  della  corte  rustica 
si  appartenevano  già  parecchi  di  quegli  inumani,  truci  privilegi 
che  alcuni  attribuiscono  alla  successiva  epoca  del  feudo. 

Più  che  reali  padroni  i  longobardi  furono  delle  terre  nostre 
insaziabili  usufruenti  ;  ma  l' agricoltura ,  rimanendo  fra  le  mani 
dei  vinti,  perdurò  nel  suo  carattere  di  esclusivamente  italica  ®. 

...  * 

L' invasione  barbarica  si  riassunse  e  continuò  vincitrice  anche 
nel  periodo  della  tenda.  Sovrapponendosi  agli  indigeni,  i  nuovi 
venuti  crearono  quello  della  capanna  ;  e  quando  la  prima  non 
ebbe  più  ragione  di  essere,  e  la  seconda  si  trovò  disarmata  nel 
tumulto  delle  comuni  violenze,  allora  —  prodotto  del  dritto  di 
difesa  nei  forti,  e  del  dritto  di  protezione  nei  deboli  —  sorse  il 
castello.  Errano,  infatti  —  secondo  Ferdinando  Gregorovius  — 
i  credenti  nell'antica  opinione  che  il  castello  sorgesse  come 
manifestazione  esclusiva  del  soldato  arricchito,  il  quale  intendeva 
a  che  non  gli  fosse  strappato  il  patrimonio  dei  privilegi  acqui- 
siti combattendo  ;  là  dove  s' avvicina  assai  più  al  vero  critico  il 
fatto  che  alla  erezione  del  castro  non  tanto  il  buon  piacere  del 
signore  presiedesse,  quanto  la  volontà  dei  subbietti  e  degli 
umili,  che  avrebbero  in  esso  trovato  il  baluardo  e  la  difesa 
contro  gli  orrori  delle  fierissime  invasioni.  Non  è  il  castello 
—  continua  il  dotto  tedesco  —  soltanto  l' emblema  del  potere 
feudale  considerato  nei  propri  vantaggi;  ma  è,  per  contrario, 
la  conseguenza  di  una  intiera  evoluzione  verso  la  mutualità  della 
difesa. 

E  che  questa  sia  verità  lo  prova  vittoriosamente  l'evento 
storico  quasi  comune,  per  cui,  contemporaneo,  attiguo  e  circo- 
scritto dalle  cortine  e  dai  fossati  delle  rocche,  s'  elevava  il  borgo. 
Però  ben  di  rado  prima  del  secolo  XI  si  rinviene  —  almeno 
nell'Italia  superiore  —  castello,  rocca  o  maniere  ai  cui  piedi  non. 


NELLA   CRONACA  E  NELLA  STORIA 


6l 


si  accovacciasse  il  borgo,  quasi  pulcino  sotto  l' ali  materne  della 
chioccia...  quando  per  avventura  non  fosse  povera  colomba  sotto 
il  rostro  del  falco  rapace.  E  si  ricorda  altresì  come  l' istituto 
del  castello  non  sia  esclusivamente  d'indole  civile  o  politica, 
perocché  in  Italia  abbondano  nei  primi  secoli  del  cristianesimo 
fondazioni  di  rocche  meramente  ecclesiastiche ,  erette  da  papi  e 
da  vescovi;  fortificate  e  per  la  natura  dei  luoghi  e  per  la  mano 
dell'uomo,  diventate  più  tardi  ermi  chiostri  con  potenze  tempo- 


II  castello  di  Codogno  da  levante,  prima  del  1872. 


rali  sterminate.  Nel  medio  evo  in  quei  monasteri,  ch'erano  pur 
fortezze,  si  ricoverava  lo  spirito  studioso  delle  civiltà  che  furono. 

Quali  e  quanti  fossero  in  quei  dì  i  castelli  della  nostra  regione 
non  è  agevole  ed  è  forse  impossibile  determinare.  Verranno  essi 
in  evidenza  nei  secoli  successivi  ai  X. 

Intanto  accenniamo  alla  credenza  di  alcuni  che  il  castello  poi 
detto  Castelnuovo  sia  sorto  per  opera  di  Childeberto  re  franco. 


62 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


contro  i  longobardi  chiamato  in  Italia  e  da  essi  rimandato  ol- 
ir'Alpe  (590).  E  quel  luogo  sarebbe  sorto  non  tanto  per  stra- 
tegia di  difesa  quanto  per  compiere  l'impresa  idraulica,  già  da 
noi  ricordata,  per  la  bonifica  del  lago  Gerupdo. 

E  —  nel  deserto  di  qualsiasi  memoria  scritta  che  si  riferisca 
a  quella  nuova  affermazione  fra  noi  di  potenti  fortilizi  —  ecco 
giganteggiare  come  un  fantasma  sopravvissuto  a  tante  consimili 
larve,  il  documento  di  pietra  qui  rinvenuto.  Parliamo  del  castello 
di  Codogno. 

Pier  Francesco  Goldaniga  narra  che  nello  abbassamento  delle 
sue  quattro  torri  (1722)  si  rinvenne  una  lapide  recante  scolpita 
la  data  723,  forse  quella  della  costruzione;  data  però  variata  da 
Pier  Maria  Campi   ,  il  quale  la  segna  a  due  anni  dopo. 

Il  castello  codognese  —  del  quale  tace ,  come  dei  congeneri 
suoi ,  la  cronaca  paesana  di  quelli  anni  remoti  —  ebbe  anche  il 
nome  di  Motta,  «vocabolo  questo  che  la  filolagia  deriva  dai  dia- 
letti tedeschi  e  che  sarebbe  in  senso  tecnico  un  rialzo  artificiale 
del  suolo  servente  di  base  ad  un'  opera  fortificata,  ed  in  traslato 
una  commissione  di  persone  con  eguali  intendimenti  politici. 

Oggi  col  nome  s'  è  smarrita  la  cosa.  Non  più  castello ,  nè 
motta,  nè  «  montagnola  »:  le  prigioni  mandamentali^.  Ecco 
la  sola  ragione  che  —  come  altrove  —  così  anche  a  Co- 
dogno giustifica  la  sopravvivenza  in  luogo  della  poderosa  me- 
moria. Secolo  per  secolo,  generazione  per  generazione,  anno  per 
anno,  strapparono  al  vetusto  edificio  il  suo  sasso  e  ne  mutarono 
i  lineamenti  :  abbassato ,  i  fossi  interrati ,  le  mura  rase ,  dimez- 
zato, sventrato,  ridotto  pigmeo  da  gigante,  esso  vive  tuttora  anche 
nei  ricordi  della  generazione  che  tramonta ,  come  chiassoso 
teatro  degli  spassi  infantili  ;  e  quelle  sue  pietre  parlano ,  quasi , 
come  un  mistico  ed  affettuoso  ammonimento  del  passato... 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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NOTE  AL  CAPO  V. 

^  Questa  voce  è  pur  riportata  dal  Palazzina,  ma  evidentemente  egli  non 
le  presta  fede.  Clemente  Flammeno,  poi,  nella  Storia  di  Castelleone  opina 
che  Castrmn  Stiliconis  sia  il  castello  di  Castione,  già  esistente  nel  contado 
del  Seprio  ed  accennato  nelle  cronache  milanesi. 

^  Alessandro  Riccardi  -  Le  località  e  territorj  di  S.  Colombano  al 
Lambito.  Altri  però  —  nota  il  Riccardi  —  senza  negare  il  fatto  del  476, 
danno  altra  etimologia  di  Campo  Rinaldo. 

^  Giacomo  Antonio  Porro  -  Storia  diocesana  di  Lodi. 

^  Caio  Cornelio  Tacito  -  Germania. 

^  Paolo  Warnefrido  -  De  gestis  langobardorum. 

^  Marco  Formentii^i  -  //  ducato  di  Mila7io.  —  Giovanni  Seregni  -  La 
popolazione  agricola  della  Lombardia  neW  età  barbarica. 

'  Pier  Maria  Campi  -  Storia  ecclesiastica  di  Piacenza. 

®  La  demolizione  del  castello  di  Codogno  fu  definitivamente  deliberata 
dal  consiglio  del  comune  nel  1872,  e  la  funestò  l'interramento  d'uno  dei 
lavoratori,  sotto  la  ruina  d' una  muraglia  ceduta  al  sottoscavo.  A  cinque 
metri  dal  suolo  normale,  nella  terra  sabbiosa  e  asciutta  del  terrapieno,  si 
rinvennero  gli  avanzi  d'uno  scheletro  umano  maschile  di  breve  statura,  e 
poco  lungi  una  moneta  dell'epoca  neroniana  in  bronzo  (dicembre  1873). 


CAPO  VI. 


Temporalità  nostrali  alla  chiesa  —  I  franchi  —  Rassodamento  del  feudo 

—  II  beneficio  ecclesiastico  —  La  chiesa  ed  il  convento  di  S.  Stefano 

—  Fondazioni,  donazioni  e  benefici  —  Sciagure  publiche. 


zione  che  di  tanto  «  mal  fu  matre  »  (759),  la  chiesa  ne  aveva 
già  ricevute,  e  copiosissime,  dai  greci  e  dai  longobardi. 

Nè  altrimenti  poteva  accadere  in  quel  tempo ,  signoreggiato 
da  uno  spirito  di  devozione  esagerata,  di  cieca  pietà,  di  super- 
stizione eccessiva  ;  e  ci  occorre  rammentare  un  fatto  del  genere, 
accennando  alle  donazioni  fatte  alle  chiese  da  Luitprando  Flavio, 
il  cui  regno  più  che  trentenne  fu,  del  resto,  chiaro  per  sensi  di 
civiltà  e  di  umanità. 

Per  lui  ampliavasi  in  Pavia  —  se  non  forse ,  come  alcuno  as- 
serisce, sorgeva  —  il  magnifico  claustro  di  S.  Pietro  in  Ciel 
d'oro  (723),  con  alti  intendimenti  artistici  di  recente  ridonata 
ai  suoi  fasti.  A  quel  sacrato  asilo  il  re  longobardo  diede  terre 
e  ville  del  basso  Lodigiano,  tra  cui  Fombio  (725);  assegno  che 
fu   poi   confermato   da   Ottone  I  (962);  da  Corrado  (1027),  il 


AL  secolo  V  al  X  ed  oltre  la  missione  della  chiesa 
si  rafforzò  mirificamente ■  per  l'aumento  costante  e 
quasi  universale  delle  temporalità  ;  e  prima  ancora 
che  la  storia  del  mondo  registrasse  la  famosa  dona- 


OODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


65 


quale  pure  concesse  altri  privilegi  ai  monaci  (1033),  e  da  papa 
Pasquale  II  (1105).  Anselmo,  abate  di  S.  Pietro,  rinunciò  a 
Lanfranco,  vescovo  di  Lodi,  parte  del  lago  o  canneto  della  corte 
di  Fombio  (11 5  2).  Ma  la  serie  delle  conferme  dell'assegno  primitivo 
non  fu  interrotta,  poiché  ne  diedero  i  papi  Anastasio  IV  (11 54) , 
Alessandro  III  (1173)  e  Innocenzo  III  (1202),  fino  all'epoca 
nella  quale  le  terre  di  Fombio  fruttificarono  per  altri. 

Altra  donazione  perspicua  fece  Desiderio  al  dovizioso,  poten- 
tissimo monastero  di  S.  Giulia  in  Brescia,  prima  di  muover 
nemico  sul  territorio  ritenuto  della  chiesa  (758):  quella  del  porto 
sul  Po  fronteggiante  Piacenza.  Questa  donazione  dello  sventurato 
re  longobardo  cagionò  infinite  scissure,  armeggiamenti  e  intrighi, 
nei  quali  ebbero  parte,  oltre  le  benedettine  bresciane,  i  piacen- 
tini accampanti  diritti  ;  ed  intervennero  in  causa ,  nei  cinque 
secoli  successivi,  e  vescovi  e  potestà  e  re  e  imperatori  e  papi. 

Ma  la  chiesa  ebbe  dai  franchi  tutto  quanto  potè  appetire.  La 
missione  di  quel  popolo,  avventuroso  ma  credulo  e  incolto,  è 
tutta  compresa  nell'  epifonema  pontificio  : 

—  Gesta  Dei  per  francos. 

Malcontenti  i  papi  dei  longobardi ,  e  bramosi  di  più  fedeli 
stromenti  del  loro  volere,  chiamarono  al  di  qua  dell'Alpi  i 
franchi,  e  questi  apparvero  sui  sommi  gioghi  (754),  con  alla 
testa  il  sire  chiomato  che  i  destini  serbavano  ad  arrestare  il 
corso  del  libero  genio  italico. 

Come  vennero ,  come  vinsero ,  come  del  loro  trionfo  fecero 
strato  al  piè  dei  pontefici,  non  è  qui  il  caso  di  esporre.  Roma 
papale  toccò  colla  spada  di  Carlo  Magno  i  vertici  della  grandezza 
terrena  ;  ed  a  lui  —  che  saliva  non  nel  nome  del  diritto  ma  in 
quello  della  forza  —  essa  ofii'ì  ed  impose  il  serto  nel  nome  di 
Dio ,  incarnando  nel  distruggitore  dei  longobardi  quel  «  sacro 
romano  imperio  »  che  fu  il  millenario  -vàvaio  di  tutti  i  regnanti 
«  per  la  grazia  divina  ».  Il  crisma  sulla  fronte,  il  globo  sulla 
corona,  e  la  croce  sul  globo,  Carlo  Magno  —  proclamato  impera- 
tore in  Roma  nel  dì  di  Natale  (800),  fra  le  urne  dei  Cesari  ed  il 
Tabor  del  cattolicismo  —  diede  persona  a  tutta  un'epoca,  susci- 
tando tuttavia  amori  indomati  ed  odii  inestinguibili.  Egli,  inve- 
stito e  consacrato  dal  capo  visibile  della  chiesa,  apparve  ministro 
\  Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  /.  5 


66 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


della  suprema  potenza  ;  T  autorità  gli  discendeva  dal  cielo  e 
diventava  così  il  capo  politico  dell'umanità,  mentre  per  lui  e 
per  sua  delegazione  nel  pontefice  massimo  si  stringevano  la  po- 
testà religiosa  e  la  civile. 

Da  tutto  questo  la  legittima  conseguenza  che  il  concetto  am- 
ministrativo di  Carlo  non  dovesse  poggiare  che  sopra  il  clero  e 
sopra  i  nobili.  Indi  l'onnipotenza  dei  vescovi,  diventati  altissimi 
uficiali  politici  fronteggianti  i  conti,  con  giurisdizione  e  tribunali 
propri  anche  civili;  indi  i  nobili,  cui  Carlo  più  specialmente 
commise  la  costituzione  e  l'esercizio  del  feudo. 

Abbiamo  accertato  che  la  figura  feudale  preesisteva  alla  si- 
gnoria franca;  ma  Carlo  Magno  —  pur  rispettando  parte  del 
precedente  organismo  amministrativo  —  impernò  sopra  di  esso 
il  proprio.  Sculdasci,  arimanni,  decani  ^  —  detriti  del  mondo  po- 
litico longobardo  —  mano  mano  scomparivano  ;  e ,  se  vollero 
continuare  nei  proprii  diritti ,  dovettero  riconoscerli  ex  novo  dal 
volere  dell'  imperatore.  I  longobardi ,  infatti ,  che  possedevano 
terre  in  nome  e  per  conto  del  re,  ne  fecero  omaggio  al  re  franco, 
ad  esso  per  gli  antichi  servizi  riobbligandosi  ;  e  fu  così  che  i 
duchi  fecero  luogo  —  con  eguale  autorità  ma  egemonia  ridotta  — 
ai  conti,  dei  quali  re  Carlo  determinò  il  titolo  di  marchesi,  se 
posti,  come  i  più  importanti,  in  territorio  di  confine  o  marca. 

Nè  per  questo  il  popolo  ebbe  miglior  sorte;  chè  anzi  la  sua 
ricorda  la  condizione  dell'  inferjno  dantesco,  il  quale,  volgen- 
dosi e  rivolgendosi  nel  triste  letto ,  tenta  far  schermo  alla  sua 
doglia.  Perdurava  nei  subbietti  l' angoscia  dello  stato  servile , 
per  quanto  perdurasse  l'arbitrio  militare,  da  cui  la  piccola  pos- 
sidenza poteva  sfuggire  in  un  unico  modo  :  offrendo  sè  e  le  cose 
sue  ai  vescovi  ed  alle  chiese,  in  guisa  che  l'arbitrio  soldatesco 
veniva  meno,  s'acquistava  la  garanzia  di  qualche  forma  legale 
nella  sudditanza,  e  sorgevano  politiche  adunanze  nelle  quali  era 
concesso  recare  le  proprie  ragioni  per  farle  non  di  rado  valere. 
Ciò  che  alla  chiesa  non  apparteneva,  nè  direttamente  nè  indi- 
rettamente, dipendeva  dal  contado,  e  contadini  furon  detti  quanti 
dal  conte  subivano  la  giurisdizione  civile.  • 

Re  Carlo  stabilì  del  territorio  un  compartito  fra  grossi  feuda- 
tari genericamente  detti  altresì  vassalli  o  capitanei;  a  loro  il 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


67 


mero  e  misto  imperio;  da  loro  tributo  al  re;  di  questo  soldati 
<iuraate  lo  stato  di  guerra  ;  per.  tutto  il  resto  altrettanti  regnanti. 
A  volta  loro ,  i  grandi  investiti  suddividevano  il  paese  loro  fra 
minori  vassalli  o  valvassori ,  tenuti  verso  i  loro  signori  agli 
obblighi  stessi  che  i  signori  verso  il  re. 

Sminuzzato  il  territorio  in  questa  guisa  ,  nacquero  fra  tutti  i 
grandi  e  piccoli  investiti  della  sovranità  effettiva  invidie,  gare, 
dissidi;  ciascun  d'essi  tentando  primeggiare,  si  studiava  d'at- 
trarre e  aumentare  la  popolazione  nei  propri  domini,  sicché 
-questi  ritraevano  fin  d'allora  la  figura  moderna  di  quei  minu- 
-scoli  principi  tedeschi  dei  quali  Vittor  Hugo  dice  che  la  siepe 
dell'  orto  è  insieme  la  frontiera  dello  stato.  Cesare  Cantù  so- 
stiene che  a  migliorare  i  rapporti  fra  vicino  e  vicino  intervenne 
provvidamente  l'azione  temperata  e  pia  dell'alto  clero.  Ma  l'e- 
conomia generale  della  storia  non  pare  sempre  consona  alle  idee 
del  sapiente  di  Brivio,  ed  anche  scrittori  non  sospetti  di  etero- 
dossia affermano  che  in  quei  tempi  ciechi  la  plebe  era  costretta 
nel  triplo  e  tormentoso  anello  costituito  dall'autorità  regia,  dal 
feudo  nobile  e  dal  beneficio  ecclesiastico.  Valga ,  tra  gli  altri , 
l'esempio,  riportato  dal  conte  Giulini  ^ ,  degli  uomini  di  Limonta, 
-che  —  mostrando  le  chiome  tagliate,  indizio  di  servitù,  e  lacri- 
mando —  si  presentarono  supplici  all'arcivescovo  milanese,  la- 
mentando in  suo  cospetto  i  barbari  soprusi  cui  erano  sottoposti 
dall'  abate  di  S.  Ambrogio,  loro  beneficiario  (905). 

I  diritti  emergenti  dalle  investiture  della  chiesa  ebbero  indole 
precisa  alle  feudali  ;  e  chi  alla  chiesa  più  particolarmente  si 
univa,  colui  appunto  «  beneficiava  »  delle  concessioni  pontificie. 
Così  ai  fondatori  di  templi  e  di  cappelle  Roma  dava  sotto  il 
titolo  di  giuspatronato  la  giurisdizione  attiva  trasmissibile,  a 
norma  dell'  investitura,  agli  eredi  legittimi  ;  ma  questi  mancando, 
tornava  il  diritto  alla  chiesa. 

Ciò  non  pertanto,  avveniva  che  rapidamente  sviluppavasi  l' isti- 
tuto del  beneficio  di  fronte  a  quello  del  feudo  ;  e  questo  era 
sopravanzato  da  quello  ;  fenomeno  dipendente  dal  fatto  che , 
mentre  e  principi  e  marchesi  e  conti  e  baroni  continuavano 
nelle  lotte  perenni  fra  sè,  con  assidua  oppressione  dei  subbietti, 
le  corti  ecclesiastiche,  per  contrario,  sembra  si  mostrassero  più 


68 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


miti  e  remissive.  Quello,  però,  che  v'ha  di  certo  si  è  che  irr 
tempo  di  guerra  eran  meno  infelici  le  sorti  dei  dipendenti  dal 
beneficio  in  confronto  di  quelle  dei  dipendenti  dal  nobile  feudo. 
E  vero  che  i  beneficiati  dovevan  reggere  la  staffa  al  vescovo^ 
ma  è  vero  altresì  che  il  vescovo  loro  mantenne  fino  agli  ultimi 
tempi  la  protezione  del  romano  diritto. 

Dalla  potentissima  rinnovazione  politica  e  territoriale  della  chiesa 
ebbe  origine  il  moltiplicarsi  dei  benefici  ;  moltissimi  investiti  in 
persone  del  clero  secolare  ;  parecchi  in  vassalli ,  quasi  negli  ob- 
blighi equiparati  ai  loro  colleghi  del  feudo  civile;  e  non  pochi 
delegati  a  comunità  monastiche,  cioè  a  dire  al  clero  regolare 
degli  ordini  in  voga  già  a  quei  dì,  sotto  lo  spirito  e  la  dottrina 
fondamentale  di  san  Benedetto  e  di  sant'Agostino.  E  siccome 
quello  che  preponderava  nel  settentrione  d' Italia  fu  appunto  il 
monachismo  occidentale  del  santo  di  Norcia,  è  così  spiegabile 
il  perchè  rigogliosamente  esso  attechisse  anche  nella  regione 
nostra,  e  vi  fosse  contrassegnato  ed  arricchito  da  fondazioni,, 
donazioni,  legati,  benefici  in  genere,  radicati  o  nella  iniziativa 
della  chiesa  o  nella  concessione  fatta  dagli  imperatori. 

E  una  lunghissima  serie  di  tali  atti  che,  partendo  dal  tempo 
dei  re  franchi  (825  circa),  discendono  fino  alla  fine  dell'evo 
medio  ;  e  di  questa  imponente  e  non  interrotta  successione  ci 
sovrabbondano  tuttavia  parecchi  fra  i  documenti  più  conclusivi  ; 
così  che  si  può  dire  che  la  storia  di  quest'  epoca  si  confonda,  tra 
noi,  con  quella  delle  fondazioni  religiose  e  civili,  e  specialmente 
delle  prime. 

Antichissimo  fra  tutti  i  benefici  di  concessione  franca  è  quello 
pel  quale  l' imperatore  Lodovico  II  conferma  e  concede  alcune 
decime  e  franchigie  alla  chiesa  di  S.  Stefano  protomartire  nel 
luogo  di  Ripa  Alta  presso  Corno  Vecchio  (19  gennaio  852), 
già  da  lui  eretta. 

Deve  essere,  quindi,  un  errore  quello  del  padre  Matteo  Man- 
fredi ^  che  racconta  sorta  la  chiesa  di  Ripa  Alta  soltanto  nel— 
r  856  ;  poiché  già  nel  documento  riguardante  la  conferma  sopra 
<:itata  appare   che   un  Gariprando  —  come  afferma  Cristoforo» 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


69 


Poggiali  —  o  un  Garimondo  fosse  già  nell'  852  prete  della 
chiesa  di  S.  Stefano  ;  e  il  diploma  continua  menzionando  il  dritto 
<ii  decima  e  di  metà  del  porto  sul  Po,  rimpetto  a  Piacenza, 
detto  Portadurium,  pertinendo  1'  altra  metà  alla  piacentina  abazia 
di  S.  Sisto.  Si  osservi  che  quel  porto  dava  diritto  al  pedaggio 
del  transito  ed  al  dazio  delle  merci  in  trasporto. 

Secondo  il  rettore  Francesco  Bergamaschi,  fu  breve  la  fortuna 
della  chiesa  di  Ripa  Alta,  poiché  il  Po,  corrodendo  terreno  torno 
a  torno,  la  distrusse  (885).  Se  non  che,  qualche  anno  dopo, 
avendosi  il  Po  aperto  un  nuovo  letto  vicino  a  Piacenza,  per  la 
mutata  direzione  lasciò  la  plaga  di  Ripa  Alta,  fatta  boscosa  pa- 
lude. Tosto  gli  abitanti  riaffermarono  la  loro  riconquista  sul 
fiume,  e  mano  mano  riposero  a  coltivo  le  circostanze  del  luogo. 

In  questa  guisa,  bonificate  le  condizioni  del  clima  e  del  suolo, 
si  rese  possibile  ad  una  pia  dama,  Anselda  contessa  di  Ghisalba, 
e  ai  suoi  tre  figli  Lanfranco,  Arduino  e  Magnifredo,  di  con- 
durre a  termine  un  loro  divisamento.  Su  consiglio  di  Nocherio 
tedesco,  vescovo  di  Lodi,  fondavano  l'abazia  del  Corno  (1009), 
dove  introdussero  i  monaci  di  san  Benedetto ,  e  la  dotarono 
del  castello  che  fu  mutato  in  chiostro,  della  loro  villa  adiacente 
e  di  molti  altri  beni. 

All'epoca  di  questa  fondazione  la  chiesa  di  S.  Stefano,  perle 
continue  avarie  del  Po,  non  sorgeva  più  nel  luogo  primitivo; 
ma  era  stata  ricostruita  molto  più  lontano  da  Ripa  Alta,  e  così 
assai  più  prossima  al  sito  dov'è  tuttora.  Inoltre,  per  secoli  i 
vescovi  piacentini  vantavano  dritti  possessori  sull'agro  nostro: 
Everaldo,  antistite  di  Piacenza,  ha  per  diploma  di  Lamberto, 
figliuolo  a  Guido,  confermati  molti  beni,  fra  cui  cinquecentottan- 
totto  pertiche  di  buon  terreno  in  corte  di  Corno  Vecchio,  nel 
luogo  di  Roncarolo  diocesano  laudense,  e  settecentoventisei  a 
Mezzana,  allora  detta  Branum  Padi  (895).  E  Sigifrido,  altro 
vescovo  di  Piacenza,  accampava  per  procura  ragioni  e  diritti  su 
Ripa  Alta  ;  tanto  è  vero  che  egli,  in  nome  della  pieve  di  S.  Mar- 
tino di  Palazzo  Pignano  cremasco,  concedeva  il  livello  ad  Aute- 
cherio,  figlio  del  giudice  Ariolfo,  ed  a  Guidone  notaro,  figlio  di 
Ramberto,  la  facoltà  di  decima  su  parecchi  luoghi  di  quella 
pieve,  posti  sul  Po  «  nel  luogo  e  feudo  di  Ripa  Alta  »  ,  dietro 
il  censo  annuo  di  soldi  sei  milanesi  d'argento  (8  giugno  1015). 


70 


CODOGNO  E  IL  SUO  TÉRRITORIÒ 


Florida  esistenza  ebbe  il  convento  di  S.  Stefano;  poiché  papa. 
Pasquale  II,  passando  da  Piacenza  (15  novembre  1106),  riceveva 
l'abazia  sotto  la  protezione  della  sedè  apostolica,  ne  ricordava 
e  ne  confermava  a  Guidone  abate  la  fondazione  e  la  dote 
assegnatale  da  Anselda  e  da'  suoi  figli.  E  nel  procedere  dello 
stesso  secolo  il  convento  salì  ancora  in  decoro  e  in  fama 
tra  i  più  illustri  di  '  Lombardia.  Alberico  II ,  ordinario  lodi- 
giano  ,  investiva  l' abate  Ribaldo  di  tutte  le  decime  che  a 
favore  delle  sua  mensa  si  esigevano  prima  dal  Lambrello  al 
Corno  fino  al  Po  (12  settembre  11 82);  ed  alla  liberalità  del- 
l' ordinario  corrispondeva  un  compenso  soltanto  simbolico  :  tre 
moggia  e  quattro  stala  di  siligine  e  di  miglio.  L' abate  olivetano 
di  S.  Sepolcro  in  Piacenza  cedeva  ai  monaci  di  S.  Stefano  tre 
chiese,  una  in  Piacenza  e  due  in  Cremona  (1192);  ed  era  cessione 
fatta  da  ordine  ad  ordine  medesimo  *  ;  ond'  è  che  S.  Sepolcro 
piacentino  dipendeva  colla  sua  comunità  dai  benedettini  di  S.  Ste— 
fano,  i  quali,  a  lor  volta,  prestavano  ogni  anno  l' omaggio  di  due 
libre  di  incenso,  suU' aitar  maggiore  della  loro  chiesa  cispadana. 

Nè  è  a  credersi  che  i  religiosi  di  S.  Stefano  godessero  paci- 
ficamente di  così  florida  condizione  :  non  mancarono  loro  pa- 
recchie traversie,  e  fra  queste  il  turbine  in  cui  furon  travolti 
sotto  Innocenzo  II  (1137).  Il  pontificato  di  questi  fu  contur- 
bato da  fiero  scisma ,  essendo  sorto  contro  di  lui ,  coli'  impe- 
'  ratore  Corrado ,  un  Anacleto ,  del  quale  è  evidente  prendessero 
le  parti  le  comunità  benedettine  di  S.  Stefano ,  di  S.  Vito  e  di 
Cerreto  ;  tanto  che  per  comando  pontificio  i  frati  dei  tre  conventi 
furono  espulsi  dalla  diocesi,  e  fattine  commendatari  alcuni  preti,, 
sino  alla  riforma  cistercense. 

Come  il  chiostro  venisse  in  potere  di  una  Aldina  contessa 
milanese  (sulla  metà  del  secolo  XII)  non  risulta,  per  quanto  ciò 
possa  essere  avvenuto  in  virtù  dei  trapassi  di  giuspatronato.  Ma 
esistono  ^  due  notizie  storiche  sul  celebre  convento  —  l' una  in 
volgare  del  priore  Edmondo  Bentivoglio  (16 14)  e  l'altra  ini  la- 
tino di  Gaspare  Fongelino  (1738)  —  ed  in  entrambi  i  docu- 
menti si  asserisce  che  appunto  nel  1159  i  benedettini  fossero 
sostituiti  dai  cistercensi  bernardini ,  pel  dono  fatto  del  chiostro» 
a  Bernardo  di  Chiaravalle  dalla  predetta  Aldina.  , 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Ma  forse  a  questi  si  oppongono  altri  documenti ,  poiché  vi 
hanno  storici  i  quali ,  con  armonia  di  deduzioni ,  affermano  che 
per  decadenza  di  costumi  e  rilassamento  di  disciplina  papa  Gre- 
gorio IX  si  risolvesse  ad  ascoltare  le  rimostranze  dei  reggitori 
di  Lodi  —  le  quali  duravano  già  da  un  lustro  —  chiedenti  la 
cacciata  dei  frati  ricchi  e  licenziosi  di  S.  Stefano;  ed  il  pontefice 
delegava  il  vescovo  ed  il  provinciale  dei  predicatori  di  Piacenza 
ad  eseguire  la  sua  bolla  di  sfratto  (7  luglio  1231).  I  benedettini 
furono  espulsi,  concentrati  in  altre  loro  comunità,  surrogati  da 
parecchi  monaci  cistercensi  fatti  venire  dalla  sede  di  Cerreto,  e 
nella  loro  regola  si  incorporarono  e  chiesa  e  convento. 

Così  alle  brune  cocolle  sarebbero  succedute  —  secondo  quest'ul- 
tima versione  —  le  tonache  bianche,  salvo,  nel  corso  dei  secoli, 
il  succedersi  d'altri  mutamenti  e  di,  nuovi  destini. 

Il  movimento  di  fondazioni  e  di  donazioni  si  era  frattanto 
rafforzato,  e  non  è  a  dire  se  i  religiosi  beneficati  non  si  dessero 
le  mani  attorno  per  migliorare  i  doni  ricevuti. 

Lodovico  II  donava  il  territorio  di  Larderà  al  monastero  be- 
nedettino di  S.  Sisto  in  Piacenza  (874),  al  quale  Angilberga, 
vedova  di  Lodovico ,  donava  pure  il  castello  di  Monte  Malo 
presso  Orio^  insieme  ad  altri  beni  che  essa  aveva  nelle  Corte 
Milanese  (Corte  Sant'Andrea)  e  in  quella  di  Prada  (marzo  877). 

Nell'anno  medesimo  venivano  risanate  dai  benedettini  cassi- 
nensi di  Lodi  Vecchio  le  paludi  di  Meleti,  dove  esisteva  una 
chiesa  dedicata  a  san  Quirico,  donata  alla  collegiata  di  S.  Pietro 
da  certa  «  contessa  madre  del  conte  Lodovico  »  ®. 

Carlomanno  donava  al  chiostro  di  S.  Sisto  alcune  sue  pro- 
prietà presso  l'Adda,  ed  una  detta  Mutiana  (4  agosto  879),  che 
si  ha  ragione  di  credere  —  secondo  il  Poggiali  —  la  Mezzana 
Casati. 

Una  chiesetta  detta  di  S.  Ambrogio  sarebbe  ricordata  in  di- 
plomi di  Carlo  il  grosso  (880)  e  nella  bolla  di  Pasquale  II  papa 
sopra  citata  (1106)^. 

Re  Berengario  confermava  i  privilegi  al  monastero  di  S.  Pietro 
in  Lodi  Vecchio,  aggiungendo  la  .donazione  di  ottanta  iugeri 
di  terra  presso  il  Lambro ,  con  una  cappella  posta  nello  stesso 
campo.   Di   questi  beni  il  [vescovo  lodigiano  Amaione  Pusterla 


72 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Otteneva  la  conferma  da  Guido  imperatore  (giugno  892):  ed  ì 
monaci  di  S.  Pietro,  prosciugando  gran  parte  di  palude  presso 
Orio,  la  riducevano  a  vantaggioso  coltivo. 

L'arciprete  Gariverto  da  Gossolengo,  fondatore  di  parecchie 
chiese  in  Piacenza,  erigendo  quella  di  S.  Agata,  la  dotava  di 
vari  beni,  fra  cui  Isola  o  Mezzano  del  Po;  ed  a  tale  donazione 
seguiva  la  conferma  di  Andrea,  vescovo  di  Tortona,  nipote  di 
Gariverto  (930). 

Intercedenti  i  vescovi  Guido  di  Modena  e  Adelardo  di  Reggio, 
Berengario  II,  tutore  di  re  Lotario,  donava  ai  canonici  di  S.  Giu- 
stina, ovvero  capitolo  catedralita  di  Piacenza,  con  dritto  eredi- 
tario, dieci  iugeri  di  terra  laboratoria  in  Roncarolo  (13  febbraio 
948),  luogo  che  —  come  osserva  il  Campi  —  potrebbe  essere 
parte  della  Mezzana  o  del  Gargatano  o  del  Noceto  dei  Casati. 

Il  vescovo  laudense  Andrea,  proprietario  prò  tem-bore  di  Ca- 
mairago,  donava  le  decime  del  luogo  ai  monaci  di  Lodi  Vecchio 
(972);  i  quali  (18  novembre  dell'anno  stesso)  risultavano  posses- 
sori a  Cogullo,  fra  il  Lambro  e  Somaglia,  a  Colbraga  e  a  Maliano, 
presso  Santo  Stefano  al  Corno.  Dei  primi  due  luoghi  accennati 
la  memoria  non  oltrepassa  la  data  su  esposta;  del  terzo  si  parla 
ancora  successivamente  in  una  carta  segnata  da  papa  Alessan- 
dro III  confermante  il  possesso  dei  monaci  (27  settembre  11 69). 

.  .     .      f  . 

Dalle  donazioni  e  dai  benefici  dobbiamo  trascorrere  a  malefici 
e  sciagure  che  funestarono  la  vita  del  popolo  nostro. 

I  clerici  che  estendevano  le  loro  rozze  cronache  —  facendo 
giudizio  degli  uomini  secondo  il  bene  o  il  male  da  essi  ricevuto  — 
tennero  conto  dei  molteplici  e  vari  flagelli  loro  contemporanei; 
ma  come  la  loro  penna  era  diretta  dall'interesse,  così  pure  ri- 
sentiva della  crassa  superstizione  dell'  età. 

L'inverno  del  605  fu  quanto  mai  crudo,  e  tale  un'enorme 
quantità  di  topi  sbucò  fuori  a  devastare  il  nostro  agro,  che  i 
grani  vennero  distrutti  tuttavia  in  erba,  e  la  furente  canicola 
dell'estate  sviluppò  inumerevoli  febbri  omicide. 

Nel  677  fu  vista  nel  Lodigiano  la  caudata  cometa  per  tre 
mesi  splendente;  ed  il  publico  spavento  fu  molto;  e  con  essa, 
naturalmente,  furono  spiegate  la  successiva  siccità  triennale  e  la 
conseguente  pestilenza. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


73 


Neil'  860  altro  inverno  rigorosissimo. 

Neil'  873  le  nostre  campagne  —  come  quelle  del  Milanese  — 
ebbero  la  desolazione  delle  locuste  ^ ,  delle  quali  gli  annali  di 
Fulda  offrono  la  descrizione.:  tetralate,  esapode,  l'intestino  grande, 
larga  la  bocca,  a  due  denti  più  duri  del  sasso,  lunghe  e  grosse 
come  il  pollice  umano,  inghiottivano  intiere  spiche  di  frumento  ; 
e  le  foglie  degli  alberi,  mezzo  divorate,  non  conservarono  più  che 
i  filamenti  maggiori.  Neil'  autunno  si  intorbidarono  tutti  i  vini  ; 
nel  dì  di  Pasqua  cadde  poi  una  terrea  pioggia,  susseguita  (4  maggio) 
dalla  brina  che  essiccò  nel  piano  e  nelle  valli  i  tralci  delle  uve, 
mentre  —  sempre  secondo  gli  annali  fuldensi  —  sarebbesi  veri- 
ficata sul  Bresciano  una  pioggia  sanguigna;  fenomeni  questi 
affatto  meteorici,  a  cui  la  scienza  moderna  toglie  qualsiasi  par- 
venza di  prodigio. 

.  Un  anno  dopo,  comparsa  d'altra  terrificante  cometa;  e  nel 
963  ancor  peste  sul  Cremonese,  dove  l'esercito  di  Berengario 
sta  a  campo  per  l' imperatore  contro  il  duca  di  Spoleti.  Rapi- 
dissimamente l'epidemia  si  estende  a  tutta  Italia.  Così  avviene 
pure  nel  1005. 

Se  non  che  l' enumerazione  dei  morbi  e  delle  altre  miserie 
che  in  quelle  epoche  oscure  fecero  gemere  i  nostri  terrieri 
—  già  ad  usura  afflitti  nelle  loro  condizioni  politiche  e  sociali  — 
ci  trarrebbe  oltre  il  segno  di  discrezione,  tanto  più  che  dovremo 
riprendere  questa  lugubre  nenia  in  epoche  posteriori.  Ond'  è 
che,  senz'  altro,  intendendo  riassumere  il  breve  periodo  antistante 
al  1000  —  la  cui  fisionomia  speciale  ci  fa  sostare  —  in  questo 
capo  accenneremo  soltanto  che  la  maggiore  di  tutte  le  sventure 
fu  senza  dubbio  l'incursione  degli  ungari. 


74 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  VI. 

^  Sculdasci  o  locopositi  erano  uficiali  militari  e  giudiziari  subordinati  al 
duca  ;  arimanni  —  dai  vocaboli  tedeschi  heer  (esercito)  e  mann  (uomo)  — 
erano  uomini  liberi  corrispondenti  agli  antichi  exercitales\  decani  si  chia- 
mavano i  preposti  alle  foreste  ed  a  qualche  limitata  funzione  amministrativa. 

^  Giorgio  Giulini  -  Memorie  della  citlà  e  della  campagna  di  Milano. 

^  Matteo  Manfredi  -  Vite  dei  vescovi  di  Lodi, 

*  Gli  Olivetani  consideravansi  fino  dal  secolo  XII  propagine  della  fa- 
miglia cassinense  ottemperante  alla  stretta  osservanza. 

^  Archivio  di  stato  di  Milano. 
^  Anselmo  Vairano  -  Cronaca. 
'  Tabulario  ambrosiano. 

*  Andrea  da  Bergamo  -  Cronaca. 


% 


CAPO  VII. 


Gli  ungari  —  Curtis  Sinna  —  I  tedeschi  —  Il  libero  comune  —  Dona- 
zioni ecclesiastiche  —  Il  diploma  di  Ottone  III  —  L'  Utopia  —  Il  looo. 


ENNERO  gli  uìjgari  dalla  natia  Scizia,  come  gli  altri 
barbari  vindici  inconsci  delle  antiche  violenze  dei 
romani,  a  punirle  nei  loro  successori,  e  seguendo  la 
solita  via  invaditrice  pel  Friuli  (900).  Berengario  li 
tenne  così  in  rispetto  colle  sue -triplici  forze,  ch'essi  da  prima, 
fuggendo,  varcaron  l'Adda  in  piena,  lasciandovi  vittime  nume- 
rosissime ed  indietreggiando  fino  al  Brenta.  Tornarono  devastando 
gran  parte  d'Italia  (922);  poi,  chiamati  da  Berengario  stesso  in 
suo  aiuto  contro  Rodolfo  II  (924),  saccheggiarono  presso  che 
tutta  l'Italia  superiore,  e  Pavia  e  Piacenza,  tra  l'altre  città,  pro- 
varono tutta  r  efferatezza  di  quei  barbari ,  che  il  popolo  diceva 
si  cibassero  di  carni  crude  e  palpitanti,  dissetandosi  col  sangue. 

Si  spiega,  pertanto,  come  anche  qui  passasse  —  nell'  avanzarsi 
di  quello  che  fu  il  «  secolo  di  ferro  »  —  1'  orda  ungara,  a  riparo- 
delia   quale   il  Porro  racconta  si  rimunissero  le  mura  di  Lodi 
si  ergessero  torri  di  difesa  a  Galgagnano,  al  colle  Eghezzone,  a 
Cavenago   ed   a   Castione  ;  mentre  si  afferma  da  altri  che  per 


76 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


queste  calate  di  barbari  fu  così  guasto  Castelnuovo  che  lo  si 
dovette  rifabbricare,  passando  esso  poi  in  signoria  di  quel  mar- 
chese Ugo  che  Lodovico  Antonio  Muratori  reputa  capostipite 
della  casa  d'Este,  e  che  troveremo  usufruttuario  di  terreni  di 
Gherardo,  diacono  piacentino  (1034). 

Nell'epoca  dell'invasione  magiara  Berengario  tenne  sede  nell'an- 
tica Curtis  Sinna,  luogo  non  riconosciuto  dal  Muratori,  ma  che  la 
novissima  critica  ritiene  fondatamente  sia  Senna  nel  mandamento 
di  Codogno.  Si  hanno ,  infatti ,  tre  diplomi  di  Berengario  I  : 
l'uno  a  favore  di  Guittone  vescovo  di  Piacenza,  ed  «  actum 
in  Sinna  »  (21  luglio  915);  il  secondo  «  ac tu f7t  in  curie  Sinna  » 
(28  maggio  916);  il  terzo  pure  «  actiun  in  curie  Sinna  » 
{agosto  916  o  917).  Questi  due  ultimi  sono  fatti  a  favore  di 
Berta,  figlia  a  Berengario  ed  abatessa  di  S.  Sisto  in  Piacenza 
e  di  S.  Giulia  in  Brescia,  due  chiostri  che  ospitarono  fra  le  re- 
ligiose e  imperatrici  e  regine,  e  che  ebbero  un  patrimonio  fon- 
diario ingentissimo,  del  quale  partecipava  la  massima  parte  del 
nostro  territorio. 

Nelle  investigazioni  fatte  suU'  hiventario  dei  castelli ,  paesi  e 
beni  posseduti  nel  secolo  X  dal  celebre  monastero  di  S.  Cristina 
in  Santa  Cristina,  presso  l'antica  regia  Corteolona,  dal  diligente 
Giovanni  Agnelli,  gli  fu  «  facile  identificare  »  la  Curtis  Sinna 
berengariense  colla  Curtis  Sinna  dallo  Inventario  stesso  tre  volte 
rammentata,  quale  è  posta  —  come  è,  difatti,  la  Senna  presente  — 
presso  il  Po,  il  Lambro  e  la  Corte  Sant'Andrea.  Aggiunge 
r  Agnelli  che  la  scelta  di  quella  sede  regia  fu  naturale ,  come 
quella  che  dominava  da  luogo  forte,  alto  e  sicuro.  E  tale  era 
allora  il  poggio  oggi  abbassato,  su  cui  sorgeva  il  castrimi  Sinncs; 
poggio  detto  tuttavia  del  Castellazzo,  il  quale  era  pure  prossimo 
al  Po,  allora  mezzo  efficace  di  cammino  e  di  comunicazione. 

Sul  principio  del  secolo,  nell'  abbassare  1'  altura  del  Castellazzo, 
^i  rinvennero,  inoltre,  fra  pietre  annerite  da  qualche  antico  in- 
cendio, utensili  di  casa,  scheletri  d'uomini  e  d'animali  d'atle- 
tiche proporzioni,  monete  di  Valeriano,  di  Gallieno  e  di  sua 
moglie  Salonina,  e  di  Quintilio,  ed  una  tessera  metallica  militare 
per  lo  scambio  delle  scolte;  oggetti  certamente  sepolti  sotto  le 
rovine  del  castello  tuttavia  ricordato  dalle  tradizioni  del  popolo'. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


77 


Osserviamo  per  incidenza  che  ai  tempi  di  Lorenzo  Monti 
(autunno  1819),  in  un  campo  presso  San  Marcellino,  su  quel  di 
Maleo,  si  trovò  una  pentola  in  argilla  mezzo  braccio  sotterra^ 
con  entro  oltre  millecinquecento  monetine  di  rame  per  la  più 
parte  ben  conservate ,  di  conio  diverso ,  e  tutte  dell'  epoca  dei 
su  accennati  imperatori  (265-271). 

Tornando  a  Senna,  desumiamo  da  una  lettera  scritta  allo  stesso 
Agnelli  dal  compianto  Alessandro  Riccardi  —  il  dotto  mono- 
grafista  dei  paesi  circumpadani  —  che,  visitando  egli  Senna  del 
Lodigiano  (settembre  1889),  potè  trovare  al  Castellazzo ,  nel 
cortili  ed  innanzi  agli  usci  delle  case  coloniche,  un  centinaio 
circa  di  blocchi,  vari  per  forma  ed  elementi,  quasi  tutti  d'ori- 
gine estera  ed  orientale  ;  blocchi  greci ,  alcuni  dei  quali  lavorati 
finemente  ;  altri  rosa  orientale  ;  altri  africani  ;  senza  tener  conto 
di  quelli  —  e  furon  molti  —  adoperati  oltre  cinquant'  anni  fa 
nelle  fondamenta  delle  case. 

Per  esaurire  il  ricordo  della  Curtis  Smna  dell'  evo  berenga- 
riano,  importa  dire  che  alia  sua  importanza  doveva  corrispon- 
dere la  numerosa  popolazione  ;  perocché  il  terreno  messo  in 
luce  negli  scavi  del  Castellazzo  offrì  tutti  i  caratteri  cromatici  e 
chimici  delle  terremare  più  note  d' Italia.  L' humus  nero,  grasso, 
attissimo  alla  concimazione,  e  di  cui  si  servirono  per  una  lunga 
serie  d' anni  tutti  i  fittabili  circonvicini,  è  la  prova  palmare  della 
nostra  asserzione,  essendo  indiscutibile  principio  di  critica  storica 
moderna  che  le  escavazioni  del  terreno-concime  comprovano  la 
popolosità  dei  luoghi  antichissimi. 

La  potenza  novella  degli  Ottoni  ebbe  fra  noi  forme  gravi 
e  diverse;  ed  il  loro  abbassamento  ebbe  data  dal  celebre  epi- 
sodio del  quarto  Arrigo,  ottoniana  progenie,  il  quale,  dal  girone 
esterno  della  rocca  di  Canossa  — •  i  piè  sprofondati  nella  neve^ 
il  volto  lacrimoso  eretto  alla  cortina  vigilata  —  implora  per  tre 
giorni  la  pietà  di  papa  Ildebrando. 

Ma  come  Arrigo  non  eran  stati  ribelli  gli  Ottoni  del  tempo 
primo ,  all'  inizio  cioè  della  sovranità  tedesca  in  Italia.  Perocché 
essi  rinverdirono  collo  strano  ricorso  storico  le  memorie  di  Carlo 
Magno,  e  s'accordarono  virtute  mentis  et  cordis  coi  papi,  e  al- 


78 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


cuno  di  questi  vollero  violentemente  eletti,  nei  propri  congiunti 
ed  aderenti,  per  averli  sempre  ligi  al  proprio  volere. 

L'evo  ottoniano  vide  delinearsi  i  primi  segni  forieri  di  due 
grandi  fatti  storici,  l'uno  cristianamente  politico  e  riferentesi  al 
mondo  intero ,  l' altro  più  specialmente  italiano  :  le  crociate  ed 
il  libero  comune.  Fra  i  due,  la  condizione  patologica  dell'uma- 
nità, prodotta  dall'  avvento  del  looo. 

Ed  è  perciò  che  il  periodo  cui  ci  affacciamo,  più  che  un 
anello  di  congiunzione  fra  la  triste  età  barbarica  e  lo  sviluppo 
delle  esistenze  regionali  italiche,  ci  si  presenta  come  un  tempo 
<ii  transizione  generale,  in  cui  sopra  i  ruderi  delle  barbariche 
violenze  spunta,  cresce,  si  espande  la  pianta  delle  libertà  comu- 
nali, la  quale  —  non  certamente  educata  dalle  simpatie  dei  te- 
deschi imperatori,  sospettosi  in  essa  del  formidabile  emulo  — 
gagliardamente  ramificò  e  fruttò.  E  fu  opera  esclusiva  degli 
uomini  stanchi  delle  varie,  secolari  e  feroci  oppressioni  straniere, 
del  pari  che  delle  paesane  tirannidi  del  feudo;  essi  andaron  ri- 
prendendo la  coscienza  dell'  antica  virtù,  e,  contemplando  arrug- 
ginite nelle  obliate  guaine  le  lame,  le  sfoderarono,  promettendo 
a  sè .  stessi  di  non  deporle  più  mai,  se  giunti  non  fossero  al 
riacquisto  dei  propri  diritti. 

Errò,  dunque,  chi  —  inneggiando  alla  scuola  storica  ger- 
manica —  credette  culla  del  comune  italiano  1'  aspirazione  univer- 
sale alla  assoluta  indipendenza  dello  intero  paese;  poiché  il 
concetto  della  indipendenza  e  dell'unità  d'Italia  è  esclusivamente 
moderno ,  per  quanto  alcuni ,  e  numerosissimi ,  siano  venuti 
—  per  considerazioni  d' ordine  più  politico  che  storico  —  a 
conclusioni  contrarie.  Invece  il  comune,  che  fece  grande  sì  tanta 
parte  d' Italia  dal  XI  secolo  alla  metà  del  XVII ,  crediamo  sia 
la  risultante  diretta  ed  immediata  di  concetti  e  di  sforzi  locali, 
più  che  ad  ideali  politici  inspirati  a  desiderio  e  ad  intenti  com- 
merciali. Bastò  un'alleanza  di  comuni  in  terra  ferma  per  tener 
testa  agli  Hoestauffen  e  scrivere  —  checché  ne  pensino  gli  in- 
teressati filocritici  di  Germania  —  i  ricordi  immortali  di  Pontida 
e  di  Legnano  ;  ed  il  fatto ,  più  che  ad  altro ,  è  da  attri- 
buirsi alla  necessità  suprema  negli  italiani  di  resistere  e  di 
concentrarsi  nella  casa  del  popolo,  allor  quando  l' incursione  te- 
desca travolgeva  costumi,  idioma  e  sentire  nostrali. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


79 


Una  volta  passata  la  bufera  che  spinse  il  primo  degli  Ottoni 
a  guidare  entro  Milano  le  sue  schiere  (961),  Lombardia  potè 
respirare.  Spento  Ottone  I ,  i  suoi  successori  non  insevirono 
contro  i  subbietti;  i  quali,  nel  frattempo  che  li  divise  dal  1000, 
avranno  senza  dubbio  goduto  di  quella  pace  di  cui  —  narrano 
gli  storici  cremonesi  —  s'allietò  questa  plaga  circumpadana, 
che  potè  dedicarsi  fervidamente  all'  agricoltura  e  alla  costruzione 
di  casali  e  di  castella. 

Accennammo  che  il  contegno  degli  Ottoni  presso  il  clero 
ricorda  quello  dei  carolingi.  Siamo,  infatti,  di  fronte  ad  una 
nuova  ed  imponente  rifioritura  di  donazioni  alla  chiesa,  cui 
specialmente  —  a  preferenza  dei  luogotenenti  feudali  —  appog- 
giavasi  r  imperator  tedesco. 

Ottone  II  accorda  ad  Andrea  ordinario  di  Lodi,  per  sè  e 
successori  in  perpetuo ,  l' immissione  in  possesso  d' ogni  giuris- 
dizione regia  e  di  qualsivoglia  diritto  di  gabella  su  tutte  le 
terre  e  le  acque  del  contado  lodigiano,  con  tale  ampiezza  di  so- 
vranità anche  di  fatto,  da  non  esservi  paese,  castello  o  terra  che 
non  serva  contribuzione  al  vescovo  (24  novembre  975). 

Questi  commuta  alcune  terre  in  Maleo  con  Armone,  figlio 
ad  Arioaldo  di  Causarlo  (febbraio  979).  La  carta  che  ne  di- 
scorre descrive  a  confine  di  una  delle  terre  a  mezzodì  ed  a 
sera  le  ragioni  di  certa  Ermengarda  ed  il  palazzo  di  un  conte 
Gisleberto.  In  un  documento  in  cui  Gualtero,  giudice  e  messo 
di  Ottone  III,  conferma  in  giudizio  una  donazione  (5  settembre 
991),  si  dice  che  la  su  citata  Ermengarda  era  castellana  di  Maleo 
«  con  piscaria  nell' Adda  »,  e  ciò  per  atto  di  liberalità  dei  co- 
niugi Adamo  e  Bertilla;  e  che  la  stessa  castellana  era  moglie  a 
Roglerio  o  Roggiero  conte  di  Bariano,  fidissimo  di  Ottone  e 
possessore  di  amplissimi  fondi  nel  basso  Lodigiano.  In  questo 
documento  —  come  in  altri  del  997  e  del  1209  di  cui  più  oltre 
parleremo  —  è  nominato  un  luogo  detto  Picinascum ,  nelle  vi- 
cinanze di  Maleo,  e  di  cui  non  si  hanno  altre  traccie. 

A  proposito  di  nomi  perduti ,  occorì'e  osservare  che ,  se  ci 
prendesse  vaghezza  di  tentare  una  topografia  per  tutti  i  nomi 
incontrati   nella  cronaca  di  questo  territorio,  cadremmo  certa- 


8o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


mente  negli  errori  commessi  da  altri,  pei  quali  alle  invenzioni 
si  vuol  dar  parvenza  di  cosa  vera  e  reale.  E  basti  per  tutti  un 
solo  esempio:  la  questione  valorósamente  dibattuta  sulla  desi- 
gnazione del  luogo  di  Roncaglia,  sede  delle  diete  imperiali,  ed 
alla  quale  dovremo  esclusivamente  dedicare  un  intero  capo. 

Il  disgusto  dell'  Utopia  —  come  fu  fantasticata  da  Tomaso 
Moro  —  ci  consiglia,  quindi,  a  riprodurre  in  nota,  senza  com- 
menti, il  diploma  con  cui  Ottone  III  confermava  al  suo  Roggiero 
già  citato  ed  agli  eredi  di  lui  parecchi  possessi  e  castelli 
nell'agro  nostro  (i  maggio  997)  ^  Per  questo  diploma  vediamo 
indicati  nell'elenco  prediale  i  nomi  di  Maleo,  Cavacurta,  Bratti, 
Reghinera,  Codogno,  San  Pietro,  Busnadori,  Ranare,  Gerole, 
Campo  Landrone ,  San  Marcellino ,  Catterà  e  San  Fiorano. 

E  pur  citato ,  nel  documento ,  Casale  Lelandi ,  che  fu  tra- 
dotto Caselle  Laudi ,  traduzione  errata  perchè  la  famiglia  pa- 
trizia di  Piacenza,  presente  proprietaria  nel  luogo,  circa  il  1000 
chiamavasi  non  Landi  ma  De  Andito,  dal  vicolo  (andihis)  presso 
l'odierna  chiesa  di  S.  Francesco,  dove  teneva  le  sue  case  mu- 
nite. Inoltre ,  le  successive  Caselle  Landi  eran  poste  non  già 
sulla  sinistra,  ma  sulla  destra  del  Po;  e  se  nei  secoli  posteriori 
trasmigrarono  al  di  qua,  ciò  dipese  da  un  taglio  fattovi  espres- 
samente, come  apparirà  in  processo  dell'  opera. 

Dati  quei  tempi  e  le  liberalità  ottoniane,  più  benevole  al 
clero  che  ai  civili,  stupirà  ognuno  il  pingue  donativo  fatto  ad 
un  barone,  per  quanto  favorito  dell'  imperatore.  Ma  non  si  creda 
che  i  prelati  lasciassero  Roggiero  di  Bariano  nell'  uso  pacifico  dei 
suoi  beni  ;  chè ,  anzi ,  glieli  contestarono ,  come  risulta  da  un 
verbale  di  causa  ^.  Il  vescovo  di  Lodi  si  querelò  contro  Rog- 
giero, e,  sulla  publica  via  a  Turano,  tenne  in  proposito  un 
placito  il  conte  Benzone,  messo  imperiale,  il  quale  —  con  in- 
dipendenza rara  per  quei  tempi  —  riconobbe  i  diritti  di  Rog- 
giero (5  agosto  1000). 

Precorso  dalle  più  strane  profezie  degli  empirici  del  tempo 
e  circondato  come  da  una  mistica  nebbia,  giunse  il  primo  giorno 
del  secolo  XI.  I  popoli,  fra  le  loro  traversie  perenni,  non  avreb- 
bero forse  meditato  la  non  mai  più  vista  data,  se  il  sentimento 
religioso  non  li  avesse  spinti  a  ricordi  ed  a  riflessioni  attinenti. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


8i 


Da  anni  parecchi  venivan  ricordati  i  versetti  che 

L'inspirato  di  Patmo  evangelista 

consacrava  alla  fine  del  mondo,  cui  facevasi  coincidere  coli' ul- 
timo di  del  X  secolo.  L'antifona  del  «  mille  e  non  più  mille  » 
risuonava  già  all'  orecchio  di  due  generazioni.  Finalmente,  come 
eran  molte  le  turbate  coscienze  per  commesse  iniquità  o  per 
disoneste  imprese,  così  allo  approssimarsi  del  fatale  prescritto 
del  cielo  all'  umanità,  i  rimorsi  ed  i  terrori  furono  pari  alle  pec- 
cata, e  si  videro  da  ogni  parte  accorrere  i  penitenti  colle  libe- 
ralità in  mano,  a  inginocchiarsi  ai  deprecati  altari,  per  ottenere 
dal  Signore  la  remission  delle  colpe  e  la  grazia  di  una  buona 
morte,  dal  momento  che  morir  si  doveva. 

Così  come  si  subisce  l'assalto  della  ebrezza  per  la  vita,  s'era 
allora  invasi  dalla  passione  per  la  buona  morte;  ed  eran  poche 
le  pergamene  di  quei  dì  in  cui  i  notari ,  rogando  atti  publici, 
non  li  cominciassero  colle  formule  riproducenti  il  colore  del 
tempo,  in  questa  guisa  concepite:  «  mundi  fine  »,  o  «  mundi 
termine  appropinquante  »,  o  «  prò  remedio  animcB  mece  »,  o  «  si 
adhuc  mundus  erit  »  e  simili.  Dopo  la  quale  intestazione  veniva 
di  rigore  la  liberalità  od  il  lascito  testamentario  a  questa  o  a 
quella  opera  religiosa.  Monaci  e  preti  accettavano  nel  looo  ciò 
che  gli  altri  fuggivano  di  avere,  e  se  ne  facevan  fare  atto  ro- 
gato da  mani  notarili  per  le  questioni  che  potessero  insorgere 
dopo  distrutto  il  mondo  ^. 

Alcuni  ecclesiastici  oppugnarono  apertamente  la  credenza  nella 
imminente  fine  dell'universo,  e  fra  gli  altri  Siccardo  abate  dei 
cluniacensi  e  Abbone  abate  di  Fleury.  Ma  essi  furon  così  pochi 
che  la  storia  registra  quell'epoca  caliginosa  come  quella  in  cui 
i  fedeli  larghissimamente  donarono  e  larghissimamente  il  clero 
impinguò,  mentre  intervenivano  anormalità  inaudite. 

I  servi  della  gleba  mutavano  —  instanti  i  padroni  laici  —  il 
saio  dell'agricoltore  nella  tonaca  fratesca,  e  così  gli  schiavi 
d'oggi  diventavano  i  monaci  del  domani.  Ma  fecer  costoro  i 
conti  senza  l'oste,  imperocché,  scorso  il  loóo  senza  la  temuta 
catastrofe,  molti  padroni  civili  ed  ecclesiastici  costrinsero  ad  escir 
di  chiostro  ed  a  tornare  alla  servitù  delle  zolle  i  loro  dipendenti, 
già  emancipati  nella  malesuada  ora  della  paura. 

Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /.  6 


82 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Specialmente  oltre  Alpi  si  compierono  le  più  immani  strava- 
ganze, allorché  nella  clessidra  stava  per  precipitare  il  granello 
del  looo;  così  che  il  Chateaubriand*  narra  di  interi  paesi  in 
pochi  dì  spopolati,  perchè  monacatisi  e  uomini  e  donne,  spe- 
cialmente nel  mezzodì  della  Francia;  onde  una  improvvisata 
emigrazione  religiosa  dalle  floride  terre,  bisognanti  di  braccia 
umane,  alle  balze  inospiti  e  deserte  del  Delfinato. 

Però  —  venendo  finalmente  all' «ambiente»  che  oseremo  chia- 
mare domestico  —  non  ci  sembra  temerità  l'asserire  che  questo 
benedetto  e  maledetto  lOOO  non  fece  proprio  in  queste  nostre 
Provincie  una  grande  impressione.  Abbiamo,  in  prova,  le  me- 
morie storiche  piacentine  per  le  quali  si  sa  che  il  vescovo  Sigi- 
fredo  se  ne  andava  appunto  in  quell'anno  in  pacifica  visita 
pastorale,  riattando  chiese  e  compiendo  gli  obblighi  ordinari  del 
proprio  ministero;  e  vediamo  inoltre  che  a  Cremona  gli  animi 
dei  cittadini  mai  forse  come  nel  fatidico  lOoo  si  trovarono  ec- 
citati contro  il  clero  e  contro  le  pretese  sue.  Ci  sembra,  quindi, 
dimostrato  che  non  era  nei  nostri  paesi  che  potevasi  andare  in 
traccia  d'emozioni  pel  terribile  evento,  onde  la  terra  sarebbe 
precipitata  nel  nulla. 

Pel  resto,  lo  svolgersi  di  quegli  strani  giorni  parve  quello  di 
una  malattia  che  i  medici  direbbero  di  carattere  ;  come  questa,  quel 
morbo  sociale  procedette,  fu  all'  apogeo  e  dileguò  ;  di  settima  in 
settima  le  condizioni  si  aggravarono,  parvero  disperate,  miglio- 
rarono. E,  se  è  vero  che  la  convalescenza  durò  alcun  tempo, 
è  verò  altresì  che ,  una  volta  guarito ,  il  paziente  si  trovò 
colle  sue  forze  moltiplicate,  sgombro  il  cervello  ed  il  cuore  da 
larve  spaventose  prima,  risibili  poi;  riafferrò  la  propria  croce 
od  il  proprio  scettro,  rimettendosi  in  via  pel  fatale  andare;  ed 
il  looo  rimase  povera  e  comune  data,  scoronata  affatto  da  quella 
fosca  nube  in  cui  l'avvenire  pretendevasi  sarebbe  stato  rav- 
volto, e  d'onde  invece  esci  per  riprendere  il  suo  mandato  filo- 
soficamente progressivo. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


83 


NOTE  AL  CAPO  VII. 

^  Questa  carta  preziosa  fu  trovata  da  Lodovico  Antonio  Muratori  nel- 
r archivio  dei  canonici  di  Cremona: 

In  iiomifie  saficte  et  individue  Trinitatis.  Otto  divina  /avente  clementia 
Ronianorum  iniperator  Augustus.  si  dignis  nostrormn  fidelium  peticionibus 
mires  Giostre  maiestatis  accomodaverimus .  iustum  atque  ratum  veritatis 
sericm  firmissiìne  censemus.  Quocirca  noverit  omnium  presentium  scilicet 
ac  futiiroriun  fidelium  nostrorum  universitas  Eribertum  nostrum  dilectum 
cancellarium  nostram  suppLiciter  adiisse  presentiamo  petens  et  observans  ut 
Rogerio  Fideli  nostro,  suisque  successoribus  confirmationem  et  corrobora- 
tioncììi  tai)i  corum  prediorum,  que  nunc  in  Italico  Regno  habere  videretur, 
quam  que  in  futuro  adquisiturus  est,  facere  dignaremur.  Unde  per  hoc 
nostri  Pragììiatici  paginam  .  . .  auctoritatem  confirmamus  et  corroboramus 
eideni  Rogerio,  suisque  heredibus,  omnia  Predia  sive  Castella  cum  Villis 
et  pcrtincntiis  suis,  que  hic  nominative  posila  esse  videntur  :  Malleum, 
SarrauìH,  Corlclariam,  Cavacurtam,  Casale  de  Mari,  Bevercum,  Campimi 
vacarum,  Brattum  majorem  et  Bratum  mijiorem,  Picinasco,  Melade,  Ra- 
ginaria,  Solar iolo,  Codug7io,  Sancto  Retro,  Uuidelmarii,  BtLsinadurio, 
Ranairo,  Morargo,  Achazola,  Altinasco,  Ledosa,  Nespolo,  Solairo,  Braida 
Aribaldi,  Glariolam  maiorem,  et  Glariolam  minor em.  Campo  A?idroni, 
Sancto  Marcellino,  Gatairo,  Campovacairo,  Casale  Sichonis,  Sancto  Flo- 
riano, Campo  Boaro,  Isola  Pertegida,  Casale  Lelandi,  Teipida,  Novelida, 
Castellum  Aribaldi,  Cuchuzo  Bariayio,  Sanctam  Mariam,  Casalhio  Mu- 
ziani,  Chaluro,  Montecellum,  Bucionem,  Pratum  Alonis,  Baldisico,  et  in 
Valle  Camoiiica  omnia,  que  ad  Barrianum  et  Monticellum,  seu  ad  Bergiem 
pertincre  videntur.  Insuper  si  quid  inter  hec  omnia  ad  nostram  partem 
r espici f,  aut  interiacet ;  eidem  Rogerio,  suisque  heredibus  concedimus  atque 
largimur,  ut  faciant  ex  inde  quicquid  eorum  animiùs  decreverif^  remota 
omniuìn  homÌ7ium  contradictione.  Si  quis  autem  hujus  nostri  Precepti 
auctoritatem.  quod  7ion  credimus,  hifriìigere  temptaberit  sciai  se  conipo- 
siturum  centmn  libras  auri  optimi,  medietatem  Kamere  nostre,  et  me- 
dietatem  eidem  Rogerio,  suisque  heredibus.  Quod  ut  verius  credatur, 
diligenti  US  que  ab  omìiibus  observetur ,  sigilli  nostri  impressione  hanc  pa- 
ginam nostre  auctoritatis  et  confirniationis  subterius  insigniri  precepimus. 

Signum  Domni  Ottonis  serenissimi  Imperatoris. 

Eripertus  Cancellarius  ad  vicem  Retri  Cuma?ti  Episcopi  et  Archicancel- 
larii  recogfiovit. 

Data  Kalendis  Madii  Anno  Dominice  Incarnatio7tis  DCCCCXCVII  Dormii 
autem  Ottonis  Regriantis  XV  Imperaritis  vero  II  Indictione  X. 

^  Anche  questo  atto  fu  reperto  dal  Muratori  nell'  archivio  capitolare 
■di  Cremona. 

^  Filippo  Zamboni  -  Roma  nel  mille. 

"  Francesco  Augusto  Chateaubriand  -  //  geriio  del  cristianesimo. 


CAPO  Vili. 


La  penitenza  d' Ilderado  —  Il  chiostro  di  S.  Vito  —  I  Goldaniga  —  La 
dotazione  a  S.  Vito  —  Ecclesiastici  ribelli  —  Aumento  della  potenza 
temporale  del  clero  —  Codogno  e  Castione  appartenenti  alla  mensa 
vescovile. 


chezza,  fa  riscontro  la  munifica  fondazione  d' Ilderado ,  che  diè 
mano  ad  erigere  il  monastero  dedicato  ai  santi  martiri  Vito , 
Modesto  e  Crescenzia,  e  divenuto  poi  celebre. 

Il  chiostro  di  S.  Vito  ha  la  sua  leggenda  e  la  sua  storia;  e 
intorno  a  questo  luogo  —  che  vanta  parecchi  secoli  d'esistenza, 
e  che,  secondo  il  Goldaniga,  aveva  un  castellaro  longobardo  alle 
rive  del  Gerundo  —  furon  numerosi  gli  studi  e  sono  autentici  i 
documenti. 

Ilderado,  conte  di  Comazzo  —  uno  tra  gli  eminenti  signori 
del  Lodigiano,  se  non  di  Lombardia  tutta,  e  vivente  a  legge 
ripuarià  —  fondò  il  detto  convento  ad  espiare  gravissime  colpe. 
E  il  penitente  che,  nel  documento  costitutivo,  parla  così  : 

«  Sappiano  tutti  i  tementi  del  Signore  che  io  feci  voto  a  Dio 
di  condurmi 'in  Gerusalemme,  alla  soglia  del  santo  sepolcro,  per 


I  è  già  parlato,  intorno  alle  donazioni  d'indole  religiosa,, 
anche  di  quelle  precipue  della  contessa  Anselda  e 
de'  suoi  figli,  e  di  quelle  in  favore  dei  monaci  di 
Lodi.  Ad  esse,  non  minore  d'importanza  e  di  rie— 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


85 


Ottenere  indulgenza  de'  miei  peccati;  ed  avendo  anzi  tutto  fatto 
conoscere  alla  santa  sede  apostolica  il  mio  delitto,  e  come  altri- 
menti non  potessi  medicar  le  mie  piaghe,  essa  mi  comandò  di 
andare  in  peregrinaggio  per  tre  anni  consecutivi,  cioè  per  tre 
volte,  a  Gerusalemme,  e  le  altre  ad  altri  oracoli  di  santi;  di 
adorar  Dio  a  piedi  scalzi,  senza  cavallo  nè  bastone,  senza  spe- 
ranza coniugale,  e  nel  luogo  dove  passassi  il  di  non  pernottassi. 
Ma,  vedendo  io  che  mai  non  avrei  potuto  sopportare  così  tanti 
travagli,  caddi  a  piè  del  pontefice,  chiedendogli  in  lacrime  mi 
^sollevasse  da  così  gran  peso  di  penitenza.  Egli,  infatti,  mosso  a 
pietà,  mi  comandò  di  edificare  un  monastero,  e  di  offrire  a  Dio 
le  decime  di  tutti  i  beni  e  possessi  da  me  al  chiostro  attribuite  ». 

Siamo,  dunque,  nel  vero  spirito  dell'epoca:  l'opera  religiosa 
è  frutto  dell'assoluzione  di  un  crimine;  un'altra  conquista  della 
chiesa,  che  compensa  così  la  tacitazione  di  un  fiero  rimorso. 

Al  conte  Ilderado  —  non  sappiamo  se  nella  colpa  o  solo  nella 
riparazione  di  essa  —  si  unisce  Rolenda,  di  legge  longobarda, 
sposa  a  Ilderado;  la  quale  concorre  alla  fondazione  ed  alla  ric- 
chissima dotazione  del  monastero  eretto  nel  loro  castello.  Il 
monastero  viene  assoggettato  alla  sovranità  religiosa  della  chiesa 
gerosolimitana  del  santo  sepolcro,  coli'  onere  di  pagarle  un  aureo 
denaro  —  equivalente  a  cinque  soldi  milanesi  —  pel  convento 
«  detto  di  S.  Vito,  nel  luogo  detto  Casale  Lupano,  o  Senedoco, 
o  Camairago  ». 

Il  documento  che  registra  queste  disposizioni  è  largamente 
mentovato  dagli  storici,  e  fu  rogato  dal  notaro  e  giudice  del 
sacro  palazzo  Luitprando,  al  cospetto  di  Arduino  e  di  Alessandro 
Metteratti  conti  di  Lodi,  fratelli  a  Rolenda,  e  d'altri  molti,  sulla 
publica  strada  presso  il  porto  detto  Pirolo  o  Piriolo  ;  luogo 
—  scrive  il  padre  Fumagalli  ^  —  dove  prendeva  terra  la  nave 
di  trasporto  sul  fiume ,  e  certo  dov'  è  presentemente  Gera.  Tra 
le  firme  ed  i  geroglifici  raccolti  da  Luitprando,  figura  teste,  ed 
alfabeta  «  Albericus  de  Goldenica  » ,  che  firmò  di  suo  pugno  ; 
ond'  è  provato  che  i  Goldaniga  appartengono  ad  una  delle  più 
antiche  famiglie  originarie  di  questi  luoghi,  e  che  —  ripensando 
alla  profonda  ignoranza  di  quei  tempi,  in  cui  l'essere  illetterato 
€ra  di  regola  —  Alberico  Goldaniga  fosse  persona  egregia.  Il  che 


86 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


si  riafferma  pure  pel  cognome  che  fin  d'allora  ne  contraddistingueva 
la  famiglia,  e  per  il  suo  intervento  ad  un  atto  così  importante, 
con  nobili  personaggi ,  al  quale  egli  non  sarebbe  stato  presente 
se  —  come  ben  osserva  il  Cortemiglia  Pisani  —  fosse  stato  un 
uomo  volgare. 

Da  una  non  vecchia  publicazione  storico-geografica  —  la  quale, 
per  vero  dire,  è  un  vero  vivaio  di  errori  tipografici  —  e 
che  fa  dipendente  Casale  Gausari  dal  monastero  di  S.  Vito  fino 
dal  985,  a  Cesare  Cantù  ^,  che  pone  la  fondazione  del  monastero 

stesso  al  1030;  tra  il  sacerdote  Porro 
che  la  pone  al  998  —  e  non  dal  papa 
consigliata  ma  dal  vescovo  Andrea  —  ed 
il  francese  Lubin  ^,  che  la  colloca  al  1019, 
noi  abbiamo  creduto  di  attenerci  alla  data 
notata  da  Cesare  Vignati  il  quale  dimo^ 
stra  che  1'  atto  non  poteva  essere  ante- 
cedente al  1025  ;  poiché  in  quell'  anno 
Rolenda  aveva  celebrato  solo  gli  sponsali,, 
ma  non  era  ancora  congiunta  in  matri^ 
monio  con  Ilderado ,  e  che,  per  l' indi- 
zione, solo  nel  1039  l'atto  stesso  potè  esser  rogato. 

Luoghi  costituenti  la  dotazione  d' Ilderado  e  di  Rolenda  furono  r 

Casal  Lupano  —  detto  altresì  per  sinèddoche  S.  Vito  —  in 
vicinanza  a  Castione,  com'è  provato  dalla  ancor  vigente  de- 
nominazione di  Campi  Lupani,  attualmente  di  proprietà  Milani 
e  Bignami,  tra  Castione  e  S.  Vito  ^. 

Metà  della  corte  di  Senadogo  colla  villa,  il  castello  e  la 
chiesa  di  S.  Colombano.  Senadogo  o  Senadochio  —  come  in- 
dica la  sua  etimologia  greca  —  fin  dal  1000  aveva  ospizio  pei 
viandanti  in  assiduo  romeaggio. 

Metà  della  corte  di  Vinzasca,  col  suo  porto;  la  quale  oggi 
è  in  territorio  cremonese  oltre  Adda,  e  allora  pare  appartenesse 
al  Lodigiano. 

Casale  Causale  o  Gausarii  (Casalpusterlengo),  con  decime, 
mulini,  folle  e  le  sue  quattro  chiese:  di  S.  Salvatore,  SS.  Ger- 
vaso  e  Protaso,  S.  Zenone  e  S.  Martino,  che  aveva  diritto  di 
quarta  sulla  corte  di  Zorlesco. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


La  corte  di  Monte  Ilderado  (Somaglia)  con  otto  mansi  di 
terra ,  e  Sorlago  «  presso  San  Fiorano ,  con  tutto  quel  lago  o 
rio  che  ha  foce  nel  Lambro  ». 

Camariaco  o  Camairaco,  colle  sue  decime,  quarte,  onori,  di- 
stretto e  chiese. 

Il  luogo  di  Cataria  o  Catterà,  con  distretto  o  decima,  colla 
metà  della  corte  di  Tilio  «  presso  Casale  »  ;  la  quale  —  secondo 
un  istromento  d'enfiteusi  del  notaro  Ciacomo  Brugazzi  (22  no- 
vembre 1494)  e  una  convenzione  fra  il  rettore  di  una  chiesa  di 
S.  Ciovanni  Battista  ed  i  fratelli  Del  Maino  —  risulterebbe 
identificata  nei  luoghi  della  Biraga  e  di  Terranuova. 

Finalmente  il  monastero  di  S.  Vito  si  ebbe  dai  Comazzo  l' in- 
tera corte  di  Cerenziaco  e  mezza  la  prossima  villa  di  Nauterio 
(Villanterio)  oltre  Lambro;  e  molte  altre  terre  su  quel  di  Lodi, 
di  Milano,  di  Bergamo,  di  Brescia,  di  Mantova  e  di  Reggio  Emilia. 

Un  prete  Pietro  di  Casale  Causarii  paga  a  Ilderado  da  Co- 
mazzo  mille  libre  d' argento  per  i  fondi  da  costui  posseduti  in 
Codonio  (Codogno),  e  per  la  sua  porzione  di  castello,  cu7n  to- 
limen  et  /osato,  e  della  cappella  edificata  in  onore  di  san  Biagio, 
coir  area  presso  il  castello  (4  maggio  1025).  Così  il  Vignati®; 
il  quale  aggiunge  che  con  quel  contratto  prete  Pietro  acquistò 
r  intera  proprietà  di  Codogno ,  da  lui  trasmessa  ai  vescovi  di 
Lodi,  che  più  tardi  appariscono  signori  di  questa  corte. 

Regnando  Arduino  (1002),  il  vescovo  Andrea,  dopo  aver 
pensato  alla  penitenza  del  signor  di  Comazzo,  volse  certamente 
lo  sguardo  anche  al  decoro  ed  alla  ricchezza  della  mensa  sua, 
e  riesci  a  fregiarla  di  vero  oro.  Egli  ottenne  infatti  dal  re , 
per  sè  e  pei  propri  successori ,  il  diritto  alla  pesca  dell'  oro  in 
Adda ,  da  Rivolta  a  Castelnuovo  ;  lucro  positivo  e  fin  da  quei 
tempi  in  Lombardia  ricercatissimo  dai  ripuarì  ai  corsi  d' acqua 

Cherardo,  canonico  di  S.  Maria  in  Cariverto  in  Piacenza, 
acquista  da  Rainerio,  pur  esso  canonico  della  catedrale,  molti 
beni  sul  Piacentino,  tra  cui  proprietà  e  ragioni  su  quel  di  Val- 
loria  (2  novembre  1002)  —  in  quei  tempi,  come  altri  luoghi 
già  da  noi  accennati,  parte  del  distretto  oltre  fiume  —  lascian- 
done usufruente  il  venditore  e,  lui  morto,  per  un  terzo  suo  figlio 
clerico  Teodisio,   e  per  due  il  fratello  di  costui  Cuiniccio  e 


88 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


loro  discendenti,  con  facoltà  di  diventarne  proprietari  se  non 
avessero  avuto  prole.  E  ciò  evidentemente  per  persuaderli  a  non 
escire  dal  celibato,  fin  d'allora  proposto  dalla  chiesa  ai  suoi 
ministri  come  stato  di  maggior  perfezione. 

Eran  quelli  appunto  i  tempi  nei  quali  più  vive  che  mai 
divampavan  le  lotte  pel  celibato  dei  preti;  e,  siccome  il  clero 
lodigiano  da  prima  favoreggiava  l' antica  consuetudine  del  ma- 
trimonio,  così  Pier  Damiani,  qui  legato  pontificio  ad  hoc, 
ripeteva  a  Cuniperto,  vescovo  di  Torino,  colle  parole  bibliche, 
che  «  i  pingui  tori  e  i  molti  vitelli  della  chiesa  lodigiana  cospi- 
ravano armati  contro  di  lui  e  furiosamente  strepitavano  ». 

Il  testamento  del  diacono  Gherardo  fu  letto  da  Tadone,  messo 
imperiale,  stando  a  giudizio  in  Castelnuovo,  nella  casa  del  mar- 
chese Ugo,  a  cui  Gherardo  lasciava  l'usufrutto  di  undici  mila 
iugeri  di  terreno  (gennaio  1034).  Il  clerico  Teodisio,  figlio  di 
Reinerio,  donò  al  monastero  di  S.  Savino  oltre  diciotto  mila 
pertiche  (1037)  da  lui  per  tre  mila  lire  di  conio  acquistate  da 
Giovanni,  canonico  della  pieve  di  S.  Faustina  di  Tuna,  una  parte 
delle  quali  in  Canavella ,  luogo  esistente  al  di  qua  del  Po ,  ora 
scomparso. 

Al  dire  di  parecchi  "cronisti ,  tra  i  quali  il  Puricelli  ^  fu  nel 
marzo  «dell'anno  settimo  dell'imperatore  Corrado»  (1034)  che 
Ariberto  da  Cantù  o  d'Intimiano,  arcivescovo  milanese,  legò 
parecchi  beni  a  monasteri  e  ad  ospitali  di  Milano.  Fra  tali  beni 
sono  Horreum  (Orio),  Senna,  Vicopizolani  (Pizzolano)  Roboreto 
Rovedaro),  Comariago  (Camairago)  e  Cavacurta  ^. 

Qui  pervenuti,  ci  si  affaccia,  come  caratteristica  del  XI  se- 
colo, l'enorme  aumento  della  potenza  temporale  del  clero.  Si 
direbbe  che  non  passa  giorno  in  cui  i  tabellioni  d'Italia  non 
roghino  testamenti,  legati,  donazioni  fra  vivi  di  beni  o  di  diritti 
a  favor  della  chiesa.  Il  1000  è  trascorso,  sembra  debbano  essere 
da  tempo  svanite  le  tetre  visioni  del  temuto  finimondo;  ma  in- 
vece, e  proprio  durante  l'abbassamento  dell'autorità  morale  ec- 
clesiastica, come  fiumi  al  mare  corrono  al  clero  le  ricchezze 
territoriali  dei  fedeli. 

Occorrerebbe  una  biblioteca  alla  monotona  registrazione  di 
tutti  questi  atti  ;  raccolti  con  una  pazienza  monacale  nelle  nostre 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


89 


note,  essi  ci  sogguardano  a  centinaia;  ma,  dopo  opportuna  me- 
ditazione, siam  venuti  nel  pensiero  di  non  infliggerne  la  intera 
congerie  ai  lettori.  Però  non  possiamo  dispensarci  dall' accen- 
narne alcuni  fra  i  più  interessanti  in  fatto  di  trapassi  di  pro- 
prietà o  di  possesso,  dal  principio  del  XI  alla  metà  del  XII 
secolo  intervenuti,  i  quali  stanno  come  la  decima  pietra  miliare 
fra  le  consorelle  sulla  via  di  Roma.  E  con  questo  temperamento 
soddisfacciamo  per  una  parte  al  compito  prefissoci,  e  per  l' altra 
risparmiamo  l'esposizione  d'una  infinità  di  nomi,  di  date,  di 
confini,  inutili  in  queste  pagine. 

La  pia  famiglia  dei  Comazzo  —  Rolenda,  e  Lanfranco  ed 
Imilla  coniugi  —  e  Adalberto  da  Brembio  donano  a  vescovi  o 
a  chiese  di  Lodi  beni  e  diritti  nella  solita  plaga  da  Casal  Lu- 
pano  al  Pirolo  (1044-105 1). 

Adeleida,  abatessa  dei  SS.  Sisto  e  Fabiano  di  Piacenza,  riceve 
in  sentenza  la  proprietà  della  corte  e  del  castello  di  Larderà  (1052). 

Grimerio  del  defunto  Adalberto  Visconte,  piacentino,  dona  la 
Mezzana  alla  chiesa  ai  Piacenza,  e  ne  è  poi  investito  a  titolo 
di  feudo  (1057). 

Enrico  III  concede  al  monastero  piacentino  di  S.  Sisto  l' isola 
di  Roncarolo,  presso  Larderà  e  il  Corno  (31  ottobre  106 1). 

Lanfranco,  prete  della  pieve  di  Banano,  offre  al  vescovo  di 
Lodi  alcune  terre  presso  S.  Vito  e  Senadogo  (21  febbraio  1065). 

Si  ha  una  bolla  di  papa  Innocenzo  II,  relativa  alla  conferma 
al  monastero  sistino  di  Piacenza  delle  chiese  di  S.  Michele  e 
di  S.  Bartolomeo  in  Castelnuovo  (1132);  onde  poi  ferocissima 
e  diuturna  contesa  arse  fra  piacentini  e  cremonesi  pel  possesso 
di  quella  terra  e  fortezza. 

Accenniamo,  infine,  alla  donazione  dei  conti  Palatini  di  Lodi 
agli  eremitani  gerolamini  di  S.  Pietro  in  Senna,  di  circa  diciotto 
mila  pertiche  di  terreno  (1144). 

Coir  acquisto  di  così  ingenti  proprietà  il  clero  assumeva  pure 
per  concessione  il  pieno  diritto  di  investitura  in  altrui,  diritto 
esercitato  da  vescovi,  da  abati  e  da  commendatari. 

Infatti,  il  vescovo  Giovanni  dava  in  pegno,  per  la  somma  di 
trecento  monete  nuove  milanesi  e  per  otto  anni ,  ad  Uberto 


90 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


de'  Casetti  di  Lodi,  abitante  in  Milano,  tutte  le  rendite  che  il 
vescovato  laudense  traeva  da  alcuni  beni  della  mensa,  tra  cui 
Orio  —  dove  tal  Sempretto  ed  altri  avevano  usurpato  gli  epi-^ 
scopali  diritti  —  e  Codogno,  Castione,  Luviraca  (Livraga),  Rónco- 
e  San  Martino  in  Strada  (settembre  1142). 

Nè  vogliamo  negligere  che  circa  quei  tempi  Algisio,  abate 
benedettino  di  S.  Stefano  al  Corno,  investì  alcuni  signori  da 
Arena  e  del  Cairo  o  del  Cario  ed  altri,  tutti  patrizi  piacentini, 
della  metà  del  transito  e  del  porto  sul  Po  appartenente  a  quel 
convento,  mentre  l' altra  metà  —  com'  è  noto  —  spettava  al  bre- 
sciano monastero  di  S.  Giulia. 

Tra  le  opulente  possessioni  se  non  in  tutto  in  gran  parte 
sottoposte  alla  mensa  vescovile  di  Lodi  fu  la  corte  di  Codogno» 
Quivi  la  mensa  diocesana  aveva  acquistate  parecchie  ragioni  ; 
in  conseguenza  del  cambio  fatto  di  alcuni  beni  dal  vescovo 
Arderico  Vignati  col  codognese  Arnaldo  de'  Foldi^^,  secondo» 
il  Manfredi,  o  Rialdo  di  Goldia,  secondo  il  Vignati  (1127). 

Andrea  e  Bonanno  Rigizani,  livellari  del  vescovo  Lanfranco, 
èrano  obbligati  a  consegnare  l' affitto  nel  castello  di  Codogno  y 
ed  i  codognesi  erano  tenuti  altresì  verso  il  vescovo  al  fodro, 
all'albergarla  e  al  distretto  (1153).  Non  sembra  per  altro  che 
oltre  quest'  anno  continuassero  a  fiorire  questi  vescovili  vantaggi 
perocché  un  Arialdo  Goldaniga  —  potente  signore  dei  luoghi  e 
forse  il  medesimo  citato  dal  Vignati  —  tolse  alla  mensa  lodi- 
giana  il  possesso  di  Codogno  e  di  Ronco  presso  Livraga  (11 53). 

Ma  il  fuoco  del  potere  temporale  dei  vescovi  laudensi  era 
Castione;  e  là  tennero  per  lunghissimo  tempo  giurisdizione  feu- 
dale; vi  avevano  potestà  ed  uficiali  propri,  castellani  di  loro 
elezione.  Fermi  nel  loro  «  uti possidetis  »,  non  cedettero  a  pretese 
altrui  ed  in  Castione  sostennero  interminabili  liti  per  garantirsi 
l'integrità  dei  possessi. 

Così,  Arderico  Vignati  liticò  con  Arderico  e  Guerico  o  Gual- 
tiero da  Cuzigo,  capitanei  di  Melegnano.  Dopo  qualche  tempo 
dall'  inizio  della  contesa,  Alberico  Merlino,  vescovo,  in  segno  di 
riconoscenza  per  Federico  Barbarossa,  riedificatore  della  sua  città 
distrutta  dai  milanesi  (11 5  8),  a  lui  cedette  spontaneamente  ogni 
sua  ragione  su  tutte  le  terre  della  mensa;  ma  l' Hoestaufifén 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


91 


reinvestì  con  diploma  da  Pavia  l'antistite  Alberico  dei  dritti  e 
delle  facoltà  abbandonatigli  (24  settembre  1164). 

Sul  diploma  era  stata  dimenticata  nell'elenco  la  corte  di  Ca- 
stione,  fra  le  cedute  e  reinvestite;  ma  il  padre  Zaccaria  —  che 
trascrisse  ad  verbum  da  memorie  lodigiane  del  tempo  del  Bar- 
barossa  il  documento  in  discorso  —  indica  nelle  note  sotto- 
poste allo  stesso  la  corte,  il  castello,  la  villa  di  Castione  ed 
ogni  loro  pertinenza. 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  Vili. 

*  Angelo  Fumagalli  -  Antichità  longobarde. 

^  Cesare  Cantù  -  Storia  degli  italiani. 

^  Augusto  Lubin  -  Descrizione  delle  abazie  d' Italia. 

^  Cesare  Vignati  -  Codice  laudense. 

^  Ghizzoni  Settimo  -  Castiglione  d'Adda  dalla  sua  origine  ai  7iostri  giorni. 
È  questo  un  libro  domesticamente  edito  e  bizzarramente  stampato  dallo 
stesso  sacerdote  Ghizzoni  (1890)  a  copie  limitatissime  di  numero,  cosicché 
se  ci  fu  dato  consultarlo,  lo  dobbiamo  alla  cortesia  dell'esimio  autore. 

^  Cesare  Vignati  -  Illustrazione  del  Lombardo  Veneto. 

'  Ricordiamo,  infatti,  una  concessione  di  Ottone  III  al  vescovo  di  Ver- 
celli «  di  tutto  r  oro  che  si  trova  e  si  lavora  fra  l' episcopato  vercellese 
ed  il  contado  di  Sant'Agata  (Santhià)  »,  ed  un'altra,  pure  di  quegli  anni, 
alla  nobile  famiglia  vigevanasca  Biffìgnandi,  a  cui  viene  riconosciuta  come 
di  diritto  l'estrazione  dell'oro  dalle  sabbie  del  Ticino. 

^  Gio.  Pietro  Puricelli  -  Trattato  della  basilica  ambrosiana. 

^  Documento  dell'  archivio  di  stato  di  Milano ,  trasunto  da  Alessandro 
Riccardi. 

Matteo  Manfredi  -  Vite  dei  vescovi  di  Lodi. 
"  Cesare  Vignati  -  Codice  laudense. 
Fodro  era  un  diritto  di  esazione  in  occasione  di  viaggio  e  di  spedi- 
zioni militari,  corrispondente  aìV annofta  militaris  dell'impero  romano; 
l' albergarla  o  parata  obbligava  i  sudditi  ad  albergare  il  sovrano,  i  suoi 
rappresentanti  ed  il  suo  seguito;  distretto  era  il  potere  coattivo  apparte- 
nente al  possessore  per  tutta  l'estensione  del  possesso. 
"  Pier  Francesco  Zaccaria  -  Serie  dei  vescovi  laudensi. 


CAPO  IX. 


Vescovi  guerrieri  —  Ariberto  da  Canm  —  Il  carroccio  —  Dissidi  eccle- 
siastici —  Le  battaglie  della  Motta  e  di  Campo  Malo  —  Sconcordanze 
topografiche  e  cronologiche  —  Alcuni  vescovi  di  Lodi. 

UTTO  un  periodo  storico  è  rappresentato  dalla  potenza 
dei  vescovi ,  che  accampano  come  soldati  e  contro 
il  feudo  già  forte,  e  contro  il  comune  nascente.  Nè 
altrimenti  doveva  avvenire  da  poi  che  —  e  1'  abbiam 
detto  a  suo  luogo  —  gli  imperatori  avevan  costituita  la  autorità 
terrena  di  essi  tanto  più  gagliarda  quanto  più  eran  convinti  che 
r  episcopato ,  carezzato  ed  esaltato  dall'  impero ,  avrebbe  finito 
per  essere  un  baluardo  di  resistenza  contro  il  potere  costituito 
dei  nobili  e  contro  le  aspirazioni  popolari.  Per  tal  modo  ,  se  i 
vescovi  in  materia  di  religione  e  di  disciplina  dipendevano  dal 
vescovo  di  Roma,  per  tutte  le  temporalità  rilevavano  esclusiva- 
mente dall'  imperatore ,  e  più  che  ecclesiastico  era  politico  il 
carattere  della  loro  dignità. 

Impugnando  colla  sinistra  la  croce  e  colla  destra  la  spada, 
come  più  tardi  fece  a  Bologna  Giovanni  Visconte  arcivescovo 
milanese  —  che,  tolta  la  città  al  papa,  ai  legati  di  questi  nel 
pontificale  della  messa  in  quel  modo  dichiarava  difendere  la 
sua  conquista  —  sfilano  nel  secolo  XI  i  vescovi  italici  sui  loro 
cavalli  di  guerra,  e  più  che  il  mite  evangelio  seguono  e  battaglie 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


e  vittorie,  a  estendere  la  sfera  dei  dritti  e  di  territorio  e  di 
privilegi  e  di  comando.  A  volte  il  casus  belli  sarà  per  essi  sem- 
plicemente religioso;  ma  più  soventi  li  spingerà,  condottieri 
mitrati  alla  pugna,  la  volontà  suprema  di  fiaccare  e  debellare 
sudditi  ribelli  o  minacciosi  vicini. 

Non  dobbiamo  noi  dedicare  parte  speciale  a  tutti  codesti  tor- 
bidi accadimenti;  ma,  siccome  proprio  sul  nostro  territorio  sorse 
€  si  svolse  uno  degli  importanti  episodi  di  guerra  vescovile,  ci  è 
mestieri  dare  ai  fatti  terrieri  le  espressioni  di  quel  grande  spirito 
belligero  onde  tante  lacrime  e  tanti  guai  desolarono  Lombardia, 
sino  al  dì  in  cui  —  venuto  terzo  nel  dibattito  il  simulacro  glo- 
rioso del  rievocato  comune  —  l' aspirazione  al  libero  regime  del 
paese  trovò  virtuale  creatore  del  nuovo  simbolo  d'alleanza  l'ar- 
civescovo costruttor  del  carroccio,  ed  oratori  nelle  innumerevoli 
adunate  italiane  i  vescovi  italiani,  insegnanti  ai  giurisperiti  del- 
l' imperatore  la  filosofia  generosa  del  vecchio  diritto  della  patria. 

Ariberto  da  Cantù  apre  la  serie  dei  vescovi  guerrieri  ;  ed  a 
proposito  di  lui  è  indispensabile  spogliarci  di  qualsivoglia  cri- 
terio a  noi  contemporaneo.  Quasi  nove  secoli  intermedi  sono 
tale  mordente  da  non  resistervi  nessuna  vernice,  nè  pure  la  pa- 
triottica; così  che,  nè  meno  richiamando  quel  prete  catafratto  di 
ferro,  non  dobbiamo  lasciarci  andare  alla  deriva  della  lirica  onda. 

Ariberto  fece  e  bene  e  male  e  mediocremente;  ma,  ad  ogni 
modo,  l'esser  egli  pervenuto  integro  e  distinto  sino  allo  sguardo 
dei  lontani  posteri,  sta  argomento  che  non  per  nulla  Luigi  Set- 
tembrini lo  qualifica  l' eroe  d' Italia  nova  al  cospetto  del  sacro 
romano  impero. 

Non  andremo  coi  filocritici  moderni  a  scrutare  i  precordi  del 
patriotismo  che  rimase  suo  luminoso  retaggio  nella  fuga  dei 
secoli  ;  ma  certo  è  che  Ariberto ,  servendo  alle  aspirazioni  di 
Lombardia ,  iniziò  l' opera  sua  servendo  all'  interesse  proprio. 
Non  tutto  da  purissima  fonte  zampillò  certo  il  getto  della  gloria 
che  gli  appartiene,  e  per  questo  anche  la  sua  leggendaria  figura 
non  ha  il  diritto  di  sottrarsi  al  giudizio  comune. 

Appena  cinta  l' infula  di  metropolita  milanese  (io 1 8),  Ariberto 
primeggiò.  Bastava  il  suo  pastorale  mandato  a  configgere  su 
terra,  discussa,  perchè  e  conti  e  marchesi  contendenti  ne  rispet- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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tasserò  scrupolosamente  il  mimico  ma  incancellabile  verdetto. 
Uomo  di  ferro,  era  naturale  cozzasse;  e  T'orgoglio  suo  trasse 
gli  ottimati  lombardi  a  ribellarglisi. 

Scoppia  il  dissidio;  si  acuisce  la  lotta;  i  capitanei  stanno  per 
lui  ;  ma  i  precipui  coi  vassalli  minori  s' intendono,  s' alleano  coi 


Ariberto  da  Cantù,  dall'affresco  della  biblioteca  Ambrosiana  di  Milano. 


compagni  d'altre  città,  formano  una  motta;  scintillano  le  armi; 
rumoreggia  la  battaglia;  Ariberto  affronta  la  tempesta. 

Ma  l'oste  nemica  è  agguerrita,  la  sua  disciplina  potente,  le 
sue  arti  soldatesche  insigni.  Qual  diga  opporre?  quale  esercito 
improvvisare  all'  infuori  delle  reclutate  fra  i  coloni  e  gli  artieri , 
inesperti  a  mavorzie  esercitazioni?  Divinando  coli' attimo  la  forma 
del  sentimento,  Ariberto  trova  il  carroccio. 

Il  gran  carro  —  simultaneamente  tenda  ed  altare,  labaro  e 
simulacro,  palladio  e  quartier  generale  —  imponeva  per  sè  la  santa 
incolumità  della  moderna  bandiera;  perdere  il  carroccio  signifì- 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


cava  il  culmine  della  disfatta  ;  sgominarne  la  guardia  voleva  dire 
raggiungere  il  trionfo.  La  storia,  la  poesia,  la  leggenda  cospira- 
vano a  far  del  carroccio  qualche  cosa  di  oracolo;  sulle  sue 
antenne  la  fantasia  ravvisò  Dio  ed  i  cicliti  discesi  a  scudo  e  a 
propugnacolo  de'  suoi  ;  ed  è  una  figurazione  del  sentimento  pu- 
blico  il  fulgido  distico  invocativo  di  Giovanni  Berchet: 

Dove  son  le  tre  nunzie  dei  santi, 
Le  colombe  che  us€ir  dall'altare? 

Col  carroccio  e  colle  schiere  degli  assoldati  mosse  Ariberto 
sue  guerre;  delle  quali  una  contro  il  Lodigiano,  a  patrocinio 
—  egli  sostenne  —  de'  suoi  privilegi  ecclesiastici. 

I  laudensi,  morto  Nocherio  (1027),  gli  avevano  sostituito  ad 
ordinario  diocesano  Oldarico  Gossolengo ,  patrizio  di  Cremona. 
Ariberto  cassò  l' elezione ,  ed  avocò  a  sè  il  diritto  concessogli 
per  diploma  da  Corrado  (1025),  pel  quale  egli  credette  arrogarsi 
non  solo  F  esercizio  del  ministero  spirituale ,  ma  altresì  quello 
delle  temporalità  annesse  nel  contado  lodigiano. 

Lodi  mantenne  la  propria  nomina  e  respinse  Ambrogio  Ar- 
chinto  da  Aduno ,  cui  Ariberto  aveva  consacrato  invece  del 
Gossolengo  ;  e  clero  e  popolo  lodigiani  minacciarono  di  ricorrere 
all'imperatore  per  ottener  la  revoca  del  concesso  privilegio, 
eh'  essi  dicevano  assolutamente  surrettizio.  Inutile  è  toccare  mi- 
nutamente di  tutte  le  fasi  della  controversia  fra  l'arcivescovo  e 
i  lodigiani;  la  discussione  passò  ben  presto  nel  dominio  della 
guerra,  e  —  secondo  ci  insegna  la  maggioranza  dei  cronisti  — 
le  forze  contendenti  vennero  a  battaglia  prima  alla  Motta,  poi 
a  Campo  Malo. 

Questi  luoghi  offersero  campo  agli  scrittori  per  determinare 
varie  topografie  corrispondenti.  Cesare  Cantù  ^ ,  ad  esempio  —  e 
non  sappiamo  come  —  afferma  in  modo  reciso  che  Campo 
Malo  fosse  «  tra  Milano  e  Lodi  » ,  indicazione  altrettanto  ge- 
nerica quanto  impropria;  poiché  la  ragione  logica  fa  ritenere 
che  cotesto  luogo  debba  essere  stato  su  territorio  pavese  o  con- 
finante col  pavese. 

Infatti ,  il  Ciseri  ^  pone  Campo  Malo  «  nel  confine  del  Lodi- 
giano,  steso  in  pianura  presso  il  fiume  Lambro,  di  là  dai  monti 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


97 


di  San  Colombano  da  una  parte,  dall'altra  sui  confini  del  Pavese, 
e  dall'altra  il  fiume  Po  »;  ed  il  Porro  ^  lo  pone  «  sui  confini 
del  Lodigiano ,  verso  il  Lambro  di  San  Colombano,  confinante 
col  territorio  pavese  e  colle  rive  del  Po  »  e  riporta  le  parole 
dell'  Ughelli  che,  rammentando  Olderico,  caduto  da  prode  sotto 
un  dardo  nemico  nel  fatto  di  Campo  Malo,  dice  :  «  Olderico , 
combattendo  contro  l'arcivescovo  Ariberto  ed  altre  genti  vicine, 
morì  presso  Motta  in  Campo  Malo  ». 

Ma  lo  stesso  Porro  stranamente  afierma  che  la  Motta  indicata 
è  quella  detta  «  poscia  Motta  dei  Visconti,  posta  sul  confine 
dell'agro  lodigiano  »  ;  ed  il  Ciseri  —  riferendosi  allo  Zani  ^ 
opina  esser  stata  la  Motta  «  di  qua  da  Melegnano  »  tanto  più 
che  «  per  tradizione  costante  verbale  si  sa  che  poco  di  qua  (1732) 
dall'  ostarla  del  Bissone  v'  è  qualche  sito  campestre  che  tiene  tal 
nome,  e  nel  catalogo  delle  terre  descritte  a'  libri  del  contado  si 
legge  Sordio  e  la  Motta,  qual  luogo  di  Sordio  è  la  parochiale 
del  Bissone  e  del  sito  della  Motta  ». 

Della  quale  importa  pure  riferire  che  Massimo  Fabi  ^  la  dice 
«  villaggio  alla  sinistra  del  Ticino ,  sulla  strada  che  da  Abbia- 
tegrasso  conduce  a  Bereguardo  e  a  Pavia  »,  ed  accenna  al  com- 
battimento tra  lodigiani  e  valvassori  milanesi,  avvenuto  «  vicino 
a  questo  villaggio  (Motta)  ». 

In  mezzo  a  questa  sconcordanza ,  propendiamo  verso  l' opi- 
nione che  si  tratti  proprio  di  luogo  finitimo  a  noi. 

Alessandro  Riccardi  —  contradicendo  al  primo  avviso  di 
Cesare  Vignati  ,  che  Campo  Malo  fosse  dov'  è  presentemente 
Cantonale  presso  Orio  Litta  —  stabilirebbe  che  il  luogo  in  di- 
scussione, essendo  «  oltre  Lambro  »  (come  lo  provano  altresì 
alcuni  documenti  archiviati  nella  mensa  vescovile),  debba  esser 
stato  r odierna  Camatta  in  provincia  di  Pavia,  a  tre  chilometri 
sud-est  di  San  Colombano,  e  di  fronte  allo  stesso  Cantonale, 
oggi  comune  di  Senna;  deducendo  ciò  anche  da  una  deriva- 
zione e  da  una  corruzione  etimologica,  la  quale  anche  dal  Vi- 
gnati —  secondo  il  Riccardi  medesimo  —  gli  sarebbe  poi  stata 
«  accettata  ». 

Il  Riccardi  dimostra  pure  come  fossero  affatto  distinti  il  luogo, 
la  corte   e  la  villa   di  Orio  dal  castello ,  luogo  e  territorio  di 
Codogiio  e  il  suo  territorio,  ecc,  —  /.  7 


98 


CODDCJNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Monte  Malo;  ma  il  Vignati  assicura  che  la  campagna  fra  Orio 
e  Chignolo,  e  sottoposta  al  castello  di  Monte  Malo,  chiamavasi 
di  Campo  Malo,  il  che  identifica  spesso  nelle  cronache  i  due 
nomi;  così  come  crediamo  sufiìcientemente  identificati  e  Campo 
Malo  e  Campo  Marro,  per  1'  uso  promiscuo  della  prima  e  della 
quarta  consonante  liquida. 

Di  Monte  Malo  va  ricordato  uno  scambio  di  terreni, e  di  case 
in  Orio ,  presso  il  castello  di  Monte  Malo ,  tra  il  vescovo  lodi- 
giano  Cassino  e  Martino,  abate  di  S.  Cristina  (giugno  115 3), 
probabilmente  in  conseguenza  del  lodo  arcivescovile  sulla  demoli- 
zione di  una  chiesetta  indebitamente  eretta  tre  anni  prima  in  Monte 
Malo  stesso  dall'abate,  invadendo  questi  i  diritti*  del  vescovo  di 
Lodi.  E  dello  stesso  luogo  tocca  l'Anonimo  piacentino^,  scrivendo 
che  i  milanesi  «  edificarono  torri  e  mura  ed  i  castelli  di  Galliate, 
Trecate,  Monte  Marro,  Maleo ,  Cavacurta  e  Corno  (1154)  ». 

Il  lettore  avrà  notato  che  la  dissonanza  fra  gli  autori  nella 
esposizione  attinente  alle  ultime  vicende  locali  continua  ed  au- 
menta. Ma  non  solo  è  dissonanza  topografica,  bensì  anche  cro- 
nologica. 

Per  vero,  non  ci  basta  quasi  il  tempo  di  gittar  gli  occhi  sulla 
corona  di  testi  che  ci  stanno  aperti  dinanzi ,  per  accogliere 
piuttosto  l'una  che  l'altra  versione  disforme;  qui,  dove  Cesare 
Cantù,  colla  imperturbabilità  della  scienza  diplomata,  ci  insegna 
in  un'  opera  sua  ^  che  il  fatto  di  Campo  Malo  avvenne  nel  1026, 
e  in  un'altra,  anche  sua  che  avvenne  nel  1035;  qui,  dove  pur 
Lodovico  Antonio  Muratori  ^"^j  principe  degli  annalisti,  pone  il 
sanguinoso  evento  nel  1036.  E  se  la  luce  di  questi  due  fari 
appar  qui  così  intermittente,  qual  meraviglia  se  le  faci  minori 
sono  ancor  più  incerte,  più  fioche,  più  oscillanti  ? 

Il  lettore  benevolo  si  faccia,  quindi,  una  ragione,  ed  alla  nostra 
aggiunga  la  pazienza  sua,  sì  che  d'amore  e  d'accordo  possiamo 
una  buona  volta  escire  da  questi  periodi  crepuscolari,  e  far  li- 
bero cammino  in  pieno  dì ,  sotto  il  raggio  animatore  della  au- 
tenticata verità. 

Comunque  e  dovunque  sia  avvenuto  il  fiero  badalucco  tra  i 
valvassori  milanesi  ed  i  lodigiani,  non  finì  la  contesa  con  Ari- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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herto.  Ucciso  il  vescovo  Olderico,  i  lodigiani  considerano  che 
chi  è  morto  giace  e  chi  vive  si  dà  pace ,  e  per  gustare  un 
po'  di  questa,  accettano  per  antistite  Ambrogio  Archinto;  il 
quale,  virtuoso  e  prudente,  si  dedica  a  riassettare  le  cose  della 
diocesi.  Ma  più  tardi  Ariberto,  coli' ausilio  dell'imperatore,  ri- 
torna alle  offese ,  vince  da  capo ,  e  domanda  la  conferma  dei 
privilegi  antichi. 

S' oppongono  i  cittadini  di  Lodi ,  a  mezzo  di  ambasciatori,  al 
cospetto  di  Corrado  ;  questi  ne  ascolta  benevolmente  le  ragioni , 
e  le  appaga  revocando  il  privilegio  concesso  ad  Ariberto,  co- 
mecché tale  concessione  a  lui  pure  sembra  carpita.  Nè  basta, 
chè  chiama  V  arcivescovo  alla  resa  dei  conti  ;  ma  —  turbato 
da  tumulti  tedeschi  e  da  una  pestilenza  —  l' imperatore  torna 
in  Germania.  Ariberto  ne  profitta,  reinvade  il  Lodigiano,  e  le 
discordie  e  le  zuffe  seguitano  con  varia  vicenda  sino  alla  sua 
scomparsa  dal  mondo  (1045). 

Lui  morto,  una  benefica  tregua  permette  al  vescovo  Archinto 
■di  dedicarsi  tutto  alle  cure  spirituali  e  temporali  della  diocesi, 
e  per  qualche  tempo  la  sua  figura  attiva  ed  operosa  campeggia 
nella  cronaca  paesana. 

Egh*  infiammò  il  clero  e  il  popolo  della  diocesi  a  pietà  ed  a 
concordia,  recuperò  molti  beni  della  propria  mensa,  specialmente 
quelli  di  Castione.  Quivi  mandò  suoi  delegati  —  fra  i  quali  un 
Guglielmo  de  Ho  —  a  sorvegliare  fortilizi,  ed  un  potestà  per 
r  annesso  S.  Vito  ;  e  quivi  pure  riesci ,  per  le  imponenti  dona- 
zioni fattegli,  in  gran  parte  dai  Comazzo ,  ad  ingrossare  ancor 
più  l'erario  episcopale.  Per  lunga  serie  d'anni  combattè  il  clero 
simoniaco  ed  i  nicolaiti  in  una  guerra  senza  quartiere;  nella 
quale  —  stremato  di  forze  e  col  cuore  amareggiato  per  l' aiuto 
che  ai  ribelli  veniva  dall'autorità  secolare  —  finì  per  soccom- 
bere, morendo  più  d'angoscia  che  di  febbre  (1056). 

Dopo  Ambrogio  Archinto,  la  sede  lodigiana  fu  vacante,  fino 
alla  nomina  di  Obizzone  da  Acqui,  cui  l'arcivescovo  milanese 
Guidone  da  Velate  accolse  benevolo  e  consacrò.  Non  diversa  la 
vita  e  la  morte  —  se  si  ha  da  credere  al  Porro  —  ebbero 
Obizzone  (1074)  e  Fredenzone  (1091)  suo  successore,  zelanti 
esecutori  degli  ordini  di  Roma,  tendenti  a  ripristinare  i  semplici 


lOO 


CODQGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


costumi  della  morale  cristiana  nel  clero  e  nei  fedeli,  e  pei  quali 
si  rese  necessaria  anche  da  noi  la  missione  del  cardinal  Da- 
miani, di  cui  abbiani  già  tenuto  parola.  Si  ebbero  vescovi  d' ac- 
cordo con  antipapi,  e  per  costoro  partitanti  e  monaci  e  preti  ;- 
onde  la  soppressione  degli  uni  e  il  carceramento  degli  altri. 

Ma  poiché  identici  dissensi  affliggevano  quasi  tutte  le  diocesi,, 
la  questione  invecchiando  si  fece  grossa,  e  fu  portata  alla  dieta 
che  Lotario  III  intimò  in  Roncaglia  (7  novembre  11 36). 

E  la  dieta  ci  toglie  per  ora  dal  subbietto  fin  qui  svolto,  e  ci 
avvia  verso  un  orizzonte  storicamente  vastissimo,  ma  ingombra 
insieme  di  così  fitte  nubi ,  che  ci  toccherà  nuovamente  invocare 
la  luce  come  scorta  amica  nel  difficile  cammino. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


lOI 


NOTE  AL  CAPO  IX, 

*  Cesare  Cantù  -  Storia  degli  italiani. 

^  Alessandro  Ciseri  -  Giardino  istorico  lodigiano. 
^  Giacomo  Antonio  Porro  -  Storia  diocesana  di  Lodi. 
^  Ferdinando  Ughelli  -  Italia  sacra. 

Paolo  Emilio  Zani  -  Storie  di  Lodi. 
^  Massimo  Fabi  -  La  Lombardia  descritta. 

^  Alessandro  Riccardi  -  Le  località  e  territorj  di  S.  Colombano  al 
Lambro. 

*  Chroìiicon  placentinum. 

^  Cesare  Cantù  -  Storia  degli  italiani. 
Cesare  Cantù  -  Illustrazione  del  Lombardo  Veneto. 
Lodovico  Antonio  Muratori  -  Ajmali  d' Italia. 

I  nicolaiti  —  da  Nicola,  una  dei  sette  diaconi  della  chiesa  di  Gerusa- 
lemme —  erano  considerati  setta  eretica.  Al  tempo  di  cui  è  parola  desi- 
gnavaLsi  però  con  questo  nome  i  preti  diaconi  e  suddiaconi  i  quali 
pretendevano  fosse  loro  lecito  il  concubinaggio. 


CAPO  X. 


Le  diete  —  Reghinera  —  Roncaglia  —  La  questione  topografica  — '  Le 
cronache  piacentine  del  Codagnello  e  dell'Anonimo  —  I  cronisti  lo- 
digiani —  La  monografia  dell'Agnelli  —  Conclusione. 


A  dieta  —  di  voluta  etimologia  greca  o  latina  * ,  ma , 
anche  per  testimonianza  di  Tacito  istituto  pretta- 
mente germanico  —  era  una  tra  le  più  importanti  e 
certo  la  più  solenne  delle  forme  con  cui  il  re  o 
r  imperatore  determinavano  i  propri  rapporti  con  quelli  delle 
genti  di  lor  signoria. 

Non  si  può,  tuttavia,  ravvisare  nelle  antiche  diete  dei  re 
o  degli  imperatori  tedeschi  qualche  caratteristica  della  politica 
fisionomia  che  hanno  i  parlamenti  moderni;  poiché  radicalmente 
diversa  è  la  natura  dei  due  corpi  legislativi  quali  li  divinarono 
il  pensiero  di  Oliviero  Cromwell  e  più  tardi  la  rivoluzione  fran- 
cese e  il  successivo  impero.  Entrambi  gli  istituti,  però,  dipendono 
dal  principio  fondamentale  moderatore  della  suprema  autorità 
personificata  nel  capo  dello  stato. 

Le  diete  sorsero,  senza  carattere  di  regolarità  e  di  continuità^ 
dal  puro  e  semplice  volere  del  sovrano.  Quando  questi  sentiva 
la  necessità  di  coordinare  a  nuovi  criteri  la  sua  politica  interna, 
o   quando   lo  pungeva  il  divisamento  di  compiere  un'impresa 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


guerresca,  reputava  suo  vantaggio  interrogare  i  grandi  baroni  e 
gli  alti  prelati  che  rappresentavano  uficialmente  il  paese. 

Ancora,  quando  questi  due  ordini  eletti  intendevano  dirimere 
questioni  o  difficoltà  collettive  fra  essi  insorte,  potevano  adunarsi 
in  dieta,  che  non  era  imperiale  ma  solo  signoriale  o  prelatizia, 
così  e  come  dal  secolo  XI  fino  al  XVI  si  rileva  dalle  storie 
tedesche.  La  grande  riforma  luterana  finì  —  ad  esempio  —  per 
diventare  vera  e  propria  legge  dello  stato  allor  quando  i  prin- 
cipi germanici,  e  a  Worms  e  ad  Augusta,  improntarono  a  fatto 
politico  e  nazionale  lo  scisma  dalla  chiesa  dei  papi,  e  nel  mo- 
naco ribelle  di  Heidelberg  videro  non  più  solamente  il  riforma- 
tore religioso,  ma  il  vindice  della  patria  tedesca. 

Se  non  che,  le  diete  ancora  oggi  considerate  dagli  italiani 
appartengono  alla  serie  delle  sovrane.  I  re  e  gli  imperatori 
—  chiamati  fra  noi  da  papi  o  da  principi  e  da  città  malcon- 
tenti, oppure  venuti  di  lor  talento  seguendo  bramosia  di  con- 
quiste —  solevano  come  preliminari  all'azione  chiamare  a  raccolta 
consultiva  i  maggiorenti.  Se  chiamati ,  udivano  lor  ragioni  e 
consigli,  promulgando  poi  le  proprie  risoluzioni,  per  ciò  solo 
trasformate  in  indiscutibili  leggi;  se  spontaneamente  calati,  ini- 
ziando un  simulacro  di  disputa,  finivano  per  imporre  la  loro  vo- 
lontà, riassunta  nel  verso  strappato  dalla  poesia  della  vinta  Roma  : 

Hoc  volo,  sic  jubeo;  sii  prò  ratione  voluntas. 

Circoscrivendoci  —  perchè  è  il  caso  nostro  —  alle  diete  im- 
periali ,  non  è  a  negare  che  per  quei  tempi  esse  rappresenta- 
rono l'alba  di  un  progresso  ed  un  principio  di  libertà.  Prima 
il  gesto  del  vescovo  principe  o  il  cenno  del  barone  feudatario 
costituivano  esclusivamente  —  più  o  meno  in  disaccordo  coi 
ruderi  eterogenei  delle  legislazioni  romana  e  barbariche  — •  le 
norme  pel  subbietto,  al  quale  non  rimaneva  che  la  meccanica, 
bendata  obbedienza.  Ma  quando  gli  imperatori  —  riassumenti 
il  concetto  della  sovranità  universale  —  provarono  essi  pure  il 
bisogno  di  esporre  i  divisamenti  propri  e  di  udirne  pareri,  si 
capì  che  i  popoli  non  eran  stromenti  affatto  passivi,  ma  che 
anch'  essi  avrebbero  potuto  a  mezzo  dei  loro  alti  delegati  es- 
porre se  non  consigli  certo  desideri. 


I04 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Non  si  va,  dunque,  lungi  dal  vero  affermando  che  dalle  diete 
mosse  i  primi  suoi  passi  quella  pacifica  ma  inarrestabile  evo- 
luzione onde  spuntò  il  nuovo  diritto  publico  d'Italia. 

Era  quello  delle  diete  uno  spettacolo  imponente.  Si  tenevano 
in  aperta  campagna  pel  grandissimo  numero  degli  accorrenti. 
Al  ricevere  del  singrafo  imperiale,  nobili  e  prelati,  grandi  e 
piccoli  signori  si  congregavano  ;  chiunque  battesse  stendardo 
feudale,  o  proclamasse  comandi  dal  battifredo  delle  castella,  o 
esigesse  tributi,  o  usufruisse  diritti,  tutti  convenivano  in  uno. 

Sul  mezzo  della  vasta  pianura  si  gonfiava  al  vento  il  padi- 
glione sovrano ,  intorno  al  quale  i  maggiori  e  minori  vassalli 
costituivano  la  non  interrotta  guardia  d'onore  al  simbolico  scudo, 
sorretto  da  un'  antenna  ;  e  notte  e  dì,  pena  la  decadenza  dal  feudo 
in  chi  mancasse,  vigilavano. 

Le  arcigne  adunate  eran  pure  giovate  da  sollazzevoli  inter- 
ruzioni: mercatanti,  saltimbanchi,  indovini  e  quanta  altra  mai 
turba  dedicata  per  mestiere  a  traffici  ed  a  giocosità,  conpen- 
savano e  monarca  e  signori  dell'  austerità  del  loro  compito,  così 
che  il  campo  politico  era  insieme  quello  di  una  fiera. 

Parecchi  luoghi  di  Lombardia  servivano  alle  diete,  e  —  se 
dobbiam  credere  al  nostro  Goldaniga  —  una  tradizione  assegna 
tra  questi  la  vicina  Reghinera,  poiché  Arrigo  III  avrebbe  pro- 
nunciati lodi  e  costituite  leggi  in  quella  campagna,  detta  da 
ciò  Regis  area,  onde  le  venne  il  nome. 

Ma  anche  la  tradizione  riferita  dal  buon  frate  cade  come  ogni 
altro  sforzo  di  aligeri  etimologisti  ;  poiché  Arrigo  III  venne  in 
Italia  nel  1056,  e  noi  vedemmo  già  che  Eriberto,  cancelliere  di 
Ottone  III,  nominava  Reginaria  la  terra  in  questione,  nell'atto 
a  favore  del  conte  Roggiero  (997). 

Siti  precipui  di  diete  furono  pure,  in  Lombardia,  Pratolungo 
sul  Pavese  ed  i  prati  di  Roncaglia.  Qui  Carlo  il  grosso,  nella 
sua  costituzione  (884)  prescrive  :  «  Chiunque....  gli  sarà  coman- 
data la  spedizione  alla  corte  dei  franchi,  cioè  a  quel  campo  che 
volgarmente  chiamasi  Roncaglia,  non  accompagnerà  il  suo  si- 
gnore.... sarà  privato  del  feudo  senza  speranza  di  recupero  ». 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA  105 


In  Roncaglia  Ottone  III  tenne  dieta  che  fu  tragica  (997). 
Dice,  infatti,  l'antico  racconto  che  vi  compariva  al  cospetto 
dell'imperatore  la  vedova  di  un  conte  di  Modena,  certo  Amula, 
condannato  su  falsa  testimonianza  di  Maria  d' Aragona  di  Na- 
varra,  sposa  dell'imperatore  medesimo.  Costei  aveva  accusato  il 
cavaliere  Amula  di  seduzione,  e  all'infelice  fu  mozzato  il  capo. 
Chiese  giustizia  in  Roncaglia  la  vedova  di  lui ,  attestandone 
l'innocenza  colla  prova  del  fuoco,  ed  Ottone  la  risarcì  con  tre- 
mendo giudizio,  poiché  fece  ardere  viva  la  propria  consorte  ^. 

Corrado  II  bandi  la  dieta  a  Roncaglia,  nella  quale  ebbe  prin- 
cipio il  gius  feudale  per  legge  scritta  (1026). 

Altre  diete  ebbero  luogo  in  Roncaglia,  bandite  da  Arrigo  II 
{1047  o  1048);  da  Arrigo  IV,  quando  l'imperatore  fece  disdire 
l'obbedienza  a  coloro  che  1'  avevano  promessa  al  pontefice  (1076  o 
1077);  dallo  stesso  Arrigo  IV,  che  da  Roncaglia  m?ndò  poi 
legati  a  Roma  per  sopire  le  nuove  liti  col  sacerdozio  (11 16);  e 
da  Lotario,  nella  qual  dieta  egli  s'  abboccò,  con  Innocenzo  II  papa, 
tornato  di  Francia  (1132). 

Quattro  anni  dopo  si  ebbe  in  Roncaglia  una  nuova  dieta,  in 
cui  si.  interloquì  sul  dissenso  del  clero  lodigiano  ;  e  altre  due  diete 
vi  tenne  Federico  Barbarossa  (1154  e  1158),  delle  quali  succes- 
sivamente si  farà  parola. 

A  questo  punto  sorge  un  grave  problema,  reso  ancor  più 
arduo  dalla  insistenza  concorde  dei  dott'  nell'  accettazione  senza 
beneficio  d' inventario  di  notizie  relative  alla  topografia  della 
famosa  Roncaglia,  notizie  che  le  recentissime  indagini  comprove- 
rebbero errate,  e  che  noi,  si7ie  favore  et  studio,  esporremo. 

Il  Muratori,  e  quasi  tutti  gli  storici  che  vanno  per  la  maggiore, 
siano  nostrali  o  stranieri  —  senza  tener  calcolo  della  turba  dei 
pedissequi  compilatori  —  si  trovano  d'accordo  nel  collocare  il 
luogo  delle  diete  imperiali  tra  Piacenza  e  Cremona,  dove  ap- 
punto, sulla  destra  del  Po  e  la  sinistra  del  Nure,  esiste  una 
Roncaglia,  in  comune  di  Mortizza;  mentre  altri  —  in  numero 
esiguo,  ma  non  per  questo  sprovveduto  di  buone  ragioni  —  lo 
pongono  alla  sinistra  del  Po,  in  comune  di  Somaglia. 

Le  cronache  piacentine  di  Giovanni  Codagnello  ^  e  dell'Ano- 
nimo     non   potute  studiarsi  dai   santi  padri   delle  istorie  di 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Piacenza  —  quali  Pier  Maria  Campi  e  Cristoforo  Poggiali  — 
cronache  scoperte,  sulla  metà  del  secolo  che  muore,  nella  biblioteca 
Imperiale  di  Parigi  la  prima  e  nel  museo  Britanno  di  Londra  la 
seconda,  ripetutamente  accennano  a  Roncaglia.  Ma  il  Codagnello 
e  l'Anonimo  —  cui  i  critici  moderni  ritengono  veri  luminari 
storici  de'  loro  tempi  —  non  diedero  un'  idea  chiara  e  recisa 
della  Roncaglia  in  questione.  Li  abbiamo  diligentemente  con- 
sultati ,  e  crediamo  giovi  sottoporre  al  saggio  consiglio  di  chi 
legge  tutte  le  ripetute  citazioni  di  Roncaglia  in  essi  contenute, 
e  nella  loro  testualità  : 

MCXXXVI  —  ,  Loterius  sectinda  vice  venit  in  Ronchalia  ef 
fecit  ibi  festum   oinnium  Sanctorujn   et  Nativitatem   Doiniìii  in 
Vigheria  et  cepit  sanctum  Baxianum  et  Sunciìium,  et  Epiphaniani 
fecit  in  Trabacimio  (Codagnello). 

MCLIII  —  Rex  Federicus  \  pruno  venit  et  fecit  festum  sanctì 
Andree  in  Roncalia  et  Nativitatis  Domini  apud  Galliatum  castrum 
Mediolani....  (Codagnello). 

....  —  Fredericns....  anno  ter  ciò  reg7ii  ejusdem,  ab  incar?iatione 
Domini  fhesu  Christi  MCLIIII ,  indictione  II  de  mense  octubris 
Lombardiam  cum  magno  exercitu  intravit.  Interea  mediolanenses 
cum  papiensibus  erant  in  guerra....  Et....  aput  Ronchaliam  inter 
eos  pacem  teneri  precipit....  Deinde  venit  Roxate  et  villam  ef 
castrum  succendit.  Et  Ì7ide  recedens  transivit  Tichiuìn....  et  circa 
Galliate  sua  castra  fìnxit....  et  castella  Momi  et  Trezate  dissipavit. 
Et  inde  discedens  traìispadavit....  Cepit  ossidere  Terdona77t  (^Anonimo). 

MCLXXXX  (IV)  —  ....  Eode7n  77iense  (maggio)  imperator 
Enricus  venit  in  Lo7nbardia77i ,  et  prÌ77to  Ì7itravit  Mediolaman , 
postea  ivit  Papia7n  ;  die  veneris  tertio  mensis  junii  venit  Placentiam  ; 
die  martis  proxÌ77io  exercitus  ejus  venit  Ì7i  Ro7icalia ,  et  stetit  ibi 
cum  do77iino  Ì77iperatore  per  unum  die  ;  die  vero  jovis,  nono  mensis 
junii,  predictus  exercitus  transivit  per  Place7itia77t ,  et  hospitatus 
fuit  ille  exercitus  Ì7itus  burgu}7i  Pontemirii  et  deforis  illis  partibus  ; 
et  tunc  predictus  do77iinus  imperator  ivit  fa7iua77i  (Codagnello). 

MCCXV  —  ....  Existentibus  tamen  placentinis  et  medio la- 
nensibus  in  predicta  expedictione  (di  Rovescala)^  cremonenses 
intraverunt  in  terra7n  nostram,  co77tbuseru7it  parte77i  Sparoarie  et 
Roncalie,  et  Albiam  atque  Casale  (Codagnello). 

MCCXVI  —  ....  milites  et  pedites  de  quatuor  portis  Medio- 
lani        castrametati  fuerimt  ultra  Padum  in  Ro7icalia   Altera 

scilicet  die  sabbati  transpadaverunt  et  hospitati  fuerunt  inter  Ti— 
donum  et  Sarmatum  (Codagnello). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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MCCXLII  —  ....  Deinde  rex  (Enzo)  fecit  diruere  turres 
ecclesiarum  de  Sparoira,  de  Ronchalia  et  Albiano  et  Reperacto 
(Anonimo). 

Riservando  a  più  oltre  la  critica  alle  citazioni  del  Codagnello 
e  dell'Anonimo,  accenniamo  che,  tra  gli  storiografi  e  cronografi 
piacentini,  informò  l'opinione  del  Muratori  il  Campi,  che  fu  pur  se- 
guito dal  Poggiali,  dal  Dal  Verme,  dal  Boselli,  dal  Paveri  Fontana, 
dal  Molossi,  dal  Rossi,  dallo  Scarabelli,  dal  Pallastrelli  e  da  altri. 

Anzi ,  Bernardo  Pallastrelli  ,  commentando  il  Codagnello , 
non  sa  spiegarsi  il  «  transpadaverimt  »  del  brano  riguardante 
l'anno  1216,  su  riportato,  e  scrive:  «  Questo  passo  è  bene  oscuro. 
Ritenuto  che  il  cronista  scrivesse  in  Piacenza,  dice  giustamente, 
rispetto  a  sè,  che  i  milanesi  posero  il  campo  oltre  Po,  e  ciò 
confermasi  dall'  aver  essi  poco  poi  passato  questo  fiume  per 
recarsi  tra  Sarmato  e  Tidone.  Ma  di  tal  guisa  il  luogo  di 
Roncaglia  sarebbe  stato  sulla  sinistra  del  Po ,  mentre  era  ed  è 
sulla  sua  destra.  Forse  Roncaglia  è  da  ritenersi  nome  generico, 
piani  disboscati:  così  nel  nostro  caso  s' intenderebbero  i  piani 
sulla  sinistra  del  Po  ». 

Dalla  quale  dichiarazione  discorda  altra  nota  dello  stesso 
autore ,  nella  quale  egli  si  esprime  così  :  «  Non  è  vero  che  la 
Roncaglia  delle  diete  fosse  nel  territorio  pavese  o  lodigiano , 
ma  presso  Piacenza,  tra  la  Nure  e  il  Po  ».  E  publica  nella  stessa 
nota  una  lettera  diretta  al  Poggiali  dall'  ingegnere  piacentino 
Andrea  Boldrini,  incaricato  di  rilevare  i  piani  del  celebre  luogo, 
lettera  che  è  tutt'  altro  che  significante ,  perchè  non  conclude 
assolutamente  nulla. 

Contro  quella  agguerrita  falange,  i  cui  legionari  si  possono 
ben  dire  valorosi,  sta  un  gruppo  di  scrittori  di  cronache  lodi- 
giane,  animati  dalla  tradizione  ;  la  quale  però,  troppo  spesso  fal- 
libile, fu  causa  anche  dell'  errore  massiccio  onde  si  intessono  gli 
esametri  di  Jacopo  Gabbiano^  (1530- 1580),  che  confuse  Castel- 
nuovo  alla  bocca  dell'Adda  con  Castelnuovo  di  Roncaglia. 

Ma  se  Polinnia  fece  deviare  il  suo  cultore,  Clio  resse  la  mente 
agli  studiosi  della  questione,  alimentando  nei  tempi  la  nozione 
che  Roncaglia  fosse  posta  nei  luoghi  abduani,  qualunque  si  fossero. 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Così  Vittorio  Cada-mosto  (scorcio  del  secolo  XVI)  scrisse: 
«  Roncaglia  è  luogo  che  altre  volte  era  presso  l'Adda».  E  De- 
fendente Lodi  e  Paolo  Emilio  Zani  (prima  metà  del  secolo  XVII), 
e  Giovanni  Cortemiglia  Pisani  (1811-1861)  —  altrettanto  accurato 
che  modesto  —  sostennero  che  il  luogo  dei  Convegni  signoriali 
sia  appunto  Castelnuovo  di  Roncaglia,  già  sede  ospitale  di  im- 
peratori, ora  negletto  cascinale  nelle  solitarie  bassure  digradanti 
al  Po  dall'antico  Monte  Ilderado.  E  fèrvidissimo  propugnatore 
di  quest'  opinione  è  Giovanni  Agnelli,  il  quale  —  non  raffreddato 
dalla  freddezza  di  coloro  per  cui  disprezzare  il  passato  è  cosa 
più  comoda  che  studiarlo  —  publicò  una  pregievole  disserta- 
zione che  noi  ci  sforzeremo  di  riassumere,  previo  un  breve 
esame  alle  citazioni  del  Codagnello  e  dell' Anonimo. 

Dal  primo  passo  riportato  (11 36)  vediamo  che  per  una  seconda 
volta  Lotario  sarebbe  venuto  in  Roncaglia;  il  che  non  ci  basta 
assolutamente  per  determinare  di  quale  Roncaglia  si  trattasse. 
Nè  maggior  luce  reca  il  secondo  passo  (11 54),  nel  quale  si  ac- 
cenna alla  prima  venuta  del  Barbarossa. 

Ben  più  chiaro  è ,  invece ,  il  significato  del  terzo  passo  ri- 
portato dal  codice  anonimo ,  descrivente  la  stessa  venuta  di 
Federico  (11 54), 

E  in  Roncaglia  che  questi  impone  o  finge  imporre  la  pace 
fra  milanesi  e  pavesi;  da  Roncaglia  va  a  Rosate,  ne  arde  il 
castello  ;  poi ,  tornando  su  suoi  passi,  varca  il  Ticino ,  pone 
campo  a  Galliate,  devasta  altri  luoghi  circostanti,  e,  partendone, 
attraversa  il  Po  e  assedia  Tortona.  Ora,  chi  non  vede  che  il 
verbo  «  transpadavit  »  indica  l' azione  del  valicare  il  fiume  dalla 
sinistra  alla  destra?  e  come  questo  potrebbe  supporsi  se  la  Ron- 
caglia da  cui  Federico  iniziava  la  sua  partenza  fosse  stata  sulla 
destra  invece  che  sulla  sponda  lombarda  del  fiume  ? 

I  critici  di  storia  piacentini  qualificano  di  oscuro  questo  ed 
altri  passi,  come  abbiam  visto  ;  e  ne  hanno  ben  d' onde,  poiché 
geograficamente  il  loro  concetto  sul  viaggio  dell'imperatore  è  in 
perfetta  contradizione  col  razionale  itinerario  ch'egli  seguì.  Federico 
che  passa  il  Po  per  avviarsi  a  Tortona  segue  sua  via  varcando 
il  fiume  da  sinistra  a  destra,  ma  non  la  seguirebbe  più,  supposto 
che  egli  la  cominciasse  dalla  Roncaglia  piacentina;  nel  qual  caso 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


109 


il  cronista  avrebbe  enunciato  il  passaggio  del  Po  prima  della 
presa  di  Rosate  e  non  prima  dell' assedio  di  Tortona. 

Dal  quarto  brano  (1194)  potrebbesi,  per  contrario,  trarre  la 
conseguenza  che  il  Codagnello  intendesse  per  la  Roncaglia  del 
discorso  quella  piacentina.  L'andirivieni  dell'imperatore  e  del 
suo  esercito,  così  com'  è  descritto,  fra  la  città  e  il  borgo  di 
Pontenure  e  terre  vicine,  è  indubitabilmente  consono  alla  topo- 
grafia di  Roncaglia  sulla  destra  sponda  del  Po. 

Questo  pure  farebbe  credere  il  quinto  brano  (12 15),  riferen- 
tesi  alla  combustione  per  opera  dei  cremonesi  di  Sparavera,  di 
Roncaglia,  di  Albiano  e  di  Gasale,  o  forse  Casellas  e  poi  Ca- 
selle Laudi,  allora  sul  Piacentino  e  prossime  a  quella  Roncaglia. 

Il  Codagnello,  da  Piacenza,  rimette  tutto  in  dubbio  (12 16) 
esponendo  che  i  milanesi  accamparono  «  oltre  il  Po,  in  Ron- 
caglia »  e  il  giorno  dopo  «  traspadarono  »  e  furono  ospitati 
tra  il  Tidone  e  Sarmato;  onde  la  immediata  illazione  che,  per 
recarsi  tra  quel  torrente  e  quel  borgo  passando  il  Po,  essi  ve- 
nivano da  una  Roncaglia  posta  sulla  sponda  sinistra. 

Il  re  Enzo  che  nel  sesto  brano  riportato  (12 12)  fa  distruggere 
i  campanili  di  Sparavera,  di  Roncaglia,  di  Albiano  e  di  Repe- 
ratto,  sta  indizio  importante  che  la  Roncaglia  qui  accennata  con 
altri  luoghi  del  Piacentino  sia  sulla  riva  destra  del  Po. 

Concludendo,  sopra  i  sei  luoghi  dei  citati  antichi  cronisti  di 
Piacenza  solo  tre  sarebbero  in  favore  della  tesi  strenuamente 
propugnata  dall' egregio  bibliotecario  lodigiano. 

Naturalmente  da  tutte  queste  e  diverse  citazioni  di  luogo,, 
emerge  senza  dubbio  che  in  quei  tempi  esistevano  due  Roncaglie, 
entrambe  «  poco  lungi  da  Piacenza  »  e  collocate  sulle  due  rive 
padane  opposte. 

I  cronachisti  piacentini  hanno  —  imitandosi  gli  uni  gli  altri  ^ 
e  rinnovando  pedissequamente  la  indicazione  del  Campi  —  rite- 
nuta pel  luogo  storico  la  propria;  hanno  fatto  del  pari  i  pochi 
studiosi  lodigiani  —  meno  Alessandro  Ciseri  che  sta  coi  pia- 
centini —  per  la  Roncaglia  del  nostro  agro.  Ma  non  si  può 
dichiarare  che  il  parere  dei  primi  sia  sofìfulto  da  argomenti 
probativi  accettabili  ad  occhi  chiusi,  nè  che  le  avverse  opinioni 
dei.  secondi   siano  gratuite  asserzioni.  La  critica  storica  fino  ad 


I  IO 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Oggi  non  scioglie  il  problema,  ed  i  due  campi  ancora  mettono 
in  mostra  le  proprie  armi. 

Sta  bene,  pertanto,  che  nel  labirinto  delle  ipotesi,  siano  messi 
di  fronte  le  disformi  interpretazioni  locali,  la  quale  convenienza 
assume  maggior  importanza  se  si  pone  mente  alla  serie  di  ra- 
ziocini ponderati  degli  scrittori  lombardi  oppugnanti  il  pensiero 
dei  transpadani. 

Ed  eccoci  al  riassunto  della  monografia  di  Giovanni  Agnelli. 

Adduce  il  contemporaneo  nostro,  tra  gli  altri  argomenti  anche 
i  seguenti ,  che  ci  sembrano  i  capisaldi  del  suo  dotto  lavoro  : 

che  dal  fatto  di  avere  l' imperatore  Lotario  —  dopo  la  dieta 
di  Roncaglia  e  retroceduto  dal  Pavese  —  varcato  il  Po,  con- 
segue non  essere  stata  Roncaglia  quella  del  Piacentino; 

che  nessuno  degli  storici  sincroni  omette  di  collocare  Ron- 
caglia in  Lombardia; 

che  gli  storici,  situando  Roncaglia  <i  apud  Paduin  ,  negano 
implicitamente  ch'essa  sia  ultra,  tanto  più  che  l'indicazione 
«  prope  Placentiam  »  pertinente  a  quest'ultima,  non  contradice 
al  valore  della  prenominata  indicazione; 

che  i  medesimi  storici  del  tempo  mai  non  parlano  del  pas- 
saggio del  Po  per  parte  degli  imperatori,  prima  di  aprire  la 
dieta  roncagliese; 

che  tale  passaggio  susseguì  sempre  alle  diete;  onde  il  co- 
rollario evidente  della  postura  del  convegno  in  terra  lombarda; 

che  prima  del  1158  non  esisteva  nè  meno  un  simulacro  di 
ponte  sul  gran  fiume,  essendo  stato  il  primo  stabile  costruitovi 
nel  II 60;  onde  l'impossibilità  che  in  un  breve  giro  d'ore  un 
esercito  intero,  impedito  altresì  da  tutto  un  grande  corteggio 
imperiale,  potesse  eseguire  il  transito  ed  inaugurare  la  impo- 
nente adunata; 

che  non  è  verosimile  negli  imperatori  tedeschi  la  risoluzione 
di  indire  e  tenere  adunanze  del  genere  sul  Piacentino,  terra 
nemica  all'  impero  e  strategicamente  sfavorevole  pel  gran  corso 
d'acqua  alle  terga  delle  milizie  condottevi. 

La  monografia  insiste  nell' affermare  che  la  situazione  di  Ron- 
caglia lombarda  s'accordava  esattamente  coli' indole  tattica  della 
plaga  che  vi  si  riferisce:  il  corso  del  Po  ed  il  ramo  del  Lambro 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


III 


—  staccantesi  da  presso  d'Orio  —  contenevano  lungo  la  vecchia 
via  romana  posizioni  sicure  e  capaci  di  energiche  offese,  co- 
mecché le  terre  di  Ronco,  Somaglia,  Senna,  Monte  Malo  ed 
altre  parecchie  coronavano  di  forti  castella  il  lembo  del  piano 
al  Po,  facendone  in  codesta  guisa  come  un  campo  trincerato, 
propria  e  vera  sede  ad  una  radunata  di  indole  politica  e  militare. 

Ad  altre  fonti  ancora,  e  non  poche,  inspira  l'Agnelli  il  suo 
convincimento,  e  tra  queste  alla  citazione  del  milanese  Giulini, 
che  pose  —  per  verità  con  eccessiva  larghezza  —  i  prati  di 
Roncaglia  fra  Piacenza  e  Lodi. 

Pure  di  ragguardevole  credibilità  è  la  testimonianza  addotta 
dall'Agnelli  di  Ottone  Morena,  suo  concittadino,  al  seguito  di 
Barbarossa  e  che  fu  presente  alle  diete  di  Roncaglia.  Non  che  il 
Morena  dica  esplicitamente  e  contro  le  deduzioni  che  si  fanno  dagli 
antichi  cronisti  —  come  Ottone  vescovo  di  Frisinga,  1'  Hildeshein, 
Alberico  delle  Tre  Fontane  e  l' Uspergense  —  quale  precisa- 
mente fosse  il  luogo  di  Roncaglia  rispetto  al  Po  ;  ma,  narrando 
che  Federico  Barbarossa  trovavasi  il  29  di  novembre  (1154)  a 
S.  Vito  di  Castione  e  che  il  30  successivo  era  con  sue  genti  a 
Roncaglia,  dopo  che  parte  di  esse  avevano  nel  precedente  giorno 
espugnato  il  borgo  Piacentino  ad  oriente  di  Lodi,  lascia  com- 
prendere che  il  luogo  controverso  fosse  sul  territorio  lodigiano. 
Nè  il  Morena  s'  arresta  alla  prima  dieta  di  Federico,  ma  accenna 
pure  a  quella  di  quattro  anni  dopo  ;  al  quale  proposito  narra 
che  vi  comparvero  pure  Bulgaro,  Martino  Gosio,  Giacomo  e 
Ugone  di  Porta  Ravegnana,  maestri  di  dritto  nel  celebre  studio 
di  Bologna,  i  quali  convennero  oltre  il  Po,  presso  la  chiesa  di 
S.  Pietro  di  Cotrebbia  (21  novembre);  così  che  —  seguita 
l'Agnelli  —  essendo  Cotrebbia  sulla  destra  del  fiume,  e  proprio 
rimpetto  alla  Roncaglia  lodigiana,  questa  e  non  altra  dev'essere 
stata  quella  delle-,  diete. 

Un  altro  ausiliare  dell'Agnelli  è  Ottone  Radevico,  canonico 
frisingese,  che  narra  essersi  l' imperatore  accampato  a  Roncaglia 
«  sulla  sponda  del  Po  »  ;  mentre  i  milanesi,  i  bresciani,  i  liguri 
ed  altri  italiani  s'erano  accampati  —  allora  in  attitudine  non 
nemica  —  sulla  sponda  opposta  del  fiume.  In  due  giorni  l' im- 
peratore fece  costrurre   un   ponte,  e  così  si  resero  agevoli  le 


112 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


comunicazioni  fra  Cotrebbia  e  Roncaglia  lodigiana ,  dove  era 
Federico  coi  suoi. 

Per  tal  modo  —  conclude  Giovanni  Agnelli  —  «  ecco  spie- 
gato il  motivo         pel  quale  i  due  campi  venivano  dagli  storici 

confusi  in  uno  solo,  anzi  preso  l'uno  per  l'altro  ». 

Se  si  chiede  quale  sia  la  modesta  opinione  nostra  nel  grave 
dibattito,  rispondiamo  d'essere  persuasi  da  molte  fra  le  osser- 
vazioni critiche  per  cui  l'imperatore  dovesse,  e  non  potesse  al- 
trimenti, tener  campo  o  corte  che  in  terra  di  Lodi. 

Con  ciò  non  vogliamo  escludere  che  altri  fatti  attinenti  o 
pertinenti  a  contese  comunali  od  imperiali  di  quei  dì  e  succes- 
sivamente abbiano  avuto  a  loro  scena  la  Roncaglia  piacentina; 
ed  anzi  tanto  più  ne  siamo  convinti  dall'  esposizione  del  Coda- 
gnello  e  dell'Anonimo. 

Teniamo  fermo,  però,  che  per  Roncaglia  sede  delle  diete 
debba  intendersi  quella  sulla  sponda  sinistra  del  Po.  Questa  è 
la  conclusione  nostra,  fatta  di  coscienzioso  studio. 

Nè  occorre  dire  che  non  fummo  mossi  da  vacui  sentimenti 
di  preminenze  locali,  poiché  noi  —  l'uno  lombardo,  l'altro  emi- 
liano —  non  riteniamo  proprio  che  sia  stato  massimo  onare  per 
questo  o  per  quel  luogo  circumpadano  1'  esser  stato  calcato  nelle 
diete  imperiali.  Di  ben  altro  i  popoli  hanno  diritto  a  vantarsi  ; 
ed  oggi,  nella  patria  riunita,  codeste  gloriole  municipali  sono 
anche  scadute  di  valore,  come  la  «  infelice  e  vii  secchia  di 
legno  »  della  modenese  Ghirlandina. 

Che,  se  vogliamo  registrare  con  adamantino  lapillo  qualche 
nobile  fatto,  riguardiamo  . piuttosto  alla  comparsa  del  carroccio, 
avvenuta  primieramente  nelle  nostre  campagne,  ministra  bensì 
di  fraterne  contese,  ma  tutta  cosa  italiana  ed  espressione  impo- 
nente della  italica  dignità. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


NOTE  AL  CAPO  X. 


'  Da  éixtrx  o  diceta  (sala  del  convito),  dove  i  germani  trattavano  i  publici 
negozi,  come  si  legge  nella  Germania  di  Caio  Cornelio  Tacito;  o  da  dies 
indictus,  giorno  fissato,  e  tale  derivazione  è  avvalorata  dall'analogia  colla 
voce  tedesca  reichstag  (giorno  d'impero). 

^  Fazio  degli  liberti,  nel  Dittamondo,  lo  ricorda: 
Costui  della  sua  sposa  maledetta 
Provato  il  vero  colla  vedovella. 
Col  fuoco  fece  giustizia  e  vendetta. 
E  il  Paterol  —  Series  augustorum  et  augustarum  —  conferma  il  fatto  ;  strano 
fatto,  se  si  cor.sideri  che  questo  Ottone  è  quello  stesso  la  cui  tenerezza 
di  cuore  si  manifesta  nella  pietosa  storia  di  sua  figlia  Adelasia  col  soldato 
Aleramo,  il  Fulberto  del  Falconiere  di  Pietra  Ardena  di  Leopoldo  Marenco. 
^  Giovanni  Codagnello  -  Chronicon  placentinum. 
*  Dè  rebus  in  Italia  gestis. 

^  Bernardo  Pallastrelli  -  Atti  della  pace  di  Costanza. 

^  Jacopo  Gabbiano  -  Laudiade, 

'  Giovanni  Agnelli  -  Archivio  storico  lombardo. 


Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /. 


CAPO  XI. 

Federico  Barbarossa  —  Il  libero  comune  —  Guerre  municipali  —  La  contesa 
per  Castelnuovo  —  Lodi  distrutta  —  Federico  in  Italia  —  L' asilo 
di  Pizzighettone  e  di  Gera. 


ON  vi  ha  stato  moderno  cui  non  abbia  nel  suo  periodo 
di  formazione  riassunto  e  personificato  un  uomo 
superiore  ai  comuni. 

E  generale  e  costante  il  fenomeno  della  leggenda 
che  si  insignorisce  delle  colossali  figure  sommarie,  sul  cui  volto 
da  semideo  sbatte  la  fantasia  le  sue  ali  poderose,  toccando  le 
nubi  col  mito  e  scuotendo  il  cuore  dei  terrestri  coli' epico  ri- 
cordo. La  mano  di  Dio  le  improvvisa  sull'orizzonte  eterno  del- 
l' umanità ,  per  poi  fatalmente  farle  cadere  ;  ma  la  luce  onde 
irradiano,  o  pura  o  fosca,  o  siderea  o  cruenta,  li  segue  anche 
tramontati ,  con  lunghissima  striscia.  Ond'  è  che  se  si  dileguano 
nel  fitto  tenebrore  delle  età  quali  personaggi  che  vissero  vita 
reale,  permangono  come  esseri  sopranaturali,  sfidatori  dei  tempi, 
contemporanei  a  tutti  gli  evi;  non  più  organismi  individuali, 
ma  forma  suprema  e  simbolo  perpetuo  di  tutta  una  gente,  ma 
memoria  e  speranza  di  una  intera  nazione. 

Legge  comune,  questa,  che  —  circoscritta,  per  conto  nostro, 
alle  genti  più  vicine  —  da  per  tutto  si  affaccia  e  si  dimostra: 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Carlo  Magno,  Arpad,  il  Cid  campeador,  Marco  Kraliewich,  Gu- 
glielmo Teli,  Holger  Danske  meglio  che  nomi  significano  in  tutta 
la  loro  pienezza  1'  attualità  perpetua  delle  nazioni  rispettive. 
E  così  è  di  Federico  BarbarosSa  per  la  Germania. 

L' imperatore  svevo  riempie  di  sè  quasi  tutto  il  secolo  XIL 
Cadono  sul  suo  capo  le  maledizioni  d' Italia ,  ma  è  per  lui  che 
questa,  sviluppata  dal  funebre  lenzuolo,  si  riconosce  a  Pontida 
e  trionfa  a  Legnano. 

In  quel  gran  maggio  patriottico  che  fu  il  1848,  Legnano  ri- 
sorgeva, e  i  padri  nostri  andavano  a  combattere  il  redivivo  Bar- 
barossa,  infesto  ricordo  nella  loro  bella  fede  italica,  ma  archetipo 
sommo  della  potenza  e  della  fede  teutonica.  Poiché  non  è  vuota 
fraseologia  da  effemeride,  bensì  è  verità  che  l'impero  tedesco 
d'oggidì  non  conosce  soluzioni  di  continuità  nella  linea  di  na- 
scita, svolgimento  e  trionfo  dipartitasi  dall' Hoestaufifen.  E  poco 
nota  in  Italia  la  pagina  letteraria  germanica  del  1870:  Guglielmo 
d'  Hohenzollern  cavalcava  presso  il  sepolcro  di  Voltaire 

Portando  sopra  l' elmo  il  sacro  impero , 
Sotto  r  usbergo  la  crociata  fe' , 

e  dall'Elba  al  Reno,  dal  Danubio  allo  Sprea  era  tutta  una  mi- 
racolosa evocazione  della  leggenda  di  Federico. 

Pel  quale  dicono  che  natura  abbia  spezzato  sue  leggi  ;  egli, 
sopravvive  per  le  fortune  della  patria,  ed  aspetta,  alacre  sempre, 
nel  vivo  delle  pietre  incavate  dell'  Hyff  haiiser.  Neil'  ora  del  pe- 
ricolo, abbandonerà  i  suoi  burgravi,  e,  scuotendo  il  capo  dalla 
gialla  chioma  cadente  sul  manto  purpureo  e  gemmato,  e  svol- 
gendo la  bella  barba  prolissa ,  spezzerà  col  suo  pugno  la  tavola 
di  marmo,  per  brandire  novellamente  il  ferro  a  gloria  e  vittoria 
della  vecchia  Germania. 

La  costituzione  politica  d' Italia  era  figurativamente  frammen- 
taria :  cento  signorie  diverse  padroneggiavano,  e  tutte,  o  poco  o 
molto,  soggiacenti  a  quella  del  pontefice. 

Non  è  possibile  che  all'ampia  mente  dello  svevo  imperatore 
sfuggisse  la  grande  visione  dell'avvenire,  pel  quale  l'autorità 
imperiale  —  eh'  ei  collocava  al  di  sopra  dell'  umanità  tutta  — 


ii6 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


sarebbe  stata  posta  di  contro  a  quella  della  chiesa.  Non  consi- 
derati i  pretesti  che  trassero  Federico  nella  patria  nostra,  chia- 
matovi dalle  locali  discordie  e  gelosie,  è  certo  che  a  lui  bastò 
volgere  lo  sguardo  alle  condizioni  intrinseche  dell'  Italia  politica 
in  quella  metà  prima  del  secolo  XII ,  per  rendersi  conto  della 
sua  impresa.  Gli  italiani  di  quei  di,  mal  noti  a  sè  stessi,  armati 
di  sdegni ,  non  s' erano  ancora  conosciuti  nell'  ora  del  pianto 
e,  pur  di  soddisfare  alle  loro  brame  di  prepotere,  sarebbersi 
dati  a  quel  forte  che  ne  avesse  disposate  e  fatte  sue  le  misera- 
bili gare.  E  Federico  venne,  procedette  altero  e  superbo  cam- 
minando sui  baroni,  scompigliò  le  falangi  dei  prelati,  e  tra  lui  e 
la  chiesa  si  delineò,  si  svolse  e  si  pugnò  quello  che  Giosuè  Car- 
ducci disse  il  più  grande  e  il  più  italiano  fra  i  duelli  storici. 

Non  ancora  è  scientificamente  provata  la  genesi  del  comune 
italiano.  Il  genio  latino,  per  l'opera  di  parecchi  fra  i  suoi  più 
illustri  scrittori,  inclinò  all'opinione  che  i  comuni  italiani  se- 
gnassero la  vittoria  dell'  elemento  barbarico,  continuando  essi  gli 
antichi  municipi  romani  ;  a  lor  volta  i  dotti  tedeschi  li  dissera 
propagine  della  società  germanica. 

Ben  poco  lume  offrono  gli  storici  antichi  intorno  a  quell'  im- 
ponente istituto,  meraviglioso  per  quei  tempi  di  torve  fiamme  e 
di  freddi  bagliori;  e  però  nessuno  tra  gli  agili  ingegni  moderni 
potè  al  riguardo  discernere  il  certo  dall'incerto,  riducendo  a 
solide  conclusioni  le  ipotesi  e  le  prove  raccolte. 

In  tale  controversia  —  che  non  è  nostro  compito  risolvere  — 
è  lecito  osservare  che,  se  pur  Roma  ne'  suoi  dì  più  fulgidi  fu 
un  grande  municipio  dall'Italia  all'Europa  gradatamente  impo- 
stosi, è  molto  arrischiato  il  negare  che  quel  concetto  e  quel  fatto 
siano  sorvissuti  alla  disgregazione  dell'impero,  atterrato  dalle 
irruzioni  barbariche. 

Ma  nel  ciclo  storico  appare  prodigiosa  la  sussistenza  del  co- 
mune nel  cuore  del  regime  feudale:  basta  aver  soltanto  sfiorata 
la  cronaca  delle  giurisdizioni  signoriali  per  convincersi  che  al 
di  sotto  del  castello,  nella  gran  famiglia  suddita  del  borgo,  come 
un  barlume  d' autorità  amministrativa  sopravviveva.  Al  feudatario 
il  diritto  assoluto  di  privilegi  (perfino  dei  più  turpi),  di  giustizia, 
di  pace,  di  guerra;  tutto,  insomma,  che  forma  il  potere  poli— 


NELLA   CRONACA  E  NELLA  STORIA 


117 


tico  e  l'esecutivo.  Al  borgo  la  larva  dell'appello  al  signore 
contro  i  suoi  decreti ,  il  codice  pei  peregrini  e  per  gli  ospitali , 
fondato  sulle  consuetudini  ed  applicato  per  mandato  del  console, 
coni'  era  detto  il  capo  della  comunità  ;  al  borgo,  infine ,  il  rego- 
lamento concernente  il  lodo  generico  sulle  differenze  agricole  e 
commerciali  che  per  opposizione  di  materiali  interessi  insorge- 
vano tra  i  borghigiani. 

Forse  i  privilegi  che  si  innestavano  sulle  antiche  consuetudini 
romane  e  che  furon  rispettati  dai  greci  quand' eran  padroni  ; 
forse  i  novi  elementi  recatici  dai  barbari  ed  ispirati  a  fortezza 
e  ad  indipendenza;  forse  la  tolleranza  che  diede  carattere  nei 
tempi  carolingi  al  governo  dei  conti  reggenti  le  città;  tutto 
questo  lentamente  ma  sicuramente  infiochiva  la  luce  dell'  autorità 
regia  centrale,  già  così  rutilante;  e,  profittando  della  sua  lonta- 
nanza, lasciava  che  alle  diverse  fisionomie  locali  si  acconciassero 
disposizioni  di  reggimenti  particolari.  E,  benché  da  un  capo 
air  altro  della  penisola,  e  malgrado  le  contrarietà  d' ordine  etno- 
logico e  geologico,  primo  bisogno  fosse  per  tutti  la  parziale 
conquista  della  libertà  delle  persone  e  delle  cose  proprie,  così 
si  delineò  —  prima  in  concetto,  poi  in  fatto  —  una  consuetu- 
dine di  quasi  indipendenza  amministrativa,  di  fronte  alla  quale 
poco  per  volta  dovettero  capitolare  le  antiche  supremazie  del 
feudo  e  della  chiesa. 

Rapido  nelle  città,  tardo  nelle  campagne,  sorse  e  si  sviluppò 
l'accennato  movimento,  che  da  principio  non  dava  ombra  a 
nessuno  ;  che  poi  si  invigorì  di  immunità  concessegli  da  signori, 
da  vescovi  e  dallo  stesso  imperatore;  fino  a  quando  il  comune, 
sentita  la  propria  consistenza,  ruppe  le  more:  di  genuflesso 
balzò  in  piedi,  ed,  elevando  anche  il  proprio  fra  gli  stendardi 
del  papato ,  dell'  impero  e  delle  baronie ,  vivo  finalmente  di  vita 
propria,  fece  comprendere  ai  diversi  padroni  che  da  allora  bi- 
sognava pure  che  anche  con  esso  si  facessero  i  conti. 

In  Lombardia  specialmente  —  quasi  sempre  sulla  sfera  gius- 
dicente della  diocesi  —  si  venne  plasmando  il  comune  e  lo  stato 
singolo.  Condizione  normale  si  affermò  la  lotta  da  mura  a  mura, 
tanto  più  fiera  quanto  prossimiore,  e  quasi  sempre  futili  i  pretesti  di 
\    'essa.  Nè  altrimenti  poteva  essere  :  lo  stesso  istinto  di  conservazione 


ii8 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


poneva  in  armi  i  comuni  gli  uni  contro  gli  altri  ;  essi  facevano  e 
sfacevano  alleanze,  si  combattevano  con  soldati  propri,  chiama- 
vano a  loro  stipendio  schiere  forestiere;  e  così  la  loro  figura 
amministrativa  si  tramutava  in  politica,  ed  ogni  città  col  territo- 
rio dipendente  assumeva  l' aspetto  e  la  realtà  di  una  piccola 
republica. 

Erano  picciole  gare  o  non  compromesse  o  non  risolute  dai 
consoli  di  giustizia;  un  motto  frizzante,  una  vanitosa  ostenta- 
zione ,  una  sagra  turbata  bastavano  perchè  le  ire  divampassero  : 
si  cominciava  coi  nomi  di  scherno  ;  le  debolezze  o  le  sciagure 
delle  genti  e  degli  individui  venivan  riassunte  in  sarcastiche  apo- 
strofi ,  perdurate  attraverso  i  secoli  o  come  allegorie  di  sprezzo 
o  come  cognomi  risultanti  ;  giorno  per  giorno  inferocivano  gli  odi. 
Solo  giudice  il  campo  :  all'  appello  del  comune  eran  tutti  soldati, 
al  rintocco  della  campana  municipale  si  sguainavan  le  spade,  si 
combatteva,  si  vinceva  quando  non  si  moriva,  per  posare  bre- 
vemente sui  cruenti  allori  ed  alla  prima  opportunità  ricomin- 
ciare. L' idea  nazionale  non  esisteva  ;  quanti  venivan  parteggiando 
di  un  solo  idioma  e  dello  stesso  lignaggio  eran  nemici  a  morte, 
e  tutto  riassume  la  splendida  ipotiposi  della  patria,  escita  più 
dal  cuore  che  dalla  fantasia  di  Dante  : 

Ed  ora  in  te  non  stanno  senza  guerra 
Li  vivi  tuoi,  e  l'un  l'altro  si  rode 
Di  quei  che  un  muro  ed  una  fossa  serra. 

Cerca,  misera,  intorno  dalle  prode 

Le  tue  marine,  e  poi  ti  guarda  in  seno 
Se  alcuna  parte  in  te  di  pace  gode. 

La  storia  politica  d' Italia  al  cospetto  di  Federico  Barbarossa 
e  del  libero  comune  è  tutta  o  quasi  legata  agli  avvenimenti  di 
Lombardia  ;  ma  la  scena  è  troppo  vasta  per  gli  occhi  nostri,  poi- 
ché gli  incidenti,  o  preparati  o  improvvisi,  nascono  di  continuo 
gli  uni  dagli  altri,  ed  il  loro  intreccio  si  rinnova  ad  ogni  istante, 
ed  il  loro  scioglimento  si  allontana  quando  si  crede  di  pervenirvi. 

E,  dunque,  necessario  circoscriverci  alle  vicende  terriere,  che 
pure  furono  parte  precipua  ed  integrale  delle  nazionali;  ed  ac- 
cenniamo primieramente  alla  turbolenta  contesa  tra  Cremona  e 
Piacenza  per  Castelnuovo  presso  l'Adda. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


119 


Una  bolla  d' Innocenzo  II  papa  confermava  i  possessi  del 
chiostro  benedettino  dei  SS.  Sisto  e  Fabiano  in  Piacenza,  anno- 
verando fra  quei  beni  le  chiese  di  S.  Michele  e  di  S.  Bartolomeo 
in  Castelnuovo  (14  luglio  1132).  Non  risultano  interamente  dai 
cronisti  le  successive  vicende  nell'  occupazione  di  questo  luogo  ; 
ma  è  noto  che ,  fervendo  la  guerra  fra  parmigiani  e  piacentini , 
questi,  per  distogliere  i  cremonesi  alleati  ai  loro  nemici,  su- 
scitarono i  milanesi  a  danno  di  Cremona',  e  s'avviarono  allo 


'toop-Zifiiii' 


Avanzo  della  rocca  di  Castelnuovo 

assedio  del  castello  di  Tabiano.  Loro  male  ne  incolse,  poiché 
vi  furono  sconfitti  (11  giugno  1149).  Continuarono  a  guerreg- 
giare con  varia  fortuna  contro  Parma,  e  l'anno  dopo  ebbero  la 
rivincita  al  castello  di  Tabiano,  che  spianarono  dalle  fondamenta. 

Ma,  stando  in  loro  vantaggio  contro  Cremona  ed  in  vista  di 
Castelnuovo  i  loro  alleati  di  Milano,  questi  venivano  assaliti  dai 
cremonesi,  nè  giungendo  tempestivamente  i  piacentini  in  loro 
ausilio,  l'oste  milanese  fu  orrendamente  macellata,  e  lasciò  sul 
campo,  oltre  mille  cinquecento  ^cavalieri,  anche  il  carroccio,  ri- 
parando frettolosamente  nel  castellaro  del  luogo,  che  i  cremonesi 
non  osarono  investire  (5  luglio  1150). 


I20 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO. 


Poco  dopo  riescirono  i  piacentini  a  staccare  Cremona  da  Parma; 
e  diremmo  anzi  tosto,  se  dovessimo  credere  alle  asserzioni  di 
alcuni  storici,  mentre  altri  assegnano  la  conciliazione  tra  le  due 
città  ad  anni  successivi;  e  patto  di  essa  fu  che  i  cremonesi  pa- 
gassero certa  somma  di  denaro  ai  piacentini ,  loro  restituissero 
i  prigionieri  di  guerra,  mentre  i  piacentini  avrebbero  a  Cremona 
consegnato  Castelnuovo. 

Non  è  da  credere  che  questa  transazione  troncasse  ogni  dis- 
senso possessorio  sulla  terra  contesa,  poiché  si  addiviene  fra 
Beraldo,  abate  benedettino  di  S.  Sisto,  e  Lanfranco  Cassino, 
vescovo  di  Lodi,  ad  un  componimento  sull'esercizio  del  diritto 
di  patronato  spettante  al  monastero  sistino  sulla  chiesa  di  S.  Mi- 
chele in  Castelnuovo;  e  si  determina  che  l'abate  ne  elegga  il 
paroco,  che  però  l' esame  e  la  istituzione  ne  appartengano  al 
vescovo,  e  che,  mentre  all'ordinario  si  abbiano  a  riferire  tutte 
le  cose  spirituali,  le  temporali  riconoscano  la  esclusiva  giurisdi- 
zione del  monaco  piacentino  (1155),  a  cui  nessuno  certo  ne- 
gherà la  patente  di  uomo  positivo. 

Nè  va  taciuto  il  passo  di  Pier  Maria  Campi,  il  quale  narra 
che  Federico  Barbarossa,  in  un  diploma  da  Modena  confermava 
al  convento  di  S.  Sisto  tutti  i  suoi  beni  e  possessi,  compreso 
Castelnuovo  colla  chiesa  di  S.  Michele  (1x56)^ 

Come  Lodi  —  vittima  delle  discordie  cittadine  e  della  pre- 
potenza de'  più  forti  vicini  —  fosse  la  prima  volta  distrutta  ad 
opera  dei  milanesi  collegati  ai  nobili  fuorusciti  lodigiani  (i  1 11), 
non  è  nessuno  che  ignori  ;  così  come  è  conosciuta  la  miseranda 
esistenza  condotta  lungo  la  prima  metà  del  secolo  XII  da  quei 
diserti  di  patria,  ai  quali  il  profeta  di  Sionne  avrebbe  potuto, 
come  allo  infelice  Israele,  indirizzare  il  suo  pietoso  lamento. 

Ma  i  lodigiani  riposero  nell'imperatore  la  speranza,  ultima 
dea:  a  lui,  condottosi  in  Costanza  per  tenervi  dieta  (1153), 
genuflessero,  la  fune  al  collo  e  la  croce  in  mano,  due  mercanti 
lodigiani  del  distrutto  borgo  Piacentino  —  e  per  questo  forse 
non  scevri  di  personali  interessi  —  manifestandogli  la  loro 
grande  miseria  e  lo  stato  di  servaggio  in  cui  Lodi  era  tenuta 
dalla  oltracotante  Milano.  Federico  —  sotto  V  acuto  stimolo  di 
ripristinare  fra  noi  l'autorità  imperiale,  che   il  prosperar  dei 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


121 


comuni  aveva  infiacchito  —  accolse  di  buon  grado  la  supplica, 
e,  preceduto  da  un  monito  minaccioso  pei  milanesi  (rimasto 
inefficace),  scese  in  Italia  ben  agguerrito,  valicò  l'Adda,  per- 
nottò nel  convento  di  S.  Vito  presso  Camairago,  e  convocò  la 
sua  prima  dieta  a  Roncaglia  (1154),  tosto  riunendo  sopra  di 
sè  tutte  le  simpatie  dei  lodigiani,  risorgenti  da  morte  a  vita  nel 
veder  poi  il  sire  tedesco  ardere  città  amiche  ai  milanesi. 

Tornato  in  Germania  l'imperatore,  Milano  aggravò  ancor  più 
ferreamente  la  mano  su  Lodi.  Osteggiati  soltanto,  ed  a  riprese, 
dai  cremonesi,  che  avevano  smantellate  le  rocche  di  Somaglia, 
Maleo,  Cavacurta  e  Corno  (1157),  i  milanesi,  accorsi  tosto,  le 
restaurarono,  curando  specialmente  quelle  di  Maleo  e  di  Cava- 
curta, antf^murali  di  Pizzighettone,  baluardo  formidabile  eretto 
dalla  potenza  cremonese  nel  1133. 

I  lodigiani,  per  quanto  forzatamente  remissivi,  non  poterono 
acconciarsi  alle  crudeli  esigenze  che  loro  venivano  imposte,  e  si 
videro  novellamente  distrutto  il  nucleo  di  case  che  ricordava 
l'antica  loro  città,  e  nel  quale  lo  spirito  municipale  della  Lodi 
pompeiana  si  era  raccolto  (1158). 

Sul  tramonto  d' un  giorno  d' aprile  l' esodo  di  quegli  infelici 
si  compì  fra  gemiti  e  pianti;  per  la  disertata  campagna  gli 
esuli  s'avviarono  al  luogo  di  sicurezza,  e  dopo  faticoso  cammino, 
desolato  ancor  più  da  notturna  intemperie,  pervennero  a  Pizzi- 
ghettone. Tutte  le  traversie  che  sogliono  accompagnare  le  di- 
rotte guerresche  non  mancarono  alle  turbe  fuggiasche,  ancor 
più  atterrite  per  l' inseguimento  dei  baldanzosi  nemici  ;  i  quali , 
tenendo  lor  dietro,  aggiunsero  persecuzioni  ad  eccidi,  e  caddero 
così  per  loro  mano  le  rocche  di  Monticelli  presso  Bertonico,  di 
Castione,  di  San  Vito,  di  Camairago,  sostando  i  milanesi  solo 
sulle  coste  di  Cavacurta. 

Qui  —  se  la  verità  non  è  velata  dall'amor  proprio  di  un 
cronista  lodigiano  coevo  ^  e  di  qualche  altro  cremonese  '  —  i 
profughi  avrebbero,  col  coraggio  della  disperazione,  tentato  di 
rifar  testa ,  slanciandosi  con  alcuni  cavalieri  cremonesi ,  ma  in 
breve  stuolo  e  ad  insegne  spiegate,  contro  quelli  che  si  eran 
giurati  ministri  della  lor  morte.  I  milanesi  non  accettarono  la 
zuffa  e  si  ritirarono  a  Castione. 


122 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Se  Pizzighettone  salvava  quel  popolo  d'esuli  dall'eccidio  per 
mano  degli  uomini,  non  potè  però  sottrarli  al  flagello  della  epi- 
demia e  della  morte. 

L' essere  accumulati  in  abituri  ristretti ,  la  deficienza  del  cibo, 
la  stagione  oltremodo  calda,  e  non  pochi  altri  stenti  accrebbero 
la  mortalità  in  quegli  ospiti  sventurati.  Non  fu  più  possibile 
sotterrare  tutti  i  cadaveri  della  giornata  ;  e,  facendo  difetto  presso 
la  chiesa  lo  spazio  per  le  inumazioni,  le  salme  furon  seppellite 
sulla  destra  dell'Adda,  a  S.  Pietro  in  Pirolo.  Lo  spettacolo 
doloroso  indusse  molti  dei  nuovi  venuti  a  sfollare  da  Pizzighet- 
tone ed  a  recarsi  a  Cremona,  dove  parecchi  infermarono  ed 
esciron  di  vita. 

Secondo  il  Goldaniga  —  come  pur  riporta  il  Palazzina,  forse 
troppo  sensibile  agli  strappi  della  cetra  di  Jacopo  Gabbiano  — 
«  una  turba,  passata  l' Adda  si  stanziò  poco  lungi  dalla  riva  del 
patrio  fiume  e  fabbricò  San  Passano  ».  Ma  questa  notizia  di- 
scorda dalla  nota  di  Ludovico  Gavitello  che  quel  castello  del 
Cremonese  era  già  stato  diroccato  dalle  milizie  di  Lotario  im- 
peratore (il  33). 


123 


NOTE  AL  CAPO  XI. 

^  Secondo  il  Cortemiglia  Pisani  questo  diploma  sarebbe  invece  del  1155. 

Ottone  Morena  -  Storia  laudense. 

^  Antonio  Campo  -  Cremona  fedelissima  città  e  nobilissima  colonia  dei 
Romani. 

■*  Ludovico  Cavitello  -  Annales  quibus  res  nbiq.  gestas  memorabiles  a 
Patrics  sucs  origine  iLsq.  ad  annum  salutis  1583. 


CAPO  XII. 


La  corte  imperiale  nel  Lodigiano  —  I  Morena  —  Fatti  d'arme  —  Il  ve- 
scovo Merlino  —  Le  liberalità  imperiali  —  Le  ricchezze  della  mensa 
vescovile  —  Le  cause  giudiziali  pel  feudo  di  Codogno. 


IDISCESO  Federico   in  Italia  per  la  valle  dell'Adige, 
perviene  sul  Milanese,  e  si  accinge  a  farla  finita  coi 
comuni  italiani,   che  —  ormai   divenuti  altrettante 
republiche,  e  aiutati  sottomano  da  papa  Adriano  IV  — 
della  imperiale  autorità  più  non  vogliono  sapere  (1158). 

Il  signore  tedesco  ■ —  pure  avendo  per  precipuo  intendimento 
la  depressione  politica  di  Milano,  come  quella  che  per  la  sua 
potenza  lo  tiene  maggiormente  in  soggezione  al  di  qua  delle 
Alpi  —  dirige  le  sue  prime  ostilità  contro  Brescia,  ripassa  l'Adda, 
riedifica  Lodi  sul  colle  Eghezzone,  e  Como  ;  poi  guida  le  milizie 
di  circa  venti  città  italiane,  di  buono  o  di  mal  animo,  ai  danni 
della  metropoli  lombarda. 

E  questa  cade;  e  fra  le  sue  rovine,  cosparse  del  simbolico  sale, 
passa  l'aratro  (1162);  e  intanto,  a  spese  della  città  caduta,  nuo- 
vamente e  fortemente  si  ricostituisce  Lodi  risorta. 

Federico  sovrabbonda  in  liberalità  verso  i  suoi  fedeli  :  deli- 
neando la  postura  della  Lodi  nuova  (3  agosto  1158),  dispensa 
terre  e  dritti  ai  signori  del  luogo,  inscrivendo  così  per  essi, 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


come  per  la  loro  patria  rifatta ,  perspicui  privilegi  :  restituisce 
ad  Alberico  Merlino  le  regalie  e  le  ragioni  già  dallo  stesso  ve- 
scovo cedutegli  in  benemerenza  dei  prestati  soccorsi  ;  ed  i  signori 
del  Lodigiano  avvince  al  proprio  carro  coi  legami  indistrutti^ 
bili  dell'interesse. 

Cosi  appare  il  territorio  nostro  fatto  scacchiere  al  gioco  d' armi 
tenuto  da  Federico  e  dalle  città  a  lui  devote ,  contro  Milano , 
giovata  da  Piacenza,  da  Brescia,  da  Crema,  da  Tortona.  Sono 
assalti  di  castella  e  di  casali,  combattimenti  in  rasa  campagna, 
valichi  contrastati  di  fiumi,  tutta  una  serie  di  azioni  strategiche, 
cui  si  può  dire  offrono  teatro  e  nome  quasi  tutti  i  luoghi  delle 
nostre  terre.  A  noi,  come  ad  altri,  produsse  da  prima  non  poca 
meraviglia  i'  fatto  di  un  vero  ed  assoluto  dislocamento  dello 
impero  tedesco  dalle  proprie  fini  nel  cuore  dell'agro  lodigiano  ; 
dove  coir  imperatore  e  coli' esercito  suo  s'eran  trasferiti  baroni 
imperiali,  prelati,  giurisperiti,  storici,  cronachisti  ;  dove  i  duchi 
svevi,  bavari,  austriaci  davan  di  gomito  agli  ereditari  di  Boemia 
ed  ai  palatini  del  Reno  ;  dove,  in  fine,  la  corte  intellettuale  del- 
l'Enobarbo  riuniva  in  un  fascio  l'alto  clero  nemico  a  Roma, 
nelle  persone  eminenti  dell'  arcivescovo  coloniense  —  il  noto 
Rainaldo,  riedificatore  della  rocca  di  Monte  Malo  (1163)  —  del 
magontino  Cristiano  —  che,  giocondo  e  corruscante,  si  traeva  seco 
un  harem  di  belle  donne  e  sfracellava  elmi  e  crani  ai  nemici  — 
del  treviriense,  e  del  magdeburghese. 

Ma  ci  trasse  dai  dubbi  e  dalle  incerte  induzioni  il  rilievo 
scultorio  di  quel  momento;  poiché  Milano,  altrettanto  nemica 
dello  svevo  quanto  opprimente  e  feroce  delle  vicine  e  minori 
città,  seguendo  suo  naturai  costume,  raccoglieva  tempesta  d'odt 
dopo  seminato  il  fiero  vento  delle  violenze;  e  siccome  Federico 
doveva  pur  giustificare  con  parvenza  di  giure  il  suo  pronto  in- 
tervento in  Lombardia,  così  meglio  che  a  Cremona,  che  a  Pavia, 
che  a  Como  fece  capo  a  Lodi.  E  Lodi,  a  lui  come  a  vindice 
datasi,  ne  diventò  la  principal  sede  in  Italia;  e  quel  sovrano  e 
questa  città,  inservendo  alla  causa  di  distinti  interessi,  dovettero 
fatalmente  convenire  quale  unico  braccio  della  medesima  leva: 
schiacciare  Milano  era  l'intento  comune.  E  qui,  n^lla  efflore- 
scenza del  più  autentico  imperialismo.  Federico  agiva  come  in 


126 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


terra  propria,  sicuro  da  colpi  di  mano  ostili  e  libero  delle 
mosse.  Non  ci  manca  —  lo  ripetiamo  e  ce  ne  compiacciamo  — 
la  leggenda  di  quei  giorni  e  di  quegli  uomini  che  crearono  le 
glorie  della  lega  lombarda;  ma  sarebbe  ingiustizia  negare  che 
fu  per  reazione  contro  le  feroci  prepotenze  dei  milanesi  che  lo- 
digiani e  pavesi,  cremonesi  e  comaschi  alla  spietata  servitù  di 
efferati  fratelli,  preferissero  quella  di  stranieri  che  si  dimostra- 
rono loro  efficaci  liberatori. 

Nella  lunga  serie  di  dolori  e  di  vendette  che  inchiudono  i 
titoli  di  vincitore  e  di  vinto ,  e  parlando  con  rapida  selezione 
dei  vari  fatti  d'arme  nel  territorio  nostro  in  quei  dì,  è  merito 
notare  che  abbiamo  a  guida  e  a  lume  il  cronista  Ottone  Morena, 
la  cui  credibilità  è  crismata  dagli  storici  maggiori. 

Ottone,  patrizio  dell'antica  Lodi,  ha  l'insuperabile  valore  di 
scrittore  sincrono  ;  mentre  sta  a  suo  carico  l'appunto  di  parzia- 
lità, non  mai  sconfessata  ma  giustificabile,  a  prò  dell'impero. 
Egli  fu  giudice  e  messo  di  Lotario  III  (1141),  messo  e  notaro 
di  Corrado  II  (1147),  ed  il  suo  nome  e  quello  del  fìgliuol  suo 
Acerbo  si  rinvengono  a  piè  d'  una  convenzione  stipulata  tra  Fede- 
rico I  ed  un  vescovo  di  Padova.  Quando  il  Barbarossa  ridonò  a 
Lodi  la  vita,  il  Morena  non  frenò  più  l'entusiasmo  per  lui,  e  fu 
nelle  sue  note  sovente  nemico  alla  carità  non  meno  che  alla  verità. 

Più  sereno  di  giudizio  fu  Acerbo  suo  figlio,  che  continuò  il 
racconto  paterno  troncato  al  tempo  del  secondo  assedio  di 
Milano  (1161). 

Il  Barbarossa,  seguito  da  milizie  di  Cremona,  di  Pavia  —  che 
avevagli  recato  parte  del  suo  naviglio  —  e  di  Lodi,  con  suoi 
uomini  e  stromenti  guerreschi,  si  condusse  alla  riva  del  Po, 
mirando  alla  distruzione  del  ponte  in  barche  gittatovi  dai  pia- 
centini. Da  prima  costoro  difesero  strenuamente  l'opera  propria  ; 
ma,  vedute  in  azione  le  due  petriere  lodigiane,  la  demolirono, 
adducendone  le  barche  a  sicurezza  sulla  sponda  destra.  Le  pe- 
triere non  rimasero  inerti  e  uccisero  due  piacentini.  Non  risulta, 
per  altro,  che  così  il  combattimento  finisse,  poiché  lo  stesso 
Morena  (pure  oscillando  nel  determinarne  la  data  fra  il  18  agosto 
o   il   successivo   novembre    11 60)   scrive  che  al  Mezzano  detto 


NELLA   CRONACA  E  NELLA  STORIA 


127 


Isola,  ed  ora  —  secondo  il  Cortemiglia  Pisani  — Mezzano  Pas- 
sone, lodigiani  e  piacentini  si  azzuffarono,  ed  uno  di  questi 
venne  morto. 

Dopo  il  conciliabolo  dell'antipapa  Vittore,  tenuto  in  Lodi  in 
onore  della  politica  imperiale  (18  giugno).  Federico  batte  la 
campagna;  e,  assediata  la  rocca  del  Corno,  tenuta  e  difesa  dai 
milanesi  e  dagli  abitanti,  la  prende  d' assalto,  ed  ai  cento  pri- 
gionieri fattivi,  tronca  le  mani,  e  brucia  e  annienta  la  rocca 
{25  giugno).  Il  «  religiosissimo,  prudentissimo,  santissimo  di 
pietà  e  dolcezza  senza  pari  »  quale  proclama  l' imperatore  il 
Morena,  il  «  prode,  magnanimo,  affabile  »  quale  lo  dice  Sicardo 
vescovo  c  cronista  di  Cremona,  non  giustificava  certamente  le 
enfatiche  apoteosi  degli  amici  suoi,  in  questo  avvenimento,  che 
per  importanza  di  gesta  e  per  numero  di  vittime  supera  di  gran 
lunga  i  congeneri. 

Al  volgere  di  Federico  verso  Milano,  i  piacentini  sorprendono 
in  Roncaglia  nostra  i  lodigiani,  e  ne  conducono  prigionieri  quat- 
tordici nobili  soldati  (7  agosto);  e  questo  per  la  nostra  enun- 
ciazione sommaria  è  1'  ultimo  avvenimento  guerresco  di  carattere 
esclusivamente  locale  registrato  nelle  cronache  di  quei  tempi. 

Dalle  quali  abbiamo  altresì  a  riportare  non  meno  interessanti 
fatti  che  conseguono  dalle  vicende  raggruppate  intorno  alla  gi- 
gantesca figura  di  Federico. 

Costui  indeboliva  i  nemici ,  accampandone  l' un  contro  l' altro 
i  comuni,  e  insieme  rafforzava  sè  stesso,  aumentando  di  forza  e 
di  potenza  i  propri  '  amici  e  sostenitori  italiani.  Primo  fra  questi 
il  vescovo  di  Lodi.  Così  vollero  i  tempi  e  gli  eventi;  ma  più 
ancora  ebbe  influenza  sul  fatto  la  persona  dell'  antistite  lodigiano 
prò  tempore,  Alberico  Merlino,  che  subito  tenne  parte  per  1'  im- 
peratore, rimunerato  di  amplissimi  privilegi  alla  mensa  vescovile 
ed  alla  città  (3  dicembre  1158). 

Domesticamente  usava  il  vescovo  con  Federico,  ne  era  il  con- 
sigliere e  spesso  il  consultore  forense.  Contro  i  milanesi  il  Mer- 
lino adoperò  l'autorità  propria,  stando  strettamente  avvinto 
all'  imperatore  e  in  politica  e  in  religione,  fino  a  rendere  omaggio 
a  Vittore  IV  ed  a  Pasquale  III  antipapi;  fino  a  sedere  nel  con- 
^  ciliabolo  di  Lodi,  poi  solennemente  condannato  da  Alessandro  III. 


128 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Federico  tornava  in  Germania  seguito  da  signori  e  prelati, 
fra  cui  il  Merlino;  ed  allora  Caldino  della  Sala,  metropolita 
milanese,  invitava  per  mezzo  di  suoi  legati  il  clero  laudense  ad 
abbandonare  le  parti  dell'antipapa  e  del  vescovo  Alberico  Mer- 
lino. Lunga  ed  aspra  fu  la  contesa,  comecché  i  preti  lodigiani 
affermassero  non  poter  disconoscere  un  vescovo  legittimamente 
eletto;  e  ci  volle  del  bello  e  del  buono  perchè,  vedendo  tutte 
le  città  di  Lombardia  confederarsi  ad  Alessandro,  smettessero 
ogni  resistenza  e  si  dichiarassero  pronti  ad  abbandonare  lo  scisma. 

Alberico,  dichiarato  deposto  di  sede,  si  spense  in  Carrara, 
assediato  dalle  genti  di  papa  Alessandro  ;  ed  a  lui  successe 
Alberto  Quadrelli  (1168). 

Ricchissima,  dunque,  si  era  fatta  la  mensa  dei  vescovi  di  Lodi  : 
essi,  per  antiche  concessioni  imperiali  già  da  noi  toccate,  dis- 
ponevano delle  proprietà  dell'acque  nell'Adda,  nel  Lambro  e 
nei  rivi  minori  della  diocesi;  davano  in  affitto  il  diritto  di  pe- 
scagione, quello  di  pedaggio  e  l' estrazione  dell'  oro  ;  industria 
questa  apparentemente  modesta,  ma  in  effetto  assai  rimuneratrice, 
come  lo  prova  un  documento  col  quale  Bertolotto  Achiley  af- 
fittava ad  una  società  appaltatrice  forestiera  la  pesca  dell'  oro 
nella  parte  abduana  di  pertinenza  episcopale,  riservato  a  Berto- 
lotto  ogni  diritto  d'acquisto  sul  prezioso  minerale  (maggio  117  2). 

I  conti  di  Monte  Cucco,  presso  Somaglia,  costrussero  una 
ceppata  con  battifredo  sul  Lambro,  per  allargare  a  lor  piacimento 
il  territorio  circostante,  a  danno  dei  cremonesi  guerreggianti  contro 
i  piacentini.  Il  perchè  vertì  lite  fra  il  vescovo  ed  i  conti ,  lite  che 
durò  molti  anni  ;  e  nelle  testimoniali ,  raccolte  all'  uopo  nel  duomo 
di  Piacenza,  esiste  pure  quella  di  alcuni  codognesi,  i  quali 
confermarono  il  pacifico  possesso  dei  vescovi,  sconfessando  qual- 
siasi pretesa  altrui  al  riguardo.  Erano  questi  Pietro  Traburcio, 
Pietro  da  Guerinzo,  Gianone  Gislando,  Adamo,  e  Ribaldo  de  Zuso. 

Da  Pavia  Federico  conferma  al  suo  «  fedele  e  diletto  principe 
Alberico  »  vescovo,  ed  ai  suoi  successori  tutti  gli  antichi  della 
chiesa  laudense  in  città  e  in  diocesi,  aggiuntivi  molti  altri  sulle 
corti,  castella,  ville,  acque,  strade  e  attinenze  di  Galgagnano, 
Arcagna,  Gamora,  San  Martino  in  Strada,  Livraga,  Sommariva, 
Cavenago  con  lago  della  corte,  di  Castione  e  della  parte  di  Se- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


129 


nadogo  acquistata  dal  vescovo  da  Ascherio  da  Cuzigo ,  di  Co- 
dogno,  di  Ronco,  e  dei  dritti  sull'acqua  del  Lambro  pertinente 
alla  corte  di  Ronco  d'  ambe  le  sponde,  e  su  quella  del  lago  Barili 
tra  Fombio,  San  Fiorano  e  Santo  Stefano  (24  settembre  (1164). 

Lanfranco  dei  Tresseni ,  feudatario  di  Orio,  era  pur  stato  in- 
vestito del  feudo  di  Codogno  ;  ma,  negandone  al  vescovo  la  sua 
famiglia  partem  honoris,  essa  ebbe  contraria  sentenza  (3  set- 
tembre 1178). 

E  dopo  quella  dei  Tresseni  più  viva  divampò  la  contesa  fra 
i  Pusterla  e  i  Vaierani,  seniori  di  Codogno,  da  una  parte,  ed  il 
vescovo  dall'altra.  Ostinatamente  i  primi  negavano  al  secondo 
il  fodro  di  questa  terra,  comandando  ai  loro  gastaldi  «  di  oppor 
resistenza  per  non  dare  ova  e  polli,  nè  prestarsi  al  fodro  e  all'al- 
bergarla ».  Alberico  mandò  sue  genti  ad  esigere  colla  forza  il 
suo  dritto  ;  vi  furon  nella  lotta  feriti  e  prigionieri  ;  poi ,  posta 
lite  giudiziaria,  fu  definita  da  Ottone  Dulciano,  Bernardo  de 
Gavazzo  e  Bregondio  Pocalodio,  delegati  dal  potestà  lodigiano 
Arderico  de  Sala.  Luminosa  fu  la  prova  testimoniale  indotta 
da  Alberico  ;  risultò  tutta  sua  la  signoria  del  castello,  degli  spalti 
e  della  intera  corte  codognese,  poiché  a  lui  pagava  castellanza 
chiunque  ivi  avesse  fondo  o  casa;  appartenergli  il  fodro,  poiché 
e  contadini  e  soldati  gli  davano  il  fuocatico,  nella  misura  di 
quattro  denari  imperiali  per  ogni  fuoco  ;  a  lui  spettare  la  facoltà 
di  porre  in  luogo  il  portinaro,  il  fabbro  ferraro,  il  camparo  ed 
il  porcaro.  Egli  esibì  carte  e  giurò  a  mezzo  di  Albertino  avvocato 
suo  ;  deposero  parecchi  testi,  tra  i  quali  un  Pietro  Bignami  e 
un  Decembrio  Mola  (29  luglio  11 80);  e  Petraccio  Pusterla  con 
Anzilerio,  Nozone,  Bongiovanni  e  Bertramo  Vaierano  furono  con- 
dannati (9  agosto  1181). 

Numerosissime  furono  le  investiture,  i  lodi,  le  liti,  le  compere 
colle  quali  i  vescovi  lodigiani  arrotondavano  e  assicuravano  i  loro 
beni.  La  loro  enumerazione  sfila  nei  codici,  e,  se  volessimo  nel 
testo  riferire  i  documenti  comprovanti  le  dovizie  temporali  degli 
ecclesiastici,  commetteremmo  certo  e  inesattezze  e  superfluità 
ed  ommissioni,  rendendo  insieme  più  intralciato  e  tedioso  l'ar- 
gomento ^ 

Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /.  9 


I30 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


Di  pari  natura  sarebbe  anche  l' elenco  delle  altre  munifi- 
cenze del  Barbarossa,  a  favore  dell'alto  clero;  ma  non  si  può 
omettere  nel  ricordo  il  dono  del  Castel  di  Maleo,  con  pertinenze 
e  consueti  onori  e  dritti  feudali,  al  vescovo  di  Cremona  (2  aprile 
II 64);  di  quella  Cremona  che  cospirava  colla  sua  diocesi  estesa 
a  rassodare  il  piedestallo  del  fulvo  imperatore. 

Sconfinata  era,  dunque,  la  liberalità  di  questi,  al  cui  conspetto 
c'era  posto  per  tutti,  tanto  più  che  le  imbandigioni  venivan  fornite 
da  ogni  lato  fuor  che  dalla  imperiale  credenza.  D'altronde  Fe- 
derico non  recedeva  dal  fermo  divisamento  di  trasformare  il 
paese  nostro  in  imperiale;  anche  se  avverso,  in  alto  o  in  basso, 
gli  stava  lo  spirito  publico;  se,  ad  esempio,  i  conti  di  Monte 
Cucco  —  pur  dichiarati  negli  atti  della  lite  da  noi  accennata 
magni  et  nobiles  homines  —  deviavano  il  corso  del  Lambro 
in  odio  agli  alleati  di  lui;  anche  se  i  villici  del  Corno,  lasciata 
la  vanga,  impugnavano  l'ascia  per  pettoreggiare  le  schiere  te- 
desche, in  difesa  degli  assediati  milanesi. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


NOTA  AL  CAPO  XII.  " 

^  A  complemento  delle  notizie  che,  non  intendendo  noi  fare  lavoro 
d' archivio,  trovano  limitato  posto  nel  capo  XII,  non  ci  sembra  superfluo  ri- 
portare per  ordine  cronologico  dai  Codici  laudensi  di  Cesare  Vignati  e  da 
altre  opere,  l' elenco  di  parecchi  fra  gli  atti  possessori  della  seconda  metà 
del  secolo  XII  e  del  nostro  agro,  specie  di  quelli  che  provano  quali  ingenti 
temporalità  appartenessero  al  clero.  Essi  concorreranno  maggiormente  a 
collocare  nel  debito  lume  le  notizie  degli  avvenimenti: 

Anselmo,  abate  di  S.  Pietro  in  Ciel  d' oro  rinuncia  al  vescovo  Lanfranco 
di  Lodi  parte  del  canneto  di  Gerola  tra  Fombio  e  il  Po  (giugno  1152). 

Lo  stesso  Lanfranco  concede  in  livello  ad  Andrea  e  Bonanno  Rigizani 
un  fondo  ed  una  pezza  di  vitigni  già  di  proprietà  Futigata,  nelle  terre  di 
Codogno  (gennaio  ii53)- 

Certo  Capra  ed  il  fìgliuol  suo  Ambrogio  di  Codogno  promettono  al  ve- 
scovo Lanfranco  ed  ai  suoi  successori  il  tributo  del  fodro,  dell'albergarla 
^  del  distretto  (15  novembre  1156). 

Parecchi  luoghi,  tra  i  quali  Roncarolo,  presso  la  bocca  dell'Adda,  al 
Mezzano,  sono  dati  in  investitura  dal  vescovo,  a  titolo  di  feudo  onorifico 
a  Corrado  e  Pietro  Omodei  (1162). 

Rafio  Morena,  potestà  lodigiano,  ed  altri  in  suo  concorso  giudicano  nella 
causa  vertente  tra  il  vescovo  Alberico  ed  alcuni  uomini  di  Cuzigo  (Ca- 
stione)  dover  costoro  pagare  alla  mensa  un  annuo  tributo  per  la  castel- 
lanza  (28  marzo  1165). 

Le  decime  della  corte  e  del  territorio  di  Castelnuovo  Bocca  d' Adda  son 
date  in  investitura  al  cremonese  Giovanni  Salvatico  (1166). 

Il  vescovo  Alberico  si  conviene  coi  fratelli  Conte  e  Giovanni  Futigata 
del  fu  Gariardo  per  alcuni  beni  in  Codogno  (24  ottobre  11 66).  In  questa 
convenzione  rogata  nel  castello  di  Castione ,  vengono  ricordati  parecchi 
nomi  di  proprietari  codognesi,  tra  i  quali  i  Pusterla,  i  Valirano,  i  Tresseno, 
i  Goldenigo,  i  Mola,  ^li  Spazzamensa,  i  Malfassati,  i  Maltraversi. 

Da  una  dichiarazione  di  Cesto  de  Merlino  al  vescovo  Alberico  risulta 
che  i  Merlino  stessi  erano  investiti  di  terre  e  di  onori  anche  in  Castione, 
Mn  Codogno  e  in  San  Fiorano  (18  dicembre  1167).  In  seguito  pare  che  gli 


132 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


investiti  non  tenessero  i  patti,  poiché  vi  fu  causa  giudiziale,  ed  occorse 
giuramento  di  testi  nelle  mani  del  vescovo,  comprovanti  i  diritti  di  lui  (1174). 

Alberico  vescovo  concede  all'  abate  Stefano  del  monastero  cremonese  di 
S.  Sigismondo  la  decima  della  corte  e  del  luogo  di  Larderà.  Questa  con- 
cessione fu  rogata  a  Maleo ,  ma  manca  di  data.  Altre  concessioni  vengono 
fatte  successivamente  allo  stesso  abate  dal  vescovo  di  Lodi,  della  chiesa 
di  S.  Margherita  in  Larderà,  verso  alcune  retribuzioni  annue  e  colla  in- 
giunzione di  pagare  un  pranzo  a  lui  ed  ai  suoi  successori,  con  quattordici 
persone  di  corteggio  (22  ottobre  1181). 

Alberto  vescovo  concede  in  affitto  perpetuo  a  Lantelmo  un  prato  ad 
Orio,  circondato  da  altre  proprietà  vescovili  (aprile  1171). 

Guiscardo  di  Cuzigo  acquista  da  Carentano  Brina  e  figli  Ottone  e  Rivello 
alcuni  predi  in  Casal  Lupano  (aprile  1172). 

Alberto  vescovo  incarica  Anrico  di  Meleti  e  Gerardo  del  Corno  di 
esigere  le  decime  nelle  corti  di  Meleti  e  di  Larderà  (9  giugno  11 74). 

Alberto  e  Obizone  Notta,  fratelli  milanesi,  già  infeudati  dai  seniori  di 
Melegnano  di  alcune  terre  poste  ad  Orio,  dette  Montoruzo,  le  rinunciano 
a  favore  della  mensa  vescovile  (26  febbraio  1175). 

Una  carta  di  questi  tempi  fa  un  elenco  dei  pingui  redditi  posseduti  in 
Cereta  presso  Orio  dal  vescovato. 

Alberico  vescovo  concede  venti  pertiche  di  terra  di  Castione  in  livello 
perpetuo  a  Lanfranco  Litigardo  (agosto  11 75). 

Da  una  sentenza  consolare  di  Lodi,  in  una  causa  tra  Guiscardo  e  Gam- 
baro  di  Cuzigo,  per  diritto  di  passaggio,  risulta  che  Guiscardo  aveva  in 
feudo  un  prato  e  un  bosco  presso  Castione,  di  proprietà  del  vescovo 
(21  aprile  11 76). 

Enrico  del  fu  Alberto  di  Meleti  promette  di  restituire  al  vescovo  Albe- 
rico il  feudo  posseduto  in  Castione  d'Adda  (27  gennaio  1179). 

Lo  stesso  vescovo  compera  da  Petraccio  e  da  Arnaldo  da  Cuzigo  i  loro 
diritti  in  territorio  di  Castione  e  di  Senadogo  (già  in  parte  di  possesso 
vescovile  per  la  accennata  promessa  di  Enrico  di  Meleti) ,  eccezione  fatta 
della  terra  che  era  nel  castello  di  Senadogo ,  in  cui  tenevano  torrioni  di 
abitazione  i  venditori  (5  giugno  1179).  I  Cuzigo  furono  poi  spogliati  di 
questi  beni  per  aver  parteggiato  a  favore  di  Federico  IL 
■  Alberico  vescovo  investe  per  livello  perpetuo  maschile  Guastavino,  Bo- 
cardo.  Ottone,  Bernardo  e  loro  eredi  di  Senna,  del  diritto  di  decima  in 
un  luogo  presso  Maleo,  detto  Tighetha  (1179). 

Il  vescovo  dà  in  perpetuo  livello  a  Guidotto  da  Cuzigo  la  decima  dei 
ronchi  nuovi  del  bosco  della  Rotta  (21  settembre  11 80). 

Il  medesimo  Alberico  acquista  alcune  terre  in  Castione  dai  fratelli  Glos- 
solano  e  Pietro  del  fu  Girardo  Alifredi  o  di  Montodine,  di  legge  longo- 
barda, a  ciò  consenzienti  Pietro  di  Casale,  Giovanni  Verro,  e  Giovanni 
Stanga  di  Meleti,  loro  padroni  (16  ottobre  11 80). 

Le  decime  di  Molinello  e  di  Ripa  Alta,  site  fra  il  Lambrello  presso  il 
Corno  fino  al  Po,  son  date  in  affitto  perpetuo  dal  vescovo  a  Ribaldo  abate 
di  S.  Stefano  al  Corno  (12  settembre  1182). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Lanfranco  dei  Tresseni  cede  ad  Alberico  del  Corno  vescovo  tutte  le 
ragioni  sul  quinto  dei  frutti  dei  ronchi  in  terra  d'Orio  (24  febbraio  11 83). 

Il  feudo  sulla  corte  di  Ronco  e  sopra  un  campo  verso  il  Lambrello, 
appartenente  a  Guidotto  Malberto,  viene  da  lui  rinunciato  al  vescovo 
(2  febbraio  11 84). 

Una  terra  presso  Levata  in  terra  d' Orio  è  dal  vescovo  data  in  livello  a 
Bonetto  di  Bergamo  {21  agosto  1184). 

Parecchie  terre  presso  Valera  di  Castione  sono  concesse  in  livello  ma- 
schile dal  vescovo  a  Garugio  de  Guasci,  a  Giovanni  Roncacesa,  a  Giovanni 
Clarino,  e  a  Giovanni  Orabono  tutti  di  Castione,  con  quattro  atti  distinti 
(4  marzo  1186). 

I  fratelli  Bertoletto  e  Alberico  Mola  dichiarano  di  pagare  al  vescovo  lo- 
digiano  una  contribuzione  per  l' investitura  di  un  feudo  da  loro  tenuto  dai 
Conti  in  territorio  di  Castione  (23  settembre  1186). 

Una  concessione  di  fitto  perpetuo  vien  fatta  dal  vescovo  al  codognese 
Girardo  Milebafe  ed  eredi  maschi,  di  terra  aratoria  in  Codogno,  in  contrada 
di  Metale  {14  aprile  1187). 

L' abate  di  S.  Vito,  Andrea,  consenzienti  i  suoi  conversi,  fanno  una  per- 
muta di  terreni  con  Rivello  e  Ottone  Brina  di  Pizzighettone,  ricevendone  uno 
in  territorio  di  San  Vito  per  un  altro  in  curia  di  SenadQgo  (24  giugno  T187). 

Rustichello  da  Castione  ha  ivi  in  livello  perpetuo  un  prato  del  vescovo 
{27  settembre  ii88j. 

Prete  Bellebono  da  Codogno  ed  Ugone  Cornesano  hanno  in  affìtto  le 
ragioni  vescovili  sulle  corti  di  Ronco  e  di  Codogno  (9  dicembre  ii88j. 

Arderico  vescovo  è  in  lite  con  Monaco  di  Cuzigo  e  gli  uomini  di  Ca- 
stione cointeressati  nella  corte  di  Senadogo  contro  Molinario  e  Giacomino 
di  Comazzo  pel  ripatico  dell'isola  di  Rammo  Rabioso  (17  ottobre  1190). 

Giovanni  Verro,  Giovanni  Stanga,  Caldino  Mola  ed  altri  interessati  nella 
corte  di  Meleti,  hanno  in  affitto  per  vent'  anni  la  decima  della  stessa  corte 
meno  il  quarto  da  devolversi  alla  pieve  (27  ottobre  1190). 

Pietro  Almerico  ha  dal  vescovo  in  perpetuo  livello  maschile  una  pro- 
prietà immobile  in  Castione  (27  febbraio  1191). 

Alamanno  ha  in  perpetuo  fitto  otto  pertiche  di  bosco  da  ridurre  a  prato 
pure  delle  proprietà  vescovili  in  Castione  (27  marzo  1191). 

Nella  stessa  proprietà  è  conceduto  altro  fitto  perpetuo  ad  Arialdo  Cat- 
taneo (2  aprile  1191). 

I  coniugi  Alberico  Malsperone  e  Garofola,  di  legge  longobarda,  vendono 
terre  in  San  Vito  ed  in  un  luogo  vicino  detto  Curola  (28  maggio  1191). 

II  prete  Martino  di  Castione,  consenziente  il  vescovo,  vende  terreni  del 
vicino  luogo  detto  Cecini  ad  Ardemanno  e  Bontempo  Copalavezi  (13  ot- 
tobre 1191). 

Gli  stessi  Copalavezi  acquistano  altro  suolo  di  Castione  e  di  Senadogo 
da  Arialdo  capitano  e  Adelasa  coniugi  {18  ottobre  1191). 

Pietro  da  Casale,  di  legge  longobarda,  consenzienti  il  vescovo  Arderico 
e  Paolo  abate  di  S.  Pietro  in  Lodi  Vecchio,  permuta  con  Monaco  prevosto 
X  di  S.  Maria  della  Cava  sette  pezze  di  terra  aratoria  e  prativa  nel  territorio 


134 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


di  Meleti;  e  nello  stesso  giorno  ha  pur  luogo  un'altra  permuta  di  terre 
nel  medesimo  territorio  tra  Monaco  e  Sozone  e  Morlano  Verro  figli  del 
fu  Giovanni  (29  maggio  1192). 

Gualtero  da  Cuzigo  aggiunge  ai  suoi  beni  alcune  terre  in  Senadogo  e 
Castione,  acquistandole  da  Bezo  e  Alberto,  padre  e  figlio  Sorego  (22  di- 
cembre 1192). 

Alcuni  diritti  sui  Busnadori  sono  commutati  con  altri  dello  stesso  luogo 
tra  il  vescovo  e  Giovanni  della  Crota  (18  ottobre  1194). 

Il  vescovo  di  Lodi  concede  in  perpetuo  fitto  un  bosco  in  Castione  a 
certo  Michele  di  quel  luogo  (17  gennaio  1196). 

A  nome  della  rnensa  il  gastaldo  Guidone  de  Episcopo  fitta  ad  un  Pe- 
traccio  un  tratto  di  terra,  un  prato  e  un  canneto  presso  la  chiesa  di  Orio 
(30  gennaio  1196). 

I  fratelli  Guglielmo  e  Ardizino  Salvatici  e  Bartolomeo  del  fu  Ambrogio 
di  Cremona  dal  vescovo  lodigiano  hanno  in  feudo  due  terzi  delle  decime 
di  Castelnuovo  Bocca  d'Adda;  e  nello  stesso  giorno  i  fratelH  Salvatici 
hanno  la  cessione  di  altri  diritti  sulla  corte  di  Castelnuovo  dai  conti  Ugo, 
Anzilerio  e  Alberto  (15  febbraio  1196). 

II  su  accennato  gastaldo  Guidone,  alla  presenza  del  vescovo  suo  signore,  af- 
fitta un  sedime  con  viti  in  Montemalo  a  Pietro  Braga  del  luogo  (26  marzo  (iigG). 

Il  vescovo  Arderico  dà  ad  Arnoldo  Biliano  in  fitto  maschile  e  feminile 
perpetuo  un  sedime  in  Codogno  (26  novembre  1196). 

Lo  stesso  affitta  un  prato  in  Castione  ad  Ardemanno  e  Bontempo  Aco- 
palavesi  fratelli  (1197). 

Tra  Giordano  Palatino  e  Gualterio  di  Cuzigo  s' agita  una  questione  giu- 
ridica sul  coltivo  di  una  terra  presso  Castione,  ed  interloquisce  Raso 
de'  Rainoldi,  console  lodigiano  (19  agosto  1197). 

Arialdo  e  Alberto  Quaquera,  fratelli,  e  Ghislenzone  Guasco  vendono 
con  due  atti  distinti  alcune  case  e  terre  in  Castione  ed  in  Senadogo  ad 
Ottone  di  Cuzigo  (30  maggio  1198). 

Le  terre  dette  alle  Novelle,  presso  Castione,  sono  vendute  da  Corrado 
Vistarini  ad  Arialdo  Ferrarlo  ed  a  Giovanni  Musello  (22  settembre  1198;. 

E  così  continua  la  filatessa  delle  memorie  chirografe,  e  di  massimo  e 
di  minimo  momento,  anche  pei  secoli  successivi;  le  quali  tutte  però  nel 
loro  complesso  potrebbero  essere  materia  di  utili  induzioni  alla  dottrina. 
Ma,  considerato  che  le  proporzioni  dell'  opera  nostra  —  ora  che  incalza  la 
narrazione  di  ben  importanti  avvenimenti  —  ci  impongono  brevità  ed  ordine 
diligente,  ci  riserbiamo  di  citare  solo  i  principali  dei  documenti  successivi, 
valendoci  pure  del  metodo  razionale  delle  annotazioni  ai  singoli  capi. 


CAPO  XIII. 

La  vita  agraria  nell'evo  medio  —  Gli  ospitali  —  Senadogo  —  Le  strade 
della  regione  —  L' ospitale  di  S.  Pietro  in  Senna  —  L' ospitale  di 
S.  Alberto  in  Castione, 


ER  gli  accennati  avvenimenti  la  nostra  regione  divenne 
tutta,  o  quasi,  una  manomorta  ecclesiastica.  Vedremo 
ora  quali  conseguenze  se  ne  ebbero  ;  ma  prima  riassu- 
meremo la  prospettiva  generale  del  paese  nelle  sue 
condizioni  economico-sociali,  risalendo  nei  secoli. 

Coi  longobardi,  da  Alboino  a  Desiderio  è  tutta  una  lunga  e 
faticosa  linea  di  .progresso,  la  quale  nella  sua  evoluzione  ci 
conduce  alla  potenza  ed  alla  civiltà  franche,  che  modificarono 
fino  alla  mutazione  quella  che  poteva  chiamarsi  società  italica. 
Ma  non  è  a  dimenticare  che  le  fasi  ed  i  cambiamenti  radicali 
cadevano  precipuamente  sul  suolo  ;  e  così  è  appunto  il  regime 
agrario  che  ci  ofi"re  il  mezzo  più  certo  per  conoscere  dello 
stato  publico  e  privato  di  quei  nostri  remoti. 

Allora  nessun  concetto  di  popolo,  com'è  modernamente  inteso, 
esisteva.  Due  grandi  classi  soltanto  formavano  il  consorzio  civile: 
i  proprietari  del  fondo  ed  i  lavoratori  di  esso  ;  i  primi  sceverati 
fra  le  due  grandi  categorie  di  soldati  padroni  e  del  clero  signore. 
Per  aver  lume  dei  publici  rapporti  fra  questi  e  quelli,  è  quindi 


136 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


mestieri  escir  dalle  mura  delle  città,  e  recarci  fra  i  campi,  dove, 
in  piena  aria,  batteva  più  schiettamente  il  cuore  sociale  ed  eco- 
nomico di  quei  dì. 

Perdurava,  antica  consuetudine  romana,  la  grandissima  pro- 
prietà, vuoi  considerata  nella  sua  essenza  individuale,  vuoi  nella 
consorziale  ;  ma  in  entrambe  sovraneggiava  il  principio  fonda- 
mentale della  lata  aggregazione  dei  fondi,  i  quali  per  ciò  solo 
assumevano  una  specie  di  vita  autoctona  ed  un  nome  particolare. 

A  formare  quelle  grandi  estensioni  possessorie  concorsero 
gl'immensi  gerbidi,  gl'incolti  boschivi,  le  paludi  bonificate.  La 
villa  urbana  era  la  dimora  del  signore;  quella  rustica  ne  rap- 
presentava una  dipendenza,  poiché  serviva  di  abitazione  ai  colti- 
vatori, mentre  fra  le  casipole  e  gli  stabuli  si  allargava  la  cohors, 
specificata  più  tardi  negli  istromenti  sincroni  col  titolo  di  curtis\ 
il  quale  non  fu  attribuito  soltanto  alle  terre,  ma  altresì  alle  città, 
corrispondendo  in  tal  caso  al  comune. 

Unico  fondamento  di  quella  economia  agraria  era  il  lavoro 
dei  servi,  cui  Varrone  aveva  già  chiamati  istrumenhim  vocale  fundi. 
Non  c'era  nulla,  pertanto,  al  di  fuori  del  dono  della  ragione, 
che  distinguesse  il  lavoratore  uomo  dal  lavoratore  bruto  ;  bela- 
vano gli  agnelli,  muggivano  i  buoi,  nitrivano  i  cavalli,  e  il 
servo  della  gleba  parlava  :  questa  l' unica  differenza. 

E  anche  fra  noi  —  come  da  per  tutto  —  chi  faticava  nel 
campo  poteva  aspirare  ad  esser  fatto  liberto  per  concessione  dei 
signori,  ma  contro  questa  liberalità  vigeva  aspra  e  ferrea  la  con- 
suetudine secolare  ed  universa  di  una  tirannia  a'tutto  tetragona, 
perfino  alla  dottrina  umana  del  Cristo,  riescita  bensì  a  trionfare 
politicamente  dell'onnipotenza  dei  Cesari,  ma  che,  nei  rispetti 
sociali,  aveva  dovuto  arrestarsi  impotente  al  cospetto  della  ser- 
vitù delle  plebi. 

Così  fu  una  intiera  odissea  quella  per  cui  dovettero  passare 
secolarmente  gli  uomini  o,  meglio,  le  cose  vitali  ;  e  così  accadeva 
certo  nella  nostra  regione,  dove  nel  secolo  X  ancora  —  e  lo 
dice  un  diploma  di  Berengario  (916)  —  il  re  sentiva  il  bisogno 
di  proclamare  che  avrebbe  presi  sotto  la  sua  protezione  speciale 
tutte  le  proprietà  della  chiesa  cremonese,  e  con  esse  i  servi,  le 
ancelle,  gli  aldioni  e  le  aldiane. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


I  figli  dei  servi  seguivano  la  condizione  paterna,  e  conveniva 
diventar  ecclesiastici  o  soldati,  o  che  il  padrone  per  disposizione 
testamentaria  ne  proclamasse  la  libertà,  perchè  il  triste  retaggio 
della  schiavitù  si  prescrivesse. 

Ma  anche  la  popolazione  servile,  tra  gli  infiniti  strazi  e  le 
supreme  angoscie,  diminuì.  La  generazione  andò  rarefacendosi , 
sia  per  la  prolificazione  enormemente  scemante  (concorrendo  al- 
tresì cause  volontarie  e  nefande),  sia  per  le  incursioni  barbariche, 
le  quali  accompagnavano  con  ferro  e  con  fuoco  la  loro  instau- 
razione fra  noi;  mentre  le  campagne,  di  conseguenza  neglette 
ed  abbandonate,  tornavano  fatalmente  al  loro  pristino  stato  di 
ronchi  e  di  stagni.  Mancando  da  un  lato  le  braccia  e  crescendo 
dall'altro  i  canoni  ed  i  balzelli^  la  rovina  agraria  fu  generale. 

Eppure  non  è  a  credere  —  secondo  Giuseppe  Rovelli  ^  —  che 
la  Lombardia  fosse  ai  tempi  di  sant'  Ambrogio  fra  le  regioni 
più  infelici;  il  che,  per  altro,  discorda  da  quanto  afferma  lo 
stesso  santo  ^  che  il  paese  posto  fra  Milano  e  Bologna,  pingue 
e  fertilissimo  un  dì,  fosse  fatto  spopolato  ed  incolto. 

Dei  nostri  campi  al  tempo  degli  eruli  e  dei  goti  non  tocca 
la  cronaca;  solo  si  rammenta  la  divisione  delle  terre  italiche  fra 
i  barbari,  iniziata  da  Odoacre  e  finita  da  Teodorico.  Per  essa 
ogni  soldato  aveva  in  assegnazione  il  terzo  della  casa  e  del 
predio;  ma  non  avvenne  nessun  cambiamento  nello  stato  dei 
lavoratori  ;  il  quale  non  variò  nè  pure  per  la  sommaria  confisca 
dei  fondi  fatta  successivamente  dai  passeggieri  dominatori  venuti 
di  Grecia. 

Al  sopravvenire  dei  longobardi,  i  pochi  vinti  superstiti,  che 
dal  Lazio  nativo  erano  saliti  all'  Italia  superiore  in  condizione 
di  proprietari,  dovettero  sgombrare;  e  fu  allora  che  i  duchi  dalle 
lunghe  alabarde,  lasciando  al  re  loro  la  metà  dei  beni  conqui- 
stati, stettero  padroni  e  donni  nei  campi  nostri;  e  noi  già  diffu- 
samente trattammo  dei  criteri  e  delle  consuetudini  che  ispirarono 
la  legislazione  agraria  di  quei  torbidi  tempi. 

Non  mutaron  gran  fatto  le  condizioni  dei  villici  nè  meno  sotto 
i  carolingi,  i  quali  —  fiscali  oltremodo  —  inasprirono  a  massimo 
profitto  delle  chiese  e  dei  chiostri  le  imposte  fondiarie,  già  gravi 
nell'età  longobarda,  e  le  prestazioni  personali  degli  agricoltori; 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


più,  si  sanzionò  allora  che,  dopo  trent'  anni  di  coltivazione  sopra 
un  fondo,  anche  gli  obblighi  d'un  uomo  libero  potevano  di- 
ventare perpetui. 

Era  già  copioso  in  quei  tempi  l'allevamento  dei  suini,  degli 
ovini  e  dei  bovini,  servendo  già  il  latte  alla  caseificazione,  alle 
cui  specie  di  quadrupedi  corrispondevano  i  servi  guardiani,  di- 
stinti con  nomi  propri  in  una  peculiare  gerarchia  rusticale.  Era 
uso  speciale  il  sostituire  ai  grani  gentili,  come  il  frumento  e  la 
siligine  allora  usitatissima,  i  cereali  inferiori,  indice  della  fruga- 
lità forzata  delle  popolazioni.  In  agosto  orzo,  frumento  e  segale 
dovevano  consegnarsi  al  padrone;  in  novembre  miglio  e  pa- 
nico. Lino,  veccia,  fave,  fagioli,  cipolle  e  rape  sono  frequente- 
mente ricordati  nei  patti  colonici  d' allora.  Era  sconosciuta  la 
rotazione  d' oggidì  ;  positivo  però  è  il  fatto  di  due  raccolte 
diverse  nello  stesso  anno  ;  floridi  i  prati  ;  la  irrigazione  tuttavia 
primitiva,  ma  già  costituente  diritto  attivo  nella  stipulazione 
contrattuale,  colla  indicazione  dei  canaletti  da  tracciarsi,  che, 
fatta  defluire  l'onda  rigeneratrice  fra  l'erbe,  la  convogliasse  al 
canale  di  scarico.  Solo  circa  il  1200  si  verificò  lo  splendido 
svolgimento  delle  irrigazioni,  che  mutò  economicamente  la  faccia 
agricola  a  gran  tratto  di  Lombardia  ^. 

Della  quale  è  indubbiamente  lembo  favorito  la  regione  che  ci 
appartiene.  Non  siamo  offesi  dalla  rigidità  dei  turbini  alpini  ; 
non  sono  frequenti  da  noi  le  gragnuole;  è  normale  il  periodo 
della  vegetazione;  mal  vista  se  troppo  abbondante  è  la  pioggia 
d' autunno ,  e  per  ciò  —  come  riporta  il  Vignati  *  —  «  la  ca-r 
restia  viene  in  barca  ». 

Attraversata  da  numerosissimi  corsi  d'acqua  —  come  abbiam 
visto  nelle  prime  pagine  nostre  —  questa  plaga  non  produrrebbe 
che  fistule  od  erbe  di  palude  iu  primavera,  e  che  la  canicola 
s' affretterebbe  a  bruciare  ;  ma  siccome  posiamo  su  lento  declivio 
e  nei  fervori  estivi  non  ci  mancano  deflussi  dell'  Adda  e  dei  rivi 
minori,  così  ha  resistito  la  fecondità  delV  kumzcs.  I  vecchi  stagni, 
regolarmente  incanalati,  consolano  di  opulenta  frescura  i  nostri 
piani;  qui  è  tutto  uno  scacchiere  di  fertili  risaie  e  di  molli  e 
vellutate  erbe,  falciate  perfino  sei  volte  l'anno,  oltre  la  pastura 
delle  mandre,   e  contribuenti   in  modo  opimo  al  prodotto  dei 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


celebri  caseifici.  L'industria  dei  moderni  ha  cosi  corretta  l'opera 
della  natura,  imitando  la  sapienza  etrusca;  e  noi  rilevammo  per 
quali  sciagurate  cause  d' indole  varia  fu  quella  benefica  opera 
parecchie  volte  nei  secoli  interrotta;  ed  accennammo  pure  ai 
lavori  di  risanamento  compiuti  nelle  paludi  d' Orio  e  di  Meleti 
dai  monaci  di  S.  Pietro  in  Lodi  Vecchio,  e  da  quelli  di  S.  Stefano 
nelle  bassure  padane  intorno  all'abazia,  a  Fombio,  a  Guarda- 
miglio  ed  a  San  Rocco. 

Le  condizioni  demografiche  regionali  di  cui  parliamo  ci  trag- 
gono con  rapido  accenno  agli  ospitali.  Dei  quali  si  ha  ricordo  an- 
tico fra  noi  ;  e  senza  dedicarci  ad  una  filosofica  monografia  dei 
primi  di  essi  —  che  furon  detti,  con  greca  voce,  senodochi,  e 
di  cui  ci  è  rimasta  così  copiosa  attestazione  —  poche  parole 
basteranno  a  dire  quale  sia  ritenuta  dagli  eruditi  la  genesi  di 
codesti  luoghi  pietosi. 

Gli  ospitali,  nel  significato  odierno  del  vocabolo,  non  sorsero 
in  Italia  propriamente  destinati  a  quella  che  oggi  è  la  loro  ra- 
gione di  essere  :  essi  furono  nuli'  altro  che  una  derivazione.  Non 
c'è  che  da  consultare  sommariamente  i  documenti  che  s'aggi- 
rano intorno  al  1000  per  convincersi  che  i  primissimi  ricoveri 
serbati  alle  miserie  umane  altro  non  furono  che  case  nelle  quali 
per  amor  di  Dio  erano  gratuitamente  largiti,  e  per  un  tempo 
determinato ,  vitto  ed  alloggio ,  ai  forti  gruppi  di  crociati  che 
passavano  alla  conquista  di  Palestina,  ed  alle  innumeri  coorti  di 
peregrini  che  per  solennità  di  voti  migravano  a  Roma  o  essi 
pure  in  Terra  Santa.  Nè  ciò  avveniva  solo  nella  patria  nostra  ; 
ma  oltre  Alpi  ed  oltre  Pirenei  gli  hotels-Dieu  e  le  posadas  por 
romeros  eran  frequentissime.  Indi,  in  proporzione  più  ristretta, 
il  sorgere  e  lo  affermarsi  di  consimili  istituti,  come  dovunque, 
e  in  Lombardia. 

Se  non  che  il  romeaggio,  pure  arrecando  qualche  beneficio, 
traeva  seco  calamità  e  malattie  non  mai  prima  conosciute,  ac- 
climando  fra  noi,  con  altre  epidemie,  lo  speciale  flagello  della 
lebbra,  infermità  d'origine  semitica,  che  poco  per  volta  dilagò 
in  Europa,  sicché  fu  mestieri  opporle  nuovi  ripari.  Ond'èchela 
chiesa,  aggiungendo  alla  terapeutica  spirituale  —  il  ricordo  delle 
cui  cerimonie  qui  ci  sembra  superfluo  —  una  cura  tutta  affatto 


140 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


corporale,  fece  sì  che  l' indole  antica  e  prettamente  ospitale  dei 
luoghi  d'asilo  per  le  romerie  gradatamente  divenisse  igienica. 

Così,  e  malgrado  l'empirismo  della  scienza  sanitaria  di  quei 
dì,  gli  adveni,  già  peregrini,  furon  surrogati  dai  malati  sotto- 
posti a  cura  collettiva;  e  là  dove  dagli  arpioni  delle  pareti 
pendevan  prima  i  grandi  cappelli  a  nicchi  ed  i  nodosi  bordoni,  fe- 
cero mostra  di  sè  le  capsule  degli  empiastri  e  le  boccie  degli  elisiri. 

Antichissimo  —  perchè  circa  del  1000  —  era  l'ospitale  che  fra 
San  Vito  e  Castione  diede  il  suo  nome  al  paesello  di  Senadogo, 
dove  tenevano  loro  rocche  i  conti  di  Cuzigo  ^. 

E  possibile  che  l' importanza  di  questo  ospizio  fosse  in  ragion 
diretta  della  sua  posizione,  poiché  era  sito  presso  la  strada  da 
Cremona  a  Lodi  —  lunga  trentacinque  miglia  —  la  cui  pol- 
vere sarà  stata  calpestata  dalle  ferree  orme  dei  soldati  di  Bar- 
barossa,  perchè,  partendosi  essa  da  Cremona  e  sulla  destra 
dell'Adda,  toccando  —  secondo  la  tavola  peutingeriana  —  Ca- 
vacurta,  Camairago,  Castione,  Bertonico,  Cavenago,  volgendo  a 
San  Martino  in  Strada  e  a  Sesto  presso  Lodi,  piegava  per  Mi- 
lano, e  nel  lungo  suo  tramite  rendeva  facili  non  solo  le  rapide 
mosse  degli  eserciti,  ma  altresì  i  rapporti  e  le  comunicazioni 
fra  le  ragguardevoli  città  della  regione. 

Questa  via  conduceva  dalle  parti  più  settentrionali  d'Italia 
all'arteria  massima,  che  faceva  capo  a  Roma,  detta  Romea;  la 
quale  da  Lodi  guidava  al  luogo  detto  Tribus  tabernis  presso 
Borghetto  ;  indi  a  Livraga  ;  poi  alla  stazione  ad  Rotas,  fra  1'  Ospi- 
taletto  ed  Orio;  continuava  per  Senna,  Mirabello  e  Somaglia; 
poi  a  Fombio;  qui  assumeva  anche  il  nome  di  Piacentina;  di- 
scendeva il  fiume;  lo  varcava  a  Piacenza,  e  col  nome  di  Emilia 
proseguiva  fino  a  Rimini;  d'onde,  diventata  Flaminia,  fino  a 
Roma  ^ 

Sulla  Romea  il  pietoso  uficio  ospitaliero  era  esercitato  dal 
luogo  appunto  che  ne  conserva  tuttora  il  nome:  l' Ospedaletto. 

Abbiamo  veduta  la  donazione  fatta  dai  conti  Palatini  di  Lodi 
ai  frati  di  S.  Pietro  in  Senna,  d'imponenti  estensioni  di  terre 
(4  aprile   11 44).   Da  ciò  nei  secoli  successivi  la  fama  e  la  rie- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


chezza  del  chiostro  gerolamita,  che  era  sede,  e  tale  si  mantenne 
sino  agli  ultimi  tempi,  dell'abate  generale  di  quell'ordine  eremitano. 

Ma  Defendente  Lodi  vuole  che ,  avanti  all'  accennata  dona- 
zione, e  quindi  prima  della  seconda  distruzione  di  Lodi,  esistesse 
il  convento  di  cui  è  caso ,  nominato  Ospitale  di  S.  Pietro  in 
Senna,  e  tenuto  da  dieci  crociferi  benedettini,  o  monaci  neri. 
Il  chiostro  diventò  in  possesso  di  tempo  feudatario  della  pros- 
sima villa  dell'  Ospitaletto,  e  così  ricco  divenne  per  le  nuove  do- 
nazioni dei  conti  Palatini,  che  per  istromento  rogato  in  presenza 
di  Marco  Garotta,  Nicolino  da  Potestà  e  Franzolo  Olzello,  con- 
soli e  sindaci  comunali  dell'  Ospitaletto,  padre  Michele  de  Grassi, 
priore  del  pio  luogo,  poneva  alla  publica  iscrizione  i  possessi 
del  chiostro,  ascendenti  ad  oltre  ventisette  mila  pertiche  (31 
ottobre  1337),  accresciute  sedici  anni  dopo  da  altre  quattromila 
duecento  cinquanta  per  ulteriori  donazioni,  e  dei  conti  Palatini 
(1347)  e  dell'arcivescovo  Giovanni  Visconte,  che  da  Pavia  viag- 
giando per  Cremona,  dimorò  qualche  tempo  all' Ospitaletto,  ed 
al  convento  volle  usare  liberalità  (1153). 

Vien  terzo  fra  gli  ospitali  di  quelle  date  remote  l'altro,  pure 
presso  Castione,  titolato  a  sant'  Alberto,  ad  onore  ed  in  memoria 
di  quell'Alberto  Quadrelli,  vescovo  laudense,  che  successe  ad 
Alberico  Merlino,  e  che  dopo  morte  (1173),  fu  eretto  all' onor 
degli  altari.  Del  quale  fu  celebre  la  carità,  tanto  che  gli  si 
attribuì  dalla  leggenda  il  miracolo  della  moltiplicazione  delle 
monete  nello  scrigno,  quando  per  le  continue  ed  abbondanti 
elemosine  s'era  interamente  vuotato. 

La  prima  memoria  dell'ospitale  di  S.  Alberto  si  ha  da  un 
rogito  del  notaro  palatino  Bongiorno  Conone  (21  maggio  1229). 
Avendo  il  cavalier  lodigiano  Anrico  Overgnaga  citato  il  delegato 
apostolico  e  prevosto  di  S.  Michele  in  Pavia  pel  pagamento 
d'un  suo  credito,  il  cavaliere  fu  dal  prelato  investito  d'ogni 
bene  mobile  ed  immobile  dell'ospitale  di  S.  Alberto,  e  n'ebbe 
non  molto  dopo  il  possesso  in  persona  del  nepote  Bertramo 
Gavazzo. 

Non  continuò  a  lungo  il  proprio  misericorde  uficio  quest'o- 
spitale; perocché  il  Lodi  afferma  che,  soddisfatto  1' Overgnaga, 
l'ente  fu  dichiarato  commenda,  e  poi  beneficio  semplice,  come 


142 


CODDGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


si  dimostra  dall'atto  del  tabellione  Guglielmo  Inzignadro  (ot- 
tobre 1257)  pel  quale  atto  certo  canonico,  chierico  beneficiato  della 
chiesa  di  S.  Alberto,  per  conto  di  questa  ne  dà  in  affitto  ad 
Anselmino  Garugio  detto  Metesano  alcuni  possessi,  posti  a  Riozo, 
presso  la  Fontana,  prefisso  a  termine  di  tale  affitto  l'evento  della 
pace  da  stipularsi  tra  Lodi  e  Cremona.  Alla  quale  opinione, 
però,  non  si  conforma  quanto  scrive  in  seguito  il  medesimo 
autore;  e  che,  cioè,  i  beni  dell'ospitale  albertino  venissero 
riuniti  a  quelli  del  senedochio  di  S.  Bassiano  in  Lodi  (1337); 
d'onde  sarebbe  ad  argomentarsi  che  non  così  tanto  sollecita- 
mente cessò  la  missione  ospitaliera  dell'  istituto. 

Il  Lodi  soggiungeva  che  a  suoi  tempi  (prima  metà  del  se- 
colo XVII),  non  esistevano  più  nè  ospitale  nè  chiesa,  ma  per 
antica  costumanza  nel  caseggiato  sorvissuto  si  commemorava 
ogni  anno  sant'Alberto  nel  giorno  anniversario  di  sua  morte 
(4  luglio). 

E  per  iscrupolo  di  cronaca  riassumiamo  pure  altre  notizie 
secondo  le  quali  i  Biraga,  successi  agli  Overgnaga,  essendosi 
svincolati  con  una  data  somma  a  mano  degli  agenti  dell'ospitai 
Maggiore  di  Lodi,  degli  obblighi  ch'essi  avevano  verso  quello 
di  S.  Alberto ,  tutti  quei  beni  caddero  liberi  nella  famiglia  dei 
Sommariva,  e  poi  dei  Cadamosto  (1617).  Dei  quali  i  fratelli 
Mario,  Giovanni  Battista  e  Geromino  —  figli  di  Tolomeo  «  poco 
saggio  »  ^  —  si  ridussero  per  la  loro  mala  azienda  a  tali  con- 
dizioni d' inopia  da  invocare  il  proprio  sostentamento  vitalizio 
mediante  cessione  all'  ospitale  lodigiano  della  possessione  di 
S.  Alberto  (20  ottobre  1624). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


NOTE  AL  CAPO  XIII. 

^  Giuseppe  Rovelli  -  Storia  di  Como. 
^  Sant'  Ambrogio  -  De  officis. 

^  Giovanni  Seregni  -  La  popolazione  agricola  della  Lombardia  nella 
età  barbarica. 

*  Cesare  Vignati  -  Lllustrazione  del  Lombardo  Veneto. 

^  Senadogo  è  luogo  frequentemente  nominato  nei  documenti  dell'evo 
medio,  ed  il  nome  (dal  greco  ^svoi;- ,  peregrino)  subisce  parecchie  alterazioni. 
La  sua  corte  si  estendeva  anche  oltre  Adda,  come  risulta  da  un  atto  pel 
quale*  i  consorti  Anselmino  e  Virida  di  Cuzigo  vendevano  alcune  terre 
alla  chiesa  di  S.  Maria  e  di  S.  Michele  in  Castione  (25  maggio  11 89). 
Lorenzo  Monti  accenna  alla  credenza  che  il  castello  di  Senadogo  fosse  nel 
luogo  della  cascina  Clerici,  detta  pure  Buscaini,  a  un  quarto  di  miglio  da 
Castione,  la  quale  venne  demolita  (1818)  per  timore  dell'inondazione 
abduana. 

"  Appena  Lodi  risorse  sul  colle  Eghezzone  emanò  uno  statuto  perchè 
l'antica  Romea,  che  conduceva  a  Lodi  Pompeia,  fosse  distrutta  et  mor- 
tificata. 

'  Defendente  Lodi  -  Dissertazione  sui  monasteri  lodigiani. 

^  Giovanni  Agnelli  -  Dizionario  storico  geografico  del  Lodigiano. 


CAPO  XIV. 


Il  feudo  ecclesiastico  di  Codogno  —  L'industria  ed  il  commercio  locali 
—  La  fisionomia  politica  del  Codognese  —  Le  responsabilità  del- 
l'Olimpo —  La  maestà  della  storia  e  l'umiltà  della  cronaca. 


ODOGNO  e  buona  parte  del  territorio  circostante  era, 
dunque ,  feudo  dell'  ordinario  lodigiano ,  poiché  il 
vescovo  Lanfranco  Cassino  obbligava  i  codognesi  a 
promettergli  fedeltà  ed  obbedienza,  ed  essi  si  sotto- 
ponevano a  qualsiasi  gravame  di  regalia  e  di  dritto,  a  lui  come 
a  feudatario  legalmente  spettante.  La  sommissione  parlava,  in 
fatti,  non  solo  dell'obbedienza  in  generale,  ma  —  come  già 
vedemmo  —  nominativamente  del  fodro,  dell'albergarla  e  d'altre 
soggezioni  (1156  o  1157)^ 

In  questa  guisa  il  Codognese  era  anch'  esso  una  particella  di 
quella  immensa  feudalità  campagnola,  sui  ruderi  della  quale  cre- 
sceva rigoglioso  e  si  fortificava  l' istituto  comunale.  Ma  prima 
ancora  che  i  signori,  stretti  dai  nuovi  fati  umani,  abbraccias- 
sero spontaneamente  lo  stato  comune  e,  scendendo  dalle  loro 
formidabili  arci,  facessero  sacramento  di  fede  al  giovane  istituto, 
Codogno  si  poteva  considerare  in  condizione  di  privilegio  di 
fronte  agli  altri  luoghi,  se  dobbiam  credere  —  come  pare  in 
molti   luoghi  avvenisse  —  che  i  feudi  ecclesiastici  fossero  piìi 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


miti,  larghi  e  remissivi  verso  i  subbietti,  di  quelli  d'indole  me- 
ramente soldatesca. 

Non  è  facile  oggi  determinare  la  vera  causa  di  questa  minore 
asperità.  Lo  Scarabelli  ^  sostiene  che  i  vescovi  feudali ,  non  po- 
tendo avere  servitori  ciechi,  tentarono  di  assicurarseli  beneficati, 
concedendo  Irro  a  censo  o  a  livello  parte  dei  poderi  da  essi 
fino  allora  coltivati  per  conto  dei  padroni,  accordando  libero 
commercio  delle  opere  e  dei  frutti  raccolti,  ed  offrendo  asilo 
nei  loro  castelli;  così  che  la  prosperità  publica  aumentò,  rifio- 
rirono i  mercati,  e  la  gente  minuta,  provvista  del  suo,  cominciò 
a  parlare  e  a  contrattare  per  conto  proprio. 

Siamo ,  quindi ,  nel  vero  affermando  che  il  dominio  feudale 
non  fu  dopo  il  1000  così  irritante  da  noi  come  altrove,  e  che 
l'agricoltura  e  il  commercio  anche  allora  si  svolsero  vivamente 
in  questa  modesta  ma  operosa  regione,  per  quanto  lo  spettro 
crudele  della  guerra  presiedesse  di  continuo  alle  sue  vicende. 

Qui  abbondavano  e  bestiame  e  grani  ;  e  questi  ultimi  già  nel 
secolo  XII  si  misuravano  con  una  unità  propria  di  Codogno. 
Infatti,  da  un  contratto  di  livello  col  quale  Lanfranco  vescovo 
concede  un  fondo  e  una  vigna  già  di  Gariardo  Futigata,  in  terra 
di  Codogno,  ad  Andrea  e  Bonanno  Rigizani  (gennaio  11 5 3),  ri- 
sultano le  autentiche  «  modia  decem  scilicet  quinqite  de  siligme  et 
quinque  de  niilio  ad  modium  de  Cothogno,  pillerà  sine  fraude  »  ^. 

Codogno  era,  dunque,  paese  d'assai  commercio;  i  documenti 
del  secolo  XI  lo  descrivono  abbondante  e  ricco  ;  dice  il  Golda- 
niga  che  al  concilio  indetto  a  Piacenza  da  papa  Urbano  II 
—  che  vi  si  trovò  colla  contessa  Matilde  e  con  Adelaide,  moglie 
repudiata  d'Arrigo  IV  —  parecchi  codognesi  furono  presenti, 
trafficandovi  di  latticini,  di  dolciarie  e  di  cotognata  (1095). 

La  coltivazione  del  lino  teneva  uno  fra  i  precipui  posti  ;  nè 
si  affittavan  fondi  senza  prima  pattuire  la  quantità  della  semente 
da  indurre  nei  solchi.  La  superstizione  collaborava  allo  sviluppo 
della  tessile  pianticella,  tanto  che  costumavasi  il  dì  di  san  Cri- 
stoforo distribuire  pepe  a  larga  mano,  ritenendo  sarebbersi  mietuti 
tanti  rubbi  di  lino  quanti  i  corimbi  di  pepe  ricevuti  in  dono. 
E  r  industria  linifera  di  Codogno  andò  crescendo  ed  allargan- 
'  dosi;  le  tele  nostrali  erano  da  per  tutto  ricercatissime,  e  sulla 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /  10 


146 


CaDOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


fine  del  secolo  XVIII ,  oltre  gli  ottanta  telai  delle  circostanti 
cascine,  ne  battevan  centottantanove  in  terra  di  Codogno 

Si  è  già  accennato  al  caseificio  come  parte  importante  della 
antica  agricoltura  nostrana,  e  cadrebbe  in  acconcio  il  toccarne 
qui  con  un  po'  di  larghezza.  Ma  pensiamo  che,  trattandosi  del- 
l'industria  capitale  che  rese  celebre  il  territorio  nostro,  varrà 
meglio  dedicarle  un  breve  ma  coordinato  studio  a  tempo  e 
luogo  più  opportuni. 

Noi  vedremo  più  oltre  la  caseicoltura  locale  salire  a  vette  mai 
più  sognate;  sé  ne  interesseranno  e  duchi  e  principi  e  re  ed 
imperatori  ;  se  ne  compiacerà  anche  Carlo  V ,  così  per  sua 
natura  abituato  a  non  compiacersi  di  nulla;  la  troverà  di  suo 
gusto  perfino  Giuseppe  II,  cui  la  filosofia  sensistica  aveva  sa- 
ziato e  stancato  di  tutto.  Sarà,  pertanto,  nel  processo  del  nostro 
lavoro  che  —  giunti  alle  date  famose  della  apoteosi  del  cacio, 
raffigurata  nell'aurea  catena,  simbolo  nello  stemma  comunale  dei 
nostri  rapporti  industriali  ed  universi  —  esauriremo  la  cronaca 
di  quest'altra  espressione  delle  energie  campestri,  mostrando 
come  sopra  di  essa  sia  sorta  e  si  mantenga  così  tanta  parte  di 
ricchezza  terriera;  espressione  che,  pur  progredendo,  tiene  stra- 
namente fede  a'  suoi  primordi  esecutivi,  sì  che  sulle  braccia 
tatuate  dei  nostri  semplici  casari  non  sanno  nè  possono  prepo- 
tere quelle  ferree  dei  congegni  odierni,  cui  esclusivamente  muove 
la  forza  bruta. 

Si  è  voluto  da  taluno  affermare  che  nel  secolo  XII  era  «  pie- 
namente costituito  »  il  comune  di  Codogno ,  appoggiando  tale 
asserto  a  qualche  principio  di  prova,  fra  cui  i  documenti  nei 
quali  «  gli  uomini  {homines)  del  luogo  di  Codogno  presentano  a 
Lanfranco,  vescovo  di  Lodi,  il  fodro,  l'albergaria  e  il  distretto  ». 

Pur  comprendendo  la  lusinga  dell'amor  proprio  terriero  —  che 
per  certo  ha  gran  parte  in  codesta  convinzione  —  non  ci  riesce 
assolutamente  possibile  condividerla,  e  ci  chiediamo  su  quali 
fondamenti  quelle  afifermazioni  riposino. 

Intanto,  nel  secolo  XII  Codogno  non  fu  civilmente  che  una 
dipendenza  feudale  della  mensa  laudense;  ed  il  regime  e  la  fi- 
sionomia comunali  non  la  distinguono  punto  da  finitimi  luoghi 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


neir  organismo  del  proprio  governo.  In  secondo  luogo,  gli  «  uo- 
mini del  luogo  di  Codogno  »  non  bastano  in  modo  alcuno  a 
qualificare  comunale  l'esistenza  del  borgo.  Homines  erano  detti 
i  militi  di  questo  o  di  quel  luogo,  commilitoni  in  una  stessa 
impresa,  e  ciò  per  distinguerli  tatticamente  gli  uni  dagli  altri; 
homines  i  subalterni  del  signore  feudale  in  genere,  specificati  in 
■de  burgo  quando  appartenevano  alla  corte  dipendente  dal  castello. 

La  citazione  del  documento  su  accennato  —  che  noi  pure 
ricordammo  antecedentemente  —  anzi  che  l' esistenza  del  comune 
di  Codogno,  proverebbe,  pertanto,  il  contrario. 

Inoltre,  i  diplomi  imperiali  al  principio  del  secolo  XIII,  dis- 
ponendo per  provvedimenti  d'ordine  generico,  hanno  nel  testo 
la  frase  «  comune  e  contado  di  Lodi  »;  laonde  è  chiaro  che 
in  tutto  il  Lodigiano  un  solo  comune  esistesse,  quello  del  ca- 
poluogo; e  tra  gli  altri  documenti  sono  notevoli  quello  di  Fede- 
rico II,  con  cui  si  intraprende  la  derivazione  delle  acque  della 
Muzza  (4  dicembre  1220)^;  e  quelli  coi  quali  Codogno  —  di 
cui  sono  investiti  i  fratelli  Fagnani  (14  ottobre  1441),  e  poi  i 
fratelli  Trivulzi  (21  aprile  1453)  —  viene  separato  dall'ammi- 
nistrazione della  città  di  Lodi. 

Si  è  altresì  asseverato  —  sulle  induzioni  dei  manoscritti  del 
Goldaniga  —  esser  stati  Codogno  guelfo  e  Casale  ghibellino. 
Malgrado  il  profondo  rispetto  che  ci  lega  alla  memoria  del  dotto 
francescano,  non  sappiamo  rassegnarci  a  vedere  un  Codogno  di 
-spiriti  politici  contrari  a  quelli  del  suo  legittimo  e  potente  si- 
gnore, il  vescovo  di  Lodi;  il  quale  nelle  peripezie  del  tempo 
poteva  o  seguire  entusiasta  le  parti  dell'  imperatore,  come  Albe- 
rico Merlino ,  o  parteggiare  per  la  politica  pontificia ,  come  Al- 
berto Quadrelli  che  fu  detto  guelfissimo. 

Ma  entrambe  le  opinioni  del  cronista  sono  distrutte  da  fatti 
pei  quali  è  assodato  come  nel  secolo  XII  altra  signoria  in  Co- 
dogno non  fosse  che  la  episcopale. 

A  fortificare  la  quale  intervennero  pure  le  donazioni  dei  Fu- 
tigata  (it66),  dei  Merlini  (1167),  di  molti  e  molti  altri,  già  da 
noi  menzionate  a  dimostrare  la  grande  potenza  vescovile;  cosi 
come  menzionammo  la  contesa  dei  Pusterla  e  dei  Vaierani,  e 
-quella  dei  Tresseni ,  in  conseguenza  di  cui  il  vescovo  faceva 


148 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


piantare  una  siepe  intorno  al  castello  di  Codogno,  allora  murato, 
munito  di  torri,  e  abitato  da  oltre  duecento  uomini;  siccome 
poi  è  detto  in  una  pergamena  antica  «  sempre,  da  che  fu  fab- 
bricato, furono  nel  castello  potestà  e  consoli  pel  regime,  come 
hanno  e  per  consuetudine  ebbero  gli  altri  castelli  del  vescovato 
di  Lodi  e  delle  altre  città  ». 

In  quelle  forti  condizioni  non  era  più  mezzo  secolo  dopo , 
quando  si  rinnovò  la  lite  fra  il  vescovo  Ottobello  Sofifìentino  ed 
il  potestà  di  Codogno,  con  vittoria  del  vescovo  (1233). 

E,  dunque,  lecito  concludere,  contrariamente  a  chi  propugna 
versione  opposta,  che  Codogno  e  Casale  —  oggi  principali 
luoghi  dell'  agro  —  nè  possano  nè  debbano  ritenersi  fossero 
allora  vere  sedi  di  comune. 

Così  è  fatta,  al  pari  di  quella  degli  uomini,  la  storia  dei  luoghi: 
molte  sono  le  cose  che,  cadute,  rinascono,  e  molte  quelle  che 
oggi  sono  in  onore  e  prima  non  erano  nulla.  Codogno  e  Casale 
ebbero  per  sè  il  fortunato  evento  del  dilemma,  e  ciò  i  loro  de- 
sideri avanza.  Or  fa  mezzo  secolo  Pietro  Giordani,  in  uno  dei 
suoi  stupendi  discorsi  all'academia  di  Bologna,  criticava  con 
acerba  ironia  scrittori  vecchi  e  nuovi  deducenti  la  progenie  e 
le  gesta  dei  loro  eroi  dal  favoleggiato  Olimpo ,  e  si  condoleva 
collo  spirito  del  pio  Enea  delle  innumerevoli  progenie  a  lui 
attribuite  da  Publio  Virgilio. 

Il  perchè  ci  è  caro  battere  men  classica  ma  più  modesta  e 
anche  più  seria  via.  La  scienza  storica  moderna  ha  abbandonato 
da  un  pezzo  la  compagnia  dei  semidei;  ed  è  giusto  che  ciò  sia, 
poiché  in  questa  guisa  i  luoghi  di  cui  —  non  foss' altro  che  con 
diligenza  riflessiva  —  compiliamo  la  cronaca ,  tali  compaiano 
quali  sorsero,  si  svolsero  e  sono,  senza  che  v'abbia  bisogno  di 
aggiungere  al  lustro  delle  loro  virtù  vere  e  feconde  il  fatuo 
bagliore  di  apoteosi  favolose,  intese  in  altri  sistemi  a  far  di- 
scendere dalle  allegoriche  nubi  del  cielo  gli  abitanti  della  terra. 

Codogno  e  Casale,  quantunque  forti  e  turriti,  non  erano  nè 
potevano  essere  che  umili  quantità  politiche.  Non  risiedevano 
in  luogo  le  autorità  sovraneggianti  ;  nelle  due  borgate  non  av- 
vennero mai  importanti  fatti  d'arme,  perchè  (data  la  istromen- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


149 


talità  guerresca  di  quei  tempi)  non  eran  punti  strategici,  bensì 
eran  soltanto  precinti  da  altri  baluardi  sfidatori  di  assalti;  e  le 
loro  case  non  eran  lambite  o  quasi  dai  naturali  e  copiosi  corsi 
d'acqua,  pei  quali  traevano  alle  offese  i  navigli  nemici,  come 
invece  le  erano  quelle  di  Castelnuovo,  di  Camairago,  di  Castione, 
di  Somaglia.  Ma  soltanto  casi  comuni,  cronache  ecclesiastiche, 
vita  politica,  insomma,  estremamente  circoscritta,  è  ciò  che 
in  quei  secoli  —  i  quali,  secondo  la  frase  di  un  dotto  moderno, 
sono  la  più  severa  mortificazione  degli  ardimenti  della  critica 
storica  — •  ci  offrono  Codogno  e  Casale,  cui  soltanto  l'opera  delle 
epoche  a  noi  più  vicine  seppe  rendere  il  dovuto  onore. 

Questi  criteri  ci  dispensano,  per  logica  conseguenza,  dal  far 
larga  parte  agli  avvenimenti  del  ciclo  storico-eroico  di  Lom- 
bardia, il  quale  da  Pontida  giunge  per  Legnano  alla  pace  di 
Costanza. 

Monade  di  quel  turbine  di  gloria  e  di  sangue,  anche  il  nostro 
territorio  avrà  avuto  il  suo  attimo  di  efficienza;  ma  non  fu  ri- 
sparmiato dalla  legge  del  silenzio  e  dell'oblio,  che  colpisce  gli 
umili  e  i  deboli.  La  grande  epica  del  secolo  XII  ha  offerti  in 
tale  abbondanza  i  propri  entusiasmi  alla  vittrice  Milano,  che  più 
non  gliene  rimase  da  dedicare  a  città  e  a  terre  lombarde,  non 
meno  meritevoli  di  onore  della  loro  metropoli. 

Non  saremo  noi  i  ribelli  al  destino,  non  noi  quelli  che  an- 
dremo contro  gli  dei  e  le  colonne;  ma,  sciolto  il  nostro  voto 
all'altare  degli  italici  trionfi,  ci  raccoglieremo,  se  non  in  aere 
più  spirabile,  in  più  circoscritto  orizzonte.  E  ci  avranno  narra- 
tori brevi  e  fedeli  le  picciolette  memorie  paesane,  tenendo  dietro 
—  la  cronaca  alla  mano  —  alle  zuffe,  alle  contese,  che  s'agi- 
tavano tra  i  vicini  su  questi  campi,  e  riassumendo  per  sommi 
capi  gli  episodi  più  importanti  che  hanno  segnato  un'  orma 
sulla  via  che  percorriamo. 


COPOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XIV. 

*  Questa  data  ci  risulta  indecisa.  Cesare  Vignati  afferma  d'aver  trovati 
nell'archivio  vescovile  lodigiano  otto  distinti  documenti  monografi,  nei 
quali  Albertino  da  Solariolo,  Albertino  Cremoni,  Pietro  Bunisia,  Ottone 
Gavazzo,  Pietro  Trevolcio,  Zebellino,  Capra  e  suo  figlio  Ambrogio,  ed 
altri,  tutti  homines  di  Codogno,  alla  presenza  degli  stessi  testi  e  notari, 
fanno  promessa  del  fodro,  dell' albergarla  e  del  distretto  ai  vescovi  di 
Lodi  il  13,  14  e  15  novembre  1156;  altri  danno  questa  promessa  in  un 
unico  documento,  scovato  nell'archivio  lodigiano  dal  cistercense  Ermete 
Bonomi  di  Milano,  datandolo  nel  1157. 

^  Luciano  Scarabelli  -  Storia  civile  dei  ducati  di  Farina,  Piacenza  e 
Guastalla. 

^  Archivio  vescovile  di  Lodi. 

^  Cesare  Vignati  -  Illustrazione  del  Lombardo  Veneto. 
^  Statuti  di  Lodi  sanciti  da  Galeazzo  Visconte  (1390). 


CAPO  XV. 


La  cognominazione  terriera  —  Nomi  topografici  scomparsi  —  Brandelli  di 
cronaca  —  La  chiesa  di  Corno  Vecchio  —  I  fanatici  del  misticismo. 


rica  osservazione  sul  quando  e  sul  come  spuntarono,  nel  campo 
ancora  incolto  di  quei  dì,  i  rudimentali  virgulti  della  cogno- 
minazione famigliare  ;  evoluzione  questa  verso  l' apparire  speciale 
delle  individualità,  che  attorno  al  secolo  XI  si  afferma  nella 
storia  generale  d'Italia. 

Quando,  infatti,  abolita  la  servitù  politica,  l'esistenza  civile 
cominciò  a  designarsi  non  più  per  collettività  ma  per  individuo, 
i  cognomi  pervennero  al  grado  di  personale  proprietà.  Non  fu- 
rono essi  sempre  fìssi  e  conformi,  poiché  l'eterodossa  scrittura 
dei  primi  tempi  ed  il  vezzo  di  declinarli  nel  genere  e  nel  nu- 
mero recarono  loro  alterazioni  notevolissime,  al  punto  da  espri- 
mere in  varia  maniera  il  nome  non  pure  della  stessa  famiglia 
ma  dell'identico  personaggio. 

E  quindi  ardua  cosa  il  rintracciare  la  genesi  delle  casate.  Di 
molte  di  esse,  però,  sì  degli  ordini  magnatizi  che  dei  plebei  è 


IRCA  il  mille  notammo  già  parecchi  cognomi  codo- 
gnesi ,  la  cui  esistenza  è  comprovata  dalle  carte 
dell'epoca,  delle  quali  offrimmo  altresì  copioso  elenco 
nelle  nostre  chiose.  Ed  ora  è  necessaria  una  gene- 


152 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


chiara  l'origine,  vuoi  per  la  provenienza  topografica  o  paterna, 
vuoi  per  la  indicazione  delle  imprese  figurate  sui  clipei,  o  dalle 
qualità  e  attitudini  personali,  o  dalle  condizioni  sociali,  o  dalle 
professioni  e  dai  mestieri,  e  via  dicendo. 

Sul  proposito  abbondano  le  monografie  degli  studiosi  ;  e  tutti 
sono  concordi  nello  afìfermare  che  alla  graduale  formazione  dei 
cognomi  presiedette  costantemente  un  criterio  multiforme  ma 
logico  e  personale.  L'indole  del  nostro  libro  ci  vieta  una  lunga 
disquisizione  sull'  argomento  ;  ma  invece  di  aggomitolare  le  sparse 
fila  che  annodano  i  fatti  terrieri  con  oziose  congetture,  crediamo 
utile  riportare  nelle  note  alcuni  esempi  di  cognomi  locali  ^. 

Alla  comparsa  dei  nomi  domestici  fa  da  antitesi  la  sparizione, 
pur  graduale  nei  secoli ,  di  parecchi  altri  di  luoghi  non  più 
esistenti  o  diversamente  oggi  chiamati.  Essi  sono  segnati  nei  chi- 
rografi capitolari  o  conventuali,  e  riguardano  tutti  donazioni,  ac- 
quisti, investizioni,  permute,  laudemì;  picciol  numero  di  verità 
che  come  scintille  splendono  nelle  grosse  tenebre  di  quelle  epoche. 

Dov'  è  r  antico  Agaciìiìim  dove  possedevano  i  monaci  di 
S.  Pietro  in  Lodi  Vecchio  (i8  novembre  972)?  dove  Maliano 
e  Casteniole  e  Cella  Sancti  Rapkaelis,  pure  possedute  dagli  stessi 
religiosi  (972)  presso  Santo  Stefano  al  Corno? 

Nè  si  ha  più  contezza  di  Cantugnuìn,  presso  Fombio,  affittato 
da  Norberto,  abate  di  S.  Pietro  in  Ciel  d'oro,  al  piacentino 
Martino  del  fu  Vitale  (10  dicembre  1005);  nè  di  Ceucini,  di 
Insula  presso  il  rivo  Coxo,  di  Linasco,  di  Lintignosa,  di  Retrasco, 
tutti  nomi  comparenti  nell'atto  donativo  di  Rolenda,  moglie 
d' Ilderado  da  Comazzo,  al  vescovo  Ambrogio  (24  maggio  1044), 
e  che  dovevano  designare  luoghi  propinqui  a  Casale  Lupano. 

Sparvero  dalla  memoria  degli  uomini  e  Trambaca  presso  i 
luoghi  donati  al  vescovo  da  Ilderado  e  da  Lnilla  (8  aprile  105 1); 
e  Cavalunga  presso  Senadogo ,  della  donazione  di  Adalberto  da 
Brembio  (agosto  105 1);  Guida  e  Foresto,  nel  Codognese,  ricor- 
date nelle  deposizioni  testimoniali  della  causa  del  vescovo  Al- 
berico contro  i  Pusterla  e  i  Vaierani  (29  luglio  11 80);  Levata 
presso  Orio  (21  agosto  11 84);  Isella  presso  Castione,  e  Zanca 
e    Traverselhim  e   Lavanderium ,  dei  quali  è  menzione  quando 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Ambrogio,  canonico  catedralita  di  Lodi,  concede  un  livello  ai 
fratelli  Uggetto  e  Gualtierino  Saraceni  ed  eredi  (15  marzo  1187), 
€  d' Isella  pure  in  una  carta  d' affitto  del  vescovo  in  Arialdo 
Cattaneo  (2  aprile  1191)^. 

Nomi  perduti  sono  pure:  Rammo  Rabioso ,  un'isola  il  cui 
possesso  è  accertato  al  vescovo  di  Lodi  (15  ottobre  1190),  e 
contestato  fra  questi,  Monaco  da  Cuzigo  e  gli  abitanti  di  Ca- 
stione,  cointeressati  nella  corte  di  Senadogo,  contro  Molinaro  e 
Giacomo  di  Comazzo  ;  Cecini,  in  corte  di  Castione ,  venduto  ai 
Copalavezi  (13  ottobre  1191);  Ronco  Petrino ,  ed  altre  pezze  di 
terra  vicine  a  Meleti,  vendute  da  Pietro  di  Casale  all'abate  di 
S.  Pietro  in  Lodi  Vecchio  (29  maggio  1192);  Bozellum  interra 
di  Castione  (17  gennaio  1196);  Amethalem  a  ponente  di  Cava- 
•curta  (2  settembre  1209);  Piciìiascum  presso  Maleo,  menzionato 
nei  beni  dati  da  Ottone  III  a  Roggiero  (i  maggio  997)  o  Pi- 
cinarium  (18  ottobre  1209);  Coldana  presso  Castione  (31  marzo 
1226);  Bordelasca ,  serbatoio  d'acqua  morta  in  terra  di  Cava- 
curta,  di  cui  vengono  investiti  i  Tresseni  lodigiani  con  Cogozolo, 
Camairago  e  Pozzolto  (15  ottobre  1231);  Cirexola  e  Braila  de 
Salvano  de  Cipelli  presso  i  Corni  (i  aprile  1232),  quest'ultimo 
forse  lo  stesso  luogo  dove  possedeva  un  Guidotto  Casetti  (14 
febbraio  1262);  ed  altri  ed  altri  ancora^. 

Crediamo  non  torni  sgradita  qui  una  parentesi  che  accolga 
quelle  notizie  per  le  quali  - —  dati  i  loro  generi  diversi  — 
non  saprebbesi  determinare  una  regolare  classificazione.  Esse 
sono  sulla  lunga  via  che  percorriamo  non  già  solenni  colonne 
miliarie,  ma  sì  modesti  stadi  che  accompagnano  le  età  e  si  ran- 
nodano a  colorir  meglio  l' indole  di  quei  tempi,  nei  quali  gran- 
deggiavano il  guerriero  ed  il  prelato. 

Ci  si  imbatte  così  nel  trapasso  della  proprietà  di  Cavacurta 
al  capitolo  metropolitano,  per  una  bolla  di  Eugenio  III  papa 
(1159).  Otto  lustri  dopo,  però,  per  trattato  stipulatosi,  Cavacurta 
viene  dai  milanesi  restituita  ai  lodigiani,  episodio  sul  quale  tor- 
neremo, bastandoci  per  ora  il  solo  accenno  a  comprovare  1'  ampia 
supremazia  che  Milano  aveva  preso  su  Lodi  fino  da  oltre  un 
secolo  prima,  pel  testamento  d' Ariberto  da  Cantù  (1034). 

Maleo,  collegiata,  vien  ricordato  col  titolo  di  canonica  (i  174). 


154 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Corte  Sant'  Andrea  —  che  al  principio  del  XIII  secolo  vuoisi 
esistesse  alla  destra  del  Lambro  ^  —  è  di  pertinenza  di  Milano 
e  denominata  Sant'Andrea  della  Coda  (1183);  ed  il  comune  di 
Milano  vi  cedeva  dicianove  iugeri  di  terreno  al  comune  di  Lodi, 
per  erigere  un  ponte  sul  Po  (8  agosto  1237). 

Un  atto  importantissimo,  e  che  dimostra  come  la  popola- 
zione lodigiana  non  fosse  storicamente  muta  nè  politicamente 
defunta,  fu  il  solenne  giuramento  dato  a  suon  di  campana  da 
parecchi  notabili  nostrali  di  non  alienare  per  quarant'anni  nè 
castelli,  nè  terre,  nè  onori  appartenenti  al  comune  di  Lodi,  a 
persone  non  diocesane,  senza  il  consentimento  dei  consoli  di 
Lodi;  e  ciò  per  frenare  l' inframettenza  milanese  (novembre  1188)» 

Pietro  Visconte,  piacentino,  desiderando  assicurare  a  sè  ed 
ai  suoi  il  feudo  di  Mezzana  —  di  cui  primo  feudatario  era  stato 
il  suo  ascendente  Grimerio  (1057)  —  feudo  ampliato  dalle  al- 
luvioni padane,  faceva  ricorso  ed  otteneva  che  gliene  fosse  rin- 
novata la  vecchia  investitura,  da  Guido,  proposto  di  S.  Antonina 
in  Piacenza  (1192),  nel  quale  dalla  catedrale  era  trapassato  il 
dominio  diretto  del  luogo.  Il  nipote  di  Pietro,  Oberto,  ebbe  poi 
rinnovata  l'investitura  di  Mezzana  (14  luglio  1199). 

Il  comune  di  Lodi,  d'accordo  col  vescovo  Arderico  pei  suoi 
diritti  di  dominio  su  Meleti  —  che  è  plebania  col  titolare  avente 
dignità  d' arciprete  —  acquista  per  trecento  lire  da  Adamo , 
Sozone,  Enrico  di  casata  da  Meleti  e  da  altri,  castello  e  villa 
omonimi,  compreso  ogni  loro  diritto  sulle  corti  di  Corno,  Ca- 
stelnuovo  e  Larderà  (22  maggio  1207).  Ma  i  venditori  tennero 
ancora  il  loro  dominio,  pagando  un  convenuto  censo  al  comune 
compratore,  come  elice  da  un  documento  pel  quale  Adamo  e 
consorti,  capitanei  di  Meleti,  promettono  e  garantiscono  al  giu- 
dice vicario  del  potestà  lodigiano  Galvagno  de'  Turrisendi  il 
pagamento  di  certa  somma  (22  ottobre  1220). 

Morto  il  vescovo  Ottobello  Sofifientino  e  colpita  la  diocesi 
d'interdetto  per  aver  aderito  a  Federico  II,  papa  Innocenzo  IV 
elegge  a  direttori  dei  beni  vacanti  della  mensa  episcopale  l'ar- 
ciprete di  Senna  coli' abate  cistercense  di  Cerreto  e  col  prevosta 
della  catedrale  di  Lodi  (29  agosto  1243). 

La  diocesi  lodigiana  fu  assolta  dall'interdetto  di  Gregorio  IX,. 
da  papa  Innocenzo,  e  nuovo  vescovo  ne  fu  Bongiovanni  Fissiraga 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


(9  gennaio  1252);  al  quale  giurarono  fedeltà  i  Merlini,  ricono- 
scendolo padrone  delle  terre,  sedimi  ed  onori  che  essi  tenevano 
in  feudo  in  Codogno  dalla  mensa  vescovile  (1253). 

Il  rettore  Bergamaschi  ^  asserisce  —  il  Monti  ^  ignora  con 
quanta  autorità  —  che  la  chiesa  parochiale  di  Corno  Vecchio, 
dedicata  alla  presentazione  della  Vergine,  sia  stata  eretta  pochi 
anni  dopo  il  1240;  e  che  la  oficiavano  i  religiosi  dell'abazia 
di  S.  Stefano,  quando  il  Po  ebbe  travolto  il  loro  cenobio. 

Ma,  oltre  l'oficiatura  dei  benedettini,  ben  altro  cagionò  il  Po 
alla  chiesa  ed  alle  case  del  Corno;  e,  quantunque  in  posizione 
eminente,  quel  villaggio,  nel  suo  aspetto  d'insieme,  risente  tut- 
tavia dei  danni  continui  d'un  così  prepotente  vicino.  Infatti, 
quis  custodiet  custodem  se  —  sempre  al  dire  dell'accurato  Monti  — 
nel  1627  il  pastore  abbandonò  la  sua  chiesa,  perchè  la  estrema 
miseria  della  sua  pieve,  periodicamente  inondata,  non  gli  assi- 
curava nè  meno  una  modestissima  elemosina?  Questo  rilevasi 
da  alcuni  atti  oggi  forse  non  più  esistenti,  poiché  un  incendio 
consunse  quell'  archivio  parochiale  . 

Fatto  sta  che,  itosene  il  paroco,  la  chiesa  fu  formalmente  in- 
terdetta ,  ed  il  territorio  provvisoriamente  unito ,  pei  bisogni 
spirituali,  a  quello  di  Meleti;  fino  a  quando  il  vescovo  Clemente 
Gera  vi  si  recò  in  visita  (18  settembre  1628).  Egli  fece  riaprire 
la  chiesa,  a  tocco  di  campana  convocò  i  terrazzani,  ottenne  che 
il  deputato  comunale  si  obbligasse  a  corrispondere  di  nuovo  la 
dovuta  pensione  al  paroco,  e  ribenedisse  il  piccolo  tempio. 

Da  quel  giorno  la  parochiale  del  Corno  Vecchio  ebbe  la  sua 
regolare  e  quotidiana  oficiatura  ;  e  neh'  ultimo  giugno  vi  lavo- 
ravano maestri  di  muro  e  di  decorazione  a  riattarla,  sotto  la 
guida  del  pittore  lodigiano  Federico  Chizzoli. 

Sulla  metà  del  secolo  XIII  alla  chiesa  non  bastò  più  l'antico 
presidio  del  clero  secolare;  ma  aspirò  ad  irreggimentare  nel  suo 
grande  esercito  l'intero  consorzio  civile. 

Data,  infatti,  da  quei  dì  la  istituzione  delle  confraternite  laiche, 
di  cui  non  solo  ogni  parochia,  ma  quasi  ogni  oratorio  si  fornì. 
Superstiti  ai  peregrinaggi  mano  mano  scomparsi,  più  partico- 
larmente si   addissero  ad  esercitare  opere  di  pietà,  sia  per  lo 


156 


COrX)GNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Spirito  che  pel  corpo.  Nacquero  le  confratrie  pei  giustiziati,  pei 
carcerati,  per  gli  infermi,  per  la  buona  morte  e  pel  seppellimento 
cristiano.  Prototipo  di  tutte  la  compagnia  della  Misericordia  (1240), 
salita  in  Toscana  ad  istituto  civile  ed  ivi  tuttavia  esistente. 

Ma  siccome  grossi  e  crudeli  correvano  i  tempi  dal  XII  al  XIII 
secolo,  così  non  mancarono  anime  pie  le  quali,  più  che  ai  morti 
dormenti  nella  eterna  pace,  pensarono  di  provvedere  ai  vivi, 
dibattentisi  fra  le  aspre  peripezie  d' una  esistenza  tutta  asti , 
tutta  violenze,  tutta  delitti.  L' idea  umana  e  civile  non  avrebbe 
potuto  svolgersi  se  non  vivificata  e  sospinta  dal  sentimento 
religioso;  e  questo  sentimento,  nel  secolo  delle  estasi  di  Francesco 
d'Assisi  e  di  Domenico  di  Guzman,  diventò  fanatismo. 

Ed  ecco  le  turbe  dei  devoti,  detti  o  flagellanti  o  disciplini  o 
battuti,  i  quali  da  Perugia  dilagano  per  le  terre  d'Umbria  e  di 
Romagna,  ad  alti  pianti  invocando  la  pace  fra  gli  uomini,  mi- 
nacciando ai  discordi  le  collere  del  cielo  ;  e  per  calmare  gli 
sdegni  divini  irritati  dalle  colpe  degli  uomini,  denudandosi  fino 
ai  fianchi,  serrandosi  i  femori  in  acuti  cilici,  verberandosi  le 
misere  spalle  a  colpi  di  chiovati  scudisci,  facendo  su  sè  stessi 
colla  pentita  mano  e  danni  ed  onte,  e  recitando  a  voce  alta  in 
mestissimo  metro  i  salmi  penitenziali. 

L' origine  di  codesti  volontari  del  supplizio  necessariamente 
è  fatta  leggenda,  il  che  poco  monta.  Ma  importa  notare  la  ra- 
pidità quasi  istantanea  del  loro  espandersi  per  tutta  Italia.  Nel 
secolo  XIII  la  novità  cruenta  fu  tollerata  nell'Italia  mediana, 
su  nel  Piacentino  ed  in  parte  di  Lombardia.  Ma  i  Torriani  ed 
Oberto  Pallavicino  —  imitatori  di  re  Manfredi  che  aveva  re- 
spinto i  battuti  dal  reame  svevo  sospettandoli  non  scevri  di 
ragione  politiche  —  li  tennero  lontani  dalle  loro  città,  ed  a 
convincerli  della  serietà  del  divieto,  Oberto  fece  inalzare  molti- 
tudine di  forche,  sulle  quali  sarebbero  saliti  i  trasgressori  del 
suo  comando. 

I  battuti  nel  loro  primo  viaggio  (1260)  toccarono  le  terre 
nostre,  ed  il  cronista  lodigiano  Sabbia^  descrive  le  strane  pro- 
cessioni di  quei  fanatici  alla  sua  città  pervenuti  da  Piacenza. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


NOTE  AL  CAPO  XV. 

^  Nella  citazione  dei  seguenti  cognomi  del  Codognese  non  possiamo 
circoscriverci  al  tempo  di  cui  nel  testo  è  presentemente  parola.  Molti  di 
tali  cognomi  sono  anzi  di  recente  apparsi,  ma  i  più  sono  invece  oggi 
scomparsi.  Della  loro  esistenza  tra  noi,  indigena  o  non,  ci  sono  però 
buoni  testimoni,  oltre  parecchi  documenti  di  indole  varia,  i  catastri  delle 
comunità  nostre  —  tra  i  quali  quelli  dei  celebri  ingegneri  codognesi  Ba- 
rattieri e  Albini  (secolo  XVII)  —  e  l'elenco  delle  famiglie  codognesi  del 
Goldaniga  (secolo  XVill). 

Sono,  dunque,  cognomi  terrieri: 

"  derivati  dalla  provenienza  toi^ografica  —  JT  u-ìdda,  Dal  Corno,  Dal- 
l'' Acqua  ;  Ber^aDiaschi ,  Bresciani,  Casalini,  Creuiaschi,  Cremonesi,  Franchi-, 
Guasconi,  Lodigiani,  Lombardi,  Milanesi,  Xoi'arino,  Parmigiani ,  Pavesi,. 
Pisani,  Reggiani,  Jx  oìnani,  Romanino ,  l^edeschi ,  Toscani,  Cercellesi; 
Brindisi,  Cairo,  Coi' le  miglia ,  Fiorenznola ,  Lincea,  JLonlicelli ,  Parigi, 
Fonlremoli ,  Roncaglia ,  So/'esina;  JLari?ii,  Silvani; 

^  derivati  dalla  denominazione  paterna  —  AlbeiHci,  Alberti,  Albertini , 
Albini,  Aìidreoli ,  Antoniazzi ,  ^  Arrigoni ,  Baldassari ,  Baldi,  Beltrami , 
Borlolotli ,  Cecconi,  Corradini ,  Damiani,  De  Paoli,  Ercoli,  Filipazzi, 
Fiorani ,  Caìidenzi,  Ghilardi,  Chisalberti ,  (ìiiilini ,  L^amberti ,  Panzoni, 
Leardi,  Lucchini,  JMajifrcdi ,  Mariani,  Micheli,  Nicolini,  Or  lande  Ili , 
Orlandi,  Orlandini ,  Oliobelli ,  L^affaelli,  Raimondi,  Rinaldi,  Roggieri, 
Sai-valori,  Silvestri,  Stefanelli,  Stefani,  Tomaselli,  Toninelli,  Tonhii,  Ugoni; 

"  derivanti  da  imprese  figurate  o  da  altre  iconografie  —  Agnelli,  Capra, 
Cavalli,  Cavallini,  Cavalloni,  Cavallotti,  Colombini,  Corvi,  Dragoni,  Falconi, 
Galle  Ili,  Galli,  Gallina,  Galluzzi,  Gatti,  Gattoni,  Grilli,  Leoni,  Lupatiniy 
Merli,  Mcrlini ,  IlLoschino ,  Mosconi,  Passerini,  Pollastri,  Polli,  Usello, 
Volpi;  Prugnoli,  Cipolla,  Cipollini,  Fasoli,  Fava,  Favini,  Moroni,  Rosa, 
Salice;  Anelli,  Sorella,  Borsa,  Calza,  Croce,  Fassinetti,  Ferri,  Fontana, 
Fontanella  ,  Gruppi  ,  Monteverdi ,  Monti ,  Ponti ,  Pozzi ,  Pozzoli ,  Rota  , 
Scacchi,  Scala,  Stroppa,  Testa; 

^  derivanti  da  attitudini  individuali,  morali  e  fisiche,  buone  o  cattive, 
che  giustificarono  successivamente  l'adozione  dei  sopranomi  semplici  o 
composti  —  Acerbi ,   Bassi  ,   Balozzo  ,  Belli  ,   Belloni ,   Bono  ,  Bolzoni , 
^    Bravi,  Bruschi,  Bruschini,   Calvi,  Centenari,    Corti,    Crespi,  Fedeli, 
Folli,  Folletti,  Freschi,  Gaia,  Gaiardini,  Gobbi,  Grandi,  Grassi,  Grossi, 


CODÒGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Leccardi,  Magno,  Magri,  Peloso,  Piatti,  Piccoli,  Rugginenti,  Sordi,  Sozzi, 
Tosi,  Vecchi,  Zoppi;  Bianchi,  Morelli,  Negri,  Negrotti;  Bazzicalupi, 
Bellabarba  Bevilacqua,  Bo7ifichi,  Brusaferri,  Brusamonti,  Caccialancia , 
Cacciamali ,  Cagamosto  ,  Campolungo ,  Cavalcabò  ,  Cavana  ,  Cavatorta ,  Co- 
grossi,  Copalavezzi,  Guaitamacchi,  Guariainceli,  Mal/assali,  Malsperone , 
Maltraversi,  Panavera  ,  Passolungo  ,  Pclavicino  ,  Pestafitmo  ,  Pissacane  , 
Pizzamiglio ,  Pizzasegale,  Raffaglio,  - Rig amonti,  Scornavacca,  Soffientino, 
Spazzametisa,  Tagliabue ,  Tagliaferri,  Tagliasacchi ; 

^  derivanti  dalle  condizioni  sociali  o  dalle  professioni  e  dai  mestieri  — 
Baroni,  Bandierali,  Cattanei,  Conti,  Domenicarii,  Marchesi,  Peggiori, 
Schiavi,  Signori,  Sigfiorini ,  Vassalli,  Villani;  Barattieri,  Barbieri, 
Biolchi,  Boccalari,  Cacciatori,  Calle gari.  Campar i,  Canepari,  Cattadori, 
Chiodar  oli ,  Fabri ,  Ferrari ,  Pomari ,  Fornaroli ,  Fusari  ,  Gallinari  , 
Magnani,  Maestri,  Marescalchi,  Moliìiari,  Olivari,  Pecorari,  Pesatori, 
Pollar  oli.  Sartori,  Scode  Ilari ,  Zavattari. 

^  Un  Bondiole  de  Isella,  console  di  Lodi,  è  nominato  in  un  comando 
di  risposta  a  libello  intimato  (io  dicembre  1242). 

^  Nell'elenco  di  questi  luoghi  dispersi  ci  siamo  affidati  specialmente  al 
Dizionario  storico-geografico  del  Lodigiano  di  Giovanni  Agnelli  ;  a  cui 
lasciamo,  col  merito  della  diligenza  di  ricerca,  anche  là  responsabilità  della 
nomenclatura. 

Parecchi  dei  luoghi  su  detti  sono  riportati  coi  documenti  che  loro 
si  riferiscono  da  Cesare  Vignati,  il  quale  cerca  pure  d'interpretare  al- 
cuni dei  nomi,  come:  Agacinum  per  Gazzina  presso  Codogno;  Casteniole 
per  Castagnoni,  ecc. 

*  Alessandro  Riccardi  -  Le  località  e  territorj  di  S.  Colombano  al 
Lambro. 

^  Francesco  Bergamaschi  -  Croniche  dell'  abazia  di  Salito  Stefano  lo- 
digiano. 

^  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  18 ig. 
Lettera  11  giugno  1896  a  noi  diretta  dal  rev.  don  Carlo  Zucchi,  arci- 
prete paroco  di  Corno  Vecchio. 

^  Vincenzo  Sabbia  -  Majioscritti  nella  biblioteca  laudense. 


CAPO  XVI. 


Nuove  contese  per  Castelnuovo  —  Cogozzo  —  Guerre  e  paci  —  La  leg- 
genda di  Guardamiglio  —  Il  vescovo  Soffientino  —  Cause  giudiziali. 


UESTO  capo  potrebbe  esordire  col  virgiliano  «  horrentia 
Martis  arma  »  ;  poiché  ci  tocca  tornare  fra  il  so- 
nito delle  mazze  e  delle  spade,  negli  orrori  delle 
guerre  civili.  In  questa  guisa  è  fatta  la  eroica  cro- 
naca nostrale  di  quei  dì:  un  fratricidio  in  permanenza,  mutati 
soltanto  di  quando  in  quando  il  nome  dei  carnefici  e  quello 
delle  vittime. 

Eran  passati  più  di  trent'  anni  dalle  fiere  vicende  onde  ai 
tempi  primi  del  Barbarossa  aveva  preso  nome  la  iattura  di  Ca- 
stelnuovo, che  in  questo  frattempo  da  publici  documenti  appare 
denominato  col  suffisso  «  de  Buca  Abducs  »  ;  ma  in  quelli  anni 
fu  stretto  un  trattato  d'alleanza  fra  i  cremonesi  con  altre  città 
della  lega  contro  il  Barbarossa  (27  maggio  1167).  Parecchi  i 
patti  del  coraggioso  connubio,  e  fra  essi  assai  importanti  quelli 
fra  Cremona  e  Piacenza,  pei  quali  si  determinava  che,  dato  il 
caso  d' un' invasione  imperiale  in  Piacenza,  gli  uomini  cremo- 
nesi colà  recassero  «  di  buona  fede  e  senza  frode  »  il  proprio 
ausilio,  aiutassero  i  piacentini  alla  difesa  dei  loro  possessi,  per- 
duti  in  causa  dell'imperatore,  e  quelli  lor  tolti  dai  medesimi 


i6o 


CODOGNO  E  IL   SUO  TERRITORIO 


cittadini  di  Cremona,  fatta  però  eccezione  per  la  terra  di  Ca— 
stelnuovo,  per  cui  si  aveva  a  salvar  la  ragione  dei  singoli  pia- 
centini ,  ma  non  la  sovranità  politica  mantenuta  alla  signoria 
cremonese.  Fermatosi  però  Federico  in  Piacenza  (1184)  gli  fu 
presentato  dall'  abate  di  S.  Sisto  un  ricorso  chiedente  la  resti- 
tuzione dai  cremonesi  di  alcuni  beni  pertinenti  al  suo  monastero,, 
fra  cui  Castelnuovo  e  l' imperatore  gli  fece  piena  ragione. 

Probabilmente  questi  risentiva  tuttavia  la  recente  influenza 
della  giornata  di  Legnano  (11 76),  tanto  che,  per  star  contro 
Cremona  e  Parma,  si  accontava  niente  meno  che  con  Milano  e 
Piacenza.  Molteplici  erano  le  cause  di  queste  paci  e  di  queste 
guerre;  gli  effetti  di  consueto  tristissimi,  e  tra  di  essi  la  di- 
struzione di  Castelnuovo  ad  opera  dei  piacentini  e  dei  milanesi, 
collegati  ai  danni  dei  cremonesi,  che  eran  giovati  dall'alleanza 
dei  parmigiani,  reggiani,  modenesi  e  pavesi  (1188). 

Undici  anni  dopo  piacentini,  milanesi,  lodigiani,  bresciani  e 
comaschi  —  campeggiato  presso  il  Corno  ed  arsavi  la  torre  a 
do7ijo7i  ed  una 'caminata  —  tornarono  all'ossidione  di  Castel- 
nuovo.  Malgrado  però  le  opere  d'assalto,  le  loro  carriole,  i 
trabuchi,  i  mangani  e  le  baltresche,  non  riescirono  nello  intentOv 
perocché  i  cremonesi  coi  parmigiani  e  coi  bergamaschi  seppero 
validamente  tenere  la  rocca,  sì  che  gli  assedianti  smisero  la 
fazione  e  tutti  se  ne  tornarono  a  casa  ^ 

Ma  Castelnuovo  era  la  chiave  strategica  dei  turbolenti  andi- 
rivieni della  storia  belIio:era  regionale.  Lo  incontravano  nel  loro 
cammino  i  cremonesi  che  movevano  ai  danni  di  Piacenza  ed  i 
piacentini  che  tentavano  rivalersi  toccando  la  sinistra  del  fiume  r 
naturalissimo,  quindi,  che  alla  sua  conquista  si  accanissero  con 
vece  assidua  le  popolazioni  finitime,  aventi  per  limite  il  muro 
e  la  fossa  immortalati  dal  divino  poema. 

Dopo  la  giornata  campale  su  accennata  (11 99),  Castelnuovo  era 
stato  ricostrutto  dai  cremonesi;  e  cavalieri  e  fanti  di  tre  porte 
di  Milano,  coi  soldati  dipendenti  dai  distretti  milanesi  in  giu- 
risdizione delle  tre  porte  stesse,  vi  posero  campo  (25  maggio 
12 15),  spingendosi  poi  oltre  Po  sino  al  Trebbia^. 

Lo  storico  cremonese  Cavitello  ^  soggiunge  particolari  impor- 
tanti.  Narra  che  milanesi  e  piacentini,  parteggianti  contro  il 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


i6r 


pontefice ,  erano  comandati  da  quel  Buoso  da  Dovara  a  cui , 
errando  forse  ,  la  tradizione  attribuì  un  posto  nella  bolgia  dan- 
tesca dei  traditori.  Buoso  strinse  d' assedio  il  castello  ;  ma  dopo 
dieci  giorni  gli  fu  giuocoforza  ritirarsi  coli'  oste ,  e  lasciare  i 
cremonesi  in  padronanza  della  rocca. 

Ma  essendo  stranamente  misto  il  possesso  feudale  del  luogo 
—  così  come  avvisammo  a  suo  tempo  —  in  quelle  perpetue 
fazioni  è  facilmente  spiegabile  come  l' abate  prò  tempore  di  S.  Sisto 
in  Piacenza,  usando  dei  titoli  riconosciutigli  da  vescovi,  impe- 
ratori e  papi  sul  dominio  diretto  di  Castelnuovo,  lo  potesse 
concedere  in  feudo  onorifico  e  gentile  ad  Anselmo  Salvatico 
crociato  cremonese  (1230)*. 

Verso  la  fine  del  secolo  XII,  Cogozzo  —  castello  antico  sulla  destra 
dell'Adda,  a  settentrione  di  Larderà^,  e  del  quale  l'ultimo  ricordo 
rimane  nelle  carte  topografiche  del  principio  di  questo  secolo  — 
muniva  fortemente  il  Lodigiano,  e  stava  in  potestà  dei  milanesi. 

Quei  di  Pavia,  alleati  a  quei  di  Lodi,  tentano  di  prenderlo 
d'assedio;  e  cominciano  la  impresa  mentre  i  milanesi  hanno  il 
loro  esercito  a  campo  sul  Bergamasco  (16  giugno  1193  o  1195). 
Il  successo  arride  ai  pavesi  :  espugnano  Cogozzo,  ma  quando  lor 
giunge  notizia  che  il  vessillo  ambrosiano  si  avvicina  alla  riscossa, 
abbandonano  frettolosamente  il  terreno  della  gloriola,  e,  tra  per 
l'inseguimento  dei  milanesi  incalzanti,  tra  pel  disordine  della 
ritirata,  periscono  per  gran  parte  nel  Lambro. 

Il  dissidio  plurisecolare  fra  guelfi  e  ghibellini  non  ha  qui 
mestieri  d' una  lunga  illustrazione.  E  nelle  memorie  dell'  Italia 
medievale  il  grande  e  contradittorio  concetto  che  muoveva  i 
sostenitori  della  sovranità  nazionale  dei  pontefici  sulla  penisola, 
se  non  come  potestà  diretta,  come  unica  e  superiore  influenza 
sui  politici  destini  della  patria;  e  costoro  ebber  nome  di  guelfi, 
avendo  preso  nome  da  Welf,  famiglia  bavarese  d'Altdorf.  Ghi- 
bellini invece,  dal  nome  di  Corrado  di  Weiblingen  imperatore 
(1138),  furono  detti  i  campioni  della  sovranità  tedesca. 

A  capo  della  quale  stava  Arrigo  VI,  figlio   al  Barbarossa, 
cui  succedeva  a  venticinque  anni  (1190).  Incoronato  a  Roma 
'  da  Celestino  III,  lasciò  nota  di  barbaro  e  d'inumano. 

Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  /  ji 


l62 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Continuando  la  politica  paterna  del  «  divide  et  impera  » , 
aveva  con  sè,  e  per  ciò  dotava  di  grandi  privilegi,  Cremona, 
Pavia,  Lodi,  Como  e  Bergamo,  strette  con  trattato  di  alleanza  a 
Bonifacio  marchese  di  Monferrato  (25  settembre  119 1).  Bottinava 
sul  Milanese,  spogliandone  i  campi,  sminuendone  i  commerci, 
sebbene  in  parecchi  combattimenti  egli  fosse  il  vinto.  Ed  allora 
le  città  di  Lombardia  seguenti  il  partito  dei  guelfi,  le  quali  egli 
aveva  poste  al  bando  dell'impero,  rifecero  a  Borgo  San  Don- 
nino una  seconda  lega.  Vi  si  strinsero  nelle  comuni  aspirazioni 
Verona,  Mantova,  Modena,  Faenza,  Bologna,  Reggio,  Padova, 
Brescia,  Piacenza,  Crema,  Milano  e  Gravedona  (11 95). 

Mentre  così  si  conducevano  le  cose,  i  milanesi,  intolleranti  dei 
gioghi  rinnovellati,  non  s'acconciarono  punto  alle  favorevoli 
condizioni  che  Arrigo  andava  creando  pei  suoi  alleati  di  Lom- 
bardia. Bastò  che  Milano  vantasse  pretese  sulle  acque  del  Lambro 
—  contrariamente  ai  privilegi  confermati  dall'imperatore  Arrigo 
ai  lodigiani  (5  febbraio  11 90  e  19  gennaio  119 1)  —  perchè  tra 
Lodi  e  Milano  divampasse  la  guerra  (1193)^;  ma  successiva- 
mente si  accordarono  con  solenne  trattato,  alleandosi  le  due 
città  per  difesa  e  per  offesa,  scambiandosi  i  prigionieri,  assi- 
curandosi ai  milanesi  il  possesso  delle  acque  lambrane,  e  da 
questi  cedendosi  ai  lodigiani,  fra  l'altro,  anche  parte  delle  terre 
di  Cavacurta,  di  Monte  Malo  e  di  Cogozzo,  distrutte  però  le 
loro  rocche  (28  dicembre  1198)"^. 

Il  castello  di  Cogozzo  venne  poi  riedificato  dai  milanesi,  i 
quali  vedevano  compiuta  quest'opera  (8  giugno  1244),  resasi 
necessaria  per  le  loro  condizioni  strategiche  sempre  intesa,  in 
onta  ai  trattati,  ad  ottenere  la  soggezione  di  Lodi.  Quanto  a 
Monte  Malo,  esso  rimaneva  per  la  proprietà  feudale  ai  Pusterla 
di  Milano,  e  per  la  patrimoniale  ai  Pusterla  e  all'abazia  di 
S.  Cristina,  fatto  obbligo  di  obbedire  ai  milanesi  feudatari,  ma 
senza  prestare  ai  cittadini  di  Milano  giuramento  di  fedeltà. 

Gli  ultimi  anni  del  secolo  XII  furono  tutta  un'  odissea  di 
cospirazioni,  di  fieri  litigi,  di  spietate  fazioni  fra  città  e  città,  e 
Lombardia  poteva  considerarsi  in  assidua,  generale  sommossa. 

Più  che  negli  altri  stati,  le  condizioni  d'Italia  erano  gravi, 
poiché  qui  non  poteva  formarsi  una  potenza  capace  di  repri- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


mere  il  perturbamento.  La  ambizione  dei  papi,  pur  riguar- 
dati come  i  possibili  salvatori,  vi  si  opponeva  ;  nell'  insufficienza 
di  sottometterla  essi  medesimi,  l'abbandonavano  alle  tirannie 
prodotte  dalle  condizioni  generiche  della  penisola,  o  agli  stra- 
.  nieri  chiamati  dalle  reciproche  invidie,  e  che  l'avevan  ridotta 
ad  uno  stato  di  debolezza  reso  ancor  più  aspro  dai  costumi , 
stupidamente  creduli  e  rozzi. 

Vane  furono  le  proposte  e  le  insistenze  di  papa  Innocenzo  III 
affinchè  gli  animi  tornassero  in  pace;  chè  anzi  più  fiero  si 
fece  il  vicendevole  dilaniarsi;  nè  miglior  fortuna  di  quel  papa 
ebbero  i  vescovi  suoi  «  fratelli  ».  E  narrato  come  nella  vecchia 
chiesa  di  S.  Pietro  in  Pirolo  convennero  l'arcivescovo  di  Milano, 
Filippo  de'  Lampugnani;  il  vescovo  di  Lodi,  Arderico  Ladino; 
quello  di  Pavia,  Bernardo  Balbo;  di  Cremona,  Siccardo  Casalano; 
di  Bergamo,  Lanfranco  monaco  cluniacense;  quello  di  Parma, 
Obizzo  Fiesco  dì  Lavagna,  e  l'abate  generale  dei  camaldolesi. 
Coi  prelati  erano  presenti  i  messi  di  Bergamo,  di  Parma  e  di 
Pavia;  e  si  discusse  fra  loro  la  proposta  di  comporre  durevol- 
mente la  pace  fra  le  città  lombarde  (i  settembre  1201);  fine 
nobilissimo,  ma  non  raggiunto;  e  gli  odi  e  le  ire  seguirono  lor 
mala  strada. 

Alle  ferali  conseguenze  della  guerra  permanente  non  isfug- 
girono  necessariamente  le  terre  nostre.  I  milanesi,  uniti  ai  pia- 
centini, ai  comaschi,  ai  vercellesi,  agli  alessandrini  e  ai  novaresi, 
distrussero  il  castello  di  San  Fiorano  ed  altri  presso  Lodi.  Ma, 
sorpresi  poi  a  Genivolta  dalle  forze  unite  dei  cremonesi,  par- 
migiani, bresciani,  reggiani  e  modenesi,  furono  obbligati  a  re- 
trocedere, e  nella  loro  ritirata  Corno  e  Corneto  —  che  si  crede 
Corno  Giovane  —  furon  da  essi  presi  e  dati  alle  fiamme  (12 16). 

Secondo  una  presunzione  del  Cavitello,  anche  Castione  avrebbe 
seguita  la  sorte  miseranda  dei  due  Corni. 

Tornando  dalla  disgraziata  spedizione  nelle  Puglie  per  com- 
battere Filippo  re  di  Francia,  Ottone  IV  imperatore  viene  in 
Lombardia  per  radunare  nella  devota  Lodi  una  specie  di  dieta 
fra  le  città  a  lui  amiche.  Colle  sue  schiere  varca  il  Po  a  Guar- 
damiglio;  ed,  essendo  il  fiume  ghiacciato,  è  voce  nè  meno  si 
'  accorgesse   di  quel   congelamento,  che,  del  resto,  non  era  in 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


quei  tempi  infrequente;  e  tanto  meno  se  ne  avvide  Ottone  perchè 
uno  de'  suoi  fidi,  il  conte  di  Santa  Fiora,  aveva  fatto  coprire 
il  fiume  di  paglia,  per  impedire  lo  scivolamento  dei  cavalli. 

Ma  appena  l'imperatore  prese  terra  alla  sponda  sinistra,  e 
saputo  della  cosa,  nell'animo  turbato  ebbe  suspicione  che  il 
Santa  Fiora  in  quel  modo  avesse  operato  per  far  sì  che  il  suo- 
sire  e  l' esercito,  ingannati  dalle  apparenze,  trovassero  nelle  onde 
del  Po  improvvisa  morte  e  repentino  sepolcro.  Del  che  fiera- 
mente irritato,  volle  che  il  Santa  Fiora  fosse  gittato  ad  acqua, 
a  sconto  della  pretesa  sua  colpa,  ed  i  discendenti  suoi  venis- 
sero posti  al  bando  dell'impero  (novembre  1211). 

Da  ciò  la  romanzesca  etimologia  che  alcuno  dà  al  luogo  di 
Guardamiglio  da  «  guardar  meglio  »;  comecché,  se  avesse  meglio 
appuntato  lo  sguardo,  Ottone  sarebbesi  accorto  del  mal  passo 
prima  e  non  dopo  il  transito  pericoloso. 

A  questo  episodio  si  raggruppa  la  leggenda  della  Merla, 
alcuni  derivando  da  quel  tempo  e  da  quel  fatto  le  patetiche 
consuetudini  rusticane  ancora  in  onore  nel  basso  Po,  e  delle 
quali  la  poesia  dialettale  ed  il  folk  lore  si  sono  impadroniti. 

 * 

I  dissensi  publici  non  si  risolvevano  soltanto  per  mezzo  delle 
battaglie.  Anche  allora,  e  non  di  rado,  le  armi  cedevano  alla 
toga,  ed  i  giudici  tenevano  luogo  di  capitani.  Le  questioni  pos- 
sessorie o  di  privilegi  spuntavano  ad  ogni  piè  sospinto,  e  più 
d' una  volta  i  subbietti  s' industriavano  ad  inforsare  ed  a  scuo- 
tersi di  dosso  quelli  che  i  loro  signori  ritenevano  intangibili  diritti. 

E  persistente  —  per  citare  un  caso  fra  i  molti  —  lo  spetta- 
colo di  quasi  continua  ribellione  in  cui  verso  il  vescovo  laudense, 
feudatario,  mantenevansi  gli  uomini  di  Castione.  Abbiamo  sfio-^ 
rati  quei  dissensi  in  epoche  anteriori,  ma  nel  1220  sorge  ben 
più  distinta  ed  in  contradittorio  la  figura  litigiosa  politica  fra 
i  castionesi  e  l' infulato. 

Negarono  i  primi  al  secondo  il  diritto  di  eleggerne  il  potestà; 
ma  r  ordinario  Ottobello  Sofiìentino,  tenacis  propositi  vir^  rispose 
con  un  libello  di  citazione  contro  le  pretese  degli  indocili  su- 
bordinati. Ai  quali  non  arrise  l'astro  delle  liti,  poiché,  dopo 
parecchie  vicissitudini  giuridiche,  fu  data  ragione  al  vescovo 
(17   febbraio  1242),  e  la  mensa  diocesana  potè  continuare  nel 


NELLA   CRONACA  E  NELLA  STORIA 


165 


possesso  di  Castione.  Ma  di  tanto  in  tanto,  e  specialmente  prima 
della  sentenza  definitiva,  molteplici  molestie  lo  turbarono  ;  e  non 
furono  solo  comparse  giudiziali,  bensì  veri  attentati  non  pure 
ai  diritti  ma  alla  esistenza  stessa  del  feudatario.  Ottobello  stava 
compiendo  la  sua  visita  pastorale  ;  e,  pervenuto  presso  Castione, 
un  uomo  facinoroso,  Gambarino  de  Alamanno,  alla  testa  di  al- 
cuni armati  gli  si  faceva  incontro  a  scopo  d' offesa  (marzo  1226). 
Deserò  e  sagace,  il  vescovo  con  tutti  i  suoi  evitò  il  male  in- 
tenzionato manipolo,  e  sano  e  salvo  si  ridusse  in  Castione,  d'onde 
costrinse  quei  temerari  a  chiedergli  perdono  ^  ;  e  nei  rogiti  di 
Alberto  Donano  fu  tosto  aggiunta  una  promessa  di  soggezione 
e  d' obbedienza  al  vescovo ,  per  parte  di  Ottone  Maguzani ,  di 
un  Cremaschi  e  d'altri  castionesi  (20  agosto  1226). 

Anche  a  Codogno  l'ordinario  diocesano  dovette  piatire  seria- 
mente pel  fatto  suo.  Alcuni  uomini  del  luogo  avevan  lesa  Ta 
mensa  usurpando  alcuni  diritti  d'acqua  e  di  pascolo.  Mac'eran 
•dei  giudici,  e  questi,  nelle  persone  di  Uberto  Garbano,  Petraccio 
Sommaripa  e  Anzilerio  Bonano,  giudici  singoli  in  tre  cause  di- 
stinte, condannarono  i  manomissori  Petracciolo  de'  Goldaniga 
{7  luglio  1221),  Arlotto  figlio  di  Pietro  Sessa  (28  luglio  1221) 
e  Ardigone  de'  Valerano  (17  dicembre  122 1). 

Era  scritto  nei  fati  che  il  lungo  episcopato  di  Ottobello 
(1219-1243)  avesse  una  particolare  distinzione  negli  annali  fo- 
rensi: le  controversie  succedevansi  ininterrotte,  così  che  poteva 
loro  applicarsi  il  versicolo 

uno  avulso^  non  deficit  alter. 

Una  sentenza  pronunciata  da  Aiulfo,  priore  del  convento  di 
S.  Marco  in  Lodi  Vecchio,  e  delegato  ad  hoc  da  papa  Onorio  III, 
risolveva  a  favore  della  mensa  lodigiana  la  vertenza  di  questa 
con  Enrico  conte  di  Monte  Cucco  (12  marzo  122 1),  che  s'era 
impossessato  da  qualche  tempo  del  lago  Lambrello  od  Oriolo 
o  dei  Barili,  in  corte  di  Ronco,  tra  Fombio,  San  Fiorano,  Santo 
Stefano  e  Guardamiglio.  Non  s' acquetò  il  conte  a  quel  verdetto, 
e  ripeteva  ancora  il  possesso  del  lago,  dell'  alveo  e  di  nove  predi 
di  ripa,  da  Fellegario  di  Monte  Oldrado ,  dove  il  lago  princi- 
N   piava,  sino   a  Gualdafredo  di  Cocullo,  presso  Santo  Stefano, 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


dove  terminava.  La  causa  fu  portata  alla  corte  di  Roma  e 
rinviata  ai  primi  giudici  ;  il  conte  di  Monte  Cucco  si  rese  con- 
tumace, e,  seguendo  la  sorte  degli  assenti,  ebbe  torto.  Al 
vescovo  vittorioso  spettò  la  soddisfazione  di  far  leggere  la  fausta 
sentenza  sulla  sponda  stessa  del  Lambrello  (8  febbraio  1224). 

Parecchie  cause  giudiziarie  ebbe  Ottobello  cogli  uomini  di 
Codogno,  ed  alcune  già  noi  ne  abbiamo  ricordate.  Tra  le  altre 
giova  qui  accennare  pure  alle  questioni  pel  taglio  del  Bosco  di 
Codogno  di  ragione  vescovile  (1233).  Un  Girardo  de'  Merlini,, 
convinto  di  perturbamento  dei  diritti  della  mensa  sul  Bosco ,. 
per  non  aver  sopracapi  rinunciava  formalmente  alla  investitura 
fattagli  da  monsignor  Ottobello  Soffienti  no  di  luoghi  e  terre 
episcopali  di  Codogno,  Cavenago,  Brembio  e  Caviaga,  riser- 
bandosi soltanto  r  ottava  parte  d' onore  di  Codogno.  Ma  anche: 
a  questa  riserva  contradisse  il  vescovo  ^. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


167 


NOTE  AL  CAPO  XVI. 

^  Giovanni  Codagnello  -  Chronicon  placenthmm. 
^  Giovanni  Codagnello  -  Chronicon  placentinum. 

^  Ludovico  Cavitello  -  Annales  quibus  res  ubiq.  gestas  memorabiles  a 
PatricB  sucs  origine  usq.  ad  annum  sahitis  1583. 

*  A  questo  proposito  Cesare  Vignati  publicò  una  serie  di  documenti 
(28  febbraio  1229 -11  maggio  1230),  nei  quali  sono  consegnate:  la  querela 
del  Salvatico  contro  il  comune  di  Cremona  per  turbato  possesso  dei  suoi 
diritti  su  Castelnuovo  ;  l' esposizione  dei  titoli  del  vescovo  Ottobello  per 
giudicare  in  causa;  la  lettera  pontificia  per  la  quale  deve  ritenersi  inap- 
pellabile la  sentenza  pronuncianda  dall'antistite;  la  sua  lettera  all'ordinario 
cremonese  perchè  scomunichi  il  potestà  ed  il  consiglio  della  sua  città  ove 
non  ritornino  a  libertà  Guglielmo  e  Giacomino  Salvatico,  fatti  ingiusta- 
mente imprigionare  con  altri  amici  e  clienti  loro  dalla  signoria  di  Cremona 
pel  fatto  di  possedere  per  cessione  del  monastero  sistino  di  Piacenza  il 
feudo  di  Castelnuovo  ;  le  sospensioni  e  le  proroghe  attraverso  le  quali  la 
lite  passò;  e  la  sentenza  definitiva  per  cui  è  fatta  piena  ragione  al  Salva- 
tico, con  che,  per  altro,  ad  integrare  il  suo  diritto  feudale  intervenga  altresì 
la  omologazione  della  mensa  vescovile  di  Lodi. 

^  Il  monastero  di  S.  Sigismondo  in  Cremona  acquistava  un  prato  posto 
in  Larderà,  presso  Cogozzo,  già  dato  in  feudo  da  Corrado  e  Lanfranco 
di  Comazzo  a  Giacomo  di  Bordelasco,  figlio  di  Marchisio  (18  agosto  1195). 

^  L'imperatore  Arrigo  VI  assicurò  di  aiutare  i  lodigiani  ed  i  loro  alleati 
contro  Milano  ed  i  suoi  confederati  (9  giugno  1193)  ;  ma  poi  impose  pace 
alle  parti  contendenti,  con  due  atti  distinti  ed  a  mezzo  del  suo  legato 
Trusardo  (20  aprile  1194),  il  quale  ottenne  tosto  dalle  città  contendenti 
promessa  giurata  di  soggezione  al  comando  imperiale. 

^  Questo  trattato  (di  cui ,  per  altro ,  si  hanno  vari  apografi)  fu  concluso 
il  28  dicembre  1198;  ma  l'atto  originale  porta  la  data  1199,  come  segna 
il  Muratori,  perchè  i  lodigiani  come  i  lucchesi  e  i  senesi  per  uso  antico 
computavano  il  tempo  coli' era  pisana,  la  quale  cominciava  l'anno  non 
al  I  gennaio  ma  al  25  dicembre.  Il  calcolo  pisano,  precedeva  di  un  anno 
il  calcolo  firentino,  durato  dal  secolo  X  alla  metà  del  XVIII,  e  per  esso 
l'anno  principiava  al  25  marzo. 

*  Giacomo  Antonio  Porro  -  Storia  diocesana  di  Lodi. 

^  Giovanni  Cortemiglia  Pisani  -  Memorie  storiche  del  basso  Lodigiano.. 


CAPO  XVII. 


Fombio  venduto  a  Piacenza  —  Le  questioni  pel  Lambro  —  I  reclami 
dei  lodigiani  —  Punti  interrogativi. 


ER  serie  di  secoli  era  man  mano  salito  all'apogeo 
della  ricchezza  terrena  il  chiostro  di  S.  Pietro  in 
Ciel  d'oro  di  Pavia,  seguendo  la  parabola  ascen- 
dente che  più  tardi  fu  percorsa  da  quasi  tutti  i 
claustri  canonicali  agostiniani  sfondatamente  doviziosi  dovunque, 
ed  in  modo  speciale,  presso  di  noi,  a  Milano  in  S.  Maria  della 
Passione  ed  a  Piacenza  in  S.  Agostino,  il  cui  ente  contava 
—  per  consenso  dei  cronisti  del  tempo  —  altrettanti  possessi 
territoriali  quanti  i  giorni  dell'anno. 

Ma  come,  nel  generale  consacrarsi  degli  abusi  in  nome  della 
religione,  i  monaci  di  S.  Pietro  in  Ciel  d'oro  antistettero  nel- 
l'opulenza e  nei  privilegi  ad  altre  comunità  di  loro  confratelli, 
così  le  precedettero  nella  rilassatezza  dei  costumi,  nel  fasto 
eccessivo  e  nella  rovina  economica. 

Si  era  sul  principio  del  secolo  XIII  e  già  il  celebre  convento 
pavese  era  cosi  stretto  ed  oppresso  da  debiti  che  papa  Gre- 
gorio IX  ^,  per  liberarlo  da  quella  condizione  intollerabile,  diede 
mandato  al  vescovo  piacentino  Visconte  di  vendere  il  podere 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


169 


degli  agostiniani  che  fosse  il  più  remoto  dal  monastero  di  S.  Pietro, 
e  col  ricavo  della  vendita  si  estinguessero  le  obbligazioni,  e  le 
g"ravose  usure  che  le  circuivano  fossero  poste  fuori  di  causa. 
L'  ordinario  piacentino  —  che  probabilmente  accordavasi  col  co- 
mune della  sua  città  per  estenderne  la  giurisdizione  alla  ago- 
g-nata  sponda  sinistra  del  Po  —  non  mise  tempo  in  mezzo 
nella  scelta  e  nell'alienazione;  e  quaranta  giorni  soli  dopo  l'in- 
carico pontificio  —  sebbene  altri  posterghino  quel  contratto  di 
due  anni  —  la  corte  di  Fombio  diveniva  di  agostiniana  pro- 
prietà piacentina  (23  agosto  1225). 

Sulla  estensione  della  corte  venduta  ^  e  sulla  qualità  del  com- 
penso, ragguagliato  coi  criteri  presenti  ed  aumentato  poi  (1233) 
per  la  richiesta  dei  venditori  non  pienamente  contenti,  sono 
parecchie  le  divergenze  dei  cronisti.  E  però  fuor  di  ogni 
discussione  che  data  da  quel  giorno  l' avulsione  politica  dalla 
signoria  lodigiana  di  Fombio  e  delle  sue  attinenze  meridionali, 
destinate  a  rimanere  per  circa  sei  secoli  parte  viva  e  florida  e 
cara  del  Piacentino,  della  cui  indole  tuttora  si  risentono  colà 
le  manifestazioni. 

Piacenza  —  travagliata  dalle  riotte  intestine  tra  i  Pallavicini, 
i  Laudi  e  i  Fontana,  e  stremata  di  pecunia  pel  mantenimento 
delle  soldatesche  e  dei  cittadini  —  dava  in  pegno  ipotecario 
agli  argentari  nobili  Nicolò  ed  Alberto  Bagarotti,  per  lire  mille 
duecento  settantasette  e  soldi  dieci  milanesi  secondo  il  Poggiali^, 
metà  della  corte,  e  secondo  lo  Scarabelli  *  metà  del  castello  di 
Fombio  ;  somma  quella  corrispondente  a  circa  duecento  mila 
lire  d'  oggi. 

Come  Fombio  diventasse  la  minuscola  metropoli  della  gente 
scota  —  di  cui  Alberto  il  grande  fu  signor  di  Piacenza  e  primo 
conte  di  Fombio  per  investitura  del  comune  (19  marzo  1299)  — 
esporremo  più  tardi.  Risulta,  però,  che  già  vent'anni  prima 
della  vendita  su  esposta  gli  Scoti  possedevano  sul  Fombiese; 
poiché  in  un  documento  il  capitano  Fanone  dei  Tresseni,  do- 
tando riccamente  la  chiesa  di  S.  Martino  in  Lodi,  accenna 
anche  alla  donazione  d'una  terra  aratoria  e  prativa  in  Fombio, 
confinata  a  levante  ed  a  mezzogiorno  dalle  proprietà  dei  conti 
Scoti  (28  settembre  1204). 


lyO  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


L'annessione  a  Piacenza  della  corte  di  Fombio  non  fu  tutta 
di  rose;  per  essa  spuntarono  anzi,  e  tosto,  le  acute  spine.  Chè 
se  genericamente  fra  tutti  i  comuni  italiani  di  quei  tempi  in-^ 
sorgevano  diuturne  le  questioni  della  delimitazione  confinaria 
—  sicché,  ad  esempio,  fra  Parma  e  Piacenza  si  guerreggiò  ben 
quattordici  lustri  per  fissare  i  termini  delle  due  giurisdizioni  in 
territorio  di  Borgo  San  Donnino  —  tanto  più  naturale  si  af- 
fermò la  divergenza  fra  Piacenza  e  Lodi,  dopo  che  Fombio 
dipese  da  quella  città.  E,  a  dire  il  vero,  è  fuor  di  dubbio  che 
i  piacentini  (di  carattere  parecchio  litigioso  ed  ostinato,  e  forti 
del  continuo  appoggio  di  Milano  alleata  e  prepotente),  allegra- 
mente sconfinassero  e  si  giovassero  d' ogni  occasione  per  avan- 
zare sul  contado  di  Lodi,  che  fin  d'allora,  forse,  andava  celebre 
per  la  sua  «  buona  indole  ». 

Non  è  ignoto  ai  lettori  che  a  quei  tempi  un  grosso  ramo 
del  Lambro  aveva  foce  nel  Po  a  sette  chilometri  circa  a  valle 
di  Piacenza.  Da  Orio  l' onda  lambrana  —  che  assumeva  pure 
il  nome  di  lago  Oriolo  o  di  Lambrello  ^  —  lambiva  Roncaglia^, 
Ronco  e  il  bosco  di  Codogno',  forniva  il  lago  Barili,  e  prose- 
guiva pel  corso  della  presente  Mortizza  fino  presso  allo  scom- 
parso Noceto,  dove  si  faceva  tributario  del  Po  ^.  Quella  via 
acquea  era  dunque  di  importanza  massima  fra  le  terre  di  Pavia, 
Lodi,  Milano,  Cremona  e  l' oltre  Po.  Le  guerre  assidue  vi  ren- 
devano necessarie  opere  di  difesa  e  di  offesa,  come  i  batifredi 
contro  i  cremonesi  (1160);  e  il  commercio  del  sale,  della  legna 
e  d'  altre  merci  imponeva  alle  navi  una  forte  tassa  onde  fruivano 
i  collettori  lodigiani  ^. 

Per  questo  pedaggio  appunto,  esatto  dai  messi  comunali  lo- 
digiani alla  chiusa  di  Cereta  (ad  oriente  di  Orio)  fino  a  Salerano, 
vertì  causa  giudiziale  tra  il  comune  di  Piacenza  e  quello  di 
Lodi.  Successivamente  i  lodigiani  ebbero  dall'imperatore  Arrigo  VI, 
a  mezzo  del  suo  legato  Testa,  concessione  di  libero  uso  del 
Lambro  (5  febbraio  1190);  ma  col  trattato  fra  Lodi  e  Milano, 
giurantisi  pace  «  eterna  » ,  quelle  acque  tanto  contese  furono 
totalmente  dei  milanesi  (1198). 

Riaccese  le  lotte  fra  i  comuni  per  la  guerra  fra  la  corona  e 
la  tiara,  i  lodigiani  parteggianti  per  Ottone  IV  imperatore,  da 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


171 


lui,  festeggiato  in  Lodi,  ebbero  confermati  parecchi  privilegi, 
tra  i  quali  «  specialmente  »  i  dritti  antichi  sul  Lambro  (i  maggio 
12 io).  Ma  anche  l'ausilio  imperiale  giovò  poco  ai  lodigiani; 
poiché  la  foce  principale  del  Lambro  —  quella  appunto  che 
era  di  maggior  interesse  per  le  ragioni  commerciali  della  plaga  — 
venne  arretrata,  e  le  croniche  assegnano  la  responsabilità  di 
un  tal  fatto  alle  invide  opere  dei  milanesi,  le  cui  necessità  po- 
litiche reclamavano  che  il  territorio  lodigiano  fosse  per  l' inopia 
ridotto  all'impotenza  (1200-1230). 

I  piacentini,  che  nella  logica  fatale  degli  eventi  stavano  sempre 
coi  milanesi 

tutti  insieme  uniti 
Con  saldissimi  lacci  in  un  volere, 

per  attrarre  maggiormente  a  sè  l' industria  e  il  commercio  no- 
strani, posero  mano  a  costruire  una  strada  ed  un  ponte  sul 
Lambro  (circa  il  1227),  procurandosi  di  tal  guisa,  e  dopo  l'ac- 
quisto di  Fombio,  nuovo  e  più  facile  accesso  alla  nostra  regione. 
Imaginarsi  se  il  comune  laudense  doveva  subire  questa  vera  e 
propria  diminutio  capitis  I  Reclami  e  proteste  non  si  fecero  aspet- 
tare, e  presero  tosto  carattere  di  tale  solennità  che  a  giudicare 
del  piato  vollero  arbitri  gli  anziani  della  lega  lombarda,  così  e 
come  era  determinato  dalla  costituzione  di  essa  (maggio  1167). 

Monsignor  Giovanni  Battista  Rota,  presentemente  vescovo  di 
Lodi,  rinveniva  fra  i  membranacei  dell'archivio  episcopale  una 
pergamena  (1892),  poi  fatta  publica,  contenente  un  rogito  del 
notaro  Alghisio  Leve,  presente  alla  consegna  delle  lettere  scritte 
da  Azzone  de'  Pirovano,  potestà  di  Lodi,  ai  «  nobili  uomini  ed 
amici  carissimi,  rettori  della  Lombardia,  Marca  e  Romagna  » 
che  erano  Giacomo  de'  Terzago  e  Tomaso  de'  Pizolpilo;  lettere 
invocanti  il  loro  intervento  de  jure  per  obbligare  i  piacentini  pel 
ponte  e  per  la  strada  denunciati,  a  rimettere  le  cose  in  pristino. 

Giovanni  Agnelli  ha  testé  edita  una  accurata  monografia  che 
gitta  lume  sull'argomento,  e  della,  quale  —  poiché  ci  sembra 
opportuno  —  facciamo  un  breve  riassunto. 

Nel  suo  reclamo  il  potestà  Pirovano,  col  consiglio  ond'egli 
era  a  capo,  dopo  salutati  «  con  pienezza  di  gaudio  »  i  su  no- 


172 


CODQGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


minati  rettori,  racconta  che,  avendo  mandati  al  potestà  ed  al 
comune  di  Piacenza  due  messi  (l'uno  Bassiano  Corso  notaro, 
l'altro  servitore  della  comunità  lodigiana)  per  presentare  a  quel 
magistrato  il  reclamo  scritto,  affinchè  di  tale  esibizione  venisse 
rogato  publico  istromento,  il  giudice  del  potestà  piacentino,  cui 
pure  le  lettere  eran  state  comunicate,  come  seppe  che  eran  lo- 
digiani, allontanò  sgarbatamente  il  messaggio  e  i  messaggieri, 
e  ciò  con  «  massimo  disonore  ed  improperio  »  ;  che  allora  il 
Pirovano  inviò  in  corte  di  Fombio  il  su  citato  notaro  Leve  con 
Giovanni  da  Melzo  servitore,  affinchè  accertassero  se  i  piacentini 
continuavano  nei  lavori  della  strada  e  del  ponte;  che  invano, 
trovati  i  piacentini  all'opera,  notaro  e  servo  li  esortarono  a 
smettere;  quelli  non  si  diedero  per  intesi  della  proibizione  e 
seguirono  i  lavori;  di  che  il  notaro  fece  publico  atto.  Finisce 
il  potestà  invitando  i  rettori  a  voler  far  cessare  il  danno,  assi- 
curandoli sè  ed  i  suoi  essere  risoluti  a  non  tollerare  in  verun 
modo  cosi  fatto  abuso. 

I  reclami  lodigiani  si  rivolgevano  alla  sede  invocata  con  in- 
discutibile fondamento  giuridico  ;  poiché  i  rettori  della  lega  oltre 
far  concessioni,  accordar  privilegi  ed  essere  investiti  di  parecchie 
attribuzioni  della  autorità  imperiale  dalla  quale  si  eran  sottratti, 
eran  pure  delegati  a  giudicare  delle  querele  secondo  la  ragione  e 
le  «  buone  usanze  »,  ed  a  riformare  in  ultima  istanza  e  giudizi 
e  cause  E  l' Agnelli  diligentemente  riporta  nel  suo  studio  al- 
cuni atti  fra  le  città  collegate  i  quali  comprovano  la  ortodossia 
della  processura  seguita  dai  lodigiani.  Ma  le  ricerche  fatte  in 
proposito  e  dallo  stesso  Agnelli  e  dal  vescovo  Rota  in  Lodi  e 
in  Brescia  —  dov'erano  state  consegnate  ai  rettori  della  lega  le 
lettere  del  Pirovano  (5  novembre  1227)  —  non  diedero  verun 
risultato  sul  verdetto  in  causa.  Nè  è  a  meravigliare  di  ciò, 
poiché  certi  silenzi,  in  quelle  epoche  pur  così  piene  di  fatti,  si 
spiegano  per  le  relazioni  personali  e  passionali  dei  cronisti  ;  così 
come  le  testimonianze  di  essi  hanno  forme  di  affermazione  o  di 
denegazione  stridenti.  E  questo  riesce  a  diminuire  la  respon- 
sabilità cui  può  incontrare  chi  oggi  si  accinga  a  dire  di  storia. 

E  anche  un  punto  interrogativo  la  sorte  ecclesiastica  della 
corte  di  Fombio,  poiché  il  contratto  di  compra  fra  la  comunità 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


di  Piacenza  e  gli  agostiniani  di  S.  Pietro  in  Ciel  d'oro  era  stato, 
coir  atto  relativo,  perfetto  nei  rapporti  civili  (23  agosto  1225); 
e  quanto  agli  ecclesiastici  risulta  dagli  storici  piacentini  Campi 
e  Poggiali  che  la  sommissione  spirituale  di  Fombio  a  Piacenza 
seguì  molto  tempo  dopo  quella  civile. 

E  però  a  meravigliarsi  che  nello  elenco  delle  chiese,  dei 
monasteri  e  degli  ospitali  della  diocesi  lodigiana  colpiti  dalla 
taglia  pontificia  per  mezzo  del  notaro  Guala  (1261)  non  sono 
menzionate  le  chiese  di  S.  Pietro  e  di  S.  Colombano  esistenti 
allora  in  terra  di  Fombio. 


174 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XVIL 

^  Questo  papa  —  che  prese  molto  a  cuore  il  dominio  temporale  della 
chiesa,  e  che  sotto  il  pretesto  delle  spese  per  le  crociate  non  risparmiò 
dalle  gravi  imposizioni  nè  meno  il  clero  (1227-1241)  —  a  questo  riguardo 
sorvegliò  diligentemente  anche  il  nostro  territorio,  ed  al  convento  di 
S.  Stefano  al  Corno  impose  che  nulla  si  vendesse  ad  estranei  diocesani 
delle  possessioni  pertinenti  al  convento,  senza  suo  consenso  (7  luglio  123 1). 
Gregorio  IX  e  dopo  di  lui  Innocenzo  IV  (1244),  preoccupati  dall'anarchia 
dell'ordine  agostiniano,  provvidero  a  disposizioni  che  meglio  lo  disci- 
plinarono. 

^  Alcuni  danno  questa  misura  in  sessantasei  mansi,  corrispondenti  nella 
moderna  cifra  di  novemila  e  cinquecento  pertiche  piacentine  circa. 

^  Cristoforo  Poggiali  -  Memorie  storiche  di  Piacenza. 

*  Luciano  Scarabelli  -  Storia  civile  dei  ducati  di  Parma ^  Piacenza  e 
Guastalla. 

^  Documenti  già  da  noi  citati  :  Ribaldo  abate  di  S.  Stefano  al  Corno  è 
investito  delle  decime  vescovili  dal  Lambrello  al  Corno  (12  settembre 
II 82);  Guidotto  Malberto  rinuncia  al  vescovo  un  diritto  sopra  un  campo 
vicino  al  Lambrello  (2  febbraio  11 84). 

^  Documento  già  da  noi  citato  :  Testimonianze  sui  diritti  di  pesca  a  fa- 
vore della  mensa  vescovile  di  Lodi  (29  dicembre  11 76). 

'  Documento  di  vendita  di  terreni  di  Giacomo  da  Salerano  a  Pietro 
Sacco  di  Fombio  (12  luglio  1233). 

^  L' avallamento  a  sinistra  del  Po  è  solcato  tuttora  dal  Lambro  Vecchio, 
che  si  unisce  col  Brembiolo  e  colla  Mortizza  al  nord  di  Guardamiglio. 

^  Fin  dal  1000  circa,  secondo  un  teste  interrogato  nella  causa  tra  il  co- 
mune di  Lodi  e  quello  di  Piacenza,  le  navi  rimontanti  il  fiume  pagavano 
soldi  cinque  di  denari  vecchi  e  due  pani  di  frumento  ai  messi  di  Lodi 
(giugno  1173). 

Galvano  Flamma  -  Manipolus  fiorum.  —  Bernardino  Corio  -  Storia 
di  Milano.  —  Tristano  Calco  -  Historia  patria. 
Giovanni  Agnelli  -  Archivio  storico  lombardo. 
Cesare  Vignati  -  Storia  diplomatica  della  lega  lombarda. 


CAPO  XVIII. 

Il  regime  delle  acque  —  La  Muzza  —  Rivi  minori  —  Il  Po  —  I  suoi 
porti  e  i  suoi  ponti. 


RA  gli  studi  speciali  e  recenti  consigliati  dal  dolce 
amor  di  patria,  va  a  buon  diritto  collocata  la  serie 
di  memorie  e  di  rilievi  che  per  opera  di  Francesco 
Gagnola  felicemente  illustrano  ed  intieramente  rias- 
sumono la  cronaca  regionale  del  regime  delle  acque  inservienti 
air  agricoltura  ;  opera  questa  diuturnamente  proseguita  con  vera 
reverenza  alla  fedeltà  storica,  e  che,  per  l'intendimento  gene- 
roso che  la  informa,  alla  regione  nostra  auguriamo  feconda  di 
giustizia  e  di  prosperità  ^. 

Con  così  buona  raccolta  di  studi  davanti,  sarebbe  un  pleonasmo 
il  voler  tentare  una  nuova  monografia  al  riguardo;  nè  per  fare 
altrimenti  noi  sapremmo  far  meglio.  Omettiamo,  quindi,  una 
dissertazione  sulle  regole  antiche  della  irrigazione,  sulle  quali 
pur  si  pronunciarono  i  pretori  romani,  e  poetò  Virgilio  e  argo- 
mentò Columella,  citando  Porcio  Catone.  Ricordiamo  soltanto 
—  coir  aggiunta  di  qualche  nota  capitale  —  che  fin  prima  del 
loco  il  regime  delle  acque  era  iscritto  nell'elenco  dei  diritti 
e  delle  proprietà  dei  fondi. 


176 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Esistono  carte  del  secolo  Vili  portanti  contratti  dì  compera 
fatti  dall' abatessa  del  monastero  bresciano  di  S.  Salvatore,  aventi 
per  oggetto  l'acquisto  di  deduzione  d'acqua  privata  alle  terre 
del  chiostro;  ed  oltre  quel  secolo  i  pochi  documenti  terrieri 
•attinenti  alle  ricchezze  fondiarie  provano  come  tra  di  esse  non 
si  negligesse  il  diritto  di  far  defluire  l'acqua  dai  maggiori  ca- 
nali fra  l'erbe  e  le  zolle.  " 

Comunque,  eravamo  ai  prodromi  rudimentali  irrigatori;  e 
solo  nel  secolo  XII  cominciò  e  crebbe  meravigliosamente  lo 
sviluppo  delle  acque  fertilizzatrici ,  per  le  quali  l'agricoltura  di 
Lombardia  salì  a  così  tanta  superba  dovizie. 

Nel  secolo  X  Ottone  II  concedeva  al  vescovo  Andrea  e  suc- 
cessori il  giure  proprietario  di  acquedotto  nel  territorio,  e  nel 
diploma  ricordava  che  quel  diritto  era  già  stato  accordato  ai 
lodigiani  dai  suoi  antecessori. 

La  stessa  concessione  faceva  il  Barbarossa,  la  quale  veniva  con- 
fermata nei  capitoli  della  pace  di  Costanza  (23  giugno  1183); 
ed  Arrigo  VI  la  costituiva  in  nuovo  privilegio,  specificando 
l'uso  dell'acqua  del  Lambro,  per  liberalità  di  principe  a  titolo 
di  dono  «  ai  fedeli  laudensi  »  (5  febbraio  11 90  e  19  gennaio 
II 91).  Ottone  I  (i  maggio  121 1)  e  Federico  II,  figlio  ad  Ar- 
rigo (4  dicembre  1220),  con  eguali  diplomi  concessori  confer- 
mavano l'elargizione. 

Della  imperiale  benevolenza  profittarono  subito  i  donatari: 
cominciato  uno  scavo  nell'alto  Lodigiano,  vi  defluirono  l'acqua, 
prima  dall' Adda,  poi  dalle  sorgive;  e  la  condussero  irrigando 
le  terre  loro  da  Lodi  a  Lodi  Vecchio,  scaricandola  poi  nel 
Lambro. 

Ma  non  ne  fu  pacifico  il  possesso:  lo  avversarono  i  milanesi, 
il  frutto  primo  delle  cui  vittorie  su  Lodi  fu  —  come  accen- 
nammo —  r oppilamento  di  quell'antico  canale.  Come  al  solito, 
i  lodigiani  non  poterono  aver  ragione  dei  loro  diritti;  ma,  volte 
a  meglio  le  proprie  sorti,  fecero  tesoro  di  qualche  tratto  residua 
del  vecchio  scavo,  per  la  roggia  Donna.  Se  non  che  sui  primi  del 
secolo  XIII  Lodi  si  riaccinse  con  nova  vigoria  all'opera  reden- 
trice delle  acque,  e  pensò  estrarre  dall' Adda  la  più  grande  quantità 
possibile  di  benefica  onda,  pari  al  bisogno  dell'intero  territorio. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


La  grande  opera,  unica  in  quel  tempo  in  Italia,  si  iniziò 
tosto  (1221)  per  via  di  associazione,  coli' apertura  o  —  come 
vogliono  altri  —  col  restauro  di  un*  fossato  fra  il  fiumicello 
Morgula  o  Molgora  e  l'Adda;  ma  da  questa  non  fu  diretta- 
mente la  presa,  bensì  dall' Addella,  e  per  Panilo  sboccava  in 
Adda  sotto  Castione,  dopo  un  percorso  di  trentotto  chilometri. 
L' acqua  così  dedotta  non  era  sufficiente  alle  necessità  degli  agri- 
coltori, e  pertanto  fu  da  Panilo  a  Cassano  ampliato  l'  alveo  (1279). 

In  questa  guisa  rinnovato,  il  rivo  denominossi  Adda  Nuova 
o  Muzza,  dove  che  per  Addella  o  Addetta  va  inteso  soltanto  il 
tronco  da  Panilo  al  Lambro  e  che  serve  alla  Muzza  come  sca- 
ricatore; Muzza  certamente  dalla  romana  Mutia,  il  maggiore 
fra  gli  irrigatori  antichi  lodigiani,  il  quale  vuoisi  da  Castione 
procedesse  al  lago  Barili. 

Negli  statuti  della  Muzza  e  dell'Adda  Nuova,  dichiarati  pro- 
prietà del  comune  lodigiano  il  letto,  le  sponde  e  le  vie  ripuarie  ; 
chiunque  fosse  sottoposto  a  quella  giurisdizione  municipale  potè 
da  quei  giorni  estrarre  acqua  per  le  proprie  terre  o  possedute 
o  condotte  in  affitto,  pagando,  colle  vecchie  communanticB ,  le 
tasse  statutarie  per  la  conservazione  dei  carri,  dei  manufatti  e 
via  dicendo. 

Ciò  fermato  nella  legislazione,  si  aprirono  nella  Muzza  fra 
Paullo  e  Massalengo  settantacinque  luci  d' acqua  irrigatoria,  parte 
a  destra  e  parte  a  manca  della  roggia.  Le  bocche  suddividono 
il  liquido  in  una  infinita  serie  di  rivi  e  rivoletti,  i  quali,  intrec- 
ciandosi in  mille  meandri  o  disimpegnandosi  reciprocamente,  si 
possono  rassomigliare  ad  arterie  ed  a  vene  che  fanno  circolare 
la  vita  in  tutta  la  regione. 

Indescrivibili  sono,  oltre  i  vantaggi  irrigatori,  tutti  gli  altri 
recati  da  questa  specie  di  redenzione.  Il  suolo  fu  razionalmente 
livellato  a  seconda  dei  deflussi  ;  sparvero  i  sollevamenti  ;  furon 
ricolmi  gli  avallamenti;  ogni  campo  ebbe  coordinati  i  fossi  sui 
lembi;  ponti,  chiaviche,  incastri  'testificarono  i  miracoli  del- 
l'idraulica applicata  a  beneficio  ed  a  sicurezza  del  territorio. 
E  se  le  vigne  scemarono,  si  accrebbero  le  praterie,  moltipli- 
caronsi  le  colture  linacee,  furono  soppressi  i  gerbidi,  e  lo  alleva- 
mento del  bestiame  assurse  quasi  per  incanto  a  tale  importanza, 
\  che  appena  reggono  al  confronto  (persino  nei  giorni  nostri  in 
Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  /  12 


178 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


cui  trionfano  i  metodi  intensivi)  le  importazioni  bovine  e  vac- 
cine, trasferite  a  prezzi  così  alti  dalle  acquitrinose  prode  della 
Frisia  o  dai  greppi  erbosi  della  verde  Erinni.  Dai  prati  floridi, 
gli  armenti  opimi  ;  da  questi,  la  regina  fra  le  industrie  paesane  : 
il  caseificio. 

Naturalmente,  anche  la  Muzza  concitò  ben  presto  le  gelosie 
e  le  invidie  dei  finitimi  ai  lodigiani.  E  tosto  le  aspirazioni  della 
possente  Milano  si  fecero  sentire  nelle  pretese  dell'  ospitale  del 
Brolio  milanese;  il  quale,  appena  istituito  da  Gottifredo  Busseri 
(prima  metà  del  XII  secolo),  già  aveva  devoluto  a  proprio  be- 
neficio ed  a  danno  dei  vescovi  di  Lodi  parte  delle  acque  Muzie, 
e  si  era  poi  valso  del  nuovo  cavo  lodigiano  per  estrarre  altri 
canali  a  proprio  profitto.  Ma,  coli' interposizione  dell' arcivescovo 
Ottone  e  del  comune  di  Milano,  anche  questa  vertenza  fu  ovviata 
(23  ottobre  1286);  occorse  però  più  tardi  modificare  quella  con- 
venzione, così  che  le  acque  della  Muzza  furono  divise  in  pro- 
prietà per  due  terzi  al  comune  di  Lodi  e  per  un  terzo  al 
maggior  ospitale  di  Milano  (i  agosto  1352).  E  qui  non  cessavano 
le  discussioni  e  le  ordinanze  al  riguardo;  le  quali,  malamente 
osservandosi,  perchè  non  pienamente  confo/mi  ai  desideri  dei 
contendenti,  si  replicavano  in  nuove  foggie,  ripetendosi  quanto 
appunto  delle  città  circa  quel  tempo  scriveva  padre  Dante, 
che  non  giungeva  a  mezzo  novembre  quello  che  esse  fila- 
vano d'  ottobre. 

Lodi  afiìttava  il  dazio  del  canale  (1403);  ma,  seguendo  suo 
sistema,  Milano  interveniva,  o  come  arbitro  delle  liti  o  come 
esattore  dei  dritti  d'acqua,  nell'azienda  della  gran  roggia;  della 
quale,  finalmente,  il  duca  Lodovico  Sforza  si  proclamava  solo 
ed  assoluto  padrone  (1496). 

Allor  che  le  pianure  d'Insubria  si  schiusero  agli  occhi  scin- 
tillanti di  cupidigia  dei  cavalieri  di  Francia,  guidati  alla  con- 
quista da  Gian  Giacomo  Trivulzio,  questi  donava,  colla  Martesana 
e  con  lati  poderi  del  Cremonese,  anche,  la  Muzza  al  marchese 
Gian  Antonio  Pallavicino  (1499);  ma  questo  cavaliere  di  Francia, 
tutto  inteso,  come  i  suoi  sozì,  alle  rapaci  esazioni,  trascurava 
affatto  le  opere  riparatone  del  canale;  per  il  che  lo  stesso 
Luigi  XII  gliene  ritolse  il  possesso  (1568);  senza  che  per  questo 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


179 


l' aquila  desistesse  dall'  affondare  gli  artigli  sul  debole  falco  ; 
poiché  la  Muzza  continuò  ad  essere  fonte  di  lucro  a'  favoriti 
di  principi,  negletta  sempre  in  tutto  quanto  poteva  occorrere 
alla  sua  conservazione. 

Raccolta  da  Carlo  V  la  successione  degli  Sforza,  il  comune 
'^di  Lodi  e  l'ospitai  Maggiore  di  Milano  furono  litisconsorti  pel 
recupero  dei  propri  diritti.  I  tre  prefetti  delle  acque  Alberico, 
Duarte  e  Maruffo,  delegati  dal  duca  Ferdinando  Gonzaga,  go- 
vernatore per»  Carlo  V  —  come  i  dottori  bolognesi  di  Ron- 
caglia —  decretavano  indiscutibili  i  diritti  cesarei;  appartenere 
quindi  la  Muzza  all'imperatore,  perchè  aperta  dal  comune  di 
Lodi  «  in  carattere  di  ente  publico  sovrano,  e  come  trasmessa 
ai  duchi  di  Milano  colla  dedizione  fatta  a  Lodi,  sottoponendosi 
alla  loro  sovranità  »  (13  aprile  1549  e  10  luglio  1550).  Gli 
utenti  ed  il  comune  laudense  oppugnavano  in  cause  secolari 
quel  verdetto  ;  ma  esso  veniva  riconfermato  da  uno  speciale 
tribunale  composto  di  sei  giudici  spagnoli  e  da  un  solo  italiano, 
il  conte  Caroelli  (17 16),  e  riconfermato  da  altri  giudici  tede- 
schi (1722);  così  che  la  Muzza  rimase  in  proprietà  dello  stato, 
non  rimanendo  all'amministrazione  privata  che  la  sola  deriva- 
zione dall' Adda  e  di  altre  roggie,  fra  cui  alcune  importanti 
estratte  successivamente. 

Lo  stato  —  ben  scrisse  Melchiorre*  Gioia  —  è  il  pessimo  tra 
i  padroni.  Esso  trascurò  lungamente  le  condizioni  topografiche 
ed  idrografiche  della  Muzza;  non  ne  sorvegliò  gli  sviluppi  e  le 
misure  ;  non  compiè  nè  meno  le  più  urgenti  fra  le  riparazioni , 
e  per  tal  modo  la  deficienza  delle  acque  andò  man  mano  mi- 
seramente aumentando;  a  tale  che  una  rappresentanza  degli 
utenti  fece  al  governo  proposta  di  ristabilirne  la  competenza, 
«estraendo  nuove  acque  dall' Adda  a  Bisnate,  ed  offrendo  efficaci 
concorsi  privati,  salvo  al  governo  stesso  di  rivalersi  della  spesa 
maggiore  con  un  aumento  sul  dazio  del  canale  (1876). 

Si  riconobbe  «  in  alto  »  la  serietà  e  l'opportunità  della  pro- 
posta; ma,  allo  stringer  dei  nodi,  non  se  ne  fece  nulla.  Invece 
quella  derivazione  ulteriore  dall' Adda  fu  ridomandata  da  co- 
muni del  Cremonese,  e  a  questi  fu  concessa,  quantunque  insieme 
M'avessero  ripresentata  i  comuni  del  Lodigiano,  che  giustamente 


i8o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ponevano   innanzi    il   diritto  di  priorità,  da  essi  acquisito  non 
solo  pei  fatti  del  passato,  ma  anche  pel  progetto  del  1876. 

Nel  1893  gli  utenti  del  Ritorto,  cavo  irriguo  del  Cremonese  ^ 
chiedevano  al  governo  la  soppressione  di  un  ghiareto  nell'Adda^, 
impediente  —  al  dire  degli  attori  —  l'arrivo  dell'acqua  alla 
sua  bocca.  Il  governo  ricusò  di  aderire,  facendo  intervenire  in 
causa,  a  sostegno  del  proprio  diniego,  gli  utenti  di  Muzza;  e 
la  corte  d'appello  milanese  ammetteva  questo  intervento,  ed 
assolveva  sia  il  governo  sia  gli  utenti  di  Muzza  dalla  osser- 
vanza della  dimanda  attrice  (24  marzo  1893).  Eppure,  dopo 
questa  sentenza,  il  governo  (cui  spetta  il  regime  dell'Adda) 
concedeva  all'  utenza  del  Ritorto  assai  più  di  quanto  essa  aveva 
chiesto  ;  non  solo,  cioè,  lo  scavo  del  ghiareto,  ma  altresì  la  co- 
struzione di  una  diga  in  ghiaia.  Da  ciò  quella  giusta  agitazione 
che  tutti  ricordano  tra  noi ,  e  che  si  espresse  recentemente 
non  solo  in  publici  comizi,  nei  quali  si  ebbe  occasione  di  de- 
plorare ancora  una  volta  le  insipienze  governative,  ma  altresì 
nella  rimostranza  presentata  a  ministero  d'usciere  dai  principali 
proprietari  del  Lodigiano  al  prefetto  ed  all'  intendente  di  finanza, 
rappresentanti  rispettivamente  i  dicasteri  dei  lavori  publici  e 
delle  finanze  (11  luglio  1896)^. 

.  * 

Senza  dubbio ,  e  forse  più  del  dovuto ,  anche  noi  ci  siamo 
lasciati  andare  alla  deriva  dell'onda...  muziana;  ma  non  ci 
pentiamo,  per  questo  breve  tratto  di  navigazione,  perocché 
r  argomento  è  di  quelli  che  più  indissolubilmente  si  stringono 
all'  economia  agraria  di  queste  terre  nostre. 

Ed   ora  serva  di  conclusione  allo  speciale  subbietto  un  ac- 
cenno  rapido   a   minori   opere   idrauliche   che   hanno   per  sè,.  a, 
quantunque  umili,  la  consacrazione  di  altri  ricordi  storici.  -  ^ 

In  quel  di  Castione  scorreva  un  rius  Episcopatus ,  menzionata  ' 
in  alcuni  atti  del  1197. 

E  notevole  lo  statuto  comunale  sul  Fossato  del  Lodigiano 
(12 14),  che  correva  attraverso  la  campagna  di  Castione  e  di 
Codogno,  ed,  uscendo  dall' Adda,  metteva  alla  chiesa  antica  di 
San  Fiorano,  scaricandosi  poi  nelle  bassure  del  Po.  Questa 
fossato  (il  cui  vantaggia  per  l' agricoltura  aveva  una  importanza 
somma  fin  da  quei  dì  remoti)  fornì  sempre  precipuo  obbietta 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


l8l 


'dell' interessamento  e  della  sorveglianza  del  comune  di  Lodi; 
tanto  che  si  può  affermare  che  per  esso  esistesse  a  lungo,  se 
non  altro  per  consuetudine  rispettata,  una  specie  di  corpus  juris. 
Il  comune,  infatti,  determinava  che  non  si  avesse  mai  a  mutare 
il  percorso  del  rivo  fecondatore;  che  non  se  ne  avessero  a 
spianare  o  modificare  gli  argini,  se  non  in  tempo  di  pace,  fatto 
obbligo  della  sollecita  loro  ricostruzione  in  una  imminenza  guer- 
resca; potessero  e  dovessero  i  possessori  ripuarì  servirsi  di  quei 
terraggi  come  di  strada,  ma  incorrere  immediatamente  in  pene 
pecuniarie  e  nel  ripristino  in  integro  degli  argini  medesimi  ove 
si  fossero  permesso  di  danneggiarli  o  di  abbassarli  per  comodo 
proprio.  Giovanni  Agnelli  *  —  che  ha  col  consueto  studio  e 
grande  amore  descritte  le  fasi  varie  del  vecchio  fossatum  Lo- 
thexancB  —  è  d'avviso  che  la  roggia  Fossadazzo  (scorrente  da- 
vanti al  cimitero  di  San  Fiorano  e  che  più  giù  al  Molinazzo 
defluisce  nelle  circostanti  bassure)  sia  appunto  il  vecchio  fossato 
tenuto  già  da  oltre  sei  secoli  in  così  grande  considerazione  dagli 
statuti  comunali  laudensi. 

Sottentrati  i  cistercensi  di  Cerreto  ai  benedettini  nell'abazia 
di  S.  Stefano  al  Corno  (1231),  subito  si  accinsero  alla  bonifica 
di  quei  terreni  sottoposti  al  palude  ed  alla  malaria,  tanto  che 
i  cronisti  registrano  un  profondo  fossato  aperto  da  quei  religiosi 
pel  deflusso  delle  acque  minacciosamente  stagnanti  (i  aprile  1232). 
Ma  poco  dopo  il  Po  vendicavasi  per  le  terre  strappate  al  suo 
dominio,  coli' intaccar  prima  ed  inghiottir  poi  e  chiesa  e  chio- 
stro, sicché  fu  necessario  che  per  una  serie  d'anni  i  cistercensi 
officiassero  nella  chiesa  di  S.  Maria  al  Corno  Vecchio;  fino  a 
•quando  più  belle,  più  ampie  e  più  delle  antiche  vicine  a  Santo 
Stefano,  poterono  ricostruire  e  chiesa  e  abazia. 

Non  è  chi  non  veda  quale  e  quanta  divizia  abbia  rallegrati 
questi  territori  nostri  coli' irreggimentazione  delle  acque,  devolte 
alla  prosperità  del  suolo  coltivo;  ma  alle  industrie  ed  ai  com- 
merci nostrali  diedero  pure  grande  incremento  anche  quei  corsi 
d'acqua  che,  essendo  navigabili  come  la  cerulea  Adda  e  come 
il  Lambro  pago  di  minori  onori,  servivano  di  sicuro  e  relati- 
vamente sollecito  mezzo  di  comunicazione  tra  la  Lombardia 
\^  r  Emilia. 


l82 


CQDOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Il  Po,  quindi,  era  la  vera  aorta  della  valle  cui  esso  dà  nome  : 
dalle  allobroghe  cime  scendendo  con  vasta  maestà  regale  fra 
l'Appennino  sulla  destra  e  la  terra  lombarda  a  manca,  traspor- 
tava agli  ultimi  lembi  dell'Italia  adriatica,  e  quindi  oltre  mare, 
tutti  i  prodotti  della  superiore;  e  più  continuo  e  più  efficace 
del  longitudinale  era  lo  scambio  delle  cose  ed  il  traffico  fra 
r  una  e  l' altra  sponda. 

Quale  la  preoccupazione  maggiore  di  papi,  di  vescovi,  di 
conventi,  nella  regione  nostra  e  nel  più  fitto  dell'epoca  medie- 
vale, se  non  l'esercizio  oculato  e  rigoroso  d'un  intero  patri- 
monio di  diritti  inerenti  al  gran  fiume?  Contendevano  fra  sè  i 
potenti  della  terra  pel  possesso  del  giure  di  pedaggio,  di  pesca, 
di  trasporti  mercantili  nel  suo  alveo  ;  le  più  celebri  comunità 
religiose  consideravano  sommo  fra  i  privilegi  quello  di  possedere 
un  porto ,  un  arsenale  che  avesse  tratto  immediato  al  perenne 
movimento  onde  esultava  il  corso  del  re  dei  fiumi  italiani  ;  e 
bastava  che  una  città  ripuaria  possedesse  un  castellare  alla 
sponda  o  poco  lungi  perchè  la  città  emula  dell'  altra  riva  ne 
facesse  caso  di  guerra,  e  ne  meditasse  nei  silenziosi  apparécchi 

0  colle  forti  alleanze  la  violenta  conquista. 

E,  dunque,  agevole  l'asserire  che  nella  cronaca  nostrana  il  Po 
rappresenta  uno  dei  massimi  coefficienti.  Imponente  linea  idro- 
grafica che  taglia  in  due  l'Italia  del  nord, 

Il  fiume  ove  sudar  gli  antiqui  elettri 

vide  sulle  sue  pianure  alluviali,  passare  a  moltitudine  le  stirpi 
primitive ,  a  schiere  ed  a  manipoli  i  celti  vigorosi  ed  i  forti 
latini,  a  torme  i  barbari  dissimiglianti  nelle  foggie  e  nelle  fa- 
velle diversi  ;  alle  sue  onde  bevvero  gli  elefanti  di  Annibale  ed 

1  cavalli  di  Carlo  V;  trascorsero  i  centenni,  e  ad  essi  rispo- 
sero le  vibrazioni  di  questo  immane  e  liquido  serpente  che, 
divincolandosi,  si  andò  spostando,  restringendo,  allargando,  a 
seconda  che  gli  imponeva  il  comando  dei  fati  geologici,  salente 
dalle  viscere  della  terra. 

Così  traverso  le  età  stette  e  permane,  affermando  fin  dal 
tempo  di  Roma  una  differenza  suprema  fra  gli  abitatori  de'  suoi 
due  lembi  e  mantenendo  tuttavia,  perfino  nelle  più  elementari 
diversità  glottologiche,  una  separazione  fra  essi  ben  distinta. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


183 


Le  questioni  che  tra  i  ripuarì  si  agitavano  sei  secoli  e  mezzo 
fa  erano  affatto  erose;  serqua  di  contese  fra  quei  di  destra  e 
quei  di  sinistra  avvenivano  o  pel  pagamento  dei  pedaggi,  o  per 
r  approdo  delle  barche,  o  per  le  misure  dei  soldi  di  tassa,  spesso 
mutate  ed  aggravate  a  capriccio  ;  e  non  cessavano  le  violenze 
e  le  rappresaglie  degli  oppressi  d'oggi,  che  diventavano  i  ti- 
ranni del  domani,  applicando  la  legge  del  taglione  e  facendo 
d'ogni  erba  fascio,  fino  a  tollerare  reciprocamente  e  legalmente 
la  rapina  vicendevole  sui  mobile  campo. 

E  per  ciò  che  i  piacentini,  desolati  dalle  imprese  delittuose 
commesse  dai  ladroni  sul  Po,  stringono  coi  lodigiani  un  patto 
biennale  pel  quale  i  due  comuni  contraenti  si  compenserebbero 
reciprocamente  le  rapine  compiute  sul  fiume  in  domenica  e  in 
mercoledì;  di  quelle  commesse  negli  altri  dì  della  settimana  non 
si  terrebbe  conto,  nè  con  denuncia  nè  con  punizione;  e  sul  Po 
navigherebbesi  soltanto  di  giorno  (1254)^. 

Strano  diritto  di  proprietà  fluviale  in  tempi  ancor  più  strani, 
nei  quali  per  la  boria  di  campanile  il  nemico  batteva  moneta 
o  faceva  correre  il  pallio  da  meretrici  al  conspetto  di  una  città 
assediata,  o  vi  gettava  coi  mangani  un  asino  vivo,  per  ol- 
traggio di  chi  vi  stava  rinchiuso,  o  si  rimandavano  spogli  di 
brache  nella  città  nativa  i  prigioni  di  guerra. 

La  storia  giuridica  dei  porti  e  dei  ponti  sul  Po  occuperebbe 
r  intero  volume  per  poco  che  le  si  dovesse  tener  dietro  nelle 
sue  espressioni  possessorie. 

Accanto  alla  legislazione  longobarda  si  sviluppava  la  poten- 
zialità delle  chiese  e  dei  chiostri,  e  già  fin  d'allora  i  diritti  di 
natura  padana  di  pesca,  di  transito,  di  approdo  costituivano 
obbietto  di  contratti,  di  accordi,  di  dissensi. 

Torna  acconcio  accennare  di  quale  e  quanta  importanza  fino 
dal  secolo  XIII  anche  pei  milanesi  fosse  il  libero  passaggio 
dall'una  all'altra  sponda  del  fiume,  senza  contare  che,  appunto 
per  l'alleanza  antica  con  Piacenza,  di  maggiori  comunicazioni 
essi  si  giovavano  sempre  più.  Abbiamo  visto,  quindi,  come 
Milano  vendesse  a  Lodi  del  terreno  in  sant'Andrea  della  Coda, 


i84 


COaOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


perchè  i  lodigiani  gittassero  un  ponte  sul  Po,  lo  fortificassero 
con  un  ricetto  ed  un  fossato,  e  ne  deducessero  una  strada  a 
Lodi  (8  agosto  1237). 

Da  alcuni  documenti  risguardanti  i  beni  posseduti  in  Orio 
dal  capitolo  metropolita  di  Milano,  e  publicati  da  Alessandro 
Riccardi  ^,  emerge  che  un  altro  ponte  sul  Po  si  congiungeva 
con  una  strada  per  Orio  (1240  circa);  e  un  istfomento  enfi- 
teutico  a  proposito  dei  possessi  medesimi  in  Orio  di  quella 
catedrale,  nomina  un  lembo  di  terra  pel  quale  «  già  il  comune 
di  Milano  aveva  fatta  fare  una  strada  al  ponte  dalla  parte  di 
Orio,  il  qual  ponte  lo  fece  fare  il  comune  di  Milano  »  (28  marzo 
1272).  Ponte  forse  non  più  allora  esistente,  poiché  —  secondo 
una  memoria  ricordata  da  Giovanni  Agnelli'^  —  risale  al  1243 
il  cenno  ad  altro  appezzamento  di  terreno  per  cui  «  va  la  strada 
milanese  per  la  quale  si  andava  al  ponte  » ,  e  dello  stesso  anno 
è  un  documento  nel  qual  si  leggono  le  seguenti  linee  riferite 
alla  valle  detta  Rilioso  :  «  per  cui  ancora  fu  fatta  dal  comune 
di  Milano  la  strada  che  andava  al  ponte  di  Orio  sul  Po  ». 

.    *    ■  .  . 

Più  volte  ci  avvenne  in  queste  pagine  di  rammentare  due 
comunità  religiose  le  quali  lungo  l' evo  medio  rappresentarono 
nel  loro  più  alto  significato  quelle  che  oggi  hanno  nome  di 
temporalità:  il  monastero  di  S.  Giulia  in  Brescia  ed  il  convento 
di  S.  Sisto  in  Piacenza. 

Questi  due  formidabili  istituti  dell'  ordine  benedettino  parve 
si  dividessero  per  lunghissimo  ordine  d' anni  la  sovranità  padana, 
oltre  le  immense  divizie  che  tenevano  in  feudo  religioso  e  civile. 

Re  Desiderio  donava  a  S.  Giulia  il  porto  sul  Po  rimpetto  a 
Piacenza  (753-773).  Un  secolo  dopo  Angilberga  ne  elargiva  due 
a  S.  Sisto,  seguendo  le  pie  tradizioni  del  marito,  Lodovico  II 
imperatore,  il  quale  ai  benedettini  neri  di  Piacenza  era  stato  co- 
stantemente munifico.  Agli  stessi  monaci,  per  via  della  medesima 
Angilberga,  perveniva  inoltre  il  porto  già  dall'infelice  Desiderio 
concesso  alle  monache  bresciane;  ma  morta  Angilberga,  S.  Giulia 
riaccampava  i  suoi  diritti;  li  contestava  Guglielmo  conte  pala- 
tino, e  Lodovico  imperatore  li  restituiva  alle  spogliate  religiose 
(1136),  che  ottenevano  conferma  della  restituzione  dai  consoli 
di  Piacenza  (11 39). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


185 


Lunga  ed  irta  di  contese  e  di  nimicizie  è  la  cronaca  di  quei 
possessi  portulani.  Intervennero  contro  i  piacentini  bolle  e  sco- 
muniche dei  pontefici  Anastasio  (1153)  e  Adriano  IV  (1156); 
là  dove  Piacenza  ebbe  ragione  da  Federico  I  (1164).  Chiamato 
giudice  del  piato  risorto,  da  Alessandro  III,  l'arcivescovo  di 
Milano  Caldino  de  Sala,  questi  determinò  dovesse  S.  Ciulia  in- 
vestire il  comune  piacentino  del  porto,  ponte  e  traverso,  ob- 
bligato l'investito  ad  un  annuo  canone  (11 74);  il  quale  fu  poi 
determinato  in  venti  lire  imperiali,  quando  Pietro  Diani  e  Ro- 
dolfo da  Concesa,  eletti  giudici  della  controversia  dallo  stesso 
pontefice,  riescirono  a  comporre  il  dissidio  (1180).  Finalmente 
Lodovico,  conte  veronese  e  potestà  di  Piacenza,  pronunciò  un 
altro  lodo,  pel  quale  i  piacentini,  non  avendo  più  dal  1256  al 
1257  pagata  la  servitù,  furono  costretti  a  versare  per  gli  arre- 
trati insoluti  lire  duecentoventicinque,  ottemperando  insieme  alle 
decisioni  del  Diani  e  del  Concesa  (1277).  Da  quel  dì  manca 
traccia  d'altre  liti  monacali. 

Il  pedaggio  sul  Po  fu  di  Francesco  Maletta,  commissario  del 
duca  Galeazzo  Visconte;  e,  lui  morto,  di  Pietro  Pusterla  (1479), 
favoreggiatore  sforzesco,  il  quale  l'affittava  ad  un  Antonio  Vecchi 
detto  Galmozzo,  per  duemila  e  trecento  lire  imperiali,  con  ap- 
pendici di  vino,  di  lino,  di  pernici,  di  capponi  e  di  maiali.  Poi 
il  dritto  passò  a  Giovanni  Francesco  Burla,  e,  signori  di  Pia- 
cenza i  pontefici  (152 1),  come  ad  essi  spettavano  i  diritti  sul 
porto  e  sul  ponte  del  Po,  così  avvenne  che,  avendo  Clemente  VII 
retribuito  il  «  Giudizio  universale  »  di  Michel  Angelo  Buona- 
rotti  con  una  rendita  annua  vitalizia  di  aurei  scudi  milleduecento. 
Paolo  III,  successore  di  Clemente,  ne  garantì  la  metà  colle  ra- 
gioni del  pedaggio  padano  presso  Piacenza  (i  settembre  1535). 

Il  sommo  artista  affittò  il  porto  a  Durante,  nobile  piacentino  ; 
e,  siccome  in  quel  torno  di  tempo  Beatrice  Trivulzio  volle  gio- 
varsi con  un  nuovo  transito  portuale,  il  conducente  Durante 
denunciò  la  cosa  al  Buonarotti,  questi  al  papa;  indi  il  comando 
della  santa  sede  affinchè  si  distruggesse  il  porto  abusivamente 
costrutto.  Anche  pei  pagamenti  dovette  Michel  Angelo  piatire 
con  un  altro  suo  affìttavolo,  un  Agostino  Tresseno  da  Lodi  che 
\  trovava  comoda  la  lontananza  del  creditore. 


i86 


COTOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


La  comunità  di  Piacenza  e  gli  agenti  di  Pier  Luigi  Farnese, 
e  in  ispecie  tra  questi  un  Salvatore  Pacino,  pretesero  dal  papa 
che  fosse  tolto  quel  dritto  al  Buonarotti  ;  ma  Paolo  III  impose 
continuasse  nel  sublime  maestro  l'esercizio  acquisito  (1546).  La 
morte  violenta  di  Pier  Luigi  lasciò  Carlo  V  padrone  della  città 
(settembre  1547),  e  da  quel  dì  i  Pusterla  succedevano  a  Michel 
Angelo  nel  beneficio  dei  redditi  portuali,  senza  però  che  si 
acquetassero  le  continue  velleità  publiche  e  private  pel  dominio 
sul  fiume. 

Nelle  epoche  più  recenti  il  possesso  dell'  unico  ponte  in  chiatte, 
superstite  a  innumerabili  vicende,  appartenne  ai  governi  imperiali 
o  reali  successivi  a  quello  di  Carlo  V  ;  e  fu  dichiarato  nel  trat- 


Il  ponte  in  ferro  sul  Po 


tato  del  18 15  ,  oltre  che  il  tramite  principale,  il  confine  politica 
fra  il  ducato  piacentino  a  sud  est  e  Lombardia.  Ivi  un  uficio 
natante  di  dogana,  ivi  una  sezione  di  buon  governo  per  la  vi- 
dimazione dei  passaporti,  ivi  la  perquisizione  fiscale  dei  veicoli 
e  delle  merci  reciprocamente  sconfinanti.  Il  pedaggio  (che  durò 
fino  al  1869)  non  si  mantenne  sempre  nella  stessa  misura; 
perchè,  mentre  prima  della  sua  locazione  si  riscotevano  fino 
trentadue  mila  lire,  dopo  la  costruzione  del  ponte  di  ferro  se 
ne  riscossero  soltanto  diecimila  e  cinquecento. 

Col  primo  del  1860  il  ponte  fu  ceduto  dallo  stato  alle  Pro- 
vincie di  Milano  e  di  Piacenza,  che  dopo  il  1869  assunsero  in 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


187 


proprio  l'obbligo  della  conservazione  e  delle  riparazioni  neces- 
sarie, le  quali  del  resto  (è  spiacevole  il  rilevarlo)  oggi  sono 
concordemente  neglette. 

Il  ponte  in  ferro  —  i  cui  studi  s'eran  cominciati  nel  1861  — 
si  inaugurò  il  3  giugno  1865,  presente  Umberto  di  Savoia, 
principe  di  Piemonte.  Esso  è  lungo  cinquecento  settantasette 
metri  ed  ottanta  centimetri  ;  lo  reggono  sette  pile  e  due  spal- 
loni ;  trecento  mila  mattoni  e  centocinquanta  metri  cubi  di  gra- 
nito costituiscono  ciascuna  pila;  ogni  metro  lineare  del  ponte 
conta  quattromila  e  sessantotto  chili  di  ferro  e  sessantotto  di 
ghisa;  le  pile  furono  sprofondate  nell'alveo  a  mezzo  di  poten- 
tissime macchine  ad  aria  compressa  fino  a  ventisei  metri.  Fu 
esecutrice  dell'  opera  la  ditta  francese  Parent  Shaken  Caillet  e 
compagni. 

Cosi  —  dopo  il  Reno,  il  Rodano,  il  Varo  —  anche  il 

Re  degli  altri  superbo,  altero  fiume 

antico  e  costante  ribelle  ad  ogni  tirannia  di  ponte  stabile,  ebbe 
alla  fine  il  suo  dominatore,  su  cui  non  prevalgono  le  piene 
frequenti  e  procellose. 


i88 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XVIII. 

^  Troppo  lunga  sarebbe  l'enumerazione  di  queste  meditate  e  pregiate 
publicazioni  ;  ci  limitiamo  a  ricordare  che  presentemente  è  in  istampa 
quella  sul  Regime  de  ir  Adda  nei  suoi  rapporti  colla  Muzza  e  colle  altre 
derivazioni  dal  fiume,  a  cui  collaborarono  Francesco  Gagnola  e  Giovanni 
Agnelli. 

^  È  sconosciuta  T  epoca  di  origine  del  Ritorto.  Quando  Giovanni  Sforza 
ne  ricercò  i  titoli  il  doge  di  Venezia,  da  cui  Crema  dipendeva,  rispose 
che  la  carta  di  concessione  per  l'apertura  del  canale  era  stata  distrutta 
in  un  incendio  (1481).  Ma  questa  tradizione,  vigente  tuttora  anche  negli  atti 
amministrativi  publici,  non  persuade  punto  Francesco  Cagnola,  il  quale 
opina  che  i  cremaschi  trassero  acque  dall'  Adda  senza  concessioni  di  sorta, 
quando  il  loro  territorio  passò  quasi  in  via  definitiva  al  dominio  della 
Serenissima  (i449)- 

^  Con  questa  rimostranza  gli  utenti  —  specificate  le  misere  e  pericolose 
condizioni  in  cui  è  lasciata  la  Muzza  in  confì-onto  del  Retorto  e  d'altre 
roggie  cremasche  —  rilevano  l' intollerabile  stato  in  cui  s' abbandona  il 
massimo  dei  nostri  canali  irrigatori,  subordinando  e  postergando  la  Muzza 
al  Retorto;  non  dandole  la  competenza  sua  nel  riparto  delle  acque;  la- 
sciando che  si  compiano  impunemente  altri  cavi  lungo  l' Adda  ;  negligendo, 
infine,  quel  patrimonio  materiale  e  morale  che  la  Muzza  rappresenta  a 
vantaggio  dello  stato  e  dei  privati,  e  che  subisce  una  vera  spogliazione 
sino  a  quando  continui  l' abuso  delle  proprietà  delle  bocche  dai  nostri 
antichi  stabilite  a  beneficio  della  plaga  nativa.  La  rimostranza  si  chiude 
dicendosi  preludio  (in  caso  di  negata  ragione)  ad  una  causa  per  cui  il 
governo  sarà  costretto  a  reintegrare  la  giustizia  e  l'equità  a  favore  dell'utenza. 

*  Giovanni  Agnelli  -  Archivio  storico  lodigiano. 

^  Luciano  Scarabelli  -  Storia  civile  dei  ducati  di  Parma,  Piacenza  e 
Guastalla. 

^  Alessandro  Riccardi  -  Archivio  storico  lodigiario. 
'  Giovanni  Agnelli  -  Fanfulla  da  Lodi. 


CAPO  XIX. 

Federico  II  —  Un  bagno  imperiale  —  Scomunica  e  interdetto  —  I  Landi  — 
La  carta  bolzoniana  —  Baldaliicchi  terrieri. 


A  successione  degli  avvenimenti  ci  riporta  al  tumulto 
delle  armi  ed  alla  solennità  dei  trattati.  Una  novella 
lega  lombarda,  di  carattere  meno  epico  ma  più  po- 
litico della  prima,  si  giura  contro  l'imperatore  te- 
desco; ma  tra  i  due  fatti  esiste  una  virtuale  differenza  :  l'alleanza 
delle  città  lombarde  contemporanea  al  Barbarossa  significava 
l'apoteosi  del  pontificato;  l'altra  invece,  coeva  al  secondo  Fe- 
derico, sino  ad  un  certo  punto  contemperava  con  italiche  aspi- 
razioni l'intendimento  ghibellino. 

Senza  dubbio  buona  parte  del  fenomeno  va  attribuita  all'indole 
dei  tempi  mutati;  ma  sarebbe  puerile  negare  che  quel  grande 
fatto  storico  si  conformò  sulla  gagliarda  individualità  onde  per 
«  magnanimi  lombi  »  scese,  brillò  e  sparve  la  gloria  sveva. 

D'altronde  —  e  per  quanto  il  compito  nostro  ci  ricusi  il 
diritto  alle  divagazioni  —  è  mestieri  convenire  che  dobbiamo 
pur  rilevare  nel  figlio  di  Arrigo  VI  qualche  cosa  di  più  e  di 
meglio  della  sola  natura  politica.  E  ben  vero  che  poco  fausti 
corrono  i  tempi  per  la  glorificazione  di  tutto  quanto  abbia  rap- 


190 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


porto  colla  genesi  del  patriotismo  ;  nè  manca  chi  reputa  poco 
men  che  bestemmia  contro  l' umanesimo  l' evocazione  dei  modi 
e  delle  forme  per  cui  le  nazionalità  si  svolsero.  Pure  noi,  fedeli 
alle  prime  sensazioni  da  cui  la  nostra  vita  oscura  non  volle 
mai  essere  scompagnata,  amiamo  appartenere  ancora  a  quella 
scuola  che  altri  chiameranno  antica,  ma  che  non  per  questo  noi 
riteniamo  meno  cara.  Italiani  innanzi  tutto,  come  tali  ci  è 
sacro  quel  concetto  nazionale  che  non  ha  per  noi  un  solo  valore 
filosofico,  ma  patologico  altresì  ;  ed  esso  ci  impone  di  rammentare 
l'imperatore  tedesco  come  uno  dei  più  potenti  fattori  di  quel- 
l'idioma nostrano  o  volgare,  auspicante  al  maggio  della  patria. 

Pertanto,  da  oltre  sei  secoli  sopravvivono  di  Federico  due 
aspetti:  l'artista  ed  il  sire.  Non  riaccorderemo  qui  le  viole 
d' amore  per  accompagnare  i  canti  leggiadri  della  corte  sveva  ; 
nè  ricorreremo  al  consueto  Pier  delle  Vigne  ed  alle  non  meno 
abusate  «  chiavi  del  cor  di  Federico  »  che  il  capuano  suo  can- 
celliero  soléa  tenere  «  a  piacer  rivolgendo  ».  Ormai  la  critica 
estetica  diede  del  padre  di  Manfredi  saggi  così  accurati  ed  in- 
tensivi che  da  vero,  ed  in  queste  pagine,  sarebbe  colpevole  una 
qualsiasi  altra  variazione  del  tema.  Noi,  per  contrario,  più  par- 
ticolarmente interessa  di  lui  l'aspetto  politico. 

Probabilmente,  se  egli  fosse  contemporaneo  nostro,  l'acco- 
munerebbero per  diversi  lati  a  Guglielmo  II  di  Germania. 
Come  lui,  invasato  della  supremazia  assoluta  dell'  impero  in  tutto 
e  su  tutti;  come  lui,  legislatore,  poeta  e  capitano;  come  lui,  spinto 
e  risospinto  fra  contrarie  energie.  Un  dì  egli ,  memore  soltanto 
d'esser  venuto  alla  luce  in  Italia,  voleva  fare  della  marca  an- 
conitana natia  il  modello  dei  reami  ;  non  dissimile  appunto  da  lui 
il  moderno  Hoenzollern,  il  quale,  inaugurando,  or  non  è  molto, 
una  statua  di  sassone  illustre,  sclamava  esser  la  propria  vita  dedi- 
cata a  tutto  r  impero,  ma  voler  consacrato  l' ultimo  suo  palpito 
alla  avita  marca  di  Brandeburgo. 

Federico  era  ancora  giovanetto  quando  il  suo  nome  fu  me- 
sciuto ai  badalucchi  che  succedevansi  in  Lombardia. 

Sedeva  allora  sul  trono  della  chiesa  Innocenzo  III,  uno  dei 
papi  che  spinsero  più  lontane  le  pretensioni  della  tiara.  Egli 
fu  l'ordinatore  di  quel  vasto  corpo  di  monaci  mendicanti  che, 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Sparsi  in  tutti  i  regni  della  cristianità,  servirono  a  Roma  di 
secreti  referendari  presso  i  potenti  e  di  istromenti  de'  disegni 
clericali  sulle  coscienze  ;  egli  l' istitutore  del  tribunale  della  truce 
inquisizione;  egli  che,  nel  fuoco  della  discordia  suscitato  contro 
Ottone  IV  imperatore,  gli  opponeva  ad  emulo  nel  conquisto 
dello  scettro  il  proprio  pupillo,  figlio  ad  Arrigo  VI,  Federico. 

Questi  dalla  Sicilia,  di  cui  era  re,  giungeva  a  Genova  per 
condursi  in  Germania  (12 12),  e  nella  superba  città  ligure  si  de- 
terminava che  il  marchese  del  Monferrato,  Guglielmo  IV,  ed  i 
pavesi,  alleati,  accompagnassero  Federico  fino  al  Lambro.  Là 
lo  avrebbero  ricevuto  i  cremonesi  ed  il  marchese  Azzo  d' Este, 
sotto  la  cui  scorta  sarebbe  condotto  in  sicurezza  fino  alle  Alpi. 

Il  principe  perveniva  a  Pavia  (15  luglio),  e  sette  giorni  dopo 
toccava  la  sponda  del  Lambro,  oltre  il  quale  era  atteso.  Ma 
quando  gli  fu  noto  che  i  milanesi,  parteggianti  per  Ottone,  gli 
si  affrettavano  incontro  per  vietargli  il  passo,  Federico  deviò 
dal  solito  guado  o  ponte  che  fosse,  e  passò  in  posizione  meno 
nota  le  acque  del  piccolo  fiume.  In  questa  guisa  egli  non  trovò 
opposizioni  di  sorta;  ma  le  acque  erano  alte  ed  egli  si  prese 
un  famoso  bagno. 

Reduci  i  pavesi  dall'  aver  consegnato  ai  cremonesi  il  «  reatino  » 
{come  per  dispregio  gli  ottoniani  lo  chiamavano),  s'avvennero 
nei  milanesi;  e  presso  Monte  Malo  s'impegnò  la  mischia,  con 
gravissimo  danno  di  quei  di  Pavia,  molti  •  dei  quali  caddero 
prigionieri. 

Morto  Ottone  (12 18),  Onorio  III,  successore  di  Innocenzo, 
pose  in  fronte  a  Federico  il  serto  imperiale;  ma  prima  volle 
che  egli  si  obbligasse  con  fo*rmale  sacramento  ad  una  crociata 
in  Terra  Santa  (22  novembre  1220).  Federico,  però,  sospettoso 
che  colla  spedizione  contro  gli  infedeli  il  pontefice  intendesse 
a  distrarre  le  forze  imperiali  che  troppa  soggezione  gli  recavano 
in  Italia,  differiva  prudentemente  la  sua  partenza,  opponendo 
alle  replicate  istanze,  alle  imperiose  sollecitazioni  il  fatto  che  le 
città  italiane,  lacerate  dalle  fazioni  guelfe  e  ghibelline,  non  po- 
tevano essere  lasciate  in  balia  dei  loro  odi  mortali,  delle  continue 
violenze  e  rapine.  Alcune  di  esse,  infatti,  essendo  costantemente 
N  propense  a  prender  l'armi  per  l'imperatore,  altre  si  consiglia- 


192 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


rono  di  costituire  una  seconda  lega  lombarda  ;  la  quale  fu  stretta 
in  S.  Zenone  di  Mosio,  sul  Mantovano  (2  marzo  1226). 

Contro  le  umane  previsioni  fu  vista  la  parte  di  Federico  ancor 
condivisa  e  propugnata  da  Onorio;  il  quale,  tentennando  fra  lo 
imperatore  e  gli  italiani,  ora  spingeva  agli  accordi,  ora  all'azione; 
ma  ciò  stancò  Federico;  il  quale,  respingendo  i  patti  conclusi 
in  Padova  fra  i  messi  pontifici  ed  i  rettori  della  lega  (1233), 
sdegnò  il  successore  di  Onorio,  Gregorio  IX.  E  le  ostilità  fu- 
rono rotte,  e  più  acri  si  impegnarono  le  guerre  fraterne.  II 
pontefice,  uomo  di  indomito  carattere,  armeggiò  con  vescovi  e 
principi  tedeschi,  animò  la  congiura  di  Giovanni  di  Brienne,  re 
titolare  di  Gerusalemme,  e  quella  di  Arrigo,  genero  il  primo  e 
figlio  il  secondo  di  Federico;  fulminò  terribili  anatemi;  disciolse 
i  sudditi  imperiali  dal  giuramento  di  fedeltà;  ed  armò  le  città 
della  lega  coli'  erario  raccolto  per  una  nuova  crociata. 

Cremona,  che  seguiva  le  sorti  dell'imperatore,  aveva  vinte 
le  genti  dell' anticesarea  Milano,  profittando  della  non  riescita 
spedizione  dei  popolani  di  Piacenza,  loro  alleati  contro  i  nobili, 
chiusi  in  Rivergaro  e  in  Pigazzano.  Dopo  la  vittoria  i  cremo- 
nesi si  recavano  alla  rocca  del  Corno  —  già  infeudata  ai  lodi- 
giani Tresseni  (1232)  —  e  se  ne  impadronivano  facendo  grosso 
numero  di  prigioni  lodigiani  (1234). 


Due  anni  dopo  Federico  —  cui  arridono  i  successi  sulle  forze 
della  lega  —  assedia  e  prende  Lodi,  cacciandone  i  nobili  guelfi 
e  rafforzando  i  ghibellini,  fra  cui  gli  Overgnaga,  colmati  di 
onori  e  di  privilegi,  primo  il  diritto  di  zecca,  da  cui  forse  le 
più  antiche  monete  laudensi;  vi  si  rafforza,  erigendo  un  potente 
castello  a  porta  Cremonese,  reintegrando  il  vescovo  Ottobello 
in  tutti  gli  antichi  privilegi  sul  contado. 

La  vendetta  di  Federico  fu  eccessivamente  crudele:  un  guelfo 
lodigiano,   minore  francescano,  fu  da  esso  publicamente  fatto 


Le  prime  monete  di  Lodi 


ne:,la  cronaca  e  nella  storia 


193 


ardere  perchè  predicatore  d'obbedienza  al  papa.  Ed  allora  Gre- 
gorio lan^ciò  la  scomunica  sul  capo  di  Federico,  privando  altresì 
della  dignità  episcopale  Lodi,  e  sottoponendola  col  suo  territorio 
a  severo  interdetto  (1243). 

Oggi  è  appena  possibile  determinare  tutta  la  gravità  delle 
censure  ecclesiastiche  di  quei  dì.  Le  armi  spirituali,  a  cui  fre- 
quentemente ricorrevano  i  sovrani  pontefici  contro  i  loro  nemici, 
avevano  normalmente  nome  di  scomunica  o  di  interdetto  ;  ed 
entrambi  questi  provvedimenti  repressivi  figurano  immutati  anche 
nei  codici  del  diritto  canonico  vigente.  Così  la  scomunica  come 
r  interdetto  sono  riferibili  alle  persone  ed  al  luogo ,  singoli  o 
collettivi  a  seconda  della  causa  per  cui  vennero  intimati. 

Più  usata  la  scomunica,  come  quella  precipuamente  circoscritta 
all'  individuo.  Per  essa,  attraverso  melanconiche,  cupe  cerimonie 
era  il  fedele  tolto  alla  comunione  spirituale;  l'asilo,  il  letto,  il 
fuoco  gli  erano  negati  ;  egli  non  poteva  permanere  oltre  un  dato 
tempo  nello  stesso  luogo  ;  non  consiedere  a  mense  ospitali  ;  non 
porre  piede  sulla  soglia  di  edifici  consacrati  al  culto;  non  rice- 
vere sacramenti;  non  aver  ricetto  nei  romitaggi,  nè  colloqui; 
se  infermo,  lasciato  all'incuria  e  all'abbandono;  se  moribondo, 
non  confortato  dall'ultimo  addio;  se,  morto  —  secondo  la  frase 
dantesca  —  in  contumacia  di  santa  chiesa,  non  deposto  in  pia 
terra,  ma  abbandonatane  la  salma  in  pasto  ai  cani  errabondi. 

E  terribile  come  la  sostanza  della  pena  era  la  forma  della  sua 
irrogazione.  Quando  il  reietto  non  presenziava  la  cerimonia  im- 
ponente, esclusivamente  simbolica,  riferivasi  od  alla  effìgie  di 
lui  o  ad  un  fantoccio  che  lo  rafiìgurava;  quando  invece  era 
presente,  il  mesto  spettacolo  assumeva  ancor  più  di  desolante 
tetraggine,  e  nel  tempio  si  illuminavano  lugubremente  le  faci 
espiatorie,  che  poi,  strappate  agli  altari,  significavano,  spegnen- 
dosi al  suolo,  le  tenebre  eterne  in  cui  la  chiesa  sprofondava 
gli  spiriti  traviati. 

Quanto  all'interdetto,   non   variavano  virtualmente  le  forme 
del  rito  da  quelle  della  scomunica.  Anche  per  esso  era  in  lutto 
la  chiesa,  che  non  sopprimeva,  ma  modificava  soltanto  la  propria 
\  liturgia,  togliendole  ogni  apparenza  solenne.  Non  più  battesimi, 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /.  13 


194 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


( 


non  più  nozze,  nè  esequie  accompagnati  dallo  sfarzo  della  ceri- 
monia consueta  ;  ma  invece  la  semplice  e  sommaria  celebrazione 
delle  cerimonie.  Le  imagini  sacre  sono  velate  da  neri  4rappi, 
e  gli  altari  nudi  d'arredi,  come  se  sul  tempio  sia  passata  una 
irreparabile  rovina;  rintoccano  le  campane  a  corruccio;  il  capo 
dei  penitenti  è  cosparso  di  cenere;  bigio  il  saio,  scalzi  i  piedi, 
in  mano  le  torcie  grevi,  i  supplici  girano  processionalmente  in- 
torno alla  chiesa  vietata,  senza  potervi  entrare.  È  sotto  ai 
pronai  che  si  celebra  l'atto  nuziale,  al  conspetto  delle  tombe; 
là  dove  le  puerpere  sono  ribenedette  nella  purificazione,  dove 
il  peregrino  attinge  lena  nella  fede,  suo  viatico  morale;  è,  in- 
somma, l'intera  sospensione  di  tutti  gli  affettuosi  rapporti  che 
alla  divinità  rivelata  avvincono  l'uomo,  in  conseguenza  o  di 
colpe  sue  o  commesse  dal  suo  signore,  e  della  cui  responsabilità 
egli  si  proclama  scevro  e  mondo  ;  triste  corollario  di  promi- 
scuità non  rispondenti  alle  norme  eterne  della  giustizia  distri- 
butiva, in  epoche  che  vedevano  le  temporalità  armare  il  bràccio 
religioso  per  colpire  gli  avversari  del  pontefice. 

Questo  appunto  accadde  in  Lodi  e  nel  nostro  contado.  E  qui 
tacquero  le  festanti  campane,  e  qui  le  sepolture  ecclesiastiche 
furono  interrotte,  e  qui  fu  sospeso  il  palpito  della  vita  religiosa. 
Le  fraterie  furono  cacciate  in  bando;  tutti  i  guelfi  furono  co- 
stretti a  seguirle,  e  contro  i  preti  rimasti  si  compirono  tali 
enormità  che  fu  grande  la  irritazione  delle  prossime  città;  fra 
esse  Milano,  che  venne  ai  danni  del  territorio  ponendolo  a  ferro 
ed  a  fuoco,  senza  che  per  questo  i  ghibellini  rinsavissero,  paghi 
delle  benevolenze  con  cui  li  compensava  Federico. 

Il  quale,  del  resto,  fece  loro  un  terribile  dono  col  preporre 
ad  essi  quale  governatore  quell'Ezzelino  da  Romano 

immanissimo  tiranno 
Che  fia  creduto  figlio  del  demonio. 

Sotto  questo  empio  leggendario  non  vi  fu  inumanità  che  contro 
ai  guelfi  commessa  non  fosse  ;  gli  esili  e  le  confische  non  eb- 
bero più  remora,  e  cosi  nobili  famiglie  furono  colpite  da  per- 
petuo sacramento  di  bando,  con  prescrizione  ad  futurum  che 
tutti  i  potestà  l'avessero  rinnovato  e  mantenuto. 


NEL_A  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Come  e  quanto  in  quel  torno  di  tempo  da  queste  turbolente 
condizioni  la  nostra  regione  avesse  a  subire  danni  e  rovine, 
non  è  malagevole  imaginare.  Vinta  sui  milanesi  la  battaglia  di 
Cortenova  (27  novembre  1237),  Federico  —  che  vi  era  apparso 
troneggiante  sur  un  elefante  da  guerra,  precinto  dalla  sua  sfol- 
gorante guardia  saracina  —  dalle  prealpi  bergamasche  scese 
fra  noi.  Cavalcò  fin  presso  Pizzighettone  (12  dicembre),  onde 
nello  stesso  giorno  si  recò  a  Lodi,  ivi  soggiornando  fino  a  Natale. 

Nel  tempo  stesso  quei  di  Piacenza  e  di  Cremona  cavalcavano 
a  Monticelli  piacentino  ed  alle  Caselle  di  Po,  ardendone  le  rocche, 
fatto  che  si  rinnovellò  per  gli  stessi  luoghi  tredici  anni  dopo. 

Queste  Caselle  di  Po  (oggi  Caselle  Laudi)  sono  da  Giovanni 
Musso  ^  chiamate  Caxale  Vetus\  situate  in  quel  tempo  all' oltre 
fiume,  e  divenute  cispadane  operandosi  successivamente  la  retti- 
ficazione del  gran  corso  fluviale.  Siccome  questa  dislocazione 
ha  carattere  di  fenomeno  geologico  strano,  così  reputiamo  utile 
insistere  sopra  di  esso. 

Il  potestà  di  Piacenza,  Manfredi  Lupi  da  Canossa,  investiva 
pel  comune  il  conte  Ubertino  Laudi  e  successori,  a  titolo  di 
feudo,  di  alcune  terre  del  suo  contado,  fra  cui  le  Caselle  Vecchie 
del  Po;  feudo  con  giusdicenza  civile  fino  alle  lire  venticinque, 
e  d' esazione  d' uno  staio  di  frumento  per  ciascuna  coppia  di 
buoi  tenuti  dai  subbietti  e  d'una  mina  per  ogni  lavoratore  del 
suolo  (20  gennaio  1262).  Così,  col  torbido  ghibellino  che  semi- 
nava il  terrore  dalle  erme  alture  di  Bardi  in  tutto  il  Piacentino, 
cominciò,  e  da  oltre  sei  secoli  dura,  il  possesso  delle  Caselle 
in  casa  Laudi. 

Su  disegno  di  Scipione  Dattari  —  celebre  ingegnere  bolo- 
gnese, della  cui  opera  i  Farnesi  frequentemente  si  giovarono  — 
e  dietro  lodo  pronunciato  da  Giovanni  Antonio  Tagliaferri,  pre- 
tore e  governatore  di  Piacenza,  contro  Alberto  Scoto,  Spelta, 
Falconi,  Nibbi,  Pisaroni  ed  altri  consorti  opponenti  (28  gen- 
naio 1588),  Cristoforo  e  Manfredo  fratelli  Laudi  fecero  riescire 
le  Caselle  dalla  destra  sulla  sinistra  sponda  del  fiume  (1593), 
il  quale  «  faceva  molti  e  diversi  giri  e  circuiti  in  detto  terri- 
torio, e  pei  quali,  in  tempo  di  piena,  veniva  impedito  il  libero 
e  rapido  corso  delle  acque,  così  che  queste,  rigurgitando,  inon- 


196  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


davano  grande  plaga  di  terreno  ».  Ammettendo,  per  altro,  che 
i  fratelli  Landi  giovassero  col  sussidio  dell'arte  a  tale  sposta- 
mento, risulta  provato  che  il  mirabile  passaggio  delle  Caselle 
dal  Piacentino  al  Codognese  è  conseguenza  immediata  della 
spontanea  deviazione  in  quelle  parti  di  un  grosso  ramo  del  Po. 

Per  cortesia  di  un  egregio  cultore  di  paleografia,  anche  noi 
abbiamo  avuta  sott'  occhi  una  diligente  copia  della  carta  di 
Paolo  Bolzoni  piacentino  ^,  dedicata  a  Ranucio  Farnese  in  giorni 
nei  quali  il  duca  per  una  parte  e  la  corte  di  Spagna  per  l'altra 
trovavansi  ai  ferri  corti  pel  dissidio  continuo  sui  confini  della 
Bassa  padana. 

Quella  carta  dimostra  che  il  Gandiolo  scorre  a  sud  di  Corno 
Vecchio  neir  antico  letto  del  Po  ;  oltre  cui  stendesi  una  plaga ,. 
detta  in  territorio  piacentino,  spingentesi  fino  al  sottoposto  Po 
vivo;  il  quale  ravvolgeva  tuttavia  (1588)  con  larghissimo  ambito 
il  castruìn  Caselarum  ed  il  portus  Caselarum ,  quest'  ultimo  si- 
tuato a  ponente  delle  Caselle,  sul  Po  vivo.  «  Là,  in  quel  breve 
spazio  intermedio  fra  le  due  branche  del  ferro  di  cavallo ,  si 
aprì  in  seguito  un  alveo  nuovo  al  fiume,  evitando  così  un  lungo  * 
circolo.  Ivi  infatti  è  nella  mappa  segnato  il  luogo  del  nuovo 
cavo  colle  parole  :  locus  ìibi  fiendus  est  taleus  Padi  juris  comitum 
de  Landò  »  ^. 

Quando  precisamente  avvenne  questa  modificazione  nel  fiume 
non  è  facilmente  accertabile;  certo  però  nel  secolo  XVII,. 
perocché  la  preziosa  carta  del  celebre  geografo  brabantino 
Ortelio  (1612)^,  e  che  fortunatamente  noi  possediamo,  pone 
ancora  le  Caselle  sulla  sponda  destra  del  fiume. 

Voler  tenere  dietro  alle  misteriose  tortuosità  che  il  Po  ha 
delineate  nel  suo  cammino  secolare  non  ci  sembra  seriamente 
possibile.  Non  è  però  a  credersi,  secondo  noi,  alla  unicità  del 
caso  citato;  poiché,  scorrendo  le  carte  delle  lontane  età,  si 
vede,  ad  esempio,  che  anche  Monticelli,  ora  pavese,  spettava 
geograficamente  al  territorio  piacentino  ;  e  pure  si  ricava  il  fe- 
nomeno inverso,  così  che  le  terre  di  Roncarolo  e  di  Bonissima, 
oggi  di  pertinenza  piacentina,  erano  in  altri  tempi  nettamente 
di  Lombardia. 


NELLA   CRONACA  E  NELLA  STORIA 


197 


A  Ranieri  Zeno,  nobile  di  Venezia,  era  successo  quale  po- 
testà piacentino  Arrigo  da  Monza,  uomo  preclaro  per  virtù  ci- 
viche e  militari,  non  che  di  forme  prestante  e  vigoroso.  Egli 
era  già  stato  proclamato  capo  del  fiore  della  milizia  milanese, 
componente  la  schiera  detta  dei  Forti  o  dei  Gaiardi  (1234),  ed 
il  suo  spirito  pronto  gli  aveva  procacciato  il  nomignolo  di 
Mettefuogo.  Il  perchè  Piacenza  era  in  eccellenti  mani,  e  pensò 
di  non  lasciarle  oziose  al  cospetto  delle  invasioni  di  Federico  II. 

Avendo  questi  per  sè  i  lodigiani  che  molestavano  i  piacentini, 
Arrigo  da  Monza,  comandante  le  forze  alleate  dei  lombardi, 
spinse  i  suoi  ai  danni  di  Lodi  su  Orio;  assediarono  il  luogo, 
lo  presero  e  ne  distrussero  il  castello  (1238).  Ma  subito  dopo, 
rintuzzate  gagliardamente  dai  lodigiani,  le  forze  collegate  do- 
vettero cercar  scampo  colla  fuga,  e,  ritirandosi,  s' impadronirono 
della  rocca  di  San  Fiorano,  che  arsero  tosto. 

L'anno  dopo  Federico  accorreva  a  difesa  dei  lodigiani,  di- 
scendendo dal  Milanese  al  Po.  Le  milizie  tedesche,  quelle  di 
Puglia,  di  Mantova,  di  Bergamo,  di  Parma,  di  Cremona  col 
carroccio,  del  marchese  Malaspina  lo  fiancheggiavano  quando 
egli  si  accampava  fra  la  costa  di  Orio  ed  il  Po,  per  distrug- 
gere il  nuovo  ponte  costrutto  dai  piacentini;  le  genti  di  Tortona, 
di  Vercelli,  di  Novara,  di  Asti,  di  Pavia,  col  carroccio  di  questa, 
venivano  dalla  Pieve  Porto  Morone  verso  Piacenza,  comandate 
dal  vicario  imperiale,  marchese  Lancia.  Piacenza,  che  aveva 
posti  a  custodia  del  passo  due  mila  fanti  della  città  e  del  ve- 
scovato, e  schierate  balestre  da  saettatori  lungo  la  sponda, 
iniziò  così  vigorosamente  la  fazione  che,  conquistati  i  brulotti 
imperiali  posti  dai  pavesi  per  bruciare  il  ponte,  li  mandò  a 
picco;  e,  coir  intervento  provvidenziale  di  una  piena  superante 
le  dighe  e  causata  da  cinque  giorni  di  pioggia,  vide  inondato 
nell'accampamento  di  Corte  Sant'Andrea  il  nemico;  così  che 
questi  dovette  togliere  le  tende  in  furia,  e  fuggire  verso  Cre- 
mona lasciando  dietro  e  vettovaglie  e  salmerie  (1239)^. 

Non  finisce  qui  la  serie  degli  episodi  belligeri  fra  l' impera- 
tore svevo  e  le  città  d'Italia.  Fino  alla  sua  morte  (13  dicembre 


198 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


1250)  Federico  non  esce  più  dal  continuo  stato  di  ostilità  ita- 
liane, le  quali  lo  lasciarono,  con  varia  vicenda,  ora  vincitore 
inefficace  ora  perdente  indomato. 

Ma  se  dell'opera  sua  come  capitano  non  rimasero  che  traccie 
lievi,  sta  di  fatto  che  il  forte  cavaliero  —  innamorato  d'Italia  per 
r  incanto  del  cielo,  per  le  lusinghe  del  suolo,  per  le  carezze  del 
mare,  legislatore  rinnovante  la  vita  publica,  liberale  protettore 
delle  scienze  e  delle  arti  a  cui  dava  incremento  nelle  tregue 
dell'  ira  papale  —  va  giudicato  con  pieno  diritto  di  attenuanti. 
Questo  ammisero  per  lui  le  libere  penne  degli  storici  più  illu- 
stri; i  quali,  pur  convenendo  nell'accusa  di  feroce  crudeltà 
accertata  nello  svevo,  seguendo  lo  spirito,  moderno,  lo  collocane 
in  un  posto  onorevole  tra  i  coronati  dei  suoi  difficili  tempi. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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NOTE  AL  CAPO  XIX. 
*  Giovanni  Musso  -  Cronaca  piacentina. 

^  La  carta  bolzoniana ,  esistente  in  copia  autentica  presso  l' ingegnere 
Filiberto  Perreau  di  Piacenza,  riguarda  per  un  tratto  di  circa  novanta  chi- 
lometri le  sponde  padane  (da  Arena  Po  in  quel  di  Pavia  fino  ad  oltre 
Cremona)  ed  i  luoghi  finitimi.  Alessandro  Riccardi  la  illustrò  convenien- 
temente rispetto  alle  memorie  storiche  e  topografiche  (1890). 

'  Alessandro  Riccardi  -  Archivio  storico  lodigiano. 

■*  Abramo  Ortelio  -  Theatrum  orbis  terrarum. 

^  Chronicon  placentinum. 


CAPO  XX. 


La  vita  nei  conventi  —  Flagiziosi  in  tonaca  —  Cronache  silenziose  e 
giudizi  sospetti  —  Sciagure  publiche. 


immediate  della  dissipazione  dei  costumi,  diventata  regola  comune 
per  molti  sodalizi  religiosi  potentissimi  nella  nostra  regione. 

Già  abbiamo  fatto  parola  dello  abbassamento  cui  il  mona- 
chismo fu  tratto  dalla  sovrabbondanza  delle  ricchezze  terrene; 
e  fu  dimostrato  come  e  quanto  lo  spirito  informatore  del  mo- 
nachismo occidentale  forzosamente  discese  allor  quando  le  co- 
colle e  gli  scapolari,  perdendo  di  vista  gli  ideali  oltramondani , 
si  ripiegarono  avidamente  sul  possesso  e  sul  giòlito  delle  sod- 
disfazioni del  senso.  Non  occorre  ricordare  le  frequenti  e  pas- 
sionate invettive  dell'Alighieri;  dovettero  insistere  anche  gli 
storici  più  ortodossi  e  meno  sospetti  (discorrendo  della  etica 
sociale  di  quei  dì)  sulla  grande  rilassatezza  morale  che,  varcata 
la  soglia  dei  claustri,  diede  carattere  irriverente  agli  ordini  se- 
colari e  regolari  ;  e  nel  santuario  collocò  il  baccanale,  ed  i  lunghi 


lENTRiAMO  nel  convento,  non  già  per  tentare  la  esegesi 
della  generale  corruzione  desolante  il  clero  e  la  vita 
claustrale  anche  sugli  esordì  del  secolo  XIII;  ma 
solamente  per  desumere   le  conseguenze  temporali 


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ed  oscuri  coiridoi  dei  conventi  fece  echeggiare  di  canti  e  di 
inni  degni  delle  turpi  memorie  dei  riti  di  Fescennio. 

Nè  meno  Cesare  Cantù  —  storico  grande  ma  noto  pietista  — 
♦può  esimersi  dal  duro  rilievo  dei  fatti;  e  si  sente  costretto  a 
ricorrere  al  faceto  Lasca  ^,  riproducendo  da  lui  le  pennellate 
«  veriste  »  dell'antitesi  nelle  consuetudini  di  coloro  la  cui  esi- 
stenza doveva  essere,  per  giurata  professione  di  voti  solenni, 
una  continua  quaresima  di  astinenze  e  di  privazioni  tendenti  a 
propiziare  la  misericordia  divina  a  prò  della  gente  del  mondo, 

tutto  diserto  , 
D' ogni  virtiite  .  .  . 
E  di  malizia  gravido  e  coverto. 

A  dir  vero,  l'allegra  pittura  del  Lasca  viene  a  lunga  pezza 
dall'  epoca  cui  si  riferisce  l' accenno  presente  ;  ma  se  non  abbiam 
qui  sotto  gli  occhi  nostri  nè  frati  occupati  al  pallamaglio,  nè 
monache  spadaccine  in  maglia,  abbiamo  però  già  delineati  chia- 
ramente i  germi  di  quella  corruzione  che  aveva  fatto  piangere 
il  mite  Pietro  Bruys,  ed  espiar  nelle  fiamme  il  fatale  onore 
d'aver  fatto  trepidare  il  pontefice  ad  Arnaldo  da  Brescia.  Nei 
cuori  vacillavano  gli  eccessi  della  superstizione;  in  Oriente,  in 
nome  della  pietà,  si  tentava  colle  ecatombi  umane  di  assodare 
un  nuovo  trono;  le  stravaganze  funeste'  delle  feste  dette  dei 
pazzi,  degli  asini  e  simili,  orpellate  dal  rito,  facevano  insensa- 
tamente entusiasti  i  popoli  rozzi  ;  e  da  ogni  parte  si  gridava 
-contro  le  sette  e  le  eresie,  ed  in  nome  della  eterna  giustizia  si 
sanciva  quella  cruenta  vendetta  che  fu  il  santo  uficio. 

Così  —  nei  secoli  che  furon  pur  quelli  di  Francesco  e  di 
Chiara  d'  Assisi,  di  Domenico  Gusman,  di  Margherita  da  Cortona, 
di  Rosa  da  Viterbo,  di  Antonio  da  Padova  —  si  creava  quella 
•scandalosa  civiltà  onde  rimase  celebre,  sebbene  superba  della 
glorificazione  dell'arte,  l'età  di  Leone  X. 

Anche  fra  noi  coloro  che  dai  fondatori  degli  ordini  eran  stati 
chiamati  dai  tripudi  della  terra  ai  dolori  della  croce,  si  ribel- 
larono all'  indole  serenamente  celestiale  della  grande  missione  ; 
e,  nelle  smarrite  aspirazioni  dello  spirito,  i  mal  vietati  piaceri 
trionfavano  sulla  preghiera,  non  più,  come  un  tempo,  incielan- 
\  tesi  attraverso  le  colorate  ogive. 


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Abbiamo  considerata  l'opulenza  degli  agostiniani  pavesi  di 
S.  Pietro  in  Ciel  d'oro,  falcidiata,  colla  vendita  dei  possessi  di 
Fombio  al  comune  piacentino,  per  medicare  le  piaghe  del  proprio 
dissesto.  Ora  ecco  altri  storici  chiostri  del  Lodigiano,  condan- 
nati a  seguire  i  fati  inesorabilmente  imposti  dalla  rivolta  allo 
spirito  puro  ed  orante  della  regola  antica. 

Dei  monaci  di  S.  Bassiano,  gaudenti;  di  S.  Michele  in  Brembio, 
per  testimonianza  di  documenti  sincroni  «  fragili  di  carne  »  ; 
di  S.  Pietro  in  Lodi  Vecchio,  monacatori  di  impuberi  e  indocili 
alle  tasse  ecclesiastiche,  non  è  qui  luogo  a  parlare  per  le  pre- 
fisse linee  topografiche  del  nostro  lavoro. 

Accenneremo  invece  ai  benedettini  di  S.  Stefano  al  Corno, 
sostituiti  dai  cistercensi  (1231);  che  a  lor  volta  non  ne  furon 
troppo  dissimili,  poiché,  riottosi  alla  superiorità  dell'ordinario 
laudense,  ne  respinsero  il  diritto  a  visita  pastorale;  e,  mante- 
nendo a  traverso  gli  anni  questo  stato  di  guerra  spirituale,  fi- 
nirono collo  incorrere  in  multe  di  parecchi  fiorini  d'oro,  loro 
imposte  dal  vescovo  Egidio  dall'Acqua,  in  castigo  di  dissennate 
resistenze  (11  settembre  1309). 

Quelli,  pure  benedettini,  di  S.  Vito,  furono  citati  da  Ottobello 
Sofiìentino,  vescovo,  al  proprio  tribunale,  aftinché  si  purgassero 
di  sconvenienze  e  delitti  ;  e  perché  spogliavano  a  man  salva  il 
convento,  cioè  —  secondo  la  testualità  della  citazione  —  con 
violenza,  con  frattura  di  casa,  con  rapina  di  beni  e  col  tras- 
porto di  questi  in  Castione,  per  mezzo  di  Giacomo  Carabello; 
e  perchè,  come  fra  Pietro  Zavattario,  presentavansi  al  presule 
«  scalzi  e  quasi  ribaldi  e  né  meno  tonsurati  »  (1238).  Cose,  per 
quei  tempi  e  per  quelle  persone,  da  mettersi  a  mazzo  con  altre 
e  ben  più  importanti  malefatte,  non  esclusa  quella  d'aver  sper- 
perato il  comun  patrimonio,  a  tale  che  i  frati  avevan  dovuta 
ridursi  a  tre,  non  sopperendo  più  ad  un  numero  maggiore  le 
rendite  che  nella  sua  pietà  aveva  larghissimamente  disposto 
Ilderado  da  Comazzo. 

Ma  i  frati  di  S.  Vito  stettero  pervicaci  nel  vizio,  e  sconob- 
bero il  libello  del  rigido  vescovo,  rimanendo  contumaci,  scam- 
pando a  Cremona,  ivi  eleggendosi  ad  abate  un  don  Rustico 
(2  febbraio  1240)  e  poi  il  fratel  suo  Andreolo  Beccalupo  (12 


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ottobre  1241;,  e  spingendo  l'ardire  a  chiederne  formalmente  ad 
Ottobello  la  conferma.  Sdegnosamente  rispose  il  vescovo ,  ed 
obbligò  quei  tristi  a  rinunciare  al  diritto  di  eleggersi  l'abate; 
statuì  alla  sorveglianza  dei  loro  beni  due  delegati,  tramutati  poi 
in  fìttabili  censuari,  di  cui  (strano  caso)  uno  fu  appunto  quel 
frate  Zavattario  itosene  in  così  malo  arnese  al  cospetto  di 
monsignore,  e  l'altro  Guglielmo  dal  Corno. 

E  le  multe  non  bastarono;  dovette  intervenire  la  scomunica; 
il  che  non  tolse  che  più  tardi  i  frati  di  S.  Vito  riavessero  l'am- 
ministrazione della  cosa  loro,  venuta  però  ben  presto  a  minimi 
avanzi,  si  che  il  vescovo  Bernardo  Talente,  ad  impedire  l'asso- 
luta rovina,  riunì  le  residue  mille  pertiche  di  quella  proprietà 
conventuale  ai  beni  dei  cistercensi  di  Cerreto  (22  febbraio  1302). 
Disposizione  tanto  rigorosa  quanto  oppugnata  dagli  interessati, 
come  risulta  dalla  carta  di  procura  fatta  dal  clero  catedralita 
lodigiano  nell'abate  di  S.  Vito,  Giacomo  di  Aliate,  per  una 
causa,  a  proposito  dei  beni  di  S.  Vito  medesimo,  contro  l'abate 
di  Cerreto,  Beltramino  da  Villa  (15  novembre  1337);  e  così 
pure  il  vescovo  Leone  Palatino,  non  condividendo  forse  l'au- 
sterità del  suo  antecessore  Talente,  ottenne  che  s'annullasse 
l'annessione  a  prò  di  Cerreto  (30  luglio  1348). 

Questa  fu  però  fermamente  ratificata  sulla  fine  del  secolo- 
stesso  ,  ed  i  cenobiti  di  Cerreto  se  ne  giovarono  fino  all'  inca- 
meramento dei  beni  ecclesiastici  (1798). 

Anche  i  benedettini  o  monaci  neri  dell'ospitale  di  S.  Pietro- 
in  Senna  (comunemente  Ospitaletto),  erano  così  poco  devoti  allo 
spirito  della  loro  milizia,  che  dispettavano  continuamente  la 
supremazia  dell'ordinario.  Essi,  capeggiati  da  frate  Giacomo 
Bonone,  si  opposero,  l'armi  alla  mano,  alla  visita  che  Bernardo- 
Talente  stava  per  fare  al  loro  monastero  (1306);  per  il  che  si 
trassero  e  sulle  persone  e  sulla  chiesa  scomunica  ed  interdetto. 

Ma  poiché  i  monaci,  astutamente  infiammando  le  nimistà  cle- 
ricali, arrogandosi  privilegi,  accumulando  ricchezze,  traevano  a 
sè  tutti  gli  sguardi  e  le  coscienze,  conveniva  pure  che  nelle 
turbolenze  suscitate  i  vescovi  dissimulassero  il  loro  rancore;  così 
che  se  la  mano  di  essi  colpiva,  voleva  opportunità  che  talvolta 
N    anche  accarezzasse.  E  così  avvenne  quando  Egidio  dall'Acqua 


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concedeva  alcune  terre  pascibili  in  Livraga  ai  monaci  dell' Ospi- 
taletto  (1308),  qualche  mese  prima  scomunicati. 

Siamo  nel  cuore  del  medio  evo,  e  la  nostra  opera  qui  co- 
mincia ad  avere  meno  infirma  consistenza  che  pel  passato.  Non 
più  continua  la  storia  ad  essere  un  tessuto  di  accadimenti  mi^ 
racolosi,  che  pongono  in  grave  imbarazzo  i  critici,  cui  non  è 
concesso  per  l'assurdità  dar  loro  cieca  fidanza;  così  come,  per 
l'attitudine  degli  autori  sincroni,  non  si  consente  di  negarli  affatto. 

Il  Muratori  scrive  che  «  oltre  all'essersi  perduta  la  memoria 
di  moltissimi  avvenimenti  d'allora,  quelli  che  restano,  sì  mal 
disposti  bene  spesso  ci  si  presentano  davanti ,  che  di  poterne 
assegnar  gli  anni  via  non  resta,  stante  la  negligenza  o  discordia 
degli  scrittori,  ed  è  forzata  non  di  rado  la  cronologia  a  cam- 
minare a  tentoni  ». 

E,  quindi,  gran  mercè  —  ed  i  lettori  non  lo  vorranno  revo- 
care in  dubbio  —  se  di  quei  secoli  ingombri  di  così  ingenti 
ostacoli  le  minuscole  memorie  dei  nostri  piccoli  paesi  vengono 
riferite,  sia  pure  alla  rinfusa,  ed  intrecciantesi  senza  ordine 
sintetico,  schive  di  contorni  estrinseci,  e  poco  propizie  a  severe 
investigazioni.  Non  è  a  chi  scrive  di  storia  che  è  concesso 
r  imaginare,  nè  pure  se  l' evo  tentato  sia  —  come  quello  di  cui 
presentemente  è  parolà  —  improntato  alle  più  strane  e  mirabili 
forme  dello  sfarzo  umano  ;  nè  meno  se  il  sommovimento  delle 
masse  degli  artieri  e  dei  rustici  è  sincrono  alle  imprese  delle 
corti  d'amore  e  dei  tornei;  se  l'ardor  della  fede  e  della  pietà 
del  figliuolo  di  Bernardone  d'Assisi  è  coevo  all'istituzione  dei 
frati  detti  gaudenti  od  alle  cocolle  converse  in  «  sacca  di  fa- 
Irina  ria  »  ;  se  il  romeo  trattiene  al  focolare  ospitale  gli  uomini 
d'arme,  narrando  le  conte  che  furon  poi  dei  due  gesuati  Bol- 
landi,  o  se  il  cavaliere,  il  trovatore,  il  paggio,  il  falconiere 
—  nel  trionfar  delle  sciarpe  arabescate,  delle  cóbole  e  delle  man- 
dole, degli  scacchi  e  delle  scale  di  seta,  degli  alani  e  degli 
astori  —  preparano  la  tela  leggiadra  ai  futuri  romanzatori,  che 
seguiranno  lor  genio  falsando  una  età. 

Nel  secolo  XIII  le  formule  affermative  della  storia  scritta  re- 
sistono più  che  pel  passato  alle  sanguinose  crudezze  della  critica. 


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Si  comprende  che  un  secolo  nel  quale  è  assai  scarso  lo  spirito 
filosofico  non  può  dare  degli  storici  eletti  ;  ma  si  comincia,  però, 
ad  averne  con  qualità  stimabili  assai.  Non  è  gran  fatica  il  di- 
stendere le  cronache  quali  i  fatti  medesimi  si  distendono,  ed  il 
calamo  della  cella  dell'  umile  frate  passa  alla  bottega  del  mer- 
cante; dove  segue  la  corrente  volgare,  pure  adombrando  di 
fiabe  sua  via,  o  intenzionalmente  tacendo  o  snaturando  fatti 
secondo  parteggia,  in  guisa  che  giova  a  noi  lo  star  sull'avviso 
contro  gli  eccessivi  odi  o  gli  esagerati  amori,  e  farsi  scrupolo 
prima  di  costruire  un  sistema  di  giudizio  il  quale  potrebbe 
riescire  equivoco  madornale. 

Il  diadema,  pertanto,  sogna  continuo  accrescimento  di  potere, 
e  la  tiara  attende  ad  ornarsi  d'una  seconda  corona;  il  borghese 
fantastica  di  moltiplicare  al  suo  comune  i  privilegi,  il  merca- 
tante nuove  strade  e  vantaggi  al  suo  commercio  ;  e  nella  ma- 
teria del  possesso  si  va  spargendo  lo  spirito  della  giurisprudenza  ; 
e  illustri  estimatori  delle  cose  umane,  colla  face  della  loro  au- 
torità, rischiarano  parecchi  punti  del  diritto,  così  che  i  rogiti 
publici  e  privati,  i  codici,  le  sentenze,  i  lodi  sono  altrettanti  di 
quei  lumi  cui  indarno  e  Lodovico  Antonio  Muratori  e  con  lui 
cento  altri  invocavano  per  la  compilazione  della  storia  italica 
avanti  e  alquanto  dopo  il  1000. 

Sarebbe  certo  utile,  dettando  un  libro  di  cronaca  o  di  storia, 
per  documentare  ed  autenticar  meglio  il  racconto,  inferire  quali 
e  quante  brevi  notizie  ci  apparvero  dagli  archivi  e  dalle  bi- 
blioteche ,  in  argomento  non  soltanto  di  avvenimenti  politici , 
ma  altresì  ecclesiastici,  economici,  mercantili,  e  publici  e  privati. 

Ma  come  la  storia  del  nostro  territorio  nella  sua  unità  è 
modesta  —  poiché  invano  è  in  essa  a  ricercarsi  eccessiva  ar- 
ditezza o  ricca  varietà  di  fatti  —  così,  nella  scomposizione  sua 
ai  singoli  territori  da  noi  toccati,  presenta  tale  un  cumulo  di 
.vicende,  che,  poco  importanti  quali  sono  nel  concetto  informa- 
tivo del  nostro  lavoro,  vogliono  essere  da  noi  neglette. 

Anche  noi  abbiamo  interrogato  lo  spirito  delle  antiche  per- 
gamene, dei  vecchi  chirografi  ed  apografi,  fra  i  tranquilli  scaffali 
e  le  polverose  teche  degli  archivi,  dov'è  così  vasto  tesoro  di 
studio  e  tradizione  di  operosità  intellettuale;  e  quanto,  nell'amore 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


del  silenzio  e  nella  serenità  dello  spirito,  abbiam  chiesto  ispi- 
razione e  conforto  alle  memorie  del  buon  tempo  andato!  Ma  là 
appunto  le  nostre  note  si  facevano  imponenti;  dalle  fonti  sgor- 
gavano come  garruli  ruscelletti  le  notiziole  dell'agro  nostro,  e 
l'onda  ingrossava...  Poniamo,  dunque,  governo  ad  essa;  poiché 
la  nostra  cura  dev'  esser  intesa  alla  forma  facile  e  grata.  Com- 
piano i  dotti  (e  certo  meglio  di  noi)  l'opera  pregievolissima , 
ma  altrettanto  soverchia  al  publico  moderno,  della  monografia 
spicciola  locale.  Non  è  qui  il  luogo  opportuno  della  esposizione 
incolore  delle  suppellettili  minute. 

Per  le  ragioni  esposte,  non  è  a  meravigliare  che  i  cronachisti, 
€on  una  diligenza  che  li  onora,  abbiano  notate  le  innumerevoli 
calamità  desolatrici  del  loro  tempo,  mentre  in  gran  parte  non 
si  siano  curati  di  altri  ben  più  importanti  eventi  aventi  tratto 
alla  publica  vita.  Il  racconto  di  questi,  fatto  da  chi  troppo 
vivamente  seguiva  parte  politica,  ne  avrebbe  forse  menomato 
nei  venturi  l'alto  concetto  delle  gesta;  mentre  lo  scrittore  poteva 
liberamente  narrare,  invece,  di  tutte  le  esteriorità  indipendenti 
dagli  uomini,  senza  incorrere  nello  scapito  della  propria  fazione. 

Non  si  può  negare,  frattanto,  che  la  serie  dei  publici  flagelli 
in  quei  primi  secoli  dopo  il  looo  non  sia  monotona.  Spesso 
una  grande  sciagura  ne  produceva  irremissibilmente  un'altra; 
carestia  e  peste  costituivano  un  periodico  ma  regolare  binomio 
nella  vita  materiale  di  quei  dì;  e  questo  è  fatto  costante,  inne- 
gabile, riproducentesi  con  assiduità,  così  che  perfino  la  liturgia 
ecclesiastica  ha  fuse  in  una  unica  antifona,  sebbene  composta 
di  due  distinti  versetti,  la  preghiera  alla  misericordia  divina  per 
la  cessazione  dei  sopravvenuti  disastri. 

La  peste,  indubbiamente  originaria  d'Egitto,  tanto  che  il 
condottiero  d' Israele  la  collocava  per  antonomasia  nel  lugubre 
setticlavio  delle  famose  piaghe,  passò  prima  attraverso  le  regioni 
d'oriente;  poi  per  la  Grecia,  e  così  cruda  da  far  scrivere  a 
Tucidide  le  sue  pagine  più  strazianti;  poi  in  occidente,  ed  è 
noto  che  assai  prima  dell'era  volgare  anche  Italia  nostra  ne  fu 
tocca  ripetutamente. 

La  mente  umana,  in  ogni  secolo  zimbello  delle  sue  paure, 
dava  allora  credenza  somma  ai  presagi,  ai  sortilegi,  all'astrologia. 


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e  si  videro  follie  terribili  ai  primi  sintomi  del  morbo  ;  grosso- 
lani sofismi  ingombravano  le  massime  anche  più  elementari  della 
terapeutica;  gli  empiastri  di  sugna  e  di  malvavischio  applicati 
alle  inguinale  dovevano  aver  meno  efficacia,  secondo  lo  ingenuo 
ma  crudele  spirito  dei  tempi,  che  un  filtro  o  che  una  disciplina 
stravagante  e  superstiziosa  ;  ed  è  specialmente  di  quei  secoli 
l'orribile  letteratura  delle  malie,  di  fronte  alle  malattie  derma- 
tiche ,  epilettiche  o  sifilitiche ,  le  quali ,  generalmente  confuse 
dagli  empiristi  in  un'età  cieca  per  la  medicina,  furono  tutte 
trattate  alla  medesima  stregua. 

Grande  moria  troviamo  nel  1007  sul  Cremonese;  preceduta 
-da  penuria,  nel  1188  sul  Lodigiano  ;  ed  epidemia  nel  1245  a 
Codogno ,  onde  —  narra  il  Goldaniga  —  il  dilatarsi  anche  fra 
noi  del  culto  per  san  Sebastiano,  cavaliere  di  Roma  caduto 
sotto  le  freccie  dei  numidi  della  guardia  imperiale;  nel  1276, 
nel  1340,  importata  dal  mare  come  quella  di  sette  anni  dopo, 
qui  recata  per  le  galee  genovesi,  la  quale,  se  (come  sembra) 
lasciò  immune  Codogno,  desolò  invece  gravemente  il  finitimo 
Piacentino;  e  peste  fiera  nel  1361,  portata  dagli  inglesi  assol- 
dati dal  marchese  di  Monferrato;  e  nel  1374,  nel  1384,  dilatata 
dalle  milizie  del  Concy  spedite  in  Puglia;  nel  1388,  nel  1405, 
nel  1460,  della  quale  s'ebbe  il  primo  caso  a  Camairago. 

Compagne  indivisibili  alle  pestilenze,  le  carestie.  Nel  1085 
tutta  Italia  è  affamata;  nel  11 26  inopia  assoluta  di  derrate, 
conseguenza  dell'inverno  rigidissimo;  dal  1182  comincia  una 
carestia  di  cinque  anni  così  che  non  era  possibile  nè  meno  con 
un'  oncia  d' oro  trovare  una  soma  di  grano  ^  ;  eguali  miserie  si 
ritrovano  presso  i  cronachisti  lombardi  ad  ogni  decennio,  ad 
ogni  lustro;  nel  1358,  nel  1364,  nel  1374  sciami  di  locuste  e 
di  cavallette  divoravano  e  biade  e  frondi;  ma  è  carattere  co- 
stante di  quei  flagelli  il  rigore  del  freddo,  colla  concomitante 
del  congelamento  del  Po.  Nel  11 26  il  gran  fiume  fu  tutto  un 
ghiaccio,  i  germogli  delle  biade  bruciarono  e  ne  seguì  l' enorme 
inedia^;  nel  121 1  vedemmo  Ottone  IV  passare  pedestre  col  suo 
esercito  da  una  sponda  all'altra  a  Guardamiglio ;  nel  12 16  sulla 
sxiperficie  indurita  del  fiume  menaron  ballo  le  dame  e  giostre  i 


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cavalieri*;  nel  1224  da  Cremona  a  Venezia  la  via  d'acqua  era  tutta 
solidificata;  e  così  il  fenomeno  si  rinnova  nel  1265  e  nel  1276. 

Il  23  gennaio  del  11 74  l'acqua  del  Po  divenne  nera  e  fu 
universale  lo  scoramento  per  1'  infausto  pronostico  di  future 
sciagure^;  nel  1223  e  nel  1239  disalveavano  le  acque,  som- 
mergendo interi  villaggi;  e  nel  1294  P^^^  pi^ggie  eccessive 
era  tutto  un  lago  da  Retegno  a  Piacenza,  in  guisa  «  che  si 
andava  comodamente  dai  nostri  in  barca  in  fino  collà  »^,  della 
qual  piena  tutti  gli  storici  danno  concorde  testimonianza,  e  per 
determinarne  la  imponente  e  terribile  vastità,  la  paragonano  al 
diluvio  universale;  nel  1296  altra  inondazione  per  l' otturamento 
abduano  a  Castelnuovo ,  da  noi  accennato  fin  dalle  prime  pa- 
gine nostre  a  proposito  del  culto  regionale  a  san  Cristoforo. 

Ai  morbi  ed  ai  rigori  iemali ,  alle  esondazioni ,  alle  fami  ^ 
s' alleavano  le  funeste  meteore  ;  e  la  cronaca  dei  terremoti  non 
tace,  e  ad  essa  risponde  quella  dei  cieli;  dall'abisso  le  viscere 
della  terra  commosse,  dall'alto  la  coda  sanguinosa  delle  comete 
o  l'ottenebramento  degli  astri,  triplice  fenomeno  avveratosi  e 
nel  1223  e  nel  1239,  preannunciante  gli  altri  flagelli,  dei  quali 
eran  sicuri  e  incontestabili  nunzi  i  tetri  fuochi  della  natura; 
nel  1117  famoso  terremoto  in  tutta  Lombardia,  il  quale,  co- 
minciato ai  primi  di  gennaio,  si  sarebbe  prolungato  fin  verso 
la  metà  del  mese  successivo,  compiendo  inaudite  rovine  e  re- 
cando morti;  altro  terremoto  nel  dì  di  Natale  del  1222,  durato 
(vuoisi)  fino  a  mezzo  gennaio,  facendosi  sentire  due  volte  al 
giorno;  nel  1287,  agli  11  d'aprile,  altra  scossa  di  terremoto, 
e  ancora  nel  1342  con  inondazioni,  il  26  dicembre  1396;  e  via 
via,  come  vedremo,  non  estendendo  per  ora  la  lugubre  nenia 
oltre  il  secolo  XIV. 

Non  è,  però,  a  credersi  che,  in  mezzo  a  quelle  strettezze 
crudeli,  non  sorridesse  mai  la  cornucopia  della  fortuna;  perocché 
sappiamo  che  un  anno  era  correttivo  dell'altro,  e  che  alle  sette 
spiche  magre  succedevano  le  grasse;  onde  i  popoli  avevan  modo 
di  rifarsi  delle  privazioni  e  dei  digiuni  patiti,  tendendo  la  vita, 
come  in  qualsiasi  altra  manifestazione,  a  livellarsi  altresì  nei 
rapporti  dell'  annona. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


209 


NOTE  AL  CAPO  XX. 

^  Cesare  Cantù  -  Storia  degli  italiani.  Il  passo  riportato  dalla  Prefa- 
zione delle  novelle  di  Anton  Francesco  Grazzini  detto  il  Lasca  (1503-1583), 
è  il  seguente  : 

«  Senio  ora  in  carnevale;  nel  qual  tempo  è  lecito  a'  religiosi  di  ralle- 
grarsi, e  i  frati  tra  loro  fanno  al  pallone,  recitano  commedie,  e  travestiti 
suonano,  ballano  e  cantano;  e  alle  monache  ancora  non  si  disdice,  nel 
rappresentare  le  feste,  questi  giorni  vestirsi  da  uomini  colle  berette  di 
vellutto  in  testa,  colle  calze  chiuse  in  gamba  e  colla  spada  al  fianco  ». 

^  Giorgio  Giulini  -  Memorie  della  città  e  della  campagna  di  Milano. 

^  Pier  Maria  Campi  -  Storia  ecclesiastica  di  Piacenza. 
Fra  Salimbene  -  Cronaca  parmense. 

^  Antonio  Campo  -  Cremona  fedelissima  città  e  nobilissima  colonia  dei 
Romani. 

*  Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  di  Codogno. 


Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  /.  14 


CAPO  XXI. 


La  taglia  del  1261  —  Fatti  d'arme  —  Maccastorna  —  Un  dissidio  fra  i 
cronisti  —  Le  piccole  signorie  —  Alberto  Scoto  —  Fombio.  , 


ell' archivio  vescovile  di  Lodi  esiste  la  pergamena  di 
una  taglia  imposta,  a  mezzo  del  notaro  e  legato 
Guala,  dal  papa  alle  chiese,  alle  pievi,  alle  cano- 
niche, agli  ospitali  ed  ai  monasteri  del  territorio 
diocesano  (1261)*.  E  ignota  la  causa  di  questa  taglia,  così  come 
non  si  conosce  se  chi  la  decretò  fu  papa  Alessandro  IV,  morto 
il  25  maggio  1261,  o  il  suo  successore  Urbano  IV,  eletto  il  4  set- 
tembre dello  stesso  anno. 

Secondo  il  Vignati  ^  è  accertato  dovesse  quella  taglia  servire 
per  la  guerra  contro  Manfredi  e  la  casa  sveva;  una  delle  fre- 
quenti imposizioni  usate  da  pontefici,  da  vescovi  e  da  legati 
come  provvisioni  di  finanza,  delle  quali  si  ha  pure  esempio  in 
quelle  successive,  imposte  al  clero  lombardo  da  Bonifacio  Vili 
per  la  guerra  di  Sicilia  (1302)  e  da  papa  Clemente  V  per  la 
guerra  contro  i  veneziani  (1308).  E  non  solo  i  papi  imponevano 
tasse  agli  istituti  che  da  essi  gerarchicamente  dipendevano;  ma 
si  arrogavano  nomine  di  benefici  e  si  appropriavano  beni  divo- 
tamente   concessi   alle  chiese.  Al  concilio  di  Lione  (1245)  gli 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


211 


-ambasciatori  d'Arrigo  III  si  lagnavano  perchè  il  clero  italiano 
avesse  in  Inghilterra  ben  sessantamila  marchi  di  rendita,  mentre 
la  corona  ne  aveva  meno;  ed  in  Francia,  non  ostante  la 
pragmatica  di  re  Luigi  il  santo  (1269),  non  eran  minori  le 
gravezze  imposte  dagli  ecclesiastici.  Cosi  questi  sopperivano 
agevolmente  alla  deficienza  delle  armi  spirituali,  facendo  fulcro 
della  loro  politica  la  pecunia,  che  è  il  nerbo  di  ogni  guerra. 

Del  dissidio  mortale  fra  i  papi  e  gli  imperiali  svevi  anche 
queste  terre  nostre  furono  pur  troppo  diuturne  e  sacrificate  te- 
stimoni; sì  che  fino  a  qui  se  ne  rinfransero  le  peripezie;  e 
passaron  milizie,  e  furon  combuste  castella  e  genti  macellate, 
quasi  che  sul  nostro  misero  paese  non  ancora  avesse  sfogato 
tutte  sue  brame  l'idra  armata  della  conquista  straniera. 

E  —  peggio  ancora  —  all'  opera  nefaria  di  questa  tenea  bor- 
done la  discordia  terriera.  Martino  Tornano  —  che  era  stato 
dichiarato  dal  popolo  ambrosiano  suo  protettore  —  non  perdo- 
nando r  ospitalità  concessa  da  Succio  Vistarino,  signore  lodigiano, 
ai  nobili  milanesi  fuorusciti,  tra  i  quali  Ottone  Visconte,  venne 
con  Oberto  Pallavicino,  il  ghibellino  signor  di  Cremona,  contro 
la  città;  la  prese  (1259)  ed  egli  e  i  suoi  successori  la  tennero 
fino  a  quando  si  conclusero  i  patti  della  nuova  lega  lombarda, 
firmata  in  Milano  (1267). 

Ma  le  riotte  cittadine  si  rinfocarono  tosto,  e  le  città  lombarde 
tornarono  a  battaglia.  Fra  gli  episodi  guerreschi  va  ricordato 
quello  per  cui  Napo  Torriano,  rivolendo  la  signoria  di  Lodi  e 
colto  pretesto  di  rimettervi  gli  esuli  Overgnaga,  condusse  nel- 
r  agro  lodigiano  colle  sue  genti  e  comaschi  e  bergamaschi  e 
vercellesi;  introdusse  nelle  vietate  mura  gli  Overgnaga,  che  vi 
furon  bene  accolti;  poi,  al  sopravvenir  della  notte,  s'avviò  con 
costoro  verso  Maleo  ;  e,  impadronitosene,  gli  diè  fuoco.  Molti 
furono  i  morti  e  i  prigionieri,  e  molti  gli  armenti  d' agnella  e  di 
buoi  catturati,  senza  contare  il  ricco  bottino  fatto  (14  agosto  1269)^. 

L' anno  successivo  il  castello  di  Maccastorna  ricoverava  i  ghi- 
bellini, quando  il  piacentino  Giovanni  Confalonieri,  potestà  di 
^  Cremona  guelfa,  mosse  per  assediarlo. 


212 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Narra  a  questo  proposito  lo  storico  cremonese  Antonio  Campo 
che  a  Maccastorna  furon  trucidati  molti  cremonesi  fra  gli  asse- 
diati e  gli  assedianti.  L'opinione  dell'Anonimo  piacentino  mo- 
difica quella  del  cronista  cremonese;  racconta  egli,  infatti,  che 
Buoso  da  Dovara  con  cavalieri  e  pediti  di  Lodi,  di  Cremona  e 
di  Pavia,  si  spinse  fino  a  Castelnuovo  alla  bocca  dell'Adda; 
ma,  mentre  poneva  insidie  per  averne  il  castello,  comprese  non 
poterne  far  nulla,  e,  ritornando  «  guarnivit  castrum  illorum  de 
Manchasturmo  »,  le  cui  genti  fino  a  quel  dì  (4  maggio  1270) 
erano  state  in  concordia  colla  città  di  Cremona;  mentre  poi  le 
diventarono  feroci  nemiche,  e  fedelissime  a  Buoso  ed  alla  parte 
sua,  e  ricevettero  nel  loro  castello  tutti  quelli  che  vollero  far 
guerra  al  comune  cremonese 

A  sua  volta  il  Cortemiglia  Pisani^,  dando  notizia  del  fatto ^ 

10  circoscrive  a  soli  cremonesi,  guelfi  gli  assedianti  e  ghibellini 
gli  assediati. 

Così  appare  per  la  prima  volta  nelle  tavole  storiche  terriere 

11  celebre  castello  di  Maccastorna,  creduto  eretto  dai  ghibellini 
cremonesi,  e  destinato  a  diventare  uno  dei  più  forti  baluardi 
del  Milanese  ed  il  testimone  di  romanzeschi  avvenimenti. 

Una  divergenza  si  fa  manifesta  a  questo  punto  nelle  memorie 
locali,  ed  è  nostro  debito  il  registrarla  per  tacitare  i  nostri  giusti 
scrupoli  di  narratori.  Narrano  Antonio  Campo,  Alessandro  Ciseri 
ed  altri,  che  il  nuovo  potestà  cremonese,  Jacopino  Rangone  da 
Modena,  prendeva  il  castello  di  Maccastorna,  saccheggiandolo  e 
facendo  gran  strage  di  fuorusciti  ghibellini  (24  maggio  1271). 
Il  Chronicon  placentinum  e  gli  Annales  veteres  mtitinenses ,  con- 
sultati dal  Muratori,  trasferiscono  da  Maccastorna  ad  un,  luogo 
di  Malgrate  il  teatro  dell'eccidio,  che  pure  —  anche  secondo  il 
Chronicon  —  avrebbe  tinto  in  rosso  l'Adda. 

Noi  ci  teniamo  stretti  all'opinione  dei  cronisti  conterranei,, 
e  perchè  non  ci  risulta  di  un  Malgrate  cremonese  (non  essere 
quindi  logico  che  lungi  dalla  loro  città  i  cremonesi,  fuorusciti 
o  non,  dovessero  portare  le  proprie  armi)  ;  e  pel  chiaro  accenno 
all'Adda  fatto  dal  cronachista  piacentino;  e  perchè  allora  Mac- 
castorna troppo  doveva  interessare  i  belligeranti  di  questa  re- 
gione, come  quella  che,  fortilizio  avanzato,  sorgente  sull'antico 
estuario  dello  scomparso  lago  Gerundo,  poteva  artificialmente 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


213 


far  retrocedere  il  corso  dell'Adda  e  costituire  un  ostacolo  in- 
sormontabile al  nemico. 

Ed  è  tanto  vero  ciò  che  ai  guelfi  cremonesi  vittoriosi,  dopo 
l'occupazione  della  rocca,  premette  il  restaurarla  tosto. 

La  battaglia  di  Desio  aveva  distrutta  la  potenza  torriana. 
Ottone  Visconte  entrava  trionfante  in  Milano,  mentre  chiusi  in 
;gabbie  di  travi,  sei  Torriani  prigionieri  erano  condotti  alla  ter- 
ribile prigionia  del  Baradello,  presso  Como  (22  gennaio  1277). 
I  superstiti  della  sgominata  famiglia,  perduta  ogni  speranza  di 
dominio  o  di  aiuto,  passavano  per  Lodi  e  per  Cremona,  che, 
come  Milano,  chiudevan  loro  le  porte  in  faccia. 

Ma  le  vicende  politiche  persuasero  l'anno  dopo  e  Cremona  e 
Parma  ad  aiutare  quei  miseri  e  gli  altri  banditi  milanesi;  così 
<:he  ad  essi  davano  convegno  in  Pizzighettone  ;  e,  presi  gli  op- 
portuni accordi,  ancora  una  volta,  presso  Melegnano,  sorrise  la 
fortuna  dell'armi  ai  Torriani  (13  luglio  1278),  che  tosto  si 
impadronirono  di  Lodi.  Soccorse  al  Visconte  il  marchese  di 
Monferrato,  Guglielmo  Lungaspada,  che  alla  testa  delle  milizie 
milanesi  e  pavesi,  scorrazzò  sul  Lodigiano,  vi  conquistò  alcune 
castella,  bruciò  il  ponte  sul  Lambro  a  San  Colombano,  e  si 
impossessò  di  San  Fiorano®,  senza  però  ottenere  la  cacciata 
<iei  Torriani  da  Lodi  (1280).  E  i  cremonesi  e  i  lodigiani  riasse- 
diavano e  riprendevano  l'anno  dopo  San  Fiorano,  affrettandosi 
a  distruggerne  la  rocca  dalle  fondamenta. 

Irritato  il  marchese  Guglielmo  per  l' inutilità  delle  proprie 
scorrerie,  con  milizie  di  Milano,  di  Pavia,  di  Como,  di  Vercelli, 
di  Novara  e  di  Svizzera,  ricala  in  territorio  di  Lodi  e  prende  i 
castelli  di  Maleo  e  di  Castione  (agosto  1281)'^.  Allora  Cremona 
—  già  da  tempo  in  rotta  con  Parma  —  rifà  pace  con  questa; 
le  due  città  si  rendono  i  carrocci  vicendevolmente  rapitisi  in 
due  battaglie  (1248  e  1250);  si  alleano  a  Reggio,  a  Modena, 
al  marchese  d'Este,  e,  concentrandosi  a  Grotta  sull'Adda,  for- 
zano il  marchese  monferrino  a  togliersi  da  Lodi  e  ad  escire  dal 
•contado.  Nè  basta,  chè,  profittando  dell'occasione,  si  adoprano 
per  riprendere  ai  milanesi  Castione  e  Maleo,  a  quest'ultimo 
castello  ponendo  sollecitamente  l'assedio. 


214 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Un'onorevole  pace  era  intervenuta  fra  Lodi,  di  parte  torriana^ 
e  Milano,  retta  dai  Visconti  (9  gennaio  1282);  e  l'esempio  di 
Lodi  veniva  imitato  da  Cremona.  Le  ferree  porte  del  Baradello 
si  erano  schiuse  pei  Torriani  superstiti;  ma  costoro  tosto  si 
levarono  a  riscossa,  ed  in  tutte  le  città  si  risuonò  a  stormo  e 
si  brandirono  ancora  le  armi  (marzo  1285).  Matteo,  pronipote 
dell'arcivescovo  Ottone,  era  stato  da  questi,  ormai  vecchio,  fatto 
eleggere  capitano  del  popolo  milanese  (dicembre  1287),  e  poi 
subito  acclamato  potestà,  e  riconfermato  per  un  lustro.  Così  la 
signoria  viscontea  si  risaldava  sul  generoso  ceppo  ambrosiano. 

Furono  molte  e  varie  le  battaglie  e  le  tregue,  che  funestarono 
ed  allietarono  la  nostra  plaga,  in  quei  giorni  tempestosi  di  ire 
patrizie  e  popolane.  L'irrequieto  Guglielmo  Lungaspada,  inimi- 
catisi i  Visconti,  depredò  il  Milanese;  ma,  preso  dagli  alessan- 
drini e  dagli  astigiani  (1290),  doveva  poi  morire  disperato  come 
Napo  Torriano  in  una  gabbia  di  ferro  (febbraio  1292). 

I  piacentini,  alleati  a  Matteo  Visconte,  assalirono  i  cremo- 
nesi ancor  tenzonanti  presso  Maleo,  e  sessanta  ne  fecero  pri- 
gionieri (1294).  Nè  per  questo  i  profligati  dieder  giù  d'animo, 
ma  assediarono  Castione,  tenuto  dai  banditi  lodigiani  e  cremaschi, 
e  munito  di  fortissime  mura  fattevi  erigere  dai  milanesi.  All'  an- 
nuncio del  fatto,  r  impresa  viscontea  velettò  tosto  a  quella  volta, 
alla  testa  delle  milizie  bresciane,  intanto  che  i  piacentini,  ad 
aiutar  la  mossa,  procedevano  agguerriti  da  Guardamiglio.  Presi 
tra  due  fuochi,  i  cremonesi  abbandonarono  l'assedio  e  confug- 
girono a  Lodi  (1295). 

Già  in  Italia  —  e  specialmente  dopo  le  glorie  dei  comuni  — 
cominciavano  a  splendere  le  arti  utili  ed  aggradevoli  ;  il  genio 
delle  industrie  si  sviluppava  magnificamente  nelle  città  mercan- 
tili, ed  ogni  cosa  pareva  affinarsi  al  gusto  di  una  nuova  civiltà 
latina.  Ma  dai  governi  municipali  erano  esulati  da  tempo  molto 
il  sereno  consiglio,  il  provvido  disinteresse,  la  osservanza  delle 
consuetudini  patrie,  obligatoriamente  sancite  per  tutti.  Custodito 
fiaccamente  il  tesoro  della  libertà,  le  ambizioni  dei  più  scaltri 
aprivan  loro  vigorosamente  la  via  a  salire,  e  li  facevano  poi 
sdegnosi  di  tornare  nella  schiera  dei  semplici  cittadini;  le  de- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


clamazionj  della  demagogia  larvavano  il  ferro  di  chi  si  era  fatto 
potente,  e  le  incessanti  brutture  degli  ottimati  tenevano  in  sogge- 
zione il  popolo  malconcio,  sempre  lusingato  di  cacciare  il  vecchio 
despota,  mentre  in  realtà  ne  instauravano  per  sè  uno  novello. 
Cosi,  con  un  impulso  retrogrado  ed  odioso,  si  fortificavano  quei 

tiranni 

Che  dier  nel  sangue  e  nell'aver  di  piglio; 

i  castelli  signoriali  foscheggiavano  più  che  mai  torvamente  nel 
cielo  alle  genti  indifese;  e  sui  loro  spalti  si  ergevano  le  forche, 
lugubri  ammonimenti  di  vendetta;  ed  i  cupi  ipogei  echeggia- 
vano per  le  voci  dei  vivi  insepolcrati. 

Alberto  Scoto,  signor  di  Piacenza,  fu  del  bel  numero  di  quei 
manigoldi,  ed  i  lodigiani  ben  sinistramente  dovettero  accertarsi 
della  sua  illimitata  ferocia.  Avendo  egli  prigionieri  in  Piacenza 
Pietro  de'  Armani,  Pasino  di  Dovara,  Rozone  Pusterla,  Affanone 
o  Fanone  dei  Tresseni  e  Giovanni  Albizzone,  tutti  banditi  dal 
comune  di  Lodi,  li  tenne  in  carcere  per  dicianove  mesi;  poi, 
fattili  condurre  a  San  Fiorano,  comandò  fossero  scannati,  per 
vendicare  uno  Zanabone  Pusterla,  amico  suo;  che,  a  sua  volta, 
per  innumerevoli  omicidi,  per  rubalizì  e  per  nefandità  commesse 
(in  quei  tempi  nei  quali  la  cavalleria  era  nel  suo  massimo  ri- 
goglio) era  stato  per  volere  del  potestà  di  Lodi  —  e  merita- 
mente, scrive  il  Guerino  ^  —  mozzo  del  capo. 

E  contro  Lodi,  con  Matteo  Visconti  fuoruscito  di  Milano, 
combattè  Alberto,  accampando  tra  Orio  e  Monte  Malo;  ma  le 
milizie  guelfe  dei  Torriani  e  dei  Fissiraga  penetrarono  vittorio- 
samente sul  Piacentino ,  arsero  il  pontile  del  Po ,  e ,  mentre 
tenevano  d'assedio  Borgo  San  Donnino,  diroccavano  il  baluardo 
ghibellino  di  Guardamiglio  (1304). 

Ad  Alberto  Scoto  le  croniche  partigiane  del  suo  tempo  lar- 
girono compiacentemente  il  titolo  di  Magno;  ma  di  coteste 
magnitudini  e  magnificenze  sono  eccessivi  gli  esempì  di  quei  dì. 
Alberto  Scoto,  Matteo  Visconte,  Can  della  Scala  e  più  tardi 
Lorenzo  de'  Medici  ed  altri  ed  altri  ancora  ebbero  tutti  lautis- 
simo  trattamento  di  eccelsi  aggettivi;  ma  quanto  diversa  da  quegli 
epiteti  improvvisati  dalla  debolezza  umana  la  realtà  delle  cose  [ 


2l6 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Alberto,  infatti,  grande  apparve  nelle  tiranniche  oppressioni 
onde  tutta  la  sua  vita  fa  testimonianza  perenne:  ora  guelfo  fino 
ad  essere  il  capo  di  quella  fazione  nell'  Italia  superiore ,  ora 
ghibellino,  sta  nelle  istorie  paesane  come  il  tipo  dei  prepotenti 
di  genio  che  non  indietreggiano  mai.  Egli  sovrappone  sè  stesso 
ai  liberi  ordinamenti  del  comune  piacentino;  viola  patti  d'ami- 
cizia e  d'alleanza  quando  appena  gli  paia  che  le  ripetute  diffalte 
debbano  rassodare  ed  ampliare  la  sovranità  scota;  egli,  infine, 
della  parola  giurata  fa  pronto  mercato,  allor  che  col  tradimento 
assicura  più  vivo  splendore  alle  due  stelle  simboliche  del  suo 
blasone  ^.  Così  è  amico  ed  alleato  di  Matteo  Visconte  sin  che 
questi  non  contradice  alle  ambizioni  di  lui,  e  ne  diviene  spietato 
nemico  quando  il  potente  milanese  gli  contrasta  come  nuora 
Beatrice ,  sorella  del  marchese  d'  Este  Azzo  Vili. 

La  eterna  sua  lotta  coi  Laudi,  così  che,  più  volte  padrone  di 
Piacenza,  egli  ne  è  altrettante  fuoruscito  ;  la  domanda  ad  Arrigo  VII 
di  eleggerlo  vicario  imperiale  in  Italia;  la  effìmera  sua  signoria 
su  Milano,  cacciatone  il  Visconte,  e  tutta  la  multiforme  serie 
delle  sue  imprese,  ora  ai  danni  del  comune,  ora  dei  patrizi,  non 
valsero  ad  affermare  il  potere  della  sua  casata.  Galeazzo  Visconte 
seppe  compiere  le  vendette  paterne,  ed  Alberto  fu  vinto,  e,  da 
Casteir Arquato  tradotto  prigioniero  in  Castel  Regale  di  Crema, 
vi  si  spense  (13  gennaio  1318),  senza  che  i  suoi  figli  e  discen- 
denti potessero  mai  più  elevare  il  proprio  dominio  a  quella 
altezza  a  cui  l'aveva  spinto  il  loro  gagliardo  autore. 

In  Alberto  Scoto  riconobbero  i  suoi  coevi  talenti  militari  e 
sagacità  di  politica;  ma  il  biasimo  perdurò  per  le  nequizie 
dell'uomo,  ambizioso  truce  e  sconfinato.  Ad  alcuno,  ricercante 
affettuosamente  i  germi  primordiali  della  patria  una,  parve 
che  egli  precorresse  il  celebre  duca  Valentino  nel  sognare  la 
costituzione  di  un  forte  stato,  tra  Lombardia  ed  Emilia,  nucleo 
futuro  dell'Italia  unita.  Ma  quella  dello  Scoto  non  era  natura 
da  condurre  in  simile  pensiero;  bensì  la  sequela  dei  fatti  di 
cui  egli  fu  protagonista  non  esce  dall'ambito  del  principio  feu- 
dale, ed  i  suoi  sentimenti  nulla  certo  ebbero  di  comune  con 
quella  civiltà  nova  auspicata  dal  divino  poeta,  la  quale  di  ben 
altre  speranze  doveva  far  rifiorire  i  cuori  d'Italia. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


217 


Suprema  cura  di  tutti  i  tiranni  minuti  d'allora  è  quella  di 
allargare  i  confini  del  proprio  patrimonio  fondiario.  Al  suolo 
è  indissolubilmente  legato  l' uomo  ;  e  maggiore  è  l' agro  domi- 
nato ,  più  grande  è  pure  la  clientela  dei  sudditi  ;  cosi  si  rende 
indispensabile  al  signore  l'estendere  la  sua  sfera  d'azione,  as- 
soggettando gradualmente  i  finitimi  e  dal  contado  esampliandosi 
alla  regione;  ed  Alberto  Scoto,  signor  di  Piacenza,  è  un  anello 
della  stessa  catena  che  ad  eguali  padroni  vincola  le  città  sorelle  ; 
Lodi  inserve  ai  Fissiraga,  Milano  ai  Visconti,  e  via  dicendo. 
Da  ciò  due  conseguenze  immediate:  l'alleanza  o  i  dissidi,  na- 
turali del  pari  fra  tiranno  e  tiranno,  e  lo  stesso  sistema  di 
opprimere  i  subbietti. 

Il  comune  di  Piacenza  —  come  già  riferimmo  —  investiva 
Alberto  della  proprietà  di  Fombio,  ed  a  titolo  di  fitto  perpetuo, 
verso  l'annuo  censo  di  lire  cinquanta,  con  diritto  di  successione 
ne'  suoi  discendenti  (19  marzo  1299).  Gli  storici  piacentini,  in 
ciò  concordi,  affermano  che  l' istromento  di  investitura  conteneva 
tutte  le  formule  più  recisamente  feudali  che  allora  in  quegli  atti 
solenni  costumavansi  per  definire  e  onori  e  obblighi  del  nuovo 
signore;  e,  fra  i  patti  di  cui  è  parola,  sovraemineva  quello  che 
Alberto  dovesse  costrurre  in  Fombio  un  castello  in  cui  ad  ogni 
opportunità  gli  abitatori  del  luogo  trovassero  asilo. 

Quello  che  avanza  di  questo  fortilizio  rivela  tuttavia  la  for- 
midabilità dell'antico  arnese  di  guerra,  che  serviva  al  conte 
feudatario  ed  al  comune  piacentino  da  antemurale  contro  le  genti 
del  Milanese.  Sorgeva  gigante  solitario  come  gagliardo  muni- 
mento  strategico,  e  tale  l'ebbero  a  riconoscere  cento  anni  fa  i 
laceri  ma  animosi  soldati  republicani  di  Francia.  Dell'antico 
aspetto  topografico  circostante  al  castello  è  ora  scomparso  qual- 
siasi tratto  :  le  terre  furono  rialzate  dal  lato  delle  pristine  paludi 

0  abbassate  a  settentrione,  e  del  proficuo  lavoro  di  livellazione 
fanno  testimonianza  copiosi  reperiti  di  armi,  monete,  urne,  at- 
trezzi domestici  e  scheletri  umani,  rinvenuti  specialmente  nel  1848 
e  nel  1859.  Oggi,  inoltre,  un  meschino  muricciuolo  cinge  il 
maniero  dalla  parte  della  strada  provinciale;  furono  soppressi 

1  torrioni,  la  fronte  del  diruto  edificio,  ricoperta  di  un  lungo 
tetto,  conserva  tuttora  alcuni  sproni  di  sostegno;  al  di  sopra 


2l8 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


del  portone,  in  una  barocca  cartoccia,  sta  ancora  dipinto  lo 
stemma  scoto.  Quasi  tutte  le  fosse  sono  colmate;  del  ponte  non 
resta  che  il  simulacro,  ed  il  coltivo  ad  orto  ricorre  all'in  giro 
là  dove  s'aprivan  le  famose  pescaie  che  erano  oggetto  di  spe- 


II  castello  di  Fombio. 


ciale  riguardo  nel  rogito  d'investitura  del  1299.  Più  volte  noi 
dovremo  rievocare  le  vicende  tumultuose  di  quelle  forti  bastite. 

Da  sei  secoli  le  generazioni  degli  Scoti  si  succedono  nella 
signoria  del  luogo,  e  se  questo  non  è  più  per  esse  quasi  pe- 
renne accampamento  guerresco  contro  i  propinqui,  o  corte  di 
giustizia  capitale  pei  presunti  nemici,  è  però  sempre  luogo  di 
conforto  e  di  sollazzo  ai  patrizi  piacentini  che  in  quei  vasti  saloni, 
tra  i  fastosi  ed  arcigni  ritratti  degli  avi,  trascorrono  lunghi  mesi 
di  quel  riposo  per  così  tanta  parte  fatto  di  memorie  perdute, 
se  non  di  aspirazioni  ad  un  tempo  che  fu. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


219 


xNOTE  AL  CAPO  XXI. 

^  Per  la  taglia  di  cui  fu  collettore  il  notaro  Guala,  legato  pontifìcio  (1261), 
pagarono  in  moneta  imperiale: 

La  plebe  d'Orio  e  la  chiesa  di  Livraga  soldi  tre  cadauna;  la  plebania 
di  Senna  soldi  venti  e  denari  cinque;  la  chiesa  di  Pizzolano  denari  quin- 
dici; l'ospitale  di  Senna  lire  tre  e  soldi  quattro;  la  chiesa  di  Castione 
soldi  cinque  e  denari  quattro  ;  quella  di  Vinzasca  denari  dodici  ;  la  plebania 
di  Camairago  soldi  due  e  mezzo;  la  chiesa  di  S.  Maria,  ibi  prope ,  denari 
diciotto  ;  quella  di  Cavacurta  soldi  due  e  mezzo  ;  il  monastero  di  S.  Vito 
soldi  dieci;  la  plebania  di  Casale  denari  trentanove;  la  chiesa  di  S.  Vito 
alle  Monticchie  denari  dieci  ;  quella  di  Monte  Oldrado  denari  trentaquattro  ; 
quella  di  S.  Biagio  in  Codogno  denari  quarantacinque;  la  plebania  di  Maleo 
soldi  cinque  ;  l' ospitale  di  S.  Pietro  in  Pirolo  soldi  tre  e  mezzo  ;  la  ple- 
bania di  San  Fiorano  denari  quindici;  la  plebania  di  Meleti  denari  ventisei; 
la  chiesa  di  S.  Maria  del  Corno  e  la  plebania  di  Roncarolo  denari  sei 
cadauna;  la  chiesa  di  S.  Maria  in  Castelnuovo  Bocca  d'Adda  denari  quattro; 
quella  di  S.  Pietro  presso  il  Po  denari  nuovi  tre. 

È  qui  opportuno  un  ragguaglio  della  moneta  antica,  e  non  sapremmo 
meglio  presentarlo  se  non  riportandolo  dall'autorevole  storico  bussetano 
Ireneo  Affò  (1741-1800): 

«  La  lira  imperiale,  che  fu  in  vigore  nel  medio  evo,  e  precisamente  nel 
secolo  XIII,  era  del  valore  di  due  fiorini  d'oro,  che  corrispondono  ad 
attuali  milanesi  lire  trenta,  pari  ad  austriache  lire  ventiquattro.  Il  soldo 
imperiale  equivaleva  a  que'  tempi  ad  una  lira  di  Milano,  che  in  quell'epoca 
montava  a  soldi  trenta  attuali  di  Milano,  pari  ad  austriache  lire  una  e 
centesimi  venti.  Dal  1550  al  1600  circa  la  lira  imperiale  era  d'assai  dimi- 
nuita di  valore,  ridotta  soltanto  a  soldi  milanesi  ventinove,  pari  ad  au- 
striache lire  una  e  centesimi  sedici.  Nel  1602  crebbe  a  soldi  milanesi  trenta, 
pari  ad  austriache  lire  una  e  venti  ;  ed  il  soldo  imperiale  fu  ridotto  ad  un 
soldo  e  mezzo  di  Milano,  centesimi  austriaci  sei.  La  lira  di  Milano  nel  1602 
era  di  soldi  ventitre,  austriaci  centesimi  novantadue;  poscia  discese  a 
ventidue  e  sei,  indi  a  ventidue,  da  ultimo  a  venti,  pari  ad  austriaci  cen- 
tesimi ottanta  ». 


220 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


A  compimento  della  qual  nota  aggiungiamo  che  la  lira  di  Milano, 
abolita  con  decreto  di  Napoleone  I  (21  marzo  1806)  corrisponde  a  lire 
italiane  o.  76.  75,  ridotte  a  o.  76.  2  nel  1859. 

^  Cesare  Vignati  -  Codice  laudense. 

^  Chronicon  placentinum. 

*  Chronicon  placentinum. 

^  Giovanni  Cortemiglia  Pisani  -  Memorie  storiche  del  basso  Lodigiano. 

*  Giovanni  Musso  -  Chronicon  placentinum. 

'  Giorgio  Giulini  -  Memorie  della  città  e  campagna  di  Milano.  — 
Bernardino  Corio  -  Istorie  di  Milano. 
®  GuERiNO  -  Chronicon  placentinum. 

^  E  errore  il  credere  che  l' uso  delle  insegne  e  degli  stemmi  sia  nato 
nel  medio  evo.  Si  hanno  esempi  anche  nei  classici  antichi  di  simboli  e 
di  decorazioni  esteriori,  applicati  alle  armi  ed  alle  abitazioni;  solo  dopo 
le  prime  crociate,  in  tempi  in  cui  non  si  studiava  verun  che  di  utile,  il 
blasone  fu  considerato  una  scienza,  reputato  istituzione  politica,  e  divenne 
gentilizio,  cioè  ereditario. 

Le  armi  di  alcuni  casati  e  comuni  terrieri  che  saranno  publicati  nel 
corso  dell'opera  nostra  sono  limitate  al  campo  dell'insegna  o  scudo,  e 
raffigurate,  senza  riguardi  cronologici,  nelle  più  recenti  loro  espressioni. 


CAPO  XXII. 


Arrigo  VII  —  I  diritti  vescovili  —  Scisma  ecclesiastico  —  La  Battaina  — 
Imprese  guerresche  —  Temacoldo  da  Castione  —  I  Visconti  —  Le  rapa- 
cità e  le  liberalità  viscontee  —  Il  Bosco  di  Codogno. 


francese;  e  nelle  tragiche  aurore  di  Benevento  (26  febbraio  1266) 
e  di  Tagliacozzo  (23  agosto  1268)  la  grand' aquila  cesarea 
sembrò  stesa  miserando  cadavere  sotto  il  sole  d' Italia.  All'  epico 
vespro  di  Palermo  (31  marzo  1282)  non  si  sguainarono  le  spade 
degli  imperatori,  ed  ormai  qui  le  ire  fraterne  dei  guelfi  e  dei 
ghibellini  continuavano  a  fremere  nelle  alterne  valli,  nelle  di- 
serte città,  non  più  per  la  contesa  fra  il  sacerdozio  e  l'impero, 
ma  per  l'acre  ed  inveterato  furore  delle  fazioni. 

In  queste  condizioni  trovava  Italia  il  nuovo  imperatore  Arrigo  VII, 
quando,  ricalcando  le  orme  dei  suoi  predecessori,  ripassava  le 
Alpi,  e  discendeva  nuovamente  in  questo  ch'egli  considerava 
sempre  vero  ed  antico  suo  feudo ,  e  che  la  sapiente  bile  di 
Dante,  chiamava  «  '1  giardin  dello  impero  »;  mentre  al  fulvo 


OPO  Federico  II  parve  che  gli  imperatori  perdesser  di 
vista  la  nostra  penisola.  Su  di  essa,  turba  briaca  di 
sangue  e  di  lussurie,  eran  passati  i  «  gigli  gialli  » 


di  Carlo   d'Anjou,  chiamati  da  Urbano  IV,  papa 


222 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Arrigo  tenevan  protese  le  braccia,  alimentando  la  fiamma  del 
desiderio  di  conquista,  i  ghibellini  maggiori.  E  parecchie  con- 
dizioni favorevoli  stavano  per  lui,  che  non  aveva  sul  suo  capo 
r  odio  ereditario  alla  casa  sveva  conservatosi  in  gran  parte 
d'Italia,  e  che  non  era  osteggiato  da  parte  dei  papi,  esuli 
volontari  in  Avignone  (1305). 

La  lunga  assenza  degli  imperatori  dal  paese  nostro  aveva, 
inoltre,  prodotto  per  necessaria  reazione  il  tramonto  di  quei 
rigidi  sentimenti  republicani  che  un  dì  seppero  sostenere  esclu- 
sivamente le  franchigie  della  libertà  municipale  contro  le  clas- 
siche reminiscenze  del  cesarismo  di  Roma.  Arrigo  di  Lussemburg 
non  veniva  con  tumulto  d'eserciti  per  vendicare  antichi  oltraggi  ; 
bensì  calava  tra  noi  colla  forza  della  debolezza:  non  armi,  non 
pecunia,  non  velleità  di  conquiste  belligere.  Si  era  annunziato 
uomo  di  concordia  e  di  pace,  avrebbe  composto  dissidi  tra  città 
e  città,  disarmate  le  ire,  placati  i  corrucci,  frenate  le  ambizioni 
dei  signorotti,  e,  in  somma,  rimessa  in  auge  la  favoleggiata 
età  di  Saturno. 

Le  quali  parole  e  le  parvenze  e  la  realtà  stessa  della  sua 
inerme  venuta  illusero  e  principi  e  signori  nostrali.  Ma  i  fatti 
dell'imperatore,  a  cui  facevan  seguito  un'orda  rapace  di  vicari 
e  di  baroni,  mostrarono  tosto  ai  popoli  come  ne  fossero  capziose 
le  parole. 

Cintosi  a  Milano  colla  corona  ferrea  (25  dicembre  13 10),  co- 
minciò a  falcidiare  nel  campo  delle  libertà  comunali,  predicando 
che  ora  mai  tutte  le  città  dovevano  riacconciarsi  alla  soggezione 
immediata  dell'impero;  conciliò  famiglie  e  fazioni,  ma  soltanto 
per  asservirsene;  e  dove  non  potè  riescire  alla  concordia  bene- 
ficiò della  discordia,  non  perdendo  mai  di  mira  il  venale  inte- 
resse ;  laonde  chi  più  lo  pagava  aveva  maggiori  onori  e  privilegi. 

E  borghi  e  città  e  principi  e  privati  s'affrettarono  a  profittare 
delle  facili  condiscendenze  imperiali,  ed  al  numero  di  essi  si 
appartiene  anche  il  vescovo  Egidio  dall'Acqua,  successo  al  Ta- 
lente  nei  momenti  delle  grandi  ristrettezze  dell'asse  mensuale 
(1307).  A  lui,  accorso  per  la  gran  festa  della  incoronazione  a 
Milano,  Arrigo  conferma,  secondo  la  supplica  presentata,  tutti  i 
feudi  ed  i  beni  vescovili,  tra  i  quali  i  dritti  di  pesca  dell'oro 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


abduano  fra  Cornegliano  Bertaro  sino  a  Castelnuovo  e  fra  Gal- 
gagnano  e  Castione,  e  la  giusdicenza  su  Codogno,  Ronco,  Ca- 
stione,  Livraga,  Orio,  sulle  acque  del  Lambro  e  sul  lago  Barili 
(7  gennaio  131 1);  e  quattro  giorni  dopo,  con  diploma  speciale,- 
comanda  agli  uomini  dei  predetti  luoghi  che  non  ardiscano  mai 
impedire  o  turbare  il  vescovo  ne'  suoi  poteri  e  nella  sua  chiesa, 
ed  impediscano  a  chiunque  il  tentarlo. 

Matteo  Visconti  era  stato  costretto  ad  abbandonare  la  signoria 
di  Milano,  e  a  cercare  nell'esilio  di  ritemprare  le  forze  della 
propria  autorità  (1302).  Alla  sua  mala  fortuna  faceva  invece 
contrasto  quella  felice  di  Guido  Tornano,  restauratore  del  go- 
verno popolare;  ma  gli  occulti  ed  attenti  proponimenti  dello 
scaltro  Visconte  dovevano,  alla  venuta  di  Arrigo  VII,  cambiar 
totalmente  faccia  alle  cose. 

Quando,  infatti,  l'imperatore  faceva  il  suo  ingresso  da  porta 
Vercellina  in  Milano,  i  Visconti  ed  i  Torriani  lo  fiancheggia- 
vano, stretti  in  giuramento  di  pace.  Nè  solo  pace  uficiale  era 
quella,  poiché  le  due  famiglie  precipue  di  Milano  sembra  si  fos- 
sero anche  intese  in  una  trama  per  cacciare  il  tedesco  dalla  loro 
città;  trama  scoperta,  ma  così  condotta  da  Matteo  Visconte  che 
egli  comparve  innocente  agli  occhi  dell'imperatore,  mentre  le 
case  dei  Torriani  venivano  atterrate  a  furia  dalle  soldatesche 
{febbraio  131 1);  e  pochi  mesi  dopo  a  Matteo  veniva  concessa, 
verso  il  pagamento  di  cinquantamila  fiorini  d'oro,  la  dignità  di 
vicario  imperiale,  passata  poi  ai  suoi  discendenti  come  sovranità. 

Le  proteste  di  Guido  Tornano  non  rimasero  però  senza  eco. 
Alcune  città  lombarde  — ■  Lodi,  Crema,  Cremona  e  Brescia  — 
cacciarono  a  furore  i  vicari  imperiali  e  impugnarono  l' armi  ; 
così  che  Arrigo,  compreso  che  a  volersi  conservare  amico  di 
tutti  non  lo  era  di  nessuno ,  colla  forza  respinse  la  forza.  E 
Cremona  fu  la  prima  a  pagare  il  fio  della  sua  ribellione. 

Cominciarono  le  offese  contro  la  turrita  città  i  piacentini, 
alleati  ad  Arrigo,  i  quali  con  Manfredo  marchese  di  Saluzzo, 
con  Ugo  delfino  di  Vienna  e  coi  pavesi  guidati  da  Riccardo 
^di  Langosco  e  da  Masello  Beccaria,  navigaron  pel  Po  alla  bocca 


224 


CaDOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


dell'Adda,  alla  cui  difesa  stavano  i  guelfi  parziali  di  Guglielmo 
e  di  Giacomo  fratelli  Cavalcabò  (23  aprile  131 1).  Castelnuovo 
cadde  così  nelle  mani  dei  piacentini,  e  tre  giorni  dopo  Cremona 
si  arrendeva  all'imperatore,  che  le  tolse  il  titolo  di  città,  la 
giurisdizione  e  le  rendite,  ne  fece  atterrare  le  mura  e  la  rocca,  e 
bruciare  le  case  dei  guelfi;  e  questi,  fatti  prigionieri  in  mille  e 
duecento,  mandati  a  gemere  nelle  torri  di  Castelnuovo,  di  Maleo 
e  di  Codogno. 

Cremona  non  tardò  ad  aver  sua  riscossa.  Guglielmo  Cavalcabò 
la  redimeva  dal  servaggio  ghibellino  poiché  ebbe  recuperata  dai 
piacentini  la  rocca  di  Castelnuovo  (22  gennaio  131 2).  E,  come 
ridesta  vasi  Cremona,  così  pure  si  ribellava  Lodi,  che  il  bandita 
Antonio  Fissiraga,  guelfo  d'antica  data,  appena  Arrigo  tornò 
oltre  Alpi,  faceva  insorgere  colle  ville  e  colle  castella  del  con- 
tado, tenute  in  soggezione  dal  vicario  cesareo  Bassiano  Vistarino. 
E  i  guelfi  piacentini  si  rivalsero  tosto  sulle  prepotenze  ghibel- 
line; chè  Francesco  Scoto,  figlio  d'Alberto,  saputo  che  alcuni 
patrizi  imperiali  di  Piacenza  tornavano  da  un  congresso  di  Mi- 
lano,,  indetto  da  Matteo  Visconte,  preparò  loro  la  mala  morte, 
facendo  appiattare  in  un  bosco,  presso  il  ponte  del  Po,  Ruggero 
e  Cabrino  da  Tresseno,  feudatari  del  Corno  e  di  San  Fiorano, 
con  quattordici  cavalieri.  Arrivarono  i  ghibellini  reduci  da  Mi- 
lano, ed,  assaliti,  rimase  prigioniero  Guido  Pallavicino  abate  di 
Val  di  Tolla,  e  tutti  gli  altri  caddero  spenti,  fatta  eccezione  di 
Giovanni  Laudi  che  si  salvò  sotto  il  ventre  del  proprio  cavallo. 

Il  clero  lodigiano  non  s' era  accordato  nel  dare  un  successore 
ad  Egidio  dall'Acqua,  escito  di  vita  dopo  quattordici  anni  di 
vescovato  (aprile  1312).  I  guelfi  raccoglievano  le  loro  simpatie 
sul  canonico  Alcherio  dell'  Acqua,  nepote  al  defunto  ;  i  ghibellini 
proposero  Roberto  Visconte,  parente  di  Matteo  e  canonico  or- 
dinario di  Milano;  ma  e  l'uno  e  l'altro  canditato  caddero  alla 
prova  dell'urna.  Divampò  la  discordia  nella  chiesa  di  S.  Bas- 
siano; i  due  eletti  si  ostinarono  nel  preteso  possesso  del  titolo 
e  del  ministero;  il  temporale  e  lo  spirituale  eran  fra  i  due  con- 
tesi come  a  un  gioco  di  pallamaglio  ;  e  per  sei  anni,  di  scandalo 
in  iscandalo,  lo  scisma  si  prolungò,  e  dalla  mensa  vescovile  si 
distrassero,  per  non  mai  ritornare,  molti  e  cospicui  beni. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


225 


Il  partito  guelfo,  a  mezzo  di  Antonio  Fissiraga,  ricorre  a 
papa  Clemente  V,  che  sospende  e  censura  Roberto  Visconte, 
sì  che  questi  è  costretto  ad  allontanarsi  da  Lodi.  Ma  se  il  Fis- 
siraga teneva  gli  occhi  al  cielo ,  occupandosi  della  questione 
ecclesiastica,  non  abbandonava  nè  meno  dello  sguardo  gli  inte- 
ressi della  causa  guelfa,  allora  in  rigoglio  e  inspiratrice  della 
politica  cittadina.  Indi  il  correre  e  ricorrere  di  lui  per  borghi  e 
per  campi,  e  il  sommovimento  pel  lungo  e  pel  largo  in  tutta 
la  regione,  quasi  non  esistessero  più  le  leggi  d'Arrigo  ed  i 
suoi  rappresentanti  nel  Lodigiano. 

Allora,  fatto  conscio  di  quella  vera  rivoluzione,  l'imperatore 
comanda  al  suo  luogotenente  in  Lombardia,  Guarnerio  d'Homburg, 
di  assalire  e  schiacciare  i  ribelli.  Il  capitano  trae  un  forte  eser- 
cito raccogliticcio  dalle  città  strette  al  patto  ghibellino,  prorompe 
sul  Lodigiano,  se  ne  impadronisce  totalmente,  e  le  carceri  ri- 
gurgitano di  guelfi  prigionieri. 

Quella  che  alcuni  storici  nostrani  non  si  peritano  di  chiamare  la 
giornata  campale  della  Battaina  ebbe  la  sua  rapida  preparazione. 
Gli  esuli  lodigiani,  condottisi  sulla  sinistra  del  Po,  si  accontarono 
coi  piacentini  fuorusciti  dalla  loro  città ,  tentando  d' impedire 
qualsiasi  comunicazione  tra  Galeazzo  Visconte,  vicario  di  Pia- 
cenza, e  le  genti  del  padre  suo  Matteo.  Intanto  Antonio  Fissi- 
raga, Filippo  Langosco,  Simone  e  Francesco  Torriani  e  Gilberto 
da  Correggio  apparecchiavano  in  segreto  1'  audace  colpo  di  mano 
della  sorpresa  di  Piacenza. 

Ma  non  riescirono  nel  loro  intento,  perocché  il  conte  Guarnerio, 
giovato  dai  viscontei  piacentini,  condotti  dal  ghibellino  lodigiano 
Giovanni  del  Corno ,  scontratili  presso  Codogno ,  fieramente  li 
investì  e  li  ruppe  in  un  combattimento  durato  dall'  alba  al  tra- 
monto ;  e,  lasciando  il  vespro  indecisa  la  vittoria,  nel  dì  suc- 
cessivo si  riappiccò  la  zuffa,  ed  il  cavaliere  tedesco  sgominò  sì 
fattamente  gli  inimici  che  questi  volsero  a  fuga  precipitosa. 
Rimase  prigioniero  fra  gli  altri  lo  stesso  Antonio  Fissiraga  (1313); 
del  quale  alcuni  affermano  che  fu  consegnato  in  Milano  a  Matteo 
Visconte  dal  Guarnerio,  mentre  altri  asseriscono  ch'egli  fu  tro- 
vato in  prigione  a  Saluzzo  o  ad  Aosta  da  Marco  Visconte,  e 
da  questi  poi  inviato  a  Milano.  Di  quella  battaglia  rimase  al 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /.  15 


226 


CODOGNO   E  IL  SUO  TERRITORIO 


teatro  della  pugna  il  nome  di  Battaina,  conservato  tuttora  dal 
luogo,  posto  a  meno  d'un  chilometro  a  sud  di  Codogno. 

Giovanni  dal  Corno  —  detto  anche  Ivano  * —  nostro  conter- 
raneo, fu  per  consenso  comune  uno  dei  prodi  capitani  del  suo 
tempo;  ed  anche  misurandosi^oUe  milizie  di  Alberto  Scoto, 
fra  il  Trebbia  e  Piacenza,  ne  riportò  così  fortunato  successo 
che  tra  prigionieri  e  morti  lor  tolse  circa  mille  combattenti 
(agosto  13 13). 

La  giornata  della  Battaina  non  risolse  punto  le  vicende  pu- 
bliche  onde  la  nostra  regione  era  desolata.  Le  sfrenate  soldatesche 
dell' Homburg  diffondevano  il  terrore;  ed  all'opera  di  quei  pre- 
doni faceva  degno  compimento  la  rapacità  di  Galeazzo  Visconte, 
risiedente  in  Piacenza  della  quale  fu  eletto  signore,  dopo  la 
morte  di  Arrigo  VII  (24  agosto  13 13). 

Da  lui  anche  i  cistercensi  di  S.  Stefano  al  Corno  sono  colpiti 
di  taglia  fortissima,  comandata  per  publico  contributo  alle  spese 
di  fortificazione  di  Piacenza.  Essi  si  rifiutano  di  ottemperare  al 
bando  fiscale,  ed  il  loro  convento  e  le  loro  proprietà  sono  mi- 
seramente disertate  (13 13). 

D'altro  lato,  Arnolfo  Fissiraga  e  Paolo  de  Riccardi,  estrinseci 
lodigiani,  disertano  le  terre  de'  concittadini  nemici  e  si  fanno 
padroni  di  Castione,  in  cui  sta  una  guarnigione  tedesca,  e, 
per  tradimento  di  un  Tresseno,  di  Somaglia,  tenuta  dai  pia- 
centini (15  luglio  13 14);  mentre  a  lor  volta  i  guelfi  cremonesi 
—  che  s'eran  dati  a  Roberto  re  di  Napoli  —  predano  i  nostri 
campi  e  rubano  a  man  salva  il  bestiame. 

Galeazzo  Visconte  per  recuperare  Somaglia,  colle  milizie  pia- 
centine delle  porte  Milanese  e  di  S.  Brigida,  va  all'assedio  di 
quella  rocca  (16  luglio).  Fatta  opera  di  mangani  ed  investiti  a 
colpi  di  piccone  gli  sproni,  dopo  nove  giorni  pone  gli  assediati 
in  condizione  di  domandar  patti.  Così  gli  assediati  si  arrendono; 
sessantotto  di  essi  sono  tratti  a  Piacenza;  li  segue  gran  bottino 
di  granaglie  e  d'animali;  e  finalmente,  a  titolo  d'esemplare  ca- 
stigo, tre  dei  prigionieri  di  Somaglia  vi  son  ricondotti  e  crocifissi. 
Poi  il  capitano  visconteo  Nello  da  Massa  sorprende  Maleo  (23 
agosto),  Castelnuovo,  Pizzighettone,  Castione,  dovunque  lasciando 
orme  della  sua  rapacità  spietata;  e,  ad  un  tratto  ripiegando  su 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


227 


Pombio,  cui  tenevano  gli  Scoti,  ne  assale  la  rocca,  la  saccheggia, 
la  arde  e  ne  mena  captivi  di  guerra  gli  abitanti. 

Non  per  questo  si  disanimano  i  guelfi;  chè  anzi,  sempre 
accaniti  contro  Piacenza,  s'argomentano  di  ridurla  per  fame,  e 
-devastano  le  propinque  campagne,  guastando  messi  e  recidendo 
vigneti.  I  contadini  di  Roncarolo,  delle  Caselle  di  Po  e  d'altri 
luoghi  subtus  stratam  tagliano  tutte  le  viti  fruttifere  e  gli  alberi 
domestici  contro  ogni  dritto  e  statuto  ^.  Nè  meravigli  questo 
danno  volontariamente  recato  a  Piacenza  da  genti  agricole  che 
ne  dipendevano,  poiché  la  spiegazione  ne  vien  data  dal  Guarino, 
il  quale  scrive  che  «  il  signor  Galeazzo  non  considerava,  im- 
ponendo prestiti  a  sollievo  delle  miserie  piacentine,  che  tutto 
l'episcopato  di  Piacenza  era  contro  la  città  »  (5  febbraio  13 14). 

.    *  .  . 

Nella  misera  Cremona  si  era  costituita  la  signorìa  di  Giacomo 
Cavalcabò,  marchese  di  Viadana.  Capeggiando  egli  i  guelfi,  tosto 
ebbe  a  contendere  pel  primato  della  città  colle  famiglie  dei 
Ponzoni ,  degli  Amati ,  dei  Picenardi ,  dei  Guazzoni ,  le  quali 
tutte  si  distinguevano  per  potenza  e  clientela.  E  questo  nucleo 
perspicuo  di  ghibellini,  stretta  lega  con  Can  della  Scala  signor 
di  Verona,  con  Passarino  Buonacolso  signor  di  Mantova  e  con 
Luchino  Visconte,  guidato  da  Ponzino  Ponzone,  tentò  cacciar 
di  Cremona  il  Cavalcabò,  a  sua  volta  giovato  dai  bresciani  (13 16). 

Ostinatamente  fiera  ed  orrenda  fu  la  contesa  per  la  quale  e 
la  città  e  il  contado  furono  replicatamente  bagnati  di  sangue  ; 
e  neir  agitarsi  di  quegli  avvenimenti  —  affatto  speciali  alla  storia 
cremonese  —  anche  il  nostro  Castione  ebbe  gravi  danni  (13 14) 
e  Castelnuovo  Bocca  d'Adda  provò  ancora  una  volta  di  quanta 
importanza  strategica  fosse. 

Esso  fu  ricovero  ai  ghibellini  con  Giberto  da  Correggio  dopo 
la  sollevazione  di  Cremona;  ma  da  Ponzino  brevemente  tenuto, 
poiché  vediamo  Galeazzo  Visconte  muovere  alla  ripresa  del  ca- 
stello con  grandi  apparati  di  guerra  terrestri  e  fluviali  (23  no- 
vembre 13 19),  rinnovare  la  spedizione  comandandola  in  persona 
egli  ed  il  figliuol  suo  Azzo,  dopo  aver  fatto  publico  bando  ai 
piacentini  che  la  dignità  di  consigliere  del  comune  sarebbe  spet- 
tata de  jure  a  quanti  (per  quella  impresa  e  per  quelle  contro 
Maleo  e  Castione,  ad  essa  connesse)  dai  torrenti  dell'  Appennino 


228 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


avessero  condotti  al  ponte  sul  Po  e  pietre  e  sassi  da  armare  le 
<:atapulte  e  i  mangani  del  suo  esercito  assediante  (20  maggio 
1320)^.  E  Castelnuovo  fu  espugnato  (i  settembre);  della  qual 
vittoria,  per  altro,  pare  non  fossero  copiosi  i  frutti,  poiché 
—  al  dir  del  Guarino  —  eran  pochi  i  difensori  ed  inferiori  al 
bisogno  il  vino  ed  il  pane;  così  che  a  mo'  d' epifonema  l' anna- 
lista piacentino  conclude: 

—  In  verità,  i  cremonesi  sono  povera  gente! 

*  .  .  . 

Galeazzo  muove  poi  all'assedio  di  Pizzighettone ;  ed  è  carat- 
teristico ch'egli  faccia  accompagnare  la  spedizione  da  oltre  cento 
paia  di  buoi  con  vomeri  ed  aratri,  da  guastatori  e  da  zappatori 
per  distruggere  le  segeti  ed  i  lavori  rusticani  nei  campi  oltre 
l'Adda,  su  cui  fa  costrurre  un  ponte  verso  Maleo  (21  aprile  132 1). 

Pare,  però,  che  il  signor  di  Piacenza,  distratto  da  altre  cure 
guerresche,  non  raggiungesse  l'intento;  perocché  egli  rifaceva 
poi  la  spedizione,  inviando  verso  Pizzighettone  otto  ganzere  ed 
un  ganzerone  per  incendiare  i  mulini  ed  i  ponti  posti  sull'Adda. 
Ma  quei  di  Pizzighettone  s' eran  preparati  ;  si  difesero  intrepi- 
damente con  pietre  e  con  balestre,  sprofondarono  nel  fiume  i 
loro  mulini  per  sottrarli  alla  distruzione  col  fuoco;  ed  obbliga- 
rono i  viscontei  a  rifare  la  percorsa  via,  con  gran  numero  di 
feriti  (6  aprile  1322). 

In  quei  tempi,  come  la  più  parte  delle  italiche  città,  ebbe 
pur  Lodi  il  suo  politico  rivolgimento,  prodotto  da  quell'eterno 
dramma  passionale  che  ha  per  immanchevole  protagonista  la 
donna. 

Sul  cuore  naturalmente  ben  nato  del  popolo  ha  sempre  pre- 
potuto un  nobile  sentimento  di  pietà,  quando  una  donna  do- 
vette piegare  vittima  sotto  la  tirannia  violenta  del  concupiscente 
signore.  La  virtù  innata  nell'animo  degli  oscuri  e  degli  umili  fu 
bene  spesso  poca  favilla  che  secondò  gran  fiamma  d'impensati 
avvenimenti;  e,  come  a  Piacenza  il  popolo  si  univa  ad  Obizzo 
Laudi,  per  cacciare  Galeazzo  Visconte  che  alla  virtuosa  consorte 
di  lui,  Bianchina,  aveva  recato  onta  brutale  (1322),  cosi  anche 
Lodi,  in  quei  giorni  truci,  impersonò  il  suo  moto  d'insurre- 
zione nella  vendetta  pel  disonore  di  una  povera  fanciulla. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


229 


Signoreggiavano  la  città  Giacomo  e  Succio  Vistarini  (novem- 
bre 1328),  il  cui  governo  era  tutto  fatto  di  dissolutezze  e  di 
crudeltà.  Capo  dei  famigli  o  berrovieri  de'  Vistarini  era  Pietro 
Temacoldo  il  vecchio,  già  mugnaio  nel  nativo  Castione.  Costui 
era  il  ministro  e  l'esecutore  più  fedele  d'ogni  turpezza  e  scel- 
leraggine  de'  suoi  signori,  che  dell'opera  sua  fortificati,  in  lui 
avevano  piena  e  cieca  fede.  Ma  la  mala  pianta  del  vizio  matu- 
rava per  lo  sciagurato  castionese  il  pessimo  dei  frutti;  e  un 
tristo  di  egli  venne  a  conoscere  che  ad  una  nipote  sua,  monaca, 
e  sulla  quale  egli  raccoglieva  le  sole  compiacenze  del  proprio 
affetto,  Succio  Vistarini  aveva  recato  l'estremo  oltraggio. 

Nell'animo  cupo  del  vecchio  mugnaio  divampò  bramosia  di 
vendetta;  e  siccome  a  lui  i  fiduciosi  Vistarini  avevan  data  cu- 
stodia di  una  delle  porte  cittadine,  così  al  suo  vindice  intento 
fece  servire  l' uficio  commessogli. 

Nascostamente  introduce  in  Lodi  mille  e  cinquecento  fanti, 
forse  guelfi,  racimolati  nel  contado;  ed  alla  loro  testa  corre  fu- 
ribondo al  palazzo  de'  suoi  signori,  che  gli  vanno  incontro 
chiedendogli  : 

—  Che  cosa,  figliuolo  nostro? 
Temacoldo  risponde: 

—  Uno  signore  satisfa  !  ^. 

E  fa  caricare  di  catene  e  tormentare  i  Vistarini;  li  chiude  in 
carcere,  e  in  quella  vuol  muoiano  di  fame.  Poi,  sgominata  la 
fazione  de'  suoi  antichi  padroni ,  assume  tosto  il  governo  citta- 
dino ;  invia  messi  a  Guglielmo  di  Monteforte,  vicario  imperiale 
in  Milano,  accertandolo  che  egli  non  cederebbe  Lodi  in  potestà 
della  chiesa  e  la  terrebbe  sotto  l' obbedienza  dell'  imperatore.  Ma 
invece,  con  una  fede  a  cui  molto  indulgevano  i  tempi,  conservò 
la  signoria  col  titolo  di  vicario  papale  per  sei  anni,  sino  a 
quando  da  Azzo  Visconte,  acclamato  signore  di  Lodi  (31  agosto 
1335))  Temacoldo  fu  a  sua  volta  fatto  prigione  e  mandato  a 
Milano,  dove  morì,  per  mano  del  carnefice,  nel  castello  di  porta 
Giovia  secondo  alcuni,  o  secondo  altri  di  morte  naturale  dopo 
semplice  confino  entro  le  mura  cittadine. 

Così  la  tirannia  della  piazza  non  ebbe  miglior  ventura  di 
quella  di  palazzo;  episodio,  del  resto,  non  raro  in  quei  dì,  e 
sul  quale  ci  siamo  alquanto  soffermati  perchè  Pietro  Temacoldo, 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


appartenente  per  nascita  alle  terre  nostre,  esciva  da  quella  folla 
senza  nome  di  contadini  subbietti,  i  quali  mai  non  avrebber 
sognata  per  uno  di  loro  le  insegne  dominiche  di  una  città.  ■ 

La  signoria  dei  Visconti  (i 277-1447)  imprime  con  uno  stigma 
indelebile  la  peculiarità  del  proprio  carattere  nella  storia  italiana. 

Incominciano  essi,  piccoli  signori,  ad  affermarsi  nella  battaglia 
di  Desio,  per  cui  i  Torriani  scompaiono,  e  il  vincitore  distende 
il  pastorale  e  la  spada  su  Milano  che  è  fatta  sua;  Matteo  la 
incorona  di  città  sommesse;  il  primo  Galeazzo  vede  sminuita  la 
domestica  fortuna;  ma  Azzo  la  restituisce,  divenuto  vicario  im- 
periale, e  ricomprato  a  contanti  il  diritto  di  rientrare  signore 
in  Milano,  mentre  le  città  lombarde,  dagli  eventi  già  separate 
dal  suo  scettro,  vi  si  inchinano  nuovamente,  giurandogli  fede. 
Luchino  accresce  il  dominio,  reprime  congiure,  fiacca  i  nobili 
staggendone  i  vasti  possessi,  e  rassoda  il  principato  de'  suoi 
con  tali  liberalità  da  palliare  le  sue  perfidie. 

Virtù  e  vizi,  atti  di  clemenza  e  delitti  efferati,  amore  alle  arti 
e  alle  dottrine  e  manie  implacabili  da  delinquenti  formano  la 
sintesi  di  quei  dominatori.  Ma  la  fortezza  nelle  armi  e  la  sag- 
gezza amministrativa,  accoppiate  a  chiaro  lume  politico,  spin- 
gono a  così  alti  destini  la  progenie  viscontea  che  più  di  uno 
storico  insigne  —  in  onta  alla  lunga  serie  di  nefandezze  —  non 
si  ristette  dal  crederla  degna  di  raccogliere  le  sparse  membra 
d'Italia,  unificandole  sotto 

lo  scudo 

In  cui  dall'angue  esce  il  fanciullo  ignudo. 

Luchino  Visconte  del  giusto  talamo  ebbe  poca  gioia,  poiché 
Isabella  del  Fiesco,  sua  sposa  legittima,  dopo  le  lunghe  discordie 
col  marito,  fu  perfino  accusata  d'avergli  propinato  il  veleno- 
micidiale;  ed  il  duca  se  ne  rifaceva  altrove  e  dovunque  fosse,, 
oggi  insidiando  all'  onore  delle  patrizie,  come  la  infelice  Marghe- 
rita Pusterla,  domani  soddisfacendo  all'estro  colla  prima  ignota,^ 
che  diventava  la  madre  di  un  Bruzio,  tiranno  di  Lodi  e  del 
Lodigiano. 

Costui  —  reduce  assoldato  valoroso  nelle  milizie  di  Alberto 
e  di  Ottone,  duchi  d' Austria,  pei  quali  aveva  combattuto  contro- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


231 


Giovanni  re  di  Boemia  —  ebbe  dal  padre  che  lo  prediligeva 
la  potesteria  di  Lodi  (1336);  ma  così  torbidamente  vi  si  con- 
dusse che  quando  morì,  povero  e  negletto  in  un  casolare  del 
Padovano,  dissero  esser  morto  il  diavolo;  leggenda  questa  che 
nel  concetto  grossolano  delle  plebi  si  ri- 
peteva allora  in  diversi  casi  e  per  diversi 
tiranni  ^. 

Tra  le  altre  prepotenze  dell'  illegittimo 
Visconte,  havvi  pur  quella  dell'aver  co- 
stretto il  vescovo  Luca  Castello,  un  fraticello 
umile  e  buono,  ad  investirlo  per  titolo 
d'affitto  di  parecchi  beni  della  mensa,  posti 
a  Meleti,  a  Codogno,  a  Castione  ed  al- 
trove (1344). 

Nel  primo  anno  Bruzio  stette  ai  patti  ;  nel 

,  11-  r  •  ^  1       Bruzio  Visconte. 

secondo  non  soddisiece  compiutamente  al 

proprio  tributo  —  circa  lire  trecento  e  cinquanta  paia  di  capponi  — 
e  nel  terzo  non  diede  più  nulla,  sebbene  a  lui  pagassero  floride 
pensioni  altri  cui  egli  aveva  illegalmente  subaffittati  i  beni  lo- 
catigli. Invano  il  vescovo  ne  mosse  gravi  lamentele  :  nulla  ottenne 
contro  il  prepotente,  e,  stanco  della  impari  lotta,  discese  dalla 
sua  catedra,  ritirandosi  nella  patria  Como.  Dovette  intervenire 
la  morte  di  Luchino  (24  gennaio  1349)  perchè  egli  tornasse 
alla  sua  sede,  ignominiosamente  cacciatone  Bruzio,  e  recuperasse 
i  possessi  carpitigli. 

Meno  fortunati  di  Luca  Castello  furono  quei  patrizi  di  Lodi 
cui  la  mano  rapace  del  tiranno  aveva  confiscati  le  posses- 
sioni; poiché  invano  ne  richiesero  la  restituzione  al  successor 
di  Luchino ,  Giovanni ,  che  le  aveva  conferite  al  patrimonio 
ospitaliero  di  S.  Ambrogio  in  Milano;  sì  che  furon  costretti  a 
giovarsi  della  causa  intentata  dal  vescovo  Cadamosto  perchè  loro 
venisse  fatta  ragione. 

Era  venuto  in  signoria  di  Lodi  il  nepote  di  Giovanni,  Barnabò 
Visconte  (1355^,  e  questi,  ripetendo  secondo  il  sistema  di  Bruzio 
le  rapine  sugli  averi  altrui,  compresi  parecchi  della  mensa  epi- 
scopale, il  successore  di  Luca  Castello  gliene  mosse  rimostranze 
vivissime;  i  nobili  spropriati  si  unirono  a  lui,  e  —  modello  di 


232 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


lodevole  indipendenza  di  giurisdicente  in  tristissimi  tempi  — 
Roggero  Biffio  interloquì,  dando  il  torto  al  suo  principe  (9  gen- 
naio 1358),  e  Andreolo  Dugnano,  giudice  d'appello,  confermava 
tosto  l'equa  sentenza  (27  febbraio);  per  la  quale,  tra  gli  altri 
beni  restituendi  alla  mensa,  eran  quelli  di  Castione  e  di  Codogno. 

Mal  s'accorderebbe  colle  su  esposte  notizie  l'affermazione  del 
Cortemiglia  Pisani  e  d' altri  —  confortata  da  ciò  che  si  legge 
nella  relazione  dei  sinodi  terzo  e  settimo  —  per  la  quale  dopo 
la  morte  di  Barnabò  Visconte  il  vescovo  Cadamosto  avrebbe 
richiesto  a  Gian  Galeazzo  che  fossero  resi  i  beni  alla  mensa 
(4  ottobre  1387),  già  toltile  prima  da  Bruzio  e  poi  da  Barnabò, 
così  che  r  antistite  potè  recuperare  e  feudo  e  decime  di  Codogno, 
Castione,  Meleti  e  dei  Chiosi.  A  noi  sembra  più  convincente 
l'opinione  di  Cesare  Vignati  da  noi  riportata;  poiché  troviamo 
nello  scarso  archivio  comunale  di  Codogno  un  rogito  del  notaro 
Morone  col  quale  il  vescovo  Castello  donava  ai  poveri  codognesi, 
ad  uso  erbatico  e  legnatico,  il  Bosco  di  Codogno  (11  giugno 
135 1):  cinque  mila  pertiche,  parte  a  selva  e  parte  a  palude, 
residua  questa  del  lago  Barili  prosciugato  tra  Fombio  e  Somaglia. 
E  un  mese  dopo  la  donazione  del  vescovo  (7  luglio),  questi  in- 
vestiva Arnolfo  Fissiraga,  a  rogito  Bpnone,  delle  decime  di 
Castione  e  terre  confinanti  ^  ;  investitura  confermata  nei  Fissi- 
raga dal  vescovo  Pietro  della  Scala  (19  marzo  1389)  e  dal 
vescovo  Bonifazio  Bottigella  (14  giugno  1396),  a  ciò  costretto 
dalla  perturbazione  dei  suoi  vassalli  castionesi. 

> 

Giovanni  Visconte,  arcivescovo  di  Milano  e  dichiarato  erede 
del  principato  dal  consiglio  di  Milano  (gennaio  1349),  fu  anch' egli 
governato  dalla  ambiziosa  cupidigia  de'  suoi  maggiori,  e  trovò 
graziosa  la  fortuna  che  gli  permise  di  arrotondare  l'avito  pa- 
trimonio. Egli,  pretestando  che  i  conti  Palatini  di  Lodi  fossero 
già  incorsi  in  crimine  di  fellonia  (i  marzo  1347),  appena  potè 
confiscò  loro  i  beni  del  Pizzolano,  ben  quattromila  duecento 
cinquanta  pertiche,  e  molti  altri  presso  Zorlesco  e  Casalpuster- 
lengo  ^.  I  beni  del  Pizzolano  erano  poi  donati  dal  Visconte 
ai  monaci  dell' ospitaletto  di  Senna  (31  marzo  1353),  a  dimo- 
strazione di  grato  animo  per  le  accoglienze  oneste  e  liete  da 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


essi  usategli  quando,  recandosi  egli  da  Pavia  a  Cremona,  fu  loro 
ospite  nel  convento,  di  cui  era  priore  Jacopo  de  Armazoli 

Di  altre  fiorite  liberalità  si  compiacquero  i  Visconti,  e  tanto 
più  se  l'obbietto  di  esse  non  era  che  il  mal  tolto  e  il  peggio 
tenuto.  Barnabò  dava  in  munifico  regalo  alla  moglie  Regina 
della  Scala  —  da  alcuni  detta  Caterina  o  Beatrice,  donna  dal 
piglio  orgoglioso  ed  insaziabile  nell' accumular  tesori  pei  figli*  — 
parecchie  rocche  del  Lodigiano,  fra  le  quali  Castelnuovo  (1370), 
dal  donatore  restaurato,  fortificato  e  fatto  deposito  per  l'armata 
del  Po.  Ed  avendo  Barnabò  stesso  sei  anni  prima  ordinata  la  demo- 
lizione dei  forti  di  Gera  —  secondo  Domenico  Bordigallo  —  costruì 
la  cittadella  di  Pizzighettone  ed  un  ponte  suU'  Adda  per  bellezza 
meraviglioso,  che  —  al  dire  di  Paolo  Morigia  —  fu  poi  distrutto. 

Contemporaneamente  il  fiero  Visconte  alla  consorte  faceva 
presente  del  feudo  di  Somaglia  con  Castelnuovo  di  Roncaglia; 
ma  r  anno  dopo  —  spogliatone  il  vescovo  di  Lodi  per  le  decime 
che  pagavano  alla  mensa  gli  abitanti  della  terra  —  questa  rito- 
_glieva  alla  moglie  per  conferirla  a  Nicolò  Cavazzo  (137 1). 

Da  ciò  la  duratura  riconoscenza  dei  Cavazzi  ;  a  testimone 
perpetuo  della  quale  sogguarda  tuttavia,  dall'alto  dello  scalone 
d'onore  nel  castello  di  Somaglia,  il  cupo  ritratto  di  Barnabò. 
E  in  grande  abito  rosso,  incappucciato,  minaccioso  in  volto  e 
la  gran  barba  fluente;  ha  lo  scettro  in  mano  e  il  cane  a'  piedi, 
iconologia  storica  delle  angoscie  d'un  popolo  sottoposto  perfino 
al  canile,  in  cui  il  signore  riponeva  le  sue  massime  compiacenze. 


234 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XXII. 

^  Pier  Maria  Campi  -  Storia  ecclesiastica  di  Piacenza. 

^  Guarino  -  Chronicon  placentinum. 

^  Bernardino  Corio  -  Storia  di  Milano. 

*  Le  piaggerie  cortigianesche  non  mancarono,  però,  di  accarezzare  anche 
Bruzio.  Infatti,  il  ritratto  che  noi  publichiamo  di  lui  è  tolto  da  un  codice 
miniato  esistente  presso  la  famiglia  Archinto  di  Milano,  e  recante  una 
poesia  in  suo  onore,  dettata  da  Bartolomeo  da  Bologna  di  Bartoli. 

Correda  la  poesia  una  tavola  in  cui  Bruzio  cavalca  tra  alcune  figure 
simboliche,  quali  il  Vigore  e  il  Senso,  pure  a  cavallo,  l'Intelligenza  e  la 
Circospezione.  Il  prefato  Bartolomeo,  compositor  operis ,  sta  ginocchiato 
davanti  al  palafreno  di  Bruzio,  ed  a  lui  parlano  due  donne  anziane,  raffigu- 
ranti la  Discrezione  madre  di  tutte  le  virtù  e  la  Docilità  madre  delle  scienze, 

^  Defendente  Lodi  -  Manoscritti  nella  biblioteca  comunale  di  Lodi. 

^  Ruggero  Palatino  era  investito  delle  decime  di  Senna  dalla  mensa  ve- 
scovile; ma  Luca  Castello  ne  revocava  l'investitura  perchè  il  conte,  dopo 
la  confisca  dei  beni  del  Pizzolano,  non  soddisfaceva  più  alle  ragioni  del 
contratto  (7  aprile  1349). 

Felice  Maria  Nerino  -  Storia  dei  girolamini. 

*  Bernardino  Corio  -  Storia  di  Milano. 


CAPO  XXIII. 


I  feudi  terrieri  —  I  Gavazzi  —  I  Bevilacqua  —  I  Borromei  —  I  Pu- 
sl.erla  —  I  Fissiraga  —  I  Tresseni  —  Gli  Scoti  —  I  Laudi  -r-  I 
Casati  —  I  Bonacolsi. 


INTI  ardui  momenti,  la  signoria  dei  Visconti,  si  avvia 
a  queir  apogeo  che  sarà  poi  ancor  più  illustrata 
dalla  sequenza  degli  Sforza.  E  da  Milano  allargando 
mano  mano  il  suo  dominio  dalle  plaghe  lombarde 
all'alpi  Gamiche  ed  all'appennino  senese,  prova  la  necessità, 
già  risentita  dai  passati  conquistatori,  di  legare  strettamente  a  sè 
col  vincolo  intermedio  del  feudo  le  terre  ed  i  popoli  dipendenti. 

E  il  rinnovellamento  dei  ducati  longobardi,  delle  contee  e 
delle  marche  carolingie;  è  il  guiderdone  medesimamente  dato  ai 
guerrieri  tedeschi,  con  questa  sola  differenza,  che  l'indole  del 
feudo  visconteo  è,  sebbene  d'origine  per  lo  più  militare,  di 
carattere  supremamente  politico.  Nei  dì  della  fortuna  la  casa  dei 
Visconti,  rammentando  quelli  delle  prove,  compensava  i  cam~ 
pioni  di  sua  sorte  gloriosa;  e,  pure  creando  quella  formidabile- 
unità  che  fu  il  ducato  di  Milano,  e  che  dopo  la  republica  di 
Venezia  rappresentò  nella  storia  d'Italia  il  nucleo  più  grande 
e  più  fortunato  di  un  dominio  indipendente,  lo  rafforzava >• 
aiutando  con  locali  investiture  gentilizie  lo  svolgimento  delle 


236 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


forze  diverse,  a  seconda  che  dalle  diversità  delle  genti  e  dei 
luoghi  eran  prodotte. 

Sorge  quindi  fra  noi,  ora,  la  efflorescenza  del  feudo;  che  è 
indubbiamente  tardiva  al  paragone  di  altre  parti  d'Italia,  e  che 
trova  la  sua  ragione  d' essere  in  una  caratteristica  affatto  nuova 
e  differente  dalle  altre.  I  Visconti  non  investono  soltanto  i  loro 
fedeli  del  diritto  bonitario,  ma  costituiscono  altrettanti  piccoli 
stati  con  tutte  le  attinenze  legislative  ed  esecutive. 

Ed  ecco  come  dallo  scorcio  del  secolo  XIV  la  vita  rustica  fra 
noi  si  impersonò  nella  soggezione  —  del  resto  bene  accetta 
perchè  relativamente  e  generalmente  mite  e  benefica  —  di  un 
nome  illustre,  il  cui  ricordo  sopravvive  tuttavia  nelle  tradizioni 
e  negli  istituti  locali. 

Dei  Gavazzi,  dei  Bevilacqua  e  dei  Borromei  compaiono  prime 
le  prosapie;  e  ad  esse  ci  incombe  di  recare  qualche  linea  illu- 
strativa, poiché  delle  opere  loro  in  progresso  di  tempo  saremo 
chiamati  annotatori  e  giudici,  come  quelle  che  si  compenetrano 
con  quasi  tutte  le  vicende  conformanti  la  vita  publica  della  regione. 

Nobiltà  di  natali,  prodezza  nell'armi,  governo  massaio,  spiriti 
alieni  di  guerresche  discordie,  giustizia  ministrata  normalmente  .  | 
secondo  i  criteri  dell'onestà,  omaggio  agli  ingegni  preclari,  svi- 
luppo delle  arti  fatte  inservire  al  lustro  migliore  delle  case  avite, 
temperata  condiscendenza  alle  prime  necessità  di  queste  plebi 
agricole  per  le  quali  la  terra  fu  nei  secoli  l'unica  risorsa,  ri- 
nuncia assoluta  ai  turpi  privilegi  delle  antiche  signorie  crudeli  ; 
ecco  r  aspetto  grato  ed  intero  cui  presenta  il  feudalismo  civile 
conseguente  al  fatto  dei  Visconti;  ben  distinguendo  tra  esso  e 
quello  traente  origine  diversa  nelle  nostre  terre,  come  pei  Laudi 
e  per  gli  Scoti. 

Abbiamo  alluso  alla  vita  rusticana  e  citati  dei  nomi  per  di- 
stinguere recisamente  il  signor  di  campagna  da  quello  di  città. 
Altri  criteri,  infatti,  sono  ad  usarsi  ove  il  ricordo  si  diparta  da 
feudatari  svolgenti  e  dritti  e  poteri  fra  mura  cittadine,  dove 
l'attrito  fra  l'elemento  popolesco  immediatamente  subbietto  a 
forme  di  costituzione  politica  più  arruffate,  meglio  e  talora  più 
duramente  si  faceva  sentire  per  mezzo  dell'  oppressione  personale 
che   non   nel   contado  aperto.   Qui,   modestissime  essendo  le 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


aspirazioni  economiche  dei  sudditi  e  nulle  affatto  quelle  poli- 
tiche,  diveniva  meno  urtante  e  quasi  patriarcalmente  esercitato 
il  dritto  di  signoria;  tanto  è  vero  che  le  gioie  e  le  sventure 
del  sire  erano  quelle  del  popolo,  appassionantesi  ai  fasti  della 
«  illustrissima  casa  »  come  di  cosa  propriamente  sua:  nascite ^ 
nozze,  morti  eran  tutta  la  cronaca  magnatizia  insieme  a  quella 
degli  umili  casolari. 

-  Spettacolo  confortante  per  quei  tempi,  in  cui  i  principi  edu- 
cativi del  popolo  poggiavano  su  cardini  essenzialmente  differenti 
dagli  odierni;  ma  che,  per  altro,  vien  meno  dove  la  semplice  vita 
campestre  assume  parvenze  cittadine  o  borghesi,  dove  lo  spirito 
industre  anima  le  svariate  iniziative,  e  gli  interessi  si  attirano 
e  si  respingono,  e  la  lotta  per  la  vita  si  risente,  ed  un  certo 
fumo  di  indipendenza  individuale  produce  la  coscienza  dell'egua- 
glianza fra  grandi  e  piccoli  ;  sì  che  oltre  gli  orizzonti  del  pro- 
prio vantaggio  materiale  l' uomo  scorge  la  visione  d' una  futura 
parità  politica,  nella  quale  troveranno  posto  e  soddisfacimento 
le  sue  richieste  e  le  sue  proteste,  fatte  valere  nei  modi  e  nelle 
forme  di  una  rappresentanza  giuridica  e  democratica. 

Tra  le  più  antiche  famiglie  feudali  del  nostro  territorio  tiene 
cospicuo  luogo  quella  dei  Gavazzi  della  Somaglia. 

Dissertano  variamente  gli  storici  sulla  origine  di  questa  inclita 
prosapia.  Alcuni  la  dicon  venuta  da  Como  ;  tra  questi  Cristoforo 
Poggiali*,  il  quale  —  a  proposito  dell'elezione  del  conte  Annibale 
della  Somaglia  a  commissario  generale  delle  poste  della  ducea 
farnesiana  (23  gennaio  1704)  —  la  nomina  anche  Capece,  così 
come  Pietro  Crescenzi  ^  la  dice  Capecci  o  Capacci.  Altri  la  vo- 
gliono oriunda  di  Cremona;  di  Milano  non  pochi,  ed  altri  ancora 
di  Monza,  fortificati  da  un  documento  dell'archivio  vescovile  di 
Lodi,  pel  quale  il  vescovo  Cadamosto  affittava  per  nove  anni 
il  dritto  di  decima  e  di  decimazione  in  tutto  il  suolo  di  Castel- 
nuovo  di  Roncaglia  a  Nicolorino  Gavazzi  di  Monza,  castellano 
di  Melegnano,  pel  prezzo  e  valore  d'un  bel  capretto  grosso 
(21  giugno  1367).  '  - 

Ma  quest'  asserzione,  che  Giovanni  Agnelli  ^  considera  in  merito- 
decisiva,  viene  seriamente  contestata  da  Giorgio  Giulini.  Egli 
accenna  ad  un  Trinzano  Gavazzio,  giureconsulto  milanese,  da 


238 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Matteo  Visconte  inviato  qual  potestà  suo  in  Vigevano  (1299); 
a  Cuccio  Gavazzio  (1322);  ai  decurioni  di  Milano  Erasmo, 
Francesco  e  Gian  Antonio  Gavazzi,  nonché  a  Carlo  Gerolamo 
Gavazzio,  del  quale  rimasero  copiose  notizie  statistiche  ed  eco- 
nomiche sul  ducato  di  Milano.  Ne  è  a  tacersi  che  anche  un 
Petrino  Cavazzi  era  di  costoro  contemporaneo,  come  risulta  dalla 
data  posta  sotto  il  ritratto  di  esso,  più  o  meno  autentico,  esi- 
stente nel  solitario  palazzo  che  fu  già  il  castello  di  Somaglia. 

Barnabò  Visconti,  vicario  imperiale,  investiva  i  Cavazzi  del 
feudo  nobile  e  gentile  della  Somaglia  (10  luglio  137 1).  Eviden- 
temente dei  luoghi  di  Castelnuovo  roncagliese  e  di  Somaglia  i 
Cavazzi  non  avevano  in  quei  primi  tempi  il  feudo  corporale, 
poiché  l'anno  antecedente  (1370)  lo  stesso  Barnabò  aveva  do- 
nato —  come  si  é  visto  nel  capo  precedente  —  a  sua  moglie 
quei  luoghi  con  alcuni  altri  del  Lodigiano,  e  poiché  proprio 
al  5  maggio  di  quel  1371  é  registrata  una  vendita  a  Guizzino 
Gavazzo,  figlio  di  Prevedolo,  di  terreni  zerbidi  e  boschivi  in 
territorio  di  Castelnuovo  medesimo  «  presso  la  valle  dei  Ladroni, 
coerenti  al  Lambro,  al  Po  e  ad  alcuni  beni  di  Nicorolo  Cavazzi 
monzese  »  ;  mentre  altro  acquisto  fondiario  lo  stesso  Guizzino 
fa  da  Martino  Palatino  di  Pinamonte,  risiedente  appunto  nel 
-castello  di  Somaglia. 

Gian  Galeazzo  toglieva  quel  feudo  ai  Cavazzi,  perché,  grati 
al  loro  autore,  essi  parteggiavano  per  Barnabò,  e  lo  aggiungeva 
ai  munifici  doni  già  da  lui  fatti  alla  propria 
madre  Bianca  di  Savoia  (4  dicembre  1386).  Ma 
Somaglia  veniva  restituita  ai  Cavazzi  da  Gio- 
vanni Maria  Visconte  (1407),  che  li  creava  conti 

 T-g —    -     e  baroni   e   loro   concedeva  di  inquartare  nel 

J     proprio  stemma  la  biscia  di  sua  famiglia,  col 
^N.iim  fanciullo  nudo  escente  di  bocca.   Ed  un  altro 

Gavazzi  Visconte,  Filippo  Maria,  mutando  talento  per 
DELLA  Somaglia.  j^-^^^-^i-  d'eventi,  spossessava  da  capo  i  signori 
di  Somaglia,  ch'egli  attribuiva  in  potestà  di  Nicolò  Piccinino 
(1441),  e  confermava  poi  ai  figli  di  quel  famoso  condottiero, 
Francesco  e  Jacopo,  a  mezzo  del  suo  consigliere  Franchino  da 
Castione  (i  marzo  1445). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Cadde  la  potenza  viscontea  con  Filippo  Maria,  il  cui  nome 
la  storia  ha  scritto  con  atro  lapillo,  ultimo  prodotto  d'una 
schiatta  degenerata.  Egli  non  potè  perpetuarla  nè  per  prole  di 
giuste  nozze  nè  per  frutto  d'illegittimi  talami,  che  pur  gli  ri- 
<:usarono  discendenza  maschile  ;  e  fu  mercè  ancora  se  la  figliuola 
sua  naturale,  Bianca  Maria  avuta  dall'amasia  Agnese  del  Maino, 
potè  trasferire  nel  marito  Francesco  Sforza  la  sovranità  del 
ducato.  Fu  Francesco  Sforza  appunto  che,  restituendo  Somaglia 
ai  Gavazzi  (28  giugno  1450),  confermò  il  loro  possesso  feu- 
dale, la  loro  nobiltà  e  i  titoli  comitali  e  baronali  (3  feb- 
braio 145 1)*.  In  quella  congiuntura  fregiò  pure  il  loro  blasone 
dei  tre  anelli  simbolici,  il  cui  significato  è  tuttavia  enigmatico, 
e  che  a  quel  tempo  erano  pure  usitati  dai  Borromei,  dai  San- 
severino,  dai  Biraga  di  Lombardia  e  dai  Medici  di  Firenze. 

Come  la  potenza  dei  Cavazzi  della  Somaglia  ebbe  sua  causa 
dalle  liberalità  di  Barnabò,  quella  invece  dei  Bevilacqua  —  prognosi 
germanica  ed  accasatasi  nel  XII  secolo  prima  in  Ala  di  Trento, 
poi  a  Verona,  a  Ferrara,  a  Bologna  ed  a  Pavia  —  originò  dalla 
gratitudine  di  Gian  Galeazzo  Visconte,  il  quale  così  compensava 
Guglielmo  Bevilacqua  della  partecipazione  sua  al  disarmo  ed 
all'arresto  dell'odiato  zio. 

E  noto  che  Gian  Galeazzo,  avendo  divisato  di  torsi  da  torno 
Barnabò,  esci  di  Pavia,  di  cui  era  signore,  con  parecchi  suoi 
fidi,  annunciando  volersi  recare  in  peregrinaggio  al  sacro  monte 
di  Varese  ;  e ,  come  fu  presso  Milano ,  fraudolento  nel  cuore  e 
nella  parola,  mandò  a  dire  a  Barnabò,  suo  suocero  e  zio,  che 
venisse  a  salutar  lui  che  passava.  Così  avvenne  :  a  porta  Vercel- 
lina  caddero  i  due  Visconti  l'uno  fra  le  braccia  dell'altro;  ma 
non  appena  Barnabò  erasi  sciolto  dall'amplesso  giudaico,  gli 
uomini  d' arme  di  Gian  Galeazzo  gli  furon  sopra  :  Jacopo  dal 
Verme  gli  strappò  di  mano  la  verga  ducale.  Otto  da  Mandello 
•con  ferreo  braccio  gli  arrestò  al  morso  la  mula,  e  Guglielmo 
Bevilacqua  —  narra  il  Muratori  —  gli  recise  la  correggia  onde 
la  spada  si  assicurava  alla  cintura,  togliendogli  insieme  l'arma 
maggio  1385).  Nè  fu  posto  tempo  di  mezzo,  chè  Barnabò  fu 
fatto  captivo  nel  castello  di  porta  Giovia,  e,  giratogli  in  capo 


240 


CODOGNO  E  IL   SUO  TERRITORIO 


un  irrisorio  simulacro  di  processo,  lo  insepolcrarono  vivo  ne! 
castello  di  Trezzo,  ove  dopo  sette  mesi  morì. 

Dell'  ausilio  poderoso  dato  in  quell'  occasione  volendo  Gian 
Galeazzo  debitamente  rimeritare  Guglielmo  Bevilacqua,  gli  donò  il 
castello  e  il  villaggio  di  Maccastorna  o  Belpavone  (22  luglio  1385),. 
che  apparteneva  a  Lodovico,  figliuolo  di  Barnabò,  per  vendita 
fattagliene  da  Luchino  Visconte  (31  ottobre  1381);  ed  insieme 
gli  conferiva  in  perpetuo  per  sè,  successori  ed  eredi  la  cittadi- 
nanza  di  Cremona  e  di  Milano;  salvo  aggiungere  alla  donazione 
di  Maccastorna  i  feudi  di  Corno  Giovane  e  Corno  Vecchio,  colle 
tenute  di  Maleto  (Maleo),  Passone,  Larderà,  Cavarizia  (Cavarezza) 
e  Canneta  (presso  Guardamiglio),  coi  molini,  passi,  decime  e 
tutti  i  dritti  ai  fondi  inerenti  (16  luglio  1391). 

Riservandoci  di  narrare  i  grossi  avvenimenti  perpetratisi  in 
quello  strano  e  formidabile  maniero  (tuttora  di  proprietà  dei 
Bevilacqua)  a  quando  si  parranno  avanti  in  queste  pagine  la 
figura  terribile  di  Gabrino  Fondulo  e  quella  non  meno  truce 
di  Teodoro  Trivulzio,  ci  basti  qui  il  ricordare  che  Guglielmo 
e  i  discendenti  suoi  lungo  i  secoli  XIV  e  XV  gradatamente  creb- 
bero di  territorio  e  di  possanza.  Non  solo,  infatti,  ebbero  ra- 
gione e  scossero  le  manomissioni  violente  del  mentovato  Fondulo 
e  dei  Cavalcabò  cremonesi,  dei  bresciani,  dei  fiorentini,  dei  veneti, 
che  a  varie  riprese  conquistarono  e  riperdettero  Maccastorna; 
non  solo  questo  forte  baluardo,  mal  tolto  da  Giovanni  Vignate^ 
a  Galeazzo  ed  a  Francesco  fratelli  Bevilacqua  tornava  per  volere 
del  duca  di  Milano  (9  febbraio  141 7);  ma  essi 
s'  allargarono  in  quasi  tutta  Lombardia ,  nelle 
terre  venete  e  nelle  emiliane. 

Liberati    con   privilegio    speciale    di  qualsiasi 
peso  su  tutti  i  propri  allodi  nello  stato  milanese, 
per  diploma  di  Filippo  Maria  Visconte  (11  maggio 
1440);   arrotondati   i   loro   possessi   in  Larderà, 
Bevilacqua.     ^-  investito  Onofrio  Bevilacqua  dal  ve- 

scovo (1452);  non  più  conti,  ma  per  volere  di  Lodovico  il  Moro, 
marchesi  di  Maleo  (1485),  i  Bevilacqua  salirono  ad  altissima 
sede  fra  le  più  potenti  aristocrazie  regionali.  Non  per  nulla 
direbbesi  che  parlante  fosse  nel  loro  blasone  l'emblematica  ala 
in  campo  rosso. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


241 


Non  v'ha  storico  lombardo  che  non  dedichi  indagini  speciali 
agl'incunabuli  dei  Borromei,  l'antica  gente  tosca  di  San  Mi- 
niato, che,  alleata  per  matrimoni  ai  Vitàliani  di  Padova,  venne 
poi  in  Milano,  di  cui  ottenne  la  cittadinanza  (1394). 

Dalla  loro  terra  d'  origine  —  dove  avevano  esercitata  la  nobile 
arte  della  mercatura  dei  panni  —  i  Borromei  recavano  nella 
metropoli  lombarda  quella  saggia  economia  e  quelle  consuetudini 
massaie  le  quali,  congiunte  ad  una  mirabile  probità,  improvvi- 


II  castello  di  Camairago. 

sano  le  più  cospicue  fortune.  Per  ciò  essi  non  solo  per  via  delle 
armi,  ma  altresì  per  le  proprie  forze  finanziarie  così  benemeri- 
tarono  dei  Visconti,  ed  entrarono  nelle  grazie  loro,  che  Vita- 
liano Borromeo  stette  tesoriere  del  suo  per  Filippo  Maria,  quando 
questi,  per  le  guerresche  spese  sostenute  durante  la  sua  belligera 
ducea,  si  trovò  allo  estremo  d'ogni  risorsa. 

Nè  Filippo  Maria,  per  quanto  triste  e  malvagio  e  contro  il 
consueto,  volle  obliare  il  bene  ricevuto;  e,  per  rimunerare  il 
generoso  sovventore,  accordava  al  conte  Vitaliano  il  feudo  delle 
^terre  di  Camairago  e  di  San  Vito,  con  mero  e  misto  imperio, 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /.  16 


242 


con  esenzione  per  quei  beni  dai  publici  gravami  e  con  facoltà 
di  fortificare  il  paese  (20  settembre  1440). 

Dieci  anni  dopo  il  duca  Francesco  Sforza  —  il  quale  aveva 
combattuto  presso  Camairago  contro  i  veneziani  (30  agosto  1447) 
e  forse  pensava  che  niun  luogo  più  acconcio  di 
quello  vi  fosse  per  stabilirvi  un  punto  di  difesa  — 
confermava  il  feudo  e  la  facoltà  di  fortilizio  nel 
conte  Filippo  Borromeo  (5  maggio  1450),  che 
ne  usò  tosto.  E  non  furono  indarno  nè  il  pre- 
sagio del  duca  nè  il  castello  del  conte,  poiché  i 
successivi  fatti  d'arme  provarono  ripetutamente 
quanta  importanza  tattica  avesse  quella  postura, 
dominatrice  dell'  Adda  e  sempre  necessariamente  danneggiata 
dagli  accorrenti  e  ricorrenti  stranieri  invasori. 

Del  resto,  più  che  per  le  armi  andò  famosa  la  gente  Borromea 
pel  culto  di  civili  discipline  e  per  le  eccelse  dignità  prelatizie; 
poiché,  se  di  questa  famiglia  un  Vitaliano  e  un  Giulio  Cesare 
caddero  sui  campi  di  guerra,  Carlo  e  Federico  pervennero  ai 
posteri  non  solo  come  riformatori  dei  rilassati  costumi  del  clero, 
ma,  anche  attraverso  a  intolleranze  eccessive  nella  loro  indole 
ascetica,  precinti  da  quella  aureola  fulgidissima  che  ha  nome  di 
pietà  e  di  misericordia  per  i  poveri,  per  gli  umili,  per  gì'  infermi. 

Detto  di  alcune  stirpi  feudali  fattesi  eminenti  nella  regione 
nostra  in  virtù  delle  liberalità  viscontee,  occorre  compire  il  quadro 
con  qualche  cenno  riferentesi  ad  alcune  altre  nobili  e  potenti 
famiglie  che  già  prima  del  dominio  dei  Visconti  tenevano  fra 
noi  sede  sovrana. 

Non  ci  é,  dunque,  concesso  di  trascurare  il  ricordo  dei  si- 
gnori da  Pusterla,  dei  quali  il  nome  è  altresì  raccomandato  al 
suffisso  gentilizio  del  prossimo  Casale,  che  fu  dal  fiabista  Tito 
Omusio  Tinca  —  come  si  è  già  osservato  —  chiamato  dal  titolo 
dei  pistores  romani,  con  una  etimologia  giustamente  irrisa  dal 
nostro  buon  frate  Goldaniga. 

Se  non  che,  tutt' altro  che  facili  a  risolversi  si  presentano  i 
prodromi  dei  Pusterla,  i  - quali  non  poterono  sottrarsi  (come,  del 
resto,  avvenne  per  quasi  ogni  progenie  nobiliare  d'Italia)  alla 
invasione  della  compiacente  e  lusinghiera  leggenda. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


243 


Con  quale  serietà,  infatti,  potremmo  accogliere  l'opinione  ro- 
manzesca riportata  dal  Bugati  ^ ,  la  quale  fa  derivare  i  Pusterla 
niente  meno  che  da  Ambigato  re  dei  celti?  Nè  si  può  accettare 
il  pensiero  del  Crescenzio,  il  quale  —  eco  fedele  del  suo  secolo 
piaggiatore  —  vuol  riconoscere  a  capo  stipite  della  branca  mi- 
lanese dei  Pusterla  un  Guido,  marchese  dell'Alpi  che  separano 
la  Lombardia  dalla  Elvezia  e  dalla  Rezia;  Guido  che,  soldato 
della  chiesa  (822),  debellava  a  Taranto  gli  invasori  saracini , 
scacciandoli  poi  in  dirotta  dal  porto  d' Ostia  e  di  Civitavecchia, 
e  per  tali  gesta  onoratissimo  da  Carlo  Magno,  da  Lodovico  il 
pio  e  da  Lotario.  Come,  infine,  sottoscrivere  senza  riserve  alla 
narrazione  del  Latuada^,  che  nomina  fra  i  primi  cavalieri  mi- 
lanesi in  Terra  Santa  un  Angilberto  Pusterla? 

Ciò  che,  invece,  parrebbe  vero  si  è  che  fino  dai  giorni  re- 
moti la  casa  dei  Pusterla  fosse  divisa  in  due  rami  paralleli , 
quello  milanese  e  quello  lodigiano.  Sappiamo,  intanto,  che  Casale 
ebbe  il  suffisso  «  de  Gausarii  »  o  «  Causale  »  fino  al  principio 
del  secolo  XIII,  poiché  in  una  carta  di  livello  (1223)  quel 
luogo  sostituiva  all'  aggiunto  primitivo  quello  «  de  Pusterlen- 
ghis  »  ^. 

Ricordiamo  che  Amaione  Pusterla  stette  vescovo  di  Lodi  (891) 
per  più  di  un  lustro,  e  che  —  secondo  il  Porro  ^  —  fu  di  antica 
e  ragguardevole  casata  lodigiana,  e  sepolto  coi  suoi  maggiori 
nella  catedrale.  Il  Vignati  aggiunge  nelle  sue  opere  pregievoli 
il  ricordo  di  un  Adamo  Pusterla  console  di  Lodi  (1143);  di 
un  Petraccio  Pusterla,  citato  dal  Morena  fra  i  soldati  lodigiani 
morti  combattendo  contro  Milano  ;  d' un  Trincafoglia  Pusterla 
potestà  di  Lodi  (1165);  d'un  Giacomo  e  d'un  conte  Anzilerio 
Pusterla,  pari  della  curia  vescovile  laudense;  e  finalmente  di 
quel  Petraccio  Pusterla  (1181),  proprietario  di  terre  a  Casale  e 
presso  Codogno,  da  noi  veduto  riottoso  alla  curia  e  a  questa 
denegante  i  contributi  in  natura  ed  in  obbligazioni  dovuti. 
Quindi  opina  il  Vignati  che  la  nuova  nomenclatura  di  Casale 
pervenne  non  già  dalla  branca  pusterlenga  milanese,  ma  da 
quella  lodigiana. 

Procedendo  nei  tempi,  troviamo  che  il  comune  di  Lodi  acqui- 
stava da  Adamo,  Sozone  e  Riboldo  Pusterla,  signori  di  Meleti, 


244 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


alcuni  possessi  ivi  compresi  nel  delta  al  confluire  del' Adda  (22 
maggio  1207) 

Poi  vediamo  Guglielmo  Pusterla  afiìttare  a  certo  Leo  e  ad 
altri  di  Chignolo  tutte  quelle  terre  che  a  lui  ed  agli  agnati  suoi 
appartenevano  nei  luoghi  di  Orio  e  di  Monte  Malo,  sulle  due 
sponde  del  Lambro,  colla  Coda  di  Sant'Andrea  e  di  Nizzolaro 
(26  gennaio  1333);  ma  è  notevole  che  fra  quegli  agnati  si  rin- 
viene quel  Franciscolo  di  Milano  che,  otto  anni  più  tardi,  ebbe 
dal  boia  tronco  il  capo,  per  aver  congiurato  contro  Luchino 
Visconte,  l'insidiatore  dell' onor  della  sposa  di  lui,  quella  Mar- 
gherita per  cui  Cesare  Cantù  dettò  il  celebre  romanzo  seguito 
dalla  dolorosa  simpatia  di  tutti  i  cuori  che  hanno  amato  e  pianto... 

I  beni  pusterlenghi  pel  fatto  della  congiura  contro  il  Visconte 
vennero  confiscati;  ma  a  Guidetto,  Guglielmo  e  Ricciardo  erano 
poi  riconfermati  (i  luglio  1341),  ed  anzi  Luchino  ordinava  al 
suo  Bruzio  di  eseguire  il  decreto  della  riconferma  (10  luglio  1343). 
Per  costume  Bruzio  cercò  di  esercitare  anche  su  quelle  proprietà 
la  propria  avarizia,  ma  al  piato  esposto  dai  Pusterla  a  Ziliolo 
Baldacchino,  giudice  parmigiano  per  Giovanni  Visconte,  l'avido 
potestà  di  Lodi  ebbe  torto  (1348). 

Un  documento  in  forma  di  publica  testimonianza  (31  agosto 
1343)  rammenta  che  qualche  anno  prima  Galeazzo  Visconte 
aveva  persolto  il  prezzo  di  pedaggio  di  ben  duecento  carra  di 
vino  imbarcato  sul  Lambro,  ai  fattori  di  Guglielmo  Pusterla, 
non  solo  signore  del  castello  e  della  sua  curia,  ma  altresì  del 
ponte  lambrano. 

Altre  carte  archiviali  della  mensa  registrano  la  vendita  di 
Pagano  Pusterla  a  Mafiìeto  Cadamosto  di  quattordici  pertiche 
fra  gerbido  e  bosco  «  in  luogo  di  Casal  de'  Pusterlenghi ,  dove 
si  dice  alla  via  di  Foresto  »  (23  ottobre  1352),  che  era  la  via 
verso  Codogno. 

Girardolo  Pusterla,  a  nome  di  Barnabò  Visconte,  dona  a  pa- 
recchi ospitali  di  Milano  alcune  di  quelle  terre  onde  ebbero  a 
querelarsi  i  proprietari  del  basso  Lodigiano;  e  tra  esse  quelle 
possedute  dal  vicario  in  Casalpusterlengo  (23  marzo  1359). 

II  vescovo  Cadamosto,  senza  pregiudizio  dell'interesse  dei 
terzi  e  con  ispeciale  riguardo  alla  investitura  già  fatta  da  lui 
a  Giovanello  Vittadone,  in  nome  di  Barnabò,  di  Casalpusterlengo, 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


245 


ne  investe  a  titolo  di  feudo  gentile  ed  onorifico  Cavalchino  e 
Cabrino  Pusterla  (i  agosto  1366),  successori  ed  eredi  dei  loro 
antenati,  che  già  di  quei  beni  possessori  avevan  fatto  al  ve- 
scovo di  Lodi  sacramento  di  fedeltà 

Non  a  caso  ed  in  onta  alle  contradizioni  fra  i  cronisti  di 
quell'evo  e  le  non  colmate  lacune  riferibili  alle  vicende  di  Ca- 
salpusterlengo,  noi  crediamo  fossero  veri  e  propri  feudatari  di 
questo  luogo  i  Pusterla  ;  infatti  il  feudo  s' era  andato  palleg- 
giando sulla  metà  del  secolo  XIV  tra  i  Visconti  di  Milano  ed 
i  vescovi  di  Lodi,  specialmente  per  le  rapacità 
di  quelli  ;  e  si  ebbero  Casale  e  i  conti  Palatini , 
e  un  Giovanni  Federici  detto  il  Tedeschino ,  e 
poi  un  Giovanni  Mola  di  Codogno ,  cancelliere 
di  Nicolò  Piccinino.  Ma  è  indubitato  che,  non 
ostante  codeste  effimere  signorie,  in  Casale  non 
venne  mai  meno  la  primazia  pusterlenga,  poiché 
sta  a  sua  prova  l' investitura  del  comune  di 
Codogno  di  cinque  mila  pertiche  del  Bosco  tra  Somaglia  e 
Fombio  —  che  accennammo  nel  capo  precedente  e  di  cui  più 
avanti  estesamente  diremo  —  nella  persona  di  un  abate  Antonio 
detto  lo  Scarpino  ;  e  ciò  per  atto  solennemente  publico  celebrato 
sulla  piazza  maggiore  di  Codogno,  davanti  alla  chiesa  di  S.  Biagio, 
squillanti  i  bronzi  sacrati  e  presenti  Palamidino  e  Gino  di  Ca- 
vallo Pusterla  del  luogo  di  Casalpusterlengo  (i  gennaio  1375)*^. 

Che  se  questo  documento  preso  da  sè  sembra  provi  che 
in  quel  torno  di  tempo  i  Pusterla  comparissero  soltanto  pos- 
sessori di  beni  in  Casale,  ecco  soccorrere  più  probativo  di 
loro  potenza  e  dovuto  alle  ricerche  del  compianto  Alessandro 
Riccardi  un  altro  più  valido  documento,  dal  quale  emerge 
che  Gino,  figlio  di  Cavalchino  Pusterla,  si  presenta  legalmente 
e  feudalmente  investito  di  Casale  (18  gennaio  1395);  e  nulla 
di  più  lato  e  di  più  estensivo  sembra  a  noi  —  contrariamente 
ad  alcuni  —  desiderarsi  in  fatto  di  simili  istromenti,  imperocché 
il  documento  ricordato  dice  fra  l'altro:  «  Gino  da  Pusterla  a 
titolo  di  feudo  nobile  e  gentile  venir  investito  delle  proprietà.... 
•di  Casalpusterlengo....  per  sé  e  figli  suoi  e  discendenti,  tanto 
maschi  quanto  femine  ». 


246 


eODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


A  Castione  continuavano  dominatori  i  Fissiraga,  famiglia  no- 
bilissima e  talora  perfìn  principesca  in  Lodi,  battente  lambello 
guelfo  nello  stemma,  e  di  tale  importanza  che,  allorquando 
Ludovico  Sforza  la  privò  dei  suoi  diritti  politici,  le  riconobbe 
però  il  privilegio  della  nomina  di  tre  decurioni,  invece  di 
due  assegnati  a  tutte  le  altre  famiglie  cittadine,  eccezion  fatta 
pei  Vistarini. 

Antonio  Fissiraga,  signore  di  Lodi,  da  Bernardo  Talente  ve- 
scovo riceveva  in  affìtto  per  ventiquattro  anni  e  per  annue  lire 
centonovanta  il  castello  di  Castione  con  Cavenago,  Corte  Som- 
mariva  e  Senadogo,  con  ogni  diritto  ed  onore 
di  signoria  (21  maggio  1299).  Questo  affìtto, 
quasi  a  titolo  livellarlo  come  altri  parecchi  della 
stessa  natura,  dovette  monsignor  Talente  stipulare 
per  aumentare  l'asse  della  mensa,  da  lunghe  e 
dannose  peripezie  già  da  essa  subite  fatto  smilzo 
e  meschino.  Ed  il  Fissiraga  (che  fu  generoso  pro- 
tettore della  mensa,  e  creatone  anche  procurator 
generale  pel  recupero  di  parecchi  beni  non  direttamente  alienati) 
pagò  al  vescovo,  all'atto  dell'investitura,  tutti  i  ventiquattro 
canoni  annuali  dell'affìtto,  più  gli  prestò  settecento  aurei  fiorini. 

Per  le  note  cessioni  dei  vescovi  Luca  Castello  (135 1)  e 
Pietro  della  Scala  (1389)  da  affittuari  i  Fissiraga  divennero  poi 
feudatari  di  Castione.  Ed  è  ovvio  capire  il  perchè  la  vecchia 
sovranità  vescovile  sul  luogo  venisse  intestata  dagli  ordinari  lo- 
digiani ai  Fissiraga:  Antonio,  secondo  di  questo  nome,  capo 
guelfo,  emulo  nato  dei  Vistarini  di  parte  ghibellina,  tiene  a 
lungo  contro  costoro  la  supremazia  in  patria,  di  guisa  che 
—  quando  il  popolo,  stanco  delle  tirannie  dei  Visconti,  si  leva 
a  rumore  contro  essi  (1403)  —  non  risparmia  nè  meno  i  Vi- 
starini, vecchi  e  costanti  proseliti  dei  signori  di  Milano.  Antonio, 
cresciuto  fra  i  corrucci  ed  il  sangue,  capeggia  le  plebi  irate  e 
vede  arsi  vivi  i  maggiorenti  della  fazione  ghibellina  sgominata; 
in  quei  dì  non  ancora  nemico  di  quel  tremendo  Giovanni  Vi- 
gnate, fazioso  protervo,  che  lo  doveva  pochi  mesi  dopo  scalzare  ^ 
ma  che  anzi  —  in  quei  momenti  di  artificiosa  concordia  guelfa  — 
era  stato  chiamato  da  lui  stesso  arbitro  per  definire  alcune  ra- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


247 


gioni  su  decime  discusse  tra  i  castionesi  e  lui  Antonio  e  il 
fratel  suo  Bassiano  (27  agosto  1390) 

E  senza  dubbio  i  vescovi  lodigiani  ebbero  ancora  una  volta 
a  lodarsi  della  cessione  dei  dritti  su  Castione  ai  Fissiraga;  perchè 
il  vescovo  Bottigella  —  come  abbiam  già  narrato  —  li  ricon- 
fermava loro,  ciò  facendo  per  rimanere  una  buona  volta  liberato 
dalle  oppressioni  litigiose  di  cui  erano  in  preda  da  lungo  ordine 
di  anni  i  malcontenti  uomini  di  quel  luogo  (1396). 

Il  nome  dei  Tresseni  ricorse  parecchie  volte  nella  nostra  nar- 
razione ,  e  fin  dal  principio  di  essa  ;  di  parecchi  avvenimenti 
già  accennati  quei  capitani  e  cavalieri  furono  attori,  e  s'erano 
a  noi  di  molto  appressati  quando  gli  sdegni  e  le  zuffe  tra  i 
capi  partito  nelle  città  prolungavano  la  loro  azione  fuor  delle 
mura,  traverso  le  campagne  e  nei  recessi  delle  rocche  superbe, 
seguenti  i  ifati  delle  vittorie  o  delle  disfatte  gentilizie. 

Infatti,  la  rocca  di  San  Fiorano,  già  atterrata  (1279)  e  tosto 
ricostrutta,  offriva  sicuro  asilo  alla  famiglia  dei  Tresseni,  che  i 
Fissiraga  preponderanti  avevano  banditi  da  Lodi  (maggio  1301)- 

I  lettori  sanno  che  già  rapporti  di  partecipazione  feudale  in 
Codogno  esistevano  tra  il  vescovo  ed  i  Tresseni ,  contestanti 
al  primo  certi  onori  della  corte  codognese,  contesa  questa  ri- 
prodottasi anche  quando  Jacopo  Tresseno,  potestà  di  Codogno, 
riassunse  la  vecchia  lite  contro  il  vescovo  (1233).  Ed  è  oppor- 
tuno ricordare  qui  che  i  potestà  codognesi  venivano  nominati 
dall'ordinario  e  risiedevano  coi  consoli  nel  castello,  e  che  furon 
parecchi  i  Tresseni  che  in  questo  uficio  si  succedettero,  t^tti 
animati  dallo  sferzo  persistente  di  scemare  la  vescovile  inge- 
renza negli  affari  temporali  del  luogo,  che  certa- 
mente non  aveva  ancora  ben  distinte  le  sue  funzioni 
ed  attribuzioni  amministrative. 

Dalle   prime    contese    molt'  acqua   era  passata 
sotto  i  ponti,  e  certo  i  discendenti  degli  antichi  P 
potestà  codognesi  non  rimenavan  più  sulla  lingua, 
con  dicerie  sediziose,  il  vescovo  feudatario;  così 
che  il  vescovo  Bonifazio  Bottigella  —  un  romito  Tresseni. 
della   regola   agostiniana   temprato   al   prudente   giudizio  delle 
umane  cose  —  investiva  dei  suoi  beni  di  Codogno  un  Jacopo  Tres- 


248 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


seno  (1396),  come  si  era  pacificamente  spogliato  delle  noie 
publiche  per  i  suoi  dritti  sopra  Castione  ed  altre  terre. 

Non  risulta  che  la  sovranità  dei  Tresseni  lasciasse  in  Codogno 
orme  profonde;  ma  siccome  la  loro  famiglia  già  nei  secoli  pre- 
cedenti al  XV  stendeva  il  poter  suo  nella  nostra  plaga  da  IVIonte 
Malo,  da  Orio  e  da  altre  terre,  così  non  paiono  inutili  alcuni 
rapidi  accenni  anche  di  essi. 

Venuta  fra  noi  per  ventura  d' armi  dalla  matrice  Piacenza 
—  ivi  forse  discesa  colle  soldatesche  imperiali  dai  gioghi  alpini  — 
la  gente  Tressena  fin  dalla  metà  del  secolo  XII  fruiva  in  Lodi 
di  lustro  e  rinomanza,  poiché  Lanfranco  Cassino  vescovo  aveva 
investito  Lanfranco  de'  Tresseni,  milite  lodigiano  della  vice  si- 
gnoria di  sua  chiesa,  investitura  poi  dichiarata  nulla  da  Ariberto, 
cardinale  di  S.  Anastasia  e  legato  della  sede  apostolica,  e  revo- 
cata infatti  per  breve  di  papa  Alessandro  III,  come  quella  che 
solo  poteva  competere  a  clericali  (30  dicembre  11 68,  secondo 
il  Vignati)  I  Tresseni  avevano  inoltre  in  questo  tempo  il 
dritto  di  spoglio  della  candida  chinea  sulla  quale  i  vescovi, 
dopo  la  consacrazione,  facevano  il  loro  ingresso  solenne  in  Lodi; 
e  ciò  per  convenzione  fatta  nel  vescovato,  a  rogito  Guiscardo 
di  Arzago,  tra  il  vescovo  Alberto  e  Calvo,  Guido,  Guglielmo 
ed  altri  de'  Tresseni  (2  marzo  11 69). 

Vediamo  i  Tresseni  richiesti  a  potestà  non  pure  di  Lodi  dove 
risiedevano  —  nella  loro  casa  prospiciente  il  mar  Gerundo  ^'^  — 
ma  altresì  a  Genova  ed  a  Milano,  dove  Oldrado  ebbe  l'onore 
di  una  statua  equestre  (1233),  tuttodì  si  ammira  sul  palazzo 
detto  del  Broletto,  per  aver  egli  messo  a  morte  col  fuoco  gli 
eretici  patarìni,  in  quegli  infelici  tempi  nei  quali  si  illustrava 
per  terribile  zelo  Pietro  da  Verona  e  l'inquisizione  esercitava 
la  sua  ferocia  sugli  spiriti  non  meno  che  sui  corpi. 

Toccò  ai  Tresseni  la  partecipazione  nei  beni  privati  tolti  ai 
Vignati,  quando  questi  guelfi  signori  lodigiani  sparvero,  annien- 
tati dalla  truculenta  possanza  di  Filippo  Maria  Visconte  (141 6). 

Al  nucleo  delle  case  patrizie  lombarde,  in  questo  torno  di 
tempo  feudatarie  nella  regione  nostra,  voglionsi  aggiungere  al- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


249 


Scoti. 


cune  nobili  famiglie ^  del  Piacentino,  cui  la  accresciuta  fortuna 
condusse  dalla  destra  alla  sinistra  sponda  del  Po;  dove  a  nuovi 
possessi,  titoli  e  diritti  presiedettero,  o  per  acquisti  o  per  di- 
sposizioni di  privati  o  per  liberalità  di  principe. 

Già  di  Piacenza  avevamo  qui  nella  corte  di  Fombio  gli  Scoti, 
ed  a  luogo  opportuno  abbiamo  minutamente  spiegato  come  sep- 
pero impiantar  qui  la  loro  sede  possessoria  e  giuridica.  Nè  è 
caso  di  scrutare  nello  antichissimo  evo  la  venuta 
<iai  vecchi  monti  caledoni  della  gente  che  dal  nome 
della  terra  d'origine  fu  detta  Scota.  I  Douglas, 
nobili  militi  di  quel  reame,  non  furon  nè  pur  essi 
risparmiati  dalla  leggenda  eroica,  e  c'è  tutta  una 
letteratura  araldica,  per  avventura  fantastica,  che 
rende  conto  delle  epiche  gesta  onde  i  maggiori 
Scoti,  guidati  dal  raggio  delle  due  stelle  costi- 
tuenti il  loro  stemma,  andarono  celebrati  pel  mondo.  Certo 
è,  invece,  che  nella  loro  genealogia  «  sovra  gli  altri  com' aquila 
vola  »  il  magno  Alberto,  del  quale  fu  già  narrato. 

Anche  la  potenza  dei  Landi  era  da  epoca  secolare  instaurata 
fra  noi,  poiché  —  sebbene  in  questo  periodo  il  loro  feudo  delle 
Caselle  appartenesse  tuttavia  al  territorio  transpadano  —  pure 
i  germi  di  quella  potenza  già  si  svolgevano  nelle  proprietà  fon- 
diarie di  Guardamiglio  e  delle  Contesse  (frazione 
di  S.  Rocco  al  Porto),  testate  dal  famoso  Uber- 
tino ai  suoi  abbiatici  nati  da  suo  figlio  Galvano 
premortogli  (1298).  Il  feudo  delle  Caselle  si  ac- 
crebbe, poi,  per  l'investitura  a  livello  perpetuo 
nel  capo  della  famiglia,  lo  stesso  Ubertino,  dei 
fratelli  Giovanni  ed  Obizzo  Figliodoni  della  di- 
ciottesima parte  d' ogni  bene  da  essi  posseduto 
con  altri  patrizi  piacentini  sulle  sponde  del  Po  presso  Ca- 
stelnuovo  (2  luglio  1299).  Così  fin  d'allora  sui  campi  locu- 
pleti dell'  agro  nostro  l' aquila  «  lieta  di  sangue  svevo  » ,  che 
adorna  lo  scudo  ghibellino  dei  vecchi  conti  di  Venafro  e  prin- 
cipi di  Val  di  Taro  e  di  Val  di  Ceno,  spalancava  le  sue  ali, 
segnacolo  di  famigliare  possesso. 

Vengono  terzi  fra  noi  dall' oltre  Po  i  Casati,  patrizi  del  Mi- 
lanese, dei  cui  principi  fa  parola  Bernardino  Corio  assegnando 


Landi. 


250 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


loro  per  capostipite  un  vicario  generale  di  Lombardia  per  Lo- 
tario II  di  nome  Apollonio  e  stabilito  in  Vigevano  (1133). 
Comunque,  e  reso  il  dovuto  cenno  all'  «  inclita  progenie  » 
—  come  la  dice  nel  suo  pregievole  studio  mo- 
nografico Felice  Calvi  —  distintasi  per  lustro 
e  potenza  così  nell'evo  antico  come  nei  luminosi 
giorni  della  redenzione  italica,  un  ramo  di  quella 
schiatta  comitale  si  era  trasferito  in  Piacenza  (1350), 
ed  un  Giovanni  da  Casate  governò  quella  città 
in  nome  dei  Visconti  (1388).  Matteo  Visdomini, 
proposto  di  S.  Antonino,  con  approvazione  del 
suo  capitolo  canonicale  e  del  vicario  vescovile  investiva  il  nobile 
Paolo  de'  Casati,  cittadino  piacentino  e  già  medico  del  duca 
Filippo  Maria  Visconte,  «  in  feudo  ed  in  titolo  di  feudo  nobile  » 
dei  beni  già  viscontei  posti  alla  Mezzana  di  Po  (12  ottobre  1414); 
i  quali  dai  Casati  presero  nome  e  lo  conservano  tuttora. 

Caduta  in  Mantova  per  l' opera  collegata  di  Luigi  e  Filippino 
Gonzaga  la  potenza  dei  Bonacolsi,  già  signori  della  città,  Pas- 
serino di  questa  famiglia,  di  cui  egli  era  capo  per  virtù  d'ac- 
corgimenti e  per  fortezza  militare,  cadde  morto  e  con  lui  i  suoi 
più  stretti  congiunti  (16  agosto  1328).  Molti  dei  Bonacolsi 
scamparono  alla  strage  e  —  dal  nome  del  loro  capo  interfetta 
tutti  nominati  de'  Passerini  —  confuggirono  dalle  sponde  del 
Mincio  ad  altre  per  essi  più  tranquille. 

Alcuni  fra  quei  nobili  fuggiaschi  vennero  e  stettero  sul  Lo- 
digiano;  e  diedero  il  proprio  nome  alla  grossa  villa  Passerina 
presso  Cornegliano  Laudense,  e  presso  Codogno  alla  Terranuova 
ed  alle  Cassine,  nei  luoghi  prima  chiamati  Tilio,  de'  quali 
dicemmo  già,  essendo  essi  compresi  nella  dotazione  al  convento 
di  S.  Vito  per  parte  d'Ilderado  e  di  Rolenda  di  Comazzo  (1039). 

Per  vasta  ricchezza  di  fondi  qui  crebbe  e  si  sviluppò  la  po- 
tenza dei  Passerini,  non  più  dedita  alle  fierezze  tingenti  le  spade 
di  vermiglio  ;  e  dal  lor  seno  esci  l' illustre  codognese  Pier  Fran- 
cesco Passerino,  letterato  di  squisito  valore  e  presidente  del 
consiglio  farnesiano  con  Ranuzio  II. 


NELLA  CRONACA  E   NELLA   STORIA  251 


NOTE  AL  CAPO  XXIIL 

'  Cristoforo  Poggiali  -  Memorie  storiche  di  Piacenza. 
^  Gian  Pietro  Crescenzi  -  Anfiteatro  romano. 
^  Giovanni  Agnelli  -  Archivio  storico  lombardo. 

*  Infatti  si  ha  un  atto  del  12  febbraio  135 1  in  cui  i  conti  Gavazzi  inve- 
stono per  nove  anni  un  Giovanni  de  Diano,  armigero  ducale,  della  propria 
possessione  in  Orio,  già  affittata  a  certi  Cavalloni,  con  patti  speciali  in 
tempo  di  guerra. 

^  Gaspare  Bugati  -  Storia  universale  dal  principio  del  mondo  fino  al  i^6g. 
^  Gian  Pietro  Crescenzi  -  Corona  della  nobiltà  italiana. 
^  Serviliano  Latuada  -  Descrizione  di  Milano. 

Cesare  Vignati  -  Illustrazio7ie  del  Lombardo  Veneto. 
^  Giacomo  Antonio  Porro  -  Storia  diocesana  di  Lodi. 
^°  Luciano  Scarabelli  nota  quello  dei  Pusterla  tra  i  primi  cognomi  radi- 
catisi nei  vari  ufici  militari  attribuiti  secondo  la  custodia  dei  posti  muniti, 
delle  postierle,  delle  rocche,  delle  torri,  delle  porte,  dei  ponti  e  via  via; 
indi  i  della  Pusterla,  i  della  Rocca,  i  della  Torre,  i  della  Porta,  i  del  Ponte 
e  simili.  Il  che  tanto  più  assume  di  evidenza  in  quanto  che  fin  dal  se- 
colo IX  i  Pusterla  sfilavano  tra  i  valvassori. 
"  Archivio  vescovile  di  Lodi. 
Archivio  comunale  di  Codogno. 
Archivio  di  stato  di  Milano. 

Defendente  Lodi  -  Storia  dei  vescovi  lodigiani. 

Asseriscono  alcuni  fosse  dei  Tresseni  lodigiani  quella  matrona  Savina, 
morta  nel  310  e  santificata,  la  quale  tenne  celati  e  custoditi  per  ben  di- 
ciott'anni  i  cadaveri  dei  martiri  cristiani  Naborre  e  Felice,  decollati  sul 
ponte  del  Sillero.  Ma  non  crediamo  che  l'asserzione  resista  a  serie  indagini. 
"  Cesare  Vignati  -  Codice  laudense. 
Archivio  storico  lodigiano. 

Bernardino  Corio  -  Le  vite  degli  imperatori  da  Gitilio  Cesare  a 
Federico  Barbarossa. 

Felice  Calvi  -  Famiglie  notabili  milanesi. 


CAPO  XXIV. 


I  capitani  di  ventura  —  Il  castello  di  Maccastorna  —  Cabrino  Fondulo  — 
Un  papa  e  im  imperatore  a  Codogno  —  Giovanni  da  Vignate  —  Una 
questione  topografica  —  Il  Carmagnola. 

LLO  spuntare  del  secolo  XV  il  regime  della  violenza 
dominava  normalmente  la  società  d' Europa.  Impe- 
ratori e  papi,  principi  e  comuni  eran  condotti  a 
non  riconoscere  più  nessun' altra  ragione  fuor  che 
quella  della  spada;  e  mentre  ogni  di  che  passava  traeva  seco 
a'  reciproci  danni  una  nuova  impresa  d'armi,  ne  conseguiva 
che  gli  uomini  ardimentosi  del  popolo  anelavano  al  mestier 
delle  pugne  come  unico  mezzo  ad  agiatezze,  a  dovizie,  a  dominio. 

Accanto  al  vecchio  giure  consacrato  dalle  regie  tradizioni  e 
dai  fasti  feudali ,  un  altro  diritto  di  indole  allatto  personale , 
poggiante  sulla  acutezza  dell'ingegno  e  sulla  vigoria  muscolare, 
si  andava  formando;  e,  poiché  in  quell'assiduo  cozzo  di  forze 
combattenti  rinveniva  terreno  fecondo,  così  anche  in  Italia 
—  come  già  prima  altrove  e  specialmente  in  Germania  —  la 
virtù  del  braccio  venduto  ai  potenti  divenne  un  proprio  e  vero 
istituto  publico. 

Nè  è  a  dire  se  i  signori  di  tiara,  di  corona  e  di  castella  ac- 
colsero con  entusiasmo  la  nuova  risorsa  per  compiere  le  loro 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


brame.  Di  milizie  nazionali  eran  pochi  i  principi  ed  i  comuni 
italici  che  allora  si  servivano,  ed  eran  forse  Genova,  Firenze  e 
Venezia  quelle  che  sole  tenevano  regolare  reggimento  di  forze 
militari.  Inoltre  nel  secolo  XV  e  sovrani  e  feudatari  non  avevano 
dimenticato  il  vecchio  esempio  della  dinastia  sveva  e  dell'emula 
sua  angioina;  le  quali,  assoldando  compagnie  di  ventura  —  tutta 
gente  parata  ad  ogni  sbaraglio  e  prodiga  della  sua  carne  mer- 
cenaria a  misura  dei  promessi  compensi  —  avevan  fatto  così 
crudo  strazio  nell'  Italia  del  mezzodì. 

Ma  siccome  ci  toccherebbe  accennare  ad  ogni  terra  italiana 
per  ricordare  solo  l' immane  numero  delle  masnade  venturiere 
temerariamente  feroci,  ci  bastino  poche  linee  a  rievocare  quelle 
tra  esse  che  più  specialmente  desolarono  Milano  e  Lombardia 
nei  tempi  viscontei  e  nei  successivi,  e  che  si  fecero  così  pode- 
rose da  portare,  dopo  la  breve  parentesi  della  republica  ambro- 
siana, alla  successione  del  ducato  la  dinastia  degli  Sforza,  in 
persona  di  Francesco,  la  truce  storia  della  cui  discendenza  fece 
per  certo  impallidire  quella  dei  signori  della  simbolica  angue. 

Galeazzo  Visconte  aveva  avuta  contraria  nella  guerra  col  mar- 
chese di  Monferrato  la  masnada  di  Annichino  Bongardo,  sì  che 
egli  commise  le  proprie  difese  alla  compagnia  Bianca,  inglesi 
comandati  da  Alberto  Sterz  ;  il  quale,  pacificatosi  col  Bongardo, 
costituiva  la  compagnia  della  Stella,  mentre  l'osceno  Giovanni 
Acuto,  pure  inglese,  li  surrogava  nel  comando  della  Bianca. 

La  compagnia  Grande,  del  tedesco  conte  Landò,  serviva  la 
lega  contro  Barnabò,  che  le  opponeva  banda  non  meno  fiera, 
condotta  da  Lodrisio  Visconte,  il  vinto  di  Parabiago,  Poi  Bar- 
nabò stesso  vedeva  rinnovarsi  ad  opera  di  Ambrogio  suo  ba- 
stardo l'antica  e  scomparsa  compagnia  di  S.  Giorgio.  E  nelle 
terre  lombarde  sfilavano  quegli  armieri,  razza  di  bravacci  van- 
tatori come  Trasone,  incliti  ladri  dai  nomi  reboanti,  veri  sac- 
comanni che  bruttavano  le  vergini  e  sprezzavano  i  mortali  e  la 
morte;  passavano  quelle  bande  raggruppate,  nel  folto  estollersi 
degli  elmetti  d'ogni  foggia  e  delle  lancie,  nel  confuso  ondeg- 
giamento delle  cavalcature  gravate  dal  peso  d'infiniti  saccheggi 
ai  canori  pollai  ed  alle  pingui  stalle,  ai  granai  colmi  ed  alle 
ricche  cantine. 


254 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Le  conducevano  duci  veramente  prodi,  che  la  posterità  non 
dimentica:  Giovanni  Ubaldini,  Pandolfo  Malatesta,  Boldrino  da 
Panicale,  Alberico  da  Barbiano  ;  la  compagnia  del  quale  special- 
niente  fortissima  per  competenza  militare  e  per  tirocinio  di  fu- 
turi capitani,  ch'ebbero  nome  Jacopo  dal  Verme,  Facino  Cane, 
Ottobono  Terzo,  Braccio  di  Montone  e  Attendolo  Sforza. 

Non  è  colpa  nostra  se  a  questo  punto,  svolgendo  le  fila  in- 
trecciate di  quel  sacro  legame  che  annoda  i  fati  della  terra 
nostra,  anche  la  fredda  e  calma  narrazione  storica  assume  il 
cupo  ed  appassionato  colore  del  romanzo.  Non  solo,  difatti,  i 


Maccastorna  (1779)  \ 

personaggi  che  vi  hanno  parte  ci  compaiono  fra  il  tumulto  degli 
acerrimi  odi  e  degli  inganni  omicidi;  ma  sviluppano  altresì  le 
loro  opere  bieche  sopra  una  scena  così  acconciamente  appron- 
tata dalla  natura,  che  indarno  fantasia  di  artista  avrebbe  potuto 
imaginare  più  adatta  ai  fatti  portentosi. 

Parliamo  di  Maccastorna,  poiché  qui  fu  che  si  compiè  la  im- 
ponente tragedia  cui  Cabrino  Fondulo  legò  la  esecrabilità  del 
suo  nome.  E  pare  che  anche  Cesare  Cantù  ^  non  differentemente 
sentisse,  perocché  rileva  come  le  menti  volgari  non  possano 
sottrarsi  alla  eccitazione  tuttavia  prodotta  dai  ruderi  dello  schei- 
trito   maniere,  e  Vincenzo  Lancetti^,  cremonese  illustre,  andò 


NELLA   CRONACA  E  NELLA  STORIA 


più  oltre,  publicando  un  «frammento  di  storia  lombarda»  che 
è  l'esposizione  a  foggia  romantica  delle  gesta  del  Fondulo,  la 
cui  figura,  però  —  con  quella  licenza  che  Orazio  concede  ai 
poeti  —  egli  rammorbidì  ed  attenuò  (1827). 

.  * 

Sulla  destra  dell'  Adda  si  elevano  ancora,  smantellate  e  dirute, 
le  muraglie  di  Maccastorna  sfìdatrici  di  secoli ,  e  dall'  alto  di 
quei  battifredi,  onde  l' edera  sempre  viva  piamente  nasconde  gli 
oltraggi  degli  uomini  e  dei  tempi,  parlano  nel  loro  arcano  lin- 
guaggio tutte  le  memorie  del  passato. 

Maccastorna  —  già  Belpavone  —  è  oggidì  sformata  nel  prisco 
edificio:  ha  i  torrioni  abbassati,  le  cortine  mezzo  interrate,  ed 
integro  ne  sopravvive  solo  un  lato,  sufficiente,  per  altro,  a  ri- 
costruirci nel  pensiero  affannosamente  indagatore  1'  aspetto  intero 
di  esso  nella  sua  età  fiorente.  La  disposizione  di  quelle  ossa 
gigantesche  rivela  pur  sempre  come  ir  grandioso  castello  fruisse 
della  più  eletta  fra  le  posture  strategiche:  esso  comandava  al- 
l'Adda propinqua,  che  a  sua  volta  gli  cresceva  intorno  poten- 
zialità di  resistenza  durante  gli  accaniti  assalti,  cui  rispondevano 
non  meno  disperate  difese;  e  fu  così  quello  il  fortissimo  tra  i 
propugnacoli  ducali  del  Milanese 

Si  entra  nell'  arce  per  lo  sgangherato  portone  che  appena 
rammenta  la  vecchia  fronte  munita  ed  il  congegno  del  forte 
ponte  levatoio,  al  di  sopra  del  quale  sta,  mozza,  la  torre  di 
centro.  Non  intere,  perchè  da  un  lato  ricolme,  restano  le  ve- 
stigia delle  fosse  di  cintura,  anello  paludoso  che  un  dì  accre- 
sceva le  difficoltà  dell'assalto  e  spesso  lo  impediva.  Permane  la 
prospettiva  del  cortile  d'onore,  i  lati  del  quale,  percorsi  da 
grigie  balaustre,  accennano  al  concetto  architettonico  feudale 
onde  escirono  ;  ma  il  cortile  è  ora  ridotto  a  rusticane  abitazioni, 
ed  il  lato  di  prospetto  artisticamente  più  non  esiste. 

Al  piano  superiore,  sulla  destra,  si  inseguono  sale  ampie, 
aree  vastissime,  le  cui  pareti  salgono  a  decrepite  soffitte,  nido 
a  gufi,  a  strigi,  a  rapaci  noctilopi,  onde  nelle  lunghe  notti  in- 
vernali la  eco  dei  loro  male  auguranti  lamenti,  ed  in  quegli 
stanzoni  silenziosi  —  dove  un  tempo  tra  gli  orifiammi  dorati 
le  vigilie  d'armi  si  alternavano  ai  lieti  simposi  illuminati  dal 
sorriso  delle  dame  e  soleggiati  dai  raggi  dell'amore  —  stanno 


256 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


Oggi  acervati  i  cereali  della  opima  ricchezza  agraria  dei  signori 
Bevilacqua. 

La  situazione  del  castello  rispetto  al  gruppo  delle  casette  del 
villaggio  ed  alla  chiesa  —  una  chiesetta  umile,  a  una  sola  na- 
vata, senza  cose  notevoli  —  afferma  più  che  mai  la  preminenza 
assoluta  ed  intangibile  che  il  feudo  ostentava  di  sovranità  propria 
sulla  società  civile  e  sulla  religiosa. 

Gli  avvenimenti  di  quell'  immane  palazzo,  incontrastato  apogeo 
della  truculenza  umana;  la  solitudine  solenne  del  luogo;  la  grigia 
vegetazione  fluviale  verso  l' Adda  e  le  erbaccie  degli  stagni 
onde  pare  debbano  escire  queruli  fantasmi  ;  le  mura  sgretolate 
e  muscose;  e  il  vento,  folletto  delle  case  deserte,  il  quale  scar- 
miglia l'erbe  secche  dei  cornicioni,  e  fa  stridere  le  arrugginite 
banderuole,  e  tentennare  le  vecchie  imposte  e  ululare  i  disabi- 
tati androni ,  hanno  cospirato  a  creare  leggende  multiformi  e 
ininterrotte,  di  cui  la  fantasia  rusticana,  fino  dai  tempi  imme-' 
morati,  popola  quelle  torri  imponenti,  e  fa  si  che  anche  i  tem- 
peramenti freddi  ne  subiscano  una  tal  quale  suggestione,  onde 
se  non  giustificate  sono  almeno  esplicate  le  vecchie  e  nuove,  e 
serie  e  comiche  visioni  cui  —  anche  recentemente  —  lo  spiri- 
tismo moderno  dei  convinti  avrebbe  portato  il  suo  contributo. 

Un  tentativo  di  ricostruzione  concettuale  dell'  antico  interno 
di  Maccastorna  è,  invero,  ardua  cosa.  A  volte  Acropoli  ed  altre 
Tempe,  il  maniero  non  fu  privo  del  bacio  dell'arte:  quando  spe- 
cialmente Cabrino  Fondulo,  signor  suo,  ne  fece  sede  fastosamente 
splendida  delle  doppie  sue  nozze,  prima  festeggiandovi  il  connubio 
con  Giustina  de'  Rossi  da  Parma,  poi  quello  con  Pomina  Ga- 
vazzi di  Faciolo  della  Somaglia,  consanguinea  della  defunta  Giu- 
stina (1406).  E,  siccome  Gabrino  era  di  quel  gruppo  di  tiranni  alla 
Nerone  che  facevan  correggere  un  colpo  di  pugnale  con  uno 
di  pennello  o  di  scalpello  mirabili,  così  avvenne  eh' egli  imprese 
ad  esornare  e  ad  abbellire  la  rocca,  per  tema  di  lui  dai  Bevi- 
lacqua abbandonata  (1403);  e  all'uopo  fece  venir  da  Cremona 
eccellenti  artisti.  Tra  questi  —  secondo  fu  scritto^  —  Polidoro 
Casella,  autore  degli  affreschi  del  nuovo  testamento,  tuttora 
ammirati  sulle  volte  delle  navate  laterali  al  braccio  traversale 
della  catedrale  cremonese. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


258 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Se  non  che,  amico  dell'arti  liete,  Cabrino  non  trascurava  la 
guerra;  e,  mentre  i  pittori  istoriavano  leggiadramente  le  sue 
sale,  ed  i  giullari  vi  canzonavano  di  futili  argomenti,  e  cuochi 
dotti  vi  preparavano  nei  tinelli  i  più  ghiotti  banchetti,  grosse 
schiere  di  mastri  muratori  e  di  artefici  militari  fortificavano 
vieppiù  quel  baluardo,  con  bastie  e  ridotti,  con  balestriere  e 
saracinesche  caditoie,  che  ben  presto  vedremo  come  si  ren- 
dessero necessarie. 

La  morte  di  Gian  Galeazzo  Visconte  (3  settembre  1402)  causò 
immediatamente  lo  smembrarsi  del  ducato.  Le  città  subbiette 
a  Milano  e  le  circostanti  campagne  non  istettero  più  alle  mosse  ; 
le  fazioni  guelfa  e  ghibellina  cogli  antichi  odi  ripresero  le  offese 
nuove,  e  su  tutta  Lombardia  passò  come  un  soffio  d'insurrezione. 

Gli  amici  e  gli  alleati  di  ieri  diventarono  irreconciliabili  av- 
versari; despoti,  risollevati,  i  padroni  delle  città  erano  sbalzati 
di  nuovo,  a  seconda  delle  fortune  o  delle  iatture  delle  precipue 
famiglie  patrizie,  le  quali  parevan  destinate  a  rinnovare  i  nefasti 
dei  pretoriani  dell*  impero  ;  e  così  le  bande  di  ventura  a  seconda 
delle  mercedi  meglio  rinfrescavano  a  lor  volta  i  colori  delle 
proprie  bandiere.  Indi  una  confusione  inesplicabile  di  sommosse, 
fughe,  badalucchi,  ritorni  e  discordie  intestine,  al  punto  che 
entro  le  stesse  mura  vari  condomini  si  costituivan  tiranni,  in 
lotta  assidua  e  disperata. 

Lodi,  acclamando  suo  signore  Antonio  Fissiraga  prima  e 
Giovanni  da  Vignate  poi,  fa  eccidio  dei  Vistarini.  A  Chignolo 
ed  a  San  Colombano  irrompono  i  contadini  sulle  milizie  ducali  ; 
e  non  sono  minori  oltre  Adda  le  ribellioni  e  le  pugne.  Ugolino 
Cavalcabò  —  della  prosapia  dei  marchesi  di  Viadana,  imparen- 
tata col  patriziato  di  Piacenza  e  di  Parma  —  profitta  delle  male 
peste  in  cui  era  caduta  la  ducea  dei  Visconti  :  già  impadronitosi 
di  Cremona,  si  impossessa  altresì  di  Maccastorna,  e  prima  an- 
cora che  velettassero  da  lungi  gli  stendardi  recanti  il  guerriero 
cavalcante  il  bue,  l'ala  dei  Bevilacqua  aveva  preso  il  suo  volo, 
e  il  condottiero  cremonese  Cabrino  Fondulo  —  nato  da  Ven- 
turino  e  da  Agnese  Covo  in  Soncino  (28  marzo  1370)  — 
.si  impadroniva  di  Pizzighettone ,  uccidendovi  ben  quattrocento 
ghibellini  ®. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


L'anno  seguente  Ugolino  Cavalcabò,  battagliando  contro  Astore, 
figlio  naturale  di  Barnabò  Visconte,  a  Manerbio  su  quel  di  Brescia, 
fu  vinto  ed  inviato  in  ceppi  a  Milano  (13  dicembre  1404);  mentre 
il  nepote  suo  Carlo  assumeva  la  suprema  potestà  di  Cremona. 


Il  castello  di  Maccastorna. 


Uno  dei  primi  atti  di  liberalità  di  Carlo  Cavalcabò  fu  incauto  : 
egli  donò  Maccastorna  all'astuto  soncinate  che  —  fuggito  gio- 
vanetto dal  patibolo  visconteo  eretto  in  Soncino,  e  ricoveratosi 
a  Viadana  presso  i  Cavalcabò  —  al  loro  fianco  aveva  combat- 
tuto da  valoroso  a  Manerbio.  Ed  il  cospicuo  dono  aveva  at- 
trattive strategiche  di  tanta  importanza,  che  senza  dubbio  il 
cupido  sguardo  del  nuovo  castellano  giù  dalle  mura  della  rocca 
assegnatagli  spaziava  pel  lungo  e  pel  largo  sulle  due  sponde 
dell'Adda,  maturando  nel  tempo  le  mire  ambiziose  di  un  più 
ampio  dominio. 


26o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Fuggito  Ugolino  Cavalcabò  dalla  prigionia  di  Milano  (1406), 
s'avviava  alla  sua  Cremona  per  riprenderne  il  dominio;  ma 
Carlo,  che  aveva  già  delibata  la  tazza  del  comando,  non  se  la 
sentì  per  quel  verso,  e  —  per  consenso  di  scrittori  attendibili  — 
impose  a  Cabrino  di  arrestare  lo  zio,  deponendolo  prima  nelle 
mude  di  Maccastorna,  poi  in  quelle  di  Cremona.  Nè  questo  gli 
bastò  ;  poiché,  temendo  che  i  cremonesi  non  gli  menassero  buono 
il  domestico  tradimento  e  cacciassero  lui  pure  di  seggio,  im- 
provvisò una  pacificazione  col  Visconte  ;  se  ne  andò  pedestre 
a  Milano,  narrò  al  duca  la  cattura  di  Ugolino  e  fecegli  omaggio 
di  sudditanza  per  la  sua  recente  signoria  ^. 

Ma  era  scritto  nei  fati  che  tutto  codesto  arruffio  di  turpitu- 
dini dovesse  avere  il  fine  meritato.  Cabrino  vegliava  nell'ombra, 
pronto  a  volgere  in  suo  prò  «  il  frutto  del  mal  di  tutti  ».  E 
come  egli  soleva  fare  che  ai  divisamenti  seguissero  pronti  i  fatti, 
cosi,  a  rimuovere  dal  suo  cammino  qualsiasi  ostacolo,  deter- 
minò che  il  mezzo  più  efficace  a  raggiungere  i  suoi  fini  fosse 
la  soppressione  sommaria  della  intera  famiglia  dei  Cavalcabò. 

Ugolino  poteva  aspettare  nelle  carceri  di  Cremona;  Carlo  ed 
i  congiunti  suoi  dovevano  scomparire  al  più  presto:  indi  la 
catastrofica  cena  nel  maniero  di  Maccastorna. 

La  tragedia  si  consumò  nel  1406;  ma  se,  a  rigore  di  data, 
nella  notte  del  15  luglio,  come  è  detto  da  alcuni,  o  in  quella 
del  17  o  del  24,  come  affermano  altri,  o  in  dicembre,  come  fa- 
rebbe credere  l'aligera  imaginazione  del  Lancetti,  non  è  possi- 
bile accertare,  e  sarebbe  temerario  il  disposare  piuttosto  l'una 
che  l'altra  asseveranza  cronologica. 

Carlo  Cavalcabò,  insieme  ai  cugini  Ludovico  e  Giacomo,  al 
giureconsulto  e  parente  Andreasio  e  ad  altri  famigliari,  tornava 
da  Milano;  sostava  in  Lodi  presso  il  suocero  Vignate,  e  giun- 
geva al  castello  di  Cabrino,  che  loro  volle  imbandita  una  splen- 
dida mensa. 

Il  caso  aiutava  di  buon  conto  il  perfido  ospite,  al  quale  non 
parve  vero  cogliere  il  destro  per  isbarazzarsi  di  tutte  le  preme- 
ditate vittime  sue.  E  l'olocausto  della  sua  ferocia  fu  assoluto: 
sorpresi  nel  duro  sonno,  figlio  dell'ebrezza,  Carlo  e  tutti  i  suoi 
venivano  scannati*.  Subito  dopo  la  strage.  Cabrino  galoppava 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


261 


con  un  gruppo  di  cavalieri  a  Cremona  e  si  faceva  padrone  del 
castello. 

Aveva  però  Cabrino  ben  meditate  le  cose  sue,  e,  per  non 
giungere  impreparato  in  Cremona,  nella  temenza  di  sollevazioni 
e  tumulti  a  suo  danno,  s'era  procacciato  l'ausilio  di  Ottobono 
Terzo,  signore  di  Parma;  il  quale,  lusingato  dalla  promessa  di 
divenire  signore  anche  di  Cremona,  mandò  a  Cabrino  seicento 
cavalieri,  comandati  da  uno  Sparapane,  suo  fiduciario.  Se  non 
che,  occupata  Cremona,  Cabrino  nè  meno  si  sognò  di  attenere 
gli  impegni  stipulati  col  Terzo.  Fece  escire  dalla  città  lo  Spa- 
rapane ed  i  suoi,  fingendo  —  secondo  Giuseppe  Ferrari*^  — 
una  rivista  militare;  in  piena  campagna  li  abbandonò,  e,  rien- 
trato a  spron  battuto  in  Cremona,  ne  chiuse  le  porte,  ne  rialzò 
i  ponti  e  s'apparecchiò  agli  eventuali  assalti. 

Lo  Sparapane,  vista  la  mala  parata,  non  trovò  di  meglio  che 
riprendere  la  via  del  ritorno;  ma  Ottobono  Terzo,  cui  coceva 
la  beffa,  gli  preparava  la  spada  del  carnefice,  e  lo  sventurato, 
appena  posto  il  piede  in  Parma,  fu  giustiziato. 

Cabrino,  a  sua  volta,  faceva  rotolare  nella  polvere  del  castello 
di  S.  Croce  i  cadaveri  di  Ugolino      Marsilio  e  Cesare  Cavalcabò. 

Per  quanto  principi  e  capitani  fossero  avvezzi  ad  un  odio 
reciproco  e  intenti  sempre  ad  una  vicendevole  distruzione,  per 
quello  assioma  violento  e  perennemente  comune  che  è  «  mors 
tua  vita  mea  » ,  pure  il  misfatto  di  Maccastorna  ebbe  tra  i  pri- 
mati di  Lombardia  una  eco  d'orrore. 

L'amicizia  di  Carlo  Cavalcabò  aveva  tentato  altresì  il  signore 
di  Lodi,  Ciovanni  da  Vignate,  il  quale  gli  aveva  data  in  isposa 
la  figliuola  Caterina  (1405).  Crandi  disegni  rivolgeva  in  sua 
mente  il  Vignate  coli' alleanza  del  signor  di  Cremona,  ed  ora 
il  tradimento  di  Cabrino,  facendogli  obbligo  domestico  di  ven- 
dicare il  genero,  gli  offriva  anche  il  conveniente  pretesto  per 
avere  in  possesso  il  forte  munimento  sull'  Adda,  il  quale  avrebbe 
meglio  difeso  il  suo  dominio.  E  s'avviò  con  seguito  d'armi  a 
Maccastorna,  credendo  cogliervi  Cabrino,  che  era  invece  chiuso 
in  Cremona. 

,  Come  si  svolse  e  come  finì  l'impresa  ossidionale  del  Vignate, 
a  campo  sotto  la  celebre  rocca,  son  parecchi  che  narrano,  e 


202 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


—  secondo  il  solito  —  fra  sè  discordanti.  Tutti,  per  altro,  am-^ 
mettono  l'assedio  non  breve  e  la  vigorosa  resistenza;  ma  c'è 
chi  ascrive  l' espugnazione  di  Maccastorna  allo  scorcio  d' ottobre 
e  chi  invece  a  mezzo  dicembre  (1406).  Soccorre  a  taluni  l'opi- 
nione che  il  Vignate  si  impadronì  del  fortilizio  per  via  d'armi; 
ad  altri  quella  che  le  stesse  milizie  del  Fondulo  lo  cedessero, 
dopo  averlo  miseramente  disertato,  al  signore  lodigiano;  nè 
manca  chi  crede  che  a  dar  Maccastorna  al  Vignate  sia  interve- 
nuta una  specie  di  trattato  per  mezzo  di  un  Bellino  da  Bergamo^ 
esattore  delle  contribuzioni  di  Maccastorna,  Meleti  e  Castelnuovo, 
fiero  avversario  del  Biancarello  che  teneva  il  luogo,  e  che  si 
considera  tra  i  principali  attori  dell'eccidio  dei  Cavalcabò. 

Comunque,  l'inimicizia  fra  il  tiranno  di  Cremona  ed  il  saliente 
dominatore  del  Lodigiano  divampò  feroce.  Ma  fu  quasi  fugace; 

poiché,  se  anche  i  buoni  ofici  del  doge  di 
Venezia  valsero  a  rappattumarli  entrambi 
con  un  compromesso  (19  febbraio  1407), 
tanto  maggiormente  vi  riesci  l' interesse 
reciproco  che  li  condusse  ad  allearsi  ed  a 
combattere  a  forze  riunite  contro  il  co- 
mune nemico,  il  duca  di  Milano,  appog- 
giati dalla  republica  di  S.  Marco  che  aveva 
identici  fini. 

Del  resto,  più  che  l'interesse  reciproco  è 
pleonastico  il  dire  precedesse  nella  mente 
Cabrino  Fondulo  ^-  ^^^uno  di  quei  signori  facinorosi  il 
vantaggio  di  sè  medesimi;  e  ciò  spiega  come  tergiversassero  a 
vicenda  e  Giovanni  Maria  Visconte  e  Cabrino  e  Ottobono  Terzo, 
collegati  a  Jacopo  dal  Verme  contro  Facino  Cane  (1407);  e  come 
poi  il  duca  si  riconciliasse  solennemente  in  Milano  festante  con 
Giovanni  Vignate,  proprio  ad  opera  di  Facino  Cane  (1410), 
intanto  che  sotto  vento  il  Vignate  stesso,  accontatosi  cogli  Scoti, 
maturava  con  essi  lo  spotestamento  visconteo  da  quella  città 
per  farla  propria. 

La  teneva  pel  duca  un  presidio  di  mercenari  francesi  venuti 
in  Italia  col  Lemeingre  e  lasciatisi  indietro  dai  loro  connazio- 
nali, già  tornati  in  patria.  Ma,  vantando  essi  diritti  a  paghe 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


263 


insolute  e  disillusi  dalle  fortune  di  guerra,  nuli' altro  aspettavano 
che  il  viatico  per  rincasare.  Depose  allora  il  Vignate  sull'altare 
della  Madonna,  nella  catedrale  piacentina,  dieci  ducati,  e  nelle 
mani  del  conte  Antonio  di  Hostedun  nove  mila  fiorini,  credito 
del  condottier  francese  verso  il  Visconte;  e  con  quella  offerta 
e  con  questo  saldo  fece  tranquilli  gli  spiriti  turbati  de'  suoi 
partigiani  ed  insieme  saziò  l' avidità  del  mercenario  d' oltr'  Alpi 
(io  novembre  14 10).  A  Piacenza  il  Vignate  coniò  moneta,  e  su 


Le  monete  di  Giovanni  da  Vignate. 


di  essa  volle  effigiati  sant'Antonino  e  san  Bassiano,  patroni 
delle  due  città  a  lui  subbiette. 

Piacenza  fu  poi  dal  Vignate  offerta  come  soggiorno  all'  impe- 
rator  Sigismondo,  ospite  suo;  e  l'ungaro  accorto  sì  latamente 
interpetrò  quell'atto  cortese,  che  di  Piacenza  si  considerò  as- 
soluto padrone  (141 3). 

Giovanni  Maria  Visconte  fu  pugnalato  sulla  soglia  di  S.  Got- 
tardo da  una  congiura  di  patrizi  a  lui  invisi  e  speranzosi  invano 
del  meglio  (16  maggio  141 2).  Egli  era  spinto  violentemente  nel 
sepolcro  a  soli  ventiquattro  anni,  ma  la  breve  età  sua  sembrò 
dolorosamente  longeva  per  la  efferatezza  onde  il  suo  nome  si 
consegnò  alla  storia.  Non  ci  fu  crudeltà  a  cui,  per  pravità  di 
capriccio,  egli  non  si  abbandonasse  con  folle  entusiasmo;  e  le 
cronache  milanesi,  lui  dominante,  paion  mutate  in  diario  cruento. 
La  vile  adulazione  (merce  di  tutte  le  età)  tentò  fingerlo  prin- 
cipe quale  non  fu  ;  ma  la  figura  sua  è  pervenuta  ai  posteri  non 
migliore  di  quella  del  fratel  suo  Filippo  Maria,  che  gli  suc- 
cesse nel  ducato. 

Le  continuate  gelosie  fra  il  Visconte  ed  i  potenti  tirannelli 
del  ducato  contribuirono  in  quel  tempo  alla  successione  di  av— 


264 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


venimenti  che  in  modo  straordinario  toccarono  anche  il  nostro 
territorio.  Qui,  infatti,  passavano  e  soggiornavano  un  papa  ed 
un  imperatore. 

Il  papa  era  Giovanni  XXIII,  e  cioè  il  napolitano  Baldassare 
Cossa,  da  corsaro  fattosi  uomo  di  spada,  mestiere  indubbia- 
mente più  conforme  al  suo  genio  che  non  il  ministero  eccle- 
siastico; lo  imperatore  era  Sigismondo,  feroce  persecutore  dei 
seguaci  di  Giovanni  Huss,  sempre  costretto  a  fare  alleanze  od 
a  romperle  dalle  esigenze  del  suo  scarso  forziere;  ed  entrambi 
quei  coronati  s'erano  convenuti  in  Lodi  per  ragioni  politiche  e 
religiose,  poi  da  risolversi  in  un  concilio  ecumenico,  che  fu 
quello  di  Costanza.  A  Lodi  aveva  piaciuto  all'imperatore  di 
fissare  il  convegno  anche  perchè  invitatovi  dal  denaroso  Giovanni 
da  Vignate,  che  ne  chiedeva  la  protezione  contro  le  angherie 
del  duca  Visconte. 

Per  più  di  un  mese  restarono  a  Lodi  i  due  eccelsi  perso- 
naggi, ospiti  del  signore  della  città  (dicembre  141 3),  e  gran 
numero  di  cardinali  e  molti  principi  austriaci,  ungheresi  ed 
italiani  —  tra  i  quali  gli  Scaligeri,  i  Carraresi,  il  marchese  del 
Monferrato  —  costituivano  le  corti.  Ma  senza  descrivere  le  feste 
che  allietarono  il  colle  Eghezzone  durante  la  permanenza  del 
pontefice  e  dell'imperatore,  questi  a  quello  servendo  in  duomo 
come  diacono  nella  solennità  del  Natale,  trascorreremo  senz'altro 
alla  loro  partenza  per  Cremona,  dove  avrebbero  chiuso  il  con- 
gresso cominciato  in  Lodi,  ed  assai  più  sicuramente  perchè 
colà  non  giungeva  l'iroso  sospetto  di  Filippo  Maria,  sempre 
minaccioso  al  confine  laudense. 

A  Cremona  erano  aspettati  da  Cabrino  Fondulo,  preparatore 
di  grandi  gale  e  di  massime  pompe.  Così  mossero  verso  la 
turrita  città  (13  gennaio  141 4);  a  Codogno  giunsero  insieme, 
proseguirono  poi  Giovanni  per  Castelnuovo  e  Spinadesco,  Si- 
gismondo per  Pizzighettone  ed  Acquanegra.  Cristoforo  Stanga, 
non  signore  di  Castelnuovo,  ma  ivi  luogotenente  pel  Fondulo, 
vi  ospitò  e  refiziò  nella  rocca  per  un  giorno  e  una  notte  il 
pontefice. 

Continuarono  gli  augusti  colloqui  a  Cremona,  con  intervento 
dell'ordine  magnatizio;  ma  da  quella  città  papa  ed  imperatore 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


265 


tosto  si  dipartivano,  forse  tementi  della  fede  di  Cabrino;  il  quale 
—  rinnovando,  al  dir  della  leggenda,  la  biblica  imagine  di 
Satana  elevante  Iddio  sul  più  alto  pinacolo  del  mondo  —  avrebbe 
fatti  salire  sul  celebre  torrazzo  il  monarca  straniero  ed  il  ge- 
rarca cattolico ,  schiudendo  sotto  gli  occhi  loro  il  grandioso 
panorama  di  Lombardia,  che  loro  parve  un  inevitabile  abisso.... 
Sapevano  forse  che  Cabrino  da  quella  magnifica  altezza  aveva 
già  fatti  precipitare  i  Barbò  (23  novembre  1407),  a  lui  impla- 
cabilmente ostili  nel  patrio  Soncino. 

La  fine  del  Fondulo  fu  sciagurata  come  era  stata  esecranda 
la  sua  vita.  Padrone  di  Cremona  per  oltre  quindici  anni,  non 
gli  arrise  mai  pacifica  la  sua  potestà.  Arbitro  il  doge  Michele 
Steno  di  Venezia  (19  febbraio  1407)  si  iniziò  la  tregua  fra  lui 
ed  il  Vignate,  che  qualche  tempo  dopo  gli  restituiva  Macca- 
storna,  Castelnuovo  e  Meleti  ;  e  Cabrino  preponeva  a  quei  luoghi 
in  proprio  rappresentante  un  Bartolino  de'  Massimi  (1409). 
Pandolfo  Malatesta,  ora  stendendogli  la  destra  ed  ora  schieran- 
dogli contro  le  sue  barbute,  con  varia  vicenda  gli  tolse  terre  e 
castella;  a  Cabrino  si  ribellarono  i  subbietti,  ed  a  sua  volta  il 
traditore  dei  Cavalcabò  fu  tradito.  Indarno  egli,  e  sempre  te- 
mendo di  Filippo  Maria,  si  maneggiò  per  amicarselo:  il  duca 
stipulò  tregue  con  lui,  e  così  gli  si  dimostrò  benevolo  che  elevava 
persino  a  contea  Cremona  ed  il  suo  distretto,  conferendola  col 
titolo  a  Cabrino  ed  a'  suoi  discendenti  (i  gennaio  1415)*^. 

Ma  la  condotta  del  Visconte  non  era  degenere  da  quella 
de'  suoi  predecessori;  e  infatti,  per  mezzo  del  Carmagnola, 
Cabrino  fu  spogliato  di  Castelnuovo ,  Maleo ,  Pizzighettone , 
Soresina,  Soncino  e  d'altri  domini,  ed  assediato  in  Cremona. 
Tentò  egli  la  difesa;  cercò  vender  la  città  ai  veneziani  e  poi  a 
Pandolfo  Malatesta,  signore  di  Brescia  e  di  Bergamo  ;  ma  gli  fu 
giocoforza  venire  a  patti  col  duca,  al  cui  procuratore  Oldrado 
Lampugnano  consegnò  Cremona  (16  febbraio  1420),  ricevendone 
in  compenso  quarantamila  scudi  d'oro,  il  titolo  ed  il  possesso 
di  marchese  di  Castelleone,  e  la  licenza  di  trasferirvi  le  ammas- 
sate divizie. 

Così  passarono  cinque  anni  ;  ma  Filippo  Maria  non  era  uomo 
da  tenere  la  fede.  Oldrado  Lampugnano  proditoriamente  met- 


266 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


teva  in  ceppi  Cabrino  a  Castelleone  e  lo  conduceva  a  Pavia; 
d'onde,  tratto  a  Milano,  sulla  piazza  dei  Mercanti  il  soncinate 
aveva  tronco  il  capo  per  mano  del  boia  (12  febbraio  1425). 

L'infelice  moglie  sua  Pomina  e  due  figliuoletti  avevano  se- 
guita la  cattività  del  marito  e  del  padre. 

Le  terre  nostre,  risuonanti  spaventosamente  al  nome  di  Ca- 
brino, conobbero  anche  le  tetre  e  possenti  figure  di  Giovanni 
da  Vignate  e  di  Francesco  Bussone  da  Carmagnola;  ai  quali ^ 
come  al  Fondulo,  non  era  serbato  di  cadere  in  campo,  quan- 
tunque valorosi,  bensì  di  lasciare  violentemente  la  vita  e  in 
modo  infame. 

Del  -Vignate  abbiamo  già  detto  diffusamente.  C'è  solo  da 
aggiungere  che  anche  con  lui  Filippo  Maria  stabilì  una  tregua, 
ed  eresse  in  contea  Lodi  e  il  suo  distretto,  concedendola  al 
Vignate  ed  ai  discendenti  suoi  (10  maggio  1416),  e  ricevendone 
giuramento  (9  giugno)  Così  il  signor  lodigiano  aveva  potuto 
credersi  sicuro  recandosi  a  Milano,  nel  castello  di  porta  Ciovia, 
dove  pare  che  il  duca  lo  volesse.  Per  opera  del  solito  Lampu- 
gnano,  «esecutore  dei  delitti  del  duca  »  fu  improvvisamente 
arrestato  e  fatto  morire  (agosto  141 6). 

Come  su  altri  particolari  della  triste  vicenda,  così  anche  su 
quelli  del  luogo  e  del  modo  della  morte  sono  molteplici  le  di- 
screpanze; nessuno  dei  cronisti,  però,  mette  in  dubbio  che,  se 
Giovanni  Vignate  obbedì  alla  intima  ducale  che  lo  chiamava 
alla  corte,  fu  perchè  a  questo  lo  spinse  il  paterno  amore  per 
Giacomo,  figlio  suo,  vinto  e  fatto  statico  del  Carmagnola  in 
un  fatto  d'arme  dell'anno  antecedente. 

Colla  sua  morte  il  Lodigiano  passò  in  diretta  sovranità  del 
ducato  milanese,  prestando  le  terre  giuramento  di  fedeltà  al  duca 
Filippo,  in  Milano,  per  mezzo  di  legati  speciali 

Non  dobbiam  noi  tessere  la  minuziosa  biografia  di  Francesco 
Bussone,  nato  da  Bartolomeo,,  in  Carmagnola  (verso  il  1390). 
Solo  ci  piace  ricordare  che  egli,  deposto  il  vincastro  del  peco- 
raro  per  seguire  Facino  Cane,  fu  elemento  essenziale  con  Beatrice 
di  Tenda,  vedova  di  questi,  a  mantenere  il  ducato  nei  Visconti,, 
dopo  la  morte  di  Giovanni  Maria. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


267 


Le  sue  fortunate  battaglie  indussero  il  duca  ad  eleggerlo 
primo  ministro  e  generalissimo  ;  e  già  lo  si  vede  segno  ai  favori, 
ducali  quando  egli,  fatto  conte  di  Castelnuovo,  nomina  suo 
procuratore  Cristoforo  Ghillino  a  ricevere  il  giuramento  di  fe- 
deltà per  le  terre  di  Castelnuovo  e  di  Caselle  (3  gennaio  141 5). 

Qui  una  questione  di  esegesi  si  affaccia  agli  studiosi,  negando 
alcuni  che  Castelnuovo  sia  il  luogo  omonimo  delle  terre  nostre. 
Ed  opinano  essere  questo  un  errore  dei  cronachisti  nostrali, 
perchè  solo  nel  1419  il  valoroso  condottiero  legò  il  proprio 
nome  ai  fatti  d' arme  avvenuti  alla  foce  dell'  Adda.  Aggiungono 
alcuni  essere  Castelnuovo  quello  di  Scrivia,  del  quale  il  Car- 
magnola veniva  investito  per  aver  vinto  ad  Alessandria  il  mar- 
chese Teodoro  di  Monferrato  ;  ed  altri  asseriscono  identificarsi 
il  luogo  in  Castelnuovo  veronese,  oltre  Peschiera. 

Ma  a  noi  sembra  chiaro  che,  forzato  Cabrino  Fondulo  ad 
una  onerosa  tregua  col  duca,  questi  dovesse  dare  il  passo  del- 
l' Adda  in  mano  a  persona  di  sua  fiducia  ;  e  troviamo  inoltre 
che  la  vittoria  d'Alessandria  ebbe  luogo  il  6  febbraio  141 5,  e 
cioè  più  di  un  mese  dopo  la  procura  fatta  dal  Carmagnola  nel 
Ghillino.  Alla  qual  procura  ne  fa  seguito,  dopo  soli  quattro 
giorni,  un'altra  dello  stesso  Carmagnola  per  ricevere  da  Mar- 
gherita vedova  di  Galvano  Laudi,  a  nome  suo  e  di  suo  figlio 
Manfredo  conte  di  Venafro  e  di  Compiano,  il  solito  giuramento 
di  sudditanza  per  le  Caselle  di  Po;  la  qual  cosa  consente  nella 
nostra  designazione  dei  luoghi.  Ma  v'  ha  di  più  :  Castelnuovo  e 
Caselle  venivano  da  Filippo  Maria  confermate  al  Carmagnola, 
mentre  alla  loro  investitura  aggiungeva  quella  nuova  di  Casal- 
pusterlengo,  di  Catterà  e  di  Somaglia  (20  maggio  142 1). 

Del  resto,  male  non  si  appongono  coloro  che  fanno  Castelnuovo 
veronese  un  feudo  del  Carmagnola;  e  qui  tutto  è  questione  di 
data,  poiché,  se  già  prima  che  l' investito  legasse  la  vittoria  alla 
bandiera  di  S.  Marco  contro  il  duca  di  Milano,  egli  aveva  il 
titolo  di  conte  di  Castelnuovo,  il  borgo  del  Veneto  fu  a  lui 
investito  dalla  Serenissima  (1427),  dopo  che  il  valoroso  con- 
dottiero le  ebbe  conquistata  Brescia. 

*  . 

Maccastorna,  passata  al  duca  di  Milano,  da  questi  veniva  ri- 
data in  signoria  ai  Bevilacqua  (19  febbraio  141 7);  ma  questa 


268 


CODOONO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


signoria  non  potè  dirsi  definitiva,  poiché  le  avidità  soldatesche 
facevano  improvvisamente  mutare  domini  e  dominatori  ;  in  guisa 
che,  mentre  nel  luglio  141 7  troviamo  le  forze  ducali  padrone 
di  Maccastorna  e  di  Castelnuovo,  dopo  pochi  mesi  vediamo 
rioccupate  queste  rocche  dal  Fondulo  collegato  al  Malatesta  ed 
a  Filippo  Arcelli  di  Piacenza;  ed,  alla  ripresa  delle  ostilità  del 
Carmagnola  pel  duca,  rientrate  nella  sovranità  di  questi  (14 19). 

Nel  marzo  l' esercito  del  Carmagnola  moveva  sul  Cremonese 
in  tre  corpi:  Luigi  dal  Verme  comandava  la  sinistra,  Enrico 
Zanga  il  centro,  il  Carmagnola  Tala  destra.  Entrato  nell'agro 
cremonese  (i  maggio),  il  generalissimo  spinse  il  dal  Verme  su 
Castelleone,  su  Pizzighettone  lo  Zanga,  ed  egli  volse  il  suo  corpo 
a  Castelnuovo  Bocca  d'Adda,  per  congiungersi  sulla  destra  del 
Po  coi  presidi  viscontei  nel  Piacentino.  Ma  nè  il  dal  Verme  nè 
lo  Zanga,  vuoi  per  forza  d'armi  vuoi  per  via  d'oro,  riescirono 
ai  loro  intenti.  Lo  stesso  conte  di  Carmagnola  non  potè  col 
denaro  avere  a  sua  mercè  Bartolomeo  Malombra,  governatore 
di  Castelnuovo  pel  Fondulo.  L'onesto  e  fido  soldato  respinse  le 
ingiuriose  profferte  di  resa,  e  virilmente  resistette  all'invasore; 
indarno,  perocché  colui  assalì  la  rocca,  disfece  i  nemici,  si  im- 
possessò del  luogo ,  e  per  ordine  suo  l' intrepido  Malombra 
pendette  dalle  forche. 

Da  Castelnuovo  rattamente  il  capo  visconteo  corse  per  Meleti 
a  Maccastorna.  V  entrò  appena  riescitone  a  fuggire  Giacomo 
Fondulo,  cugino  a  Cabrino  e  rettor  della  rocca  nel  nome  di 
lui.  Poi  da  Maccastorna  il  Carmagnola  venne  a  diroccar  Maleo; 
e  quindi,  dall'arce  di  Gera,  a  bombardar  Pizzighettone,  tenuto 
da  Antonio  Mainardo,  che  capitolò  ritraendosi  come  Giacomo 
Fondulo  a  Cremona. 

Sulla  quale  addensò  il  conte  le  proprie  schiere,  respinti  gli 
avversi  da  Acquanegra  e  da  Spinadesco;  e  ridusse  così  il  ne- 
mico allo  estremo. 

Filippo  Maria  Visconte,  sorriso  dalle  sorti  più  liete  della 
guerra,  non  accettava  ormai  più  limite  veruno  alle  proprie  aspi- 
razioni di  signoria;  e  quando,  per  la  spada  del  suo  intrepido 
duce,  vide  davanti  a  sè  curvati  perfin  gli  stendardi  liguri  di 
S.  Giorgio,  divinò  forse  nel  futuro  un  regno  che  dalle  alpi  Ma- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


269 


rittime  si  distendesse  all'Italia  del  mezzogiorno.  Irridendo  ai 
patti  già  firmati  con  Firenze  (pei  quali  egli  non  avrebbe 
dovuto  oltrepassar  mai  colle  sue  brame  di  conquista  la  linea 
appenninica  della  Magra  e  quella  del  Panaro),  smentì  d'un  tratto 
sè  e  le  promesse,  e  dispose  di  Sarzana  pel  doge  genovese  Cam- 
pofrégoso,  si  proclamò  tutore  del  principato  di  Forlì,  e  mandò 
sue  genti  sul  Bolognese  a  combattervi  i  Bentivoglio  (1424).  Ciò 
naturalmente  non  piacque  ai  fiorentini;  e,  per  fiaccare  l'oltra- 
cotanza  viscontea,  s'  andarono  attaccando  alleanze  ed  aiuti,  primo 
fra  gli  altri  quello  di  S.  Marco. 

Già  da  secoli  il  ruggito  del  simbolico  leone  alato  si  riper- 
cuoteva sui  mari;  ma  ai  magistrati  della  Serenissima  s'andava 
in  mente  delineando  il  vecchio  sogno  della  potenza  quirite;  così 
che  quella  che  fu  a  ragione  chiamata  «  la  Roma  delle  acque  » 
volse  cupidi  gli  sguardi  ad  allargarsi  in  terra  ferma.  Non  man- 
cavano, è  vero,  i  prudenti  ed  i  sapienti  che  respingevano,  col- 
r  autorevole  sentimento  e  colla  parola  del  venerando  doge  Tomaso 
Mocenigo,  quelle  pericolose  velleità,  di  cui  s'era  fatto  apostolo 
il  procurator  giovane  Francesco  Foscari  (141 2);  ma,  se  i  fervori 
guerreschi  parve  pel  momento  s'acquetassero,  un  lustro  dopo 
più  fieri  riarsero,  quando  cioè,  già  da  tre  anni  onusto  il  capo  del 
corno  ducale,  Francesco  Foscari  rompeva  guerra  a  Filippo  Maria. 

Aiuto  poderoso  nell'impresa  era  prestato  a  Venezia  dal  Car- 
magnola, che,  venuto  in  sospetto  ed  in  disgrazia  del  Visconte, 
rumorosamente  l'aveva  lasciato,  esibendosi  ai  suoi  nemici  per 
combatterlo  (1425). 

Non  è  da  noi  il  tener  dietro  particolarmente  a  codesta  lotta 
spietata  fra  l'angue  e  il  leone.  Ci  basti  l'osservare  sui  nostri 
campi  e  sulle  nostre  acque  le  fasi  di  quel  grande  duello,  onde 
a  noi  venne 

Messe  novella  d'infiniti  guai, 

resi  più  acuti  dalla  irrefrenabile  vendetta  di  Filippo;  che,  oltre 
ferire  il  suo  antico  campione  nell'  onore,  gli  ritoglieva  le  libera- 
lità accordategli,  perseguitandone  i  clienti  e  gli  aderenti. 

Così  emanò  tosto  un  ordine  ai  maestri  delle  entrate,  nel  quale 
era  detto  :  «  Per  nostre  lettere  patenti  abbiamo  donato  al  ma- 
gnifico Carlo  Malatesta  ^'^  i  possessi  di  Casal  de'  Pusterlenghi  e 


270  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


di  Catterà,  che  eran  tenuti  da  Francesco  dei  Busoni,  detto  il 
Carmagnola  »  (21  agosto  1425).  Nello  stesso  ordine  il  duca 
teneva  responsabili  i  maestri  delle  entrate  di  quanto  il  Malatesta 
aveva  diritto  di  percepire  per  l'anno  in  corso;  e  ciò  riceve 
importanza  speciale  dal  fatto  che  il  reddito  spettante  al  Carma- 
gnola dei  beni  feudali  ed  allodiali  già  suoi  saliva  a  ben  qua- 
rantamila fiorini 

Questo  pel  Visconte  era  ancor  poco;  infatti  manifestava  al- 
tresì d' essere  indignato  in  ogni  occasione  ;  come  fece  per  lettera 
quando  gli  abitanti  di  Mirabello  lasciarono  libero  il  passo  ad 
un  senese,  famigliare  del  transfuga  capitano,  imponendo  di  im- 
prigionarne tutti  gli  amici,  pena  pei  contravventori  T esterminio 
sino  alla  terza  e  quarta  generazione  (2  settembre  1425). 

La  guerra  di  Venezia,  diretta  come  era  da  un  prode,  doveva, 
però,  seriamente  far  meditare  anche  Tignavo  Visconte.  Ed  egli 
si  rivolse  a  Sigismondo  imperatore,  invocandone  il  pronto  soc- 
corso contro  veneziani  e  fiorentini ,  già  impadronitisi  di  Brescia 
e  Asola,  fino  a  Castelnuovo  Bocca  d'Adda  e  Maccastorna,  e 
spingenti  per  l'Adda  e  pel  Po  la  loro  flotta  sino  a  Piacenza 
ed  a  Pavia.  Condottiero  delle  galee  venete  era  Francesco  Bembo  ; 
al  cui  sopravvenire  per  l'acque  abduane,  ancora  una  volta  i 
Bevilacqua  si  allontanavano  dal  castello  di  Maccastorna,  di  cui 
era  padrone  il  conte  Ernesto. 

Ma  le  terre  conquistate  dai  veneziani  tornavano  al  duca  mi- 
lanese per  pace  stipulata  (31  dicembre  1426);  pace  tutt' altro 
che  durevole,  poiché  l'anno  successivo  è  segnato  dalla  giornata 
di  Maclodio,  in  cui  il  Carmagnola  tratta  da  commilitoni  le  mi- 
gliaia di  cavalieri  viscontei  da  lui  fatti  prigionieri,  e  li  rimanda 
in  farsetto  liberi  alle  case  loro,  suscitando  così  nella  republica 
quel  cupo  sospetto  che  lo  doveva  condurre  sulla  ferale  Piazzetta, 
storica  testimone  della  inesorabile  giustizia  di  S.  Marco. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


271 


NOTE  AL  CAPO  XXIV. 

^  Da  un  rame  di  G.  Patrini  nelle  Memorie  storiche  della  nobile  famiglia 
Bevilacqua  di  Antonio  Frizzi. 
^  Cesare  Cantù  -  Illustrazione  del  Lombardo  Veneto. 
^  Vincenzo  Lancetti  -  Cabrino  Fonduto. 

*  Oggidì  il  castello  di  Maccastorna  è  V  unico  monumento  storico  dichiarato 
nazionale  nella  nostra  regione.  Così  la  sottocommissione  della  deputazione 
di  storia  patria  non  lo  obliasse!  ed  allora  ci  sarebbe  dato  vederlo  conser- 
vato con  quella  intelligenza  d'amore  che  par  rifiorente  in  Italia,  ma  che 
pur  troppo  qui  manca  al  punto  da  inforsare  perfino  l'esistenza  dei  pre- 
posti conservatori. 

^  Angelo  Grandi  -  Descrizione  della  provincia  e  diocesi  di  Cremona. 
^  Antonio  Campo  -  Cremona  fedelissima  città  e  nobilissima  colonia  dei 
Romani. 

'  Ludovico  Gavitello  -  Annales  quibus  res  ubiq.  gestas  memorabiles  a 
PatricB  sucB  origine  usq.  ad  annum  salutis  1583. 

*  Enrico  Biagini  -  Giovanni  Vignati. 

®  Questa  versione  è  la  più  accettata;  ma  a  noi  incomberebbe  l'obbligo  di  far 
cenno  di  tutte  le  altre,  diligentemente  raccolte  nella  monografia  di  Giovanni 
Vignati  da  Enrico  Biagini,  ed  in  quella  di  Cabrino  Fonduto  da  Leone 
Arrigo  Minto,  due  dotti  lavori  che  illuminano  di  moderna  luce  quegli 
spietati  annali  della  ferocia,  i  quali  si  contradicono  bellamente  a  vicenda. 

Pure,  terzi  venuti,  non  ricalcheremo  le  accurate  pagine  di  quegli  egregi 
monografisti.  Tra  le  varie  versioni,  però,  ci  piace  ricordare  che  il  Chronicon 
eugubinum  di  Guernerio  Bernio  riporta,  solitario,  che  il  Fondulo  uccise  i 
Cavalcabò  durante  una  finta  caccia;  e  che  parecchie  pure  sono  le  descri- 
zioni del  modo  con  cui  furon  fatti  cadaveri  i  dieci  infelici,  e  molteplici  i 
nomi  dei  presunti  sicari. 

Giuseppe  Ferrari  -  Révolutions  d' Italie. 


272 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


"  Anche  su  questo  fatto  —  di  cui  non  è  conosciuta  la  data  precisa  — 
vi  hanno  contradizìoni  negli  scrittori  di  cronaca;  senza  contare  che  nel 
racconto  romantico  del  Lancetti  l'uccisione  di  Ugolino  sarebbe  stata  co- 
mandata da  Carlo  suo  nepote,  prima  della  sua  partenza  fatale.  Nessuno, 
però,  dubita  del  supplizio  di  Marsilio  e  Cesare. 

Il  ritratto  che  publichiamo  di  Cabrino  Fondulo  è  quello  che  comu- 
nemente si  conosce,  tolto  da  una  stampa  dell'istoria  di  Antonio  Campo, 
e  riprodotto  in  un  quadro  esistente  nel  palazzo  Ala  Ponzone  di  Cremona 
e  nell'opera  di  Vincenzo  Lancetti. 

'■^  Giacinto  Romano  -  Archivio  storico  lombardo.  L'investitura  compren- 
deva, oltre  i  possessi  presenti  del  Fondulo,  anche  quanto  gli  era  stato 
tolto  dal  Malatesta  e  dai  suoi  alleati. 

Giacinto  Romano  -  Archivio  storico  lombardo. 

Andrea  Redusio  -  Chronicon  tarvisimmi. 

Giacinto  Romano  riporta  nota  dei  giuramenti  prestati  dai  procuratori 
di  Lodi  (26  e  27  agosto  1416);  di  Castione,  nelle  mani  del  Carmagnola 
(i  settembre);  di  Maleo  (15  giugno  1417);  di  Castelnuovo  (17  giugno). 

Questo  Carlo  e  quel  Pandolfo  che  vedemmo  signore  di  Brescia  e  di 
Bergamo  erano  figli  di  Galeotto  Malatesta,  signore  di  Rimini,  Pesaro. 
Fano  e  Fossombrone. 

^®  Felice  Osio  -  Documenti  diplomatici. 


CAPO  XXV. 


La  republica  ambrosiana  —  Francesco  Sforza  —  Le  guerre  coi  veneziani. 


UANDO  Filippo  Maria,  ultimo  duca  visconteo  di  Milano, 
esalava  lo  spirito  pravo  (13  agosto  1447),  i  popoli 
sentironsi  come  tolto  di  dosso  un  grande  peso  ;  ed 
il  ricordo  delle  malefatte  di  casa  Visconte  perdu- 
rava così  vigoroso  che  i  rami  gentiliziamente  più  o  meno  con- 
fessabili  della  celebre  casata  non  ardirono  nè  meno  di  avanzare 
velleità  di  pretese  al  potere. 

Così  stando  le  cose,  e  per  impeto  generoso  di  antiche  me- 
morie, Milano  sorse  unanime  nel  grido  di  «  libertà  e  sant'Am- 
brogio !  »  e  non  le  parve  vero  ricostituire  il  proprio  regime 
autonomo  su  ordinamenti  sinceramente  democratici. 

Senza  particolareggiare  intorno  all'orto,  alla  vita,  ai  brevi 
ma  fulgidi  momenti  dell'alma  republica  milanese,  questo  soltanto 
affermeremo  perchè  reale  :  che  la  sua  esistenza  non  poteva  essere 
se  non  effimera,  perocché  le  mancavano  i  due  precipui  elementi 
per  una  fortuna  solida  e  duratura:  la  virtù  republicana  e  la 
concordia  dei  cittadini,  seriamente  impensieriti,  per  giunta,  dalla 
lenta  ma  attuale  secessione  di  Pavia,  di  Lodi,  di  Piacenza,  di 
Parma,  di  Tortona,  di  Asti,  e  dalle  pretese  di  Como,  Alessandria 
Codogno  e  il  suo  territorio  ^  ecc.  —  /.  18 


274 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


e  Novara;  mentre  le  cospirazioni  dei  pretendenti  al  retaggio 
visconteo,  rinforzate  dalle  ostilità  dei  governi  vicini,  eccetto  che 
dalla  Serenissima,  e  dalle  tacite  ma  ardenti  ambizioni  dei  capi- 
tani già  al  servizio  del  duca,  congiuravano,  in  amplesso  mo- 
struoso ma  formidabile,  alla  rovina  del  nuovo  stato. 

Ed  anche  allora,  come  sempre,  il  sorriso  della  vittoria  doveva 
illuminare  il  volto  del  più  forte. 

Sopra  Lombardia  i  coronati  d'Europa  puntavano  gli  sguardi. 
Da  un  lato  era  l'imperatore  Federico  III  per  cui  il  dritto  della 
successione  nella  signoria  di  Milano  era  titolo  irrepugnabile,  e 
pel  quale  tuonò  indarno  l'eloquente  parola  di  Enea  Silvio  Pic- 
colomini,  allora  suo  secretarlo  e  suo  messo,  e  che  avrebbe  poi 
cinta  la  tiara  col  nome  di  Pio  II;  dall'altro,  il  re  di  Francia 
Carlo  VII,  che  per  cognazione  consideravasi  erede  legittimo  del 
ducato;  il  testamento  di  Filippo  Maria,  d'altra  parte,  chiamava 
alla  successione  Alfonso  re  di  Napoli;  e  si  schierava  pure  tra  i 
pretendenti  il  duca  di  Savoia,  Ludovico,  cognato  al  defunto. 

Contro  questo  fascio  poderoso  di  corone  e  di  scettri  spunta 
l'umile  virgulto  del  pomo  cidonio,  destinato  da  Cotignola,  sua 
terra  d'origine,  ad  inquartare  col  leone  rampante  l'impresa 
degli  Sforza,  in  tutta  la  simbolica  fortezza  del  proprio  co- 
sciente valore. 

Nato  in  San  Miniato  in  Toscana  (23  luglio  1401),  Francesco 
Sforza  crebbe  nell'armi  alla  scuola  del  padre  Attendolo,  il  leg- 
gendario guerriero  che  aveva  tratto  l'oroscopo  felice  del  suo 
avvenire  dalla  quercia  vetusta,  sui  cui  rami  era  rimasta  la  zappa 
paterna  da  lui  lanciatavi.  Francesco,  capitano  pel  duca  Filippo 
Maria,  ne  condusse  in  isposa  la  figliuola  naturale  Bianca,  donna 
di  inclite  virtù,  avendo  insieme  dal  suocero  la  contea  di  Cre- 
mona (1441).  Come  i  suoi  commilitoni,  alla  morte  di  Filippo 
egli  pure  era  rimasto  al  soldo  della  republica  di  S.  Ambrogio; 
ed  i  milanesi  tosto  compresero  che  un  grande  per  quanto  con- 
trastato futuro  gli  era  riserbato,  come  a  chi  potesse  vantare  le 
più  elette  energie  dello  spirito  e  del  corpo. 

Quando  la  republica,  da  pochi  giorni  costituita,  si  fu  con  lui 
intesa  per  la  condotta  d'arme,  egli  —  dissimulato  l'intimo  ram- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA  275 


marico  per  non  essersi  potuto  trovare  in  Milano  al  momento 
in  cui  il  suocero  suo  moriva,  e  così  direttamente  sostituirlo  nel 
supremo  potere  —  accettò  l'offerta  che  certo  gli  dovè  parer  strana  ; 
e,  continuando  alacremente  la  guerra  contro  i  veneziani  da  tempo 
disertanti  Lombardia,  subito  si  trovò  di  fronte  a  Pizzighettone. 

La  qual  rocca  avuta  da  Pietro  Visconte  e  da  Antonio  Cri- 
vello castellano,  e  collegatosi  a  Francesco  ed  a  Jacopo  Piccinino 
ed  a  Bartolomeo  Colleone,  varcò  l'Adda;  e  tosto  Maleo  e  Co- 
dogno  si  dichiararono  per  lui.  I  veneziani,  condotti  da  Mi- 
cheletto  da  Cotignola,  miravano  alla  definitiva  conquista  di 
Lodi  e  di  Piacenza,  già  occupate  per  volontaria  loro  dedizione, 
e  stavano  assediando  Casalpusterlengo ,  dove  appunto  avevan 
ricevuto  l'ambasceria  piacentina  che  li  chiedeva  signori  (19 
agosto).  Ma  Giacomo  da  Imola,  già  capitano  visconteo,  che  in 
Casalpusterlengo  aveva  costrutto  un  fortilizio,  lo  difendeva  stre- 
mamente; e  fu  assai  giovato  dall' avanzarsi  delle  milizie  sfor- 
zesche, che  avevano  indotto  i  veneziani  a  ripiegarsi  su  Lodi. 

Lo  Sforza,  avvezzo  agli  avvolgimenti  strategici,  mandò  Luigi 
dal  Verme  ad  occupar  Codogno  per  tener  d'occhio  le  mosse 
dei  veneziani  verso  Piacenza  e  Cremona;  mentre  egli,  per  aver 
totalmente  sgombra  la  linea  da  Lodi  al  Po,  e  disgiungere  le 
forze  nemiche  presidianti  Lodi  è  Piacenza,  si  fortificava  da  Pia- 
cenza a  Pavia,  tendendo  a  San  Colombano  occupato  dai  veneziani. 
Però  il  contegno  delle  sue  genti,  turbolente  e  sfiduciate  dal  non 
vedere  il  loro  capo  in  persona,  lo  obbligò  a  tornare  qui  fretto- 
losamente ;  e ,  per  meglio  infondere  loro  coraggio ,  sfidò  per 
trombettieri  la  veneta  oste  in  campo  a  Cavacurta.  La  tenzone 
parve  volesse  delinearsi  fieramente  nel  giorno  fissato  (30  agosto); 
ma  Micheletto  non  volle  far  scendere  dalle  alture  tenute  gli 
stendardi  di  S.  Marco,  e  nè  meno  rispondere  alle  provocazioni 
di  due  prescelte  squadre  che  lo  Sforza  aveva  loro  spinto  contro, 
guidate  da  Giacomo  Piccinino.  Pensò,  quindi,  il  duce  ambro- 
siano che  quello  era  tempo  gettato,  e  tornò  a  volgere  le  sue 
forze  altrove. 

Sotto  le  mura  assediate  di  San  Colombano  lo  Sforza  riceve 
l'offerta  di  Pavia  dallo  stesso  suo  castellano,  Matteo  Bolognino; 
e  questa  notizia,  non  meno  che  l'urto  delle  primitive  artiglierie 


276 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


rappresentate  da  bombarde  e  falconetti,  persuade  il  valorosa 
presidio  degli  ossidionati  a  cedere  le  armi  (19  settembre). 

Subito  dopo  lo  Sforza  s'avvia  su  Piacenza,  armando  alcuni 
galeoni  che,  dal  Ticino  scendendo  pel  Po,  si  dispongono  in 
gagliarda  flottiglia  alla  sinistra  del  fiume  (21  settembre)  e  per- 
mettono di  traghettar  sulla  destra  le  milizie,  che  danneggiano 
le  opere  avanzate  nemiche  e  le  torri  di  difesa.  I  veneziani  alla 
lor  volta  accorrono  a  sostegno  della  minacciata  lor  terra;  e, 
varcato  il  Po  a  Valloria,  rinforzano  la  difesa  piacentina,  gua- 
stando la  piccola  armata  sforzesca.  Francesco  Sforza  con  in- 
trepido assalto  s' impadronisce  degli  approcci,  spalanca  la  breccia  ; 
ed  il  sole  tramontando  illumina  lugubremente  il  sacco  feroce 
cui  è  data  in  balia  del  vincitore  Piacenza  (16  novembre). 

Diecimila  cittadini  fatti  schiavi  e  venduti,  rizzate  le  forche 
su  tutti  gli  angoli,  spezzate  le  tombe,  pollute  le  chiese,  gli 
sforzeschi  rimasero  nella  sventurata  città  quaranta  giorni,  tutto 
rubando,  tutto  rapinando,  perfino  i  legnami  e  le  ferramenta 
domestiche.  Fu  cosi  grande  la  iattura  e  così  devastatrice  la 
violenza  delle  soldatesche  che  Piacenza  non  riebbe  più  il  lustro 
e  la  potenza  d'un  tempo,  sebbene  i  Farnesi  la  restaurassero 
con  splendor  principesco. 

Per  la  presa  di  Piacenza  a  Milano  si  tripudiò  per  tre  giorni. 

Tramontò  rapidamente  la  luna  di  miele  che  aveva  irraggiati 
i  primi  rapporti  della  republica  milanese  col  fortunato  capitano. 
Quella  presentiva  in  lui  il  padrone  del  domani,  questi  era 
malcontento  delle  preferenze  intese  a  mandare  a  vuoto  la  sua 
meditata  sovranità  futura,  e  che  erano  dalla  republica  stessa 
usate  ad  altri  capitani.  Ne  avvenne  che  le  intelligenze  apparenti 
si  ruppero,  e  lo  Sforza  prescelse  la  causa  di  S.  Marco  a  quella 
di  S.  Ambrogio,  convinto  ch'essa  poteva  maggiormente  servire 
alla  propria. 

Già  i  veneziani  avevano  tentata  la  conquista  di  Cremona  a 
mezzo  di  galee  padroneggianti  il  Po,  per  conquistare  il  ponte 
che  fronteggiava  la  città  (15  giugno  1448);  ma  l'anima  virile 
di  Bianca  Maria  Sforza,  pure  assente  il  marito,  frustrò  l'assalto 
del  nemico,  che  subito  dopo  fu  pure  interamente  disfatto  ed  a 
Caravaggio  ed  a  Mozzanica  dalle  armi  milanesi.  Per  questi  fatti. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


27,7 


che  rendevano  illustre  e  temuto  il  nome  di  Francesco,  era  cosi 
a  mal  partito  ridotta  la  Serenissima  in  Lombardia,  che  accolse 
con  giubilo  la  proposta  di  lui,  chiedentele  pace  ed  alleanza 
contro  Milano  (18  ottobre  1448). 

Primo  frutto  del  mutamento  fu  l'impresa  di  Lodi,  tenuta  per 
gli  ambrosiani  dall'  intrigante  Piccinino.  Occorreva  agli  sforzeschi 
il  passo  dell'Adda;  e  questi  l'ottennero  perchè  Francesco  ebbe 
a  sè,  come  suoi,  tratti  Ernesto  ed  Onofrio  Bevilacqua,  fratelli  e 
signori  di  Maccastorna  * ,  che  comandava  al  fiume;  ed,  improv- 
visato un  ponte  in  chiatte,  venne  nella  rocca  e  la  fece  occupare 
da  sue  milizie  agli  ordini  di  Jacopo  Salernitano.  Poi  s'avviò  a 
Casalpusterlengo,  dove  accertò  i  piacentini  che  ne  avrebbe  pro- 
pugnata la  ribellione  contro  Milano.  Alla  Cà  Rossa  passava  in 
rivista  la  sua  squadra  navale,  allorché  da  Piacenza  gli  perven- 
nero ambasciatori  ad  annunciargli  che  con  grande  clamore  lo 
si  era  gridato  signore  della  città  e  che  colà  era  bramosamente 
as])ettato  (27  ottobre).  Ed  egli  vi  andò  e  vi  fu  solennemente 
accolto  dal  popolo  che  gli  giurò  fede. 

La  condizione  delle  cose  fu  novellamente  cambiata  dal  riav- 
vicinamento della  republica  veneziana  alla  milanese;  cosi  che, 
da  antiveggente  soldato,  lo  Sforza,  fra  le  genti  dell'  una  e  quelle 
dell'altra  stette  cuneo  disgiuntivo,  e  dove  lo  traeva  il  suo  ta- 
lento militare,  ivi  felicemente  impugnava  guerresche  azioni. 

Così  con  sedici  mila  uomini  faceva  cadere  in  sue  mani  il 
castello  di  Sant'Angelo  (12  agosto  1449)  a  danno  dei  milanesi, 
che  invano  gliene  contrastarono  il  possesso;  e  mandò  uno 
dei  suoi  luogotenenti,  Giovanni  Calmo,  alla  conquista  di  Pizzi- 
ghettone*'*;  la  cui  rocca  gli  venne  ceduta  dopo  un  simulato  as- 
salto, dai  fratelli  Antonio  ed  Ugolino  Crivelli  (29  agosto)  sulla 
cui  testa  Milano  bandi  duemila  ducati  d'oro. 

Successivamente  lo  Sforza  stipulava  colla  comunità  di  Lodi 
capitoli  e  convenzioni  pei  dazi  di  pedaggio,  per  gabelle  e  per 
imbottato,  in  quella  città  e  contado  (23  settembre)^;  e  riduceva  in 
propria  sovranità  la  rocca  di  San  Colombano,  minacciandone  il 
castellano  milanese  Lucio  Cotta,  se  avesse  perdurato  nella  resi- 
^stenza,  di  fargli  appiccare  fuor  dalle  mura  il  fratello  Innocente; 


27,8 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


e  in  questa  guisa  passò  al  forte  capitano  di  ventura  l' ultimo 
baluardo  della  potenza  ambrosiana  in  terra  di  Lodi  (12  dicembre). 

Milano  gli  si  diede  due  mesi  dopo,  stremata  dall'assedio  e 
dalla  fame,  non  meno  che  dal  perturbamento  che  aveva  scon- 
volto le  menti  e  scomposti  gli  animi.  I  cittadini,  nelle  distrette 
più  fiere  della  incertezza,  promulgano  a  duca  Francesco  Sforza, 
che  entra  in  Milano  per  porta  Ticinese,  fiancheggiato  dalla 
consorte  su  bianco  palafreno,  e  nella  metropolitana  gli  viene 
ritualmente  fatto  omaggio  (25  marzo  1450). 

Suona  tosto  1'  ora  della  ricompensa  pei  fedeli  allo  Sforza  :  egli 
nomina  cavalieri  di  speron  d'oro,  fra  gli  altri,  Fermo  Gavazzo 
della  Somaglia  e  Giacomo  Trivulzio;  conferma  la  contea  di 
Maccastorna  ai  Bevilacqua,  ai  quali  pure  due  anni  dopo  ag- 
giunge giurisdizione  e  decime  in  Larderà,  la  cui  investitura 
in  Onofrio  vien  fatta  per  mano  del  vescovo  Bernerio;  toglie 
agli  odiati  Piccinini  il  feudo  di  Somaglia,  rendendolo  ai  Ga- 
vazzi, ai  quali  conferisce  poi,  nelle  persone  di  Pietro  e  Serghi- 
nello,  il  titolo  di  conti  e  baroni  del  luogo  (145 1);  a  Giacomo 
da  Imola  toglie  Gasalpusterlengo,  e  lo  concede  a  Francesco  e  a 
Giorgio  Lampugnani  ;  e  dà  ai  Bossi  Meleti  (1452). 

Gome  vedremo  nei  successivi  capi,  fu  opera  di  Francesco 
Sforza  se  la  signoria  feudale  dei  Trivulzì  sostituì  in  Godogno 
quella  dei  Fagnani,  che  la  tenevano  da  pochi  anni.  Ma,  prima 
di  accennarne  il  come,  è  opportuno  discorrere  della  nobile  ca- 
sata attraverso  le  vicende  politiche  milanesi,  di  cui  essa  fu  parte 
importantissima,  e  che  apparecchiarono  la  successione  alla  vi- 
scontea della  dinastia  sforzesca,  cui  l' antico  contadinello  roma- 
gnolo aveva  saputo  sollevare. 

Le  armi  della  Serenissima,  già  rintuzzate  dallo  Sforza,  ora 
duca  di  Milano  ed  alleato  a  Firenze,  non  si  diedero  per  vinte, 
e  tornarono  ai  danni  di  lui.  Francesco  pensò  allora  a  munir  di 
soldati  i  confini  del  ducato  ;  e,  siccome  arce  perspicua  era  anche 
quella  di  Maleo,  il  duca  la  volle  fortemente  presidiata  (145 1). 

Nel  maggio  dell'anno  dopo  Alessandro  Sforza,  fratello  a 
Francesco,   veniva  alle  mani  coi  veneti  presso  Pizzighettone ; 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


279 


ma  sul  leone  rampante  trionfò  quello  alato:  Alessandro  ebbe  la 
peggio,  e  fu  mercè  se  potè  ripararsi  nel  baluardo  colle  schiere 
sgominate.  Gli  furon  compagni  nel  ritirarsi  due  notissimi  capi- 
tani suoi ,  Antonio  Landriano  e  Pietro  Maria  Rosso ,  il  fiero 
conte  parmigiano  che  nella  formidabile  Torchiara  svolse  fino 
al  compimento  il  romanzo  del  colpevole  amore  che  lo  avvinceva 
alla  bella  cremonese  Bianchina  Pellegrina. 

Perdurando  la  guerra  fra  il  duca  e  la  republica,  e  a  questa 
premendo  la  conquista  dei  passi  dell'Adda,  verso  giugno  si  ri- 
dussero i  combattenti  sul  luogo  di  Castione,  tenuto  dai  milanesi, 
ma  con  iscarso  numero  di  soldati,  poiché  una  specie  di  tregua 
era  intervenuta  per  non  ritardare  nell'estate  i  lavori  dei  campi. 
Ma  Francesco  Piccinino,  passato  alle  insegne  di  S.  Marco,  volle 
profittare  poco  lealmente  dell'occasione;  e,  predando  colle  sue 
soldatesche  la  destra  riva  dell'Adda,  si  accinse  all'assedio  di 
Castione,  vessando  gli  abitanti. 

In  soccorso  di  questi  affrettò  Francesco  l'invio  di  proprie 
milizie,  guidate  da  un  suo  luogotenente,  il  parmense  Sacramoro, 
e  da  Corrado  Fogliano,  suo  fratello  uterino;  i  quali,  avvertiti 
con  fuochi  notturni  del  grave  pericolo  a  cui  correvano  gli  os- 
sidionati ,  giunsero  alla  rocca  mentre  di  questa  già  si  pattuiva 
la  resa;  e  i  veneziani,  storditi  dall'improvviso,  violento  assalto 
delle  forze  milanesi,  si  ritirarono  verso  Crema,  toccando  la 
notte  seguente,  dopo  una  mischia  sanguinosa,  una  vera  disfatta 
(agosto  1453). 

Francesco  Sforza  ebbe  virtù  di  comando;  l'ingegno  prestante 
e  la  prudenza,  la  intrepidità  e  la  mitezza  gli  soccorsero  nei  dì 
felici  della  esistenza;  alla  cui  fine,  per  meritata  antitesi,  il  suo 
astro,  spuntato  fra  cruenti  bagliori,  si  spense  nella  pace  tran- 
quilla serbata  ai  giusti  (1466).  Infatti,  egli  solo,  il  maggiore 
dei  suoi,  si  distingue  per  la  fine  normale  e  compianta,  là  dove 
pei  discendenti  di  lui  è  tutta  una  tragica  sequela  di  morti  pre- 
coci o  violente  od  infami. 

Memore  de'  suoi  corregionali  e  collaboratori,  li  colmò  di 
ricchezze  e  di  poteri  ;  e  fu  così  che  Giovanni  Barberi  da  Lugo 
venne  munificamente  da  lui  donato  di  estesi  terreni  su  quel  di 
Maleo,  salvo  il  borgo  (19  febbraio  146 1);  cui  Galeazzo  Maria.. 


28o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


figlio  e  successor  di  Francesco,  infeudava  poi  al  conte  Galeotto 
Bevilacqua  (22  febbraio  1469)*. 

Degna  corona  alle  opere  di  Francesco  Sforza  fu  la  fondazione 
dell'ospitai  Maggiore  in  Milano;  ma  è  pur  forza  ricordare  che 
la  storia  a  lui  non  perdonò  nel  periodo  combattuto  della  gio- 
ventù nè  la  irrequietezza  dello  spirito  intrigante,  nè  l' aquiescenza 
più  volte  dimostrata  in  conspetto  alle  barbarie  dei  suoi  capi- 
tani, come  quelle  commesse  dai  francesi  da  lui  assoldati  all'as- 
salto di  Pontevico  (ottobre  1452). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


281 


NOTE  AL  CAPO  XXV. 

^  Ludovico  Gavitello  -  Annales  quibus  res  ubiq.  gestas  memorabiles  a 
Patrics  sucB  origine  usq.  ad  annum  salutis  1583.  —  Bernardino  Corio  - 
Storia  di  Milano. 

^  Giovanni  Simonetta  -  De  rebus  gestis  Francisci  I  Sfortice ,  dalla 
quale  opera  ci  piace  tradurre  un  brano  che  descrive  Pizzighettone  : 

«  Fra  gli  altri  passi  del  fiume  (Adda)  Pizzighettone  è  molto  importante 
e  stimato,  atto  com'è  così  alla  offesa  come  alla  difesa.  Quel  castello,  sito 
sulla  sponda  dell'Adda,  al  confine  del  Cremonese,  dal  duca  Filippo  fu 
guarnito  di  altissime  e  lunghe  muraglie,  circondate  da  profondi  fossati 
pieni  d'acqua  per  tre  parti.  Dall'ultima  di  queste  il  fiume  scorrente  bagna 
le  mura.  Il  castello  ha  una  rocca  di  struttura  mirabile,  munita  di  propu- 
gnacoli, e  le  mura  di  esse  scendono  in  egual  modo  sulla  riva  fluviale;  e 
dall'altra  riva,  che  è  il  confine  del  Lodigiano,  s'alza  un'altra  rocca  e  pel 
luogo  e  per  l' opera  ben  difesa,  quantunque  di  minor  grandezza.  Fra  queste 
fortezze  corre  un  ponte  in  legno,  da  entrambe  vigilato,  il  quale  costringe 
i  passanti  a  camminar  fuori  dalle  mura  ». 

^  Archivio  comunale  di  Godogno. 

*  A  beneficio  di  Galeotto  il  duca  Galeazzo  Maria  aveva  già  data  fa- 
coltà ad  Onofrio,  zio  di  lui,  di  istituirlo  erede  della  sua  parte  del  feudo 
di  Maccastorna  (3  maggio  1468).  Sotto  la  stessa  data  e  con  altro  di- 
ploma lo  stesso  duca  donava  ad  Onofrio  Cavacurta,  Meleti,  Gera  e 
Case  Nuove. 


CAPO  XXVI. 


La  cronaca  conventuale  —  L' abazia  di  S.  Stefano  —  I  gerolamini  d' Ospe- 
daletto  —  Le  cistercensi  di  Senna  —  I  serviti  di  Cavacurta  —  I 
francescani  di  Maleo. 


ACCIA  ora  per  poco  l'orrisonante  clangore  delle  trombe 
mavorzie;  e,  ricondottici  sotto  le  arcuate  volte  dei 
chiostri,  sogguardiamo  rapidamente  al  crescere  delle 
ricchezze  terrene  possedute  dagli  ordini  regolari  dal 
principio  del  secolo  XIV  —  data  sotto  cui  li  lasciammo  —  fino 
allo  scorcio  del  XVI,  a  quando  cioè  Carlo  Borromeo,  metropolita 
milanese,  tentò  con  ferrea  mano  di  riformare  i  costumi  del  clero 
e  di  ricondurlo  alle  fonti  evangeliche. 

Quanto  più  ci  inoltriamo  nelle  età  e  tanto  più  vediamo  il 
mondo  turbato  per  affari  ecclesiastici.  Osservammo  già  —  e  ri- 
petutamente anche  colla  scorta  d'autori  meno  sospetti  d'irreli- 
giosità —  quale  biasimevole  trasporto  ai  beni  materiali  avesse 
posto  il  tallo  nell'animo  di  frati  e  di  monache,  che  dal  looo 
in  poi  s'eran  di  essi  abbondevolmente  locupletati.  Nè  ripeteremo 
come  i  ministri  della  chiesa,  seppero  foggiar  catene  alle  coscienze, 

Per  confundere  in  sè  duo  reggimenti, 

in  guisa  da  distruggere  perfin  la  memoria  del  tempo  in  cui  i 
cristiani  pastori   umili  ed  oscuri  regnavano  solo  sulle  anime,. 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


283 


con  quel  misticismo  celestialmente  puro  onde  nei  giorni  dell'  ira 
e  della  violenza  avevan  tratta  ragione  di  vita;  e  mutando  invece 
col  progresso  delle  età  e  colla  pervicacia  dell'abuso,  gli  errori 
in  massime  indiscutibili  e  le  usurpazioni  in  diritti. 

Al  fasto  che  avvolgeva  i  pontefici;  a  quelle  pompe  di  che 
andavano  gonfi  i  vescovi;  a  quelle  commozioni  prodotte  dalle 
discordie  nelle  alte  sfere  gerarchiche  per  le  temporali  giurisdi- 
zioni, s'aggiunga  la  pianta  dello  scisma  che  distendeva  la  sua 
ombra  funesta  sulle  coscienze  al  di  qua  e  al  di  là  delle  Alpi  ; 
infine,  i  semi  della  riforma  tedesca  che,  latenti  sotterra,  aspet- 
tavano per  germogliare  gli  errori  di  Roma  e  della  sua  curia;  e 
sarà  facile  intendere  come  anche  oltre  le  sacrate  mura  —  dove 
una  attrazione  ineffabile  avrebbe  dovuto  dare  la  pace  ai  tementi 
di  Dio  colle  lunghe  veglie,  coi  fieri  digiuni,  colle  aspre  peni- 
tenze —  andasse  penetrando  quello  spirito  di  irrequetudine  per 
cui  dalle  meditazioni  nell'  alto  e  cappucci  e  soggoli  si  ripiega- 
vano invece  verso  le  contemplazioni  terrene. 

D'altronde,  continuava  il  prisco  uso  di  arricchire  di  suolo,  di 
moneta  e  di  privilegi  le  famiglie  monacali;  sì  che  queste,  nel 
genio  festoso  della  società  civile  —  che  (specie  in  Italia,  fiorente 
di  dovizie  per  commerci,  per  arte,  per  manifatture)  le  lasciava 
tranquillamente  riposanti  nel  sicuro  domani — fruivano  spensierate 
dei  godimenti,  paghe  del  presente  che  loro  perdurava  largitore 
di  tutte  le  più  gradite  soddisfazioni  mondane. 

Tra  noi  erano  rigogliose  più  che  mai  l'abazia  di  S.  Stefano 
al  Corno,  che  aveva  per  fama  e  ricchezze  oltrepassate  le  Alpi, 
e  riconosceva  per  signora  la  mensa  vescovile  di  Lione,  come 
indubbia  Defendente  Lodi,  o  apparteneva,  come  afferma  Claudio 
Roberti,  all'ordine  dei  canonici  regolari  di  Premontrè  in  Piccardia^ 

Dell'abazia  di  S.  Stefano  tace  la  cronaca  per  oltre  un  secolo, 
sebbene  il  Mabillon  ^  lasciasse  scritto  che  «  troppe  e  importanti 
cose  avrebbe  avuto  a  narrare,  raccolte  da  lui  nei  manoscritti 
preziosi  conservati  nell'archivio  abaziale  ».  Ma  oggi  non  sono 
più  possibili  ricerche  simili  a  quelle  dell'erudito  benedettino 
che  viaggiò  e  scrisse  infaticabilmente,  imperocché  l'archivio  della 
celebre  abazia  seguì  la  sorte  di  parecchi  altri  congeneri,  facendo 
trista  fede  della  barbara  ignoranza  anche  di  tempi  per  vero  non 


284 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


remoti.  Solo  qualche  atto  rimane  a  testificare  della  capitale  im- 
portanza del  convento  di  S.  Stefano  ;  ma  non  è  tale  che  per 
esso  la  cronaca  sia  fervente  di  vita. 

Il  nostro  Monti  ^  —  che  scosse  la  polvere  ai  membranacei  ed 
alle  carte  più  antiche  della  nostra  regione,  e  di  esse  scrisse  con 
reverenza  ed  amore  —  riporta  da  Defendente  Lodi  due  note: 
l'una  che  il  padre  Bernardo  da  Mulazzano,  abate  di  S.  Stefano, 
fu  altresì  vicario  generale  del  vescovo  Giacomo  Arrigone  (1409- 
141 3);  l'altra  che  la  ricca  abazia  di  cui  è  parola  passò  in 
commenda  forse  sotto  il  pontificato  di  Eugenio  IV,  e  che  ciò 
avvenne  perchè  quell'abate,  come  altri  suoi  colleghi  diocesani, 
per  insinuazione  di  Filippo  Maria  Visconte  avrebbe  accettato 
il  conciliabolo  di  Basilea,  in  cui  era  stato  eletto  l'antipapa  Fe- 
lice V,  nella  persona  del  duca  Amedeo  di  Savoia  (24  luglio  1440). 

Abate  di  S.  Stefano  al  Corno  fu  Bonifazio  Simonetta,  nepote 
del  celebre  ministro  di  Francesco  Sforza,  Cicco,  del  quale  fra 
breve  ci  verrà  sott'  occhi  la  figura  magnifica.  Bonifazio  allorché 
lo  zio  fu  d' ordine  di  Ludovico  il  Moro  mandato  a  morte  (30 
ottobre  1480),  abbandonò  la  ferula  abaziale,  e  si  condusse  a 
Roma,  per  quella  guisa  evitando  il  suo  travolgimento  nella  do- 
mestica iattura.  Lui  assente,  e  tempio  e  chiostro,  quasi  total- 
mente reingoiati  dal  Po,  risorsero;  così  che  Bonifazio  —  la  cui 
nomina  e  privilegi  di  abate  gli  eran  stati  conferiti  da  Francesco 
Sforza  —  riebbe  la  propria  dignità.  Dovette,  però,  la  propria 
reintegrazione  allo  affettuoso  ospite  suo  in  Roma,  cardinale 
Giovanni  Battista  Cibo,  che  fu  poi  papa  Innocenzo  Vili.  Il  re- 
gnante pontefice  Sisto  IV  da  prima  nicchiava,  comecché  il 
duca  di  Milano  avesse  all'assente  Simonetta  già  sostituito  un 
altro  abate  a  propria  imagine  e  somiglianza;  ma  la  faccenda  si 
accomodò  così:  Sisto  IV  ripristinò  nell'oficio  suo  il  Simonetta, 
e  questi  riconobbe  l'obbligo  di  una  pensione  all'abate  sforzesco 
di  duecento  scudi  d'oro,  cifra  che  dà  la  misura  dell'importanza 
dell'abazia  (non  oltre  il  1484). 

Giunse  in  tempo  il  Simonetta  per  riparare  le  profonde  avarie 
ed  i  guasti  padani  subiti  dal  suo  sacro  edificio;  a  restaurare  il 
quale  spese  ben  diecimila  scudi  d'oro,  avuti  a  prestito  da  con- 
giunti e  da  amici.  Appena  Innocenzo  Vili  cinse  la  tiara,  l'abate 


NELLA   CRONACA  E  NELLA  STORIA 


285 


Bonifazio  supplicò  da  lui  perchè  lo  liberasse  dall' òbbligo  della 
gravissima  pensione;  intercesse  altresì  ai  cardinali;  ma  nè  il 
gerarca  supremo  nè  i  porporati  lo  esaudirono. 

Bonifazio  Simonetta  fu  aureo  latinista;  dedicò  a  Carlo  Vili, 
re  di  Francia,  un'opera  De  Cristiance  fidei  et  romanorum  Ponti- 
ficum  persecutionibus ,  dalla  cui  dedica  risulta  esser  stato  lo  stesso 
duca  Ludovico  l'ispiratore  di  essa.  Ma  ciò  che  deve  maggior- 
mente interessarci  si  è  che  Bonifazio  Simonetta  lasciò  copia  di 
notizie  storiche  della  sua  insigne  abazia,  notizie  trasunte  da  un 
altro  egregio  ecclesiastico,  l'arciprete  Francesco  Bergamaschi,  il 
quale  ha  buon  dritto  ad  un  nostro  cenno  per  i  benefizi  da  lui 
usati  a  S.  Stefano  e  ad  altri  luoghi  della  nostra  regione  (prima 
metà  del  XVII  secolo). 

In  un  rogito  di  Giuliano  Bernareggio ,  notaro  di  Lodi ,  è 
registrata  la  apprensione  d'ogni  possesso  materiale  e  diritto 
inerente  sull'abazia  di  S.  Stefano  per  parte 
di  Scaramuzza  Trivulzio  o  dal  suo  procu- 
ratore (25  maggio  1502). 

Questo  prelato,  figlio  di  Gian  Fermo, 
vescovo  di  Como  (1508),  era  assai  beneviso 
a  re  Luigi  XII  e  suo  consigliere;  ma  seb- 
bene di  tutto  cuore  con  Francia,  pure  non 
volle  prender  parte  al  conciliabolo  pisano 
nel  quale  gli  interessi  francesi  tentavano 
accordarsi  con  quelli  tedeschi,  naturalmente 
in  odio  al  famoso  grido  papale  contro  i 
barbari  in  Italia  (151 1);  si  rivolse  invece 
a  Roma,  presenziando  al  concilio  lateranense.  Leone  X  di  cui 
pure  fu  intimo,  lo  contraddistingueva  collo  scarlatto  zucchetto 
cardinalizio  (15 17). 

Quattro  anni  soli  segnarono  il  passaggio  del  dominio  di  Sca- 
ramuzza sull'abazia,  durante  i  quali  larga  opera  egli  diede  a 
risanare  e  ad  abbellire  il  vetusto  convento;  che  egli  cedeva  ad 
Antonio  fratello  suo,  vescovo  di  Asti  (1506)^. 

In  quell'età,  in  cui,  se  specialmente  giovati  dall'amicizia  di 
pontefici  quali  Leone  X  e  Adriano  VI,  niente  di  più  comune 


Scaramuzza  ^. 


286 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


era  del  coacervarsi  dignità  ecclesiastiche  sopra  una  sola  persona, 
nessuna  meraviglia  se  anche  V  esimio  ecclesiastico  dei  Trivulzio 
ad  alte  e  più  dignità  rapidamente  ascendesse  ed  a  sua  volta 
potesse  delegarle  a'  suoi.  Sull'  esempio  dei  pontefici  romani , 
principati  di  chiesa  santa,  infule  vescovili,  ricci  abaziali,  cano- 
nicali almuzie,  rocchetti  e  mozzette  corali,  congrue  di  parochie 
e  di  curazie,  cadevano  come  la  manna  celeste  su  discendenti, 
collaterali  ed  agnati  di  colui  che  aveva  illustrato  il  suo  genere 
coprendolo  colla  mitra  gemmata.  Nè  a  ciò  conseguire  bisognavan 
meriti  o  feconde  virtù  ;  ma  bastava  il  possesso  domestico  delle 
insegne  prelatizie  perchè  anche  gli  impuberi  della  famiglia  po- 
tessero da  un  dì  all'altro  sottrarsi  alla  ferula  del  pedagogo  per 
impugnare  il  pastorale. 

E  così,  come  vediamo  il  trapasso  da  fratello  a  fratello  del 
possesso  di  un'abazia,  vediamo  ancora  che,  morto  Antonio  Tri- 
vulzio (1522),  Catalano,  figlio  di  Gerolamo  Teodoro  e  nipote 
quindi  di  Scaramuzza  e  di  Antonio,  diventa  commendatario  del 
Corno,  e  vescovo  di  Piacenza  (1523)  per  rinunzia  di  Scaramuzza, 
che  era  stato  eletto  a  quella  sede  episcopale  l'anno  prima. 

Del  resto  la  rinuncia  al  vescovato  piacentino  per  parte  del 
porporato  era  ad  usura  compensata  dalla  sua  esaltazione  al 
seggio  arciepiscopale  di  Vienna  nel  Delfinato;  ma  poco  egli 
ne  usufruì  poiché,  come  avviene  di  consueto  a  chi  sta  in  alto, 
fu  coinvolto  nelle  vicende  politiche,  e  morì  a  Maguzzano  sul 
Veronese  (1527),  profugo  da  Roma,  abbandonata  in  quei  giorni 
al  terribile  sacco  degli  imperiali. 

Errerebbe  a  partito  chi  volesse  confrontare  ai  presenti  quei 
vecchi  sistemi  di  istituzione  a  dignità  ecclesiastica.  Sono  oggi 
dal  più  al  meno  inspirati  a  criteri  di  persona  e  di  rettitudine; 
non  erano  allora  generalmente  che  conseguenza  di  simpatie 
rafforzate  dai  legami  del  sangue. 

Era,  dunque,  naturale  che  siffatti  presuli  del  loro  ministero 
non  avessero  che  il  titolo  onorario  nè  sempre  i  redditi;  che 
lungi  dalla  loro  catedra  la  amministrassero  per  mezzo  di  dele- 
gati, creature  proprie.  Laonde  fu  provvida  l'austera  riforma  di 
Carlo  Borromeo,  che,  sopprimendo  scandali,  simonie  e  quanto 
di  meno  conveniente  formava  la  vita  comune  del  clero,  colpì 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


287 


altresì  senza  falsa  pietà  le 'rame  eccelse  del  mistico  albero,  tutti, 
grandi  e  piccoli,  rigorosamente  sottoponendo  ai  comandi  evan- 
gelici della  sacerdotale  disciplina. 

Anche  Carlo  Borromeo  fu  commendatario  del  Corno  ;  e  —  se- 
condo Defendente  Lodi  —  rinunciò  a  questo  benefizio  ed  a 
■molti  altri  per  ispirito  di  esemplare  virtù.  Ma  a  noi  incombe 
di  ricordare  Catalano  Trivulzio,  che,  aiutato  dal  fratello  Scara- 
muzza, abate  di  S.  Stefano  stesso  (morto  nel  1554),  fu  provvido 
e  solerte  commendatario,  al  quale  dovettero  il  loro  risorgere  le 
vecchie  case  coloniche  del  luogo,  continuamente  offese  dal  fiume 
vicino;  e  tra  le  altre  il  Molinello  (presso  Meleti),  su  cui  l'abazia 
aveva  diritti  che  risultano  da  antiche  carte  (1182);  e  la  Resmina, 
da  lui  edificata.  Dalla  roggia  Codogna  egli  derivò  le  due  nuove 
Badessa  e  Priora;  e  diboscò  sifattamente  i  terreni  contigui  alla 
commenda  che  i  nuovi  fittabili  detti  quarantini  solvevano  an- 
nualmente poco  meno  di  cinquantamila  lire  imperiali  di  pigione. 

Nell'abazia  che  era  stata  in  vita  sua  cura  costante  egli  morì 
(4  agosto  1559),  e  fu  sepolto,  al  dire  di  Cristoforo  Poggiali-  e 
di  alcuni  che  consultarono  vecchie  memorie  dell'archivio  ca- 
tedralita  di  Piacenza ,  nella  chiesa  di  S.  Biagio  in  Codogno  ; 
secondo  altri  invece  nella  chiesa  dei  SS.  Nazaro  e  Celso  in  Milano, 

.  * 

La  pietà  dei  conti  Palatini  aveva  costituito  per  gran  parte 
il  ricco  patrimonio  dei  monaci  gerolamini  dell' Ospitaletto  di 
Senna.  E  quelle  ricchezze  andarono  così  aumentando  —  come 
vedemmo  al  capo  XIII  —  che  verso  la  metà  del  XIV  secolo 
erano  di  ben  trentaduemila  pertiche  circa. 

Le  notizie  riferentesi  al  convento  dell'  Ospitaletto  e  nelle  quali 
si  dubita  che  la  camera  ducale  abbia  confiscato  i  beni  del  Piz- 
zolano  —  di  cui  venne  investito  il  nobile  Francesco  Serantoni 
(6  ottobre  1423)  —  furono  diligentemente  raccolte  dal  Corte- 
miglia  Pisani  ^.  Il  quale  attribuisce  pure  al  beato  Lupo  d' Olmedo 
il  merito  di  aver  ricondotti  i  gerolamini  alle  antiche  ^  rigide 
regole  della  disciplina;  ed  allora,  in  benemerenza.  Lupo  fu  il 
primo  commendatario,  fino  a  quando  egli  ritornò  in  abazia 
r Ospitaletto  (1433),  che  da  allora  divenne  sede  dell'abate  ge- 
nerale dell'ordine,  inaugurando  la  serie  di  questa  dignità  mo- 
nastica, prima  in  Italia,  il  padre  Giovanni  di  Robles. 


288 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Nei  tempi  successivi  scemò  la  ricchezza  della  celebre  casa 
generalizia,  o  per  mala  amministrazione  o  per  colpevole  avidità 
di  chi  v'era  preposto.;  e  le  cose  eran  venute  così  al  meno  e 
tanto  trascurati  caddero  i  privilegi  concessile  dalla  duchessa 
Bianca  Maria,  vedova  di  Francesco  Sforza  (1462  e  1467),  che 
il  beato  Costante  da  Gazzaniga,  già  secondo  generale  del- 
l'ordine e  priore  semplice  dell' Ospitaletto  prò  tempore^  porse  al 
duca  Giovanni  Galeazzo  una  istanza  perchè  fossero  restituiti, 
per  via  di  giustizia,  al  suo  monastero  i  beni  del  Pizzolano 
già  confiscatigli  (1468).  E  il  duca,  dopo  una  riflessione  di 
nove  anni ,  rispose  annuendo ,  purché  quella  restituzione  non 
recasse  nocumento  alla  investitura  che  d'una  parte  delle  terre 
era  stata  fatta  dalla  camera  ducale  in  persona  del  Serantoni 
(3  dicembre  1477). 

Giovanni  Antonio  Gavazzo  conte  della  Somaglia  veniva  in- 
vestito da  Galeazzo  Maria  Sforza  della  giurisdizione  in  nobile 
feudo  dell' Ospitaletto  e  d'altre  terre  lodigiane  (1482).  Ma  ne 
successe  un  litigio  fra  il  Gavazzo  ed  i  gerolamini;  ed,  eletti 
dal  duca  tre  compromissari,  questi  sentenziarono  a  favor  del 
convento,  e  la  sentenza  fu  confermata  dal  duca. 

Il  primo  ventennio  del  secolo  XVI  vide  innalzarsi  come  una 
fiammata  lo  sviluppo  della  casa  gerolamita.  Con  atto  publico 
(4  settembre  15 16)  la  famiglia  comitale  milanese'  dei  Balbi  do- 
nava munificamente  parecchi  de'  loro  beni  in  Ospitaletto  ai 
gerolamini,  a  patto  che  nel  villaggio  costituissero  la  parochia- 
lità,  colla  sua  chiesa  e  col  suo  campanile;  che  per  due  volte 
al  dì  facesser  distribuzione  gratuita  di  minestra  ai  poveri;  che, 
infine,  a  venti  nobili  milanesi  decaduti  e  nominalmente  indicati 
dai  donatori  Balbi,  fossero  somministrati  abiti  monastici  e  con- 
cessa vita  in  comune;  se  per  contrario  costoro  non  avessero 
voluto  vivere  collegialmente,  si  lasciassero  pure  fuor  di  paese, 
ma  fosse  posta  a  loro  disposizione  la  somma  di  tre  fiorini 
quotidiani. 

Si  edificò  la  chiesa  dedicandola  ai  santi  Pietro  e  Paolo  e  renden- 
dola indipendente  dalla  plebania  omonima  di  Senna,  a  sua  volta 
dipendente  da  S.  Maria  di  Galilea  in  Piacenza  ;  sorse  il  campanile  ; 
s' allargò  il  chiostro  ;  si  rese  fertile  la  bassura  paludosa ,  aumentò 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


289 


il  reddito  terriero  (1600  circa);  si  sostennero  e  si  vinsero  liti 
contro  confinari  potenti,  e  persino  col  sangue  si  conservarono 
intatti  i  dritti  d' acqua  sulla  roggia  Fratta.  Ma  tutto  ciò  era  costato 
molto  ed  il  reddito  dell' amministrazionvJ  sensibilmente  scemò 

Allora  i  monaci,  avutone  l'assentimento  dai  conti  Balbi,  ri- 
dussero da  venti  a  quindici  il  gruppo  dei  ricoverati.  Per  altro, 
nè  pure  così  migliorò  la  sorte  di  quel  convitto,  poiché  quei 
patrizi,  ribelli  per  nativa  albagia  alla  soggezione  dei  regolamenti, 
fecer  nascere  tali  scandali  e  disordini  che  fu  mestieri  destinare 
altrimenti  i  lasciti  Balbi  ;  e  così  si  assegnarono  invece  dei  sus- 
sidi a  quegli  indisciplinati  quattro  doti  a  nubende  dell'  anno. 
Questo  durò  brevemente,  e  sarà  detta  nelle  nostre  future  pagine 
la  sorte  anche  di  questa  beneficenza,  che  fu  comune  a  pressoché 
tutte  le  altre  congeneri. 

Primo  paroco  gerolamino  d' Ospitaletto  fu  Gerolamo  Moiraghi 
(25  settembre  1558);  ed  accanto  alla  parochia  si  svolsero  gra- 
dualmente il  vigore  e  la  fortuna  del  chiostro. 

Quivi  era  la  sede  ordinaria  del  generale  dei  gerolamini  d' Italia  ; 
egli  si  intitolava  conte  di  Ospitaletto  ;  usava  mantelletta  e  moz- 
zetta  da  prelato  romano  ;  Paolo  V  e  Urbano  Vili  papi  gli  avevan 
determinata  la  foggia  e  concesso  l'uso  degli  abiti  pontificali;  a 
lui  l'alta  facoltà  del  conferimento  a'  suoi  monaci  degli  ordini 
minori,  diritto  a  sei  cavalli  aggiogati  alla  sua  vettura  e  libertà 
d'avere  sino  a  quaranta  frati  nel  monastero  d' Ospitaletto. 

Un  episodio  monacale,  non  eccessivamente  strano  per  l'epoca, 
svolgevasi  nel  XV  secolo  a  Senna.  Il  monastero  delle  cistercensi 
ivi  posto  era  già  da  alcun  tempo  incorporato  per  redditi  a  quello 
pure  cistercense  di  S.  Maria  di  Galilea  in  Piacenza  su  citato  ; 
e  ciò  non  ostante,  e  pur  sottomesse  in  obbedienza  alle  vergini 
piacentine,  eran  rimaste  in  Senna  parecchie  di  quelle  religiose. 
Se  non  che  le  fiere  vicende  di  guerra  così  atterriron  le  poche 
e  pavide  spose  del  Signore  quivi  rimaste,  che,  all'annuncio 
delle  bande  armate  trascorrenti  pel  Lodigiano,  reputarono  pru- 
dente refugiarsi  nella  casa  madre  al  di  là  del  Po,  prima  che  le 
lancie  e  i  mazzapicchi  compissero  la  distruzione  del  castellare 
^  e  del  loro  pacifico  asilo. 

Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /.  19 


290 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Nel  trambusto  andaron  dispersi  i  titoli  e  i  documenti  dei  loro 
possessi,  e  potenti  del  secolo  e  della  chieresia  s'avvisarono  di 
far  proprie  le  pertinenze  temporali  delle  fuggitive.  Ma  costoro 
fecero  i  conti  senza  le  consorelle  galilee  di  S.  Maria,  le  quali 
ricorsero  a  papa  Sisto  IV  in  nome  del  loro  buon  dritto;  ed  il 
pontefice  impose  che  tutti  i  beni  del  monastero  di  Senna  fos- 
sero restituiti  a  quello  di  S.  Maria,  e  che  quella  chiesa  claustrale 
non  fosse  volta  ad  uso  profano,  addossandosene  le  congrue 
spese  di  culto  le  monache  di  Piacenza  (21  gennaio  1475). 

Tra  le  famiglie  religiose  che  mano  mano  prendevan  stanza 
nella  nostra  regione  non  è  a  dimenticarsi  quella  di  culla  toscana 
detta  dei  servi  di  Maria  o  serviti,  fondata  da  alcuni  mercatanti 
fiorentini,  seguenti  la  regola  di  sant'Agostino;  ordine  pretta- 
mente italiano,  di  cui,  sotto  aspetti  fra  sè  differenti,  furono 
illustri  ornamenti  e  Filippo  Benizzi  e  Paolo  Sarpi. 

Da  poco  i  serviti  s'erano  ascritti  alle  confratrie  mendiche 
allorché  furono  introdotti  fra  noi  in  Cavacurta.  Il  loro  annalista 
padre  Giani  ^  narra  che  fin  dal  1456  il  comune  di  Cavacurta  li 
aveva  chiamati  a  reggere  l'antichissima  chiesa  di  S.  Maria 
d' Arasia,  di  cui  si  hanno  notizie  fin  dal  secolo  X.  Ma  il  nostro 
Monti*  non  condivide  l'opinione  del  Giani,  ed  a  sua  volta  so- 
stiene che,  se  è  verosimile  in  quell'anno  i  serviti  si  siano  mo- 
strati in  Cavacurta  per  tastare  il  terreno,  soltanto  dodici  anni 
dopo  vi  si  stabilirono. 

Risulta,  infatti,  che  Leonardo  Stadiano,  primicerio  catedralita 
di  Parma  e  vicario  generale  del  vescovo  di  Lodi  Carlo  Pallavi- 
cino, assentendo  alla  petizione  fatta  per  la  comunità  dagli 
abitanti  del  luogo  Bartolino  Servadeo  console  e  Giovanni  Tonani, 
riuniva  in  S.  Maria  anche  la  minor  chiesa  di  S.  Sisto  in  Poz- 
zolto  (nella  regona  di  Castione  presso  Camairago),  con  tradi- 
zione ai  serviti  —  e  per  essi  al  procurator  generale  loro,  padre 
Onesto  Calzavacca  —  per  parte  di  Tomaso  de'  Taghi,  prete 
beneficiario  e  rettore  di  S.  Maria,  d'ogni  suo  diritto  e  ragione 
(19  novembre  1466).  Per  le  vive  istanze  degli  uomini  della  terrà, 
lo  stesso  vicario  vescovile  concedeva  anche  la  chiesa  di  Cava- 
curta alla  religione  dei  servi  di  Maria  (13  febbraio  1468). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


291 


Sarebbe  una  vera  superfetazione  se  qui  venissimo 

Da  lunge  i  tempi  ripetendo  e  i  casi 

della  fortuna  servita  in  Cavacurta;  chi  avesse  vaghezza  di  có- 
noscerne  certe  minute  vicende  può  consultare  il  Monti,  che  con 
iscrupolosa  diligenza  raccolse  i  documenti  relativi.  Fortuna,  del 
resto,  non  fiaccamente  contestata  dal  sacerdote  Gian  Giacomo 
Cipello;  che,  vantando  precedenti  diritti,  si  mise  in  lite  coi 
serviti,  fin  che  la  controversia  salì  di  grado  in  grado  al  ponte- 
fice Innocenzo  Vili;  il  quale,  con  bolla  diretta  a  Rufino 'da 
Lodi,  abate  gerolamino  in  Piacenza,  dichiarava  irrita  e  nulla  la 
cessione  fatta  della  chiesa  di  Cavacurta  al  padre  Calzavacca, 
essendo  vietato  agli  ordini  mendicanti  l' accettare  o  T  erigere 
nuov^  case  senza  licenza  papale ,  e  delegava  Rufino  a  ricevere 
in  suo  nome  dal  sacerdote  Cipello  la  cessione  e  la  rinuncia 
formali  sulla  chiesa,  le  quali  dovevansi  fare  nelle  mani  del  pon- 
tefice; assegnando  poi  ai  serviti  la  chiesa  e  le  pertinenze  sue, 
fermo  l'obbligo  della  pensione  vitalizia  di  quattro  lire  annue  al 
cedente  (7  luglio  1485).  Nella  bolla  è  sempre  detto  chiesa  di 
S.  Maria  d'Arasia,  ma  —  osserva  il  Monti  —  è  fuor  di  dubbio 
che  subito  dopo  i  serviti  la  intitolarono  a  san  Bartolomeo,  titolo 
patronimico  che  tuttavia  le  resta. 

Non  facile  nè  pronta  fu  l'unione  di  S.  Sisto  a  S.  Maria. 
Infatti  la  comunità  continuò  a  tenere  aperta  la  chiesa  al  culto, 
a  mezzo  d'un  eremita  che  v'abitava  una  attigua  casuccia  e  che 
insieme  s'adoperava  nei  lavori  dei  chiesastici  campicelli.  Inoltre 
.  i  serviti  dovettero  liticare  a  lungo  contro  un  proprietario  fini- 
timo alla  chiesetta  Sistina,  della  quale  egli  —  in  onta  airanne$- 
sione  —  si  qualificava  legittimo  patrono. 

Un  bel  di  costui  ritoglie  con  violenza  il  tempio  e  le  terre 
che  ne  dipendevano  ai  servi  di  Maria,  e  qual  cappellano  vi 
nomina  un  prete  Francesco  Tireili.  Il  papa,  ricevuto  il  piato  dei 
monaci  spodestati,  fulmina  d'interdetto  gli  usurpatori,  e  il  sa- 
cerdote Tireili,  temente  dell'anima  sua,  rinuncia  al  male  avuto 
:  beneficio  (17  agosto  152 1).  Non  per  questo  cessano  !^  molestie 
^     dei  serviti,  e  a  tanto  giunge  la  temerità  del  loro  nemico  che 


292  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


questi  da'  suoi  sicari  fa  uccidere  in  chiesa,  proprio  all'altare^ 
un  monaco  celebrante  la  messa.  Francesco  II  Sforza,:  duca  di 
Milano,  impone  al  potestà  di  Lodi  l' esemplar  punizione  del 
sacrilego  assassino;  e  ciò  avviene.  Se  non  che  il  tempio  di 
S.  Sisto,  profanato  dall'  effusione  di  umano  sangue,  vien  chiuso  ; 
non  lo  si  riconsacra  a  norma  del  rito  ;  lo  si  abbandona  a  rovina. 
Un  lembo  di  muraglia  egregiamente  frescata  colle  imagini  di 
san  Giovanni,  san  Sebastiano  e  Maria  Vergine  adorante  Gesù 
fu  trasferito  nella  chiesa  parochiale  di  Cavacurta,  e  nella  chiesa 
di  S.  Rocco  dello  stesso  luogo  ebbe  collocamento  pure  un  altro 
fresco  della  Vergine  del  Rosario,  san  Rocco  e  san  Fermo. 

Alla  comunità  dei  servi  di  Maria  non  poteva  negare  più 
tardi  speciali  onori  il  sovrano  delle  Spagne,  che  in  persona  di 
Carlo  V,  fatto  signore  di  Lombardia,  ai  religiosi  di  Cavacurta 
dava  il  privilegio  d'acquisto  di  quanti  beni  stabili  loro  piacesse 
(24  settembre  1541);  e  codesto  privilegio  era  loro  successiva- 
mente  riaffermato  da  Filippo  II  (8  aprile  1564). 

Nel  chiostro  servita  di  Cavacurta  risiedette  più  volte  il  beato 
Angelo  Porro,  uno  tra  i  luminari  dell'ordine  e  nobile  di  Mi- 
lano, dove  morì  (23  ottobre  1506).  Quel  sant'uomo,  miracolo 
di  carità  e  di  penitenza,  soleva  ritrarsi  in  frequente  solitudine, 
e  non  pochi  de'  suoi  confratelli,  sinistramente  interpetrando 
quel  suo  appartarsi,  mormoravano  che  a  ciò  importasse  la  brama 
di  vagheggiare  le  villanelle  passanti.  Il  perchè  non  si  ristettero 
dal  partecipare  il  sospetto  al  generale  dell'  ordine,  venuto  a  caso 
nel  loro  convento.  Il  superiore  fece  spiare  il  padre  Angelo, 
e  con  profondo  stupore  questi  fu  trovato  in  estasi,  pregante 
nello  spazio,  al  di  sopra  del  suolo,  presso  una  siepe  di  rose  co- 
lorite e  fragranti,  quantunque  la  neve  ricoprisse  la  terra.... 

Cosi  narra  la  tradizione,  che  è  uno  degli  elementi  coi  quali 
pure  dobbiamo  fare  i  conti;  ed  a  ricordare  il  fatto  sorse  una 
modesta  cappellina,  su  cui  fu  dipinto  il  devoto  fraticello  im- 
paradisato dalla  apparizione  della  Vergine,  in  omaggio  dei  cui 
dolori  vestono  i  serviti  il  bruno  saio. 

Non  minore  di  fama  sorgeva  e  svolgevasi  sullo  scorcio  del 
secolo  XV  il  convento  di  S.  Maria  delle  Grazie,  di  famiglia 


NEIuL A  .  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


293 


francescana  osservante,  sopra  un  promontorio,  in  terra  di  Maleo, 
poco  lungi  da  Gera. 

Asserisce  qualche  antico  cronista  che  su  quell'area  stessa 
s'ergesse  antecedentemente  un  altro  chiostro  vetusto;  e  se  questo 
è,  non  è  possibile  attribuire  la  fondazione  del  convento  france^ 
scano  al  voto  di  prole  bramata  dai  coniugi  Galeotto  Bevilacqua 
ed  Antonia  Pallavicini.  Indubbia  anche  il  Monti  che  i  Bevi- 
lacqua ergessero  il  chiostro  interamente  a  proprie  spese  e  questo 
dubbio  ha  una  nitida  giustificazione  nell'opera  più  volte  citata 
del  Frizzi,  che  descrive  tutti  i  fasti  dei  Bevilacqua;  ed  aggiunge 
il  Monti  che  non  nel  1496  come  scrissero  alcuni,  ma  dieci 
anni  prima  —  come  riportano  i  padri  minoriti  Francesco  Gon- 
zaga e  Luca  Wading  —  sia  da  determinarsi  la  fondazione  ac- 
cennata. Questo,  del  resto,  è  evidente  poiché  la  data  della  morte 
di  Galeotto  è  del  i486. 

Comunque  fosse,  celebre  di  religiosità  era  già  da  tempo  quel 
luogo,  perchè  la  sua  tradizione  accennava  ad  un  pozzo  tauma- 
turgico che  sarebbevi  stato  aperto  da  Bernardino  da  Siena; 
al  quale  pozzo  non  dava  accesso  una  porta  comune,  ma  un  giro 
d'alberi  piantati  attorno  alla  chiesa  dal  santo,  che  nel  cenobio 
attiguo  dimorò  coi  discepoli  Giovanni  da  Capistrano  e  Giacomo 
della  Marca.  E  il  popolo  per  divozione  somma  traeva  in  con- 
spetto del  santo  ;  al  quale  così  crebbe  in  breve  da  vivo  e  seguì 
morto  (1444)  il  culto  affettuoso,  che  da  per  tutto  si  moltipli- 
carono imagini  e  altari  di  lui;  e  nel  giorno  a  lui  dedicato,  al 
pozzo  di  S.  Maria  delle  Grazie  accorrevano  i  fedeli,  bramosi 
di  attingervi  e  di  portar  seco  a  soddisfacimento  di  fede  quel- 
l'acqua mirabile. 

Ma,  per  quanto  a  quel  luogo  traesse  la  devozione  generale, 
^lon  può  dirsi  che  colà  esistesse  un  vero  e  proprio  cenobio 
congiunto  alla  chiesa;  sì  bene  era  quello  un  punto  di  peregri- 
naggio  a  quanti  onoravano  non  solo  il  celite  futuro,  ma  altresì 
l' uomo  che  nel  suo  mandato  incardinava  la  pacificazione  degli 
animi,  provvidenza  suprema  in  quei  giorni  torbidi  di  sangue 
fraterno.  Così,  fu  il  vicario  generale  dei  minori  osservanti  Fran- 
cesco Trivulzio  da  Milano  che,  ottenendo  da  papa  Innocenzo  Vili 
la  facoltà  di  erigere  cinque  conventi  dell'ordine  suo  in  provincia 
milanese,  uno  di  essi  volle  collocato  fra  Maleo  e  Pizzigliettone 


594 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


nel  luogo  illustrato  dal  santo  di  Siena  (21  dicembre  1486).  E 
zelando  il  padre  Raffaele  da  Novara,  nelle  sue  prediche  a  Piz- 
zighettone,  la  fondazione  della  desiderata  casa  religiosa,  quella 
comunità  ne  espresse  formale  istanza  al  capitolo  generale  minorità 
tenutosi  in  Milano,  ed  i  consiglieri  del  comune  dichiararonsi 
pronti  a  sovvenzioni  ingenti,  compresa  quella  di  trentadue  mila 
pietre  per  la  costruzione  (i  e  4  gennaio  1490).  Furono  acqui- 
stati fra  Maleo  e  Gera  gli  opportuni  terreni;  le  offerte  si 
moltiplicarono,  e  le  più  cospicue  fra  esse  furono  quelle  di  Elena 
de'  Pezandri  di  Maleo,  vedova  di  Pietro  Antonio  Cipello ;  di 
Margherita  de  Vernari,  vedova  di  Lancellotto  di  Grumello ,  e 
quella  annuale  di  Carlo  Fiesco,  feudatario  di  Castione. 


a  S.  Maria  delle  Grazie  ;  ma  da  un  insieme  di  prove  risulta 
certo  che  nel  1495  essi  vi  fossero  già  stabiliti,  quantunque  non 
fosse  intieramente  finita  la  fabbrica.  Lorenzo  Monti  narra  d'aver 
visto  all'epoca  della  soppressione  del  convento  (8  giugno  1805), 
sulla  sua  torre,  una  campana  di  forma  stranamente  allungata, 
di  timbro  squillante,  adornata  di  lettere  semigotiche,  e  recante 
nella  epigrafe  il  1496  per  data  della  fusione. 

Fu  larga  la  pietà  dei  fedeli  nello  arricchire  il  chiostro;  ed 
insigni  esemplari  di  religione  anche  quivi  collocò  la  leggenda. 
Un  padre  Antonio  da  Monza  vi  morì  in  odore  di  santità;  si 
disse  che  il  suo  transito  da  questa  vita  fosse  accompagnato 
dallo  spontaneo  squillo  dei  bronzi  consacrati  (26  marzo  1495)» 
e  di  lui  come  letterato  tessè  fervido  elogio  Filippo  Argelati 
Poi  un  padre  Arcangelo  da  Treviglio  e  un  frate  Francesco  da  Piz- 
zighettone,  il  primo  pergamista  eccellente,  umile  infermiere  laico 
il  secondo,  lasciarono  ricordo  per  virtù  d* opere  d'essere  molto 
innanzi  nella  grazia  divina.  Tutti  tre  dormirono  l'ultimo  sonno 
per  tre  secoli  nel  loro  convento  ;  ed  alla  soppressione  di  questo, 
composte  le  loro  reliquie,  furono  richieste  dagli  osservanti  di 
Lodi,  affinchè  presso  di  loro  fossero  conservate  ad  edificazione 
dei  divoti. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


NOTE  AL  CAPO  XXVI. 

^  Giovanni  Cortemiglia  Pisani  -  Memorie  storiche  del  basso  Lodigiano. 
^Giovanni  Mabili^O'n  -  Musa^um  ilalieum.  Il  Mabillon  visse  dal  1632 
al  1707. 

Lorenzo  Monti  -  Ahnanacco  codognese  pel  18 19. 

*  Questo  ritratto  di  Scaramuzza  Trivulzio  è  tolto  da  una  medaglia  esi- 
stente nel  museo  trivultino  milanese.  Al  rovescio  della  medaglia  sta 
l'allegoria  della  Prudenza,  col  motto  «  H^^c  sola  dominatur  ». 

^  Il  Monti  riporta  la  seguente  epigrafe  in  marmo  bianco,  da  lui  letta 
nell'abazia  (1819)  : 

VIATOR  .  SCARAMVTIA  .  TRIVVLTIVS  .  ANN  .  XXXIII  .  ET  .  SOSPES  .  ANT  .  EPI- 
SCOPO .  ASTENSI  .  ABATIAM  .  HANC  .  CESSIT  .  NE  .  MIRERIS  .  TANTVM  .  FRA- 
TERNA .  CARITAS  .  POTUIT  .  MDVI  . 

*  E  dal  Cortemiglia  Pisani  a  larghe  mani  attinsero  alcuni  monografisti. 

'  Nel  1619  il  convento  dell' Ospitaletto  aveva  da  dodici  a  quattordici 
mila  scudi  d'entrata  annua. 

Arcangelo  Giani  -  Annali  dell'  ordine  dei  Servi  di  Maria  Vergine. 
^  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  1820. 
Filippo  Argelati  -  Storia  letteraria  topografica  di  Milano. 


CAPO  XXVII. 


I  nuovi  feudi  terrieri  —  I  Mola  —  I  Lampugnani  —  I  Bossi  —  I  Fagnani 
—  I  Trivulzi  —  Il  riesco  —  I  Pallavicini  —  Gli  Arcelli. 


storico  al  sopravvenire  delle  età  moderne.  Essa  esiste  tuttavia, 
sebbene  per  parecchi  rami  discesa  e  distinta. 

Nel  secolo  XII  troviamo  segnato  il  nome  dei  Mola  sulle  carte 
terriere.  Amizone  e  Corborano  di  essi  risultano  per  publiche 
tavole  autori  di  ampie  investiture  dei  loro  beni  su  larga  zona 
del  Lodigiano  (23  febbraio  1146);  un  prete  Mola,  non  meglio 
qualificato,  appare  teste  al  famoso  atto  livellano  d'un  fondo  e 
vigna  in  Codogno,  concessi  dal  vescovo  ai  Rigizani  (gennaio 
II 53);  Enchelesco  Mola,  di  legge  romana,  vende  un  bosco  in 
Monticelli  a  Lanfranco  de'  Tresseni  (1155);  Decembrio  Mola 
risulta  proprietario  di  terre  codognesi  (24  ottobre  1166);  ed 
Ottobello  Mola  fu  tra  coloro  che  fecer  sacramento  di  non  ven- 
dere o  donare  proprietà  stabili  a  chi  non  fosse  diocesano  di 
Lodi,  quando  il  pericolo  della  prepotenza  milanese  preoccu- 
pava lo  spirito  municipale  lodigiano  (1188). 


FILAVA  tra  le  casate  illustri  di  Codogno  anche  quella 
dei  Mola;  la  quale  —  per  meritata  eccezione  — 
non  subì  la  sorte  delle  altre  famiglie  potenti  con- 
temporanee  sue,    dileguatesi    dal   nostro  orizzonte 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


297 


Non  si  può,  quindi,  dire  dei  nobili  Mola  essere  la  lor  fama 
«  nel  te'mpo  nascosa  »;  e  ch'essi  fosser  famiglia  cospicua  lo 
prova  che  un  di  loro,  Lorenzo,  nel  nuovo  tempio  maggiore  di 
Codogno  volle,  come  i  Trivulzi,  erigere  la  propria 
cappella  gentilizia,  ornandola  di  stemma  ^ ,  e  scol- 
pire il  suo  nome  sui  trittici  della  beneficenza, 
legando  un  podere  passato  nei  tempi  colla  deno- 
minazione evidente  di  cascina  dei  Poveri  (1530). 

A  noi^  pertanto,  importa  il  solo  accenno  che 
un  Giacomo  Mola  di  Codogno,  cancelliere  del  ca- 
pitano Nicolò  Piccinino,  fu  investito  dal  duca  Fi-  Mola. 
lippo  Maria  Visconte  del  feudo  di  Casalpusterlengo  e  di  Catterà  ^ 


Un  passo  di  Bernardino  Corio  farebbe  credere  che  un  capi- 
tano imolese,  pure  per  nome  Ciacomo^,  fosse  investito  del  dritto 
feudale  su  Casalpusterlengo ,  e  che  strenuamente  il  difendesse 
(1447),  come  narrammo  al  capo  XXV. 

Comunque,  le  determinazioni  cronologiche  esatte  si  hanno 
dal  giorno  in  cui  Francesco  Sforza,  entrando  festosamente  in 
Milano  e  salutatone  duca,  ricompensava  tra  i  suoi  fautori  i 
Lampugnani  coli'  insignorirli  di  Casalpusterlengo. 

Anche  i  Lampugnani  —  cui  non  mancò  il  cortigiano  ossequio 
dei  mitologici  incunabuli  —  si  partirono  in  linee  parecchie;  così 
che,  mentre  la  stirpe  primigenia  ristette  nella  città  madre,  Mi- 
lano, ivi  crescendo  in  potere  e  in  onori,  le  mi- 
nori branche  si  estesero  nelle  regioni  finitime,  per 
acquisti,  per  donazioni  e  per  investiture. 

Ferdinando  Ughelli  *  fa  onorevole  menzione  di 
due  arcivescovi  ambrosiani  di  quella  famiglia: 
Andrea  (899-905)  e  Filippo  (11 96-1 206);  ed  i 
Lampugnani  figurano  nella  matricola  compilata  da 
Ottone  Visconte,  arcivescovo,  dei  nobili  con  di- 


Lampugnani. 


ritto  alla  cappa  rossa  ed  al  cappuccio  da  cardinal  milanese, 
insieme  ad  altri  patrizi  fra  i  quali  i  Bossi,  i  Casati,  i  Fagnani, 
i  Litta,  i  Pusterla,  i  Trivulzi  (1277),  delle  quali  prosapie  man- 
tengono ricordanza  le  nostre  terre. 

Non  per  questo  essi  nobili  dispettavano  l'onorato  blasone- 
prodotto  dal  lavoro  ;  tanto  che  coi  Borromei,  i  Bossi,  i  Fagnani, 


298 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


i  Litta ,  esercitavano  la  mercatura  anche  i  Lampugnani  ;  non 
risparmiati,  del  resto,  dalla  truce  politica  che  aveva  fatto  del 
loro  Oldrado  il  complice  necessario  nelle  iniquità  di  Filippo 
Maria  Visconte,  e  del  loro  Andrea  un  vindice,  pugnalatore  di 
Galeazzo  Maria  Sforza  (1476). 

Eppure  fu  appunto  lo  sguardo  degli  Sforza  che  su  quella 
famiglia  si  fissò  grandemente  benevolo.  Il  duca  Francesco  con- 
feriva a  Gian  Giorgio  I  ed  a  Francesco  Lampugnani  di  Gio- 
vanni il  feudo  onorifico,  nobile  e  gentile  di  Casalpusterlengo, 
cioè  il  castello,  la  torre,  i  dazi  e  le  immunità;  essi  diedero 
giuramento  (20  marzo  1450)  e  la  consegna  fu  eseguita  con  atto 
del  cancelliere  Cicco  Simonetta  (13  giugno). 

Nè  erano  nuovi  alle  nostre  terre  i  Lampugnani,  perchè  in 
persona  d'Ambrogio  e  figli  risultavano  livellari  in  Orio  e  vici- 
nanze del  capitolo  catedralita  di  Lodi  (28  novetnbre  1375),  di 
beni  che  tennero  fino  al  cadere  del  XV  secolo  ;  ed  in  Orio 
pure  ebbero  proprietà  di  immobili  ^. 

.    * . 

Cara  al  principe  ed  agli  amministrati,  la  casa  dei  Lampugnani 
tenne  il  feudo  casalese  fino  alla  morte  di  Gian  Giorgio,  ancor 
fanciullo  ed  ultimo  di  essa  (1655). 

Un  Giorgio  Lampugnano,  dei  feudatari  di  Casale,  fu  mastro 
di  campo  imperiale  sotto  Bologna,  della  qual  città  poi  venne 
eletto  governatore  a  nome  del  papa.  Carlo  V  confermava  ai 
Lampugnani  il  feudo  (11  marzo  1546);  e  Filippo  IV  re  di 
Spagna  li  insigniva  di  titolo  marchionale  (verso  la  metà  del 
secolo  XVII). 

I  casalesi  ebbero  dalla  loro  casa  feudale  quei  modesti  ma 
sicuri  benefizi  che  compendiano  le  virtù  d'una  signoria  in  quei 
tempi.  Permanevano  i  Lampugnani  nel  loro  dominio,  respin- 
gendo il  costume  dei  moltissimi  signori  coevi,  in  assenza  con- 
tinua dalle  loro  terre;  aiutavano  del  proprio  lo  sviluppo  dei 
commerci  paesani,  e,  tra  l'altro,  eressero  un  ampio  porticato 
pel  mercato  del  lino;  devolvevano  donazioni  e  legati  a  prò  di 
povere  nubende,  di  opere  ospitaliere  e  di  quanto  avesse  tratto 
a  sollievo  di  publiche  miserie;  in  somma,  informavano  i  loro 
atti  a  quello  spirito  di  umanità  ch'era  così  raro  in  quei  secoli 
ed  in  quei  dominanti. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


299 


^  La  sovranità  loro  in  Casale  comprova,  quindi,  una  volta  di 
più  l'apparente  paradosso  e  l'effettiva  equità  della  sentenza  di 
Francesco  Guicciardini  :  «  Felici  le  famiglie  che  non  hanna 
storia  !  »  ;  volendo  con  ciò  significare  che  tanto  più  alte  stanno 
nella  considerazione  e  nella  riconoscenza  dei  posteri  quelle  che 
seppero  dedicare  le  forze  dell'antica  potenza  non  già  ad  eventi 
clamorosi  e  feroci,  ma  sì  invece  ad  opere  buone,  modeste  e 
durature. 

Accanto  alla  gente  Lampugnana  deve  collocarsi  la  non  meno 
patrizia  ed  illustre  dei  Bossi.  La  mitologia  araldica  colla  com- 
piacente fantasia  de'  suoi  cultori  la  vorrebbe  inclita  prole  di 
Inaco,  di  Cecrope,  se  non  forse  d'Iside  e  d'Osiride.  Il  Boccalini 
ne  trova  in  Milano  una  branca  sincrona  di  Antonino  Pio  im- 
peratore ;  ma  Federico  Odorici  ^  —  riferendosi  alla  Cronaca  di 
Donato  Bossi  —  cita  un  Matteo  esistente  verso  il  1137  quale  gius- 
dicente in  alcune  terre  di  Lombardia,  particolarmente  in  Lodi. 

Di  essi  un  capostipite  seriamente  indicato  da  un  atto  del- 
l'abiatico Vassallino,  notaro  milanese  (13  marzo  1337),  è  Ar- 
noldo da  Milano.  Da  lui  Rabalio,  capolinea  dei 
conti  di  Azzate  (verso  il  1290);  Simone,  e  Gia- 
como o  Giacomino,  il  quale  salì  per  sè  e  discendenti 
suoi  alla  dignità  di  conte  palatino,  e  si  spense 
eminente  dignitario  alla  corte  imperiale  di  Carlo  IV. 

Simone,  a  mezzo  del  figlio  suo  Fabricio,  pre- 
tore in  Brescia  (1398),  fu  avo  di  quel  Luigi 
il  quale,  dopo  essere  stato  procuratore  di  Filippo 
Maria  Visconte  per  la  condotta  del  marchese  di  Mantova 
(3  febbraio  1447)  e  del  comune  di  Milano  per  stipendiare 
lo  Sforza  (21  agosto),  esci  da  quei  tumultuosi  avvenimenti 
così  nelle  buone  grazie  dello  Sforza  stesso,  che  questi  —  se- 
condo l'Odorici  —  lo  investiva  con  dritto  di  mero  e  misto  im- 
perio del  feudo  di  Meleti  (i  maggio  1452),  già  a  lui  ed  al 
fratel  suo  Teodoro  venduto  da  Filippo  Maria  Visconte  (22 
agosto  1439);  asserzione  questa  che  discorda  da  quella  raccolta 
da  Antonio  Frizzi''',  per  la  quale  parrebbe  che  ancora  qualche 
lustro  dopo  Meleti  non  avesse  di  signoria  speciale,  così  che 
^  potesse  disporne  in  liberalità  il  duca  Galeazzo  Maria  Sforza,  e 


300 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


concederne  territorio  e  castello  al  marchese  Galeotto  Bevilacqua 
(20  febbraio  1469).  Ma  questo  è  errore  del  Frizzi,  o  —  per 
usare  di  sue  stesse  parole  altrui  riferite  —  è  «  massimo  ab- 
baglio »,  comune  del  resto  ai  non  terrieri  cronisti,  i  quali  ad 
esuberanza  confusero  Maleo  con  Meleti,  applicando  ad  entrambi 
la  medesima  espressione  grafica  di  Maleto. 

Figlia  di  Luigi  Bossi  fu  Polissena  —  che  alcuno  diede  per 
una  Visconte  —  vedova  in  prime  nozze  di  Gian  Francesco  Pu- 
sterla  ;  la  quale  rannodò  a  sè  il  ramo  di  Giacomino  Bossi,  avendo 
sposato  Matteo,  figlio  a  Giovanni  e  diretto  discendente  di  Ar- 
noldo. Matteo  e  Polissena  ebbero  conferma  ducale  del  feudo  di 
Meleti  (8  gennaio  1485). 

Sulla  linea  stessa  della  casata  dei  Lampugnani  può  collocarsi 
quella  dei  Fagnani.  Milanesi  anch'essi,  anch'essi  nobili  mercanti, 
con  un'anima  a  palazzo  ed  una  nel  santuario ,  i 
Fagnani  furon  tenuti  sempre  tra  gli  ottimati  della 
metropoli  lombarda,  e  di  là  i  talloni  di  quell'an- 
tico ceppo  si  trapiantarono  altrove,  creando  alberi 
nuovi  e  rigogliosi  ;  quello,  ad  esempio  di  Brescia, 
il  quale  può  rivendicare  alla  persona  del  conte 
Antonio  la  collaborazione  ad  una  delle  più  fulgide 
AGNAM.  pagine  di  storia  patria  scritta  dagli  insorti  del  1848. 
Noi  ci  dilunghiamo  in  una  genealogia  di  questa  famiglia 
—  che  pur  vanta  fasti  storici  e  scientifici  e  letterari  —  nella 
speciale  considerazione  che  essa  nei  rapporti  della  cronaca 
nostra  rappresenta  un  breve  periodo  non  investito  di  grande 
importanza.  Basti  ripetere  che  da  Filippo  Maria  Visconte  Gio- 
vanni e  Mafifiolo,  nobili  milanesi  di  questa  stirpe,  furono  inve- 
stiti per  sè  e  discendenti  maschi  legittimi  del  luogo  e  della  terra 
di  Codogno,  con  dritti  e  pertinenze  relativi,  con  separazione  da 
Lodi,  attribuzione  di  mero  e  misto  imperio  e  potestà  di  spada, 
giusta  le  dichiarazioni  ducali  in  rogito  di  Lorenzo  Martignàni, 
notaro  di  Milano  (14  ottobre  1441). 

Per  nove  anni  risultano  signori  di  Codogno  i  fratelli  Fagnani;. 
e  infatti  essi  vendono  e  castello  e  terra  e  beni  e  dritti  sul  luogo 
a  Giacomo,  Pietro  e  Antonio,  figli  di  Gian  Giacomo  Trivulzio, 
cittadini  di  Milano  e  loro  consanguinei,  avendo  costoro  avuta  per 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


madre  una  Antonia  dei  Fagnani.  Francesco  Sforza  presta  il  suo 
consenso  alla  vendita,  com'è  riportato  nell' istromento  di  Mel- 
chiorre Da  Gradi,  notaro  milanese  (22  dicembre  1450);  ma  solo 
due  anni  dopo,  per  istromento  di  Cicco  Simonetta,  il  duca 
conferma  la  separazione  da  Lodi  del  comune  di  Codogno  eretto 
in  borgo  (21  aprile  1453). 

Per  questo  fatto  fecero  gli  avi  nostri,  e  feste  ed  allegrezze, 
coi  criteri  moderni  certo  poco  spiegabili  perchè  si  trattava  solo 
di  mutar  padrone.  Ma  così  era  il  genio  italico  di  quei  dì,  noncu- 
rante le  stranie  arpie  pronte  a  calare  sulle  nostre  fiorite  pendici, 
e  tutto  struggentesi  in  quella  universa  gualdana  attraverso  la 
quale  trascorreva  ebro  il  paese,  prono  ad  alte  voluttà,  non  so- 
gnante che  cimieri  lucenti,  che  piume  svolazzanti,  che  gemme 
e  gonne,  liuti  e  ribebe. 

Come  Tape  iblea  di  Teocrito  —  la  quale,  dipartitasi  sull'alba 
dall'arnia,  si  posa  sui  fiori  più  lontani  e  via  via  trasvolando 
torna  verso  l'alveare,  tesoreggiando  il  nettare  sulle  più  propinque 
corolle  —  così  ci  siam  condotti  nello  esporre  a  larghi  circoli 
concentrici  quei  tratti  di  antica  cronaca  patrizia,  ch'ebbe  vita 
nelle  nostre  plaghe.  Abbiamo  seguite  le  varie  ed  illustri  casate, 
sfiorandone  le  fisionomie  nella  loro  deduzione  fra  noi  ad  opera 
degli  imperatori  p  degli  ordinari  laudensi  o  degli  arcivescovi  e 
duchi  di  Milano;  le  abbiamo  studiate  —  compatibilmente  colla 
scarsa  critica  dei  tempi  caliginosi  —  nella  loro  sfera  di  efficienza 
feudale  dalle  sponde  dell'Adda  a  quelle  del  Lambro  fino  alle 
bassure  padane;  e  gradatamente  ci  siamo  avvicinati  al  nostro 
fuoco  irraggiante,  cioè  a  dire  a  Codogno  nostro,  dove  principia 
ad  affermarsi  ed  a  svolgersi  la  possanza  dei  Trivulzi. 

Le  prime  memorie  di  questa  stirpe  milanese  —  il  cui  nome 
suonò  alto  nelle  imprese  guerresche  del  secolo  XVI  —  vengono 
date  dalla  Borgogna.  Al  che  contraddice  il  Litta^,  sulla  consi- 
derazione che,  se  i  Trivulzi  originassero  da  ceppo  borgognone, 
avrebbero  dovuto  naturalmente  seguire  la  legge  salica  e  non 
la  longobarda,  come  invece  la  seguirono  un  Regifredo  da 
Ingone  da  Trivulzio  (941)  e  un  Ingone  da  Ingelramo  (loii), 
i  quali  si  ha  ragione  di  credere  realmente  ascendenti  della 
\  famiglia. 


302 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Sulla  denominazione  trivultina  le  consuete  bizzarrie  degli  eti- 
mologisti si  divisero  nelle  più  contrarie  opinioni  :  la  si  vuole 
derivare  dai  «  tre  volti  »  o  dai  «  tre  vichi  »  o  da  altro.  Certo 
é  che  fin  dai  suoi  prolegomeni  questa  fu  casata  celebrata  ed 
illustre.  Parecchi  Trivulzi  si  diedero  alle  cose  di  chiesa,  e,  al 
di  fuor  del  papato,  salirono  alle  più  alte  dignità  della  gerarchia 
<:attolica;  altri  alle  armi  ed  alle  publiche  faccende,  e  compaiono 
condottieri  generali  d'esercito  in  patria  e  fuori,  e  senatori,  e 
giureconsulti,  e  prefetti  di  marche  e  contadi;  posti,  insomma, 
al  vertice  della  società  politica  di  quei  dì. 

E  indubitato  che  poco  dopo  il  looo  il  cognome  e  la  progenie 
dei  Trivulzi  si  fossero  estesi  in  vari  luoghi  di  Lombardia,  e 
basterebbe  a  provarlo  il  semplice  ricordo  di  quel  Pietro  Tri- 
volcio  che  fu  tra  gli  homines  di  Codogno  i  quali  promettevano 
al  vescovo  lodigiano  il  persolvimento  del  fodro,  dell' albergarla 
e  del  distretto  (1156  o  11 5 7).  Il  perchè  ci  pare  inopportuno  il 
soffermarci  sulle  congetture  varie  che  il  Sansovino^,  il  Giulini 
ed  altri  ancora  recano  sui  primi  nomi  di  questa  casata.  Se- 
guiamo invece  le  notizie  raccolte  da  Pompeo  Litta,  che  fece 
dell'opera  sua  vero  monumento  di  gloria,  non  solo  alla  propria 
progenie,  ma  a  tutta  la  casta  che  egli,  appartenendovi,  onorò 
collo  studio,  colla  scienza  e  col  patriottismo,  ben  diverso  dal 
«  giovin  signore  »  di  Giuseppe  Parini,  suo  contemporaneo. 

E  un  Ambrogio  che  il  Litta  assoda  per  capostipite  dei  Tri- 
vulzi, assegnandogli  per  figli  Bernardo,  membro  del  consiglio 
generale  (morto  prima  del  13 12);  Spico,  che  appartenne  al  ma- 
gistrato cittadino  (1302),  e  Manfredo,  collega  nell'onorifico  uficio 
al  fratello  Bernardo.   Da  Spico  —  alla  cui  discendenza  unica- 
mente   dobbiamo    riguardare,    come  quella   che   impersona  la 
signoria  codognese  —  nacque  Ambrogio,  che  fu  potestà  di  Cre- 
.  mona  (1350).  Figli  di  questo  furono  Ambrogio,  difensore  della 
,republica  ambrosiana,  Gabriele,  Riccardo,  Francesco,  complici 
della  uccisione  di  Giovanni  Maria  Visconte  (141 2),  ed  Antoniolo, 
che  fu  potestà  vogherese  (1380).   Di  costui  e  di  Bianca  Lan- 
, driani,  .  nacquero  sette  figli,  tra  i  quali  Gian  Giacomo,  che  fu 
padre  a  Giacomello,  Pietro  ed  Antoniolo,  successori  dei  Fagnani 
nel  feudo  di  Codogno. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Presentemente  è  solo  di  Antoniolo  di  cui  dev'  esser  fatta  pa- 
rola, chè  dalle  nozze  con  Franceschina  Aicardi  Visconte  egli 
ebbe  a  figliuoli  Gian  Giacomo,  il  gran  maresciallo  di  Francia; 
Ranieri  o  Renato,  capo  dei  signori  di  Formigara,  e  Gian  Fermo, 
secondogenito,  ammogliato  con  una  Masino  di  Valperga,  che 
lo  fece  padre  di  sei  figli:  Antonio,  Giorgio,  Scaramuzza,  Ales- 
sandro, Gerolamo  Teodoro  e  Maddalena. 

.  * 

Da  questo  punto  —  specialmente  pel  gran  fascio  di  potenza 
irraggiato  dalla  luminosa  figura  di  Gian  Giacomo  «  che  non 
conobbe  mai  posa  »  —  incomincia  per  noi  lo  stretto  obbligo 
di  particolareggiare  intorno  ai  nomi  della  gente  trivulziana, 
poiché  essi  rappresentano  gran  parte  nelle  vicende  del  luogo. 
Ed  Antonio  fu  prelato  insigne  della  diocesi  di  Cremona  ;  Giorgio, 
duce  dei  cavalieri  sotto  Luigi  XII  e  feudatario  di  Melzo  (1500) 
di  cui  fu  poi  fatto  marchese  (1504);  Scaramuzza,  ecclesiastico, 
di  cui  parlammo  già  abbondevolmente  nell'antecedente  capo; 
Alessandro,  capitano  di  Francia,  ucciso  da  un  colpo  di  mo- 
schetto presso  Parma  (1521);  Gerolamo  Teodoro,  uno  dei  duci 
più  rapaci  ed  efferati  del  re  cristianissimo;  e  Maddalena  ava  di 
Nicola  Sfondrati  cremonese,  poi  papa  Gregorio  XIV. 

In  Cesare,  figliuol  naturale  e  vescovo  coadiutore  di  Como; 
in  Gian  Fermo,  di  cui  a  suo  tempo  ampiamente  diremo;  in 
Margherita,  entrata  a  marito  nei  della  Somaglia,  e  in  Elisabetta 
Ippolita  che  prese  il  velo,  si  dirama  la  discendenza  di  Giorgio, 
marito  di  Caterina  Trivulzio,  figlia  d'Agostino  e  di  Susanna 
Borri,  la  bellissima  creatura  che,  violentemente  baciata  in  pu- 
blico  da  un  uficiale  francese,  per  comando  dello  zio  Gian  Gia- 
como vide  cader  mozzo  il  capo  dell'audace  vagheggino. 

Assai  frondoso  fu  il  ramo  collaterale  da  Gerolamo  Teodoro, 
patrialcalmente  genitore  di  dieci  figliuoli,  fra  cui  a  segnalarsi 
Catalano,  cessionario  dello  zio  Scaramuzza  dell'abazia  di  S.  Ste- 
fano al  Corno;  l'altro  Scaramuzza,  pure  abate  di  S.  Stefano; 
Gian  Giacomo  Teodoro,  uno  de'  pochi  feudatari  lombardi  giu- 
rati in  fedeltà  a  Pier  Luigi  Farnese,  pei  possessi  tenuti  al  di 
là  del  Po,  e  dal  quale  originarono  molti  anni  dopo  i  rapporti 
dei  Trivulzi  colla  nobile  casa  Gallio  e  col  marchesato  di  Maleo  ; 
ed  infine  Giorgio,  colonnello  di  Carlo  V  e  condottiero  dei  ve- 


304 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


neziani  (1577),  marito  in  seconde  nozze  di  quella  Deianira 
Comnena,  figlia  del  macedone  Costantino,  morta  in  Codogno 
(1572),  dove  aleggia  tuttavia  il  ricordo  delle  sue  opere  buone 
e  della  sua  pietà. 

Nel  rapido  accenno  alle  famiglie  più  illustri  che  stabilirono 
fra  noi  la  loro  signoria,  precipuamente  nel  secolo  XV,  non  è 
chi  non  veda  quale  e  quanta  potenza  spiegassero 
i  Trivulzi.  Prima  soldati  pel  re  francese,  poi  di 
Spagna  vittoriosa,  alternarono  con  lunga  vicenda 
alle  buone  anche  le  tristi  azioni;  stessero,  con 
novissimo  esempio,  capi  di  eserciti  stranieri,  o 
consiedessero  nei  supremi  consigli  del  governo 
civile  e  della  chiesa,  essi  non  furono  sufficienti 
politici  per  far  dimenticare  i  loro  fasti  di  capitani 
di  ventura,  e  non  abbastanza  cardinali  o  vescovi  per  istrapparsi 
ai  ricchi  ozi  loro  apprestati  dalla  splendida  vita  di  feudatari 
lombardi. 

Oggi  di  quella  loro  smisurata  potenza  non  restano  che  i  do- 
cumenti consegnati  ai  loro  archivi*^,  e  la  esposizione  araldica 
della  titolare  sequenza  Ma  vuoisi  per  giustizia  soggiungere 
che  il  nome  dei  Trivulzi  non  è  sinistramente  pervenuto  alla  mo- 
dernità. Delle  opere  loro  —  relativamente  umane  —  queste  terre 
in  giorni  bui  furono  largamente  beneficate;  e  se  venne  il  mo- 
mento in  cui  i  padri  nostri  vollero  tenacemente  e  perspicace- 
mente seppero  infrangere  il  vincolo  del  feudo,  ciò  non  fu  per 
odio  di  feroci  tirannie  qui  rimaste  ignote,  ma  sì  per  quella 
indomabile  aspirazione  £11' indipendenza  che  fiorisce  dove  la 
operosità  e  le  energie  private  e  publiche  sono  condotte  di  loro 
natura  a  spezzare  qualunque  giogo  fiscale. 

Colpisce  gli  studiosi  di  patrie  memorie  un  fatto  nuovo  nella 
economia  generale  della  cronaca  nostra-,  ed  è  la  subitanea  com- 
parsa fra  i  signori  feudali  lombardi  della  eccelsa  stirpe  ligustica 
dei  Fieschi.  Non  che  il  nome  e  le  gesta  ne  riescissero  nuove 
ai  subbietti  del  ducato,  perocché  e  sotto  Luchino  e  sotto  Fi- 
lippo Maria  dei  Visconti  —  quando  sui  galeoni  genovesi  velet- 
tava  il  vessillo  del  serpe  —  alcuni  Fieschi  di  Genova  perfunsero 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


cospicui  *  ufizi  di  milizia.  Restava,  ciò  non  di  meno,  fuor  dal 
comune  il  vederli  elevati  a  dignità  di  feudatari  appunto  di  terre 
che  —  come  Castelnuovo  Bocca  d'Adda  e  Castione,  onde  si 
tratta  —  potevano  giustamente  classificarsi  tra  i  luoghi  più  mu- 
niti e  più  forti  dello  stato 

Ben  è  vero  che  casa  Fiesca,  capeggiando  la  fazione  guelfa 
in  Genova  sua,  s'era  volta  a  volta  schierata  avversa  agli  ultimi 
Visconti  ed  ai  primi  Sforza.  Ma  forse  allor  quando  il  re  fran- 
cese, ridotto  in  suo  potere  il  Genovesato,  peggiorò  il  servaggio 
di  S.  Giorgio,  fra  i  due  mali  i  Fieschi  scelsero  il  minore,  e, 
seguendo  le  sorti  dei  loro  amici  ed  alleati  in  tirannia  —  i 
San  Severino,  i  Rossi,  i  dal  Verme  —  che  avevano  pattuita  la 
pace  cogli  Sforza,  anch'essi  si  riavvicinarono  ai  signori  di  Mi- 
lano, e  riebbero,  tra  l'altro,  quel  potente  marchesato  di  Borgo 
Taro  di  cui  Luca,  loro  antenato  e  conte  di  Lavagna,  era  stato 
investito,  da  Giovanni  XXIII,  non  ancora  deposto  dal  soglio 
pontificio.  Nè  gli  Sforza  vollero  appagarli  con  quella  sola  rein- 
tegrazione; bensì  a  Carlo  Fiesco  venne  fatta  la  investitura  di 
Castelnuovo  (1477),  e,  per  sua  rinuncia  a  questo  feudo,  quella 
di  Castione  (27  ottobre  1478). 

Castelnuovo  toccò  al  cavalier  di  Pavia  Filippo  degli  Eustacchi, 
già  castellano  di  porta  Giovia;  il  quale  —  a  quanto  afferma 
Alessandro  Riccardi  —  aveva  grandemente  bonificato  la  zona 
di  terreno  da  Sant'Andrea  ai  confini  del  Pavese,  afiìttatagli  dal 
monastero  di  S.  Cristina  (1452-1461)^*.  Il  che  prova  come 
anche  i  belligeri  castellani  d'allora  rassomigliassero  in  parte  al 
leggendario  Cincinnato,  con  pari  vigoria  impugnante  la  spada 
e  spingente  il  vomere  nei  solchi. 

Nei  tranquilli  silenzi  di  questi  luoghi,  trovò  il  Fiesco  quella 
pace  e  quella  operosità  che  lo  additarono  all'  affetto  dei  subbietti,  e 
lo  compensarono  dei  giorni  torbidi  e  amari  nella  sua  città  nativa. 

Colà  egli  —  cogli  Spinola,  coi  Doria,  coi  Grimaldi  —  era 
passato  attraverso  tumulti  e  stragi,  sotto  le  insegne  degli  odi 
domestici,  senza  numero  e  misura.  Cooperando  a  fare  e  rifare 
più  volte  il  governo  cittadino,  coi  Fieschi,  coi  Grimaldi,  coi 
Fregosi,  lottavano  i  guelfi  contro  i  ghibellini  guidati  dai  Doria, 
\  dagli  Spinola,  dagli  Adorni;  e  il  forte  del  Castelletto,  già  di- 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /.  20 


3o6 


codlOGNo  e  il  suo  territorio 


strutto,  veniva  riedificato  a  terrore  del  popolo,  e  la  guerra  civile 
latente,  palese  perdurava  e  immaneva. 

Dopo  tanto  fragore  mavorzio,  si  spiegano  le  georgiche  calme 
del  fiero  ligure,  isolatosi  sulle  sponde  dell'Adda.  Piacendogli 
il  dolce  soggiorno  ampliò  i  suoi  possedimenti;  della  propria 
pecunia  fu  largo  al  comune  nei  suoi  bisogni;  contribuì  alla 
erezione  del  tempio  dell'Incoronata  in  Castione  e  del  convento 
francescano  di  S.  Maria  delle  Grazie  presso  Maleo,  dei  quali 
volle  pur  ricordarsi  nel  suo  atto  testamentario  (i8  luglio  1504); 
concesse  a  quei  di  Castione  di  redimere  la  terra  dal  dazio 
d'imbottato,  e  si  ha  ragione  di  credere  che  morisse  nella  be- 
nedizione degli  uomini. 

Essendo  improle  egli  chiamò  eredi  universali  i  nepoti  suoi 
—  figli  di  sua  sorella  Caterina  —  Galeazzo,  Antonio  Maria  e 
Cristoforo  Pallavicini,  marchesi  di  Busseto;  i  quali,  per  appia- 
nare ogni  controversia  colla  ducal  camera  a  proposito  della 
loro  successione,  dovettero  pagare  quattro  mila  ducati. 

I  nuovi  signori  di  Castione  —  che  lo  tennero  per  circa  set- 
tant'anni  —  appartenevano  ad  un  genere  signoriale  che  indub- 
biamente eccelleva  sopra  ogni  altro  in  quei  dì.  Famiglia  più 
che  regionale  italiana,  la  Pallavicina  vide  tutte  le  linee  prove- 
nienti dal  suo  Oberto  —  successo  ad  Umberto  il 
salico  nella  marca  di  Toscana  (953),  poi  creato 
conte  di  palazzo  da  Ottone  I  —  svolgersi  e  dif- 
fondersi anche  fuori  della  penisola.  Oltre  alcuni 
rami  che  difficilmente  si  possono  sceverare  nelle 
tenebrie  dell'evo,  quattro  ben  distinte  e  cospicue 
casate  si  dipartono  da  un  medesimo  tronco,  se- 
condo gli  esegeti  della  storia,  e  cioè  dai  quattro 
figliuoli  di  Oberto:  da  Adalberto,  i  Pelavicini  o  Pallavicini;  da 
Oberto,  gli  Estensi  ed  i  duchi  di  Brunswich,  da  Oberto  Obizzo 
o  Alberto,  i  Malaspina;  da  Alberto  o  Anselmo,  i  marchesi  di 
Massa;  e  tutti  avrebbero  primordialmente  professata  legge  lon- 
gobarda 

I  Pallavicini  dominarono  nella  Garfagnana,  nell'Emilia,  nella 
Lombardia,  nella  Liguria,  nel  Piemonte,  nel  Veneto;  sulle  due 
sponde  del  Po  velettava  la  loro  scettrata  e  gladiata  impresa  d'arme 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


all'aquila  imperiale  ;  e,  mentre  nel  preappennino  parmense  e 
piacentino  lo  stato  dei  Pallavicini  —  cuneo  formidabile  tra  i  Rossi 
e  gli  Scoti  —  discendeva  intercluso  dal  Taro  e  dalla  Chiavenna  al 
Po,  sulla  sinistra  del  massimo  fiume  essi  continuavano  le  loro  dira- 
mazioni feudali  fino  a  toccare  i  termini  gelosamente  tenuti  dalla 
formidabile  republica  di  S.  Marco.  Busseto,  matrice  di  quella 
potenza,  andò  a*  suoi  dì  famosa  in  Italia  come  sede  di  corte  fiorita. 

Pei  colli  e  pei  piani  —  figli  giganteschi  di  reciproche  invidie, 
di  paurose  gelosie  —  crescevano  nuovi  baluardi  di  confinanti 
feudatari.  Così  gli  Arcelli  —  propagine  chiara  della  stirpe 
de'  Fontanesi,  e  nell'armi  prominenti  —  possedendo  nel  Pia- 
centino cispadano,  guardavano  in  cagnesco  la  potenza  dei  vicini 
Gavazzi  della  Somaglia,  la  quale,  lenta  ma  sicura,  piantava  sue 
radici  fino  a  toccare  Guardamiglio.  A  fronteggiarla,  erigevano 
gli  Arcelli  il  castellare  di  Minuta,  che  alcuni  vogliono  identi- 
ficato —  come  abbiam  detto  fin  dalle  prime  pagine  nostre  — 
neir  odierno  Berghente. 

Gli  Arcelli  —  cari  ai  duchi  di  Milano  — ■  allargarono  le  loro 
proprietà  sul  suolo  lombardo,  e  da  un  autografo  di  Galeazzo 
Maria  Sforza  elice  che  questi  investiva  della  terra  di  Villambrera 
(presso  Panilo),  già  confiscata  a  Cristoforo  Trecchi  (1470),  An- 
tonietto  Arcelli  «  egregio  ed  insigne  cavaliere  aurato  di  Pia- 
cenza, e  camerario  dilettissimo  »  del  duca  (7  maggio  1473) 

Di  essi  un  Leone,  cavaliere  di  speroni  d'oro,  ebbe  molti 
onori  da  re  Carlo  Vili ,  e  tornato  dal  capitanato  di  Bologna , 
fabbricò  a  Minuta  una  chiesa  alla  Vergine  Consolatrice 


3o8 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XXVII. 

^  La  cappella,  dedicata  a  Maria  Vergine  ed  ai  santi  Giovanni  Battista, 
Lorenzo  e  Genesio,  era  in  origine  quella  del  Rosario,  proprio  di  fronte 
alla  trivultina,  e  fu  dei  Mola  fino  al  1690,  anno  nel  quale  fu  trasportata 
la  proprietà  e  la  dedicazione  nella  propinqua  cappella  a  destra.  Questa 
conserva  tuttavia  nel  cimazio  lo  stemma,  agalmonico,  eguale  a  quello  della 
pietra  funeraria  reperta  nei  recenti  scavi  del  castello  di  Codogno  ed  ivi 
murata  all'entrata  delle  carceri  mandamentali,  già  destinata  al  sepolcro 
fatto  costrurre  —  come  dice  l'iscrizione  —  sibi  et  suis  da  Lorenzo  Mola  (1520). 

^  Lorenzo  Monti  accenna  il  diploma  di  Filippo  Maria  Visconte,  esistente 
nella  biblioteca  Ambrosiana,  ma  difettivo  di  data.  Con  quel  diploma  il 
consigliere  ducale  Corradino  dei  Capitani  Vimercati  era  delegato  a  ricevere 
la  rinuncia  di  Casale  e  di  Gattera  da  Giovanni  del  fu  Stefano  Federici 
detto  il  Todeschino,  per  investirne  il  nobile  codognese. 

^  E  costui  sarebbe  sempre  detto  Giacomo  d' Imola.  A  chi  ben  osserva 
la  somiglianza  tra  i  due  nomi  Giacomo  dei  Mola  e  Giacomo  da  Imola,  non 
può  forse  nascere  il  dubbio  che  i  due  presunti  feudatari  siano  una  sola 
persona,  confusa  nelle  memorie  per  errore  di  amanuensi? 

Quanto  alla  successiva  investitura  di  Casalpusterlengo  e  Gattera  nel 
conte  di  Carmagnola,  ciò  non  può  persuadere  di  una  soluzione  di  con- 
tinuità di  potere  nei  Mola,  in  quanto  che  il  Carmagnola  fu  solo  investito 
dei  beni  che  in  Casale  e  in  Gattera  appartenevano  ai  fratelli  Cattaneo  ed 
a  Bartolomeo  Cadamosto  (20  maggio  142 1). 

*  Ferdinando  Ughelli  -  Italia  sacra.  Lorenzo  Monti  infirma  quest'as- 
serzione deirUghelli,  e  riconoscendo  quale  antistite  milanese  il  secondo 
Lampu guano,  nega  lo  sia  stato  il  primo,  dichiarandolo  d'alto  lignaggio, 
in  concordia  con  altri  che  lo  affermano  essere  stato  dei  da  Carcano. 
Alessandro  Riccardi  -  Archivio  storico  lodigiano. 

^  Federico  Odorici  -  Famiglie  celebri  italiane ,  in  continuazione  del- 
l'opera  di  Pompeo  Litta. 

^  Antonio  Frizzi  -  Memorie  storiche  della  nobile  famiglia  Bevilacqua. 

^  Pompeo  Litta  Biumi  -  Famiglie  celebri  italiane. 

^  Francesco  Sanso  vino  -  Dell'  origine  delle  case  illustri  d^  Italia. 
Giorgio  Giulini  -  Memorie  della  città  e  della  campagna  di  Milatto. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


"  Questi  archivi  trivulziani  rimasero  vietati  per  noi,  quantunque  avessimo 
fatto  appello  alla  sperata  cortesia  del  loro  reggitore  perchè  ci  fosse  per- 
messo il  consultarli.  Ci  moveva  puramente  quell'  amore  del  «  natio  loco  » 
che  fu  sempre  nostra  guida  e  nostro  sostegno,  convinti  altresì  che  alle 
richieste  degli  studiosi  delle  cose  patrie  non  si  possa  da  chi  è  fidecom- 
missario  dei  documenti  autentici  allontanarne  le  indagini  e  l'esame.  Ed  è 
questo  un  vero  così  assoluto  e  per  noi  confortevole,  che  da  ogni  terra, 
vicina  o  lontana,  da  ogni  biblioteca,  da  ogni  sodalizio  scientifico  e  dalle 
autorità  civili  ed  ecclesiastiche  ci  fu  usata  la  massima  liberalità,  e  trovammo 
usci  spalancati  ed  accoglienze  onestamente  incoraggianti.  Per  questo  ci 
duole  maggiormente  il  dover  qui  inscrivere  questa  non  lieta  eccezione. 

Anche  questo  stemma  dei  Trivulzi  è  dato  secondo  l' ultima  sua  espres- 
sione ,  essendo  costituito  in  origine  dei  soli  sei  pali  verdi  e  oro  ,*  colori 
generalmente  ghibellini,,  quantunque  —  afferma  il  Litta  —  i  Trivulzi  ab- 
biano più  sovente  seguita  la  parte  guelfa.  Fu  il  cardinale  Gian  Giacomo 
Teodoro  che  riunì  le  diverse  imprese  de'  suoi  ascendenti  e  ne  formò  lo 
stemma  presente  (1622). 

Però  havvi  nota  in  un  codice  estense  che  afferma  aver  Galeazzo 
Maria  Sforza,  per  timor  dei  veneziani,  fatto  radere  le  cortine  della  rocca 
di  Castione  (1470). 

^*  Nella  carta  bolzoniana  (1588)  è  segnata  presso  Corte  Sant'Andrea  la 
7'ugia  vetera  domini  filipi,  che  sembra  appunto  costrutta  da  questo  Fi- 
lippo degli  Eustacchi. 

^"■^  Emilio  Seletti  -  La  città  di  Busseto. 

Lo  stemma  che  publichiamo  dei  Pallavicini  esiste  sui  monumenti  fu- 
nerari di  Cristoforo  Pallavicino  e  di  Eleonora  Viritella  nella  chiesa  del- 
l'Incoronata  a  Castione. 

Archivio  dell'ospitai  Maggiore  di  Lodi. 

Gian  Pietro  Crescenzi  -  Corona  della  nobiltà  d' Italia. 


\ 


CAPO  XXVIII. 


Le  istituzioni  ospitaliere  —  I  devoti  di  Maleo  —  S.  Pietro  in  Pirolo  — 
S.  Mamerte  in  Castelnuovo  —  S.  Tomaso  in  Codogno  —  S.  Alberta 
in  Castione  —  I  monti  di  pietà. 


EDiciNA  e  chirurgia  erano  ancora,  al  sopraggiunger 
della  rinascenza,  grossolanamente  infette  di  ubbie  e 
di  errori,  specie  per,  le  loro  referenze  all'astrologia, 
detta  da  Giovanni  Keplero  una  pazza  figlia  di  madre 
saggia.  Pure,  arabi  ed  ebrei  in  particolar  modo  avevano  già 
posta  da  banda  la  vanità  dei  sistemi  e  felicemente  si  eran  posti 
a  coltivare  l' anatomia  con  libere  e  sagaci  indagini.  In  Italia  già 
Federico  II  aveva  legittimato  e  sanzionato  di  cautele  l'esercizio 
curativo  dei  malati,  ma  le  delire  osservanze  a  testi  e  a  canoni, 
e  le  fantasie  che  davan  per  miracoli  le  guarigioni  di  morbi  pel 
fatto  di  sacre  reliquie  o  di  devoti  peregrinaggi,  incepparono 
ogni  scientifico  progresso.  E  così  anche  questo  sapere  fu  tutto 
ridotto  ed  esercitato  da  ecclesiastici,  e  in  particolar  modo  dai 
monaci,  a  cui  la  cura  del  ferro  e  del  fuoco  —  indispensabile  ed 
anzi  unico  elemento  chirurgico  —  era  interdetta  come  ereticale. 

Ciò  non  pertanto,  quei  monaci  —  nella  assoluta  mancanza 
delle  cautele  igieniche,  nell' imperversare  delle  pestilenze  acque- 
tantisi  ma  incessanti,  nel  propagarsi  di  morbi  nuovi  e  scono- 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


sciuti  come  il  vaiolo  e  la  sifilide  —  furono,  se  non  abili  medici,.. 
pietosi  infermieri;  e  le  temporalità  terrene  non  si  offrirono  più 
ad  opere  esclusivamente  ascetiche.  Anche  la  misericordia  per 
mali  fisici  entrava,  elemento  importantissimo,  nello  sviluppo  della 
vita  sociale;  e  si  arricchirono  le  case  a  sollievo  degli  infermi, 
stabilite  od  esampliate  dalla  publica  compassione.  All'ospitale 
sempre  e  di  rigore  era  attigua  la  chiesa;  ma  la  virtù  del  cuore 
non  si  accontentava  più,  come  un  tempo,  di  stendere  la  sua 
ala  verso  il  cielo:  essa  ripiegava  l'altra  e  sotto  vi  ricoverava  le 
terrene  miserie. 

Con  testamento  rogato  da  Benedetto  de  Casti,  Nicolò  Cipello' 
—  della  nobile  ed  estesa  famiglia  di  Maleo,  il  cui  nome  si 
rinviene  mesciuto  in  quei  dì  ai  fasti  pacifici  della  carità  — ■: 
lascia  metà  di  una  sua  casa  indivisa  col  fratello  Bassiano,  per 
costrurvi  un  ospitale,  o  «  la  casa  della  società  dei  divoti  di 
Maleo  »,  antica  confraternita  consueta  all'esercizio  di  provvide 
opere  ospitaliere. 

Come  e  perchè  quel  piccolo  nosocomio  sparve  nè  Defen- 
dente Lodi  ^  seppe,  nè  dissero  più  recenti  scrittori  ;  ma  si  ha  però 
ragione  di  indurre  che  venisse  soppresso  pel  fatto  che  la  con- 
fraternita di  Maleo  si  fuse  con  quella  della  Buona  Morte  di 
Roma,  ond'essa  era  propagine,  perdendo  così  per  un  carattere 
meramente  religioso  il  suo  filantropico. 

Non  soltanto  Roma,  del  resto,  bensì  anche  la  assorbente  Mi- 
lano trovò  fra  noi  tesori  fondiari  per  la  sua  beneficenza.  No- 
tammo già  al  capo  XXIII  la  donazione  di  Girardolo  Pusterla, 
a  nome  di  Barnabò  Visconte,  all'ospitai  Maggiore  di  Milano, 
di  alcune  terre  poste  a  Bertonico,  Casalpusterlengo  e  Monticelli 
(23  marzo  1359),  e  quella  dello  stesso  Visconte  all'ospitale  pure 
milanese  di  S.  Ambrogio  d'altri  suoi  beni  in  Monticelli,  con 
diritti  di  pesca  in  Adda,  di  acqua  irrigatoria  della  Muzza  e  con 
giurisdizione  feudale. 

E  l'esempio  —  venuto  dall'alto  e  ricordanteci  l'epigramma 
di  Giuseppe  Giusti  sui  «  tosatori  in  nome  di  babbo  »  —  non 
'  andò  perduto  pei  minori.   Lodi,  auspice  il  vescovo  Carlo  Pal- 
lavicino —  che  ottenne  l'assenso  apostolico  da  Pio  II  (1459)  e 
da  Paolo  II  (1469)  dell' istromento  del  cancellier  suo  Stefana 


312 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Brugazzo  (21  novembre  1457),  a  ciò  instanti  pure  i  duchi  di 
Milano  —  concentrò  nel  suo  ospitai  Maggiore  gli  ospitaletti 
sparsi  nella  diocesi  (1466)  e  i  beni  fondiari  destinati  ad  opere 
pietose,  come  forse,  ad  esempio,  quelli  detti  della  Carità  posse- 
duti in  territorio  di  Cavacurta  (4  dicembre  1475). 

Pel  concentramento  fra  Lodi  e  le  contadinanze  lungamente 
si  agitò  contesa;  la  quale,  se  giuridicamente  è  perenta  —  perchè 
r  ospitale  di  Lodi  estende  il  ricetto  a  tutti  i  comunali  del  cir- 
condario —  non  lo  sembra  del  pari  nel  campo  morale,  perchè 
ognun  vede  a  quali  sofferenze,  spesso  fatali,  siano  esposti  gli 
infermi  abitanti  delle  estreme  terre  del  Lodigiano,  i  quali  deb- 
bono, per  usufruire  del  dritto  ospitaliero  pertinente  alla  loro 
comunità,  invocare  il  lontano  ausilio  del  capoluogo  Ciò  è  illo- 
gico e,  quasi  diremmo,  disennato  ^. 

Hanno  audacemente  asserito  alcuni  che  fin  dai  tempi  della 
distruzione  della  vecchia  Lodi  sorgeva  in  Gera  un  ospitale  per 
gli  infermi.  Di  esso  è  solo  fatta  menzione  in  un  testamento  di 
Pedraccio  Cipelli  di  Maleo,  a  rogito  Belatrone  Carentano  (25 
luglio  1325);  nel  quale  atto  è  fatta  evidente  ricognizione  di 
quell'ospitale;  così  come  successivamente  è  in  un'investitura 
livellarla  di  tutti  i  beni  e  possessi  ospitalieri  in  Giovanni  Lisca, 
a  rogito  Bettino  da  Lodi  (14  ottobre  1396). 

L'ospizio  era  retto  da  un  ministro  subordinato  al  vescovo,  e 
lo  prova  una  sentenza  del  cancelliere  diocesano  Valentino,  per 
la  quale  —  narra  il  Lodi  —  sarebbe  stata  fatta  la  collazione 
del  pio  luogo  a  Bassiano  Sacco  (12  aprile  1448). 

Il  Ciseri  assevera  essere  stato  anche  quest'  ospitale  concentrato 
nel  Maggiore  di  Lodi,  i  cui  deputati  avrebbero  posto  un  mi- 
norità alla  custodia  della  chiesa;  e  ciò  sarebbe  provato  dalla 
diretta  ingerenza  che  i  deputati  stessi  esercitavano  per  la  no- 
mina del  paroco,  ivi  istituito  staccando  quella  cura  d'anime  da 
Maleo  (18  gennaio  1624)*. 

Celebre  era  l'ospitale  ricovero  al  titolo  di  S.  Mamerte  in 
Castelnuovo.  Ampia  memoria  se  ne  rinviene  nei  citati  preziosi 
manoscritti  del  Lodi.  Dal  nome  del  titolare  sembrò  a  taluno  sia 
stato   fondato  da  un  advena  francese;  certo  è  che,  quando  il 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


vescovo  marchese  Pallavicino  stabilì  l' erezione  dell'  ospitai  Mag- 
giore, fra  i  minori  che  dovevan  dare  la  vita  all'erigendo  colla 
morte  propria  comprese  necessariamente  quello  di  S.  Mamerte. 

Approvarono  e  duchi  e  papi  anche  questa  concentrazione, 
ma  dall'ultimo  lembo  tra  Adda  e  Po  soffiò  vento  contrario.  Il 
ministro  dell'ospitale  castellano,  Tomaso  della  Pellizzaria,  s'era 
gagliardamente  opposto  a  quel  divisamento,  e  nè  meno  voleva 
saperne  la  comunità  di  Castelnuovo  con  ragioni  sensate.  Si  fece 
lite  e  lunga  e  fiera,  nella  quale  intervennero  Paolo  II  e  Sisto  IV 
papi,  delegando  all'arbitrato  il  prevosto  di  S.  Giovanni  delle 
Vigne  in  Lodi.  Ben  si  comprende  che  questi  fece  atto  e  d'os- 
sequio all'ordinario  e  di  interesse  per  la  sua  città;  pure  quei  di 
Castelnuovo  reinterposero  appelli  e  ricorsi,  fino  a  quando  tra 
le  due  parti  s'addivenne  ad  un  componimento  (29  dicembre  1499). 

Il  pio  esercizio  dell'  ospitalità  vigeva  ancora  a  S.  Mamerte 
quando  il  canonico  Lodi  scriveva  le  sue  erudite  memorie  (1624)  ; 
l'oratorio,  però,  vi  era  stato  demolito  per  ordine  di  monsignor 
Bossi,  vescovo  di  Novara,  nella  già  citata  sua  visita  apostolica; 
ma  perchè  non  fosse  negletto  il  culto  al  santo  vescovo  di  Vienna, 
un  nuovo  altare  gli  si  costrusse  in  onore  nella  parochiale  del 
luogo,  allora  in  restauro  (1584). 

Nella  seconda  metà  del  XV  secolo  Codogno  andava  lenta- 
mente assurgendo  ad  importanza  ed  a  svolgimento  considerevoli  ; 
e  come  vedremo  minutamente  le  molteplici  espressioni  della  sua 
novella  vita  politica  ed  economica,  così  accenneremo  fin  d'ora 
che  agli  altri  trionfi  anche  qui  precedette  quello  di  una  bene 
intesa  carità. 

Con  rogito  del  notaro  Bartolomeo  Mola,  Tomaso  Manfredino 
Gibello  imponeva  ai  suoi  eredi  di  costrurre,  col  reddito  del 
proprio  asse,  un  ospitale  titolato  al  suo  santo  patronimico, 
l'apostolo  Tomaso.  Il  ricovero  doveva  avere  per  intento  pre- 
cipuo l'ospitalità  ai  peregrini  transeunti,  ed  il  soccorso  ai 
poveri  della  comunità,  con  preferenza  ai  malati,  di  pane,  me- 
dicine e  denaro  (6  dicembre  1462). 

Il  Porro,  invece,  racconta  esser  stato  quattro  anni  dopo  che 
Manfredino  domandò  all'ordinario  diocesano  di  erigere  in  Co- 
dogno un  ospizio  per  gli  infermi  e  pei  peregrini.  Assentì  l'an- 


314 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


tistite  — •  il  Pallavicino  —  anche  perchè  confortato  dalle  laute 
e  munifiche  offerte  al  fine  proposte;  decretò  che  il  ricetto  si 
unisse  alla  chiesa  di  S.  Tomaso;  ne  volle  sopraintendente  il 
rettore  temporaneo  di  Codogno,  e  vi  prepose  un  amministratore. 

L'ospitale  di  Manfredino  era  posto  nella  odierna  contrada 
Grande  (via  Roma)  —  verso  la  quale  prospicieva  la  chiesa  — 
quasi  allo  svolto  della  contrada  di  Fombio  (via  Garibaldi).  Gli 
appartenevano  due  prati,  uno  detto  al  Salice,  presso  San  Iorio, 
verso  il  Molino  dei  Magnani,  l'altro  detto  alla  Cazzadora  o  alla 
Lupara,  sulla  strada  della  cascina  Bellona^.  In  progresso  di 
tempo  esso  pure  dovette  sparire  (1775). 

Parte  delle  sue  rendite  concorre  presentemente  a  costituire 
la  ricca  dote  del  nosocomio  civico;  ma  permase  il  legato  Gi- 
bello  pei  poveri,  aumentato  da  altre  ragguardevoli  donazioni;  e 
quest'  opera  pia  —  già  amministrata  dalla  confraternita  della 
Trinità,  poi  dai  paroci  prò  tempore  e  per  legge  (3  agosto  1862} 
concentrata  nella  congregazione  caritativa  —  dà  soccorsi  in  de- 
naro a  cronici  e  vecchi,  assiste  fanciulli  abbandonati,  dispensa 
baliatici,  presidii  ortopedici,  medicamenti,  doti  ed  altri  sussidi  ^ 

L' antichissimo  ospitale  di  S.  Alberto  in  Castione  passò  già 
ricordato  in  queste  pagine;  ed  anch'esso  cadde  per  la  forzata 
fusione  nella  sede  diocesana  di  tutte  le  forze  pietose  ospitaliere. 

Un  altro  ricovero  si  rese,  però,  indispensabile  in  Castione; 
non  tanto  per  le  condizioni  igieniche  e  demografiche  del  luogo, 
che  assiduamente  lo  richiedevano,  quanto  per  lo  zelo  religioso 
che  traducevasi  nel  fornir  cure,  tetto  ed  alimenti  alle  turbe  in 
sanrocchino  e  in  cappello  conchigliato ,  pur  troppo  recanti  tra 
le  pieghe  del  saio  i  germi  di  desolanti  epidemie. 

Il  prete  Antonio  Manusardo  —  testando  a  ministero  di  Manfredo 
Baldrino  di  Piacenza  —  assegnava  parte  della  propria  abitazione 
in  alloggio  dei  romei  e  d'un  custode.,  che  sarebbe  stato  nomi- 
nato dagli  eredi  suoi,  a  questi  dando  incarico  di  provvedere  e 
continuare  l' instituzione  d'un  letto  ospitaliero  (15  marzo  1565). 
Ne  pare  che  questo  legato  disturbasse  oltremodo  l'erede  Francesco 
Morone  Manusardo,  poiché  egli,  a  rogito  Giovanni  Favallo  di 
Lodi,  destinò  la  rendita  d'un' altra  camera  affittata  a  dotare  di 
biancherie  e  d'indumenti  la  benefica  dimora  (13  dicembre  1595). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Un  Domenico  Zeppo,  lasciando  tutto  il  suo  patrimonio  in 
retaggio  a  Maffeo  della  sua  famiglia,  fece  precetto  a  lui  ed  ai 
suoi  successori  in  infinito  —  formula  larghissima  ed  appunto 
per  ciò  generalmente  fugace  —  di  allestire  altri  due  letti  nel- 
r  ospizio  ;  con  dichiarazione  di  un  assegno  speciale  per  le  spese 
occorrenti;  le  quali,  se  per  avventura  venissero  meno,  avrebbe 
allora  surrogato  gli  eredi  il  Maggior  ospitale  di  Lodi,  coli' in- 
carico di  perfungere  l'identico  mandato,  che  in  quei  letti  de- 
terminava il  diritto  al  riposo  da  una  a  tre  notti  al  più  (29 
marzo  16 15). 

Anche  quest'ospitale  non  è  più  che  una  memoria. 

Altra  affermazione  della  publica  carità  —  oggi  repudiata  da  una 
sana  sapienza  economica,  ma  consona  allo  spirito  elemosiniero 
e  religioso  di  quell'  evo  ^  —  fu  la  comparsa  dei  monti  di  pietà. 

Non  deve  stupire,  innanzi  tutto,  il  valido  aiuto  dato  dalla 
chiesa  alla  fondazione  dei  monti.  Si  trattava  di  soccorrere  i 
cristiani  attanagliati  nei  momenti  di  inopia  dalle  morse  usuraie 
esercitate  dagli  ebrei.  Costoro,  prestando  su  pegno,  se  non  re- 
cidevano dal  corpo  dei  loro  debitori  una  libra  di  carne  —  come 
lo  Schylock  shakespeariano  —  prendevano  smisurati  interessi  sulle 
somme  mutuate,  diventando  così  ministri  di  irreparabili  rovine. 

Però,  nè  pure  l' elemento  civile  fu  estraneo  all'  incremento  dei 
monti,  e  pare  anzi  ne  fosse  l' antesignano.  Difatti,  bisogna  porre 
gli  abitanti  di  Perugia  tra  gli  apostoli  primissimi  della  pia  isti- 
tuzione di  credito.  Misero  essi  insieme  in  parecchi  una  somma 
designata  al  sollievo  dei  poveri,  mercè  un  piccolo  benefizio 
esclusivamente  consacrato  a  fronteggiar  le  spese  conservative 
dei  pegni  e  delle  rispettive  restituzioni.  Ben  presto  si  apprezzò 
degnamente  la  bontà  di  quel  tentativo  di  redenzione  economica  ; 
nel  campo  ecclesiastico  i  campioni  del  monte  pietoso  crebbero 
sì  che  Sisto  IV  ed  Innocenzo  Vili  papi  se  ne  fecero  gagliardi 
banditori,  e  si  assistette  non  molti  anni  dopo  al  solenne  novero 
del  nuovo  istituto  nelle  sessioni  del  concilio  tridentino. 

Ma  vien  riconosciuto  nella  persona  di  un  mite  ed  umile 
francescano  l' inspirato  e  virtuale  avvocato  di  questa  carità  col- 
lettiva :  incominciando  da  Roma  (1491)  e  risalendo  di  terra  in 
terra  fino  alle  Alpi,  fra  Bernardino  da  Feltre  —  proselite  del 


3i6 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


serafico  assisiate  e  poi  salito  agli  onor  degli  altari  —  compì  a 
prò  dei  monti  una  vera  ed  entusiastica  crociata;  egli  salì  i  più 
celebri  pulpiti,  discese  sulle  piazze  più  popolose,  dovunque  fosse 
e  sempre  patrocinando  la  costituzione  di  quella  opera  miseri- 
corde.  E  la  sua  non  fu  la  voce  nel  deserto:  uomini  di  corona, 
maggiorenti  di  comuni,  gente  di  chiesa  e  persone  d'armi  l'ascol- 
tarono, lo  capirono  e  ne  sostennero  i  postulati  con  fervida  fede 
e  con  speranza  ineffabile. 

Fra  Bernardino  vide  così  spuntare  e  moltiplicarsi  in  città,  in 
oppidi,  in  castella  i  predicati  monti  pietosi,  quello  compreso  di 
Codogno  nostro,  allorché  qui  —  volgendo  a  Pavia  —  venne  orator 

delle  missioni  particolarmente  dirette 
a  scuotere  e  ravvivare  la  fiaccola  della 
pietà  per  gli  infelici;  ed  accanto  al- 
l'apostolato del  santo  francescano  è  da 
considerarsi  in  Codogno  il  concorso 
dei  primi  benefacenti,  che  furono  i 
Mola,  i  Martinenghi,  i  Bordoni,  i 
Guasconi,  i  Barlanfani  (1493). 

Non  è  opportuno  riandar  qui,  anche 
^^'1'  WffI'"  sommariamente,  i  sistemi  ed  i  metodi 

svariati  pei  quali  si   venne  piuttosto 
Antonio  Ferrari.  .  ...  ....         ,  . 

m  uno  che  in  altro  modo  deimeanao 

in  pratica  il  concetto  filantropico  dei  monti,  di  cui  in  breve 
volgere  d'anni  quasi  tutta  Europa,  nelle  più  famose  città  sue, 
fu  testimone  e  parte.  Secondo  qualche  statuto  l'interesse  sulle 
somme  di  prestito  era  a  bassa  misura,  per  alcuno  infima,  e 
per  altri  il  frutto  fu  soppresso  senz'altro;  e  più  bella  e  più 
grande  brillò  per  questa  guisa  la  coscienza  dell'umanesimo, 
che  respinse  perfino  l' ombra  d' un  sospetto  di  venalità  nella 
mano  soccorritrice,  e  che  rifulge  in  tutto  lo  splendore  anche 
nelle  disposizioni  olografe  di  un  nostro  compaesano,  Antonio 
Ferrari  ^.  Questi  —  rinnovando  in  piena  modernità  i  fasti  pie- 
tosi dei  proavi  di  quattro  secoli  prima  —  istituì  il  presente 
monte  di  pegni,  appunto  colla  generosa  clausola  che  i  pegni 
fossero  restituiti  senza  verun  gravame  d'interessi  ove  fosser 
redenti  in  un  anno  (6  luglio  1847). 


NELLA  CRONACA        NELLA  STORIA 


La  semente  gettata  dal  beato  Bernardino  trovò  terreno  ac- 
concio anche  in  Castione,  dove  l'istituzione  del  monte  fu,  per 
vero,  molto  ponderata,  e  venne  attuata  per  decreto  vescovile 
(23  aprile  1589). 

Richiesto  da  nove  laici  misericordi,  caldeg-gianti  il  novo  isti- 
tuto, il  vescovo  Ludovico  Taverna  fissò  in  ottantaquattro  capi- 
toli la^  regola  del  monte;  dieci  deputati  l'avrebbero  applicata, 
sei  del  luogo  di  Castione  e  gli  altri  quattro  delle  frazioni  di 
Biraga,  Terranuova,  Rovedaro  e  Fornaci. 

Di  maggior  importanza  aifermano  i  cronachisti  fosse  quello 
di  Casalpusterlengo  ;  ma  sorto  molto  dopo  sulle  orme  di  quelli 
di  Codogno  e  di  Castione.  Fu  il  sacerdote  Pompeo  Galleano  di 
Casale,  il  quale  ordinò,  nelle  sue  disposizioni  estreme  a  rogito 
Francesco  Borsa,  che,  se  pel  futuro  avesse  a  sorgere  in  Casale  a 
vantaggio  dei  poveri  un  monte  di  pietà,  gli  scolari  dovessero, 
per  agevolarne  l'istituzione,  mettere  a  profitto  quella  somma 
capitale  del  suo  retaggio  che  loro  paresse  meglio ,  con  dritto 
ad  essi  di  partecipare  all'amministrazione  (11  maggio  1648). 

Poco  dopò  Carlo  Francesco  Prino,  nel  suo  testamento  a  ro- 
gito Michel  Angelo  Magno,  obbligava  nepoti  ed  eredi  al  paga- 
mento di  lire  novecento  agli  scolari  del  Sacramento,  per  l'erezione 
del  monte  (19  gennaio  1650),  tosto  canonicamente  approvata 
dal  vescovo  Vidoni  (27  settembre).  E  il  monte  fu,  eretto  nella 
maggior  piazza,  in  una  casetta  dipendente  dal  castello;  al  primo 
piano  della  quale  la  carità  sottraeva  ai  fenatori  crudeli  i  po- 
veri, ed  al  terreno  offriva  tranquilla  sosta  ai  romei  passanti. 

Il  monte  casalese  durò  fino  alla  metà  di  questo  secolo,  e  le 
rendite  di  esso  furono  devolute  dalla  congregazione  di  carità 
alla  santa  opera  degli  asili  infantili,  una  delle  più  belle  carat-, 
teristiche  educative,  divinata  dall'animo  nobile  di  Ferrante  Aporti, 
gloria  del  sacerdozio  lombardo. 


3i8 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XXVIII. 

^  Defendente  Lodi  -  Manoscritti  sugli  ospitali  lodigiani.  Dai  quali  per 
la  maggior  parte  raccolte  le  note  che-  seguono.  Il  canonico  Lodi  fu  stu- 
diosissimo di  patrie  memorie  e  pregiato  autore  (1578-1656). 

^  L'ospitale  Maggiore  di  Lodi  ripete  la  sua  origine  da  epoca  remota. 
Vuoisi  fosse  chiamato  domus  fratris  Facii  da  un  beato  di  questo  nome, 
che  si  rese  celebre  nella  fondazione  di  congeneri  istituti.  Il  documento 
più  antico  che  lo  riguarda  è  una  lettera  patente  di  Azzone  Visconte  (3 
agosto  1337),  e  risulta  allora  conosciuto  sotto  il  nome  di  casa  dei  frati 
di  S.  Spirito,  agostiniani,  o  delld:  Carità,  simboleggiata  nella  colomba  dal 
verde  ulivo  che  tuttora  si  usa  in  alcuni  nosocomi,  e  di  cui,  ad  esempio, 
sono  quasi  tutte  istoriate  le  case  di  Bertonico,  appartenenti  al  massimo 
ospitale  di  Milano.  Dopo  che  all'opera  ospitaliera  di  Lodi  —  largamente 
arricchita  —  furono  unite  quelle  delle  partorienti  e  dei  pazzi,  essa  assunse 
il  nome  di  ospitai  Maggiore  di  Lodi  e  luoghi  pii  uniti. 

^  Abbiamo  sott'  occhi  una  circolare  firmata  da  ben  sessanta  cittadini  di 
Castelnuovo,  Meleti,  Maccastorna,  Caselle  Laudi,  Corno  Vecchio,  i  quali 
invitano  i  loro  compaesani  ad  una  adunanza  pel  3  ottobre  1897,  nell'in- 
tento di  fondare  colle  forze  unite,  un  ospitale  consorziale. 

Notevole  in  questa  circolare  le  seguenti  affermazioni,  che  collimano 
esattamente  colle  nostre  in  proposito  delle  concentrazioni  ospitaliere: 

«  L'esperienza  dolorosa  che  abbiamo  dovuto  fare  ogni  giorno  e  per 
lungo  volgere  d'anni  delle  difficoltà  materiali,  del  disagio  fisico  e  morale, 
del  dispendio  grave  che  s'incontrano  in  questi  estremi  comuni  del  circon- 
dario di  Lodi  per  cura  degli  ammalati  poveri  che  non  possono  trovare 
nelle  loro  case  quell'assistenza  intelligente  e  diligente,  necessaria  ad  assi- 
curarne la  guarigione,  sia  ad  alleviarne  le  sofferenze,  ha  suggerito  a  noi, 
dopo  lunga  disamina,  di  sottoporre  al  vostro  giudizio  un  nostro  progetto... 
L'invio  a  Lodi  non  solo  è  dispendiosissimo,  specie  pei  comuni  pii\ lontani, 
ma  in  taluni  casi  gravi  impossibile;  quasi  sempre  dannoso  allo  stesso 
infermo  ». 

*  Una  nota  di  una  monografia  recente  manoscritta  nell'archivio  ospita- 
liero  lodigiano  indubbia  che  il  pietoso  ospizio  di  S.  Pietro  in  Pirolo  fosse 
assorbito  da  quello  di  Lodi;  così  come  è  posto  in  dubbio  che  fossero 
pure  ivi  concentrate  alcune  rendite  appartenenti  all' ospitaletto  di  Senna. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


^  Giovanni  Battista  Barattieri  -  Catastro  delP  estimo  rurale  di  Co- 
dogno  (31  dicembre  1650).  —  Carlo  Antonio  Albini  -  Catastro  dell'  estimo 
rurale  di  Codogno  (31  dicembre  1691).  In  ambidue  i  catastri  si  legge  di 
S.  Tomaso  essere  luogo  pio,  dove  s'alloggiano  poveri  viandanti,  ammini- 
strato dal  preposito  di  S.  Biagio. 

^  Pure  dalla  congregazione  di  carità  di  Codogno  sono  oggi  amministrati 
^Itri  legati  di  benefattori  codognesi  ;  quali  quello  di  Antonio  Maiocchi , 
stabilito  con  testamento  per  una  dote  a  fanciulle  povere  (1595)  e  rinfor- 
zato poi  dal  legato  del  canonico  Giovanni  Cremonesi,  richiamante  l'adem- 
pimento del  primo  (15  marzo  1730);  e  quelli  di  prete  Paolo  Ugoni  (7  agosto 
1596)  e  del  dottor  Cesarè  Lombardi  (23  marzo  1639),  il  primo  istituente 
eredi  i  poveri  infermi  della  parochia,  l'altro  quelli  della  comunità. 

'  Nel  IV  congresso  dei  rappresentanti  i  monti  di  pietà,  tenutosi  in  Mi- 
lano il  15  e  16  settembre  1897,  fu  riconosciuto  che  parecchi  monti  tuttora 
esistenti  subirono  quasi  radicali  trasformazioni  e  solo  piccola  parte  di  essi 
esercitano  la  funzione  originaria  ;  e  la  maggioranza  dei  convenuti  affermava 
la  massima  che  i  monti  siano  considerati  piuttosto  istituti  di  credito  che 
di  beneficenza,  quindi  svincolati  dalla  osservanza  della  legge  sulle  opere 
pie  17  luglio  1890. 

®  Dal  ritratto  esistente  nel  monte  di  pietà  di  Codogno. 


CAPO  XXIX. 


Gli  Sforza  —  La  calata  francese  —  Giacomo  Mola  Cattaneo  —  La  chiesa 
dei  SS.  Quirico  e  Giiilitta  —  Rivolgimenti  politici  e  religiosi  —  Ve- 
scovi lodigiani  —  Fatti  d'arme  —  Gli  Scoti  e  i  Landi. 


ANNO  le  dinastie  ricorsi  fatali  ;  e  nei  periodi  di  deca- 
denza in  ispecie  l'una  incalza  l'altra  con  una  rasso- 
miglianza strana.  I  carolingi  riproducono  le  ferocie 
di  Clovis,  i  Tudor  imitano  le  colpe  degli  Stuart,  e 
prima  di  questi,  nella  stessa  guisa,  gli  Sforza  precipitano  per 
Io  stesso  declivio  che  aveva  condotti  nell'  abisso  i  Visconti. 

Di  Galeazzo  Sforza  non  è  mestieri  dir  molto  :  vano,  dissoluto, 
efferato,  scialacquatore,  non  d'uomini  ma  di  cani  e  di  cavalli 
amico,  ripagava  i  turpi  favori  delle  sue  ganze  con  offe  splendide 
di  ricchezze  e  di  privilegi;  avvelenatore  di  fidanzate,  accusato 
di  uxoricidio,  egli  passò  sulla  terra  smentendo  l'epifonema  ele- 
giaco di  Menandro,  troncatogli  il  cammino  nefando  a  trentadue 
anni  dal  pugnale  di  Gerolamo  Olgiato,  vindice  della  contami- 
nata sorella. 

Toccava  al  fìgliuol  suo  Galeazzo  Maria  scontare  le  paterne 
perfidie.  I  saggi  consigli  di  Cicco  Simonetta  alla  reggente  il 
ducato,  Bona  di  Savoia,  vedova  di  Gian  Galeazzo,  dovettero 
cedere  alla  scaltrezza  di  Ludovico  detto  il  Moro,  zio  del  giovi- 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


321 


netto  duca,  ed  evocatore  in  Italia  di  Carlo  Vili.  Galeazzo  Maria 
morì  miseramente  —  forse  di  veleno  —  nel  castello  di  Pavia, 
ancora  in  verde  età  (1494). 

Il  tratteggio  sintetico  della  corte  di  Milano  richiederebbe  una 
tavolozza  di  vivaci  colori;  di  fronte  alla  imponente  figura  di  un 
insigne  statista  è  un'affollata  di  episodi  romantici,  di  aneddoti 
forse  maligni,  certo  sospetti. 

Antitesi  politica  di  Nicolò  Machiavello  —  da  cui  pure  ebbe 
encomio  affettuoso  —  Cicco  Simonetta  venne  dal  nativo  Cac- 
curi  Calabro  alla  corte  milanese,  chiamatovi  dallo  zio  Angelo, 
pur  egli  cancelliere  di  Francesco  Sforza.  Il  suo  braccio  com- 
battente a  Caravaggio  non  fu  meno  utile  della  sua  mente, 
ed  egli  salì  tosto  di  gradi  e  di  onori:  fu  prima  governatore 
di  Lodi,  poi  secretarlo  ducale  e  contutore  del  minorenne  Ga- 
leazzo Maria.  Uomo  di  stato  a  grandi  linee,  fortificato  dalla 
simpatia  popolare  più  ancora  che  dalla  domestica  fortuna 
—  solidamente  instaurata  nel  Lodigiano  —  dovette  soccom- 
bere alla  fragilità  della  duchessa  vedova,  sulla  quale  più  che 
tutto  potè  il  leggiadro  sembiante  del  ferrarese  paggio  Antonio 
Tassino,  anima  dannata  del  Moro.  Il  volgo  dei  cortigiani  ag- 
giunse esca  al  fuoco;  e  mentre,  nell'ora  suprema  dell'irrepa- 
rabile disgrazia,  i  Simonetta,  o  torturati  o  fuggenti  —  come 
l'abate  Bonifazio  di  S.  Stefano  al  Corno  —  si  sottraevano  al 
furore  dei  nuovi  favoriti,  il  triste  pronostico  del  vecchio  vene- 
rando si  avverava,  poiché  Bona  perdeva  il  ducato  ed  egli  la- 
sciava il  capo  sugli  spalti  del  castello  di  Pavia  (30  ottobre  1480)  ^ 

Politicamente  il  ciclo  sforzesco  si  può  quasi  dire  chiuso  col 
Moro,  fabbro  dei  sottili  inganni  che  furon  la  rovina  della  sua 
schiatta.  La  chiamata  del  re  di  Francia,  le  lusinghe  all'impe- 
rator  di  Germania,  Massimiliano,  le  ire  gelose  e  turbolente  del 
duca  di  Milano  per  gli  altri  stati  italiani  —  dove  però  alla 
minaccia  delle  trombe  squillanti  si  rispondeva  con  quella  delle 
campane  a  stormo  —  tennero  sempre  viva  l'agitazione  politica 
della  penisola;  e  defaticato,  vinto,  travolto,  il  Moro  doveva, 
traditore,  finir  per  tradimento:  uno  svizzero  mercenario  lo  ad- 
ditava nella  giornata  di  Novara  ai  cavalieri  di  Luigi  XII,  e 
Codogno  e  il  suo  territorio  ^  ecc.  —  /.  21 


322 


CaDOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


dalla  tetra  prigione  di  Loches  egli  non  esci  più  se  non  per 
discendere  illacrimato  nel  sepolcro  (27  maggio  1508). 

Tra  l'uno  e  l'altro  passo  delle  artiglierie  francesi,  delle  squadre 
lanzichenecche,  delle  bande  spagnuole,  delle  torme  svizzere,  non 
andò  salva  la  regione  nostra;  e  l'impresa  di  re  Carlo  contro 
Napoli  (1494)  gittò  tra  noi  i  suoi  lugubri  riflessi. 

Invano  al  re  spiensierato  ed  incapace  s'era  come  genuflessa 
Torino;  invano  gli  si  curvò  Pisa,  non  si  ribellò  Firenze  per 
quanto  minacciosa,  non  papa  Borgia,  e  le  più  vezzose  dame 
d'Italia  composero  per  lui  il  più  vago  sorriso:  Carlo  fu,  in 
Napoli  esultante,  salutato  dalla  asservita  parola  di  Giovio  Fontano, 
spregiatore  dei  vinti  d'Aragona,  di  cui  egli  era  pur  creatura. 
Ma  non  bastava  al  rapace  e  lascivo  francese  quel  trionfo  resogli 
facile  dalla  neghittosità,  dalla  rassegnazione,  e  forse,  ed  anche 
più,  dalle  discordie  degli  italiani,  ormai  troppo  artisti  per  esser 
buoni  soldati.  Laonde  l'inesperienza  stessa  del  re  straniero,  qui 
gaudente  di  tutte  le  insospettate  bellezze  d'arte  e  di  natura, 
traeva  insieme  ad  ogni  maniera  di  violenza  le  frivole,  incolte 
e  beffarde  sue  milizie,  non  guidate  da  capi  autorevoli  e  stupite 
che  la  fama  del  valore  italiano,  come  il  colosso  dai  piedi 
d'argilla,  al  lor  sopravvenire  si  frantumasse,  giustificando  l'escla- 
mazione di  papa  Alessandro  VI  che  la  conquista  di  Napoli  si  era 
fatta  con  speroni  di  legno  e  col  gesso  per  indicare  gli  alloggi. 

Maggiori,  quindi,  si  fecero  l'alterigia,  la  burbanza  e  la  mil- 
lanteria dei  francesi,  favorite  altresì  dall'indole  sempre  e  da 
per  tutto  eguale  di  quel  popolo.  Esse  offrirono  indimenticabili 
esempi  del  valore  individuale  italiano,  quando  la  misura  fu  colma; 
e  segnò  negli  annali  nostri  —  accanto  al  nome  di  Fanfulla  lo- 
digiano  e  de'  suoi  compagni  nella  disfida  di  Barletta  —  quello 
più  oscuro  ma  non  meno  notabile  del  codognese  Giacomo  Mola 
Cattaneo,  detto  il  Ferlone,  che  —  al  dire  del  coevale  Giovio  — 
combattè  in  singoiar  duello  contro  sei  cavalieri  francesi  e  tutti 
li  stese  morti  a  terra.  E  giustizia  rievocar  qui  quella  nostrana, 
gagliarda  figura  di  popolano,  perocché,  nella  sequela  dei  valo- 
rosi il  cui  sangue  bagnò  i  lauri  della  patria  nella  sua  lunga 
notte  di  schiavitù,  solo  alcuni  eletti  poterono  tramandare  alla 
ammirazione  dei  posteri  il  loro  nome. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Lamentavamo  i  sinistri  chiarori  lasciati  qui  dalle  genti  di 
Carlo  Vili,  scese  —  come  le  schiere  vendicatrici  di  Annibale  e 
quelle  fitte  ed  irruenti  di  Carlo  Magno  —  dall'Alpi  all'Italia 
del  mezzodì  ;  e  di  vero,  tra  le  violenze  che  allora  ci  desolarono, 
si  ha  memoria  dell'incendio  appiccato  dai  francesi  all'antica 
chiesa  titolata  ai  santi  Quirico  e  Giulitta,  presso  Meleti. 

Di  questo  tempio  —  modesto  di  proporzioni,  ma  pur  fatto 
segno  alle  devastazioni  straniere  —  è  sovente  parola  negli  an- 
nali paesani.  Colà  esisteva  —  retta,  come  si  crede,  da  un  Bar- 
tolomeo Reggio  —  la  cura  parochiale  di  Meleti;  la  quale  vi  fu 
restituita,  rovinato  quel  sacro  edifizio,  così  e  come  assodano  due 
istromenti  di  Aurelio  Rossi,  notaro  di  Lodi  (25  gennaio  1496), 
e  là  si  stabilì,  nella  cappella  od  oratorio  eretto  da  Matteo 
Bossi,  feudatario  di  Meleti,  essendo  per  dote  alla  sua  famiglia 
pervenuto  quel  feudo  (1452),  già  dei  Bevilacqua. 

La  chiesetta  che  oggi  si  trova  tra  Corno  Vecchio  e  Meleti 

—  novellamente  aperta  al  culto,  e  tuttora  portante  l'antico  ti- 
tolo ai  santi  martiri  di  Tarso,  madre  e  figlio  —  non  occupa 
pili  l'area  del  prisco  tempio.  Essa,  consenziente  il  vescovo  Gera 
(21  settembre  1628)  fu  eretta  e  benefiziata  da  Dionisio  Figlio- 
doni;  dotata  di  cappellania  (8  luglio  1674);  esornata  dall' archi- 
tetto Brilli  (1838);  ma  nulla  di  notevole  la  distingue  dal  più 
comune  sacello  rusticano.  Il  culto  mortuario  vi  trae  ancora  i 
devoti,  collegantesi  certo  colla  pietosa  ricordanza  dell'antico 
cimitero  ivi  esistente  ^.  ^ 

•r 

I  fatti  che  precedono  la  scomparsa  definitiva  del  ducato  mi- 
lanese sono  tutto  un  lacrimoso  periodo  del  crudele  scempio  fatto 
di  un  popolo.  I  cittadini  doviziosi  davano  inclite  prove  di  co- 
dardia, non  vergognanti  di  stemperarsi  negli  ozi  e  nei  lussi, 
chi  sviscerato  di  Francia,  chi  di  Spagna,  pensosi  d'Italia  ben 
pochi;   e  le  terre,  su  cui  formicolavano  eserciti  d'ogni  fatta 

—  negli  abietti  deliri  delle  carneficine,  delle  prede,  delle  lascivie, 
fatti  a  vicenda  vittoriosi  —  ridotte  quasi  ad  erma  e  paurosa 
solitudine;  e  non  vi  era  lembo  d'Italia  in  cui  la  piccola  o  la 
grossa  guerra  non  si  combattesse. 

\  L'onnipotenza  della  Serenissima,  che  comandava  ai  mari  e 
che  in  terra  ferma  prolungava  l' ombra  gigantesca  del  suo  leone 


324 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


vittorioso  —  ombra  derivata  da  intensa  luce  di  genialità  e  di 
saggezza  civile  —  suscitava  ire  ed  invidie  senza  numero.  Roma 
papale  aveva  pur  essa  fatto  il  suo  giuramento,  e  papa  Giuliano 
della  Rovere,  imposto  Telmo  al  camauro,  col  grido  di  «  fuori 
i  barbari!  »  avvisava  realmente  ad  attrarveli,  chè  in  cima  de' 
suoi  pensieri  stava  la  rovina  della  ferrea  oligarchia  di  S.  Marco. 

La  storia  della  lega  di  Cambrai  (io  dicembre  1508)  esula 
dal  compito  nostro.  Valga,  invece,  affermare  che  per  essa  non 
potevano  piombare  più  gravi  sciagure  su  Lombardia:  saccheggi 
e  lotte  fratricide,  pestilenze  e  carestie,  battaglie  feroci  e  miserie 
d'interdetti  spirituali;  tutto,  insomma,  quanto  si  riassume  nella 
più  disforme  violenza  al  diritto  ed  alla  vita  delle  genti. 

Venezia  —  temeraria,  e  forse  per  ciò  fortunata,  nella  difesa  — 
non  vide  un  solo  nemico  penetrare  fra  le  sue  lagune;  non  una 
pietra  cadde  da'  suoi  miracolosi  monumenti;  e,  mantenendo  il 
titolo  di  città  dell'oro  e  dell'argento,  s'acquistò  —  al  dire  del 
Sismondi  —  anche  quello  d' immortale.  Contro  di  essa  s' erano 
intese  tutte  le  teste  coronate  d'Europa:  Giulio  II,  più  che 
pontefice  soldato  audace  pel  reintegro  territoriale  del  papato; 
Luigi  XII,  volente  o  nolente  di  accostarsi  ad  Austria,  secondo 
la  sorte  dell'  armi  ;  Massimiliano  imperatore,  che  non  acquiesceva 
all'infeudo  del  ducato  milanese  nella  corona  di  Francia,  ed  alla 
«  insaziabile  cupidigia  »  dei  veneziani;  Ferdinando  il  cattolico, 
re  spagnuolo  che  mal  vedeva  il  pericolo  della  conquista  di 
Napoli;  e  da  lungi  Arrigo  VII,  che  dalle  brumose  spiaggie 
irlandesi  impegnava  le  sue  galee  nel  patto,  come  Baiazette  II  e 
Selimo  destinavano  le  proprie  dalle  sorridenti  prode  del  Bosforo. 

Nè  le  sole  vicende  politiche  travagliavano  così  funestamente 
la  penisola.  In  Germania  già  soffiava  minaccioso  il  turbine  della 
riforma,  e  sulla  giovane  fronte  di  Martin  Lutero,  seminascosta 
dal  cappuccio  agostiniano,  s'accumulavano  i  nembi  forieri  della 
sua  rivoluzione  religiosa.  Arrigo  Vili  —  successo  al  padre 
(1509)  —  non  per  ascetiche  aspirazioni  ma  per  mondani  tra- 
sporti, camminava  sulle  stesse  vie,  creando  in  odio  a  Roma  la 
chiesa  anglicana.  Riescon,  quindi,  connesse  strettamente  le  cose 
della  politica  e  della  religione. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


A  seconda  che  l'astro  sforzesco  sorge  o  declina,  la  nostra 
diocesi  cambia  di  pastore.  Ottaviano  Maria  Sforza,  figlio  natu- 
rale di  Galeazzo  Maria,  sale  la  catedra  di  Bassiano  (febbraio 
1498);  ma  per  le  invasioni  francesi  è  costretto  a  riparare  in 
Germania.  Lo  surroga  Claudio  Saissel  d'Acqui,  arcidiacono  mon- 
regalese  (1501),  fin  che  Massimiliano  Sforza  s'incorona  duca  di 
Milano  (29  dicembre  15 12);  fugace  ripri- 
stino d'onore,  perchè  tosto  col  serto  del 
principe  ricade  la  mitra  del  presule,  mentre 
le  sfrenate  falangi  condotte  da  Gian  Gia- 
como Trivulzio  —  dei  feudatari  di  Co- 
dogno  —  fugano  le  collettizie  bande 
guidate  dal  terribile  Matteo  Scheiner, 
detto  il  cardinale  di  Sion,  barbara  ed  esa- 
gerata imitazione  del  suo  sommo  gerarca. 

Non  erano  queste  le  sole  perturbazioni 

ecclesiastiste  della  diocesi  di  Lodi,  chè 

per  la  visita  fattale  dal  '^ardinal  San  Se- 

,  1-   -r.  1  T-,       .      Gian  Giacomo  Trivulzio. 

vermo,  legato  di  Bologna  per  r rancia, 

era  stata  anche  interdetta  (21  febbraio  1512)^.  E  di  non  poco 
scompiglio  fu  pure  la  varia  vece  dei  vescovi:  del  fedel  suddito 
francese  Claudio  Saissel,  poi  vescovo  di  Marsiglia;  e  di  Gero- 
lamo Sansone  di  Savona,  vescovo  aretino;  con  periodici  ritorni 
di  Ottaviano.  Costui  alla  irrequetudine  caratteristica  della  sua 
famiglia  unì  una  morbosa  incontentabilità  di  stato,  a  tal  che 
provocò  l'ira  dell'avido  cardinale  di  Sion  che  lo  faceva  tortu- 
rare nel  castello  milanese  (21  maggio  1515)^.  Ottaviano  ac- 
cettava poi  commutazione  di  sede  e  stipulava  pensioni  e  dritti 
di  recupero,  consenziente  il  pontefice  (15 19),  e  terminava  i  suoi 
giorni  in  vita  privata  a  Milano  (1545). 

...  * 

Per  accennare  agli  episodi  guerreschi  che  in  quei  trambusti 
più  da  vicino  ne  riguardano,  rammentiamo  che,  dopo  la  bat- 
taglia d'Agnadello  (14  maggio  1509),  le  milizie  francesi  dilaga- 
rono sulle  sponde  dell'Adda,  e  Bertonico,  Camairago  e  Castione 
formarono  un  triangolo  strategico  contro  i  veneziani.  Condottiero 
francese  era  Luigi  de  Latremoille,  il  quale  —  non  ismentendo 
le  tradizioni  rapinatrici  delle  genti   d'armi  straniere,  benché 


326 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


velate  dalla  pretesa  e  proverbiale  vernice  cavalleresca  francese  — 
non  si  peritò  d' insevire  vigliaccamente  contro  le  persone  e  le 
cose,  lasciando  incendiare  i  rustici  abituri,  taglieggiare  ed  estor- 
quere,  quasi  che  un  patto  di  preda  esistesse  fra  lui  e  le  sue 
soldatesche.  Ma  la  fortuna  girava  la  sua  rota  a  vantaggio  dei 
prepotenti,  e  pochi  giorni  dopo  i  francesi  avevano  nuovamente 
ragione  dei  veneziani,  e  loro  prendevano  Crema  e  Pizzighettone. 

Tre  anni  dopo,  alla  testa  di  diecimila  soldati,  accorreva  in 
difesa  del  ducato  Giacomo  di  Chabannes,  signore  della  Palice, 
passato  alla  posterità  pel  valore  mirabile  e  per  le  stravaganti 
facezie  del  suo  dire.  Egli  riuniva  il  suo  esercito  a  Pizzighettone 
e,  chiamatene  a  difesa  da  Crema  le  lancie  del  suo  capitano 
Chantillon,  raggiungeva  intanto  a  Maleo  trecento  militi,  inten- 
dendo sulla-  diritta  dell'Adda  ad  impedirne  il  passo  ai  vene- 
ziani, già  apparsi  sull'altra  sponda  di  contro  a  Maccastorna. 
Poi,  temendo  una  sorpresa,  reputava  prudente  ritirarsi  e  —  la- 
sciando il  fiume  libero  al  nemico  —  si  avviava  al  castello  di 
Sant'  Angelo  ;  il  cui  presidio ,  per  altro ,  non  gli  fu  dato  di 
compiere,  perocché  Francia  doveva  immantinenti  svellere  le  sue 
bandiere  dal  ducato  (io  giugno  15 12).  Più  che  una  ritirata  fu 
quella  —  secondo  un  cronista  del  tempo  —  una  corsa  «  fuzendo 
in  freza  » ,  ed  ancora  una  volta  il  nostro  territorio  andò  guasto 
e  spogliato  nel  sanguinoso  sovvertimento. 

Intanto  le  bande  svizzere  entravano  in  Milano,  e  il  vescovo 
di  Lodi  Ottaviano  Sforza  la  occupava  proclamandone  duca  il 
cugino  Massimiliano,  primogenito  del  Moro  (16  giugno). 

La  «  civil  briga  »  non  era  cessata,  ed  ancora  nei  petti  ita- 
liani divampavano  le  ire,  scosse  ai  nomi  vieti  di  guelfi  e  di 
ghibellini.  In  Lodi  —  che  in  trent'anni  fu  per  ben  quindici 
volte  presa  e  disertata  —  mentre  la  pestilenza  divorava  i  citta- 
dini, i  guelfi  facevano  giuramento  in  S.  Francesco  «  de  tajare 
a  peze  tutti  li  gibellini,  et  se  alcuno  guelfo  avesse  mai  paren- 
tado con  gibellini  et  richiedesse  la  salute  sua,  che  lui  fosse 
primo  andare  al  ballo  »  (20  maggio  15 13).  E  nel  fervor  della 
guerra  scendevano  fulminee  ed  inesorabili  le  stragi  sui  cittadini 
parteggianti.  Il  Codognese  —  punto  intermedio  tra  città  di- 
vampanti d' ira  —  ne  andò   miseramente  disertato  ;  Castione 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


—  secondo  le  cronache  del  tempo  riccamente  tenuto  dai  Pal- 
lavicini —  fu  fra  le  terre  del  Lodigiano  la  più  malconcia. 

Anche  il  sopranaturale  volle  sua  parte,  e  narrano  i  cronachisti 
che  in  quegli  anni  fortunosi  molte  effigi  della  Vergine  miraco- 
leggiarono;  ed  in  territorio  di  Castione  —  essendo  rettore  del 
luogo  Giovanni  Matteo  Bizzoni  —  la  Nazarena  apparve  ad  una 
povera  contadina,  imponendole  di  predicare  agli  uomini  del 
borgo  pace  ed  amore  reciproco,  se  bramavano  essere  rispar- 
miati da  un  grande  flagello  (15 12). 

Il  figliuolo  del  Moro  non  seppe  inspirar  simpatie  nei  milanesi, 
e  specie  in  quella  nobiltà  che  aveva  già  stretta  amicizia  —  forse 
per  qualche  affinità  di  carattere  —  coi  leggiadri  gendarmi  di 
Guascogna  e  di  Borgogna.  Egli,  inoltre,  più  vago  di  ghirlande 
di  mirto  che  di  corone  di  quercia,  mancò  di  finanze,  proprio 
allora  che  Gian  Giacomo  Trivulzio  dichiarava  occorrere  alla 
guerra  tre  cose  :  denaro,  denaro  e  denaro.  In  questa  guisa  anche 
la  formidabile  compagine  degli  svizzeri  —  che  facevano  squil- 
lare i  corni  selvaggi  d' Uri  e  di  Schwitz  sotto  l' impresa  del 
maggior  offerente  —  fu  scossa  non  poco;  ed  il  Trivulzio  ed  il 
Latremoille  da  inaccesse  vie  dell'Alpi  fecero  nuovamente  e  pre- 
stamente scorrere  per  Lombardia  le  loro  alabarde  e  colubrine. 

Non  tosto  ad  essi  sorrise  la  fortuna  dell'armi,  poiché  le^ 
forze  baldanzose  ne  furono  aspramente  peste  e  ributtate  a  No- 
vara (6  giugno  15 13).  Ma  successivamente  —  accostatesi  Francia 
e  Venezia  —  Pizzighettone,  Lodi,  Cremona  ed  altri  forti  luoghi 
risoUevan  lo  stemma  di  Luigi  XII,  ed  il  governator  di  Crema 
Lorenzo  Orsini  —  comunemente  Renzo  da  Ceri  —  compare  fra 
Cremona  e  Pizzighettone  a  rintuzzar  gli  sforzeschi;  e  di  notte 
manda  un  suo  uficiale.  Agostino  Benvenuto,  a  valicar  l'Adda. 
Così  Castione  è  assalito  improvvisamente,  con  grande  spavento 
dei  terrieri,  che  fra  gli  spagnuoli  fuggenti  ed  i  veneti  incalzanti 
subiscono  ingentissimi  danni. 

L'anno  successivo  Crema  era  avvolta  dalla  pestilenza  e  dal- 
l'assedio dell'armi  ducali,  condotte  da  Silvio  Savello.  Renzo  da 
Ceri  meditò  un  colpo  d'audacia  ed  esci  dall'afflitta  città  diri- 
\  gendosi  a  Castione,  dove  lo  Sforza  aveva  spedito  trecento  fanti 
e  duecento  lancie.  Sollevato  gran  clamore  notturno  coi  tamburi 


328 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


e  coir  armi,  le  milizie  veneziane  fecero  strage  delle  milizie  ne- 
miche e  dei  miseri  castionesi  (i  marzo  1514)^.  Secondo  una 
cronaca  cremonese  edita  di  recente  dal  Robolotti ,  lo  stesso 
Renzo  da  Ceri  rinnovò  questo  avvenimento,  fugando  da  Castione 
i  ghibellini  e  spingendosi  verso  Cremona  con  gravissimo  dan- 
neggiamento del  contado  (25  luglio  15 15);  e  lo  rinnovarono 
pure  i  fuorusciti  guelfi  con  parecchi  «  schiopeteri  »  di  parte 
francese  otto  anni  dopo,  saccheggiando  nelle  loro  case  di  Ca- 
stione gli  uomini  dell'avversa  fazione  (14  ottobre  1523). 

Gli  Scoti,  signori  di  Fombio  erano  in  poco  buon  odore  presso 
il  pontefice.  Già  Piacenza  era  stata  da  Giulio  II  interdetta  (26 
luglio  1507)  perchè  il  conte  Paride  Scotti  aveva  accolto  nel  suo 
palazzo  di  Piacenza  il  figlio  di  Giovanni  Bentivoglio,  fuoruscito 
bolognese;  ma  all'intima  della  censura  ecclesiastica  lo  Scotti 
trasferiva  l'ospite  nel  suo  feudo  di  Fombio  (23  agosto)  e  così  si 
placava  l'ira  del  pontefice  che  revocava  tosto  il  suo  terribile  ordine. 

Parteggiavano,  pertanto,  gli  Scoti  per  Venezia;  e  lo  stesso 
Paride  era  stato  onorato  del  titolo  di  padre  dei  cremaschi  poiché 
ad  essi,  stremati  dal  contagio  e  dalle  vicissitudini  della  guerra 
continuata,  era  stato  largo  di  sussidi  e  di  medicamenti,  ed  in 
Fombio  ofi'riva  loro  asilo  generoso.  Nicolò  Scoto,  di  ritorno 
dall'  aver  condotti  mille  e  cinquecento  fanti  a  soccorso  di  Bergamo 
e  di  Crema,  fu  per  tradimento  dato  prigione  agli  svizzeri  e, 
condotto  a  Milano,  vi  fu  decapitato  in  castello  (17  novembre  15 14). 

Uomini  di  simile  tempra  e  così  operosi  dovevano  necessaria- 
mente provocare  le  più  fiere  rappresaglie  nemiche;  e  queste 
ebbero  il  loro  elaterio  anche  nella  scorreria  dei  Laudi  al  castello 
di  Fombio,  cui  saccheggiarono  ed  arsero,  obbligando  a  fuggire 
Paride  Scoto,  poi  compensato  pel  danno  dalla  Serenissima  con 
una  provvisione  di  seicento  ducati. 

Le  fortunate  imprese  di  Renzo  da  Ceri  rinfrancarono  i  guelfi 
di  Piacenza  e  tosto  fecero  togliere  l'assedio  da  Crema.  I  Laudi, 
che,  paurosi  delle  milizie  venete,  si  erano  frettolosamente  ripa- 
rati alle  Caselle,  quivi  ebbero  tregua  soli  quattro  giorni  dopo, 
e  dovettero  firmare  un  compromesso  di  pace. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


NOTE  AL  CAPO  XXIX. 

*  I  latifondi  di  Mairago  e  di  Grazzanello  nel  Lodigiano,  furono  confiscati 
a  Cicco  Simonetta  e  dati  da  Ludovico  il  Moro  al  suo  legato  presso  la 
corte  di  Napoli,  Giovanni  Antonio  Talenti. 

^  Negli  scavi  quivi  eseguiti  da  certo  Ferdinando  Acerbi,  fittabile  (1832),  nel- 
r  unico  intento  di  sfruttare  l' humus ,  si  scopersero  alcune  sepolture  pagane, 
in  cui  giacevano  avanzi  umani,  colle  monete  letali  poste  in  bocca  al 
defunto  pel  pedaggio  sulle  riviere  infernali.  Il  simbolico  obolo  era  costi- 
tuito di  dischi,  per  lo  più  d'argento,  più  raramente  d'oro,  della  seconda 
metà  del  IV  secolo. 

Anche  a  Monte  Giusto  ed  a  San  Dionisio  —  due  fattorie  vicine  a  Me- 
leti —  furono  in  casuali  scavi  reperti  alcuni  antichi  oggetti  lavorati  in 
bronzo,  parecchie  monete  romane  e  qualche  tomba  di  età  lontana. 

Francesco  dà  Nova  -  Diario  ;  opera  «  almeno  per  ora,  irreperibile  » 
come  dice  Giovanni  Agnelli,  nelle  sue  commendevoli  ricerche  delle  cro- 
nache cittadine. 

*  Antonio  Grumello  -  Cronaca  pavese. 

Ci  persuade  questa  data  per  le  argomentazioni  addotte  dal  Cortemiglia 
Pisani,  in  confronto  di  altra,  data  dal  Poggiali. 


\ 


CAPO  XXX. 


Melegnano  —  Francesco  I  e  Carlo  V  —  Gerolamo  Teodoro  Trivulzio  — 
Pavia  —  La  prigionia  del  re  di  Francia  —  La  parochiale  di  Pizzi- 
ghettone. 


RANCESCO  I,  conte  d' Angouleme ,  figlio  di  Filippo 
d'Orleans  e  di  Luisa  di  Savoia,  succedeva  a  Luigi  XII 
(15 15);  e  tosto  faceva  baldanzosamente  balenare  la 
sua  spada  al  di  qua  delle  Alpi,  contrassegnando 
il  primo  anno  del  suo  regno  colla  nota  cupamente  sanguinosa 
della  battaglia  di  Melegnano  (13  settembre). 

Erano  collegati  contro  Francia,  ed  a  prò  di  Massimiliano 
Sforza,  i  principi  italiani,  papa  Leone  X,  Austria  e  Spagna. 
Nel  ducato  milanese  —  dove  ogni  nerbo  era  stato  tolto  agli 
animi  —  spadroneggiavano  gli  svizzeri,  pronti  sempre  a  far 
macello  dove  speranza  di  preda  li  chiamasse;  ed  era  con  codesta 
accozzaglia  che  le  forze  congiunte  si  paravano  contro  Francia. 

Calava  Francesco  I  in  Italia,  e  gli  alleati  disponevansi  a 
fronteggiarlo  al  passo  dei  fiumi  per  Lombardia.  Giunto  il  re 
al  varco  del  Ticino,  don  Pietro  di  Cardona,  viceré  di  Spagna 
per  Napoli,  era  con  settecento  cavalleggieri  e  seimila  fanti  a 
Guardamiglio  ;  e  gittava  un  ponte  sul  Po  per  affrettare  il  suo  con- 
giungimento colle  genti  medicee  e  papaline  presidianti' Piacenza. 


CODOGNO  E  iL  SUO  TERRITORIO 


Francesco,  celeremente  premendo  l'esercito  alleato  in  ritirata 
su  Milano,  pose  suo  campo  a  Melegnano,  dove  lo  avrebbero 
raggiunti  i  rinforzi  della  Serenissima.  Gli  svizzeri,  guidati  dal 
versuto  cardinal  di  Sion,  a  San  Donato  ruppero  furibondi  contro 
i  francesi,  fino  al  tramonto,  facendo  di  molti  fra  essi  coperto  il 
terreno.  Ma  provvida  la  imminente  notte  interruppe  l'aspra 
mischia;  che,  al  mattino  si  riaccese  ancor  più  grossa  e  rabbiosa. 
Già  si  sfasciavano  le  colonne  di  Francia,  e  scorreva  come  una 
marea  di  sangue,  quando  nel  clamore  dei  pifferi  e  dei  tamburi, 
nel  clangor  delle  trombe,  gli  svizzeri  udirono  scoppiare  a  tergo 
il  temuto  grido  di  «  viva  S.  Marco  !  » ,  del  piccolo  antiguardo 
delle  schiere  marciane.  Essi  credettero  di  essere  interclusi  dalle 
due  forze  avversarie,  e  bestemmiando  i  duci,  sbandati,  stravolti, 
bianchi  di  terrore,  incalzati  fino  a  Milano,  ripresero  frettolo- 
samente la  via  dei  loro  monti,  lasciando  sul  campo  ben  dodici 
mila  dei  propri,  il  doppio  delle  vittime  avute  da  Francia. 

Alla  giornata  di  San  Donato,  nel  pomposo  ed  insolente  eser- 
cito francese,  vecchi  e  consumati  soldati  sfilarono,  come  Pietro 
di  Bayard,  il  Latremoille,  i  due  cugini  Gastone  ed  Odetto  di 
Foix,  ed  il  canuto  Gian  Giacomo  Trivulzio,  agli  ordini  del  quale 
stavano  per  certo  parecchi  codognesi.  Narra,  infatti,  il  Goldaniga 
che  il  capitano  e  cavaliere  Gaspare  Trivulzio  fosse  nella  terri- 
bile zuffa  sottratto  da  certa  morte  pel  coraggio  di  un  Giovanni 
Bruschi,  della  conterranea  famiglia,  ora  estinta. 

...  * 

Non  bastò  la  terribile  disfatta  a  far  sì  che  l'imperatore  Mas- 
similiano smettesse  le  sue  imprese  contro  Francia  e  Venezia  ; 
e,  benché  il  papa  timorosamente  esitasse,  sperando  di  accon- 
ciarsi col  re  cristianissimo  —  col  quale  s' era  pure  abboccato  a 
Bologna  (dicembre  15 15)  —  le  forze  austriache  posero  l' assedio 
a  Milano  (aprile  15 16).  Veneziani  e  francesi  resistettero,  ed  al- 
lora l'imperatore  —  poco  fidente  nei  suoi  assoldati,  cui  da 
tempo  non  pagava  —  credette  opportuno  tornare  in  patria  per 
le  Alpi  Rezie;  mentre  gli  svizzeri  delusi  si  rifacevano  del  soldo 
perduto,  taglieggiando  miseramente  il  contado  lodigiano. 

L'imbelle  Massimiliano  Sforza  —  che  se  ne  era  stato,  in  ludi 
amorosi  colle  sue  vaghe,  nel  castello  di  porta  Giovia,  mentre 
a  Melegnano  si  tagliavano  a  pezzi  migliaia  d' uomini  —  capì 


332 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


che  la  sorte  aveva  per  lui  tratto  l'estremo  dado;  e,  senza 
alcun  rimpianto  nè  di  patrizi  nè  di  plebei,  da  lui  parimenti 
scontentati,  cedette  il  ducato  al  fortunato  re  francese  per  tren- 
tasei mila  scudi  da  riscuotersi  annualmente  in  Francia;  dove  si 
condusse,  vegetandovi  fino  alla  morte  (1530). 

A  seconda  dei  propri  interessi  (non  osiamo  dire  delle  proprie 
convinzioni),  la  letteratura  del  secolo  XVI  lo  qualificò  contra- 
dittoriamente  quello  di  Francesco  I  o  di  Carlo  V.  Il  cesarismo 
da  un  lato  s' affrettò  a  proclamare  nello  imperatore  la  reinte- 
grazione di  Carlo  Magno;  la  innovatrice  cavalleria  salutò,  in- 
vece, a  proprio  eroe  il  successore  di  Luigi  XII. 

Noi  —  ad  oltre  tre  secoli  di  distanza  da  quegli  uomini  e  da 
quell'età  —  non  condividiamo  quei  preposteri  entusiasmi,  e 
conveniamo  senza  riserve  in  questo  vero:  che,  mentre  l'uno, 
fondendo  la  natura  di  due  popoli,  era  il  genuino  prodotto 
della  callidità  austriaca  e  della  alterigia  spagnola,  l'altro  scen- 
deva legittimo  frutto  da  quel  famoso  albero  navarrino  al  quale 
—  secondo  Giulio  Michelet  —  morsero  le  fantasie  guerresche 
d'ogni  gente  e  d'ogni  nazione. 

Francesco  I,  soldato  e  poeta,  impersonava  la  leggendaria  .ca- 
valleria francese  verso  Dio  e  la  dama;  Carlo  V,  invece,  edu- 
cato alle  norme  di  una  corte  austera,  non  amava  che  le  scienze 
positive  e  le  armi  quali  mezzo  di  potenza.  Di  Francesco  si 
lodavano  la  magnanimità,  la  facondia,  il  chiedere  la  vittoria  al 
valor  disperato  e  non  alle  tattiche  insidiose;  Carlo,  taciturno, 
sagace,  perseverante,  aspettava  il  giorno  e  l'ora,  maturando 
l'accorto  consiglio.  Il  Valois,  smanioso  di  encomi  alla  sua  ge- 
nerosità, al  culto  per  l'arte,  al  lusso  fastoso  della  sua  corte 
bandita,  ostentava  franchezza  ed  audacia;  l'Absburg,  assor- 
bito in  pensieri  ed  opere  di 'religione,  simulatore  e  dissimula- 
tore, tanto  che  ancora  oggi  la  storia  interroga  il  senso  arcano 
di  atti  capitali  da  lui  compiuti.  Per  Francesco  l' influenza  mu- 
liebre era  tutto,  nella  corte,  nell'esercito,  nel  governo;  per 
Carlo  la  donna  era  nulla,  e  sono  tuttavia  anonime  per  gli  storici 
le  madri  degli  illegittimi  suoi. 

Morto  Massimiliano  imperatore  (15 19)  —  che  recava  nella 
tomba  il  sogno  di  cingere  anche  la  tiara  —  codesti  due  uomini 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


333 


si  trovarono  di  fronte  quasi  in  inconsapevole  atto  di  reciproco 
assalto;  per  opposizione  di  sentimenti  morali  e  per  fibra  natu- 
rale così  sospinti  r  un  contro  l' altro,  che  basterebbe  senza  dubbio 
la  scienza  dei  fisiologi  a  dimostrare  come  il  loro  cozzo  fu  fatale. 
Non  era  più  un  regno  armato  a'  danni  dell'altro,  bensì  la  lotta 
suprema  tra  due  uomini,  alla  vita  di  uno  dei  quali  inesorabil- 
mente necessaria  era  la  scomparsa  di  quella  dell'altro. 

Più  fortunato  perchè  più  accorto,  Carlo  —  primogenito  del- 
l'arciduca d'Austria  Filippo,  e  successore  dell'avo  materno  Fer- 
dinando V  sul  trono  di  Spagna  (151 6)  —  fu  eletto  imperatore; 
ma  il  terribile  dramma  ebbe,  come  sempre,  a  scena  miseranda 
l'Italia,  e  ad  essa  fu  così  di  secoli  attardato  il  periodo  della 
nova  civiltà. 

Come  le  indoli  dei  due  colossi  eran  disformi,  così  diverse  ne 
furono  le  vie  di  azione.  Allo  squillo  dei  regi  oricalchi,  de- 
stavansi  gli  echi  profondi  della  mitica  Normandia,  della  sel- 
vaggia Bretagna  e  della  rumorosa  Guascogna;  e  drappi  gigliati 
all'aria,  lancie  al  sole,  piume  svolazzanti,  puledri  impazienti,  i 
figli  di  coloro  che  avevano  accornpagnato  Carlo  Vili  ricalca- 
vano l'orme  dei  padri,  guidati  dal  loro  re  cavaliere,  su  per 
l'Alpi  nevose;  oltre  le  quali  sentivano  di  essere  chiamati  ad 
integrare  col  loro  valore  di  soldato  e  colla  irresistibilità  del  loro 
tratto  quell'antica  estetica  latina  che  sembrava  quasi  smarrita 
nella  publica  vita.  Più  che  esercito,  corteggio  ;  ferrei  caschi  sulle 
chiome  bionde  e  tocchi  di  paggi,  corazze  terse  e  veli  sgargianti 
trapuntati,  spade  e  falconi,  duelli  e  liuti,  campo  marziale  e  corte 
d'amore,  bestemmie  atroci  e  canti  spensierati. 

Per  contrario,  bigie  e  formidabili  masse,  le  forze  tedesche  di 
Carlo  V  calavano  dai  picchi  alpini  alle  pianure  lombarde  ;  e 
colle  schiere,  orde;  non  drappelli,  ma  lacere  accozzaglie  im- 
portatrici di  stragi  e  di  pesti  ;  miscuglio  di  razze  in  armi  sotto 
bandiere  scolorite,  coi  morioni  arrugginiti,  colle  grevi  alabarde; 
destinate  più  tardi  a  fare  impallidire  il  sole  sulle  orrende  scel- 
leragginì  dell'assedio  di  Roma,  ed  ora  aspettanti  di  piè  fermo 
il  cenno  cesareo  di  misurarsi  col  forte  e  galante  esercito  fran- 
cese. E  colle  barbute  germane  stavano  per  Carlo  le  soldatesche 
di  Spagna,  ammaestrate  dalle  vittorie  sui  mori  e  inferocite  nelle 


334 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


conquiste  coloniali;  le  lame  di  Toledo,  le  picche  di  Segovia,  i 
moschettoni  dei  micheletti,  le  cavallerie  pesanti,  le  spingarde,  i 
serpentoni,  che  avevano  fatta  lor  prova  nei  regni  di  Burgos  e 
di  Granata,  e  sgominate  le  tribù  selvaggie,  e  già  rintuzzato 
mirabilmente  lo  slancio  francese  ai  Pirenei. 

Questi  i  due  eserciti  che  avrebbero  dovuto  disperatamente 
fronteggiarsi;  e,  con  essi  e  tra  èssi,  svizzeri  e  italiani,  questi 
simili  a  quelli  in  quei  tempi  di  lustro  guerresco,  ma  di  troppo 
scarsa  gloria  di  senno  civile  per  la  patria  nostra,  soffocata  dalle 
alluvioni  del  despotismo  e  dell'alterigia  stranieri.  Il  pontefice 
—  bramoso  di  recuperar  Parma  e  Piacenza  da  Francesco  I,  e 
chiedente  una  mano  di  ferro  che  schiacciasse  le  ribellioni  teoso- 
fiche di  Germania  e  delle  Fiandre  —  dava  buon  gioco  all'animo 
impenetrabile  dell'  imperatore,  che  già  contro  i  seduttori  e  fiarn- 
meggianti  vessilli  dei  luterani  si  era  ostilmente  accampato.  Indi 
la  lega  tra  Carlo  V  e  Leone  X,  per  la  quale  sarebbero  stati 
cacciati  d'Italia  i  francesi;  difesa  in  Firenze  la  potestà  medicea; 
tornato  il  ducato  di  Milano  a  Francesco  Sforza,  fratello  di  Mas- 
similiano, e  Parma  e  Piacenza  restituite  alla  santa  sede. 

Una  volta  in  Lombardia,  i  francesi  —  tronfii  per  aver  coro- 
nati d'  alloro  i  propri  stendardi  a  Melegnano  —  avevano  dimen- 
ticata la  romanzesca  poesia  del  loro  re  condottiero,  e  rivelata 
del  tutto  l'effettiva  indole  propria;  che,  repulsa,  tornava  di 
galoppo,  non  raffrenandola  più  il  senso  equanime  e  la  modera- 
zione di  Carlo  di  Borbone,  per  intrigo  di  donne  coronate  spo- 
testato dal  governo  di  Milano  (1517).  E  —  per  quanto  strane 
appaiano  queste  virtù  in  chi  passò  alla  posterità  colla  stigmate 
dell'  infamia  —  ciò  non  è  men  vero  ;  la  tradizione  del  conte- 
stabile beneficia  dell'  attenuante  che  anche  un  prode  e  generoso 
può  precipitare  nell'abisso  morale,  quando  le  turpitudini  dorate 
gli  annebbiano  la  mente  e  gli  traviano  il  cuore. 

Per  noi  lombardi  la  triste  figura  del  Borbone  non  è  certo  la  peg- 
giore, specie  al  confronto  di  quella  scellerata  di  Odetto  di  Foix, 
signor  di  Lautrec,  fratello  della  ganza*  onnipotente  del  re,  Fran- 
cesca di  Chateau  Briant.  Costui  sostituiva  nella  luogotenenza 
di  Milano  il  Borbone,  caduto  in  disgrazia,  e  di  queste  provincie 
faceva  scempio  miserando. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


335 


Abbiam  detto  già  come  la  fibra  lombarda  di  quei  dì,  fiacca 
e  disfatta,  non  avesse  più  nulla  di  comune  coli' antica,  che 
aveva  resistito  agli  Hoenstaufien  ed  agli  svevi.  Da  per  tutto 
una  grande  acquiescenza;  si  accorreva  a  feste  e  a  tornei;  si 
plaudiva  alle  cavalcate  sfarzose  ed  alle  piacenterie  più  supine; 
era  smarrito  ogni  alto  senso  di  italicità.  Nel  generale  marasmo, 
solo,  in  disparte  —  come  Mario  sulle  rovine  di  una  perduta  ci- 
viltà —  Gerolamo  Morone,  già  cancelliere  sforzesco,  non  vedeva 
ombra  di  salvezza  da  parte  alcuna,  nè  chi  gli  porgesse  ausilio 
per  compire  quei  generosi  disegni  che  lui,  non  ancor  disilluso, 
avrebbero  condotto  al  risollevamento  dei  fati  italiani.  Anche 
pel  Morone  suonò  l'ora  della  perdizione,  quando,  tradito  dal 
marchese  di  Pescara  (1525),  egli  redimeva  sè  e  le  cose  sue  a 
prezzo  d'oro  da  Carlo  di  Borbone;  ma  quanto  questi  due  uo- 
mini sarebbero  stati  diversi  da  quelli  che  furono  se  1'  «  ambiente  » 
non  li  avesse  guasti  e  dannati! 

A  Milano,  a  Lodi,  a  Piacenza,  dovunque  il  giglio  francese 
fiorisse,  le  nefandità  non  avevano  più  nome;  e  gli  ingenui  cro- 
nisti scrivevano  colle  proprie  lacrime  le  miserie  del  popolo. 
Sul  Lodigiano,  sul  Piacentino,  nello  stato  Pallavicino  spande- 
vansi  le  milizie  del  Lautrec,  del  bastardo  di  Savoia  e  di  Roberto 
detto  il  Gran  diavolo;  violavano,  spogliavano,  rubavano  —  se- 
condo la  frase  del  Machiavello  —  con  lo  alito,  tutto  volevan 
per  sè;  ed,  aggiungendo  alla  crudeltà  spavalda  l'amara  irrisione, 
chiedevan  ai  poveri  coloni  perfino  il  latte  di  gru  e  lo  zucchero 
brusco  ^ ,  e  come  queste  impossibili  derrate  non  si  davan  loro , 
così  essi,  quando  non  uccidevano  sommariamente  i  ricusanti, 
ne  distruggevano  il  bestiame  o  estorquevano  pecunia. 

Codogno  fu  così  orribilmente  saccheggiato  dal  presidio  fran- 
cese, ancor  comandato  dal  Borbone,  diretto  a  Pizzighettone ;  e 
la  campagna  andò  cosparsa  di  turpi  vestigia  d'accampamenti  e 
di  devastazioni  inenarrabili  (1520).  E  Castione  seguì  la  sorte  dei 
castelli  appartenenti  all'infelice  Cristoforo  Pallavicino,  occupati 
d' improvviso  e  fatti  preda  dalle  masnade  saccheggiatrici  di 
Tomaso  di  Foix,  signor  di  Lescuns  e  fratello  del  Lautrec,  uomo 
piegato  al  tradimento,  che  gli  aveva  soccorso  nel  catturare  l' a- 
\  mico  suo  Cristoforo,  poi  decapitato  (11  novembre  152 1). 


336 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Vice  governatore  di  Piacenza  per  Francia  era  Gerolamo  Teodoro 
Trivnlzio,  dei  feudatari  di  Codogno.  Non  parendo  a  costui  che 
la  cavalleria  francese  ed  i  pedoni  svizzeri  tormentassero  abba- 
stanza le  terre  dell' oltre  Po,  vi  chiamò  i  rustici  del  suo  feudo, 
specialmente  muratori,  armandoli  di  picche  e  bipenni  per  radere 
al  suolo  e  rocche  e  castelli  de'  suoi  ostili  (152 1). 


Questo  Gerolamo  Teodoro,  figlio  di  Gian  Fermo,  più  che 
capitano  e  governatore,  fu  ladrone  insuperabile.  Ogni  giorno 
meditava  un  nuovo  balzello,  ogni  ora  pensava  una  nuova  ves- 
sazione; vuotava  le  casse  destinate  alla  publica  carità,  rubava 
vino  agli  ospitali,  depredava  di  migliaia  di  scudi  i  monasteri  e 
le  chiese,  imprigionava  e  tormentava  i  riluttanti  alle  sue  taglie, 
ed  ai  patrizi  amici  degli  imperiali  assegnava  un  termine  di  ore 
per  esser  tradotti  coatti  in  Francia.  E  un  uomo  cosi  truce  ap- 
parteneva a  quei  Trivulzi  che  in  quei  giorni  e  a  Milano  e  a 
Codogno  e  ia  tutti  i  luoghi  da  loro  dipendenti  esprimevano  i 
sensi  della  loro  pietà,  moltiplicando  legati  ed  erigendo  chiese. 
Ma  tutto  è  consono  ai  tempi,  che  comportavano  siffatte  stri- 
denti antitesi. 

Gerolamo  Teodoro  ebbe  la  fortuna  di  finire  valorosamente  da 
soldato,  poiché,  preso  a  Melzo  dal  marchese  di  Pescara,  morì 
per  ferite  nella  rocca  di  Lodi  (1524). 

Alla  Bicocca  —  alle  porte  di  Milano  —  ebbe  luogo  il  primo 
episodio  del  cozzo  gigantesco  tra  i  due  eserciti  di  Carlo  V  e 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


337 


di  Francesco  I;  e  questi  era  vinto  dal  vecchio  Prospero  Co- 
lonna, capitano  della  lega  detta  santa  (27  aprile  1522),  quando 
da  pochi  giorni  era  tornato  a  Milano  Francesco  Maria  Sforza  a 
reggere  il  ducato. 

Non  ci  consente  la  lunga  via  che  ci  resta  a  percorrere  il 
minuzioso  esame  di  quegli  orrori:  Francia  tenta  reiteratamente 
l'ardita  alzata  delle  sue  armi,  e  il  Bonnivet  giunge  fin  sotto 
Milano  (settembre  1523);  ma  è  debellato  dal  poderoso  artiglio 
dell'aquila  imperiale.  Troppo  facile,  del  resto,  era  allo  impera- 
tore straniero  l' innestare  sull'  indigena  signoria  sforzesca  il  ramo 
nodoso  della  sua  preponderanza,  rincalzata  dal  papato;  e  nel 
rimestamento  lugubre  degli  avvenimenti  —  fra  paci  larvate  e 
pesti  laceranti  le  già  fiaccate  popolazioni,  fra  trattati  politici  e 
imprese  di  ferro  e  di  fuoco  —  ecco  Francia  riapparire  co'  suoi 
vessilli  ai  termini  della  terra  italiana  (ottobre  1524),  ed  i  cesarei 
lasciar  Milano,  mentre  vi  entrano  i  francesi,  che  tosto  assediano 
il  castello;  e  Francesco  Sforza,  bene  amato  dai  milanesi  che 
gli  si  dichiarano  fedeli,  esula  a  Soncino. 

Le  fortune  d' Italia  furon  risolte  sulle  sponde  del  Ticino  (24 
febbraio  1525);  e  bisogna  pur  dire  che  fu  la  fatua  cocciutag- 
gine di  re  Francesco  nel  persistere  all'  assedio  di  Pavia  ad  ordire 
il  coltrone  funerario  del  dominio  spagnolo,  onde  per  ben  due 
secoli  fu  lacrimevolmente  avvolta  e  mancipia  la  nostra  Lombardia. 

Sull'alba  di  quel  giorno  tremendo  le  genti  francesi  scontra- 
ronsi  presso  Mirabello  colle  imperiali.  Fiero  ed  ostinato  fu  il 
primo  urto,  e  a  detrimento  dell'armi  di  Francia.  Diffusasi 
l'azione,  agli  assalti  dei  marchesi  di  Pescara  e  del  Vasto  e  di 
Antonio  de  Leyva,  non  ressero  colla  usata  fermezza  gli  svizzeri 
regi;  indarno  gittandosi  loro  innanzi,  tentò  Francesco  soffer- 
marli; ne  venne  travolto;  gli  cadde  sotto  il  cavallo,  e,  sebben 
ferito  al  volto,  resistè  coli' impeto  della  disperazione  ai  soldati 
spagnoli.  I  quali  —  e  tra  essi  un  nobile  lodigiano,  Bernardo 
Carpano  —  riconosciutolo,  lo  vollero  vivo  e  gli  intimarono  di 
arrendersi  a  Carlo  di  Borbone.  Arse  di  sdegno  a  quel  nome  e 
a  quell'intima  Francesco,  e  chiese  del  viceré  Carlo  di  Lanoy, 
cui  cedette  l'arme*;  il  fiammingo  genuflesso  baciò  la  mano  re- 
gale e  l'armò  d'altra  spada. 

Codogno  e  il  suo  territorio.,  ecc.  —  /.  22 


338 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Tra  otto  e  dieci  mila  giacquero  i  francesi  sul  campo  com- 
battuto, e  in  essi  il  fiore  dei  gentiluomini,  luccicanti  d'oro  e 
di  drappi,  animosissimi  giovani  e  veterani  canuti;  forse  nè 
meno  ad  un  migliaio  sommarono  le  perdite  degli  imperiali^. 

Vasta  e  imponente  e  consentanea  al  momento  storico,  la 
leggenda  geùerò  fiori  di  retorica,  avvolgendone  la  figura  infelice 
del  re  paladino  e  prigioniero.  Egli,  scortato  dal  capitano  Alencon, 

da  duecento  uomini  d'arme  e  da 
duemila  pedoni  spagnoli,  giunse 
a  Pizzighettone  tre  dì  dopo  1'  or- 
ribile mischia,  e  quivi  permase 
settantanove  gjorni,  fino  a  quando 
per  sua  richiesta  fu  trasferito  in 
Ispagna  (i8  maggio). 

La  prigionia  in  Pizzighettone 
non  fu  tale  da  piombare  il  vinto 
di  Pavia  in  tristezze  ed  in  lacrime. 
Egli  vi  ebbe  tutte  le  apparenti 
soddisfazioni  regali,  ed,  all' infuori 
dell'asperrima  custodia,  la  sua  de- 
tenzione —  testifica  Francesco 
Guicciardini  —  fu  di  molto  men 
dura  di  quelle  che,  allora  ed  in 
simili  estremi,  potevano  aspettarsi 
gli  scettrati  caduti.  Gli  avevano 
concessa  la  compagnia  di  venti  tra 
i  più  amati  cavalieri  suoi  ;  e  con 
essi  egli  dilettavasi  in  poetare  d'amore,  in  geniali  conversari  ed 
in  ginnastici  ludi ,  specialmente  al  giuoco  del  pallone  ^.  Antonio 
Scaino  da  Salò'^,  dotto  in  materia  sferistica  (1555),  ricorda 
che  i  codognesi  —  già  celebri  nel  palleggiare  sui  bracciali  il 
«  gonfio  cuoio  »  —  SI  recavano  soventi  a  Pizzighettone,  durante 
la  cattività  di  Francesco,  per  allietarlo  con  academie. 

Il  re  prigione  non  lasciò,  quindi,  ombra  di  romanzo  elegiaco  ; 
la  vista  del  maschio  della  torre  non  ispreme  lacrime  da  sensibili 
ciglia,  e,  in  onta  ad  ogni  buona  volontà,  inaridiscono  al  piede  di 
esso  le  foglie  del  famoso  «  salice  piangente  » ,  come  Vittor  Hugo 


La  torre  di  Pizzighettone. 


NELEA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


339 


chiama  il  romanticismo,  caratteristica  del  primo  terzo  del  secolo. 
Vicenda  delle  umane  cose!  dove  un  re  scontava  la  disfatta  delle 
sue  armi  raccolte  nel  nome  di  una  grande  nazione,  oggi  altri 
e  ben  più  modesti  armigeri  scontano  le  contravvenzioni  ai  re- 
golamenti... 

*  . 

Della  permanenza  di  Francesco  sulle  rive  dell'Adda  —  d'in- 
dole tutt' affatto  domestica  —  non  difettano  tuttodì  le  memorie. 
Grande  intimità  ebbe  egli  con  Gian  Giacomo  Cipello  —  della 
benefica  famiglia  di  Maleo  da  noi  già  memorata  —  allora  ret- 
tore ecclesiastico  della  terra  ch'ebbe  nome  nella 
•  strana  fusione  araldica  della  pica  e  del  leone.  Li- 
beralmente trattato  e  servito,  il  reale  rispondeva 
con  pari  munificenza;  e  fra  l'altro,  sulle  mosse 
d'esser  condotto  a  Madrid,  dava  pegno  al  buon 
Cipello  dell'amica  riconoscenza,  ottenendogli  dal 
legato  apostolico  —  l' eminentissimo  Giovanni  Sal- 
viati  —  la  erezione  di  quella  sua  chiesa  in  col- 
legiata^, ad  essa  donando  in  ricordo  di  sè  il  proprio  manto 
purpureo ,  dal  lembo  ad  aurea  catena  di  piccoli  tosoni  gi- 
gliati di  Francia.  Le  vicende  dei  tempi  trasformarono  più  tardi 
quel  drappo  lussuoso  in  fulgido  piviale;  e  quando  al  con- 
spetto di  Francesco  Giuseppe,  imperatore  (1857)  il  paroco  Fa- 
venza  —  diligente  ricercatore  di  note  patrie  —  volle  far  pompa 
del  sacro  indumento,  tentò  il  ripristino  dello  storico  manto; 
ma  le  falde  di  esso  andarono  perdute  e  là  porpora  ne  fu  guasta 
quasi  interamente. 

Anche  un  pallio  ed  una  pianeta  di  porpora  con  ricami  a 
sbalzo  attestano  tuttavia  il  grato  animo  del  sire  francese;  pur 
essi  decorati  a  borbonici  fioralisi,  ed  a  figurine  —  oggi  quasi 
consunte  anche  per  le  inesperte  mani  delle  monache  che  pre- 
tesero ricomporle  —  di  quel  genere  grottesco  che,  trionfando 
negli  splendori  raffaelleschi,  commesceva  il  sacro  al  profano. 

Queste  barbare  manomissioni  non  si  limitano  al  compendio 
dei  ricordi  del  Valois,  ma  si  estendono  a  tutto  il  tempio;  la 
cui  vetustà  e  le  cui  memorie  artistiche  ci  fanno  varcare  anche  i 
confini  abduani,  che  lo  sottrarrebbero  al  nostro  esame. 


340 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Pur  troppo  la  bella  facciata  semigotica  è  offesa  dalla  ag- 
giunta di  uno  stipite  errato  e  da  una  porta  maggiore  in  disac- 
cordo colla  prospettiva  di  lesene  e  di  cuspidi  mirabili.  Un'altra 
profanazione  architettonica  è  la  interna  espansione  a  tre  navate 
dell'unica  prisca.  E,  ancora,  l'odiosa  scialbatura  a  tinte  volgari 
di  bianco,  sopra  le  pareti,  un  tempo  magistralmente  dipinte 
colle  imagini  degli  apostoli  e  nella  maggior  cappella  coli'  Eterno 
Padre  a  figure  grandiose. 

Alla  ammirazione  nostra  rimangono  tuttavia  un  quadlro  ad 
olio,  «  san  Giovanni  decollato  »,  ed  i  freschi  del  «  Calvario  » 
sulla  porta  maggiore,  alcuni  medaglioni  dei  profeti  ai  sommi  lati 
della  navata  mediana,  e  di  Paolo  apostolo  sull'uscio  della  sa- 
crestia; tutte  opere  di  Bernardino  Campi  e  dei  discepoli  suoi, 
di  quella  scuola  cremonese  che  seppe  colla  grandiosa  pastosità 
della  propria  tavolozza  emulare  i  trionfi  delle  scuole  consorelle, 
quando  l'arte  faceva  donna  l'Italia  che  l'armi  avevano  resa 
ancella. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


NOTE  AL  CAPO  XXX. 

*  Addictiones  ad  chronicon  placentinum  guarinianum. 

^  Ritratto  da  un  quadro  nel  palazzo  dei  Pallavicini  in  Busseto. 
^  Ritratto  da  un  quadro  antico  presso  i  Trivulzi. 

*  Nei  commentari  De  bello  gallico  di  Giovanni  Battista  Speciano  si 
narra  in  modo  diverso  l'incontro  del  re  prigioniero  col  Borbone;  e  cioè 
che  quegli  a  questi  gettasse  le  braccia  al  collo,  chiamandolo  suo  parente. 

^  Sulle  cifre  dei  morti,  perduti  o  prigionieri  nei  fatti  d' armi  in  genere  è 
sempre  divergenza  tra  i  cronisti;  per  ciò  anche  la  scrupolosità  del  narra- 
tore odierno  resta  assolutamente  salva  se  pur  esso  non  colga  nel  vero. 

*  Antonio  Grumello  -  Cronaca  pavese. 

^  Antonio  Scaino  -  Trallato  del  giuoco  della  palla. 

^  Questo  stemma  è  ricamato  sulle  bende  della  mitra  del  Cipello,  tuttora 
esistente  nella  parochiale  di  Pizzighettone ;  esso  è  parlante,  recando  nel 
secondo  del  partito  tre  «  cipelli  »  o  zoccoli  da  mandriano,  qui  volgarmente 
detti  zupei.  La  famiglia  de'  Cipelli  è  però  certo  pervenuta  a  Maleo  da 
Cremona,  dove  un  Giacomo  di  essa  fu  decurione  (1474).  I  «  cipelli  »  rin- 
vengonsi  pure  nell'arme  de'  Cipelli  della  Motta  e  di  Vercelli  spaccata 
di  nero  e  d'argento. 

^  Questa  collegiata  —  con  privilegio  di  mitra  e  pastorale  pel  paroco,  il 
quale  ha  diritto  al  pontificato  quotidiano  ed  al  canto  a  destra  —  ha  per- 
dute le  temporalità,  serbando  le  dignità  solamente.  La  colpì  la  soppres- 
sione napoleonica  (1800). 

San  Bassiano,  è  il  titolare  del  tempio,  perchè  questo  sembra  fondato 
dai  lodigiani  ivi  fuggenti  a  ricovero  dopo  la  distruzione  della  loro  prima  città 
per  parte  dei  milanesi  (1158).  Il  Robolotti  —  Illustrazione  del  Lombardo 
Veneto  —  accenna,  però  (per  verità  poco  chiaramente)  alla  opinata  ere- 
zione di  questo  tempio  nel  786. 


CAPO  XXXI. 


La  georgica  nostrana  —  Il  frumento  —  Il  riso  —  La  melica  —  Il  lino 
—  La  seta  —  I  latticini  —  L'era  nova  dell'industria  codognese. 


ERERE  alma  ci  richiama  col  suo  appello  mite  e 
sereno;  e  pronti  alla  «  gran  madre  »  con  tanta 
maggior  passione  torniamo,  quanto  più  di  gran 
lunga  ce  ne  siamo  allontanati  al  cospetto  delle  terre 


nostre  irte  d'armi  e  d'armati,  e  dolenti  per  forensi  intermina- 
bili piati,  e  sconfortati  da  lunghe  nequizie,  colle  turbe  agitate 
e  frementi  di  dolore,  senza  un  sorriso  di  speranza,  senza  pace^ 
senza  consolazione  di  età  progredienti,  perchè  vittime  sacrificate 
alle  liti,  alle  lotte,  alle  violenze  d'ogni  fatta. 

Qui  forse  non  echeggiarono  quelle  voci  possenti  della  natura 
onde  filosofeggiò  vinto  Tito  Lucrezio  Caro;  nè  certamente  la 
ecloga  animatrice  della  cetra  virgiliana,  contemperante  l'aridità 
del  paesaggio  ed  il  soffio  gagliardo  dell'arte  pagana,  stette 
lungamente  invitta  ispiratrice.  Quali  fantasmi  d'arte  può  mai 
presentar  la  contemplazione  della  natura  qui,  dove  non  s'er- 
gono monti  nè  colli  folti  di  simbolici  cipressi  e  di  olimpiche 
querele;  nè  limpidi  fonti  dalle  scaturigini  cristalline;  nè  sponde 
lacustri  ombreggiate,  com'erano  nell'antica  terra  Saturnia,  così 
felice  come  selvaggia,  quando  l'inno  sacro  e  profano,  cantati 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


343 


in  una  dal  suolo  e  dal  cielo,  conquistavano  col  mistico  fascino 
e  gli  occhi  e  il  cuore? 

Ma  qui,  invece,  una  quasi  acromatica  monotonia  di  aspetto; 
e  la  sterminata  ed  uniforme  pianura  il  cui  morbido  verde  è 
malinconicamente  striato  dal  lividor  delle  risaie;  e  le  linee  in- 
finite dei  cinerei  salici  ;  e  tutta  una  triste  e  quasi  sepolcrale 
prospettiva  che  non  parla  all'  anima  la  frase  degli  ottici  en- 
tusiasmi. Fortunati  ancora  che,  se  ci  vien  meno  l'abbagliante 
tavolozza  del  dipintore,  ci  soccorre  il  soddisfacimento  indistrut- 
tibile per  le  nostre  glorie  terriere;  cui  se  non  corona  l'alloro 
dei  poeti,  riaffermano  però  poderosamente  i  conchiusi  della 
statistica,  forse  l'unica  musa  dello  avveniré  del  mondo. 

L'agricoltura  lombarda  —  le  cui  memori  tradizioni  di  fertilità 
risalivano  ai  giorni  migliori  dei  longobardi  e  dei  franchi  — 
sulla  metà  del  secolo  XIII  andava  vieppiù  assurgendo  a  dignità 
di  ricchezza  regionale  ;  e  di  tutta  la  propria  potenza  collettiva 
la  giovarono  e  comunità  religiose,  latifondiarie  insigni,  e  ve- 
scovi e  signori  feudali  che  affrancavano  e  sudditi  e  servi,  purché 
costoro  coi  prodotti  campestri  versassero  il  tributo  delle  decime 
o  del  vassallaggio.  E  inoltre  notevole  lo  sviluppo  perspicuo 
assunto  in  quei  dì  dalla  scienza  agraria,  che,  liberatasi  dai  vieti 
empirismi,  tesoreggiò  gli  insegnamenti  dei  Columella,  dei  Plinì 
e  degli  Avicenna,  affinchè  il  suolo  obbedisse  alle  più  ampie 
esigenze  impostegli  dal  coltivatore. 

Non  è  certamente  un  corso  di  georgica  antica  che  debbasi  qui 
riassumere  ;  ma  importerebbe  offrire  a  chi  legge  un  cenno  sulle 
speciali  caratteristiche  che  datano  da  quell'evo  remoto  intorno 
ai  sistemi  agrari  seguiti  nella  regione.  Pur  troppo  sorvolano  i 
narratori  sulle  particolarità  concernenti  i  lavoratori  ed  i  lavori 
dei  campi  ;  ed  a  ragione  il  Formentini  ^  lamenta  che  frate 
Buonvicino  da  Riva  sottacesse  nelle  sue  cronache  —  pur  ri- 
colme di  notizie  per  molta  parte  minime  e  superflue  —  quelle 
invece  che  avrebbero  determinato  e  la  quantità  dei  colti,  o, 
fosse  pure  grossolanamente,  le  qualità  dei  generi  indotti  nei 
solchi  feraci. 

Ben  è  vero  che  Napo  della  Torre  volle  fosse  compilato  un 
catastro  definitivo  dei  beni  pertinenti  al  clero  ed  ai  laici  (1248); 


344 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ma  di  codest' opera,  che  potrebbe  riescire  utilissima  all'esegesi 
storica,  non  è  rimasta  traccia.  Ad  ogni  modo,  risulta  che 
nel  XIII  secolo  l'opera  agraria  —  per  quanto  ancora  in  gran 
parte  baliata  dall'empirismo,  che  faceva  precipua  serva  respon- 
sabile l'astrologia  —  pure  andava  vieppiù  avvalorandosi  di  luce 
scientifica  e  d'arte  solerte.  Le  acque,  non  più  devastanti  od 
inerti,  ma  tratte  al  sole  ed  accolte  saggiamente,  si  diffondevano 
nei  colti,  con  velocità  meditate,  sui  terreni  studiati  e  l'un  dal- 
l'altro distinti;  si  misurava  l'efficacia  dei  vari  ingrassi;  eran 
folti  gli  stabuli  di  armenti  pingui  ed  affaccientisi  al  clima  ed  al 
suolo;  ed  ai  giorni  della  republica  ambrosiana  (1447)  già  so- 
vrabbondava —  promessa  sicura  di  immanchevoli  divizie  —  la 
coltura  lombarda  del  prato  a  marcita. 

Allora  poca  solennità  di  rito  e  di  norme  presiedeva  ai  con- 
tratti di  fitto,  compre,  vendite  o  mutui  risguardanti  i  beni  cit- 
tadini ;  ma  pei  fondi  e  per  le  case  rustiche,  e  per  le  controversie 
che  ne  discendevano,  gli  istromenti  relativi  non  erano,  invece, 
mai  abbastanza  finiti.  In  essi  l'elenco  dei  diritti  d'acqua;  le 
prescrizioni  irrigatone;  le  multe  per  negligenza;  il  patto  di  re- 
golare consegna  d'ogni  scorta  viva  e  morta;  la  classificazione 
numerata  delle  piante  colla  nota  delle  rispettive  età;  la  proibi- 
zione al  conduttore  di  cedere  le  acque  sovrabbondevoli  senza 
il  permesso  del  proprietario;  la  sostituzione  di  nuovi  alberi  agli 
esiccati  ;  il  doppio  metodo  pel  pagamento  dell'affitto,  vuoi  in 
granaglie,  vuoi  in  contanti,  a  date  fisse;  la  regalia  giuridica 
delle  così  dette  appendici,  da  quelle  del  pollaio  a  quelle  del 
porcile,  determinato  perfino  il  peso  del  suino  da  consegnare  al 
padrone;  e  finalmente  l'obbligo  assunto  dai  contraenti  di  defe- 
rire d' amore  e  d' accordo  ogni  e  qualunque  controversia  cadente 
sul  contratto  e  sul  godimento  delle  terre  e  delle  acque  non  già 
a  sentenze  di  tribunali,  ma  a  verdetti  arbitramentali,  invocati  e 
concessi  alla  amichevole,  alle  conclusioni  dei  quali  e  proprietari 
e  fittabili  quasi  sempre  s'acquetavano. 

Quanto  ai  prodotti,  i  più  antichi  furono  da  noi  già  notati  ;  nè 
vale  la  pena  di  discorrerne  novellamente.  Soltanto  è  opportuno 
ricordare  che  il  frumento,  da  prima  relegato  tra  le  sementi  se- 
condarie —  come  quello  che,  a  detta  dei  tecnici  antichi,  più 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


345 


che  alla  alimentazione  insérviva  alla  terapeutica  —  sulla  fine 
del  secolo  XIII  prese  rapidamente  quel  primo  posto  che  con- 
servò sempre,  nello  avvicendarsi  e  nel  maturare  dei  progressi 
agricoli.  Ed  è  giustizia  soggiungere  che  uno  fra  i  validi  cam- 
pioni del  nobile  grano  fu  il  conte  di  Virtù,  Giovanni  Galeazzo 
Visconte,  tiranno  che  esercitò  alto  dominio  non  pure  nelle  po- 
litiche cose  ma  altresì  nella  civile  prudenza,  e  che,  lusingando 
gli  aspri  manuali  delle  glebe,  cosi  per  debito  di  gratitudine  se 
li  avvinceva  da  renderli  inconsci  stromenti  propri  di  offesa  e 
di  vendetta  contro  gli  indomiti  popolani  delle  città. 

.  .  * 

Indubbiamente  fu  il  riso  fra  noi  posteriore  al  frumento,  forse 
perchè  esso  divise  col  primo  la  caratteristica  d'esser  tenuto  non 
una  derrata  di  alimento  comune,  ma  un  coloniale^,  come  lo 
zafferano,  il  cardamomo,  il  cubebe  e  gli  altri  prodotti  d'oriente, 
importatici  dai  crociati  e  mercanteggiati  in  ispecie  dai  vene- 
ziani; e  fra  i  generi  apoticarì  ponevano  quella  graminacea 
Giovanni  e  Maria  Visconti. 

1.' oryza  par  venuta  tra  noi  di  Grecia,  dove  era  stata  intro- 
dotta o  dall'Africa  o  dalle  Indie.  Nel  Codice  diplomatico  arabo 
sictilo  figura  fin  dal  IX  secolo,  narrandosi  di  abbondantissime 
messi  di  essa,  per  le  quali  si  dovettero  costrurre  appositi  ma- 
gazzini (880).  Gli  Aragonesi  la  coltivarono  nelle  campagne  del 
mezzodì,  d'onde  poi  principi  e  capitani  la  trasferirono  nelle 
plaghe  dell'alta  Italia  da  essi  dominate. 

Nello  stato  di  Milano  la  risicoltura  fu  censita  fra  i  precipui  pro- 
dotti agresti  (1530);  non  così  tardi,  quindi,  i  diritti  ed  alti  culmi 
del  riso  apparvero  nelle  nostre  vaste  praterie  allagate,  come 
nota  il  Cantù^,  il  quale  attribuisce  a  Teodoro  Trivulzio  l'in- 
trapresa di  questa  coltura,  negli  ampi  possessi  suoi  del  basso 
Milanese. 

La  coltura  di  questo  «  dono  almo  del  ciel  »  —  come  fu 
cantato  dal  marchese  Gian  Battista  Spolverini  —  continuò  lar- 
gamente rimuneratrice  nella  nostra  plaga,  sebbene  nè  meno 
qui,  come  in  nessun  luogo,  accetta  ai  dettami  dell'igiene  pu- 
blica.  Le  continue  proteste  alle  autorità  tutorie  non  hanno 
tolto  alle  genti  rusticane  quest'altro  flagello  delle  troppo  pros- 
sime risaie;  e  —  pur  non  accennando  che  di  tratto  all'improba 


346 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


manovra  dei  falciatori,  sepolti  nel  mar  delle  spiche,  coi  piedi 
nel  fango,  o  trafelati  dal  sole  o  soffocati  dalle  fitte  nebbie  — 
le  febbri  malariche  che  conseguono  dal  mantenere  il  palude,  si 
alleano  agli  altri  coefficienti  malefici  che  danno  uno  sciagurato 
primato  ai  campi  nostri. 

Del  pari  posteriore  a  quella  del  frumento  fu  tra  noi  la  colti- 
vazione del  mais  o  grano  turco.  Non  tenendo  conto  delle  diverse 
fiabe  tradizionali  nel  contado,  e  che  si  riferiscono  all'importa- 
zione di  questa  leguminosa,  sembra  accertato  che  essa  ci  venne 
dai  paesi  di  oriente  coi  reduci  dalla  prima  crociata.  Gli  storici, 
riassumendo  la  monografia  locale  della  straniera  semente,  con- 
cordano nell'asserzione  che  in  Lombardia  fu  specialmente  il 
territorio  cremonese  che  l'addottò,  ed  è  pure  documentato  che 
sino  allo  scorcio  del  secolo  XVII  tutto  il  prodotto  del  mais 
—  cui  il  proprietario  del  suolo  era  per  certa  quantità  tenuto 
a  concedere  il  solchivo  —  apparteneva  di  pieno  diritto  al  co- 
lono ;  il  quale  ad  opera  propria  e  non  compensata  ne  provve- 
deva alla  coltura  ed  alla  raccolta. 

Vuoisi  altresì  ricordare  che,  se  particolarmente  nelle  regioni 
settentrionali  d'Italia  il  giallo  corimbo  così  fu  universalmente 
coltivato  che  diventò  l'alimento  precipuo  della  contadinanza, 
pure  s'andò  estendendo  nelle  regioni  del  centro.  Cesare  Cantù  * 
trovò  ricordo  del  dono  di  due  stala  di  zea  mahis  da  seminarsi, 
fatto  da  un  cavalier  di  Cremona  a  Cosimo  I  duca  di  Firenze 
(1556);  e  nelle  tavole  annonarie  e  nelle  memorie  degli  ordini 
di  vettovaglia  dei  secoli  XVI  e  XVII  lesse  pure  nota  della 
«  melicha  »  e  della  «  formentada  » ,  probabili  specie  di  siligine 
o  gialla  o  bianca,  figuranti  insieme  al  frumento,  alla  segala  ed 
al  miglio. 

In  questi  ultimi  tempi  la  parola  della  scienza  suonò  con- 
danna del  giallo  farinaceo,  chiamandolo  in  colpa,  almeno  per 
gran  parte,  delle  stragi  compiute  dalla  pellagra,  specie  se  esso  mal 
risponde  per  la  maturanza  o  per  l'esiccazione  o  per  la  macina- 
tura ai  sani  precetti  selettivi  della  nutrizione.  Nella  regione 
nostra  i  gambi  del  grano  turco  sovraneggiano  le  vegetazioni; 
ma  non  sempre  la  sua  coltura  è  presidiata  da  quelle  razionali 
cautele  le  quali  varrebbero  ad  accordarla  coi  sacri  diritti  che 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


347. 


anche  la  plebe  dei  campi  ha  in  prò  di  sè  stessa.  Quanto  bello 
ed  umano  sarebbe  se  coloro  che  affermano  avere  per  unico  in- 
tento la  redenzione,  anche  violenta,  del  proletario,  invece  che 
procedere  alla  decantata  demolizione  degli  esteriori  fastigi  so- 
ciali, consacrassero  i  propri  sforzi  volenti  e  concordi  alla  soluzione 
di  un  problema  che  affanna  da  vero  ed  adima  così  tanta  parte 
di  popolo!  Essi,  iconoclasti  d'ogni  privilegio  e  di  ogni  formula,, 
ricordino  l'adagio  del  re  filosofo  che  «  la  prima  civiltà  co- 
mincia dallo  stomaco  ».  Un  altro  re  corse  troppo  oltre  col- 
r  accenno  al  pollo  domenicale  nella  pentola  d' ogni  suddito  ;  ma 
se  nel  presente  il  desiderio  vagheggiato  dal  bearnese  rimane 
pur  troppo  un'utopia,  men  diffìcile  di  essa  potrebbe  provarsi 
per  certo  la  sentenza  del  solitario  di  Sans  Souci. 

Anche  di  lino  le  terre  nostre,  dai  giorni  più  remoti,  accon- 
sentirono ricche  messi  ;  quali  del  resto  assicurava  la  loro  indole 
alluviale  ;  e  il  tessile  virgulto  che  avrebbe  coi  secoli  dato  nome 
ad  una  delle  più  imponenti  industrie  paesane,  abilmente  ritorto 
e  foggiato  a  tela,  inserviva  alle  prementi  necessità  della  vita. 

Prima  del  looo  e  uomini  e  femine,  vestiti  di  bianchi  lini, 
usavano  alle  chiesastiche  cerimonie,  nelle  quali  la  liturgia  co- 
mandava a'  suoi  sacerdoti  indumenti  e  ornamenti  d'altare  di 
quel  tessuto;  così  come  si  riferisce  che  molti  secoli  addietro 
esso  ammantasse  le  spalle  dei  druidi  celti  e  fregiasse  le  are 
misteriose  del  fiero  Irminsul.  Ma  al  lusso  del  vestito  di  lino 
non  eran  saliti  ancora  i  servi  della  zolla.  Un  pileo  a  cono,  di 
larghe  tese  difendeva  il  capo  dei  poveretti,  e  le  loro  membra 
un  camicione  e  due  brache  di  canapa  grossolana  e  cruda, 
come  descrive  un  giullaresco  componimento  del  secolo  XIV  ^, 
riportato  da  Giovanni  Seregni  nella  sua  operetta  più  volte  citata. 

Ben  presto,  però,  il  lino  divenne  pel  suo  mercimonio  pre- 
cipua industria,  e  pel  tiglio  apparecchiato  col  suo  fusto  fila- 
mentoso, e  per  l'olio  estratto  da'  suoi  semi,  e  per  le  farine 
molto  apprezzate  nei  presidi  medicamentali  ;  ed  è  tutta  una 
serie  faticosa  di  differenti  lavori  consumati  dietro  questo  vege- 
tale prezioso:  macerazione,  maciullazione,  filatura,  tessitura  ed 
imbianchimento  del  lino  occupano  tuttavia,  e  più  ancora  occu- 
pavano in  antico,  grande  copia  d'operai;  e  intanto  che  l'occhio 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


riposa  sulla  umile  vecchierella  la  quale  «  traendo  alla  rocca  la 
chioma  »  rallegra  coi  ricordi  del  buon  tempo  antico  la  veglia 
iemale  nella  stalla  fumosa,  il  pensiero  si  allarga  e  si  eleva,  e 
contempla  i  fasti  del  passato,  e  l'orecchio  riode  il  battere  e 
ribattere  degli  innumeri  telai  sparsi  per  le  nostre  campagne, 
somministratori  all'Italia  ed  all'estero  delle  celebri  tele  di 
famiglia. 

Dice  il  Goldaniga  che  le  Moientìne  trassero  il  nome  dal 
macero  comune  del  lino  ivi  esistente  ;  ed  è  notevole  che  alla 
corte  di  Ferrara,  nel  periodo  del  suo  maggior  splendore,  bian- 
cheggiavano sulle  mense  ducali  i  lini  operati  del  Codognese, 
elogiati  per  l' abbagliante  splendore  ^  Vedemmo  al  capo  XXVII 
i  signori  Lampugnani  erigere  in  Casalpusterlengo  un  vasto  por- 
tico per  capire  l'affluenza  dei  piacentini  accorrenti  all'acquisto 
della  produzione  liniera,  così  scarsa  presso  di  loro  che  ancora 
nel  secolo  scorso  traevano  dal  Codognese,  dal  Lodigiano,  dal 
Cremasco  e  dal  Cremonese  ben  quindicimila  pesi  di  lino,  cui 
mettevano  annualmente  in  opera  (1765)'^. 

Ma  siccome  ogni  industria  segue  la  legge  fatale  delle  oscil- 
lazioni, così  anche  il  linificio  paesano  ebbe  momenti  di  remora, 
causati  peculiarmente  dalla  concorrenza  tedesca,  a  questo  pro- 
posito accennata  in  una  relazione  del  De  Haro,  visitatore 
generale  su  Lodi  (1635). 

Leggende  e  tradizioni  abbondano  anche  intorno  alle  origini 
locali  delle  setifere  industrie. 

In  oriente  la  seta  nel  costume  dei  doviziosi  doveva  da  secoli 
andar  celebrata,  perocché  Roma  imperiale,  all'epoca  del  suo 
decadimento,  la  conobbe  e  la  usò  alia  corte  del  folle  Eliogabalo, 
rilevata  a  prezzi  favolosi  dagli  etiopi  ;  ma  il  bacherozzolo ,  pri- 
mamente venuto  dalle  Indie  e  prestamente  diffusosi  in  tutto 
l'oriente,  penetrò  nella  Grecia  bisantina  a  mezzo  di  due  monaci 
basiliani,  i  quali  sulle  sponde  del  mistico  Gange  fra  le  altre 
mirabili  cose  quella  pure  avevano  osservata  della  serica  tessi- 
tura; e  il  divo  Giustiniano  li  rimandò  a  Serinda  affinchè  ne 
riportassero  la  semente.  Fu  il  Peloponneso  il  primo  vivaio 
europeo  di  gelsi  o  mori  —  onde  il  nome  successivo  di  Morea  — 
antecedentemente  conosciuti  soltanto  come  alberi  fruttiferi. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


349 


Tra  noi  il  bombice  prezioso  produttor  della  seta  pare  fosse 
importato  dagli  industri  genovesi,  reduci  dalle  guerre  spagnole 
contro  i  saracini;  ma  altre  versioni  vorrebbero  che  Ruggero  II, 
re  di  Sicilia,  trasferisse  dalla  Grecia  ne'  suoi  stati,  insieme  alla 
canna  dello  zucchero,  l'albero  del  gelso  e  la  crisalide,  per  lo 
sviluppo  della  quale  tolse  in  cattività  colle  squadre  dei  vinti 
buon  numero  di  tessitori  che  a  Palermo  costituirono  il  primo 
setificio.  Le  città  di  Toscana  si  dedicarono  con  generale  fervore 
alio  allevamento  dell'  «  animai  di  sua  seta  fasciato  »  ricordato 
da  Dante,  ed  alla  trattura  delle  sete,  tanto  che  sorsero  corpo- 
razioni speciali  e  distinte  per  onori,  Je  quali  nel  volger  dei 
tempi  nobilitarono  ed  arricchirono  la  loro  regione,  facendone 
l'emporio  mondiale  di  quella  manifattura.  La  prospera  Lucca 
si  contrassegnò  fra  le  altre  città  toscane,  e  vuoisi  che,  oppressa 
e  disertata,  ai  tempi  in  cui  erano  accesi  dovunque  gli  odi  di 
fraterna  vendetta,  e  da  Uguccione  della  Fagiola  e  da  Castruccio 
Castracani,  desse  a  centinaia  le  famiglie  operaie  setaiole  ad  altri 
parti  d'Italia,  tra  cui  Lombardia. 

Qui  nella  seconda  metà  del  secolo  XV  il  gelso  erà  già  usato 
come  alimentatore  dei  bachi,  rilevandosi  dai  registri  della  camera 
ducale  che  questa  coltura  rappresentava  un  cespite  delle  publiche 
finanze  (1459).  Chi  però  meglio  favorì  l' estensione  della  gelsicol- 
tura fu  Ludovico  Sforza,  il  quale  —  orpellando,  secondo  la  vecchia 
scuola,  le  sue  qualità  tiranniche  colla  vernice  di  zelatore  del 
publico  bene  —  accordò  tale  importanza  alla  pianta,  che  la 
elevò  a  stemma  ed  a  sopranome  propri^;  ed,  infatti,  scrive  il 
coevaie  cronista  Muralto  che  le  campagne  comensi  sembravano 
a  quei  dì  selve  di  gelsi  (1507). 

Abbiamo  voluto  riferire  questi  pochi  tratti  di  storia  indu- 
strialo perchè  indubbiamente  dai  secoli  in  cui  Codogno  diventò 
un  c 'litro  di  attività  e  di  espansione  commerciale,  l'allevamento 
dei  ]).ichì  e  la  preparazione  delle  sete  vennero  considerati  come 
fasti  dimestici.  Ai  primitivi  sistemi  sottentrano  i  più  vasti  e 
potc  Ili  congegni  dell'industria  nova;  un  Cristoforo  Mola  Stan- 
ghili! qui  introduce  l'arte  di  «  svolgere  ossia  attortigliare  la 
seta  »  (1779)^;  le  primitive  bacinelle  si  attelano  a  centinaia; 


350 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Opifici  superbi  inalzano  le  loro  caminiere  fumiganti  ;  ed  intere 
popolazioni  feminili  —  paghe  della  loro  modesta  oscurità,  ed 
ignare  del  virgiliano  «  sic  vos  non  vobis  »  —  approntano  ai 
fornelli  la  trasformazione  del  tenue  filo  in  fulgide  stoffe. 

Il  clero  secolare  e  più  ancora  il  regolare  possono  a  buon 
dritto  vantarsi  d'avere  nelle  età  di  mezzo  potentemente  con- 
tribuito a  risanare  i  terreni  caduti  in  loro  soggezione.  Da  prima 
Benedetto  e  i  suoi  monaci  dissodarono  terre,  bonificarono  pa- 
ludi; e  da  un  capo  all'altro  dell'occidente  cattolico,  dai  poggi 
di  Subiaco,  dalle  maremme  di  Toscana,  dalle  mura  regali  di 
Trisulti,  si  leva  un  grande  inno  al  lavoro,  che  vince  e  spegne 
col  contrasto  i  mistici  vaneggiamenti  dei  monaci  orientali,  dis- 
seminati pei  deserti  di  Libia  e  d' Egitto,  ove  accolgono  la  visita 
di  strane  larve,  di  streghe,  di  emissari  infernali.  All'inno  glo- 
rioso risponde  l'opera  della  risorta  umanità  europea;  cadono 
al  cenno  di  Bonifazio  le  foreste  di  Germania  per  far  posto  al- 
l'aratro. Patrizio  combatte  e  vince  il  deserto  in  Irlanda,  Benedetto 
copre  di  comunità  d' agricoltori  1'  Europa. 

E  benedettini,  bernardini,  agostiniani,  e  gli  ordinari  di  Lodi 
strapparono  brano  a  brano  le  terre  nostre  allo  stagno  ed  alla  ma- 
laria ;  le  resero  con  lunghi  e  faticosi  lavori  di  idraulica  salubri  e 
coltive,  cooperando  per  questa  guisa  allo  accrescimento  di  quella 
fortuna  nostrana  che  è  rappresentata  dalla  feracità  del  suolo.  E 
quei  monaci  infaticabili  e  costanti  non  solo  riescirono  a  rettifi- 
care logicamente  la  rete  dei  canali  minori  prima  rigurgitanti  ed 
allaganti  ;  ma  tennero  inoltre  e  sempre  gli  occhi  al  Po  minac- 
cioso. Esso  dovette  alla  fine  gradualmente  rinunciare  alla  prisca 
indipendenza,  in  guisa  che,  impeditine  i  continui  disalvei, 
ripreser  lena  le  sue  sponde,  e  dove  spuntava  irto  e  steriliz- 
zatore il  bosco  delie  canne  palustri  e  si  diffondevano  le  in- 
gombranti ericaie,  si  riaffermò  come  una  natura  nova,  fatta 
di  segeti  copiose  e  di  erbe  opime;  lo  sconsolante  gerbido  per 
la  provvida  metamorfosi  divenne  verzicante  prateria  cui  basta  a 
sfiorare  il  leggiero  aratro  tratto  da'  cavalli  ;  e  da  quei  momenti 
una  delle  maggiori  energie  di  Lombardia  agraria  fu  quella  che 
vorremmo  qualificare,  con  figura  ardimentosa,  la  glorificazione 
della  stalla. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Naturalmente  fu  opera  lenta  ed  aspra;  ma  l' impulso  del  prin- 
cipe e  delle  genti  non  venne  meno;  ed  una  bene  intesa  idrau- 
lica, presidiata  da  principi  di  giure,  compì  la  redenzione  delle 
nostre  plaghe.  Vero  è  che  se  i  principi  lurono  equi  in  teoria, 
furono  anche  apertamente  violati  a  prò  delle  signoriali  proprietà 
e  dei  latifondi  delle  corporazioni  ecclesiastiche.  Oltre  la  spere- 
quazione nei  canoni  daziari  dell'acqua,  sempre  in  favore  dei 
«  potentiores  »  costoro  si  giovavano  a  danno  delle  comunanze 
rurali  costruendo  bocche  di  competenza  eccessiva,  e  sovvertendo 
ogni  altra  normalità  tecnica,  come  risulta  dalla  descrizione  della 
Muzza  fatta  dagli  ingegneri  Pietro  da  Gorgonzola  e  Daniele 
Gambarino  da  Lodi  (1498)^^.  Comunque,  dopo  quanto  abbiam 
detto  nelle  prime  linee  del  capo  XVIII,  ci  par  soverchio  il  de- 
scrivere e  roggie  e  colatori  quali  si  presenterebbero,  tratti  per 
arte,  ad  uno  spettatore  del  secolo  XV;  e  tutte  le  norme  e  le 
esenzioni  possessorie  sopra  l'idraulica  d'allora,  che  nella  nostra  re- 
gione aveva  già  un  carattere  amministrativo  di  avanzato  progresso. 

Soltanto,  per  nork  disinteressarci  affatto  dai  fini  prossimiori, 
e  perchè  anche  ci  sembra  caratteristico  il  fatto  (come  quello 
che  cambiò  di  fisonomia  a  parte  del  nostro  suolo),  ricorderemo 
almeno  l' escavazione  della  Guardalobbia,  per  opera  del  cavaliere 
Renato  Trivulzio  (2  ottobre  1492),  a  difesa  dei  pescatori  di 
Retegno  dalle  ultime  esondazioni  del  vecchio  lago  Barili,  an- 
cora occupante  vasti  tratti  di  palude  La  costruzione  della 
Guardalobbia  cominciò  dall'  incastro  della  antica  roggia  detta  la 
Lova  (Lupa,  onde  la  contrada  della  Lupara),  e  discendendo 
dietro  la  strada  di  Retegno,  fino  all'incrocio  del  Fossadazzo, 
nel  luogo  del  Tesoro  Il  Goldaniga  aggiunge  che  appena  fuori 
del  nostro  borgo  a  settentrione,  era  una  vasta  palude  che  dava 
il  nome  di  Guado  alla  via  (ed  ancora  oggi  esiste  nel  volgo 
questa  denominazione);  la  palude  fu  prosciugata,  divertendone 
le  acque  nella  Guardalobbia  (circa  il  1660)^*. 

Col  sapiente  assetto  della  irrigazione,  le  nostre  campagne  si 
trasformarono  naturalmente  in  distese  infinite  di  pascoli;  la  fauna 
bovina  diventò  di  conseguenza  industria  invincibile,  e  dal  grande 
esercito  delle  mucche,  alimentate  dalle  erbe  soprabbondevoli , 
discese  il  tesoro  che  prese  nome  e  fama  sconfinata. 


352 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Se  l'indole  contenuta  del  libro  non  ce  ne  facesse  formale 
divieto,  non  rifuggiremmo  da  un  esame  minuto  dei  prodotti 
cascini  di  Lombardia,  non  solo  nei  rapporti  dell'economia  in- 
dustriale ed  agricola,  ma  altresì  in  quelli,  ormai  secolari,  di 
una  letteratura  e  d'un' arte  speciale.  Dal  dolce  Teocrito  attra- 
verso l'aurea  poesia  del  Lazio,  fino  a  noi,  contemporanei  di 
Emilio  Zola,  è  una  lunga  serie  di  ingegni  o  molli  o  bizzarri 
che  non  credettero  derogare  dal  sacerdozio  intellettuale  illu- 
strando —  o  nei  numeri  soavi  delle  bucoliche  e  delle  didascaliche 
o  nelle  discordi  polifonie  del  realismo  —  questo  prodotto  del 
nettare  e  dei  succhi  vegetali  elaborati  da  animali,  poi  dall'abile 
mano  dell'uomo,  e  trasformato  in  alimento  dovunque  e  merita- 
mente signoreggiante  pel  mondo.  Se  però  il  generoso  licore  dei 
pampini  ha  inspirato  a  messer  Redi  il  più  alato  dei  polimetri, 
è  utile  ricordare  che  tutti  gli  sforzi  della  vecchia  e  della  nuova 
Arcadia  —  grande  distruggitrice  di  cose  buone  —  riescirono 
affatto  impotenti  a  ledere  nella  sua  essenza  la  caseicoltura,  che 
tutto  guadagnò  invece  discendendo  dai  clivi  del  Pindo  ed  escendo 
dai  boschi  Parrasi,  per  mutare  interamente  di  natura,  e  da  vieta 
pastorelleria  farsi  industria  italica,  provvida  e  famosa. 

Appunto  perchè  siamo  di  fronte  ad  una  florida  e  soda  branca 
di  commercio  terriero,  deponiamo  volentieri  la  fistula  virgiliana, 
per  scorrere  rapidamente  fra  i  ricordi  strettamente  collegati  al 
sorgere,  al  crescere  ed  allo  estendersi  trionfale  della  patria 
«  casara  ». 

Come  dì  solito,  cozzano  gli  etimologisti  tra  loro  nel  determi- 
nare la  matrice  del  vocabolo  «  formaggio  ».  Il  Goldaniga  deriva 
la  parola  da  ciò  :  che  questo  nostro  cacio  era  manipolato  spe- 
cialmente nel  temperato  maggio,  onde  «  forma  di  maggio  »  e, 
contratto  «  formaggio  »  ;  altri  sostengono  che  fondamento  della 
voce  sia  «  fructus  maj  »  .  o  «  flos  madii  » ,  così  qualificandosi 
il  fieno  maggengo  che  fu  sempre  il  più  ricercato  nell'alimenta- 
zione dei  bovini,  perchè  il  più  eletto  e  saporito;  il  latinista 
cardinal  Munich  derivò  il  vocabolo  dalla  contrazione  di  «  forma 
casei  »  ;  infine  Francesco  Zambaldi  spiega  l' etimologia  da  «  for- 
maceus  » ,  latino  evidentemente  dèi  bassi  tempi. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


353 


Senza  indagare  qual  sia  fra  tanta  e  tanta  incertezza  la  verità, 
e  tenendo  per  indiscusso  che  il  vocabolo  nacque  per  sostitu- 
zione figurata  della  forma  alla  materia,  è  positivo  che  per  «  for- 
maggio »  s'ha  da  intendere  tra  noi  lo  speciale  prodotto  che 
ha  tuttavia  il  nome  di  «  grana  »  ;  poiché  un'investitura  ve- 
scovile di  Egidio  dall'  Acqua  d' un  fondo  in  Arcagna  (nell'  alto 
Lodigiano),  in  certi  de  Populo,  sceverava  il  contributo  in  natura 
così:  «  de  quartironem  caseo ,  et  unum  formagii  »  (1308). 

Un  diploma  del  XII  secolo,  dato  dal  Barbarossa,  comprova 
l'ampiezza  dei  pascoli,  la  quale  significava  l'aumento  costante 
di  questo  ramo  di  produzione.  Nel  secolo  successivo  risulta 
di  prammatica  l' offerta  di  «  malgano  »  codognese  al  ve- 
scovo di  Lodi,  e  Cesto  da  Merlino  gli  presenta,  infatti,  la 
medietà  a  lui  dovuta.  Il  vescovo  Ottobello  Sofiìentino  dà  a 
Giovanni  de  Mozo  de  Gorno  e  ad  altri  consorti  «  malgarii  » 
l'erbatico  della  corte  di  Castione  e  di  Senadogo,  per  pascere 
capre  e  pecore,  al  prezzo  di  ventitre  lire  imperiali  e  di  «  for- 
magiam  unam  »  a  Vaceo  Forzano  (18  gennaio  1236);  ed  è  in- 
teressante riprodurre  col  Palazzina,  da  un  documento  trovato 
dal  padre  Ermes  Bonomi,  la  nota  che  il  nostro  territorio  era 
designato  come  quello  «  ubi  fiunt  boìii  casei  ». 

Del  formaggio  nostrano  ci  rimangono  i  prezzi  in  alcuni  vecchi 
resoconti  annonari.  Si  ha  in  uno  di  essi  (1463)  l'affermazione 
delle  tre  qualità  del  formaggio  che  si  fabbricava,  e  cioè  il 
maggengo  o  vecchio,  il  duro  ed  il  grasso;  e  la  notizia  che  esse 
qualità  correvano,  tanto  pel  consumo  delle  famiglie  private, 
quanto  per  le  somministrazioni  alla  corte  sforzesca  nei  due  anni 
1459  e  1460.  I  prezzi  medi  erano  di  quattro  lire  e  mezza  pel 
duro  e  di  tre  e  mezza  pel  grasso,  ogni  libra  (settecento  e  ses- 
santadue grammi  odierni);  e  una  libra  di  burro  aveva  in  quel 
biennio  il  prezzo  medio  di  tre  e  cinquanta  lire  milanesi. 

Sui  mercati  di  Piacenza  e  di  Parma  affluivano  partite  impo- 
nenti di  nostre  «  sorti  »,  e  là  venivan  deposte  in  magazzini 
speciali.  Valse  senza  dubbio  quella  permanenza,  affatto  tran- 
sitoria, perchè  i  forestieri  accorrenti  ai  mercati  oltrepadani 
sbattezzassero  il  formaggio  nostro,  chiamandolo  piacentino  o 
parmigiano  Bastava  però  anche  che  Codogno  accennasse  alla 
Codogno  e  il  suo  territorio  ^  ecc.  —  /.  23 


354 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


importazione  de'  suoi  latticini  e  de'  suoi  caci  sul  mercato  di 
Piacenza,  non  solo  per  ottenere  da  quella  comunità  la  esen- 
zione da  ogni  imposta,  ma  altresì  per  conseguire  la  cittadinanza 
piacentina  nei  rapporti  della  mercatura  (1492);  senza  contare 
poi  che  molti,  più  felici  del  Titiro  virgiliano,  non  eran  come 
lui  costretti  ad  escire  nel  lamento: 

Pinguis  et  ingrate  premeretur  caseus  urbi 

Non  unquam  gravis  oere  domun  mihi  destra  redibat. 

A  Carlo  Vili,  ospite  dei  conti  Landi  Pietra  in  Piacenza 
(18  ottobre  1494),  i  cittadini  offrirono  in  dono  alcune  formaggie 
del  diametro  di  macine  da  molino,  certo  provenienti  dalla  si- 
nistra sponda  del  Po,  e  gustatissime  dal  re  venturiere  e  dal 
suo  seguito 

Sono  notabili  le  quattro  «  cascie  »  che  il  frate  Alberti 
(1557)  ricorda  smisuratamente  grandi  e  fatte  alla  cascina  Giulia, 
per  commissione  di  Giovanni  Francesco  conte  della  Somaglia 
(1532).  Ciascuna  di  esse  pesava  cinquecento  libre  minute  (cento 
sessantatre  chilogrammi),  ed  erano  offerte  a  Carlo  V,  il  quale 
volle  assistere  di  persona  al  lavoro  della  prima  di  esse;  e  chi 
sa  che  molti  anni  dopo,  quando  egli,  fatto  scettico  monaco  di 
S.  Giusto,  pensando  alle  rare  compiacenze  nei  suoi  dì  tumul- 
tuosi, non  rivedesse  come  una  lontana  visione  questa  pacifica  e 
operosa  convalle  lombarda,  dove,  davanti  alle  false  grandezze 
della  terra,  i  miti  abitatori  si  erano  mostrati  così  altieri  della 
propria  imponente  industria  rusticana! 

Alle  formaggie  straordinariamente  apparecchiate  per  l'impe- 
ratore strano,  fanno  degno  riscontro  quelle  coeve  e  normali 
delle  abaziali  tenute  di  S.  Stefano  al  Corno,  ricordando  le  cro- 
nache che  ivi  si  conformavano  ogni  giorno  ben  cinque  caci  da 
venti  pesi  ciascuno. 

Fu  Carlo  V  che  —  ospite  di  Gian  Fermo  Trivulzio  in  Co- 
dogno  —  a  lui  concesse  d'instituire  un  mercato  settimanale  in 
luogo  di  sua  giurisdizione  (1543).  Vedremo  poi  se  il  Trivulzio 
abbia  voluto  beneficare  i  propri  subbietti  di  Codogno;  sta  però 
di  fatto  che  i  codognesi  —  più  o  meno  giuridicamente,  per 
quella  intelligente  intraprendenza  che  non  difetta  mai  nelle 
popolazioni  industri  —  applicarono  tosto  a  lor  profitto  la  ce- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


355 


rsarea  concessione,  e  da  allora  il  mercato  del  martedì  in  Co- 
dogno  rimase  florido  e  frequentato  testimone  dell'attività  locale. 
E  fu  invano  che  il  maestro  delle  regie  ducali  entrate  dello  stato 
di  Milano  intimasse  in  nome  del  fisco  al  comune  Codognese  di 
produrre  i  titoli  probativi  del  diritto  a  quel  mercato;  il  quale 
—  al  dire  del  protestante  —  ledeva  l'erario  (8  agosto  1648)'^. 
Si  rispose  da  Codogno  con  allegazioni  di  prove  ab  immemorabili 
e  con  antiche  testimonianze  che  il  mercato  del  martedì  fu 
sempre  e  pacificamente  tenuto,  e  che  nessuna  opposizione  in 
verun  tempo  gli  venne  efficacemente  fatta.  Dopo  lunga  conte- 
stazione si  venne  a  transigere,  e  fu  determinato  che  il  comune 
avrebbe  pagato  una  volta  tanto  trecento  lire  imperiali,  godendo 
poi  liberamente  della  facoltà  mercatizia  senza  ulteriori  turbative 
-da  parte  del  fisco  (1705)^^. 

La  vita  codognese  così  ogni  dì  più  s'espandeva  per  virtù 
dei  commerci  e  per  l'attrattiva  dei  finitimi  nelle  mura  paesane; 
ed,  assumendo  una  personalità  ben  distinta,  non  era  più  quella 
del  modesto  nucleo  di  rustici  lavoratori  dei  campi,  sottoposti  la 
maggior  parte  all'allodio  o  al  feudo  vescovile;  ma  eccelleva  e 
si  affermava  cospicuamente  di  fronte  ai  villaggi  circostanti. 

I  principi  furono  ardui  e  faticosi;  ci  stava  sul  collo  l'avida, 
rapace  potenza  di  Spagna,  della  quale  però  i  codognesi  —  forse 
memori  delle  buone  grazie  di  Carlo  V  —  s'eran  dichiarati 
«  veri  ac  fidi  »  sudditi  (1544), 

Qui  —  direbbesi  col  Petrarca  — 

L'industria  d'alquanti  uomini  s'avvolse 
Per  diversi  paesi, 

Poggi  ed  onde  passando;  e  l'onorate 
Cose  cercando,  il  più  bel  fior  ne  colse. 

E  dal  progresso  materiale  non  si  scompagnava  quello  intellet- 
tuale. Vedremo  in  seguito  le  opere  nuove  d'arte,  di  edilizia,  di 
pietà  e  di  religione;  scorreremo  l'elenco  delle  academie  e  dei 
loro  componenti,  degli  spettacoli  publici  e  delle  feste,  tutte  pro- 
prie a  chi  poteva  numerare  nel  borsello  le  auree  doppie  e  le 
copiose  genovine. 

Non  è  però  a  credersi  che  una  simile  fortuna  sorridesse  a 
chi  negligeva  i  propri  interessi.  L'esportazione  —  che  anche 


356 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


secondo  gli  ultimi  dettati  dell' economia  moderna  è  considerata 
uno  dei  precipui  fattori  del  benessere  generale  —  era  massima 
e  costante  cura  dei  nostri  maggiori;  tanto  è  vero  che  gli  ap- 
paltatori del  dazio,  si  opposero  di  frequente  ai  publici  mercati 
ed  ai  produttori  privati  che  volevano  da  altre  terre  lodigiane 
condurre  qui  parecchie  derrate,  e  specialmente  formaggi  a  punta 
franco.  Pretestavano  quei  daziari  che  le  cose  importate,  una 
volta  a  Codogno,  «  filtravano  »  nel  Piacentino,  sfuggendo  al 
fisco;  ed  il  nostro  comune  presentò  al  magistrato  camerale  di 
Milano  una  memoria  di  protesta  contro  i  ritrosi  agenti  del  dazio, 
provando  che  recava  molestia  gravissima  quel  loro  aspro  sistema 
e  che  le  derrate  avevano  da  introdursi  liberamente  in  Codogno, 
non   essendo    subbiette   a   verun    «  impedìatur  »    (31  ottobre 

1596)^'. 

Nella  memoria  presentata  il  lamento  dei  codognesi  si  fondava 
sul  fatto  che  il  borgo,  terra  di  confine,  era  il  vero  emporio  del 
commercio  cascino;  nè,  del  resto,  è  a  dimenticarsi  che  la  co- 
munità fin  dai  tempi  dell'  ultimo  Sforza,  appoggiata  dai  feudatari 
conti  Giacomo,  Gaspare  e  Gian  Fermo  Trivulzi,  aveva  ottenuto 
il  privilegio  di  esenzione  da  qualsiasi  dazio  o  gabella  o  tassa 
per  contratti,  che  prima  l'aggravava  per  le  leggi  comuni 
(5  luglio  1535)^^. 

Più  tardi  anche  i  piacentini  diedersi  ad  esercitare  in  proprio 
simile  commercio;  ma  quei  di  Codogno  non  vollero  subire  nè 
meno  quel  simulacro  di  concorrenza,  e  —  circa  il  tempo  in  cui 
la  comunità  ed  il  cardinal  Trivulzio  facevano  costruire  la  loggia 
ad  uso  di  mercato  (1650)  —  cominciarono  ad  erigere  in  paese 
le  proprie  casare,  che  vennero  man  mano  pel  concentramento 
così  numerose,  che  alla  metà  del  XVIII  secolo  Codogno  gittava 
annualmente  sui  mercati  da  trentacinque  a  quaranta  mila  forme 
E  poiché  le  corporazioni  artigiane  dell'età  di  mezzo  avevan  fi- 
nito lor  tempo,  e  la  previdenza  associata  dell'oggi  ancora  non 
era  spuntata,  così  non  lo  scudo  del  medievale  paratico,  non  la 
bandiera  moderna  su  cui  le  destre  congiunte  simboleggiano  la 
mutualità,  non  la  tessera  accentratrice  nelle  camere  di  lavoro, 
ma  il  santo  protettore  speciale  veniva  invocato  a  patrono  celeste 
dai   nostri  maggiori  operai  d'allora;   e  qui   l'eletto  fu  santo 


NELLA  .  CRONACA  E  NELLA  .  STORIA 


357 


Uguccione,  ed  in  suo  nome,  sopra  istanza  dei  formaggiari,  si 
-compilarono  gli  statuti,  confermati  dal  senato  milanese  (1661). 

Con  quei  capitoli  crebbe  straordinariamente  di  vigoria  e  di 
efficienza  la  numerosa  categoria  dei  nostri  formaggiari,  sì  che 
■essi  seppero  esser  pari  alle  necessità  anche  nelle  più  ardue 
contingenze. 

Abbiam  toccato  del  tentativo  di  Piacenza  per  escire  dalla 
soggezione  di  Codogno  nei  commerci  dei  latticini;  ma  è  giu- 
stizia rilevare  come  non  agli  uomini  di  quella  illustre  città  sia 
del  tutto  imputabile  la  vanità  dello  sforzo,  bensì  invece  alla 
pochezza  delle  virtù  statistiche  dei  loro  reggitori. 

Costoro  con  decreti  speciali  imposero  che  nessun  genere  di 
butiri  o  formaggi  «  accordati  »  dallo  stato  di  Milano  potesse 
venire  ammassato  in  Piacenza  o  nel  suo  territorio  «  per  ridurli 
in  barili  e  portarli  fuori  di  stato  » ,  dovendosi  invece  smaltire 
il  burro  «  solamente  ad  uso  e  benefizio  de'  sudditi  della  preli- 
bata {sic)  S.  A.  R.  » ,  comminata  una  pena  ai  contravventori 
{7  e  23  febbraio  1750);  e  che  si  avesse  ad  applicare  il  bollo 
doganale  ai  caci  di  fuori,  ordinando  «  che  qualunque  faccia 
magazzeno  e  traffico  di  formaggi  debba  permettere  agli  agenti 
deputati  de'  fermieri  il  bollare  tutti  li  formaggi  introdotti  che 
siano  in  città....  in  qualunque  tempo  e  luogo  crederanno  essi 
opportuno  ». 

Gli  stessi  governatori  aumentavano  inoltre  il  dazio  di  tran- 
sito, già  grave,  sui  prodotti  lombardi,  con  altre  restrizioni  ai 
diritti  dei  negozianti  (1754),  loro  facendo  subire  innumerevoli 
angherie  e  quasi  costringendoli  a  rinunciare  a  questo  ramo 
■d'industria,  così  rimunerativo  per  tutti.  Ed  i  codognesi  da  allora 
fecero  senza  i  commissari  d'oltre  Po,  ed  impresero  direttamente 
da  sè  la  vasta  spedizione  all'estero. 

Questa  seppero  quasi  esclusivamente  riserbarsi  i  codognesi 
fino  alla  metà  del  secolo  scorso;  fin  che,  in  competenza"  coi 
nostri  produttori,  i  milanesi  cominciarono  a  costrurre  gli  spe- 
ciali magazzini  di  formaggio  fuori  di  porta  Ticinese,  non  per- 
mettendo le  disposizioni  fiscali  d'allora  la  raccolta  del  prodotto 
in  città.  Corsico  —  villaggio  a  pochi  chilometri  di  Milano, 
Verso  Abbiategrasso  —  fu  il  nuovo  emporio  del  cacio,  emulo 


358 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


di  Codogno,  avvantaggiato  altresì  da  Giuseppe  II,  che  vi  stabilf 
lina  esattoria  daziaria  per  l'esportazione,  indipendente  dalla 
ricevitoria  doganale  di  Milano. 

I  codognesi,  nella  loro  assidua  laboriosità,  non  trascurarono 
nè  meno  quella  che  modernamente  fu  detta  la  reclame,  e  che 
-s—  con  frase  certo  abusata  ma  non  per  questo  inaccettabile  — 
è  considerata  «  l'anima  del  commercio  »  ;  e  gli  imperatori,  i 
re,  i  principi  che  di  qui  passavano  ebbero  tutti  un  assaggio' 
(è  parola  propria)  della  produzione  degli  industriosi  nostri  proavi  ; 
la  quale  cominciò  a  comparire  con  Pio  II  (1458-1464)  come 
gustosa  conclusione  della  mensa  papale,  ed  era  richiesta  da 
Pio  IX  pel  suo  pasto  quotidiano. 

Filippo  V,  re  di  Spagna,  tornando  a  Milano  dal  suo  campo 
sul  Modenese,  passò  per  Codogno,  e  la  comunità  gli  fece  pre- 
sente di  ventiquattro  pestoni  di  vino  in  ghiaccio,  di  due  dozzine 
di  salami,  di  due  cassette  di  cotogne  e  di  sei  maestose  forme 
di  cacio  (5  ottobre  1702). 

Giuseppe  II  giungeva  da  Mantova  a  Godogno,  salutato  dal 
suono  delle  campane.  Era  sceso  dalla  carrozza  alla  Sigola,  e  volle 
attraversare  il  borgo  a  piedi.  Giunto  presso  la  casara  di  Do- 
menico Antonio  Stabilini  (di  famiglia  oriunda  da  Bergamo  e 
qui  da  pochi  anni  pervenuta  volle  entrarvi,  e  fu  profonda  la 
sua  ammirazione  al  cospetto  di  quelle  quattromila  forme,  per 
quei  tempi  caterva  enorme  di  prodotti  e  pei  presenti  modesta. 
Gli  uomini  delle  casare  ebbero  cinque  zecchini  di  mancia 
(5  giugno  1769)26. 

Sedici  anni  dopo  Giuseppe  II ,  era  salutato  in  Milano  da 
parecchi  altri  principi.  Così  capitò  qui  Ferdinando  IV,  re  di 
Napoli,  accompagnato  dall'arciduca  austriaco  Ferdinando.  Con 
gran  pompa  di  seguito  i  due  personaggi  alloggiarono  nel  pa- 
lazzo già  dei  Trivulzi,  visitarono  il  palazzo  Folli  in  contrada 
del  Sole  (via  Ognissanti),  il  soppresso  monastero  delle  Clarisse 
e  il  convento  delle  orsole,  l' orfanotrofio  feminile.  Ma  quello  che 
più  destò  la  curiosità  e  la  meraviglia  di  essi  fu  la  fabbricazione 
del  formaggio  alla  cascina  Bellona  e  la  visita  dei  grandi  depo- 
siti Stabilini,  Lamberti  e  Cibra  (19  luglio  1785);  la  quale  ultima 
casara,  costrutta  a  tre  navate,  era  capace  di  circa  quattro  migliaia 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


359 


di  forme,  ragguardevole  quindi  allora  per  ampiezza  (28  feb- 
braio 1781),  ma  non  certo  come  il  «  caserone  »  —  costrutto 
nelle  vecchie  scuderie  di  casa  Trivulzio,  in  contrada  Galiverta 
(via  Vittorio  Emanuele)  —  il  quale  ne  conteneva  ben  undici 
mila.  Nella  casara  del  Cibra  i  principi  furono  regalati  di  due 
imponenti  forme;  e  si  partirono  ammiranti  ed  ammirati,  quan- 
tunque successivamente  i  casari  nostri  si  avessero  a  batter  l'anca, 
poiché  —  se  delle  visite  auliche  rimasero  iscrizioni  lapidarie 
che  tuttora  si  leggono  e  grande  spanto  di  cronografi  con- 
temporanei —  si  aggravò  pur  troppo  la  ferrea  mano  della  regia, 
aumentando  e  balzelli  e  tariffe. 

Leopoldo  II,  quattro  giorni  prima  di  entrare  solennemente 
in  Milano,  volle  pure  rendersi  contezza  dei  metodi  in  azione 
presso  le  nostrane  fabbriche  di  formaggio  (24  maggio  1791)^ 
ed  il  festeggiato  imperatore  beneficò  Codogno  concedendogli, 
tre  mesi  dopo,  la  fiera  autunnale  che  va  tuttodì  famosa  tra  i 
mercati  europei  (20  agosto). 

Quando  nuovamente  sventolò  la  bandiera  gialla  e  nera  degli 
Absburg  nelle  nostre  terre,  Francesco  I,  alla  vigilia  di  entrare 
nella  metropoli  lombarda,  scendeva  inchinato  dal  clero  e  dai 
magistrati  a  visitare  le  casare  Stabilini  (30  dicembre  18 15); 
cui  rivide  prima  del  suo  secondo  ingresso  in  Milano,  dove  a 
suo  onore  s'era  eretto  l'arco  di  porta  Comasina  (maggio  1825); 
e  qui,  giunto  da  Cavacurta  mentre  era  atteso  da  Maleo,  fu  fe- 
steggiatissimo  in  casa  di  Luigi  Lamberti,  dove  parecchie  fan- 
ciulle vestite  di  bianco  lo  presentarono  di  fiori. 

E  fra  gli  adveni  illustri  citiamo  ancora  Maria  Luisa  d'Austria, 
vedova  di  Napoleone  I  e  principessa  sovrana  di  Parma,  Piacenza 
e  Guastalla.  Costei,  mentre  durava  più  che  mai  la  luna  di  miele 
fra  il  reame  lombardo  veneto  ed  il  suo  ducato  (tanto  più  es- 
sendo essa  figlia  di  Francesco  I),  varcò  ripetutamente  il  Po, 
appassionata  spettatrice  di  tutto  il  processo  produttivo  dei  no- 
strali «  casoni  »  del  Caselnuovo  (1834);  e  così  se  ne  compiacque 
che  sulle  amene  pendici  della  Baganza  —  dove  aveva  fatto  un 
piccolo  Eliso  della  villa  ducale  di  Sala  —  eresse  presso  al  casino 
dei  Boschi  una  casara  ad  imitazione  delle  lombarde,  riducendone 
a  prato  irriguo  i  fondi  circostanti,  e  raccogliendovi  una  «  ber— 


36o 


GbDOGNO  È  IL  sub  TERRITORIO 


gamina  »  celebrata  e  probabilmente  continuata  tuttora  dai  li- 
gustici marchesi  di  Carrega,  principi  di  Lucedio,  oggi  proprietari 
del  luogo. 

Così,  a  mezzo  secolo  di  distanza,  l'austriaca  di  Parma  imitava 
la  prozia  austriaca  di  Parigi,  l'infelice  Maria  Antonietta;  che, 
giovanetta  delfina,  aveva  arcadicamente  contribuito  al  risveglio 
della  vita  rurale,  vestita  coi  figurini  di  Watteau,  mungendo 
in  argentee  coppe  le  bianche  mucche  di  Versailles  e  del  Trianon. 

Oggi  Codogno  continua  gli  antichi  suoi  fasti;  e  si  può  dire 
che  questa  industria  capitale  si  svolge  regolarmente  a  fasi,  a 
norma  delle  stagioni.  A  san  Giorgio  (23  aprile)  si  stipulano  o 
si  rinnovano  i  contratti  fra  proprietari  e  produttori,  fra  ditte  e 
consumatori  per  la  provvista  del  latte  e  dei  latticini;  e  la  spe- 
dizione per  l'Italia,  per  l'Europa,  pel  mondo  continua  ininter- 
rotta. La  Svizzera,  la  Francia,  l'Olanda  e  l'Inghilterra  —  forti 
delle  ultime  invenzioni  meccaniche  e  di  potenti  capitali  —  go- 
dono di  condizioni  elette  sul  mercato  internazionale  del  cacio; 
ma  le  loro  sono  qualità  «  specializzate  » ,  e  quindi  per  la 
maggior  parte  voluttuarie;  là  dove  tra  noi  si  fa  il  vero  «  arti- 
colo di  necessità  ». 

E  cogli  ottimi  pani  di  burro  e  coi  nostrani  caciocavalli 
—  la  cui  produzione  fu  qui  trasportata  dai  dolci  paesi  del 
mezzodì  italiano  —  il  nostro  formaggio  trionfalmente  è  spinto 
dall'iniziativa  codognese  fino  oltre  alle  Cordillere  americane  ed 
alle  foreste  i  cui  rami  si  stesero  pii  sul  capo  di  Brahma.  Ed  è 
questo  un  onore  per  quella  legione  di  volenti  che  lo  producono, 
in  questi  tempi  in  cui  anche  agrariamente  tutto  si  riduce  a 
regole  ed  a  programmi,  ma  tutto  decade,  si  sgretola  e  si  spezza. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


NOTE  AL  CAPO  XXXI. 

^  Marco  Formentini  -  //  ducato  di  Milano. 

^  Carlo  Denina  -  Delle  rivoluzioni  d' Italia. 

^  Cesare  Cantù  -  Storia  degli  italiafti. 

*  Cesare  Cantù  -  Scorsa  agli  archivi  di  Firenze. , 

^  Matazone  da  Calignano  -  Nativitas  rusticoruni. 

^  Luigi  Alberto  Gandini  -  Sulla  tavola ,  cucina  e  cantina  della  corte 
di  Ferrara  nel  quattrocento. 

'  Archivio  storico  per  le  Provincie  parmensi. 

^  Non  sembra,  infatti,  che  il  sopranome  di  Moro  pervenisse  allo  Sforza 
dalla  tinta  bruna  del  suo  volto,  come  molti  asserirono;  chè  anzi  Paolo 
Giovio,  suo  contemporaneo  e  alto  dignitario,  nel  Dialogo  delle  imprese 
lo  dice  in  viso  di  carnagione  bianca  e  pallida. 

^  Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno. 

^"Francesco  Gagnola  e  Giovanni  Kg^^\aa  -  Regime  de  IV  Adda  7iei 
suoi  rapporti  colla  Muzza  e  colle  altre  derivazioni  dal  fiume.  Dalla  quale 
opera  —  ora  in  corso  di  stampa  —  ci  piace  rilevare  qualche  dato  relativo 
alla  subbietta  materia: 

La  citata  descrizione  dello  stato  della  Muzza  nel  1498  dà  in  numero  di 
ottantatre  le  bocche  esistenti;  cinquanta  delle  quali  mantengono  la  deno- 
minazione di  luoghi,  prova  del  loro  inizio  per  opera  delle  communanticu 
rurali,  tuttavia  rispettose  delle  prescrizioni  statutarie  al  riguardo  delle 
proporzioni  e  competenze  anche  di  costruzione;  le  bocche  di  signoria  feu- 
dale od  ecclesiastica  negligono,  per  contrario,  le  norme  sancite.  Fra  esse  si 
ritrovano  i  bocchelli  di  Erasmo  e  Renato  Trivulzi,  e  dell'  abazia  del  Corno 
e  di  Erasmo  Trivulzio,  la  Cotta  Bagia  dei  Borromei,  il  bocchello  di  Gio- 
vanni Trivulzio,  la  Crivella  di  Renato  Trivulzio,  la  Fratta  Ospitaletta; 
alcune  delle  quali  «  si  spingono  sotto  il  fondo  della  Muzza  in  modo  scan- 
daloso, hanno  speroni  e  dighe  affatto  anormali  e  rovescianti  qualsiasi  con- 
cetto di  regime  di  canale  distributore  »,  e  le  altre  sono  «  costrutte  in 
modo  da  conculcare  ogni  e  qualsiasi  norma  tecnica  di  erogazione  in  canale 
\  ad  interesse  comune  del  territorio  intéro  di  una  provincia,  di  tutto  un 
consorzio  di  utenti  ». 


362 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Antonio  Trivulzio  —  vescovo  d' Asti,  poi  di  Piacenza  —  aprì  la  Codogna 
nella  prima  parte  di  Muzza  con  bocca  così  enorme  ch'ebbe  nome  Regina 
(1510),  danneggiando  grandemente  l'alto  e  medio  Lodigiano.  Da  essa 
scendono  ben  venti  roggie:  il  Buco  della  Fola,  il  Bocchello  Mongattino; 
la  Nuova  coi  rami  Mazzone  e  Cavacurta;  la  Bagola;  la  Cancelliera  Figlio- 
dona  (che  trae  certo  nome  da  Danese)  ;  la  Bocca  Cazzaniga  ;  la  Codognina 
coi  rami  Schiappetta ,  Caselnuovo ,  Gazza ,  Poveri ,  Reghinera ,  Sant'  Iorio  y 
Madonna,  Bignama;  la  Badessa  Priora  divisa  in  Badessa  e  Priora;  la 
Moientina;  la  Vecchia;  la  Molina.  Dipendono  pure  dalla  Codogna:  la  Ga- 
sala ;  la  Guardalobbia  coi  suoi  rami  Battaina,  Fossadazzo  e  Lupa,  la  roggia 
di  San  Fiorano  e  quella  di  Fombio.  La  Cavallera  Crivella  fu  pur  levata 
dai  Trivulzi ,  ed  essa  forma  le  ampie  roggie  :  Barna  Bonona ,  Gareggia  y. 
Trivulza,  Grazzanella,  Terenzana,  Rometta,  Terranova,  Tesoro,  Faruffina 
e  Trecca. 

Una  descrizione  fatta  dal  magistrato  delle  entrate  straordinarie  di  Mi- 
lano nel  1634  considera  la  roggia  di  Castione  derivata  dalla  Muzza,  come 
canale  distributore. 

"  Renato  o  Ranieri  Trivulzio  —  figlio  di  Antoniolo  e  capostipite  dei 
signori  di  Formigara  —  curò  sollecitamente  la  bonifica  delle  proprie  terre, 
come  del  resto  i  suoi  congiunti  coevali,  che  dalle  illecite  ragioni  fattesi 
sulla  Muzza,  erano  i  meglio  serviti  nei  propri  latifondi.  Gon  Renato  Tri- 
vulzio pattuiva  il  comune  di  Codogno  ch'egli  a  sue  spese  restaurasse  il 
cavo  Badessa,  rimanendo  condomino  della  roggia  medesima  (1493).  Anche 
Catalano  Trivulzio  è  ricordato  nel  nostro  capo  XXXVI  a  questo  riguardo. 

"  Archivi  comunale  e  parochiale  di  Codogno. 

Alessandro  Riccardi  rilevò  dalla  carta  bolzoniana  (1588)  che  la  bassa 
del  Po  era  percorsa  da  tre  colatori  paralleli  al  gran  fiume  ed  in  esso 
sboccanti.  Il  primo  colatore  serviva  di  sfogo  al  lago  Barili,  di  cui  però  in 
quel  tempo  restavano  solo  alcune  paludi  alla  regona  di  San  Fiorano. 

Il  nome  di  Guardalobbia  si  rinviene  sovente  negli  atti  medievali  del 
nostro  territorio ,  di  cui  vari  luoghi ,  argini  od  acque ,  così  si  chiamarono. 

Francesco  Zambaldi  -  Dizioìiario  etimologico  italiano.  Lo  stesso  Zam- 
baldi  trova  che  «  burro  »  è  contratto  di  «  butiro  »,  parola  forse  scitica 
alterata  nel  composto  greco  ^^jvrvpoy,  che  indica  cacio  bovino. 

^®  Sulla  denominazione  di  «  parmigiano  »  data  al  nostrale  formaggio, 
interloquirono  di  recente,  ed  anche  in  modo  vivace,  le  camere  di  com- 
mercio di  Milano,  di  Lodi  e  di  Parma.  A  proposito  di  una  sentenza  pro- 
nunciata in  sede  d'appello  da  un  tribunale  lombardo  (1897)  non  mancarono 
egregi  scrittori  d'agraria  di  interessarsi  alla  questione,  rilevando  vittorio- 
samente la  ragione  storica  che  fece  attribuire  nominalmente,  ma  non  già 
sostanzialmente,  allo  stato  parmense  la  priorità  della  produzione  caseina. 
Questo  strano  ed  inveterato  equivoco  —  pel  quale  con  Enrico  Biagini,. 
dotto  barnabita,  ricordiamo  analogicamente  che  alcuni  ancora  ritengono 
parmigiano  il  lodigiano  Fanfulla  —  ci  sembra,  del  resto,  trionfalmente 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


vinto  dalle  osservazioni  fatte  da  Luigi  Cattaneo  in  una  sua  monografia 
sul  caseificio  (1857),  che  già  prima  del  1500  i  prati  irrigatori  necessari 
alla  fabbricazione  del  formaggio  esistevano,  insieme  all'industria,  nel  Lo- 
digiano;  mentre  tutti  sappiamo  che  di  simile  provvida  coltura  non  era 
ancora  fornito  il  territorio  parmense. 

*  ^  Archives  curieuses  de  V  histoire  de  France. 
Leandro  Alberti  -  Descrizione  d' Italia. 

Il  magistrato  fiscale  delle  regie  ducali  entrate  ordinava  nello  stesso 
giorno  la  sospensione  dei  mercati  di  Codogno,  Casalpusterlengo,  Sant'An- 
gelo e  Stradella. 

Archivio  comunale  di  Codogno. 

Archivio  comunale  di  Codogno. 
'^'^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

Monografia  agricolo-statistica  del  circondario  di  Lodi  (1884). 

Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno. 

Archivio  parochiale  di  Codogno. 
^®  Da  sei  anni  era  stato  fatto  il  censimento  ordinato  da  Maria  Teresa,  il 
quale  iniziava  un'era  felice  pel  nostro  suolo  (1760).  A  detta  di  Gian  Ri- 
naldo Carli  dopo  dieci  anni  della  stima  generale  dei  fondi  il  terreno  incolto 
nel  Lodigiano  da  ventitre  mila  pertiche  era  ridotto  a  meno  di  cento. 

Sulla  casara  Polenghi  (già  Stabilini)  in  via  Cremona  si  leggono  le 
seguenti  iscrizioni,  coperte  nei  politici  rivolgimenti  del  1848  e  ridate  alla 
luce  nel  1882: 

lOSEPH.  Il  ROM.  IMP..  AUGUSTUS 
PER  COTTONEUM  TRANSIENS 

CELLAM   HANC  CASEARIAM 
DOMINICI    ANTON.  STABILINI 
RECTA  PER  HOC  OSTIUM 
ACCITIS  ETIAM  ASSECLIS  AULICIS 
SPONTE    AC    LUBENS  INVISIT 

AC  SEMIHORA  LUSTRAVIT 
NONIS    JUN.    AN.  MDCCLXIX 

AN.  MDCCCXV.  Ili  KAL.  JAN. 
IMP.  ET  REX  FRANCISCUS  PIUS  PEL.  AUG. 
HOCCE  CASEALE 
TANTA  SUA  PRAESENTIA 
HONESTAVIT 
CLERICIS  ET  MAGISTRATIBUS 
INIBÌ  ADMISSIONE  ALLOQUIO  EXHILARATIS. 

"^^  Le  maggiori  latterie  lombarde  sono  quelle  dell'  agro  nostro  ;  e  spe- 
cialmente sui  mercati  inglesi  trova  grande  favore  il  metodo  di  burrifica- 
zione coi  fermenti  selezionati,  da  esse  adottato  recentemente. 


CAPO  XXXII. 


Francia  vinta  —  La  reazione  dei  cesarei  —  Retegno  —  Le  contese  dei 
Trivulzi  coi  Bevilacqua  e  cogli  Scoti  —  Un  epilogo  romantico. 


avrebbe  avuto  a  fulcro,  colla  spirituale  alleanza  del  papa,  la 
somma  acquiescenza  dei  principi,  liberati  alla  fine  dall' incubo 
dei  navarrini.  Ma,  prima  ancora  che  lo  cantasse  il  poeta,  spesso 
errava  lo  umano  giudizio;  e  non  erano  ancora  state  divise  le 
spoglie  dei  vinti,  che  già  la  discordia  si  affacciava  a  turbare 
sull'orizzonte  l'aurora  consurgente  dei  trionfatori. 

Clemente  VII  —  che  coli'  imperatore  e  con  Firenze  medicea 
aveva  concluso  un  trattato  nel  quale  si  pattuiva  il  ritorno  degli 
Sforza  alla  ducea  milanese  (25  aprile  1525)  —  capì  tosto  che 
l'aver  data  mano  alla  rovina  dèi  re  cristianissimo  non  lo  sot- 
traeva punto  alla  callida  padronanza  di  Cesare;  e  s'accorse 
d'aver  mutato  in  peggio.  Egli  quindi,  irresoluto,  dubitoso  e 
volubile  di  simpatie  e  di  odi,  venne  in  gran  dispetto  dell'im- 
peratore, da  lui  accusato  di  aver  mancato  agli  impegni  con- 
tratti;  dei  quali  precipuo    pel   papa   il    reintegramento  della 


RA  logico  prevedere  che  subito  dopo  la  battaglia  di 
Pavia  —  d'  onde  escirono  Francia  fiaccata  e  Spagna 
precinta  di  lauri  vittoriosi  —  il  ferreo  braccio  di 
Carlo  V,  statuariamente  proteso  sulla  asservita  Italia, 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO  ,365 


potestà  delle  somme  chiavi  sulle  terre  mal  tolte  dal  re  francese 
al  governo  della  chiesa,  che  vi  vantava  antichissimi  dritti,  ra- 
dicati in  parte  nella  storia  dell'esarcato  di  Ravenna.  Epperò, 
affinchè  non  di  vane  querele  rna  di  fatti  efficaci  si  giovassero 
gli  interessi  della  santa  sede,  Roma,  Firenze  e  Venezia,  stavan 
facendo  causa  comune,  procurando  comporre  la  loro  causa  con 
quella  della  reggente  di  Francia,  pel  figliuolo  di  lei,  prigioniero 
a  Madrid.  Anche  Arrigo  Vili,  non  ancora  dissidente  dai  canoni 
del  cattolicismo,  si  dichiarò  per  la  lega;  ed  a  Milano,  intanto, 
Gerolamo  Morone,  cancelliere  di  Francesco  Sforza  II,  armeg- 
giava nascostamente  per  la  riscossa  effettiva  del  suo  signore, 
che  dopo  la  giornata  di  Pavia  assomigliava  ad  un  interdetto. 

Il  disegno  non  ebbe  buona  fortuna.  Trattavasi  d'eleggere  il 
capo  militare  degli  eserciti  collegati  nell'eventuale  conflitto;  e, 
poiché  si  aveva  ragione  di  credere  che  Francesco  Ferdinando 
d'Avalos,  marchese  di  Pescara,  nell'intimo  dell'animo  non  fosse 
più  devoto  di  Carlo  V,  il  Morone,  che  gli  aveva  confidato 
i  preliminari  della  lega,  con  lui  recavasi  a  conferire  in  Novara. 
Quivi  l'attendeva  il  tradimento,  chè  Antonio  de  Leyva,  invisi- 
bile ma  procurato  teste  delle  rivelazioni  sediziose,  faceva  pri- 
gione il  cancelliere  sforzesco  (15  ottobre  1525),  che  si  riscattò, 
dopo  tormentosa  prigionia,  in  parte  per  denaro,  dalla  condanna 
capitale,  e  da  allora  potè  considerarsi  civilmente  morto. 

...  * 

Conseguenza  inevitabile  della  svelata  congiura  fu  lo  sbaraglio 
della  causa  sforzesca;  e  —  mentre  il  popolo  milanese,  con  in- 
trepide sommosse,  fa  scontare  terribilmente  coli' armi  le  vessa- 
zioni dei  comandanti  spagnuoli  e  dei  loro  sudici  bisogni  pieni 
di  cupidigia  e  di  peccata  —  Francesco  Sforza  sta  per  ben  otto 
mesi  strettamente  ossidionato  nel  castello  di  porta  Giovia,  fino 
a  che,  malato  e  triste,  è  costretto  ad  escirne,  dopo  aver  con- 
cluso col  duca  Carlo  di  Borbone  un  compromesso,  pel  quale 
egli  è  tutto  alla  mercè  della  maestà  imperiale  (24  luglio  1526). 

Nel  frattempo  le  vicende  guerresche  alto  suonavano  per  le 
nostre  regioni;  ed  è  naturale  che  di  infiniti  episodi  di  danni  e 
di  rovine  dovessero  essere  il  campo  le  contermini  terre.  Attra- 
verso i  lugubri  incendi,  le  devastazioni  feroci,  i  morbi  spaven- 
tosi, le  fami  implacabili,  passano  pel  nostro  territorio  sui  loro 


366 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


cavalli  di  battaglia  Fabrizio  Maramaldo,  a  cui  Ludovico  Vistarino 
toglie  Lodi  stremata;  e  Giovanni  Medici,  che  allinea  le  sue 
celebri  bande  nere;  ed  il  titubante  Francesco  Maria,  duca  d'Ur- 
bino, che -mal  si  attenta  ad  appiccar  zuffa  coi  borboneschi. 

E  ormai  cosa  troppo  vessata  di  accuse  e  di  difese  il  contegno 
del  re  di  Francia  dopo  il  trattato  di  Madrid  (17  gennaio  1526), 
pel  quale  il  ducato  di  Milano,  Genova,  Napoli  e  le  Fiandre 
eran  fatti  provincie  spagnole;  ma  —  pur  ricordando  il  «  non 
eadem  cetas  »,  gran  vero  per  chi  interroghi  le  misteriose  madri 
della  storia  —  qui  si  sfata  del  tutto  la  leggenda  cavalleresca 
onde  si  volle  redimita  la  calva  fronte  del  figliuolo  di  Luisa  di 
Savoia. 

Egli,  contro  il  giudizio  dell'universale,  lacera  i  patti  quattro 
mesi  prima  sottoscritti  con  Carlo  V,  e  si  collega  in  Cognac  col 
papa,  coi  veneziani,  coi  fiorentini  e  coi  rappresentanti  di  Fran- 
cesco Sforza,  tuttora  assediato  nel  castello  milanese  (17  maggio). 
Così  si  riaccende  la  guerra,  si  acuiscono  le  ire,  e  fra  trambusti 
e  violenze  e  flagelli  si  prepara  pei  nostri  un  anno  dei  più  orri- 
bilmente contristati  da  ruine  e  da  stragi  di  pesti  e  di  guerre. 
In  quell'anno  Carlo  di  Borbone  doveva  oscurare  la  infamia 
degli  Alarici  e  dei  Totila,  saccheggiando  ed  ardendo  Roma; 
che,  pure  allora  baciata  in  fronte  dal  più  vivido  e  puro  sole 
dell'  arte  rinascente,  vedeva  farlesi  notte  innanzi  sera,  nel  cruento 
crepuscolo  del  suo  storico  sacco  (1527). 

Un  episodio  di  quelle  atroci  calamità  fu  la  scaramuccia  con- 
tinuata fra  i  Trivulzi  ed  i  Bevilacqua,  posti  di  fronte,  più  che 
dagli  espedienti  comuni  della  politica,  da  ragioni  domestiche, 
come  vedremo  a  suo  luogo.  Ercole  Bevilacqua,  conte  di  Macca- 
storna  e  dei  due  Corni,  uomo  d'animo  vigoroso,  libero  dai 
servigi  militari  col  duca  d' Este ,  abbandonava  la  republica  di 
S.  Marco  per  rimanere  imperiale  ;  e  con  settanta  lancie  spezzate 
da  lui  stipendiate,  cacciava  di  Maccastorna  gli  uomini  di  Gian 
Fermo  Trivulzio,  secondo  il  genio  della  propria  famiglia  parti- 
g"iano  di  Francia.  Il  conte  Ercole,  uomo  di  magnificenza  incom- 
parabile —   come  dice   il   suo   cenotafio  in  S.   Francesco  di 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Ferrara  —  nel  suo  propug^nacolo  dell'avita  possanza  sulle  rive 
dell'Adda  ospitava  con  isplendor  principesco  i  capitani  cesarei 
•€  le  loro  schiere;  e,  pretendendo  uno  di  costoro,  nella  sua  esosa 
burbanza  castigliana,  di  avere  il  comando  della  rocca,  Ercole 
improvvisò  una  mischia  ;  e,  massacrati  alcuni  avversi,  altri  fattine 
prigioni,  questi  lasciò  liberi  sotto  condizione  che  escisser  dal 
-castello  curvi  sotto  la  sua  saracinesca,  mentre  egli,  armato  di 
uno  spadone,  stette  fermo  a  quella  nuova  forca  di  Gaudio  come 
ad  aggradire  in  omaggio  la  forzata  riverenza  dei  vinti. 

Non  potè,  però,  egli  mantenere  più  di  tre  mesi  Maccastorna  ; 
chè  Lodi  e  Cremona  caddero  nell'estate  ai  nemici  collegati  e 
sopravvenienti,  così  che  dovette  rifugiarsi  a  Ferrara^. 

Era  sceso  dai  gioghi  delle  alpi  Rezie  quel  terribile  Giorgio 
Frandsperg  che,  stranamente  commescendo  il  suo  sdegno  lute- 
rano colla  libidine  del  denaro,  alla  testa  della  bordaglia  tirolese 
«  tedesca,  impugnava  due  simbolici  lacci,  d'argento  l'uno  per 
strozzare  i  cardinali ,  aureo  l' altro  per  appiccare  il  papa.  L' im- 
presa agglomerò  da  prima  quelle  spaventevoli  orde  di  contro 
alla  pontificia  Piacenza;  ma  il  fato  ineluttabile  strappava  poi 
dal  nostro  suolo,  quasi  per  misteriosa  energia,  le  tende  di  quei 
ribaldi,  spinti  a  tumulto  alla  volta  della  città  eterna. 

Non  per  questo  le  primordiali  imprese  loro  furon  poco  feroci  ; 
e  non  furon  da  meno  degli  spietati  montani  del  Voralberg  1 
vec<:hi  lanzi  nel  calar  di  spadoni,  nel  puntar  d' alabarde,  durante 
i  saccheggi  e  gli  stupri;  mentre  gli  spagnoli,  a  cui  il  campo 
non  aperto  sopprimeva  il  bisogno  di  affondar  l'archibuso  sulla 
forcina,  sotto  lo  sventolante  drappo  giallo  e  rosso,  davansi  alla 
preda  ed  alla  rapina,  inaugurando  quella  fama  di  furatori  la 
quale  arricchì  il  patrimonio  proverbiale  del  nostro  paese,  nelle 
memorie  di  quei  suoi  soverchiatori  forestieri. 

Trecento  bisogni  varcarono  il  Po,  se  ne  vennero  a  Godogno 
e  lo  saccheggiarono  ;  rifornirono  e  soccorsero  Pizzighettone  as- 
sediato, tornando  poi  a  ricongiungersi  con  altri  dei  loro  a 
San  Nicolò  ^.  Quel  bestiale  esercito  —  per  usare  le  parole  del 
Poggiali  ^  —  rimasto  inoperoso  prima  di  avviarsi  al  sacco  di 
Roma,  si  muoveva  dai  campi  piacentini  in  numero  di  venti 
^  mila  tedeschi,  otto  mila  spagnoli  e  tre  mila  italiani  (22  feb- 


368 


CQDOGNO  E  IL  SUO  ,  TER-RITORIO 


braio  1527),  cui  per  via  si  aggiunse  la  schiuma  dei  malviventi 
e  dei  ladroni  fuorusciti  delle  regioni  attraversate. 

E  questo  l'ultimo  episodio  di  grande  guerra  guerreggiata  fra 
potenza  e  potenza  il  quale  si  svolga  in  terra  nostra.  Per  gli 
accordi  di  Bologna  Carlo  V  confermava  allo  Sforza  il  ducato 
milanese  (2  gennaio  1530);  ma,  morto  improle  il  duca  (i  no- 
vembre 1535),  ordinava  ad  Antonio  de  Leyva  di  occupar  tosto 
Milano;  nè  valsero  a  toglierla  «  a  Castiglia  ed  a  Leone  »  le 
richieste  del  re  francese,  e  le  istanze  del  marchese  di  Caravaggio 
Gian  Paolo,  naturale  di  Ludovico  il  Moro,  e  morto  mentre 
si  accingeva  a  valicar  l'Appennino  per  impetrare  il  riconosci- 
mento alla  successione.  Carlo  V  delegò  il  cardinale  Marino  Ca- 
racciolo al  governo  di  Milano  (ottobre  1536),  e  da  allora  Spagna 
dilagò  per  tutta  Italia.  Nei  tempi  successivi  soltanto  qualche 
burrascoso  ma  isolato  gurgite  qua  e  là  sommosse  gli  spiriti  ; 
ma  l'onda  calma,  lenta,  greve  pesò  come  un  incubo  funereo  su 
tutta  la  civiltà  italiana  di  quasi  due  secoli. 

Venute  meno  le  contese  per  via  d'armi  contro  imprese  di 
stranieri  ormai  qui  riassisisi,  il  fenomeno  litigioso  in  più  brevi 
proporzioni  si  rinnova  tra  l' una  e  l' altra  gente  di  contermine 
feudo,  ed  in  guisa  speciale  fra  quelle  casate  potenti,  che  sono 
attigue  a  diverso  dominio  politico.  Non  più  ragion  d'arme  com- 
battuta dallo  esercito  di  un  re  contro  quello  di  un  altro;  ma 
fazioni,  scorribande  badalucchi  sulla  lunga  del  Po,  da  feudatario 
a  feudatario,  a  seconda  della  sovranità  da  essi  seguita^  e  fo- 
mentata da  quel  vivo  sentimento  di  «  campanilismo  »  che  anche 
in  tempi  pacifici  è  vieppiù  eccitato  dalle  diffidenze,  dai  sospetti 
e  dai  dispetti  vicendevoli. 

La  possanza  trivultina  s'era  venuta  fortificando  ed  estendendo 
durante  il  dominio  francese;  colla  lega  di  Francia  e  degli  sfor- 
zeschi e  colle  paci  susseguite,  essa  si  rassodò  meglio,  per 
l'abrogazione  delle  confische  che  l'aggravavano.  Allo  incremento 
di  Codogno  i  suoi  feudatari  sentono  il  bisogno  di  una  maggiore 
espansione  coi  subbietti,  e  qui  edificano  un  vasto  palazzo  (1493), 
di  cui  presentemente  si  può  avere  un'idea,  riassumendo  collo 
sguardo  l' area  occupata  da  quell'  edificio,  e  limitata  dalle  odierne 
vie  Trivulzio,   Ognissanti,   Cavour,   Vittorio   Emanuele  e  lato 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


meridionale  della  piazza  Municipio.  Dopo  la  venuta  in  Italia  di 
Luigi  XII  (1499),  Cavacurta,  Gera  col  suo  porto  (1501),  il 
marchesato  di  Maleo,  Larderà,  il  marchesato  di  Pizzighettone 
(15 15),  sotto  l'egida  della  corona  di  Francia  erano  uniti  a  gloria 
ed  a  potenza  dei  Trivulzio,  ad  onta  specialmente  dei  Bevilacqua. 
E  tendendo  quelli  ad  esampliare  assiduamente  i  propri  domini, 
si  trovarono  per  legge  dinamica  accampata  contro  un'altra  forte 
ed  audace  stirpe,  gli  Scoti  di  Fombio. 

Non  vogliamo  esagerare  dicendo  che  costoro,  colla  loro  per- 
manenza padronale  in  terra  che  non  era  la  propria  d'origine, 
figurassero  pei  Trivulzi  quella  minaccia  e  quel  pericolo  che 
oggi,  mutati  sentimenti  e  società,  danno  carattere  di  oppressione 
ai  conquistatori  di  terre  strappate  da  interesse  politico  alla  culla 
naturale.  Certo  è  che  le  condizioni  di  lotta  sorte  e  lungamente 
persistenti  per  la  terra  di  Retegno  fra  i  prominenti  piacentini 
e  quelli  milanesi,  per  questi  almeno  si  presentavano  larveggiate 
di  quei  caratteri  specifici  che  hanno  creato  il  moderno  «  irre- 
dentismo ». 

Retegno,  vicin  di  Codogno,  vanterebbe  —  secondo  il  Gol- 
daniga  —  una  di  quelle  etimologie  che  soglionsi  dire  parlanti; 
perocché  il  suo  appellativo  deriverebbe  dal  copioso  numero  di 
reti  da  pesca  che  vi  si  usavano;  e  non  ci  pare  assolutamente 
condannevole  l'induttivo  asserto,  poiché  pel  corso  dei  secoli 
— •  specialmente  quando  non  era  ancora  prosciugato  il  lago 
Barili  —  ed  anche  oggidì,  l'industria  piscatoria  nell'acque  e 
nei  coli  del  Po  é  tutta  cosa  di  quegli  incoli. 

Discussero  vivamente  e  storici  e  cronisti  sulla  peculiare  fi- 
sionomia sociale  e  politica  della  terricciuola  ;  essa  —  segnando 
come  colonna  terminale  i  limiti  estremi  dello  stato  milanese  — 
dovette  dividere  con  altre  borgate  sparse  nelle  regioni  italiche 
la  caratteristica  non  invidiabile  d' essere  ospizio  normale  a  gente 
in  rottura  di  bando,  la  quale  vi  confuggiva  a  salvezza,  tenendovi 
d'occhio  il  non  dolce  loco  natio  e  sopra  di  esso  continuando 
le  mal  cominciate  imprese.  Non  é  a  dire  se  questo  diritto  d'asilo, 
per  tacito  consenso  riconosciuto  dalle  finitime  terre,  volgesse 
al  peggio  le  condizioni  morali  degli  abitanti  ;  su  quel  suolo  at- 
tecchì, felicemente  assecondata,  la  trista  pianta  del  vizio,  ed  in 
Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  /,  24. 


370 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ispecial  modo  allora  che  nel  periodo  spagnolesco  le  fonti  sviate 
dell'ordine  facevano  vergognare  la  giustizia,  crudele  ma  pure 
sempre  impotente. 

Isella  qual  cosa  impensieriti  i  maggiorenti  di  Codogno  e  di 
Lodi,  coavennero  per  istromento  sulla  reciprocità  dei  loro  di- 
ritti e  doveri  quanto  alla  giurisdizione  civile  e  penale  della  città 
e  del  borgo  (25  aprile  1695);  ed  è  specialmente  notato  nel 
documento  che  «  il  borgo  (Codogno)  è  immediatamente  confi- 
nante col  Piacentino  e  con  Rettegno  che  si  dice  Imperiale,  e 
poco  discosto  dal  Cremasco  (di  signoria  veneta),  onde  quel 
contorno  abbonda  di  malviventi  e  di  ladri  per  li  quali  spesso 
bisogna  toccare  campana  martello  e  nelle  notti  lunghe  della 
vernata  invadono  a  torme  la  terra  ».  E  codesta  genia  di  taglia- 
cantoni  trovavano  pure  un  refugio  nelle  boscaglie  del  Brembiolo, 
prossime  alla  strada  Emilia*,  ch'era  comodo  campo  alle  loro 
nefande  gesta  ^. 

Seguendo  il  tratto  storico  di  Retegno,  se  volessimo  deter- 
minare con  .precisione  come,  o  per  la  perduta  libertà  o  per  la 
spontanea  dedizione  esso  di  libero  si  facesse  sommesso,  do- 
vremmo entrare  in  malagevole  via.  Emerge  però  indubbio  che 
il  luogo  nel  1537  obbediva  a  Milano;  chè  il  diligente  Lorenzo 
Monti  riporta  da  Carlo  Maria  Maggi  ^  come  già  in  detto  anno 
il  senato  milanese  spediva  al  legato  apostolico  reggente  Piacenza 
—  il  cardinale  Giovanni  Monti,  poi  papa  Giulio  III  —  un  suo 
giudice  fiscale,  in  persona  di  Giovanni  Giussano,  nello  intento 
di  risolvere  il  rappresentante  del  pontefice  a  non  turbar  meno- 
mamente la  giurisdizione  su  Retegno  e  su  Bettola  (caseggiato 
verso  la  Battaina,  ora  non  più  esistente)  «  quali  appartenenti 
a  questo  dominio  ».  Due  anni  dopo,  però,  Retegno  par  che 
mutasse  signoria,  e  Cristoforo  Poggiali  assegna  infatti  al  1539 
la  tragica  causa  agitatasi  per  quella  villa. 

Della  cronaca  che  segue  —  cronaca  di  delitto  —  Gian  Fermo 
Trivulzio,  signor  di  Codogno,  compare  precipuo  fattore. 

Egli,  figlio  di  Giorgio  e  di  Susanna  Borri,  seguendo  come 
tutti  i  suoi  maggiori  le  parti  di  Francia,  ne  fu  preposto  alle 
condotte  di  cavalleria;  ed  a  Melzo,  assalito  dal  Pescara,  fu  con 
Gerolamo  suo  zio,  negligente  custode  della  rocca,  fatto  prigio- 


NELLA  CRONACA  È  NELLA  STORIA 


Gian  Fermo  Trivulzio  L 


niero  (1524).  Lo  riscattò  il  conte  Alessandro  Benvenuti  di  Crema, 
e  quando  Sforza  e  Francia  collegaronsi  in  causa  comune,  Gian 
Fermo  rifece  gradatamente  gli  aviti  possessi  già  confiscatigli. 

Sotto  Carlo  V,  nuovo  padrone 
del  Milanese,  il  Trivulzio  signoreg- 
giò in  patria,  pure  ripetutamente 
insignito  di  onori  e  di  incarichi 
egregi.  Sua  prima  moglie  fu  Bianca 
Gavazzo  della  Somaglia  del  conte 
Gerolamo;  ma,  venutagli  meno  nel- 
l'anno stesso  di  sue  nozze  (1529), 
r  anno  dopo  egli  si  sposò  a  Ca- 
terina dei  Laudi,  la  figliuola  del 
conte  Marco  Antonio,  per  pregi 
e  virtù  celebrata  dal  piacentino  Ludovico  Domenichi  nella  No- 
biltà delle  dame. 

Poiché  sembra  accertata  la  preminenza  di  Fombio  su  Retegno, 
e  quindi  di  Piacenza,  così  Gerolamo,  Ludovico,  Giacomo  e 
Galeazzo  detto  Busino  Scoti  lo  reggevano,  feudatari  investiti; 
e  di  essi  Gian  Fermo,  signore  eli  Codogno,  si  trovò  tosto 
acerrimo  avversario. 

Non  mancava  che  un  pretesto  allo  scoppio  dello  sdegno,  ed 
il  Trivulzio,  astuto  mascheratore  dei  suoi  propositi,  lo  trasse 
da  una  pretesa  violazione  di  dritti  fiscali  cui  egli  attribuivasi. 
Gli  parve  che  quei  di  Retegno,  usando  per  loro  necessità  del 
sale  piacentino,  offendessero  le  sue  prerogative  ;  il  perchè  risolse 
di  iniziare  le  offese. 

Guidato  da  un  Filippo  Zolioli  da  Castione,  anima  dannata 
del  Trivulzio,  un  manipolo  di  bravi  procede  notturno  per  Re- 
tegno; d'un  tratto  scorgono  un  viandante;  e,  riconosciutolo  pel 
postaro  del  sale  di  Piacenza,  lo  freddano.  All'indomani  l'omi- 
cidio mette  sottosopra  il  luogo  ;  si  trasporta  a  Codogno  la  salma 
e  vi  si  seppellisce;  il  pretore  feudale  codognese  incomincia  T in- 
quisizione; a  sua  volta  interviene  la  curia  piacentina  per  ragione 
di  territorio  ;  ma,  intanto  che  si  svolge  in  contradittorio  questo 
conflitto  di  giurisdizione,  violenze  si  oppongono  a  violenze.  I 
giudici  d'oltre  Po  perseguono  di  sequestri  le  case  dei  presunti 


372 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


colpevoli  ed  arrestano  lo  Zolioli,  fra  gli  altri,  sì  che  per  ferite 
egli  muore,  mentre  in  ceppi  è  trasferito  a  Piacenza;  e  quei  di 
Codogno,  giovati  dagli  uomini  del  Trivulzio,  fugano  i  piacentini, 
che  si  ritraggono  sotto  un  turbine  d'improperi. 

Tra  i  contendenti  il  sangue  si  fa  grosso.  Dalle  congiure  ven- 
tilate nei  trivi  e  nelle  taverne  si  passa  presto  alle  rappresaglie 
meditate  nei  fastosi  palazzi  ;  tanto  più  che  la  spagnolesca  e 
sonnolenta  autorità  del  senato  milanese  non  sa  o  non  vuole 
deliberare  francamente  per  troncare  quelle  bizze  sanguinose.  Ci 
pensano,  necessariamente,  gli  Scoti  ;  ed  un  Gherardino  Labadino 
di  Retegno  —  forse  quel  medesimo  che  il  cronista  Villa  ^  qua- 
lifica «  uno  malefactore  de  dicto  loco  »  —  è  dagli  scoteschi 
barbaramente  appiccato  ai  merli  del  castellare  di  Fombio,  quasi 
a  sanzionare  i  dritti  di  alta  giustizia  nei  signori  del  luogo. 

Questo  fatto  rompe  ogni  ritegno  nel  bollente  Gian  Fermo; 
il  quale,  fiancheggiato  dal  bargello  e  da  uomini  armati,  di  notte 
assalta  Fombio.  La  rocca  è  deserta;  gli  assalitori  irrompono, 
uccidono,  spogliano,  violano,  ardono,  e  per  ben  dodici  mila 
scudi  involano  di  preziosi  e  d'armi  (settembre  1539). 

Ma  questa  è  una  sosta  sulla  via  dell'  eccidio  ;  quei  feroci 
procedono  per  Guardamiglio ,  ed  ivi  rinnovano  il  sacco.  Non  si 
possono  però  impadronire  di  alcuno  degli  Scoti,  poiché  il  conte 
Paride  (il  solo  di  sua  famiglia  che  vi  si  trova),  è  appena  in 
tempo  di  salvarsi  fuggendo. 

Proprio  a  Guardamiglio  gli  uomini  del  Trivulzio  incontrano 
il  legato  pontificio  che  da  Piacenza  s'è  mosso  per  arrestare 
quella  turba  senza  legge.  Non  piegano  essi  alle  querimonie  del 
prelato,  ed  anzi  —  secondo  si  trova  narrato  —  lo  beffeggiano 
e  lo  portano  prigioniero  a  Pizzighettone,  ma  lo  rilasciano  tosto. 
Il  pontefice,  sdegnato,  dichiara  Gian  Fermo  colpevole  di  per- 
duellione, bandito  dalla  chiesa  e  dallo  stato,  incorso  nella  cen- 
sura e  nella  confisca  dei  feudi  di  Pontenure,  sul  Piacentino,  e 
quindi  in  terra  della  chiesa. 

Queste,  rapidamente  corse,  furon  le  fasi  dell'acre  contesa.  L'epi- 
logo di  essa  ha  tutti  quegli  elementi  che  farebbero  la  fortuna 
di  un  romanzo  o  di  un  dramma  a  fondo  storico. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


373 


Nel  dicembre  dello  stesso  anno  Venezia  festeggiava  colle  sue 
pompe  fascinatrici  l'arrivo  sulla  laguna  dell'ambasciatore  di 
Carlo  V,  marchese  del  Vasto,  e  di  quello  di  Francesco  I,  ma- 
resciallo di  Annebaut.  Entrambi,  seguiti  da  illustre  corteggio, 
avevan  mandato  di  persuadere  alla  Serenissima  di  non  stipular 
pace  col  turco.  Il  conte  Gian  Fermo  Trivulzio  —  ora  tutto  di 
Spagna  —  stava  allato  del  marchese  del  Vasto,  che  della  sua 
compagnia  gli  aveva  fatta  speciale  richiesta.  A  loro  volta  vi 
si  trovarono  gli  Scoti,  vuoi  per  sollazzarsi  nella  magica  città, 
vuoi  per  consultarsi  sull'invio  di  un  cartello  di  sfida  al  Trivulzio 
con  gentiluomini  di  Ferrara,  allora  la  più  fiorita  delle  italiche 
corti  per  leggi  e  dettami  cavallereschi. 

Frattanto  viaggiava  alla  volta  di  Venezia  una  lettera  che  Ca- 
terina Laudi  aveva  ricevuta  da  persone  di  Piacenza,  ed  in  cui 
si  diceva  che  gli  Scoti  disegnavano  toglier  di  vita  per  agguato, 
sulle  lagune,  il  signor  di  Codogno.  Questi  ebbe  buon  argo- 
mento per  indurre  gravi  sospetti  sul  proposito  dei  conti  di 
Fombio,  nell'animo  del  marchese  del  Vasto;  il  quale  divampò 
d'ira,  perchè  troppo  cara  aveva  dimostrato  d'avere  la  compagnia 
del  Trivulzio.  Gli  Scoti  tosto  capirono  d'essere  mal  sicuri;  ma, 
non  credendo  il  pericolo  così  imminente,  partirono  di  Venezia 
senza  cautele,  e  con  soli  otto  uomini  di  scorta. 

Lor  tenner  dietro  Gian  Fermo  e  venti  ben  armati  al  suo 
soldo,  fra  i  quali  Filippo  Fregoso  ;  e  quando  gli  inseguiti  furon 
nella  foce  del  Po,  vicino  a  Ferrara,  vennero  assaliti  a  colpi  di 
archibugio  e  di  stile.  I  fratelli  Ludovico  e  Giacomo  Scoti 
—  l'uno  di  ventotto,  l'altro  di  venticinque  anni  —  furon  morti; 
e  le  loro  salme,  tolte  dall'onda  e  trasportate  a  Piacenza  per 
la  via  di  Po,  si  deposero  piamente  nel  sepolcreto  gentilizio 
di  S.  Giovanni  in  Canale. 

La  morte  solve  tutto,  e  sciolse  altresì  il  debito  di  sangue  che 
aggravava  la  coscienza  del  Trivulzio.  Le  alte  querele  mosse 
contro  l'assassinio  si  spensero  pronte  e  fioche.  Gian  Fermo  morì 
in  Zorlesco  diciasette  anni  dopo^,  e  per  lui  non  vi  fu  nessuna 
vendetta,  nessuna  riparazione.  Della  tragedia  non  restò  —  sterile 
compianto  —  che  il  ricordo  nelle  anime  gentili. 


374 


eODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XXXII. 

'  Antonio  Frizzi  -  Memorie  storiche  della  nobile  famiglia  Bevilacqua. 
—  Pompeo  Litta  Biumi  -  Famiglie  celebri  italiane. 

^  Addictiones  ad  chronicon  placentinum  guarinianum. 

^  Cristoforo  Poggiali  -  Memorie  storiche  di  Piacenza. 

*  Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno. 

^  Così  la  tradizione  colposa  si  accrebbe  che  perfino  sul  principio  del 
secolo  moribondo  Retegno  consideravasi  per  prisca  degenerazione  sede  di 
una  quantità  di  birbe  interprovinciali,  che  libito  vi  facevan  lecito  in  lor 
leggi.  In  un  libro  d'un  ex  giudice  di  provincia  edito  in  Milano  nel  1803, 
leggonsi  parole  di  fuoco  contro  la  infestazione  dei  msJviventi  in  Lom- 
bardia, e  in  ispecial  modo  sul  genio  a  delinquere  delle  popolazioni  confi- 
narie. Tra  queste  è  collocata  quella  di  Retegno,  bollata  a  sangue  dal  fiscale 
autore  con  parole  che  noi  non  vogliam  qui  riportare  per  quel  concetto 
che  insegna  a  non  forzar  la  mano  alla  filosofia  degli  avvenimenti  e  a  non 
ascrivere  mali  lamentati  in  tempi  ex  lege  ad  altri  meno  infelici. 

®  Carlo  Maria  Maggi  -  Feudorum  provincics  mediolanensis  contrcwer- 
sorum  cum  alienis  ditionibus  synopsis. 

'  Ritratto  da  un  quadro  antico  nel  palazzo  Pallavicino  Trivulzio  in 
San  Fiorano. 

^  Anton  Francesco  Villa  -  Annali  di  Piacenza. 

^  Gian  Fermo  Trivulzio  fu  sepolto  colla  moglie  Caterina  Laudi  nella 
chiesa  di  San  Fiorano,  dove  si  legge  tuttodì  la  seguente  epigrafe: 

NE   AB   ALIIS   EXPETARET  QUOD 
IPSE  SIBI  PRESTARE  POSSET 
IOAN.  FIRMUS  TRIVULTIUS 

georgii  filii  sacellum  hoc  et  SEPULCRUM 
quo  jam  parentes  suos  inferri 
pie  voluit  ut  juxta  ipsos  mox 

SITUS  UNA  CUM  UXORE 
CATHARINA  LANDA 
MARCHIONIS    ANTONII  FILIA 
PLACIDE  CONQUIESCAT 
MDXLVII  -  V  -  EID  -  FEBR. 


CAPO  XXXIIL 


La  cittadinanza  piacentina  —  I  possessi  della  mensa  vescovile  —  Il  comune 
di  Codogno  —  Le  sue  proprietà  —  Una  bella  pagina  pei  codognesi 
—  Il  comune  di  Casalpusterlengo. 

lACENZA,  giovata  dalla  pace  stipulata  fra  il  papa,  i 
veneziani  e  gli  altri  principi  d'Italia  (1484),  potè 
vieppiù  seguire  le  sue  tradizioni  di  commercio  e  di 
scambio,  già  così  cospicue  che  gli  stessi  milanesi 
e  gli  altri  lombardi  —  come  vuole  un'antica  provvisione  del 
comune  piacentino  —  per  giovar  meglio  al  credito  proprio,  si 
dichiaravano  piacentini  sui  mercati  d' Europa. 

I  vecchi  codognesi,  assueti  alle  visite  di  quell'importantissimo 
campus  fericB^  apprezzarono  secondo  giusto  valore  tutto  il  van- 
taggio che  avrebbero  tratto  aprendo  alle  proprie  derrate  un 
vasto  sfogo  alla  destra  del  Po,  anche  perchè  in  quelle  condi- 
zioni, e  per  la  linea  fluviale  di  comunicazione  diretta  che  con- 
giungeva le  sponde  piacentine  alle  coste  adriatiche,  la  piazza 
di  Piacenza  voleva  dire  quella  di  Venezia  e  degli  scali  levantini. 

Conveniva,  dunque,  porre  sul  mercato  piacentino  l'industria 
codognese,  i  cui  generi  erano  la  «  specialità  »  ;  e  porvela  da 
liberi  a  liberi,  senza  tasse  e  senza  balzelli,  con  parità  di  rischi 
e  di  diritti  e  di  guadagni,  trovando  il  mezzo  per  sciogliere 


376 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ónorevolmente  il  quesito,  e  che  avrebbe  accarezzato  giusta- 
mente l'amor  proprio  de'  piacentini,  mentre  li  avrebbe  pure 
giovati  di  quel  leggendario  buon  senso  che  fu  sempre  l'infalli- 
bile secreto  delle  fortune  locali.  E  lo  fu  interamente  anche 
■quella  volta  ;  perocché  il  comune  di  Piacenza  faceva  publiche 
le  patenti  solenni  con  cui  si  concedeva  agli  uomini  di  Codogno 
la  sua  cittadinanza  (21  agosto  1492),  da  essi  chiesta,  con  quel 
memoriale  onde  va  altero  il  «  registro  magno  »  del  comune  pia- 
<:entino,  dalla  cui  teca  è  tratto  fuori  di  frequente,  richiesto  dagli 
studiosi  di  storiche  cose,  e  nostri  e  stranieri,  attratti  dalla 
estetica  sublime  del  gotico  palazzo. 

Il  documento  S  rogato  a  ministero  di  Ludovico  Bordoni, 
notaro  e  cancelliere  della  comunità  di  Piacenza,  è  un  testimone 
autentico  ed  invincibile  della  vecchia  possanza  piacentina  ed 
insieme  della  perspicace  attività  dei  nostri  proavi,  bonari  militi 
di  quell'esercito  in  grembialina  azzurra,  sciente  e  cosciente  del 
suo  futuro,  non  indarno  supplicato. 

Codogno,  conservava  col  patto  meramente  commerciale  la 
suprema  indipendenza  al  proprio  comune;  pure,  oltre  il  «  premio 
honesto  »  di  lire  cento  imperiali  dato  a  Piacenza,  per  meglio 
dimostrare  il  proprio  animo  grato,  riaffermava  la  concessione 
avuta,  inquartando  la  lupa  piacentina  —  cara  e  forte  remini- 
scenza della  colonia  romana,  da  poco  entrata  nello  scudo  cit- 
tadino —  al  proprio  stemma,  recante  il  melo  cotogno,  a  cui 
la  lupa  fu  avvinta  per  una  catena  d' oro  ^.  E  d' oro  si  volle  la 
catena,  perchè  essa  significava  l'alta  e  nobile  ragione  del  pu- 
blico  e  profittevole  interesse  determinante  la  nostra  comunità 
ad  unirsi  mercantescamente  colla  terra  la  quale,  pei  suoi  sfoghi 
di  transito  e  di  esito,  si  poteva  considerare  la  sovrana  della 
media  valle  del  Po. 

I  primi  Trivulzì  tosto  compresero  quale  fortunata  sorte  si 
fosse  creata  ai  possessi  fondiari  del  proprio  feudo;  e,  da  gente 
avveduta,  assentirono  all'istanza  dei  deputati  codognesi  che  lor 
chiedevano  la  conferma  della  cittadinanza  piacentina.  Fu  il  ce- 
lebre Gian  Giacomo  che,  trovandosi  in  Piacenza  ed  usando 
dell'autorità  onde  egli  rappresentava  Luigi  XII,  ratificava  il 
privilegio  (18  dicembre  1499)  ^ 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


377 


Da  tutto  questo  è  facile  arguire  come  mano  mano  le  private 
fortune  radicate  in  quell'alma  genitrice  che  è  la  terra,  logica- 
mente salissero  in  somma  considerazione.  I  nostri  maggiori 
strettamente  s'attenevano  alla  dovizia  del  campo,  e  grandi  e 
piccoli,  e  secolari  e  religiosi,  così  che  anche  quella  latifondiaria 
che  fu  sempre  tra  noi  la  mensa  diocesana,  con  una  persistenza 
indefettibile  e  con  uno  zelo  immanchevole,  dirigeva  tutte  le  sue 
attività  a  che  non  le  venisse  usurpato  l'antico  patrimonio  della 
terra,  ed  a  che  la  giustizia  civile  la  collocasse  alla  parte  destra,  nelle 
liti  insorte  ad  opera  di  chi  voleva  contestare  i  suoi  prischi  diritti. 

Ed  i  vescovi  ebber  ragione  tal  volta  e  tal  altra  torto  dalla 
stessa  potestà  ecclesiastica  suprema;  e  chi  sa  con  quale  stupe- 
facimento  i  buoni  lodigiani  ebber  sentore  del  breve  con  cui 
papa  Bonifazio  IX,  sulle  istanze  di  uno  dei  loro,  Giovanni  de 
Riccardi,  lo  confermava  in  certi  possessi  del  basso  Lodigiano, 
contrastatigli  dal  vescovo  Bonifazio  Bottigella  (1400),  che  ri- 
sulta avesse  concesso  il  feudo  di  Codogno  a  Giacomo  de  Tresseni 
Ma  r  antistite  —  inflessibile  nel  salvare  alla  mensa  le  temporalità 
che  le  spettavano  —  non  potè  fronteggiare  le  depredazioni  osti- 
nate di  chi  rappresentava  il  potere  civile. 

La  quale  lotta  seguitò  generale  e  serrata  lungo  il  secolo  XV, 
vieppiù  alimentata  dalle  peripezie  politiche,  nelle  quali  per  in- 
dole di  tempi  si  confondeva  anche  il  vescovo  ;  lotta  mite  quando, 
ad  esempio,  sedeva  sulla  catedra  di  Bassiano  il  frate  Giacomo 
Arrigone  (1407),  di  infima  stirpe,  per  quanto  elevata  dallo 
splendor  degli  studi  e  dalla  pietosa  meditazione  ;  o  impetuosa 
quando  il  presule  era  propagine  di  lombi  magnanimi,  stirpe 
assueta  al  dominio,  come  Ottaviano  Sforza,  il  naturale  della 
famosa  Lucia  Marliana,  contessa  di  Melzo. 

Ottaviano,  infatti,  non  mentendo  all'irrequeto  suo  sangue 
—  che  lo  aveva  perfin  posto  in  sospetto  al  nepote  Massimiliano, 
e  che  gli  aveva  procacciato  la  tortura,  come  vedemmo  —  vigo- 
rosamente richiese  la  restituzione  di  Codogno,  di  Castione,  di 
Cavacurta,  di  Meleti,  di  Corno  Vecchio,  di  Corno  Giovane, 
gemme  temporali  della  infula  sua  un  tempo  ;  ma  sopra  di  questa 
prepoterono  le  corone  comitali  e  marchionali,  che  avevano  con- 
fitte le  loro  spine  nei  nostri  ubertosi  terreni. 


378 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


La  conferma  della  cittadinanza  piacentina  data  dal  magno 
Trivulzio  ai  codognesi,  doveva  poi  essere  ratificata  dal  duca  di 
Parma,  Ranuzio  di  Alessandro  Farnese,  a  ciò  supplicato  dal 
piacentino  dottor  Giovanni  Battista  Cavalli,  procuratore  della 
comunità  di  Codogno  (17  aprile  1587).  E  questa  ebbe  pur 
duopo,  nei  tempi  successivi,  di  vedersi  confermata  quella  pre- 
rogativa, chè  risulta  come  essa  in  proposito  facesse  procura 
nei  causidici  Lorenzo  Boccili  e  Pietro  Beghi  di  Parma,  per  pe- 
rorare la  propria  causa  presso  quella  corte  ducale  (30  ottobre 
1756);  causa  riconosciuta  legittima  da  una  sentenza  del  supremo 
magistrato  delle  finanze  parmensi  (5  dicembre  1759)^. 

E  certo  che  codesto  jus  civico  — ■  se  non  con  pari  solennità 
almeno  con  eguali  conseguenze  —  avessero  pure  da  Piacenza 
gli  abitanti  di  Casalpusterlengo  ;  ma  il  diligentissinio  Monti  ^, 
che  ne  fa  cenno,  e  l'odierno  cronografo  di  Casale"^,  che  cita  il 
Monti,  non  possono  ofiìrire  della  data  in  cui  fu  sancito  il  pri- 
vilegio prove  documentate,  e  tutt'al  più  si  limitano  a  qualche 
induzione;  come  quella  pel  restauro  della  strada  di  Fombio, 
allora  piacentino,  comandato  dalla  comunità  di  Piacenza  ed 
accollato  a  quella  di  Casale,  come  corrispettivo  dei  diritti  fiscali 
di  pedaggio  o  di  dazio,  onde  godevano  i  casalesi  ammessi  con 
privilegi  al  mercato  d'oltre  Po  (1583);  e  quello  per  la  elezione 
di  tre  delegati  alla  esecuzione  dell'opera,  dopo  una  nuova  rot- 
tura, e  per  una  equa  ripartizione  degli  oneri  suntuari  gravanti 
sui  luoghi  vicini  (1594). 

E  anche  tradizione  che  non  tutto  il  comune  di  Casale  go- 
desse della  eccezionalità  fiscale  e  daziaria  sul  Piacentino;  ma 
soltanto  gli  abitanti  della  sponda  sinistra  del  Brembiolo. 

Certo  è  che  Codogno  e  Casale  perdevano  il  diritto  di  pagare 
mite  pedaggio  sul  ponte  di  Piacenza  nel  1809. 

L'autonomia  comunale  di  Codogno  —  già  sorta  malgrado  la 
opposizione  litigiosa  di  Lodi,  che  vedeva  strappato  dalle  sue 
viscere  un  muscolo  vitale  —  si  riferisce  (come  nessuno  più 
dubita)  a  quando  trapassò  il  feudo  nei  Fagnani  (1441)-  Da  quel 
momento  si  plasma  la  personalità  terriera.  Fra  gli  elementi 
eterogenei  costretti  dalle  leggi  e  dalle  consuetudini  ad  integrarsi 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


379 


reciprocamente,  per  costituire  il  potere  collettivo  di  quei  giorni, 
si  osserva  il  logico  e  naturale  cammino  delle  varie  istituzioni 
che  coesistono;  e,  quantunque  gli  urti  e  gli  attriti  si  manife- 
stino inevitabili  tra  sè  —  trovandosi  l' una  branca  di  dominio, 
diretta  od  indiretta,  se  non  in  opposizione  in  diffidenza  verso 
l'altra  —  quegli  ordinamenti  disformi  trovan  modo  di  smussare 
gli  acuti  spigoli,  acconciandosi  insieme,  come  vuole  necessità, 
in  uno  svolgimento  di  attività  quasi  domestica,  in  guisa  che 
tutti  convergono  al  bene  comune. 

Qui  stava  la  monarchia  di  Spagna,  la  quale,  pel  suo  corpo 
consulente  senatorio  di  Milano,  rappresentava  la  giurisdizione 
politica  a  mezzo  di  un  pretore  civile  e  criminale;  qui  il  signore 
feudale,  che  per  via  di  un  suo  magistrato  vegliava  a  che  i 
propri  diritti  e  privilegi  rigorosamente  fossero  rispettati  e  sod- 
disfatti ;  qui  la  comunità,  virtuale  espressione  dell'aspirazione 
popolare,  che  assumevasi  la  iniziativa  per  tutto  quanto  s'atte- 
neva al  publico  interesse;  qui  il  potestà,  antica  ed  ibrida  ma- 
gistratura, il  cui  fine  precipuo,  e  dovunque  fosse,  sempre  fu  di 
accordare  i  diritti  della  corona  e  quelli  del  popolo,  in  corri- 
spondenza col  senato. 

Errerebbe  chi  credesse  che  una  unità  omogenea  regolasse  la 
legislazione  politica  nei  diversi  comuni,  e  che  ne  fosse  fonda- 
mento quella  eguaglianza  di  tutti,  che  sta  caposaldo,  non 
foss' altro  che  teorico,  di  tutte  le  codificazioni  moderne.  A  parte 
che  non  c'era  da  pensare  a  quei  criteri  prima  della  rivoluzione 
inglese  e  tanto  meno  di  quella  francese,  nella  diseguaglianza 
delle  caste;  in  materia  così  di  privilegi  come  di  immunità,  esi- 
steva una  disparità  relativa  non  solo  tra  persona  e  persona, 
ma  altresì  tra  luogo  e  luogo  ;  e  ad  essa  faceva  ancor  più  esi- 
ziale contrapposto  la  enorme  confusione  dei  nuovi  legislatori , 
venuti  di  fuori  via,  e  quindi  affatto  ignari  delle  consuetudini 
nostre,  i  quali  tempestavano  ì  subbietti  di  gride,  di  ordini,  di 
notificazioni,  ratificando  o  cassando,  modificando  o  inconscia- 
mente contradicendo  alle  disposizioni  dei  propri  predecessori. 

Non  dobbiamo  tacere  che  è  scarsamente  favorita  la  nostra 
condizione  di  cronisti  codognesi  di  quel  periodo,  se  si  riflette 
che  un  gravissimo  incendio  appresosi  nel  granaio  del  monte  di 


38o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


pietà,  annesso  alla  casa  del  comune,  distrusse  il  civico  archivio 
(i8  gennaio  1792),  sì  che  ne  andarono  perdute  le  memorie 
tutte  delle  età  trascorse;  le  quali  oggi  bisogna  racimolare  dalle 
collezioni  private  o  dalle  raccolte  delle  carte  d'altri  luoghi,  e 
in  parte  ricostruire  col  sistema  analogico  moderno. 

Seguendo  il  quale,  ci  giova  assai  il  manoscritto  reperito  in 
questo  archivio  prepositurale,  e  contenente  le  «  regole  della  co- 
munità di  Codogno  »  approvate  dal  senato  (14  febbraio  1592). 
Per  esso  Filippo  II,  re  delle  Spagne,  si  degna  ascoltare  ed 
esaudire  la  preghiera  della  comunità  e  degli  uomini  codognesi, 
che  lo  supplicano  di  approvare  e  di  confermare  «  gli  ordini 
del  regime  dell'università  del  luogo  di  Codogno  ».  I  petenti 
raccomandano  la  loro  istanza  al  voto  espressone  nel  generale 
consiglio  del  borgo  ;  nel  quale  —  alla  presenza  dei  confeudatarì 
Giacomo,  Teodoro  e  sua  madre  Ottavia  Marliana,  e  Giorgio 
Trivulzì,  annuenti  e  firmati  —  fu  risoluta  la  riforma  del  go- 
verno amministrativo  locale;'  ed  i  codognesi  Bertollo,  Marti- 
nengo,  Antonio  Bellone,  Paolo  Folli  ed  Andrea  Fineto,  sindaci 
del  comune  in  questa  faccenda,  per  suffragio  espresso  dal  con- 
siglio «  confuggono  umilmente  pregando  alla  maestà  sua  perchè 
con  lettere  patenti  si  degni  d' approvare  e  confermare  le  regole 
riformate  »  nel  modo  che  viene  proposto  ;  e  cioè  : 

che  i  novantasei  costituenti  il  consiglio  generale  (come  da 
patente  senatoriale  Visconte  Aimo)  siano  ridotti  tra  poveri  e 
ricchi  a  settanta,  cifra,  per  altro,  che  a  noi  sembra  perspicua; 

che  il  consiglio  debba  esser  diviso  in  otto  squadre,  delle 
quali  ognuna  abbia  il  suo  turno  di  governo  durante  un  anno, 
e  non  possano  i  singoli  componenti  di  essa,  eletti  deputati  dai 
settanta  e  in  numero  di  due,  riavere  il  potere  se  non  trascorsi 
due  lustri; 

dovere  il  potestà  intervenire  in  consiglio  durante  l'elezione 
dei  deputati,  per  «  balle  »,  ed  il  sorteggio  degli  scadenti,  per 
«  cedula  »  ; 

non  potere  il  consiglio  generale  essere  convocato  se  non 
previa  licenza  del  potestà  stesso  o  di  suo  luogotenente;  in  caso 
d'assenza  del  quale,  mentre  è  da  ammettersi  ogni  discussione, 
tanto  pei  consiglieri  quanto  pei  deputati,  non  potersi  «  nè 
concludere  nè  ballottare  »  ; 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


38r 


sia  sancita  l'incompatibilità  coU'uficio  di  deputati  di  qual- 
siasi cittadino  in  rapporto  d'interesse  col  comune; 

sia  la  competenza  dei  deputati  limitata  alla  spesa  di  ven- 
tiquattro lire,  oltre  le  quali  occorra  il  voto  consigliare; 

la  comunità,  entro  tre  mesi  dalla  approvata  riforma,  dia 
«  habitazione  conveniente  presso  la  casa  del  potestà  a  quattro 
birri  che  dovranno  servire  l'officio  di  esso  podestà,  il  salario 
de  quali  si  pagarà  per  la  terza  parte  da  Feudatarij  et  patroni 
di  detto  luogo,  et  per  l'altre  delle  parti  dalla  detta  Comunità 
conforme  all'ordine  del  medesimo  Senato  delli  12  maggio  1578»; 

non  possa  esser  mossa  lite  dalla  comunità  contro  i  suoi 
feudatari  «  se  prima  non  sarà  proposto  il  tutto  in  consiglio 
generale,  et  si  sarà  havuto  in  scritto  legitimamente  l'autorità 
di  esso  consiglio  ». 

Si  capisce  agevolmente  l' importanza  della  regia  concessione 
filippina  alla  partecipazione  propizia  nella  supplica  di  Codogno 
dei  feudatari  Trivulzi,  se  si  pensi  che  la  seconda  metà  del  se- 
colo XVI  si  può  considerare  una  sola  lite  continuata  fra  essi  e 
il  comune.  Facciam  posto  nelle  chiose  del  capo  ^  all'accenno 
di  parecchi  documenti  dell'archivio  comunale  scampati  alle 
fiamme,  dai  quali  si  dimostra  come  nella  più  parte  dei  casi  le 
controversie  cadessero  sulle  pretese  del  fisco  feudale,  respinte 
dalla  fermezza  del  comune,  e  sui  mandati  rogati  dall'ammini- 
strazione ai  suoi  procuratori  contro  i  Trivulzi,  o  per  transigere 
o  per  liberare  il  comune  dall'  onere. 

Ma  non  dobbiamo  trascurare  il  peculiare  accenno  alla  lunga 
e  brusca  vertenza  per  l'istituzione  del  mercato  di  San  Fiorano^ 
quando  Carlo  V,  in  benemerenza  dei  servizi  di  Gian  Fermo,  e 
forse  più  grato  delle  geniali  accoglienze  avute  in  Codogno,  qui 
appunto  credeva  di  poter  lasciare  memoria  del  suo  favore,  seb- 
bene generica  quanto  al  luogo  suonasse  la  sua  concessione, 
di  un  mercato  settimanale.  Però  —  come  abbiam  già  ricordato  — 
la  comunità  codognese  stabilì  per  suo  conto  il  mercato  ad  ogni 
martedì,  senza  pregiudizio  di  quello  che  —  secondo  una  frase 
del  Vignati  —  preesisteva  ed  aveva  luogo  il  sabato. 

San  Fiorano  trasse  beneficio  della  risoluzione  di  Gian  Fermo, 
che  lo  predilesse  a  Codogno  (1543);  ed  il  mercato  di  quel  luogo 


382 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


al  venerdì  ebbe  onore  di  lapide^,  e  così  gagliardamente  fiorì 
nei  tempi,  che  il  Gabbiano  gli  dedicò  le  sue  strofe  latine  ed  il 
Ciseri     lo  cita  come  famoso  (1732). 

A  ben  denotare  la  personalità  del  comune  di  Codogno  col- 
laborava efficacemente  la  sua  imponente  fortuna  fondiaria.  Fra 
le  grandi  proprietà  che  giuridicamente  formavano  suo  pos- 
sesso, va  collocato  innanzi  tutto  quello  che  per  antonomasia 
è  registrato  sotto  il  titolo  di  Bosco  di  Codogno  —  da  noi  ac- 
cennato specialmente  nel  capo  XXII  —  e  del  quale  le  vicissi- 
tudini note  datano  fin  dal  secolo  XIII  Avute  dal  vescovo 
Castello  quelle  cinque  mila  pertiche  circa  (11  giugno  135 1), 
il  comune  le  investe  per  livello  duraturo  trentasei  anni  ad  An- 
tonio e  figli  Scarpini  (i  gennaio  1365);  ed  in  progresso  di  tempi 
aumenta  la  vasta  possessione,  acquistando  terre  ad  essa  pro- 
pinque, come  risulta  dai  rogiti  del  notaro  Giovanni  Antonio 
Lombardi  (21  agosto  1494  e  14  maggio  1495)^^. 

Il  comune  codognese  continuò  ne'  suoi  diritti  di  proprietario 
del  Bosco,  ricavandone  affitti  e  livelli'^;  sino  all'anno  in  cui, 
bisognoso  di  denaro  per  redimersi  dalla  feudalità,  dopo  la  morte 
dell'ultimo  Trivulzio,  lo  vendette  per  centomila  lire  a  Carlo 
Orazio  de'  Gavazzi,  conte  della  Somaglia  (1684). 

L'unica  memoria  cartografica  che  ci  resta  dell'ampio  possesso 
comunale  del  Bosco,  è  raccomandata  al  disegno  a  colori  del 
nostro  illustre  Carlo  Antonio  Albino  (1696),  esistente  nel  libro 
del  catastro  d'allora,  presso  il  nostro  archivio  municipale,  e 
che  è  riprodotto  da  noi  in  più  piccole  proporzioni  " 

Altra  proprietà  del  comune  di  Codogno  era  quella  di  Re- 
ghinera,  acquistata  tosto  che  Piacenza  ebbe  conferita  la  sua 
cittadinanza  ai  nostri  (18  ottobre  1492).  Prima  Reghinera  ap- 
parteneva ai  lodigiani  fratelli  Francesco  e  Stefano  o  Susano 
Bonsignori,  dei  quali  ci  rimangono  i  confessi  delle  somme  avute 
in  pagamento  (23  dicembre  1496  e  22  dicembre  1497). 

Questo  fondo  —  secondo  una  nota  dell'archivio  parochiale 
di  Codogno  —  risulterebbe  poi  venduto  per  quarantunmila  e 
settecento   novantaquattro  lire   nel   1749;  ma  ciò  discorda  da 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


383 


/l'K  AMONTANA 


 il  _j 


Il  Bosco  di  Codogno 
(Dal  catastro  di  Carlo  Antonio  Albino). 


384 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


altre  note  —  esistenti  nello  stesso  archivio  —  per  le  quali  emerge 
che  la  comunità  avrebbe  dato  in  livello  ad  un  Francesco  Grossi 
il  podere  medesimo  il  17  gennaio  1756. 

Comunque,  la  proprietà  di  Codogno  in  Reghinera  —  colla 
poca  terra  di  Montenivello,  acquistata  da  un  Giuseppe  Goldaniga 
(6  febbraio  1591),  e  con  altre  pezze  di  coltivo  —  ascendeva, 
secondo  il  «  libro  vecchio  »  o  catastro  dell'ingegnere  camerale 
Marco  Antonio  Barattieri  (161 2)  a  seicento  ventisette  pertiche; 
cifra  a  cui  il  chiaro  Giovan  Battista,  figlio  del  precedente,  si 
riferì  nel  suo  catastro  (1650),  e  lievemente  aumentata  dall'Al- 
bino (1691). 

Abbiamo  asseverato  che  qui  la  magistratura  del  potestà  am- 
ministrava giustizia  mista,  tanto  legislativa  quanto  giudiziaria; 
e  a  lui  fin  da  quei  giorni  non  veniva  meno  nè  pure  la  esterio- 
rità d' una  sede  in  pretorio.  Esiste  un  atto  pel  quale  si  processe 
all'affitto  del  Bosco  di  Codogno,  e  lo  si  compì  nella  «  camera 
del  potestà  »  sita  in  castello,  titolare  della  carica  essendo  Matteo 
Pino  (6  luglio  1453).  Il  castello  appartenne  sempre  al  comune, 
ma  la  casa  potestativa  nel  secolo  XVII  fu  quella  che  presen- 
temente è  dal  comune  affittata  al  comando  dei  carabinieri  reali 
—  dietro  il  coro  di  S.  Biagio  e  confinante  col  gioco  del  Pallone 
come  dicono  le  carte  accennate  del  Barattieri  e  dell'Albino  — 
dove  poi  fu  edificato  il  pretorio,  per  l'accrescimento  di  giu- 
risdizione al  pretore  codognese  (1774). 

A  Codogno  si  giustiziava  nella  piazza  ora  detta  Morta,  ed  a 
S.  Maria  della  Neve  la  confraternita  pietosa  del  Gonfalone 
pregando  componeva  la  tomba  alle  vittime  Nell'archivio  co- 
munale esiste  un  confesso  a  prò  dei  signori  deputati  della 
comunità,  di  sei  scudi  d' oro ,  ricevuti  dal  potestà  Alberto  Rossi 
o  Rossio,  somma  da  lui  poi  trasmessa  al  carnefice  di  Piacenza, 
quale  dovutagli  mercede  per  eseguire  il  taglio  del  capo  a  Gia- 
como Quattrino  (23  febbraio  1579).  Strana  giurisdizione,  quella 
dei  deputati  del  consiglio  generale  del  comune,  eletti  (19  marzo 
1578)  per  quell'anno  nelle  persone  di  Antonio  Bellone,  Pompeo 
Ferrari,  Gerolamo  Bignami  fu  Domenico,  Pietro  Bignami  Bor- 
toletti,  Pietro  Bellone  fu  Angelo,  Gaspare  Grechi,  Giovanni 
Maria  Ferrari,  Bassano  Ferrari  fu  Gerolamo,  Paolo  Folli,  Bat- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


tista  Martinengo,  Giuseppe  Goldaniga,  Giovanni  Bassano  Mola, 
Tomaso  Ferrari  e  Pietro  Gatia. 

Abbiam  detto  strana  giurisdizione;  ma  certo  più  sbalorditiva 
era  la  procedura  esecutoria  di  alcune  condanne  capitali  sotto  il 
dominio  di  Spagna;  quando,  staccato  il  corpo  dalle  forche 
—  ordigno  uficiale  di  morte  legittimata  —  esso  veniva  squar- 
tato ed  i  lacerti  appesi  alle  piante  circostanti;  mentre  —  fatale 
avvisaglia  dell'antropometria  moderna  nel  secolo  di  Paracelso  — 
le  aule  della  università  di  Pavia  si  fornivano  delle  teste  recise 
ai  facinorosi 

Per  le  ragioni  più  volte  accennate,  non  ci  sovrabbondano  le 
memorie  intorno  ai  costumi  statistici  ed  alle  numerose  espres- 
sioni amministrative  della  esistenza  comunale  di  quei  dì.  Ci  è 
permesso,  però,  di  arguire  dal  poco  che  rimane  come  si  svol- 
gesse, e  sotto  i  più  vari  aspetti,  la  tutela  materiale  e  morale 
che  pei  publici  interessi  esercitava  con  provvida  e  costante  vi- 
goria il  magistrato  del  comune. 

Necessariamente  bisogna  risalire  a  quell'età  ed  allo  spirito 
che  la  governa,  il  quale  in  tutte  le  espressioni  della  vita  popo- 
lare richiedeva  cocolle,  e  vesti  talari,  e  scapolari  e  tonache  e 
bruni  zendadi  e  candidi  veli.  Il  maestro  publico,  quindi,  era 
sempre  un  sacerdote,  ed  il  nostro  borgo  pare  si  giovasse  all'uopo 
degli  insegnanti  la  dottrina  cristiana  in  S.  Biagio  Pel  rego- 
lare servizio  sanitario  si  hanno  pure  istromenti  di  convenzione 
con  medici  patentati 

Con  quella  dell'  istruzione  e  della  igiene  gravava  sul  consiglio 
generale  anche  la  questione  annonaria,  uno  degli  argomenti  più 
ardui  che  toccano  le  moderne  amministrazioni  publiche;  e,  fino 
dal  tempo  in  cui  era  duca  Ludovico  Maria  Sforza,  il  nostro 
comune  acquistava  i  dazi  provinciali  spettanti  alla  camera  della 
ducea  da  Antonio  Landriano,  tesoriere,  da  Bongenzio  Botta 
de'  Maestri,  sopraintendente  alle  entrate  straordinarie,  e  da 
Gualtiero  Bescapè,  giudice,  delegati  alla  cessione  (1498).  Esempio 
che  dall'  alto  scendeva  al  feudatario  locale,  perchè  casa  Trivulzia 
cedeva  a  sua  volta  in  affitto  a  Pietro  Antonio  Mozzate,  quale 
procuratore  municipale,  tutti  i  dazi  di  pane  e  di  vino,  biade, 
^  formaggio,  carni,  legna,  dogana  di  bestiami  (6  dicembre  1502); 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  I.  25 


386 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


senza  parlare  d'altri  parecchi  istromenti  e  confessi  del  genere, 
tuttavia  a  disposizione  degli  studiosi  nel  nostro  archivio  civico; 
documenti  di  natura  varia  e  memorabili,  come  la  sentenza  com- 
promissoria fra  il  consiglio  generale  ed  alcuni  bergamini  per 
causa  di  bestiami  (23  maggio  1522);  e  gli  atti  relativi  al  con- 
tinuo passaggio  di  milizie  che  i  tristi  fati  delle  guerre  perma- 
nenti andavan  sospingendo  nell'agro  nostro;  atti  suonanti  proteste 
e  controproteste  fra  gli  uficiali  civili  e  quelli  militari,  e  via  via 

E  sulla  comunità  pesava  la  cura  di  quello  che  oggi  avrebbe 
nome  di  appalto  di  caserme  ;  ma  che  però  non  era  il  più  grave, 
in  quanto  che  ben  altre  e  più  aspre  peripezie  flagellavano  tal- 
volta i  nostri  maggiorenti;  ed  a  piena  dimostrazione  dell'asserto 
varrà  quello  che  stiamo  per  narrare,  e  che  vivifica  l'austera 
lealtà  e  l'indomito  coraggio  dei  padri  nostri. 

Non  era  assopita  in  Francesco,  re  francese,  la  brama  di 
cancellare  la  disfatta  di  Pavia  e  di  riconquista  del  ducato  di 
Milano.  Al  di  fuori  del  Milanese  ed  anche  d'Italia,  guerre  e 
paci,  offese  diplomatiche  ed  armistizi  eransi  con  varia  vicenda 
susseguiti,  comprendendo  nell'orbita  loro  papi  e  perfin  sultani. 
Ma,  poiché  i  francesi  ritentanti  l'impresa  di  Lombardia  avevan 
vinti  gli  imperiali  a  Ceresole  in  Piemonte  (14  aprile  1544),  e 
Pietro  Strozzi,  fuoruscito  fiorentino,  aveva  assoldate  alla  Mi- 
randola copiose  milizie  per  Francia,  il  passo  del  Po  costituiva 
strategicamente  il  punto  più  importante  tra  i  due  eserciti.  Si 
aggiunga  che  Pier  Luigi  Farnese,  reggitor  di  Piacenza  per  la 
santa  sede,  aveva  giovato  d'aiuto  lo  Strozzi,  e  che  questo,  pel 
cammino  del  Panaro  al  Lambro,  aveva  trovato  porta  aperta  in 
castella  e  contadi,  datisi  per  la  mutata  fortuna  al  re  cristianissimo. 

Pietro  Strozzi  —  uomo,  al  dir  del  Brantòme,  «  più  furioso 
che  dolce  »  —  varcato  il  Po  a  Casalmaggiore,  stette  per  una 
decade  a  campo  sul  Cremonese,  in  attesa  dei  rinforzi  che  avreb- 
begli  dovuto  condurre  dalla  Romagna  il  conte  di  Pitigliano 
Nicola  Orsino.  Il  quale  non  comparendo,  lo  Strozzi  tolse  le 
more  e  varcò  l'Adda  a  Castione. 

Fu  allora  che  Ercole  Visconte  —  uno  dei  molti  discendenti 
naturali  di  Barnabò,  e  capitano  sotto  gli  ordini  francesi  —  al 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


grosso  e  gagliardo  nucleo  di  sue  genti  non  aveva  più  salmerie 
€  vettovaglie  che  bastassero,  mentre  accennava  all'ossidione  di 
Pavia.  Per  il  che,  conscio  come  il  dovizioso  Codogno  avrebbe 
potuto  abbondevolmente  sopperire  alle  necessità  del  suo  esercito, 
vi  mandò  due  fiere  intime  (16  e  17  maggio  1544);  nella  prima 
imponendo  la  immediata  consegna  di  buoi,  uomini  e  corde  pel 
passaggio  dell'Adda;  nella  seconda  richiedendo  quanto  per  la 
prima  lettera  non  aveva  ottenuto,  più  pane,  vino  ed  altro,  pena 
il  ferro,  il  fuoco,  il  sangue. 

Nella  camera  del  consiglio  comunale  furon  le  due  missive 
ricevute  e  lette  dai  reggitori  della  terra,  Domenico  Mola  fu 
Luigi  console,  Nicola  de  Gae,  Giacomino  Ferrari,  Gerolamo 
Martinengo,  Gaspare  Grecchi  e  Francesco  Dragoni  deputati,  di 
cui  riportiamo  i  nomi  a  titolo  d' onor  meritato. 

Vi  fu  un  momento  d' ansietà,  d' incertezza  indicibile  ;  ma  tosto 
i  notari  Gian  Giacomo  de  Asti  e  Bassiano  de  Gae,  richiesti  del 
rito  tabellionare,  affermarono  —  presenti  i  testi  Francesco  Bi- 
gnami  di  Reghinera  e  Battista  de  Paderni  —  che,  mentre  Ercole 
Visconte  stava  tentando  il  passo  dell'Adda  a  Castione,  aveva 
inviate  quelle  minaccie  inserte  nell'atto  stesso;  ma  che  i  reg- 
gitori sopra  detti  volevano  ed  intendevano  esser  considerati 
«  veri  ac  fidi  subditi  »  della  cesarea  maestà;  non  considerar 
quindi  per  nulla  le  dimande  del  Visconte  Poi,  consci  i  co- 
dognesi  che  male  avrebbero  potuto  resistere  alle  armi  navarrine, 
determinarono  di  spedire  un  messo  al  governatore  marchese 
del  Vasto  in  Milano,  ed  un  altro  al  castellano  imperiale  di 
Pizzighettone,  per  averne  consiglio. 

Questo  era  Giovanni  Maria  Manara,  che  di  sua  perizia  mi- 
litare aveva  dato  prove  nelle  fazioni  in  Piemonte,  e  che  poi 
doveva  esser  nominato  maestro  di  campo  e  colonnello,  per  la 
addimostrata  intrepidezza.  Pure,  il  suo  parere  in  quel  frangente 
fu  di  remissione,  egli  esortando  i  deputati  codognesi  a  non 
provocare  colla  resistenza  saccheggio  e  stragi. 

Vano  suggerimento!  I  maggiorenti  non  vollero  sapere  di 
condiscendenze,  e  —  baciati  sull'alta  fronte  di  uomini  liberi  da 
quell'estro  patriotico  che  aveva  fatto  invocare  a  Pietro  Capponi 
lo  squillo  delle  campane  fiorentine  —  a  quei  discendenti  di 
Carlo  Vili  opposero  il  più  formale  rifiuto. 


388  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


La  chiara  parola  e  l'ardito  atteggiamento  dei  codognesi  col- 
pirono  di  temente  stupore  i  condottieri  francesi;  non  parve  lor 
vero  che  modesti  borghigiani,  tutti  intenti  alla  vita  massaia  e 
tranquilla,  potesser  trovare  tanta  improvvisa  vigoria  nell'animo 
sicuro  e  fedele  quanta  ne  occorresse  per  repellere  le  minacciose 
imposizioni  bandite  a  squilli  di  tromba  da  squadre  catafratte 
ed  usate  a  perenni  rapine.  E  la  fermezza  codognese  trovò  imi- 
tatori, fino  a  che  lo  Strozzi,  avuto  sentore  del  muoversi  fretto- 
loso da  Milano  del  governatore,  con  grosso  nerbo  di  fanti  e 
d'artiglierie,  levò  di  notte  l'accampamento  da  Chignolo,  ed,  in 
rapida  ritirata  per  Orio  e  Somaglia,  pervenne  a  Cà  Rossa, 
stremato  di  milizie  e  d'audacia  (25  maggio).  E,  fortunatamente 
ancora  una  volta  soccorso  dal  Farnese,  potè  su  barche  piacen- 
tine condursi  al  di  là  del  Po;  ma  per  poco,  perocché  egli,, 
giunto  alle  rive  dello  Scrivia,  doveva  essere  vinto  dal  principe 
di  Salerno. 

Poco  dopo,  la  pace  si  celebrava  a  Crespy,  tra  Carlo  e  Fran- 
cesco (18  settembre);  ed  al  rumore  delle  armi  sottentrava  nelle 
terre  nostre  quella  tranquillità  pensosa  ma  non  felice  che  ac- 
quisceva  gli  spiriti  alla  signoria  di  Spagna. 

Tramontava  il  gran  secolo,  ed  il  periodo  della  rinascenza  ci- 
vile faceva  sentire  i  propri  influssi  anche  fra  noi. 

La  popolazione  del  borgo  seguiva  lo  svolgimento  generale, 
e  s'apparecchiava  ad  attraversare  il  secolo  successivo  degna  di 
quello  accrescimento  e  di  quella  fortuna  per  cui  la  sua  figura 
e  nella  demografia  e  nella  operosità  salì  mano  mano  a  meritati 
fastigi.  Secondo  i  sinodi  diocesani  —  statistici  presidi  del- 
l'epoca —  tremila  e  cinquecento  abitanti  in  ottocento  famiglie 
costituiscono  il  borgo  nel  1584;  salgono  a  cinquemila  trecento 
con  mille  fuochi  nel  1609,  ed  a  cinquemila  quattrocento  qua- 
ranta nel  1629;  sessant'anni  dopo  ammontano  a  seimila  cin- 
quecento le  anime,  le  quali  nel  corso  di  un  secolo  s'accrescono 
ancora  di  ben  duecento  altre  famiglie  ^^;  e  nel  1786  l' abitata 
unito  ha  una  forza  numerica  di  oltre  diecimila  persone. 

La  popolazione  di  Casalpusterlengo  era  soltanto  di  mille  sei- 
cento anime  nel  1584,  accresciute  a  duemila  nel  16 19,  ed  a 
duemila  duecento  nel  1690. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Casale  segue  così  a  rispettiva  distanza  Codogno  nella  af- 
fermazione e  nello  sviluppo  del  suo  comune.  Come  il  nostro, 
anche  quel  borgo  sente  limitata  la  propria  efficienza  dalla  ba- 
riera  del  feudo  che  le  antistà;  ma  con  questo  di  più  grave,  che, 
mentre  la  signoria  trivultina  spesso  doveva  risolvere  in  com- 
promessi le  sue  litigiose  pretese  coi  comunali  codognesi,  quelli 
di  Casale,  osteggiati  da  feudali  fiscalità  anche  più  acerbe,  non 
vi  opponevano  pari  energia  di  resistenze. 

I  marchesi  Lampugnani  non  vollero  mai  che  la  propria  so- 
vranità fosse  anche  in  minima  parte  offuscata  dalle  aspirazioni 
e  dai  provvedimenti  di  quel  consiglio  generale,  e  la  rassegna- 
zione di  questo  ebbe  più  volte  solenni  dimostrazioni.  Per  le 
feste  del  Natale  il  comune  prestava  omaggio  al  suo  signore 
coir  offerta  della  formaggia  e  dei  capponi;  ma  ciò  era  consuetu- 
dinario, e  non  può  costituire  prova  piena  del  nostro  asserto. 
Altre  più  gravi  deliberazioni  prendeva  il  consiglio  a  prò  dei 
signori  casalesi,  come  quelle  d'affrettarsi  a  dichiarare  immune 
da  qualsiasi  gravame  i  nuovi  edifici  sorti  in  nome  e  per  conto 
del  feudatario,  di  destinargli  sollecitamente  l'oblazione  corri- 
spettiva per  l'istituzione  del  mercato,  e  via  via. 

Non  per  questo  è  da  credersi  che  sempre  quel  comune  amai- 
nasse bandiera  al  cospetto  del  feudo.  Quando  i  Lampugnani 
tentarono  avocare  a  sè  la  privativa  d' ogni  reddito  daziario  della 
piazza  di  Casale,  per  lungo  ordine  d' anni  pertinente  al  comune, 
trovaron  questo  fieramente  ostile  alla  loro  pretesa  (1587);  sorse 
e  perdurò  lunga  la  lite,  che  finì  compromessa  nel  presidente 
del  senato  milanese,  Giacomo  Riccardi,  il  cui  verdetto  arbitrale 
fu  quasi  per  intero  favorevole  al  comune  (28  giugno  1590). 
Così  pure,  quando  Nicolò  Lampugnano  per  sè  e  pel  pupillo 
marchese  Gian  Giorgio  designò  a  potestà  di  Casale  un  Gian 
Pietro  Mussi,  il  consiglio  nè  lo  riconobbe  nè  lo  accettò,  affer- 
mandolo sprovvisto  dei  requisiti  imposti  colle  disposizioni  del 
senato  al  magistrato  chiamato  a  quell'ufizio  (1663);  ed  occor- 
sero molti  anni  e  reclami  del  Mussi,  niente  meno  che  al  re  di 
Spagna,  perchè  egli  giungesse  a  coprire  la  carica  ambita,  dopo 
essersi  posto  esattamente  in  regola  pei  propri  attributi. 


390 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Semplice  era  la  costituzione  amministrativa  dì  Casale,  come,^ 
del  resto,  quella  di  Codogno. 

Il  gran  consiglio,  composto  di  quaranta  persone,  veniva  con- 
vocato nei  primi  tempi  sotto  i  portici  della  piazza;  poi  nella 
sala  maggiore  dell'osteria  di  S.  Giorgio  (1591);  quasi  sempre 
in  principio  d'anno,  e  per  deliberazioni  gravi  e  per  la  nomina 
dei  titolari  ai  diversi  ufizì.  Dodici  persone  componevano  il  pic- 
colo consiglio,  eletto  in  quello  dei  quaranta  e  concentrante  su 
tre  deputati  il  potere  esecutivo.  Presiedeva  e  l'uno  e  l'altro  il 
potestà,  che  in  sè  accoglieva  la  distribuzione  della  giustizia  prò 
tribunali,  nell'aula  del  consiglio;  lo  nominava  il  feudatario,  ed 
era  compensato  dal  comune;  perdurava  in  dignità  per  un  biennio; 
poteva  giovarsi  dell'opera  di  un  luogotenente,  e  competeva  a 
lui  quel  famoso  diritto  di  veto  che  molto  più  tardi  avrebbe 
tratto  in  perdizione  uno  fra  i  più  potenti  sovrani  d' Europa. 

La  camera  consigliare  risiedeva  anticamente  nella  contrada 
dei  Morti,  registrata  fra  le  prische  del  borgo  ed  anche  allora, 
come  oggi,  popolatissima.  Poi  il  consiglio  sedette  al  piano  su- 
periore dell'ospizio  dei  poveri,  destinato  a  sede  del  monte  di 
pietà;  provvisoriamente,  perchè  dagli  atti  consigliari  raccolti 
nell'archivio  casalese  elice  che  si  deliberò  d'erigere  la  casa  per 
le  publiche  adunanze  presso  la  piazza,  fabbricando  una  sala 
nella  casa  della  comune,  posta  in  via  Rivadersa  (1661), 

La  costituzione  comunale  casalese  fu  riformata  evidentemente 
quando  la  deficienza  di  disposizioni  precise  aveva  condotte  le 
sedute  del  consiglio  ad  un  abituale  contegno  litigioso  fra  i  se- 
denti (1583),  tanto  che  si  dovette  perfino  vietare  l'intervento 
alle  adunanze  a  chi  v'andava  armato  di  spada  o  di  stocco. 

Come  abbiamo  lamentato  avvenisse  in  Codogno  l' incendio 
distruttore  delle  memorie  municipali,  così  ci  doliamo  della  ma- 
nomissione agli  archivi  del  comune  di  Casale,  i  quali  hanno 
così  una  grave  lacuna  dal  1598  al  1662,  l'epoca  in  cui  anche 
Casale  assurgeva  a  novelli  e  gagliardi  destini.  La  passione  delle 
cose  patrie  non  distolse  però  gli  studiosi  moderni  dal  nobile 
compito  di  investigare,  ed  è  loro  mercè  se  ci  riesci  di  delineare 
alcuni  salienti  rilievi  della  vita  comunale  casalese. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


NOTE  AL  CAPO  XXXIII. 

*  «  Magnifici  Domini  Antiani.  Suppliceno  li  homini  tuti  habitanti  in  Loco, 
Villa,  e  Tiritorio  de  Codogno  del  Veschovato  de  Laude,  contiguo  a  questo 
Veschovato  de  Piasenza,  et  cusì  tuti  queli  che  sono,  et  saranno  de  dicto 
loco  de  Codogno,  quamvis  habitasseno,  et  siano  per  habitare  in  altro  loco, 
che  quando  le  Vostre  Spettabilità  gli  pare  de  creare,  e  fare  Citadini  tutti 
li  homini,  et  persone  habitanti,  et  che  in  futurum  habiterano  in  dicto 
loco,  et  tiritorio  de  Codogno,  et  in  zaschaduno  altro  loco,  domentre  che 
siano  de  dicto  loco  de  Codogno,  che  lore  se  offereno  de  dare  uno  certo 
premio  honesto  a  questa  Magnifica  Comunità,  qualo  è  libre  cente  Impe- 
riale; e  questa  offerta  lore  le  fanno  per  ben,  e  utile  de  questa  Magnifica 
Comunità,  per  che  posseno  li  homini  de  dicto  loco,  e  done  venire  al 
merchato  in  questa  Cità,  e  cusì  infra  la  setemana  a  portare  de  le  lore 
robe  a  vendere,  et  etiam  a  comparare  de  quele,  che  fa  di  bisogna,  in  anze 
che  andare  a  li  casteli,  e  merchati  circumstanti.  Et  concedendo  questo, 
serà  grandissima  utilità  a  questa  Cità,  et  a  tuti  li  Artischi,  et  etiam  a  li 
datii  de  questa  Cità,  et  farano  una  parte  del  mercato,  per  lo  numero 
grande  che  fa  dicto  loco,  e  questa  Cità  sarà  abondante  de  polaya,  mar- 
zadizi,  et  altri  vituale,  et  animale;  et  se  faranno  per  alcuni  homini  de 
dicto  loco  grande  mercantie  in  questa  Cità,  quali  li  fanne  in  altri  loci,  e 
cum  li  Citadini;  et  in  questa  Cità  gli  venni  pochi,  per  che  lo  datio  del 
porto  da  Po  pagano  tropo,  e  cusì  le  bollete,  quali  sonni  gravo  carico  a 
dicti  homini,  e  done  de  dicto  loco.  Et  etiam  vignizeno  per  medixine,  e 
per  medici  in  questa  Cità  per  lori  bisogno,  se  non  fusseno  dicti  porti,  e 
bollete  cussi  gravi;  Per  tanto  pregano  le  Vostre  Signorìe  gli  piace  de 
criari,  e  fare  Citadini  de  questa  Cità,  aziò  posseno  venire,  e  stare  cum 
vuii,  comò  fanno  li  altri  Citadini  de  questa  Cità,  come  sperano  in  le  Vostre 
Signorìe,  a  le  quale  se  racomandemo,  non  intendendo  perhò  essi  homini 
essere  obligati  per  le  lore  persone,  nè  beni,  quali  habeano  in  nel  loco,  e 
tiritorio  de  Cotonio  predicto,  debeno  esseri  obligati  ad  calcho  alcuno  foxe 
misso  fin  al  presente,  nè  che  se  ba visse  ad  imponere  in  la  dieta  Cità  de 
Piasentia,  nè  essi  Citadini  nel  suo  Veschuato,  ma  solamente  siano  obHgati 
per  li  beni  aquistiranno  in  dicto  Veschovato  de  Piasenza,  seu  essa  Cità, 
et  non  aliter.  » 

^  Goffredo  .di  Crollalanza,  nella  Enciclopedia  araldico-cavalleresca ,  de- 
scrive lo  stemma  di  Codogno  d'azzurro,  alla  lupa  passante  al  naturale, 


392 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


attraversante  sul  tronco  d' un  cotogno  di  verde ,  fruttifero  d' oro ,  fustato 
al  naturale  e  terrazzato  di  verde. 

Marco  Antonio  Ginanni,  neW  Arte  del  blasone  fa  il  cotogno  simbolo 
araldico  di  azioni  magnanime  ed  eroiche,  di  virtù  nascosta  e  di  amore  sincero. 

^  Archivio  comunale  di  Codogno. 

*  Si  legge  in  un  vecchio  scartafaccio  dell'  archivio  parochiale  di  Codogno  : 
«  La  quarta  parte  delle  decime  sul  feudo  onorifico  di  Codogno  del  fu 
Giacomo  Tressino,  venuto  a  morte  senza  prole,  vien  messa  in  questione 
tra  il  vescovo  di  Lodi  e  Giovanni  de  Ricardi,  avanti  all'  abate  di  S.  Pietro, 
costituito  giudice  da  papa  Bonifacio  Vili  (1397,  XVII  Kal.  julii)  ». 

Nel  recentissimo  volume  Briciole  di  storia  scaligera  di  Carlo  Cipolla, 
sono  riportati  tre  documenti  dell'archivio  episcopale  laudense,  due  dei 
quali  riguardano  le  investiture  fatte  da  Antonio  della  Scala,  vescovo  di 
Lodi,  della  decima  e  dei  dritti  di  decimare  su  quel  di  Codogno,  in 
Leonardo  di  Soltarico  (25  febbraio  1389)  e  nella  famiglia  Sommari  va 
(21  dicembre  1389). 

^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

^  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  1823. 

'  Luigi  Alemanni  -  Storia  di  Casalpus  ter  tengo.  Mentre  si  publicavano 
i  primi  fascicoli  di  questo  nostro  lavoro  il  sacerdote  professore  Alernanni 
licenziava  alle  stampe  una  serie  di  monografie  del  suo  luogo  nativo.  Nel- 
r agosto  1897  l'Alemanni  moriva  a  Casale,  lasciando  di  sè  memoria 
d' uomo  di  beli'  ingegno  e  di  non  comune  dottrina. 

La  Storia  di  Casalpuster tengo  —  benché  decorata  di  un  titolo  che  troppo 
parrebbe  promettere  e  condotta  con  criteri  affatto  differenti  da  quelli  da  noi 
seguiti  —  fu  da  noi  salutata  con  viva  soddisfazione  come  opera  della 
nostra  sorella.  Alcune  di  quelle  monografie;  ci  riesci  anche,  per  diligenza 
di  indagini,  assai  grata;  e  da  esse  abbiamo  attinte  interessanti  notizie, 
come  quelle,  ad  esempio,  che  riguardano  il  comune  casalese. 

^  Documenti  dell'  archivio  comunale  di  Codogno  : 

Protesta  dei  deputati  della  comunità  contro  casa  Trivulzia  ed  altri,  a 
causa  della  pretensione  eccessiva  per  l'imboscato  del  territorio  (22  aprile  1563). 

Protesta  fatta  in  faccia  di  Teofilo  Quinterio,  daziario  di  casa  Trivulzia, 
dai  deputati  della  comunità  di  Codogno,  per  occasione  dell'imbottato  delle 
biade  dell'anno  (3  novembre  1567). 

Altra  protesta  perchè  detto  daziario  non  separava  i  vini  mischiati  dai 
puri,  e  lettera  originale  del  senato,  diretta  «  prudenti  viro  prcetori  Cottonei  » 
con  supplica  data  dalla  comunità,  toccante  l'istesso  aft'are  (3  novembre  1567). 

Altra  protesta  per  l'imbottato  del  migho  (11  novembre  1567). 

Ratifica  di  procura  fatta  dalla  comunità  ad  agire  davanti  al  capitano  di 
giustizia  di  Milano  contro  il  conte  Orazio  Trivulzio  (8  marzo  1568). 

Procura  della  comunità  perchè  si  accettino  le  norme  date  dal  principe 
e  dal  senato  e  loro  delegati,  pel  governo  della  medesima  (8  febbraio  1573)- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


393 


Procura  della  comunità  in  Giovanni  Giacomo  Sormano  ed  altri,  per 
agire  contro  il  fisco  feudale  di  Codogno  (30  luglio  1584). 

Procura  della  comunità  ad  agire  per  le  controversie  insorte  coi  feudatari 
(9  settembre  1584). 

Mandato  della  comunità  in  Stefano  Gaza  ed  altri  contro  casa  Trivulzia 
(4  febbraio  1585). 

Procura  della  comunità  nel  prefato  Sormano  per  l'assistenza  alle  liti  col 
conte  Giovanni  Trivulzio  (29  marzo  1586). 

Altre  procure  della  comunità  allo  stesso  obbietto  (9  luglio  1587  e 
7  marzo  1592). 

Compromesso  tra  la  comunità  e  i  confeudatarì  Trivulzio  (6  settembre  1593). 

Procura  della  comunità  per  terminare  amichevolmente  le  pendenze  con 
casa  Trivulzia  (13  aprile  1597). 

Istromento  d'aggiustamento  fra  i  Trivulzì  e  la  comunità  (26  gennaio  1623^  , 
poi  data  alle  stampe  codognesi  (1624). 

^  In  San  Fiorano  si  legge  tuttora  la  seguente  epigrafe  : 

QUOD  MORTALIBUS  NIHIL  AEQUE  EXPERTENDUM  SIT  QUAM  EXCOLLATO 
PUBLICO  BENEFICIO  NOMEN  IN  POSTEROS  PROPAGARE  ID  IN  VOTIS  HABENS 
JO.  FIRMUS  TRIVUL.  GEORGII  F.  EXTORRISSET  VARIOS  FORTUNA  CASUS 
PERPESSUS  PATRIA  POSTILIMINIO  RESTITUTUS  HUNC  LOCUM  MUNERE  IMP. 
CAROLI  V.  MERCATU  LIBERO  NOBILITANDUM  CURAVIT  MDXXXXIII. 

"  Alessandro  Ciseri  -  Giardino  istorico  lodigiano. 

"  Il  Bosco  di  Codogno  apparteneva  al  vescovo  di  Lodi,  che  ne  inve- 
stiva con  Ronco  (Regina  Fittarezza),  e  con  Caccia  (Gazza),  Bertramo  de 
Lertora  (1263);  lo  locava  a  Guilenzio  de  Sommaripa  (21  ottobre  1305);  e 
lo  donava  ai  poveri  di  Codogno  (11  giugno  1351). 

Undici  pertiche  al  Bosco  furono  acquistate  nel  1494,  ed  altre  dodici 
pure  al  Bosco,  nel  1495. 

L'anno  prima  che  il  comune  vendesse  il  Bosco  ne  ricavò  d'affitto 
lire  quattromila  quattrocento  cinque  (26  ottobre  1683). 

Pel  possesso  del  Bosco,  confinante  a  ponente  colle  ragioni  dei  Cavazzi 
della  Somaglia,  si  agitarono  tra  costoro  e  gli  uomini  di  Codogno  molte  e 
vessatorie  questioni. 

Dalla  carta  bolzoniana  (1588)  il  comune  di  Codogno  risulta  proprie- 
tario della  Domus  Buschi  (Cà  del  Bosco) ,  del  Locus  Monterchii  (Monticchie) 
e  del  Locus  Cigogaloniy  tutti,  come  la  Colombera,  la  Sforzina  e  parte  della 
Mirandola,  comprese  nel  Bosco. 

Il  mulino  ed  alcune  pertiche  di  suolo  costituenti  la  Colombera  erano 
stati  ceduti  dal  conte  Gian  Fermo  Trivulzio  alla  comunità,  a  rogito  Gian 
Pietro  Cremonesi  di  Lodi  (4  ottobre  1539).  Per  questa  vendita,  il  tesoriere 
della  scuola  di  S.  Caterina  in  Milano,  confessava  a  favore  del  comune 
codognese  la  ricevuta  di  lire  quattrocento  quarantuno  e  soldi  dodici  im- 
\  periali  per  l' estin^one  di  un  debito  dei  conti  Giovanni  e  consorti  Trivulzi. 


394 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno. 

"  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

^®  Neil'  archivio  comunale  si  ha  il  capitolato  del  comune  con  don  Orazio 
Finetti,  per  la  scuola  detta  della  dottrina  cristiana,  fatto  a  lui  un  annuo 
emolumento  di  ventotto  ducatoni  ed  imposto  altresì  agli  scolari  di  corri- 
spondere a  lui  condegna  mercede  (12  novembre  1597). 

"  Nello  stesso  archivio  esiste  il  capitolato  col  medico  Cesare  Lombardo 
(25  giugno  1598),  il  quale  per  la  cura  di  Codogno  aveva  abbandonato 
quella  già  tenuta  di  Casalpusterlengo. 

Come  quella  che,  a  nome  del  capitano  Gian  Battista  Reina,  coman- 
dante una  compagnia  di  dragoni,  vuole  imporsi  ai  comuni  di  Codogno  e 
di  Casale  per  la  quantità  delle  requisizioni  da  lui  pretese  ai  suoi  soldati 
ed  ai  suoi  cavalli.  E  le  comunità  a  lor  volta  controprotestàrono  a  rogito 
Cristoforo  Greco,  nota'ro  di  Lodi  (14  dicembre  1539). 

«  In  nomine  domini  amen,  anno  nativitatis  eiusdem  millesimo  quingente- 
simo  quadragesimo  quarto  ;  indictione  II die  sabati,  decimo  septimo  mensis 
m,aii  in  terra  Cottonei  episcopatus  Laude  et  in  camera  conciliis  communis  diete 
terre  presentibus  domino  Francisco  de  Bignamis  f.  q.  domini  B alzar i  habita- 
tor  loci  reginere,  territorii  terre  Cavacurtae  episcopatus  Laude,  Baptista  de 
vertua  f.  q.  Gasparis  et  Baptista  de  Padernis  f.  q.  Andrea  ambobus  habi- 
tatoribus  diete  terrae  Cottonei  omnibus  testibus  notis  et  notoriis  ac  ido- 
neis  etc.  et  presentibus  pubbliciis  notariis  eie.  Jo.  Jacob  de  Astis  et  Basian 
de  Gae  notaris  etc.  Laude  Jus.  Cum  sii  ut  asserint  magnifici  consules  et 
deputati  dum  die  decima  et  sexta  presentis  mensis  maij  transfrettasset 
Jlumen  abduae  et  esset  penes  locum  Castillioni  agro  laudensi  plures  et  plures 
intere  ex  ducibus  exercitu  misso  ad  dictam  terram  Cottonei  perveniant 
et  maxime  littere ,  magnifici  domini  Herculis  Vicecomitis  ex  capitaneis 
duce7ttibus  exercitus  et  sunt  etc.  cetteros  littere  tenoris  sequentis  : 
Consuli  et  homini  de  Codogno, 

Per  esser  necessario  per  condurre  le  barche  et  altre  cose  necessarie  per 
fare  il  ponto  sopra  Ada  per  passare  il  exercito  regio  non  manchereti 
mandare  para  quatro  de  bovi  subitto  receputta  la  presente  con  homini, 
corde  ad  questo  necessarie  et  in  questo  non  mancatti  per  quanto  deside- 
rate la  gratia  regia  sotto  le  pene  a  noij  arbitrarie  assicurandovi  sopra  la 
fede  mia  che  domani  ve  sarano  restituite  senza  fallo  et  a  noij.  Da  Castiono 
alli  16  Magio  1544  me  offero  vostro  Hercule  Vesconte. 

Consuli  et  homini  de  Codogno 

Non  mancatte  receputa  la  presente  fornirci  de  duodeci  millia  pani  per 
uso  dela  monition  del  esercito  regio  et  farli  condur  quivi  in  le  nostre 
mani  in  Castione  et  quatro  paja  de  boij ,  uno  caro  de  vino  et  in  questo 
non  mancari  sotto  pena  esser  messi  a  foco  et  sangue  et  trattati  come 
persone  desobedienti.  Fatte  parlare  a  lo  vostro  Comissario  al  quale  have- 
retti  voij  a  obedire  e  che  se  per  tuto  hogi  non  haveretti  provedutto  di 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


395 


tutto  quanto  ho  domandato,  farò  in  sorte  et  daretti  esempio  a  altri  de 
voler  obedir  meglio  di  quello  che  non  fatti,  et  a  voi  me  offero.  —  In  Ca- 
stione  alli  17  Maggio  1544  vostro  Hercule  Vesconte. 

Cumque  littere  ipse  comminaverint  prout  meis...  nec  possunt  ipsi  Consul 
et  deputati  minusque  duces  terre  Cottonei  resistere  ducibus  exercitui  mi^ 
nusque  nostrorum  terriarium  aliquum  nunc  verum  mittere  ad  exclentis- 
simo  domino  marchione  del  Vasto  Cesaree  Majestatis  in  toto  dominio 
Mediolati  locum  tenens  nec  ad  amplissimas...  nec  aliquam  opositionem  aut 
provisionem  in  predictis  facere. 

Cumque  presenti  coftsules  et  deputati  ad  terram  Pizleonis  Cremonensis 
dioecesis  ad  magnificum  dominum  arcis  ducem  terre  castellanum  nuncimn 
misserint  ad  eidem  omnia  in  predictis  litteris  quanta  significata  et  aliqua 
premissis  adhiberet  promissiones  .  .  .  magnificus  dominus  Castellamcs  res- 
pondit  dicto  nuncio  deberet  .  .  .  dicens  dicto  .  .  .  deputatis  debere^it  facere 
quanta  in  eis  .  .  .  penas  in  eis  quantas  pati  prout  ibidem  presenti  domini 
deputati  .  .  .  Et  propterea  Dominicus  de  Mola  fq.  -  Aloisis  consiil  comunis 
et  hominum  diete  terre  Cottonei  prò  anno,  predar  issimi  domifii  Nicolaus 
de  Goe  fq.  domini  Bassani,  Jacobiìius  de  Ferrariis  filius  domini  Filippi, 
Jo.  Maria  de  Ugonibus  fq.  domini  Manfredi;  Hieronymus  de  Martinengo 
fq.  bartholomei ,  Gaspar  de  Grecis  fq.  bernardini,  et  Franciscus  de  dra- 
conibus  fq.  Jo.  Maria  sitores  diete  terre  Cottonei  et  omnes  deputati  regimini 
comunis  diete  terre  prò  anno  presenti  inpresentia  mei  notaris  infrascripti 
ac  testium  et  notariorum  sotoscriptorum  ad  evitandam  penam  et  rebellionis 
et  alias  omni  meliori  modo  et  spone  .  .  .  dicere  et  protestari  fuerat  ac 
dicunt  et  pròtestant  ipsi  sunt  et  volunt  et  intendunt  veri  ac  fidi  subditi 
cesaree  Majestatis  stare  et  perseverare  nec  aliquater  eorum  animos  fidem 
et  mentem  ab  eiusdem  cesaree  majestatis  fide  et  devotione  deviare  sedin 
ea  perseverare  ut  supra  et  prò  ut  supra,  sed  ubi  et  .  .  .  aliqua  particularis 
persona  seu  alique  particulares  persone  metu  dictarum  litterariim  vel  alter 
a  se  ipso  vel  ob  timorem  sua  aliqua  victualia  vel  aliqttod  sufragium  in 
premissis  dedisset  aut  dare  predicti  consules  et  deputati  ac  predicta  comu- 
nitas  non  intendimi  in  premissis  delinquere  nec  aliquam  penam  incurrere 
nec  ob  id  a  fidelitate,  obedienta  ac  subiectionem  predicte  Cesaree  Majestatis 
deficere  sed  in  eadem  perseverare  tit  supra  et  prò  ut  supra  et  ita  in  his 
scriptis  dicimt  et  pròtestant  et  juraverunt  et  jurant  in  manibus  mei  notarii 
infrascripti  eisdem  et  cui  libet  eorum  jitramefittcm  deferre  ad  santissima 
Dei  evangelia  et  quidquid  evenie t  in  predictis  evenie t  preter  mente  et  vo- 
luntate  dictorum  consuli  et  deputatortim  infrascriptorum  et  inde  rogaverunt 
et  rogant  me  notar ium  infrascriptum.  Ego  Jo.  Matheus  de  Grecis  fq.  do- 
mini Jo.  Jacobi  civis  piMlicus  a  sacra  imperiali  auctoritate  notarius  lau- 
densis  predictmn  Instrumentum  rogavi  et  tradidi  illudque  extraxi  atque 
scripsi  et  in  fide  me  subscripsi.  » 

Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno. 


CAPO  XXXIV. 

Le  chiese  del  secolo  XVI  —  S.  Tomaso,  S.  Rocco,  S.  Biagio  e  S.  Giorgio 
a  Codogno  —  Le  parochiali  di  Castelnuovo,  di  Casale  e  di  Meleti  — 
L' Incoronata  a  Castione  —  Le  parochiali  di  San  Fiorano,  di  Somaglia, 
di  Maleo  e  di  Corno  Giovane. 


L  finire  del  secolo  XV  è  lumeggiato  dagli  indistinti 
crepuscoli  di  quella  che  sarà  subito  dopo  l'alba 
della  rinascenza  artistica.  Nella  chiesa  essa  trova  la 
sua  prima  alleata,  e  così  l'arte  è  gagliardamente 
plasmata  colle  opere  insigni ,  prodotti  del  sentimento  religioso 
benché  più  apparenti  che  sostanziali,  chè  continua  la  corruttela 
e  lo  scandalo,  caratteristica  dolorosa  ed  universalmente  ammessa, 
non  tanto  dalla  società  profana  quanto  anche  da  quella  clerocratica. 

Tra  i  laici  potenti  e  gli  eminenti  delle  dignità  ecclesiastiche 
anche  qui  non  si  andavano  certo  svolgendo  degli  idili;  pure, 
ringentilita  l'età,  per  necessità  dinamica  di  governo  i  due  po- 
teri dovevano  vicendevolmente  farsi  da  fulcro  ;  ed  all'  appello 
della  religione  non  mancava  di  rispondere  il  forziere  del  prin- 
cipe, il  cui  braccio  secolare  era  a  sua  volta  rafforzato  dalla 
parola  indiscussa  del  sacerdote,  predicante  l'umiltà  e  la  rasse- 
gnazione ai  subbietti.  Da  ciò  una  serie  di  magnificenze  religiose, 
di  rinnovazioni  templari,  di  istituti  pii,  di  consociazioni  fraterne 
nel  nome  di  Dio  e  de'  suoi  santi;  e  la  chiesa  da  militante 
diviene  trionfante;  nè  la  tocca,  ma  forse  indirettamente  fra  noi 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


397 


la  giova,  il  freddo  vento  che  dalle  confessioni  di  Augusta  e  di 
Ginevra  soffia  attraverso  le  Alpi. 

Anche  in  questo  novello  slancio  politico  e  religioso  noi  se- 
guiamo lo  spirito  comune;  e  qua  e  là  per  terre  e  per  castella 
si  instaurano  artisticamente  gli  edilìzi  del  culto;  e  l'ordinario 
cammina  per  tutta  la  giurisdizione  sua  pontificando,  col  rituale 
alla  mano,  nelle  consacrazioni  di  chiese  rifatte  o  nuove;  e  il 
«  domus  mea  doìmis  orationis  »  par  diventata  la  parola  d' ordine 
vescovile  di  quei  giorni. 

Pel  lascito  del  codognese  Tomaso  Manfredino  Gibello  (1462), 
già  noto  ai  lettori,  accanto  al  nuovo  ospitale  di  S.  Tomaso 
—  nell'odierna  via  Roma  —  fu  eretta  la 
chiesa  titolata  allo  stesso  santo. 

Essa  poggiava  su  un  arco  solo,  da 
prima  col  vòlto  in  legno,  più  tardi  rifatto 
in  cotto.  Doveva  avere  qualche  impor- 
tanza, forse  per  la  sua  posizione  nel  centro 
dell'abitato-,  chè  quivi  fu  trasportato  il 
battistero  dalla  parochiale,  quando  questa 
fu  interdetta,  paroco  essendo  Gaspare 
Domenicani,  in  aperta  ostilità  col  ve- 
scovo (1672).  Aveva  l'altare  e  le  balaustre 
marmoree  (1694),  ^i^^-  nicchia  colla 
statua  di  sant'Antonio  di  Padova,  a  cui  accorrevano  fervoro- 
samente i  devoti.  Fu  restaurata  per  l'ultima  volta  nel  1709. 

S.  Tomaso  subì  la  soppressione  giuseppina,  e  fu  sconsacrata 
dal  canonico  Giovanni  Antonio  Fontana  (8  gennaio  1776)  es- 
sendo destinata  alle  publiche  scuole  dei  poveri;  le  quali  comin- 
ciaron  tosto  (15  aprile).  Servi  pure  di  sede  all'academia  filarmonica 
(ottobre  1778),  e  là  dove  per  tre  secoli  circa  i  preti  avevano 
salmodiato,  i  più  cospicui  codognesi  offrivano,  in  festività 
straordinarie,  spettacoli  di  canti  e  di  suoni. 

L'edificio  fu  venduto  all'asta  (12  marzo  1788)  e  trasformato 
in  case  comuni. 

In  tutto  il  secolo  XIV  si  era  reso  popolarissimo  in  Italia  il 
culto  a  Rocco  di  Montpellier,  gentiluomo  linguadochese,  che  per 


398 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


amore  e  carità  del  prossimo  era  venuto  peregrinando  in  Italia, 
d'ospitale  in  ospitale,  a  sollievo  degli  appestati.  Così  anche  fra 
noi  i  sacelli  alla  sua  memoria  sorsero  e  si  moltiplicarono.  Rocco, 
pedestre  romeo  della  misericordia,  ci  venne,  tornante  in  patria 
(1322),  e  di  lui  serba  nome  il  villaggio  estremo  di  Lombardia, 
dove  egli  sostò,  alla  Cà  Rossa  specchiantesi  nel  fiume. 

Anche  in  Codogno,  gli  fu  consacrata  una  cappellina,  che 
fu  poi  decretato  dalla  comunità,  coli' offerta  di  quaranta  lire 
imperiali,  doversi  mutare  in  oratorio  (1484).  Il  quale  fu  con- 
sacrato  da  monsignor  Erasmo  de  Bernardis,  vescovo  di  Aretusa 
(16  agosto  1505)  ^  allor  che  si  fermò  in  Codogno,  ospite  dei 
Trivulzì;  con  uno.  dei  quali,  monsignor  Filippo,  s'accompagnò 
poi  alla  volta  di  Ragusi,  di  cui  Filippo  stesso  era  stato  eletto 
arcivescovo. 

Un  secolo  circa  fiorì  l'oratorio,  specie  per  le  cure  della  con- 
fraternita che,  titolandosi  dal  viatore  francese,  ne  seguiva  il 
caritatevole  spirito.  Esso  era  monoarcato,  dal  coro  euritmico, 
aveva  quadri  di  pregio  e  splendidi  arredi.  Un  tributo  annuo 
gli  sovvenne  la  rappresentanza  civica  di  quei  giorni  ;  e,  per  atti 
di  liberalità  fra  vivi  e  d'ultima  volontà,  la  confratria  addettavi 
si  rese  fortissima  di  numero  e  di  possessi.  Poi  molti  di  quei 
confratelli  vollero  per  sè  costrursi  il  nuovo  oratorio  della  Ss.  Tri- 
nità (1608).  Per  l'opera  zelatrice  dei  devoti  sanrocchini  rimasti, 
però,  la  chiesetta  ebbe  ampliamenti  ed  aggiunte,  compresa  la 
decorosa  del  campanile;  ed  anche  nello  scorso  secolo  fu  re- 
staurata ed  abbellita  (1740  e  1750). 

Essa  fu  chiusa  al  culto  (30  agosto  1806)  dopo  la  soppres- 
sione della  confratria,  e  servì  di  quartiere  nei  molteplici  passaggi 
dei  coscritti  napoleonici  ^.  E  —  come  avvenne  a  S,  Tomaso  — 
anche  qui  l'arte  s'accampò,  aprendovisi  un  teatro  provvisorio, 
inaugurato  da  una  compagnia  Pucci  ^.  Il  demanio  vendeva  la 
chiesa  con  altri  beni  nazionali  (27  agosto  1809). 

Alla  stasi  novella  di  efflorescenza  artistico-religiosa,  che  di- 
stinse il  secolo  XVI,  appartiene  la  fondazione  della  parochiale 
di  Codogno,  dove  —  come  si  legge  al  nostro  capo  IV  —  Biagio, 
martire  di  Cappadocia,  qui  ebbe  il  suo  primo  delubro.  Le  di- 
gnità e  r  importanza  modestissime  del  quale  risultavan  provate 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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anche  dal  fatto  ch'esso  soggiaceva  giurisdizionalmente  alla  ple- 
bania  di  Casale,  colle  chiese  di  S.  Vito  alle  Monticchie,  del- 
l' Assunta  in  Monte  Oldrado,  dei  SS.  Nazario  e  Celso  in  Zorlesco 
e  dell'Assunta  in  Vittadone  (1261).  La  primitiva  postura  del 
delubro,  presso  il  castello,  è  nota  dall'atto,  tra  i  più  citati,  con  cui 
la  comunità  di  Codogno  investiva  lo  Scarpino  del  Bosco  (1375). 

Agli  abitanti,  grandemente  accresciuti  di  numero,  non  poteva 
pili  il  primitivo  santuario  essere  sufficiente,  e  parecchi  pensarono 
a  che  le  spirituali  necessità  fossero  adeguate  alle  temporali. 
Chi  per  primo  s' adoprò  all'  uopo  fu  Gian  Fermo  Trivulzio  di 
Antonio  —  morto  nel  1491  — ■  erigendo  la  cappella  dell'As- 
sunta, poi  compresa  nella  parochiale,  dotandola  di  rendite  e 
serbandone  il  diritto  di  patrono  per  sè  e  pei  suoi;  ed  in  essa 
apparecchiò  alla  propria  famiglia  le  tombe  Inspirazione  simul- 
tanea a.  quella  del  Trivulzio  ebbero  e  svilupparono  man  mano 
molti  altri,  e  nobili  e  popolani,  negozianti  e  coloni^. 

Non  fastosi  si  offrono  gli  eventi  della  chiesa  di  S.  Biagio 
per  lungo  ordine  d'anni.  S'aumentarono  i  redditi  suoi,  e  per 
elargizioni  testamentarie  e  per  casi  fortuiti;  quale  quello  di 
monsignor  Andrea  Greco  da  Codogno,  vicario  generale  metro- 
polita di  Milano,  che  disponeva  la  sua  sepoltura  nella  chiesa 
ove  morte  lo  avesse  colto,  promettendo  di  compensare  questa 
postrema  ospitalità  con  alcune  cappellanie.  Egli  infermò  e  morì 
in  Codogno,  e  la  chiesa  di  S.  Biagio  ebbe  la  sua  salma  e  le 
cappellanie  da  lui  istituite  (1501). 

«  Unum  ovile  et  unus  pastor  »  fu  la  massima  simboleggiata  a 
disfida  degli  anni  dalla  nostra  maggior  chiesa.  Se  nel  succes- 
sivo ingrandimento  del  borgo  essa  oggi  sembra  inferiore  alla  sua 
importanza  di  matrice,  in  quelle  più  circoscritte  condizioni  locali 
apparve  al  suo  fine  bastevole. 

Del  resto,  o  vasta  od  angusta,  a  seconda  delle  diverse  con- 
siderazioni, è  certo  che  il  massimo  tempio  costrutto  dagli  avi 
nostri  volle  significare  lo  slancio  collettivo  del  popolo,  il  quale 
nella  sua  chiesa  precipua  affermava  la  coscienza  della  indivi- 
dualità propria,  allora  per  indole  di  tempi  appoggiata  alla  ma- 
nifestazione religiosa.  E  se  altrove,  in  Italia,  da  alcuni  secoli 
prima,  il  sentimento  publico  aveva  inalzate  le  massiccie  case 


400 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


del  comune,  accanto  ad  esse  aveva  altresì  spinte  verso  il  cielo 
le  insigni-  basiliche,  nelle  quali  discendeva  per  miracoli  d'arte 
geniosa  la  benedizione  di  Dio. 

Codogno — a  cui  nei  fulgidi  tempi  delle  comunali  libertà,  mancò 
una  personalità  propria  —  non  ebbe  possibile  nel  secolo  XV  che 
la  sola  affermazione  di  sè  nella  fede,  riassunta  da  quel  suo 
tempio.  Non  si  può  dire  certo  che  in  esso  parlino  i  secoli  e 
spieghino  meraviglie  i  fregi,  i  marmi,  i  diaspri  ed  i  mosaici; 
ma  pure  —  allor  che  le  spirituali  delicature  delle  corti,  spo- 
gliantesi  degli  antichi  e  scontrosi  costumi,  andavan  di  pari  passo 
colle  domestiche  agiatezze  del  popolo  laborioso  —  il  maggior 
tempio  di  Codogno  fu  circonfuso  dall'aureola  dell'arte,  e  arric- 
chito di  cospicue  temporalità,  e  fregiato  di  dignità  alte  nel  rito 
gerarchico  del  cattolicismo. 

Erasmo  Trivulzio,  figlio  di  Gian  Giacomo,  nel  suo  testamento 
a  rogito  Galeazzo  Visconte  (io  ottobre  15 ii)  disponeva  che 

fosser  dedotti  dal  convento  di  S.  Maria 
del  Paradiso  in  Milano  cinque  religiosi 
dei  serviti,  ed  un  inserviente  laico,  per 
esser  trasferiti  in  Codogno  in  apposito 
claustro.  Al  mantenimento  di  quei  mo- 
naci il  testatore  sopperiva  dando  loro  le 
elemosine  per  cinque  messe  quotidiane. 
Fu  sollecitamente  data  opera  a  fabbri- 
care il  convento  nel  luogo  ch'era  già 
stato  cimitero  d'innumeri  salme  mietute 
da  fiere  pestilenze  (1347  e  1348)^,  e 
dove  poi  era  altresì  sorta  la  cappella 
alla  Vergine  Annunziata  (1465),  a  mezzodì  del  borgo,  tra  il 
Fossadazzo  ed  il  Chioso. 

L'antica  chiesa  comprendeva  non  soltanto  l'area  del  tempietto 
presente,  ma  altresì  lo  spazio  del  sacrato  e  la  strada  laterale 
sino  oltre  il  fossato,  e  fu  ampliata  sempre  per  ordine  dei  Tri- 
vulzì  (1547).  Era  divisa  in  due  navate,  con  sei  altari  ai  lati  e 
due  di  fronte;  l'aitar  maestro  dedicato  al  belligero  san  Giorgio; 
quello  di  san  Pellegrino  (1726)  aveva  il  bel  quadro  del  varesino 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


401 


pittore  Antonio  Magatti.  I  Trivulzì,  i  Belloni,  gli  Zighetti  ed 
altri  ebbero  giuspatronati  degli  altari  e  vi  legarono  benefici. 

Oggi  S.  Giorgio  è  una  modesta  chiesetta,  la  quale  non  può 
dar  certo  un'  idea  esatta  di  quello  che  fu  l' antica.  Prodotto  di 
molte  ricostruzioni,  ebbe  decoro  della  facciata  odierna  secondo 
il  disegno  del  conterrazzano  Gaetano  Monticelli  (1806)'^.  Non 
conservò  gli  splendori  d'altra  età,  ma  ancora  quella  calma  ro- 
mita che  ne  ricorda  gli  ospiti  claustrali.  Non  ha  più  arabeschi, 
non  più  dovizia  d'arredi**;  ed,  amministrata  dalla  propinqua 
congregazione  caritativa,  è  la  facella  religiosa  che  unica  risplende 
fra  la  luce  vivissima  delle  opere  pietose,  ivi  intorno  magnifi- 
camente raggruppate  dalla  filantropia  laica. 

Monsignor  Carlo  Pallavicino  dalla  sua  catedra  lodigiana  si 
conduceva  a  Castelnuovo  Bocca  d'Adda,  dove  —  essendo  rettore 
don  Bertolino  Zucchelli  —  con  cerimonia  imponente  consacrava 
la  chiesa  maggiore  (14  luglio  147 1).  Sostennero  alcuni  essere 
l'odierna  chiesa  di  S.  Maria  Nascente  la  stessa  antica  di  S.  Mi- 
chele che,  sotto  forma  diversa,  era  stata  permutata  con  altra 
chiesa  e  pezzo  di  terra  in  Piacenza,  tra  quell'  abate  di  S.  Sisto, 
Gandolfo,  e  la  mensa  di  S.  Agata  in  Cremona  (14  dicembre 
1194)^.  Pure  riaffermando  l'esistenza  del  prisco  tempio  nomi- 
nato dal  principe  degli  angeli  —  e  del  quale  toccammo  al 
capo  XI  —  noi  non  opiniamo  di  poter  accettare  la  promiscuità 
delle  dediche;  parendoci  anzi  che  i  due  templi  fossero  distinti. 
E,  valga  il  vero,  un  atto  di  donazione  tra  vivi,  fecero  al  potestà 
alcuni  uomini  di  Castelnuovo,  nel  novembre  1254  nella  chiesa 
di  S.  Maria  dipendente  dalla  plebania  di  Roncarolo  (oggi 
oltrepadano),  e  che  sette  anni  dopo  doveva  essere  fra  quelle  com- 
prese nelle  taglie  a  mezzo  del  notaro  Guala.  Lorenzo  Monti 
poi,  accenna  alle  ripetute  visite  parochiali  degli  ordinari  Sca- 
rampo  (1572),  Taverna  (1588  e  1597);  a  quella  del  delegato 
apostolico  Bossi  (1584),  nelle  quali  i  tre  prelati  si  mostrarono 
solleciti  della  sorte  della  chiesa  di  S.  Michele,  pur  ricordata 
nell'elenco  del  sinodo  terzo  diocesano  (16 19). 

Come   presentemente  è,  la  chiesa  di  S.   Maria  soddisfa  al- 
l'occhio per  la  snellezza  della  linea  fiancheggiata  da  cappelle. 
L' abside  ottagonale  dell'  antica  cappella  a  manca  traduce  nella 
Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  /.  26 


402 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


sua  architettura  esterna  un  concetto  degno  del  buon  secolo 
dell'  arte. 

Secondo  le  deduzioni  dalle  cronistorie  locali,  è  indiscusso  es- 
sere stata  quella  dei  SS.  Gervasio  e  Protasio  la  protoparochiale 

di  Casalpusterlengo  ;  ma,  come  essa  era 
cadente  per  vetustà,  così  la  cura  d'anime 
ne  fu  trasferita  nella  prossima  chiesa  di 
S.  Martino,  pur  rimanendo  la  prima  per 
diritto  e  per  titolo  la  parochiale,  e  nei 
suoi  pressi  continuando  ad  abitare  il 
rettore. 

Queste  due  chiese  è  accertato  fossero 
intercluse  nel  castello,  e  quindi  poco 
atte  alle  prestazioni  immediate  del  culto  ; 
da  questo  avveniva,  durante  la  prima 
metà  del  secolo  XV,  parecchia  confu- 
sione; cosi  che  alla  maggior  chiesa  di  Casale  in  publici  atti 
veniva  dato  a  titolo  promiscuamente  o  SS.  Gervasio  e  Protasio 
o  S.  Martino.  Certo  è  che,  più  del  nome,  si  occupavano  i  be- 
nefattori della  fortuna  di  quel  tempio. 

Stava  terza  fra  le  chiese  accennate  quella  di  S.  Bartolomeo, 
nella  quale  il  paroco  Prandino  del  Meno,  prima  della  sua  morte 
(27  settembre  1499),  aveva  disposto  fos- 
sero trasportate  le  sue  ossa,  nel  cubatorio 
serbato  ai  sacerdoti.  E  in  S.  Bartolomeo, 
appunto,  egli  fondava  due  benefìci  da 
cappellano,  con  due  messe  quotidiane, 
e  residenza  continua,  e  assoluto  divieto 
ai  beneficiari  (poi  misconosciuto)  di  eser- 
cire in  S.  Bartolomeo  la  cura  d'anime. 

Fu  essendo  jparoco  Ennio  Riccio  che 
da  S.  Martino,  rovinato  esso  pure,  tutto 
fu  trasferito  in  S.  Bartolomeo  (1528). 
Quali  e  quante  questioni  insorgessero 
sullo  stabilire  la  data  d'inizio  della  parochialità  effettiva  in 
S.  Bartolomeo,  sulla  legalità  del  titolo  di  arcipretura,  sulla  isti- 
tuzione nella  chiesa  della  cappella  dicata  ai  santi  Giacomo  e 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Martino,  sarebbe  troppo  lungo  enumerare.  Certo  è  che,  insi- 
stendo per  tutto  il  secolo  XVI  i  vescovi  di  Lodi,  e  sugli  ec- 
clesiastici e  sui  laici,  riescirono  a  fare  di  S.  Bartolomeo  una 
onorevole  maggior  chiesa,  discendendo  dalla  sintesi  ai  minuti 
particolari.  Ma  ciò  non  bastò,  chè  il  vescovo  Taverna,  rilevando 
in  una  sua  visita  (24  aprile  1599)  il  poco  decoro  e  la  insuffi- 
cienza dello  squallido  tempio,  tanto  disse  e  tanto  fece  che  una 
nuova  chiesa  surse  fra  l'antica  dei  SS.  Gervasio  e  Protasio  ed 
il  vecchio  S.  Bartolomeo,  nell'area  plateale  acquistata  dalla  fa- 
miglia Palmerini  (29  ottobre  1602);  raccogliendo  nella  chiesa 
rifatta  e  terminata  (16 10)  entrambi  i  titoli  di  dicazione  ai  santi 
Bartolomeo  e  Martino,  che  sono  tuttora  dipinti  nell'architrave 
dell'  entrata. 

Ai  coniugi  Matteo  e  Polissena  Bossi  è  dovuta,  oltre  la  co- 
struzione del  castello  o  palazzo  di  Meleti,  la  riedificazione  della 
chiesa  nel  luogo  stesso  (1495),  del  quale  erano  feudatari 


Matteo  BooSi.  Polissena  Bossi. 


Niun  dubbio  che  titolare  del  tempio  fosse  l' essenio  precursor 
<li  Gesù,  e  difatti  sotto  il  titolo  di  S.  Giovanni  Battista  e  della 
Vergine  i  giugali  Bossi  costituivano  una  cappellania  per  messa 
quotidiana,  assegnandole,  fra  gli  altri  beni,  una  pezza  di  terreno 
detta  ad  campaninum  —  certo  perchè  ivi  era  ab  antiquo  sorta 
la  (Chiesa  della  vecchia  plebania  —  e  fatto  comando  che  il  di- 
ritto patronato  avesse  in  perpetuo  a  restare  .nella  progenie  loro 
(27  gennaio  1499).  Poco  meno  d'un-^secolo  dopo,  il  legato  fu 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ridotto  da  messa  quotidiana  a  trisettimanale,  favente  e  conce- 
dente monsignor  Francesco  Bossi,  collaterale  per  consanguinea 
ascendenza  fraterna  di  Matteo  e  di  Polissena,  vescovo  di  No- 
vara e  delegato  apostolico,  il  quale  fu  in  visita  pastorale  a 
Meleti  (1584)^1 

Secondo  Lorenzo  Monti,  la  chiesa  di  S.  Giovanni  Battista 
sarebbe  stata  dedicata  a  san  Cristoforo  quando,  per  le  ingiurie 
ed  i  danni  del  Po,  il  popolo  meletense  lo  volle  invocare  qual 
protettore  nato,  secondo  la  tradizione,  contro  le  esondazioni 
fluviali  e  lacuali.  Il  valente  cronista  non  può,  però,  determinare 
la  data  esatta  di  questa  sostituzione  dicatoria;  ma  non  è  alieno 
dal  credere  ch'essa  si  compiesse  quando  la  cura  d'anime  e  la 
parochialità  furono  dalla  antica  chiesa  dei  SS.  Quirico  e  Giulitta 
traslate  in  quella  di  S.  Giovanni,  e  cioè  prima  del  1584;  in 
disformità  di  quanto  assevera  l'arciprete  Francesco  Gobbi  (1791), 
che  appunto  a  quell'anno  la  assegnerebbe. 

Ad  ogni  modo,  è  indubitato  che  nei  tempi  remoti  un  tempio 
perspicuo  esistesse  in  Meleti,  e  che  parrebbe  demolito  circa 
il  1630.  Della  sua  magnificenza  desume  il  Monti  dalla  scoperta 
fatta  nel  secolo  scorso  di  alcuni  ruderi  fondamentali,  e  special- 
mente di  un  vetusto  mosaico  di  alto  pregio  artistico.  La  cura 
d'anime  non  potè,  però,  durare  in  quell'edificio,  di  continuo 
devastato  dalle  inondazioni,  e  fu  trasferita  novellamente  nella 
chiesetta  campestre  dei  SS.  Quirico  e  Giulitta,  come  notammo 
al  capo  XXIX. 

Quali  e  quante  modificazioni  subisse  la  parochiale  di  Meleti 
da  quando  i  coniugi  Bossi  la  vollero  riedificata,  non  possiamo 
certamente  accennare;  è  però  certo  che  la  nuova  fabbrica  gra- 
datamente diventò  impari  ai  bisogni  di  quella  plebania.  Ai  nostri 
giorni  essa  fu  esampliata,  con  disegno  tutto  ad  ogive  succe- 
dentisi,  le  quali  formano  un  cielo  tanto  più  caratteristico,  quanto 
più  leggieri  sono  i  cordonati  di  sostegno. 

Luca  Beltrami  —  inviato  dalla  autorità  prefettizia  a  Meleti, 
in  occasione  dei  recenti  restauri,  per  rilevare  se  le  parti  demo- 
lende della  parochiale  avessero  qualche  importanza  storico-arti- 
stica —  dedusse  da  informazioni  e  da  assaggi  «  che  l' abside 
della  chiesa  demolita  costituiva  originariamente  una  cappelletta. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


composta  di  una  sola  crocerà,  con  costoni  diagonali  in  cotto, 
lavorato  a  pietra  vista.  Il  paramento  esterno  era  pure  in  cotto 
lavorato  a  pietra  vista,  e  si  son  trovati,  sotto  il  piano  attuale 
della  chiesa,  frammenti  dello  zoccolo  in  mattoni  sagomati.  Si  è 
trovata  pure  la  serraglia  della  vòlta,  un  grosso  blocco  di  pietra 
sul  quale  è  intagliata  una  corona  d'alloro,  sul  cui  fondo  circo- 
lare spicca  a  bassorilievo  un  toro  galoppante,  colle  iniziali  M  A, 
il  tutto  con  un  fondo  rosso  vivo  ». 

Di  questo  documento  recentissimo  non  possiamo  accettare  le 
conclusioni;  le  quali  affermano  che  gli  avanzi  —  alla  cui  con- 
servazione, con  troppo  tardi  provvedimenti  si  interessò  la  pre- 
fettura —  datano  dalla  seconda  metà  del  secolo  XVII,  e  che  la 
cappellina  fosse  ammessa  al  castello  «  eretto  al  principio  del  1500 
da  Corio  Visconti  », 

Innanzi  tutto  affermiamo  recisamente  che  il  toro  galoppante 
di  cui  è  cenno  non  è  altro  che  il  bue  dei  Bossi,  in  campo  rosso, 
del  quale  si  ha  memoria  fino  dal  1389,  nell'insegna  gentilizia 
di  Gabriele  Bossi,  a  S.  Ambrogio  ad  nemus  di  Milano;  e  che 
un'arma  dei  Bossi  in  rilievo,  colle  lettere  M  B  (non  M  A)  fosse  nel 
presbitero  della  chiesa  di  Meleti  conferma  il  Monti,  il  quale  asse- 
risce essere  stata  essa  «  incautamente  coperta  »  durante  il  restauro 
del  1790.  Un  Corio  non  poteva,  poi,  avere  eretto  il  castello  di 
Meleti,  al  principio  del  secolo  XVI,  perchè  successivamente  ai 
Bossi  ebbero  Meleti  i  Figliodoni,  la  traccia  della  cui  signoria 
su  Meleti  si  riscontra  fino  all'escire.  del  secolo  XVIII,  succe- 
dendo loro  la  famiglia  Corio. 

Si  ignora,  per  inesistenza  di  documenti  probativi,  quando  e 
per  opera  di  chi  sorgesse  la  prima  chiesa  detta  dell'Incoronata 
a  Castione.  Pare  che  vi  avesse  data  vita  il  feudatario  Carlo 
Fiesco,  sullo  scorcio  del  secolo  XV,  tanto  che  con  suo  testa- 
mento gravò  gli  eredi  suoi,  i  marchesi  Pallavicini,  del  paga- 
mento di  lire  duecento  in  dote  alla  detta  chiesa  (18  luglio  1504). 
Gerolamo  Pallavicino,  suo  nepote,  interpetrando  le  pie  intenzioni 
dello  zio,  arricchì  l'Incoronata  d'altri  cospicui  benefici,  come 
risulta  dagli  atti  dei  notari  Paleari  (6  luglio  1572)  e  Ghisalberti 
(15  maggio  1579).  Nel  quale  ultimo  atto,  rogato  quindici  giorni 


4o6 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


prima  di  morire,  il  Pallavicino  legava  all'ospitai  Maggiore  di 
Milano  i  suoi  beni  di  Gera,  colla  padronanza  daziaria  dei  ma- 
celli e  dei  prestini,  obbligandolo  a  far  dir  messe  quotidiane  ed 
a  tre  uficì  funebri  in  perpetuo  nell'  Incoronata  con  «  intervento 
di  tutti  i  preti  del  luogo  di  Castione  »  e  distribuzione  nei  tre 
giorni  espiatori  di  pane,  in  misura  trimodiale  di  frumento,  ai 
poveri  del  luogo  ;  che  se  l' ospitale  non  ottemperasse  alla  im- 
posta celebrazione  delle  messe  e  degli  ufici  ed  alla  elemosina 
del  frumento,  l'ospizio  milanese  incorresse  ipso  facto  nella  pri- 
vazione del  retaggio,  con  sostituzione  ed  applicazione  della  stessa 
chiesa  a  Maria  Incoronata.  Alla  esecuzione  di  queste  sue  volontà 
il  marchese  delegò  coloro  di  Castione  che  secondo  le  costitu- 
zioni ed  i  tempi  rappresentassero  il  regime  della  terra. 

La  vedova  di  Gerolamo,  Eleonora  Viritella,  non  fu  meno  di 
lui  benefica  all'  Incoronata.  Era  essa  divenuta  marchesana  da 
umilissima  prognosi,  e  per  avere  il  Pallavicino  —  con  «  eccen- 
tricità »  da  gran  signore  —  deliberato  di  far  sua  sposa  la  prima 
giovanetta  che  andasse  a  questuare  alle  sue  porte.  Volle  il  de- 
stino che  gli  capitasse  l'umile  montanara  piacentina  Eleonora, 
la  quale,  salita  al  talamo  illustre,  mai  dimentica  degli  oscuri 
natali,  conservò  i  suoi  rozzi  indumenti  di  fanciulla,  e  con  questi 
volle  essere  inumata.  Narrano  i  cronisti  che,  dopo  l'invasione 
francese  (1796),  tolta  la  pietra  sepolcrale  collo  stemma  pallavi- 
ciniano,  posta  in  cornu  evangelii  dell'Incoronata,  si  rinvennero 
nell'avello  quasi  intere  le  spoglie  dei  coniugi,  ed  il  cadavere 
della  marchesa  —  trasferito  da  Piacenza  alcuni  giorni  dopo  la 
sua  morte  (17  settembre  16 17)  —  conservava  tuttavia  il  povero 
abito  contadinesco  ed  ai  piedi  le  zoccolette  montagnole. 

Eleonora  faceva  rogare  dal  notaro  piacentino  Giovanni  Fran- 
cesco Parma  un  testamento  (7  giugno  16 13)  ed  un  codicillo 
(17  giugno  16 15)  nei  quali  disponeva  parecchie  liberalità  asce- 
tiche a  beneficio  della  Incoronata.  Esse  sminuirono  cogli  anni; 
ma  sette  messe  di  lascito  Pallavicino  nell'Incoronata  a  memoria 
dei  longevi,  per  tutto  il  secolo  XVIII  furono  celebrate.  Nei 
turbini  politfco-religiosi  che  sconvolsero  i  prodromi  di  questo 
secolo  le  sette  messe  si  ridussero  prima  a  due  e  poi  ad  una. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


407 


I  luoghi  speciali  che  vennero  costituendo  il  patrimonio  della 
Incoronata  appartenevano  per  la  maggior  parte  all'antico  Se- 
nadogo.  La  chiesa  ebbe  una  amministrazione  propria  ed  indi- 
pendente, nominata  la  fabbrica.  Provvedeva  ai  bisogni  del  culto, 
si  reggeva  con  propri  uficiali,  _e,  sebbene  non  vi  fosse  parochia- 
lità,  doveva  la  chiesa  essere  condotta  come  se  la  possedesse. 
Le  riforme  napoleoniche  concentrarono  la  fabbrica  della  Inco- 
ronata nella  congregazione  di  carità  (18 10). 

La  facciata  del  tempio,  in  istile  lombardo,  ha  un  rosone 
centrale  e  l'attico  a  tricuspide,  autentico  carattere  del  buon 
momento  artistico.   Sfortunatamente   una   restaurazione  interna 


L'Incoronata  a  Castione. 


ha  deturpate  collo  stile  recente  le  semplici  fuggenti  linee  an- 
tiche. Il  tempio  ha  triplice  navata;  contiene  le  tombe  dei  Pal- 
lavicini su  accennate,  ma  notevolissimo  fra  tutto  è  il  quadro 
del  coro,  sull'autore  e  sulla  proprietà  del  quale  si  è  molto 
disputato,  e  di  cui  noi  faremo  parola  quando  —  con  capo 
speciale  —  riassumeremo  le  espressioni  d' arte  onde  andò  favo- 
rito, dal  secolo  XVI,  anche  il  nostro  territorio. 


4o8 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Il  campanile  dell'  Incoronata  fu  elevato  d' assai  dalle  antiche 
proporzioni  (1733). 

Antonio  Trivulzio  —  figlio  del  senatore  Gian  Fermo,  e  che 
tenne  le  sedi  vescovili  di  Asti  e  di  Piacenza  —  credesi  desse 
principio  alla  costruzione  della  nuova  parochiale  di  S.  Fiorano 
(verso  il  1502),  dopo  che  gli  abitanti  del  luogo  risolsero  di 
abbandonare  l'antica  pieve  dedicata  a  santa  Elisabetta,  e  che 
presentemente  forma  la  cappellina  del  cimitero.  E  non  personale 
fu  l'opera  sua,  bensì  condivisa  dai  fratelli  Giorgio,  Orazio  e 
Claudio,  alla  fraterna  Trivulzio  appartenendo  il  terreno  ceduto 
da  Antonio  per  la  proposta  erezione. 

Alla  parochiale  di  S.  Fiorano  i  Trivulzì,  ed  in  ispecie  Gian 
Fermo  —  figlio  di  Giorgio  e  nepote  di  monsignor  Antonio  — 
avevan  recato  colla  forma  di  una  gentilizia  predilezione  un 
lustro  speciale,  elemento  pur  esso  di  un  multiforme  disegno 
meditato  ed  attuato  a  favor  di  quella  terra,  sulla  quale  inten- 
devano raccogliere  —  a  detrimento  anche  di  Codogno,  non 
troppo  tenero  di  feudale  sudditanza  —  tutto  quanto  poteva 
arieggiare  la  bellezza,  la  magnificenza  ed  il  fasto  delle  piccole 
corti  italiche,  dopo  la  rinascenza.  Ma  impari  al  volere  dei  si- 
gnori furon  certo  i  conati  degli  artefici  prescelti  ;  i  quali  non 
seppero  che  accumulare  meschine  turgidità  di  concezioni  e  di 
ornamenti  alla  chiesa,  destinata  pure  a  raccogliere  le  salme  di 
gran  parte  della  progenie  trivultina,  e,  più  tardi,  pallaviciniana. 

Una  bolla  di  Sisto  IV  (24  aprile  1474)  ed  una  di  Giulio  II 
(i  luglio  1505),  conferendo  la  rettoria  della  «  chiesa  di  S.  Maria 
di  Monte  Oldrado  del  luogo  di  Somaglia  o  Roncaglia  » ,  ci  fanno 
conoscere  che  su  quella  chiesa  vigeva  il  giuspatronato  attivo 
dei  conti  e  baroni  Gavazzi. 

S.  Maria  ebbe,  a  vece  della  cessata  rettoriale,  la  dignità  di 
prepositurale,  per  delegazione  apostolica,  dal  vescovo  Ortensio 
Visconte  (3  maggio  1709);  e  fu  la  matrice  ecclesiastica  del 
luogo,  fin  che  fu  consacrata  dal  vescovo  Andreani  la  bella  chiesa 
odierna,  cui  disegnò  Giulio  Galieri,  sul  rialzo  prospiciente  il 
castello  (1778). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


409 


L'antica  parochiale,  ridotta  a  modesta  cascina,  è  tuttavia 
chiamata  la  Chiesa  Vecchia  e  serba  la  sua  facciata  a  pietre 
grigie  e  diroccata.  Malinconicamente  solitaria  e  negletta,  sulla 
strada  di  Codogno,  cimitero  di  sacre  memorie,  fa  mesto  ri- 
scontro al  vicino  camposanto. 

E  d'uopo  ammettere  che  la  vetusta  chiesa  dei  SS.  Protasio 
e  Gervasio  di  Maleo  soggiacesse  ecclesiasticamente  nei  suoi  in- 
cunabuli a  quella,  assai  più  antica,  di  S.  Pietro  in  Pirolo  di 
Gera  ;  il  che  non  toglie  che  molto  addietro  nei  tempi  si  rinvenga 
in  Maleo  l'esistenza  d'una  collegiata;  ed  infatti,  ai  tempi  in  cui 
quella  corte  offriva  vasto  campo  di  contestazioni  possessorie  tra 
i  vescovi  cremonesi  ed  i  signori  di  Melegnano,  imperando  il 
Barbarossa,  vedemmo  aver  quella  chiesa  il  titolo  di  canonica 
(1179  e  1181).  Se  non  che  e  sacerdoti  e  laici  di  Maleo,  volendo 
ampliare  quel  collegio  di  prebendari,  chiesero  al  vescovo  di 
erigervi  cappellanie  perpetue  e  canonicati  ;  ed,  avutone  l'assenso, 
la  collegiata  si  costituiva  normalmente  per  atto  del  notaro  Bru- 
gazzo  (15  settembre  1497). 

La  benevolenza  papale  e  vescovile  non  venne  meno  alle  di- 
gnità ecclesiastiche  di  Maleo  :  Giulio  II  anteponeva  in  suo  breve 
quell'arciprete  ai  proposti  di  S.  Lorenzo  e  di  S.  Maria  Madda- 
lena in  Lodi  (25  febbraio  15 10),  e  confermava  l'istituzione  di 
quella  collegiata  (11  luglio  151 1).  L'arciprete  di  Maleo  trasse 
direttamente  questo  suo  titolo  dal  pontefice,  e  dell'onore  così 
si  tenne  pago,  che  quando  il  vescovo  Gallarati  —  che  aveva 
qualificati  proposti  o  arcipreti  la  maggior  parte  dei  paroci  dio- 
cesani —  volle  nominar  proposto  don  Giuseppe  Quintini,  paroco 
di  Maleo,  questi  rispettosamente  ricusò  la  nuova  qualifica,  di- 
cendosi più  soddisfatto  del  titolo  arcipresbiteriale  avuto  dal  capo 
della  cristianità,  che  del  maggiore  di  proposto,  offertogli  dal 
capo  della  diocesi  (1743). 

Tra  le  novità  religiose  del  principio  del  secolo  XVI  va  an- 
noverata la  separazione  ecclesiastica  dei  tre  Corni,  resasi  neces- 
saria dallo  accrescimento  del  suolo  pel  prosciugarsi  dei  bacini 
acquei  che  ivi  notammo,  e  per  le  frequenti  alluvioni  padane,  le 
quali  avevano  ormai  snaturata  anche  la  denominazione  topografica. 


4IO 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Una  povera  popolazione  —  che  nell'evo  antico  non  poteva 
dire  assodato  un  lembo  del  suo  territorio,  fatto  agone  delle  as- 
sidue furie  guerresche  —  viveva  disseminata  per  quella  specie 
di  penisola,  in  guisa  delle  tribù  antiche;  ed  —  a  non  tener 
conto  della  celebre  abazia,  le  cui  vicende  tumultuose  sono  note 
ai  leggitori  —  soltanto  il  vetusto  altare  di  S.  Maria  del  Vecchio 
Corno  raccoglieva  i  fedeli  al  votivo  grido. 

Vestiva  il  gran  manto'  Leone  X  quando,  per  intercessione  del 
cardinale  Scaramuzza  Trivulzio,  commendatario  di  S.  Stefano, 
fu  decretata  la  separazione  spirituale  dei  Corni  ;  e  quello  che 
—  tra  le  antiche  Villafranca  e  Ripalta  —  fu  detto  Giovane,  ed 
era  il  più  importante,  tosto  si  accinse  con  alacrità  ad  edificare 
un  tempio  proprio,  che  lo  distinguesse  dagli  altri  grossi  nuclei 
di  quelle  sparse  case. 

Il  tempio  fu  consacrato  (9  febbraio  1537)  al  martire  Biagio, 
e  fin  dal  suo  inizio  apparve  dovesse  riescire  opera  artisticamente 
buona.  Oggidì  esso  si  presenta  con  un  insigne  fronte  di  mori- 
gerato barocco;  pregio  che  —  tra  le  ricchezze  sparse  nei  sette 
altari  —  diminuisce  nell'interno,  colla  sovrabbondanza  delle 
lesene,  dei  capitelli  e  degli  anaglifi  dell'  aitar  maggiore.  Il  cam- 
panile di  forma  bulbosa  fu  costrutto  dall'  ingegnere  codognese 
Quattrini  (1839). 

Circa  ottant'anni  dopo  la  sua  fondazione  la  parochiale  del 
Corno  Giovane  raccoglieva  la  cura  di  quasi  mille  e  cinquecento 
anime,  accresciute  poi  colle  dignità  del  pastore.  Essa  estese 
fino  al  18 19  la  sua  giurisdizione  anche  all' oltre  Po,  al  Garga- 
tano,  benché  questo  luogo  fosse  passato  dal  1648  sotto  il 
dominio  del  duca  parmense 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


411 


NOTE  AL  CAPO  XXXIV. 
'  Inscrizione  che  si  leggeva  in  S.  Rocco: 

D.  o.  M. 

ANNO  DOMINI  MDV  -DIE  XVI  AUGUSTI  ILLUSTRISSIMUS  AC  REVERENDIS- 
SIMUS  D.  D.  ERASMUS  DE  BERNARDIS  EPISCOPUS  ARETUSIS  ET  COMES,  IN 
HONOREM  SANCTI  ROCHI  ECCLESIAM  HANC  CONSECRAVIT,  EAMQUE  OMNI 
ANNO  PREDICTO  DIE  PESTO  VISINTATIBUS  UNIUS  ANNI.  FESTIS  VERO  SAN- 
CTORUM  SEBASTIANI,  CHRISTOPHORI ,  DOMINICI,  NATIVITATIS  JESU  CHRISTI 
DOMINI  NOSTRI,  QUADRAGINTA  DIARUM  DE  VERA  INDULGENTIA  EPISCOPALI 
AUCTORITATE  INSIGNAVIT  ET  EXORNAVIT. 

Archivio  parochiale  di  Codogno. 
^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 
*  Paolo  Morigia  -  Della  nobiltà  di  Milano. 

^  Si  sa  che  la  chiesa  potè  dirsi  compiuta  nel  1524;  ma  è  molto  arri- 
schiato r  asserire  —  come  anche  asserì  l' egregio  Monti  —  che  essa  «  fu 
eretta  da'  fondamenti  nell'anno  1511  ». 

^  Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogìio. 

^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

®  Una  nota  dell'  archivio  parochiale  dice  che  i  frati  avevano  già  venduto 
tappezzerie  di  damasco  ed  il  conopèo  di  S.  Giorgio,  quando  i  delegati 
dell'amministrazione  di  Lodi  posero  all'incanto  i  mobili  della  chiesa  (26 
maggio  1802).  Per  detto  incanto  i  paramenti  più  buoni  passarono  alla  pa- 
rochiale ;  r  organo  a  Formigara  ;  l' altare  e  balaustra  di  marmo,  col  quadro 
di  S.  Giorgio  a  Luigi  Dansi  e  ai  fratelli  Bianchi,  che  poi  li  rivendettero 
all'oratorio  di  Maiocca  (22  giugno  1805);  le  campane  alla  Madonna  di 
Caravaggio. 

Il  giorno  prima  di  questa  permuta  concordata  in  Piacenza,  l'abate 
Gandolfo  aveva  venduto  alla  chiesa  di  S.  Agata  cremonese  i  beni  di  Ca- 
stelnuovo  esistenti  nelle  corti  di  Meleti  e  di  Larderà. 
Lorenzo  Astegiano  -  Codice  diplomatico  cremonese. 
"  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  1820. 


412 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Filippo  Argelati  riporta  la  seguente  inscrizione  in  marmo  esistente 
nel  castello  di  Meleti  : 

MELETVM.  OPPIDVM.  DOTALE 
MAGNIS.  PR^TORIORVM.  ET.  STABVLORVM 
EXTRVCTIONIBVS 
AQVARVM.    DVCTIBVS.   AGRORVM.  IRRIGATIONE 
CONSITIS.  ARBORIBVS 
VIRIDARIO.    NEMORIBVS.    ET.  HORTIS. 

MATHEVS.  BOSSIVS.  I.  C.  SENATOR 
AC.   MAGNVS.    CONSILIARIVS.  DVCALIS 
ET.  POLIXENA  BOSSIA 
IVGALES.  MEDIOLANENSES.  QVE.  PATRICII 

AC.  DOMINI.  MELETI.  EXORNAVERE 
TVM.  ETIAM.  INSTAVRATA.  ARCE.  VALLO 
FOSSA.  TVRRIQVE.  COMMVNIVERE 
TEMPLOQVE.  CONSTRVCTO.  ET.  DICATO 

SACRAVERE 
ANNO.  A.  PARTY.  VIRGINIS.  MCCCCXCV 
QVO.   ANNO.    CAROLVS.    REX.  FRANCIAE 
TVRBAVIT.  ITALIAM 

I  ritratti  di  Matteo  e  Polissena  sono  tolti  dal  bassorilievo  della  loro 
tomba  in  Milano. 

Francesco  Bossi  fu  insieme  prelato  e  alto  dignitario  civile.  Governò 
le  diocesi  di  Gravina,  Perugia  e  Novara.  A  lui  ricorsero,  ma  invano,  gli 
abitanti  di  Meleti,  contro  la  soppressione  del  loro  beneficio  parochiale, 
incorporato  nel  seminario  laudense  (1578),  in  ottemperanza  alle  prescri- 
zioni tridentine. 

Luca  Beltrami  -  Relazione  annuale  deW  uficio  regionale  per  la  con- 
servazio7ie  dei  monumenti  in  Lombardia  (1893-94).  Il  chiaro  architetto  mi- 
lanese narra  che  quando  la  prefettura  di  Milano  impose  all'  uficio  regionale 
il  preventivo  sopraluogo  di  legge,  la  chiesa  si  stava  già  demolendo,  e 
gli  incaricati  trovarono  per  di  più  quasi  compiuta  la  costruzione  nuova. 
Strano  metodo  invero  di  rispetto  all'antico,  quando  trattisi  di  far  posto 
alle  goffaggini  nuove  ! 

Il  Gargatano  è  un  piccolo  casale  ripuario  del  Po,  a  nord  ovest  di 
Pontenure.  Esso  —  secondo  afferma»Giovanni  Agnelli  —  nel  1633  faceva 
comune  autonomo  coi  beni  del  Prè  e  con  Almavilla  o  Aimivilla,  distante 
circa  un  chilometro  a  levante  dal  Corno  Giovane,  e  poi  distrutta  dalle 
alluvioni  padane.  Una  via  del  Corno  intitolata  ad  Aimivilla  ricorda  tuttora 
lo  scomparso  luogo. 

II  governatore  di  Milano  marchese  di  Caracena  cedette  al  duca  Ranuzio 
Farnese  il  luogo  «  nomado  el  Gargatano,  jurisdicion  de  Lodi»  (2  luglio 
1648);  e  il  conte  Carlo  Anguissola  ne  prese  possesso  in  nome  del  duca, 
con  cavalleria  e  guardie,  atterrandovi  un  fortilizio  spagnolo. 


CAPO  XXXV. 


La  dominazione  spagnola  —  Epitome  di  sciagure  —  Nequizie  d'uomini, 
carestie,  pestilenze,  calamità  naturali. 

ell' ultimo  vespero  del  secolo  XV  l'Italia  era  focolare 
ad  ogni  squisitezza  dello  spirito  umano  ;  le  sue  città 
erano  le  più  magnifiche,  gli  abitatori  suoi  i  più  colti, 
l'arte  sua  la  più  splendida  del  mondo;  e  fu  il  genio 
italico  che  colla  mente  divinatrice  e  colla  impresa  immortale  di 
Cristoforo  Colombo,  inalzò  a  fortune  e  a  glorie  non  prima  so- 
gnate la  fiera  Spagna  di  Ferdinando  e  d'Isabella. 

Da  quei  fulgidi  giorni  non  era  scorso  un  trentennio  quando 
dagli  italiani  —  tra  i  quali  Francia  aveva  lasciate  memorie  piene 
di  collera  e  di  irritazione  cocente  —  veniva  salutato,  con  stanca 
gioia  ma  come  liberatore,  il  giovane  Carlo  V,  reputato  giusto 
e  generoso.  Ma  egli,  conquistato  il  ducato  di  Milano  e  il  reame 
di  Napoli,  compensò  di  così  ingrata  moneta  l'antico  beneficio 
del  veleggiatore  italiano,  che  ben  a  ragione  il  dominio  iberico 
nella  patria  di  Colombo  fu  paragonato  ad  un  regno  d'ombre; 
benché  dalle  moderne  esegesi  che  espongono  filosoficamente  le 
vicissitudini  della  dominazione  spagnola  nelle  due  Sicilie,  emer- 
gano tutti  i  vantaggi,  così  politici  come  materiali,  che  rela- 
tivamente allo  stato  comune,  contraddistinguevano  i  sudditi 
meridionali  da  quelli  settentrionali  del  re  cattolico. 


414 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Là  giù  il  fasto  di  una  corte  vicereale  pomposa  e  straniera 
e  indipendente  da  Madrid,  gli  scarsi  bisogni  delle  popolazioni, 
la  fisiologica  simpatia  tra  signori  e  subbietti  ;  e  quantunque  non 
fossero  codesti  elementi  atti  alla  fusione  omogenea  ed  armonica  di 
governati  e  governanti,  pure  tutto  ciò  era  ben  differente  da  quello 
che  costituiva  la  cosa  publica  ed  il  suo  reggimento  tra  noi 
del  settentrione. 

Qui  i  caratteri  sono  sì  freddi  e  rubesti,  che  al  paragone  di 
quelli  del  sud,  rammentano  la  fredda  giogaia  dell'Alpi  posta  di 
fronte  agli  incandescenti  poggi  del  Vesuvio  e  di  Mongibello. 
Qui  l'industria  non  solo  è  tradizione,  ma  patrimonio  effettivo 
e  secolare  di  operosità  insuperata  e  creatrice  di  individua  di- 
gnità; là,  nella  complicità  dolce  della  terra,  del  cielo,  del  mare, 
si  eterna  il  favoleggiato  Eliso  sfibratore.  Qui  l'arte  austera- 
mente casta  nei  suoi  procedimenti,  ed  inspiratrice  di  capilavori 
che  non  morranno  nel  tempo;  là  il  morbido  lenocinio  che 
stempera  sulle  tavolozze  e  sulle  mandòle  la  voluttà,  mentre, 
quasi  ad  emular  la  natura,  persino  nelle  usanze  della  vita  pom- 
peggiano vistosissimi  colori,  brillano  gemme  ed  ori,  si  drap- 
peggiano sete  e  velluti,  e  tutto  è  infiorato,  dal  balcone  all'altare 
dalla  testa  della  pescatrice  alla  criniera  del  somiere. 

Posta  genericamente  questa  fondamentale  caratteristica  di  di- 
versità fra  r  una  e  l' altra  gente  italica  aggiogate  allo  stesso 
ceppo,  si  fa  palese  come  noi  maggiormente  sofTerissimo  della 
gonfia  albagia  spagnolesca,  della  atroce  fiscalità  che  colpisce 
dove  più  vantaggiosi  sono  e  prodotti  e  redditi,  della  ignoranza 
e  della  corruzione  bestiale,  importateci  da  oltre  Pirenei  ;  di  guisa 
che,  se  la  storia  di  Napoli  spagnola  può  sotto  certi  limitati 
aspetti  rammentare  il  ditirambo,  quella  di  Milano  in  servitù 
consorella  è  senza  dubbio  una  elegia. 

Dal  1535  al  17 14  qui  incresciosissimi  ospiti  stettero  gli  spa- 
gnoli, e  per  tutto  quel  tempo  Lombardia  piegò  sotto  la  più 
funerea  gramaglia. 

Il  ducato  non  ebbe  più  che  la  memoria  dei  suoi  vecchi  e 
forti  dì.  Le  città  rette  di  nome  dal  senato,  ma  virtualmente  dal 
consiglio  secreto,  quasi  tutto  fatto  di  stranieri,  e  dal  luogote- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


nente  reale.  Solo  per  virtù  di  popolo  risoluto  e  minaccioso  qui 
non  potè  il  governatore  duca  di  Sessa  (1558)  imporre  la  spietata 
milizia  di  Torquemada,  che  a  Siviglia  come  a  Goa,  in  Fiandra 
come  alle  Filippine  faceva  sorgere  i  roghi  e  preparava  gli  spa- 
simi degli  aculei  e  delle  cave  statue  di  bronzo.  Il  fasto,  l'ozio, 
la  sensualità  morsero  al  cuore  i  nostri  maschi  istituti,  le  pre- 
stanti industrie,  gli  arditi  commerci.  Spadari,  armorari,  spero- 
nari  —  le  cui  officine  avevan  temprate  armi  pei  vincitori  di 
Legnano  o  di  Parabiago  —  non  ebbero  più  altro  che  il  nome  da 
dare  alle  loro  contrade.  E  da  per  tutto  un  rinnovellamento  di 
sacri  edifici,  sotto  le  cui  volte  pareva  che  la  maestà  del  Dio 
fosse  velata  dal  terrificante  sambenito;  da  per  tutto  conventi, 
con  prevalenza  della  famiglia  domenicana,  delegata  al  santo 
oficio;  per  le  vie  deserte  il  cappello  piumato  del  patrizio,  che 
si  compone  sull'  esempio  del  suo  dominatore,  e  V  attuaro  erariale 
fiancheggiato  dal  birro;  e  l'omicida  che  va  immune  perchè  si 
regge  al  braccio  del  frate,  e  il  ladro  impunito  che  s'acconta 
col  micheletto  ;  intanto  che  son  tratti  a  perire  sulle  forche,  sulle 
ruote  e  fra  le  strettoie,  dopo  il  raffinato  saggio  delle  tanaglie 
roventi,  la  i^ngenua  fanciulla  cui  i  neri  capelli  e  gli  occhi  cor- 
ruschi fanno  unica  colpa  di  strega,  o  il  povero  barbiere  che, 
distillando  innocenti  acque  nanfe,  s'apparecchia  incoscientemente 
una  colonna  d'infamia. 

Non  meno  desolante  della  cittadina  era  la  prospettiva  rusti- 
cana. Guadagnando  passo  passo  sulla  inerte  trascuranza  dei 
possessori  e  dei  coloni,  la  palude  s'era  da  capo  impadronita  di 
buona  parte  del  suolo  già  fertile,  e  solo  fu  arrestata  quest'opera 
deleteria  della  natura  dagli  sforzi  prodigiosi  degli  incoli  ;  i  quali, 
del  resto,  vedevano  troppo  di  frequente  ricorrere  come  ad  espe- 
diente strategico  alla  rottura  degli  alvei  e  degli  argini,  pur  di 
opporre  ostacoli  temporanei  alle  invasioni  nemiche. 

Le  strade  rese  impervie,  le  dighe  spezzate,  la  regola  delle 
acque  negletta,  gli  arati  fatti  inculta  pastura,  avevano  i  campi 
l'aspetto  di  comparti  cimiteriali;  il  cui  lugubre  silenzio  rompevan 
soltanto  le  gazzarre  tumultuose  e  le  orgie  turpi  dei  bravi  e 
degli  scherani,  al  soldo  dei  castellani  minori;  poiché  i  più  emi- 
nenti signoreggiavano  a  loro  volta  non  solo  le  attinenze  delle 


4i6 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


proprie  baronie  coi  facili  passi  dei  fiumi  e  coli' onnipotenza  del 
dritto  d'asilo  e  colla  consuetudinaria  impunità  lasciata  dalle 
vacue  grida  governatoriali  ;  ma,  sebbene  da  queste  reiteratamente 
colpiti,  attraversavano  a  suon  di  trombe  ed  a  schiere  armate 
fino  ai  denti,  come  a  partite  di  caccia,  le  città  presidiate,  quando 
non  ne  erano  assoluti  padroni,  con  dinastia  e  legislazione  propria. 

Non  solo  i  lunghi  ciuffi  sfuggenti  dalla  rossa  maglia  e  le 
ispide  barbe  dei  bravi  locali  funestavano  le  taglieggiate  e  violate 
plaghe  campestri;  chè  gli  andirivieni  degli  eserciti  —  fatti  stan- 
ziali, senza  però  quella  disciplina  che  ne  rende  meno  tormentoso 
il  peso  —  s'aggiunsero  a  rendere  più  acute  le  ferite  laceratrici 
di  Lombardia.  Da  codeste  milizie  ci  venne  ogni  fatta  di  miseria, 
fra  cui  —  giovata  dalla  incuria  assoluta  del  governo  e  dalla 
superstiziosa  ignoranza  del  popolo  —  il  flagello  della  peste  bub- 
bonica; a  tale  che  occorse  l'ascetica  ed  imponente  figura  di 
Carlo  Borromeo  per  impedire  che  lo  spirito  publico  andasse 
totalmente  travolto. 

Questi  melanconici  riflessi  potrebbero  far  sospettare  contradi- 
zioni narrative  ai  lettori,  che,  non  è  molto,  intrattenevamo  sul- 
r  aumento  delle  fortune  paesane  nostre.  Ma  è  da  por  mente  che 
in  quei  tristi  frangenti  Codogno  potè  considerarsi  luogo  privi- 
legiato per  le  sue  speciali  iniziative,  e  più  ancora  perchè  i 
signori  suoi  —  tutti  intenti  a  partir  beghe  con  altre  patrizie 
casate  —  avevano  più  interesse  a  continuare  d'amore  e  d'ac- 
cordo coi  semplici  mercatanti  e  agricoltori  del  feudo,  di  quello 
non  isfuggissero  ai  cozzi  delle  barbute  scotesche  e  dei  miliziotti 
farnesiani  o  d'altri  potenti  confinari. 

D'altronde,  abbiamo  già  abbondevolmente  discorso  della  ferma 
fiducia  in  sè  stessi  dei  codognesi;  che  —  intenti  alle  loro  fac- 
cende, ma  curanti  insieme  la  esecuzione  degli  obblighi  dei  propri 
signori  —  mostrarono  in  parecchie  occasioni  di  non  volersene 
lasciar  sopraffare;  pure  usando  quel  deferente  contegno  verso 
di  loro,  pel  quale  rendevasi  possibile  la  prosecuzione  dei  buoni 
accordi.  Si  ha  memoria,  infatti,  di  varie  publiche  feste  e  di 
donativi  augurali  in  onore  dei  principi  Trivulzi,  specialmente 
lungo  il  secolo  XVII,  quando  giganteggiava  nel  mondo  politico 
attuale  l'imponente  figura  di  Gian  Giacomo  Teodoro,  cosi  prò- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


ceduto  nella  gerarchia  ecclesiastica  e  militare  che  fu  l'unico  dei 
milanesi  creduto  a  Madrid  degno  d'esser  fatto  governatore  del 
ducato  (1656). 

E  degli  organismi  politico-sociali  come  dei  fisiologici  :  in  un 
corpo  malato  sovente  s' incontra  un  muscolo  od  un  viscere  sano, 
di  guisa  che  le  sue  funzioni  continuano  regolari,  data  pure  la 
condizione  inferiore  della  compagine.  Sarebbe,  però,  contrario 
a  qualunque  legge  di  natura  che  o  poco  o  molto  quell'organo, 
quasi  in  condizione  di  privilegio,  non  avesse  a  risentire  gli  ef- 
fetti di  tutto  l'individuo,  per  sè  stesso  costituito  in  anormali 
disposizioni. 

Dal  raffronto  agevolmente  si  vede  come  —  nello  squilibrio 
generale  dell'epoca  —  anche  qui  dovessero  fatalmente  risentirsi 
i  sintomi  patologici  e  le  crisi ,  inesorabile  corollario  del  mondo 
di  allora.  Nessuno  stupore,  pertanto,  che  la  cronaca  locale  regi- 
stri e  violenze  e  misfatti,  in  quel  tempo  di  governo  straniero, 
cjie  non  aveva  se  non  l'artiglio  del  rapace  per  dar  di  piglio 
nelle  cose  dei  subbietti,  del  tutto  impotente,  non  pure  a  reggere 
e  a  guidare,  ma  anche  a  governare  i  congegni  dei  più  rudi- 
mentali elementi  dello  stato.  L'autorità  publica  era  circoscritta 
ad  una  desolante  ripetizione  di  bandi,  che  rimanevano  inascoltati 
ed  anche  derisi  dagli  stessi  soldati  disertori,  invano  richiamati 
alle  loro  bandiere;  disordine  questo  che  generava  l'assurdo  del- 
l'armi private,  soverchianti  le  regie  di  soldati  squassapennacchi. 

A  Fombio  —  confine  nostro  —  quello  che  modernamente  si 
chiamerebbe  potere  esecutivo  era  esercitato  dagli  abitanti  del 
luogo;  i  quali  assalsero  una  masnada  di  banditi  infestanti  la 
regione.  I  fratelli  Scuderi  e  qualche  loro  facinoroso  seguace  si 
difesero  con  accanimento,  respinsero  da  prima  gli  assalitori; 
ma,  soverchiati  dal  numero,  furon  morti,  e  —  tetro  trofeo  —  le 
mozze  lor  teste,  recate  a  Piacenza,  esposte  alla  gogna  sulla  piazza 
del  comune  (24  aprile  1599)  ^ 

Pochi  anni  dopo,  a  S.  Zeno  presso  Casalpusterlengo  eran  pe- 
netrati a  ricetto  e  stavano  a  ricovero  bravi  senza  legge  nè  fede, 
condotti  da  un  nobile  capo,  Carlo  Lampugnano.  Là  convenivano 
costoro,  imponendosi  agli  eremitani  conventuali  di  S.  Agostino, 
Codos^no  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  /.  27 


4i8 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


servienti  alla  chiesa  ed  al  chiostro  ;  e  di  là  infestavano  la  popo- 
losa via  per  Piacenza,  con  danni  ed  onte  dei  pacifici  viatori  (1608). 

Ricordano  i  cronisti  che,  con  mirabile  accordo,  soldati  regi 
e  bande  di  malviventi,  profittando  della  debolezza  del  governo, 
proruppero  in  Brembio,  dove  alloggiavano,  in  tumulti  senza  fine. 
Per  essi  parecchi  furono  i  fienili  incensi,  e  nelle  cascine,  della 
Taccadizza  i  robalizì  audacissimi.  Perfino  i  missali  della  chiesa 
di  Brembio  furono  involati  da  un  soldato,  e  per  vile  moneta 
venduti  in  Lodi;  onde  un  fulmineo  editto  dello  sdegnatissimo 
presule  (4  maggio  1618). 

Il  luogo  di  Morsenchia  —  subbietto  alla  giurisdizione  di  Me- 
legnanello  —  in  continuo  conflitto  con  Bertonico  (1642),  dovette 
esser  distrutto  perchè  divenuto  convegno  di  gente  perduta  ed 
infesta  al  contado. 

La  superstizione  delle  campagne  era  eccessiva;  ma  non  si 
può  arguire  che  pari  fosse  la  religione,  frenatrice  di  violenze; 
tanto  è  vero  che  un  Domenico  Pignocchi  del  Corno  Giovane, 
durante  le  funzioni  religiose  nella  chiesa  di  Santo  Stefano,  sparò 
un  archibuso  contro  il  celebrante,  e,  non  avendolo  colto,  fuggì 
precipitoso,  ma  rimase  vittima  del  vindice  furore  del  popolo 
(15  agosto  1643). 

Una  grida  del  contestabile,  per  mandato  del  governatore  Fer- 
nandez  de  Velasco  (26  agosto  1647)  concedeva  larga  impunità  per 
ogni  eventuale  delitto  non  che  la  regalia  di  duecento  scudi  a 
chi  denunziasse  od  indiziasse  l'uccisore  di  Bartolomeo  Negrone, 
uno  dei  sindaci  del  contado,  ucciso  in  Castione  mentre  esercitava 
il  proprio  uficio.  Così  il  publico  potere  non  disdegnava  la  com- 
plicità dei  delinquenti  per  la  punizione  di  un  delitto,  a  questo 
aggiungendone  un  secondo,  col  ricorrere  all'  opera  di  rei  convinti 
dove  non  bastasse  l'opera  dei  propri  agenti. 

Camillo  Antonio  Francesco  Stanga,  era  condannato  nel  capo 
e  nella  confisca  dei  beni  (28  marzo  1667)  per  aver  incaricato 
alcuni  sicari  di  uccidere  i  fratelli  Alessandro  e  Giovanni  Battista 
Carminati  in  Castelnuovo  Bocca  d'Adda.  Gli  esecutori  dello 
scellerato  mandato  espiarono  il  loro  delitto,  ed  al  mandante  fu 
mutato  il  supremo  castigo  nella  perdita  del  feudo  di  Castelnuovo 
e  nella  costrizion  personale  nel  castello  di  Lodi  ^  ;  da  cui  egli 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


419 


esci  quattr'anni  dopo  la  condanna,  ma  colla  taglia  di  bandito, 
che  per  trentasei  anni  l'aggravò. 

Un  Pietro  Antonio  Maccagno  da  Camairago  fu  arrotato  in 
piazza  Maggiore  a  Lodi  (8  marzo  1705),  come  partecipe  di 
una  grossa  banda  di  masnadieri,  funesta  specialmente  ai  confini 
dello  stato. 

Ancora  sotto  Maria  Teresa  i  vagabondi  esigevano  tributi  dalle 
campagne,  gli  ozieggianti  guidoni  ghermivano  ai  passanti  il  de- 
naro, ed  agivano  a  colpi  sicuri  anche  uccidendo  ;  ed  ogni  genere 
di  delinquenti  mascherati  da  umili  rivenduglioli  avevano  i  loro 
covaccioli  nei  quali  toglievan  di  mira  le  prede.  Per  le  strade  si 
inviarono  delegati  e  notari  criminali  e  fanti  e  carnefici  e  con- 
fessori, con  facoltà  di  impiccagione  agli  alberi  ;  ma  pochi  furono 
gli  orridi  spettacoli  dei  cadaveri  appesi. 

Nè  meno  le  tonache,  mestanti  e  sviate  «  dietro  al  malo  esem- 
pio » ,  sfuggivano  alla  lue  di  sanzioni  ex  lege. 
•  Narra,  ad  esempio,  Francesco  Bergamaschi  —  il  più  volte  ci- 
tato vicario  della  parochiale  di  Santo  Stefano  al  Corno  —  che 
un  monaco  cistercense  di  quella  abazia,  certo  Vespasiano  Lan- 
driani,  gli  uccideva  al  fianco  il  sacerdote  Giuseppe  Polenghi, 
a  cui  insieme  passeggiava,  e  lui  pure  di  coltello  gravemente 
feriva  (12  maggio  1643);  ed  è  strano  che  il  popolo  prendesse  le 
difese  del  monaco  omicida,  fino  a  giurare  il  falso  nelle  testimoniali. 

Avendo  il  bargello  del  vescovo  di  Lodi  arrestato  alla  cascina 
dei  Livraghi  i  gerolamiti  Pellegrino  Laudi  ed  il  sozio  Michele 
Repazzoli,  perchè  colti  in  flagrante  di  femineo  contrabbando, 
codesti  nè  casti  nè  cauti  monaci  furon  messi  prigione  nel  car- 
cere conventuale  (25  settembre  1679).  Ciò  riseppe  il  padre  di^ 
frate  Pellegrino,  conte  Teodoro,  e  si  condusse  al  monastero, 
capeggiando  una  quarantina  di  scherani,  coi  quali  trasse  dai 
ceppi  il  mal  capitato  figliuolo. 

Questo  Teodoro  fu  per  congiure  politiche  contro  Ranuzio  II 
arrestato  in  Piacenza  dai  birri  e  chiuso  nella  rocchetta  parmense 
(1680);  carcere  che  pur  doveva  ricettare  un  altro  Landi,  frate 
X  Felice,  cavaliere  di  Malta,  il  quale  parrebbe  altro  figliuolo  di 
Teodoro,  uomo  di  sangue  e  di  corrucci,  assoldatore  di  mala  gente, 
sebbene  tra  i  cavalieri  reputato  affabile  e  generoso  ^.  Egli  fu 


420 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


arrestato  dai  birri  irlandesi  del  duca  alle  Caselle  (7  febbraio  1706)^ 
e  soltanto  per  l'intromissione  dell' imperatore  Giuseppe  I  e  del 
principe  Eugenio  di  Savoia  fu  ridato  a  libertà. 

Accanto  alle  miserie  prodotte  in  gran  parte  dalla  volontà 
degli  uomini,  trovan  lor  sede  acconcia  le  altre  che  la  mitologia 
antica  diceva  sprigionate  dal  Fato,  librantesi  sulle  nere  ali  nel- 
l'alto. E  —  continuando  la  rubrica  mestissima  consegnata  al 
capo  XX  dell'opera  nostra  —  qui  seguiteremo  man  mano  l'ac- 
cenno ai  morbi,  alle  inopie,  alle  vicende  telluriche  ed  alle  stra- 
vaganze celesti,  che  con  lugubre  regolarità,  giovata  dalle  opache 
menti  di  quei  dì,  ne  continuarono  le  afflizioni  e  le  sventure 
dal  secolo  XV  in  poi. 

Ed  imprendendo  il  malvagio  cammino  della  narrazione,  com- 
prenderà ognuno  quale  superfetazione  presuntuosa  sarebbe  in 
noi  l'esporre  lo  stato  morale  delle  genti"  al  sopravvenire  delle 
pesti,  delle  fami  e  degli  altri  rei  flagelli,  dopo  che  Alessandro- 
Majizoni  ha  in  piena  modernità- fatta  risorgere  e  vivificata  tutta 
un'epoca  di  errori  e  di  orrori,  per  cui  tormentosamente  pas- 
sarono le  terre  nostre. 

Più  che  in  altra  parte  di  Lombardia  furon  tra  noi  gravi  le 
sciagure  ;  chè  all'  insufficienza  del  governo  —  inferiore  alle  più 
umili  esigenze  di  previdenza  e  di  igiene,  e  primo,  anzi,  a  dif- 
fondere ed  a  rassodare  la  credenza  che  realmente  si  trattasse 
di  malvagi  artefici  —  finì  per  rassegnarsi  anche  il  popolo,  le 
cui  superstizioni,  minori  di  quelle  dello  stato,  vieppiù  s'accreb- 
bero ;  di  guisa  che  e  reggitori  e  retti  trovaronsi  confusi  in  quella 
geenna  di  cupo  terrore,  di  desolante  abbandono,  di  spaventosa 
ignoranza,  che  forse  trova  unico  riscontro  nelle  mistiche  follie 
dei  chiliasti.  Poi  la  infanzia  delle  scienze  che,  movendo  i  passi 
iniziali  e  mal  sicura  barcollando  e  cadendo,  eran  necessariamente 
restie  a  riprender  lor  via,  sfornite  di  quelle  energie  resistenti 
che  le  fanno  tetragone  alle  scosse  rivolutive  dalle  quali  vuol 
essere  creato  l'umano  progresso. 

Oltre  un  decennio  (1475-1486)  ospiti  odiose  sedevano  ai  nostri 
focolari,  dopo  la  guerra,  la  carestia  e  la  peste.  Come  di  sovente,, 
anche  allora  il  morbo  ci  venne  da  Milano,  ed  i  pii  proavi  nostri 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


421 


•opposero  tosto  la  lor  fede  al  furiar  del  contagio,  erigendo  le 
votive  cappelle  alla  Vergine  ed  ai  santi  Rocco  e  Sebastiano, 
nella  punta  occidentale  del  borgo,  all'angolo  della  contrada  Scacca 
(via  Milano)  e  dell'Olmo  (poi  via  del  Guado  ed  oggi  via  Po). 
La  storia  di  questo  ex  voto  al  romeo  di  Montpellier  fu  già  da 
noi  riassunta. 

Pari  testimone  degli  animi  fatti  misericordi  dal  duro  esperi- 
mento della  morte  collettiva,  venivano  deposte  in  pace  le  tra- 
vagliate ossa  degli  spenti  dal  contagio,  in  un  sacello  dedicato 
ai  morti  ed  al  Cristo  in  Retegno  (1569).  Da  principio  la  cap- 
pellina e  la  breve  cripta  dell'  ossario  furono  di  legno.  Murata  a 
vivo,  rimane  tuttora  e  vi  si  legge  analoga  epigrafe*. 

La  peste,  tornataci  spietata  nel  1575,  fu  lungo  i  secoli  detta 
di  san  Carlo,  e  l'arte  spiega  l' antonomastico  titolo,  rappresen- 
tandoci tuttavia  —  opera  di  molti  pennelli  —  le  apostoliche  fa- 
tiche dell'arcivescovo,  visitatore  di  infermi  e  consolatore  di 
morenti,  che  ritorcono  lo  -  sguardo  dagli  orridi  gavoccioli  e  lo 
elevano  al  cielo  rinfrancati  dal  sorriso  del  santo  pastore^. 

Quella  epidemia  spense  in  Codogno  circa  ottocento  persone; 
le  quali,  nella  strettura  del  tempo  e  sotto  l'assillo  del  contagio, 
si  interrarono  in  luogo  speciale;  ed  ivi  per  ben  settant'anni 
recubarono  solitarie,  fin  che  esse  pure  ebbero  postumo  onore 
di  terra  consacrata  (1635).  In  loro  suffragio  ed  in  memoria  di 
Bernardino  da  Siena  —  che,  oltre  due  secoli  prima,  collo  slancio 
della  carità  a  soccorso  dei  contagiosi,  aveva  meravigliato  i  po- 
poli anche  dei  campi  nostri  —  alcuni  benestanti  divisarono  di  eri- 
gere sul  reposorio  degli  appestati  la  bella  chiesa  che  fu  ai  nostri 
giorni  demolita,  con  consiglio  non  a  torto  da  taluni  ritenuto 
improvvido  (1867). 

Anche  Casalpusterlengo  aveva  dovuto  costrurre  il  suo  lazza- 
retto; non  è,  però,  certo  se  esso  sorgesse  per  la  moria  del  1576 
o  per  quella  del  1630.  Era  un  modesto  sacello  sulla  strada  di 
Borasca,  colla  cancellata  in  legno;  da  prima  le  spoglie  dei  se- 
polti occupavano  il  circostante  campicello,  poi  gli  scheletri  furon 
concentrati  nella  cappella,  e  questa  era  meta  a  continuo  e  pie- 
toso peregrinaggio,  offerente  elemosine  opime;  cui  amministra- 
rono, a  spirituale  suffragio  degli  spenti,  delegati  scelti  dal  paroco 
proposto. 


422 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Il  nero  stendardo  della  guerra  procede  in  testa  alle  turbe 
alemanne,  che  vengono  a  disputare  a  Francia  la  successione 
della  ducea  di  Mantova;  e  forse  mai  esercito  in  cammino  ebbe 
così  sinistro  corteggio  di  orrori.  Qui  esso  trovava  popoli  affranti 
da  una  fiera  carestia;  qui  imponeva  le  violenze  tutte  del  pas- 
saggio, colle  requisizioni,  le  spogliazioni,  le  prepotenze;  e  qui 
—  suprema  fra  le  miserie  —  seco  portava,  nelle  sdruscite  ca- 
sacche e  nei  luridi  cenci  d'una  accozzaglia  di  avventurieri,  il 
germe  nefando  della  pestilenza,  acquisitosi  nei  campi  combattuti 
d'  oltre  monte. 

Il  genio  manzoniano,  che  ha  mietuto  colla  falce  poderosa 
l'orrida  messe,  ci  intima,  come  il  poeta  dell'antico  Lazio  a' suoi 
coevi:  Arcete  prophani/  ed,  al  comando  obbedienti,  noi  ci 
allontaniamo  discendendo  il  sacro  monte  serbato  ai  sublimi,  e 
seguiamo  la  nostra  umile  via;  confortati,  però,  della  concorde 
attestazione  dei  cronachisti  nostrani,  raffermanti  che  la  nostra 
regione  fu  per  sorte  la  meno  flagellata  nello  esiziale  avveni- 
mento. Eppure  a  Milano,  a  Pavia,  a  Piacenza,  a  Cremona  il 
morbo  costituiva  altrettante  necropoli  spaventose,  formanti  a  noi 
d'attorno  come  un  anello  simbolico  di  nozze  fra  la  morte  e  l'uomo. 

Quella  non  fu  solamente  fortuna,  bensì  efìetto  di  previdenza 
illuminata  e  forte.  Giusta  dispensiera  di  elogi  e  di  biasimi,  la 
cronaca  rende  omaggio  —  per  la  penna  del  Ciseri  ^  —  a  Cle- 
mente Gera,  vescovo,  ed  a  Martire  Boldoni,  governatore,  capo 
della  milizia  urbana  e  giudice  della  sanità,  in  Lodi.  Il  prelato 
della  parte  spirituale  ed  il  magistrato  della  politica  —  secondo 
le  terribili  condizioni  del  momento  —  con  febbrile  operosità  si 
occuparono  :  l' uno  imponendo  ai  suoi  preti  le  misure  più  pru- 
denziali di  contatto  e  di  soccorso  morale  e  corporale  dei  colpiti 
dal  contagio;  l'altro  rinfrancando  gli  animi,  mantenendo  i  rap- 
porti di  commercio,  e  non  limitandosi  alle  elementari  cautele 
della  distesa  dei  cordoni  e  dell'impianto  dei  rastrelli.  Colla  dit- 
tatura consigliata  dall'universo  pericolo,  allontanava  dalla  città 
perfino  i  cesarei,  a  colpi  di  moschetto;  per  ordine  suo  i  conta- 
dini  recavano   alle   porte  di  Lodi  le.  derrate  in  vendita  colla 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


leggenda  del  costo  rispettivo,  ed  egli  stesso  e  la  sua  scorta 
armata,  fattili  retrocedere,  faceva  da  libripende  fra  la  richiesta 
e  l'offerta,  nè  meno  lasciando  che  compratore  e  venditore  po- 
tessero avvicinarsi. 

Così  la  città  fu  in  parte  risparmiata;  ed,  impedendo  un  fa- 
tale ristagno,  tutto  il  territorio  —  per  quanto  aspramente 
flagellato  —  relativamente  ne  giovò. 

*  

I  documenti  del  tempo  raccolti  negli  archivi  ci  descrivono 
minutamente  il  transito  per  la  nostra  regione  degli  eserciti  mo- 
venti all'assedio  di  Mantova.  Nei  decreti  —  firmati  per  la  maggior 
parte  dal  mastro  di  campo  imperiale  conte  Giovanni  Serbellone  — 
sono  indicati  le  direzioni  alle  milizie  in  cammino  ed  anche  gli 
obblighi  delle  somministrazioni  e  requisizioni  cui  dovevano  pre- 
stare le  terre  attraverso  le  quali  i  soldati  di  Cesare  sarebbero 
passati.  Paion  remissive  le  notificazioni  del  nobile  Serbellone 
ai  borghi  ed  ai  casali  imposti  di  ricevere  ed  assistere  con  viveri 
ed  alloggiamenti  le  compagnie  dei  fanti  e  le  torme  dei  cavalli  ; 
poiché  desiderava  egli  che  tutto  seguisse  «  col  men  danno  dei 
sudditi  possibile  e  con  la  conveniente  satisfazione  di  detta  gente  ». 
Lo  coadiuvavano  per  legge  i  deputati  dei  luoghi,  a  cui  però 
era  infallibile  spinta  per  compiere  gli  obblighi  loro  la  minaccia 
di  pene  serbate  all'arbitrio  del  commissario  generale.  A  mezzo 
di  speciali  esibizioni  alle  schiere  trascorrenti  per  più  abbon- 
danti viveri,  non  era  negato,  però,  alle  comunità  richiedenti,  e 
compatibilmente  colle  ragioni  militari,  che  ad  esse  fosse  '  rispar- 
miata la  sosta  di  quegli  uomini  di  guerra. 

Così  avevamo  l'abbondante  requisizione  di  foraggi  per  la 
grossa  cavalleria  alemanna  di  Rambaldo,  signor  di  CoUalto,  che 
stava  all'avanguardia;  e  le  esorbitanti  richieste  dei  fanti,  i  cui 
veadores  —  gli  intendenti  d'oggidì  —  non  erano  mai  soddisfatti, 
e  tempestavano  i  miseri  deputati  forensi  di  sempre  nuove  ed 
ognor  più  gravose  dimande.  Il  senatore  Villani  commetteva  con 
suo  decreto  datato  da  Lodi  a  Giuseppe  Porrone,  delegato  del 
Serbellone,  di  far  in  guisa  che  le  terre  di  Codogno,  Casalpu- 
sterlengo,  Maleo,  Meleti,  Corno  Giovane,  Maccastorna,  Corno 
Vecchio,  San  Fiorano,  Mulazzana,  e  Cavacurta  «  provvedino  e 
diano  puntualmente  il  formaggio  et  vino,  et  altro  per  un  giorno. 


424 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


a  ciascuna  truppa  nella  medema  forma  e  modo  che  avrà  fatto 
dalla  città  di  Lodi  » ,  a  sostentamento  d' alcune  schiere  di  fan- 
teria alemanna  che  andavan  per  barca  «  per  ischiffare  gli  effet- 
tivi alloggiamenti,  et  per  ovviare  all'  inconvenienti  che  potessero 
occorrere,  et  che  non  facciano  alto  »  (8  ottobre  1629). 

Il  predetto  mastro  di  campo,  a  mezzo  del  delegato  suo  Al- 
fonso Riva,  incaricava  con  ordine  suo,  spiccato  da  Merate,  .di 
invitare  «  Codogno,  Malè,  Casalpusterlengo  et  altre  terre  solite 
ad  alloggiare  unitamente  »  a  provvedere  le  barche  necessarie 
alle  fanterie  tedesche  del  reggimento  Giovanni  d' Aldringher, 
pel  passaggio  dell'Adda;  e,  se  per  caso  il  fiume  non  potesse 
esser  tosto  varcato  «  per  mancamento  di  barche  o  per  altro  »  , 
fossero  i'  luoghi  mentovati  tenuti  «  per  una  notte  di  dare  al- 
loggio al  coperto  alli  soldati  ed  alli  officiali  in  casa  de'  padroni 
facendoli  provedere  dalle  Città  et  Terre  alloggianti  di  vino  e 
formaggio,  che  volendone  li  officiali  e  soldati,  lo  possano  com- 
prare con  gli  loro  denari  di  modo  che  le  Terre  et  Città  saranno 
tenuti  darle  solo  l'alloggio,  che  per  rispetto  del  pane  di  moni- 
tione,  li  sarà  provisto  dall'Impresario  a  conto  della  Regia  Ca- 
mera »  (31  ottobre  1629). 

Antesignana  dell'epidemia  fu  la  penuria  estrema  d'ogni  der- 
rata campestre.  I  prezzi  inverosimili  dei  grani  nobili  e  comuni 
in  quel  miserando  1629  ci  rimangono  annotati  dai  cronachisti; 
si  era  in  piena  fame,  e  pei  campi  spesseggiava  il  lugubre  in- 
contro degli  spenti  per  inedia,  tuttavia  stringenti  fra  le  mascelle 
quel  povero  ciuffo  d' erba  a  cui  indarno  avevan  chiesto  il  pro- 
lungarsi dell'esistenza. 

E  sulle  orme  della  grande  carestia  comparve  in  Codogno  e 
nelle  sue  vicinie  la  peste,  nel  novembre  di  quell'anno.  Comin- 
ciava essa  con  febbri  leggiere,  poi  implacabile  proseguiva  col- 
r  apparire  di  bubboncelli  e  carbuncoli  nelle  parti  più  delicate 
del  corpo.  Non  avevan  servito  i  serragli  divisati  per  arrestarne 
il  fatale  andare,  opportunamente  posti  agli  imbocchi  delle  vie 
del  borgo  (28  gennaio  1630);  invano  s'era  vietato  sotto  fiere 
comminatorie  a  quei  di  Maleo,  Casale,  Retegno  e  San  Fiorano 
di  toccare  Codogno.  Il  morbo  si  traforò  nell'interno  del  capo- 
luogo con  una  rapidità  terrificante,  e  fu  un  periodo  lungo  di 


NELLA  CRONACA     E  NELLA  STORIA 


moria,  resa  più  angosciosa  la  condizione  publica  dalla  insuffi- 
cienza dei  seppellitori  e  dei  sepolcri. 

I  luminari  dell'arte  del  guarire  facevano  consistere  la  cura 
in  una  strana  congerie  di  rimedi  terapeutici:  abbondanza  di 
profumi  con  incensione  di  macchie  silvestri  ed  aromatiche,  quali 
ginepro,  ruta,  rosmarino  ed  altri  virgulti  resinosi  ;  al  collo  cogli 
amuleti  si  ponevano  sacchetti  colmi  di  erbe  oficinali;  indicati 
fra  i  migliori  indumenti  eran  la  seta  e  la  tela  cerata,  e  respinta 
ogni  guisa  di  lana;  infine  molto  pitagorico  era  il  dietetico,  con 
ricorso  costante  all'acuta  virtù  delle  cipolle  e  degli  agli,  al- 
l'agro dei  limoni,  delle  melarancie  e  degli  aceti,  di  cui  ogni 
vivanda  veniva  abbondevolmente  cosparsa.  Prescrivevano  inoltre 
si  mangiasse  soventi,  reputandosi  che  a  ventre  digiuno  più  fa- 
cilmente si  incorresse  nel  morbo. 

Per  precauzione  i  già  colpiti  o  i  servienti  i  malati  dovettero 
aver  posto  speciale  nelle  chiese,  camminare  solinghi  e  fregiarsi 
di  gala  gialla  e  nera  perchè  i  passanti  li  sapessero  scansare.- 

Secondo  il  Goldaniga,  il  contagio  durò  sino  a  tutto  il  1630. 
Mille  morti  sopra  cinquemila  e  cinquecento  abitanti  costituirono 
il  funebre  trofeo  dell'inesorabile  mostro;  e  quelle  salme  furono 
composte  sotterra  là  dove  si  eressero  poi,  inferie  cristiane,  gli 
oratori  di  S.  Bernardino  e  dei  SS.  Gregorio  e  Sebastiano. 

Mancando  cripte  chiesastiche  e  sacrati  nei  villaggi  vicini, 
seppellironsi  presso  la  Divizia  le  spoglie  degli  appestati  di  San 
Fiorano,  al  Cristo  quelle  di  Retegno,  in  una  cappellina  presso 
la  Cà  Rossa  quelle  di  San  Rocco,  dove  i  benedettini  di  S.  Sisto 
in  Piacenza  esercitarono  largamente  la  loro  carità. 

Della  pestilenza  del  1630  in  Codogno  scrisse  in  versi  latini 
il  conterraneo  Pier  Francesco  Passerino^,  ed  altre  memorie  si 
trovano  circa  la  mortalità  nel  territorio.  A  Castelnuovo  —  se  si 
crede  al  Liber  mortuorum  di  quella  parochia  —  fra  i  duecento 
uccisi  dal  contagio  furono  il  potestà,  il  paroco,  il  medico,  un 
affossatore  ed  alcuni  berrovieri.  A  Santo  Stefano,  per  contrario 
—  come  lasciò  scritto  il  rettore  Francesco  Bergamaschi  —  sol- 
tanto due  persone  morirono. 

Rifugge  l'animo  dallo  spettacolo  miserevole  delle  inumazioni 
in  quei  dì.  Oppressi  dalla  immane  sciagura,  gli  animi  bonari 


426 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


dei  nostri  regionali  erano  rinselvatichiti,  illanguiditi  i  senti- 
menti pii,  tornati  rubesti  e  crudeli  i  costumi.  I  registri  paro- 
chiali  d'alcuni  paeselli  lungo  il  Lambro  accertano  che  quelle 
sponde  —  quasi  memori  nel  loro  aspetto  del  «  vago  Eupili  »  da 
cui  derivano  —  eran  disseminate  orribilmente  da  corpi  morti,  colà 
trascinati  a  strappi  di  funi  che,  terminanti  in  nodo  scorsoio,  o 
pel  rigido  braccio  o  pel  piede  inerte,  le  spingevano  nella  fossa. 

Nè  pure  qui  mancarono  nell'abnegazione  e  nel  sacrificio, 
emuli  modesti  di  quel  Ludovico  de'  Picenardi  che  fu  immor- 
talato sotto  il  saio  cappuccinesco  di  frate  Cristoforo  ;  ed  uno 
il  cui  nome  giunge  fino  a  noi  è  un  altro  francescano,  il  padre 
Gregorio  Ferrari  da  Codogno,  morto  nel  pietoso  esercizio  dei 
supremi  conforti  agli  appestati. 

Non  tutti  i  coloni  stettero  nelle  terre  nostre  al  farsi  dell'  «  aer 
sì  pien  di  malizia  ».  Molti  se  ne  erano  andati  già  al  primo 
sentore  delle  genti  imperiali  imminenti.  In  alcune  Istruzioni  al 
dottore  Giacinto  Vignati  ed  a  Gian  Paolo  Barni  per  narrare 
degli  enormi  danni  prodotti  dalla  corsa  tedesca  nel  basso  Lom- 
bardo, si  accenna  a  buona  parte  di  contadini,  in  una  ai  padroni 
e  fittabili  ed  alle  cose  loro,  emigranti  di  qui  per  conseguir  fuori 
di  stato  la  tranquillità  perduta  nei  luoghi  nativi  ^  ;  errore  agri- 
colo e  politico  codesto,  di  cui  furono  necessariamente  perniciose 
le  conseguenze  :  settantamila  pertiche  in  contado  di  Lodi  erano, 
dopo  la  peste  del  1630  e  le  guerre  d'allora,  cadute  gerbide  ed 
incolte,  là  dove  prima  di  quei  tristissimi  eventi  non  un  palmo 
di  c\\i^VC  humus  era  sottratto  alla  vanga  redentrice. 

Per  la  pace  di  Cherasco  (163 1)  gli  austro-spagnoli  rifecero 
la  strada  tornanti;  e  pur  troppo  delle  loro  malefatte  ebbero 
ancora  a  soffrire  i  nostri  luoghi.  Ma  non  tutti  quei  lanziche- 
necchi di  transito  poteron  ridursi  in  patria  a  raccontare  le  belle 
imprese;  perocché,  mentre  l'esecrazione  universa  inseguiva  le 
bande  tedesche  del  rapace  barone  d' Aldringher,  i  nostri  conta- 
dini quanti  più  di  lanzi  e  di  bisogni  potevano  acciuffare,  al- 
trettanti a  man  salva  mandavano  all'  altro  mondo  ^. 

Lunga,  grigia  e  minuta  è  la  cronaca  riferita  alle  carestie,  ai 
fenomeni  terrestri,  alle  meteore  ed  a  quant' altro  mai  in  quei 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


427 


tempi  di  scienza  infante  ed  errabonda  toccava  per  la  comune 
al  sopranaturale  ed  al  taumaturgico,  giusta  il  tipo  scolpito  nel 
don  Ferrante  del  grande  romanzatore  milanese.  Nel  continuo 
arruffio,  nel  convulso  e  spasmodico  succedersi  di  quegli  eventi 
calamitosi,  parrebbe  ad  ogni  piè  sospinto  decretata  la  morte 
dell'umanità;  mistero,  insomma  la  continuità  della  vita  non  pure 
sociale  e  politica  ma  altresì  fisica. 

Le  comete,  gli  ecclissi,  gli  uragani,  gli  aereoliti,  le  pioggie 
sanguigne,  le  manne  celesti  spesseggiavano  come  presunti  enigmi 
nell'alto;  nunzi  non  meno  sinistri,  perchè  sterminatori  delle 
piante  e  dei  paschi,  segnalavansi  i  passaggi  delle  locuste  obum- 
bratrici  del  sole;  le  commosse  viscere  della  terra  tonitruavano 
all'  impulso  delle  vampe  profonde  ;  le  acque  straripavano  spa- 
ventosamente ;  i  geli  erano  interminabili,  le  pestilenze  pervicaci, 
le  siccità  affamatrici. 

E  delle  inopie  inclementi  era  in  gran  parte  causa  la  supina 
incapacità  dei  preposti  all'annona  —  di  tale  tirannica  vessazione 
che  r  esagerato  protezionismo  moderno  non  sa  nè  pure  pensare  — 
e  dello  sgoverno  civile  e  militare  per  cui  le  plaghe  un  dì  fio- 
renti abbiam  visto  commutarsi  in  abbandonate  lande,  non  più 
festanti  all'ecloga  delle  sane  georgiche,  ma  terrificate  dagli  or- 
risonanti  ludi  delle  caccie  feudali  e  dal  calpestio  delle  torme  ar- 
mate, isterilenti  la  zolla. 

Quanto  all'insieme  delle  anormalità  funeste  che  traviarono  in- 
teramente il  senso  comune  dell'epoca,  la  superstizione  creò  la 
magia,  e  la  strega  rimane  torva  potenza  che  combatte  contro 
Dio  e  la  sua  chiesa,  e  gli  untori  con  essa  rappresentano  la  più 
efferata  espressione  dell'  idiozia  sconfinata 


428 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XXXV. 

^  Cristoforo  Poggiali  -  Memorie  storiche  di  Piacenza. 
^  Archivio  di  stato  di  Milano. 

^  Cristoforo  Poggiali  -  Memorie  storiche  di  Piacenza. 

*  HIC  JACENT  QUI  PESTIFERO  MORBO  FUERE  DEFUNCTI  ANNO  I569.  EDICULA 
HAC  PENE  LABENTE  RETTINIENSUM  PIETATE  A  FUNDAMENTIS  RESTAURATA 
ET  NOVA  SOLEMNI  BENEDICTIONE  DEO  DICATA  A  REV.  PR^P.  lOSEPHO 
FORNI  DIE  8  OCTOBRIS  ANNO  I780. 

^  Discorda  dall'antica  versione  la  critica  nova,  chè  —  al  dire  di  Cesare 
Cantù  —  studi  o  ricerche  nei  libri  e  nei  cataloghi  del  maggior  nosocomio 
milanese  revocherebbero  in  dubbio  l' indole  bubbonica  del  male.  Vien 
questo,  per  contrario,  spesso  qualificato  cum  variolis\  il  perchè  alcuno 
opinò  essere  stata  quella  infermità  di  natura  esclusivamente  vaiolosa. 

^  Alessandro  Ciseri  -  Giardino  istorico  lodigiano. 

^  Pier  Francesco  Passerino  -  De  cotoniensi pestileìitia  anno  MDCXXX 
exorta,  opera  stampata  in  Milano  e  dedicata  alla  comunità  di  Codogno. 
^  Giovanni  Agnelli  -  Archivio  storico  lombardo. 
^  Cristoforo  Fagnani  -  Cronache  lodigiane. 

"  L'indole  e  le  fattezze  speciali  del  subbietto  importano  un  cenno  par- 
ticolareggiato in  queste  chiose,  dove  vengono  raccolti,  nella  loro  parvenza 
immediata  e  con  ordinamento  puramente  esteriore,  gli  episodi  terrieri  an- 
che indipendenti  dalle  forze  e  dalla  volontà  umane.  E  poiché  nel  coordi- 
nare gli  argomenti  mirammo  precipuamente  ad  ovviare  a  ripetizioni  noiose, 
qui,  come  in  luogo  proprio  ed  in  prosecuzione  del  nostro  capo  XX, 
poniamo  in  elenco  cronologico  la  lunga  serie  di  quegli  avvenimenti  —  pur 
troppo  nella  massima  parte  luttuosi  —  comunque  ci  derivano  dalle  crona- 
che, micrografie  degli  umili,  scabri  argomenti,  ma  pur  vari  e  monotoni 
insieme,  che  vogliono  essere  ineluttabilmente  concatenati. 

1368  -  Le  incontinenti  pioggie  della  primavera  e  dell'  estate  rendono 
squallide  le  campagne,  per  giunta  afflitte  dagli  sciami  spessi  delle  caval- 
lette vaganti  per  l' aria  e  dalle  turbe  malefiche  di  grossi  sorci  scorrenti  tra 
i  solchi.  L'inopia  dura  quasi  un  lustro. 

1371  -  Siccità  dannosissima. 

1374  Le  rapine  delle  masnade  soldatesche  e  le  pioggie  eccessive  pro- 
ducono grande  penuria,  a  cui  fa  seguito  la  peste. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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1385  -  Perdura  da  un  triennio  la  peste,  specie  verso  Piacenza;  ed  il  Po 
danneggia  immensamente  l'agro  nell'ottobre. 
1387  -  Fa  strage  una  epizoozia. 

1394  -  Il  Po  inondante  le  terre  sfascia  il  ponte  di  fronte  a  Piacenza. 
1399  -  Forte  gelo  ed  enormi  nevate  al  cader  dell'aprile. 
1409  -  La  carestia  spinge  i  popoli  a  tumulto. 

1439  -  Il  21  giugno  si  fanno  sentire  forti  scotimenti  di  terremoto. 

1441  -  Grande  penuria.  Secondo  il  Goldaniga,  si  fa  pane  con  un  terzo 
di  frumento  e  con  fave  e  fagioli. 

1442  -  Freddo  oltremodo  intenso  ;  la  neve  cade  fino  a  tre  braccia  d' al- 
tezza, ed  il  Po  agghiaccia  così  che  vi  si  passa  con  cavalli  e  salmerie. 

1445  -  Inondazioni  padane  ed  abduane. 

1 45 1  -  Fiero  morbo  e  fame,  conseguente  dal  rimanere  incolti  i  campi 
per  mancanza  di  braccia. 

1456  -  Nel  luglio  appare  una  lunga  cometa  volta  ad  oriente.  Serpeggia 
la  peste  carbonchiosa, 

1465  -  Anno  felice  per  abbondanza  di  raccolti. 

1468  -  Peste. 

1470 -Altro  anno  ubertoso,  benché  di  stagioni  stravaganti.  Nel  giugno 
il  Po  è  molto  alto,  e  fa  molti  danni  nel  settembre. 

1474  -  Le  scarse  messi  del  biennio  e  l' avida  incetta  di  speculatori  pro- 
ducono grande  disagio. 

1475  -  Peste. 

1479  -  Peste. 

1480  -  Il  Po  straripa  nell'aprile,  guastando  i  colti,  e  nel  dicembre  con- 
tinua il  profluvio  delle  pioggie  che  durano  fino  a  maggio. 

1484  -  Casi  di  peste  che  si  ripetono  per  un  triennio. 

1490  -  Ai  4  di  ottobre  il  gelo  è  così  intenso  che  isterilisce  le  viti, 

1494  -  Uno  strano  fenomeno  metereologico  si  avvera  in  tutto  il  territorio 
dal  Piacentino  al  Milanese:  ad  ogni  aurora  del  luglio  e  dell' agosto  le  foglie 
dei  salici  sono  coperte  di  una  materia  che,  somigliando  per  colore  e  per 
sapore  alla  manna  medicamentosa,  vien  detta  manna  celeste.  Afferma  il 
Poggiali  che  «  ciò  da'  Filosofi  di  que'  dì  fu  attribuito  alla  straordinaria 
secchezza  delle  stagioni  ». 

1500  -  La  peste  è  preceduta  dall'apparizione  di  una  cometa,  dalla  siccità 
e  dall'invasione  di  strani  insetti  che  maculano  il  corpo  degli  uomini. 

1503  -  Ancora  casi  di  pestilenza.  Le  ingenti  nevi  del  settembre  cadute 
nella  Valtellina  fanno  straripare  e  Ticino  e  Po,  che  rovescia  gli  argini  di 
Guardamiglio  e  della  Minuta. 

1505  -  Cometa. 

1507  -  Si  ripete  il  bizzarro  fenomeno  della  manna  celeste. 

1510  -  Con  una  cometa  sull'orizzonte,  i  territori  circumabduani  sono 
colpiti  da  pietre  di  color  bigiastro  scuro,  odoranti  di  zolfo,  cadute  da  una 
piccola  nuvola.  Corrono  voci  mormoranti  tristi  presagi  e  seguono  la  pe- 
stilenza e  rigorosa  stagione  iemale. 


430 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


1511  -  Il  26  di  marzo  si  fa  sentire  il  terremoto,  che  —  dice  il  Diario 
del  contemporaneo  Francesco  da  Nova —  «  durò  uno  pezo  de  ora  talmente 
che  le  caxe,  chiexe,  et  altre  treniaveno  ». .  ; 

15 14  -  Peste  appiccatasi  prima  da  Crema  a  Lodi.  I  profughi  cremaschi 
sono  raccolti  nel  castello  di  Fombio  dal  conte  Paride  Scotti. 

1515  -  Francesco  da  Nova  scrive  che  ai  25  di  ottobre  «  se  sentite  il  ter- 
ramoto  per  spatio  d' uno  credo  et  tremava  le  caxe  ».  , 

1516  -  Cometa  fiammante. 

1520  -  «  Excessivo  et  ultra  naturai  fredo  »  così  che  nel  maggio  —  ricorda 
il  da  Nova  —  «  se  diceva  sto  proverbio  : 

Non  bisogna  tra  fuo  el  zachin  ' 
Fin  che  non  he  San  Bernardin  ». 

Forti  tempeste  si  sferrano  nel  luglio  sul  Lodigiano,  con  gragnuola  grossa 
«  come  le  pome  codogne  »  ;  e  sul  finire  di  agosto  l' Adda  inonda  il  terri- 
torio. «  Da  li  16  novembre  che  fiochò,  nè  piovete  fine  alli  26  martii  1521. 
Lo  Può  se  passava  a  piedi....  et  l'Ada  in  certi  loci,  e  con  carri,  ma  allo 
aprile  et  mazo  seguenti  assai  se  pioze  con  gran  fredo  ».  Si  banchetta  sul 
ghiaccio  in  parecchi  luoghi.  Pietro  Verri,  accennando  alla  siccità  del  1520, 
nota  che  in  quest'anno  Lombardia  fu  abbondantissima  di  biade. 

1522  -  Cometa.  Gli  alberi  fioriscono  novellamente  in  autunno,  e  sul 
mercato  di  Cremona  pompeggiano  cestelli  di  fragole. 

1523  -  Per  rendere  meglio  difendibile  Lodi,  Federico  Gonzaga  rompe  gli 
argini  della  Muzza  e  della  Bertonica  ;  così,  quasi  non  bastassero  i  guasti  della 
natura,  per  opera  dell'  uomo  scompaiono  le  praterie  sotto  una  sterile  melma. 

1524  -  Pestilenza  petecchiale,  detta  sudore  anglico  perchè  importata  dalle 
bande  inglesi  nel  1506. 

1527  -  Oltre  che  dall'orribile  passaggio  delle  schiere  spagnuole  e  tede- 
sche, nella  guerra  devastatrice  fatta  ad  un  tempo  colla  spada  e  colla  forca, 
il  nostro  territorio  è  crudamente  travagliato  dalle  inondazioni,  dalla  fame, 
dalle  invasioni  di  lupi  e  da  morbi  di  varia  natura. 

1529  -  Un  forte  terremoto  si  fa  sentire  il  3  luglio,  e  la  notte  seguente 
cade  una  pioggia  sanguigna  che  atterrisce  le  genti,  mentre  si  avanza  lo 
spettro  della  fame. 

1530  -  Cometa  paurosa  al  volgo. 

1531  -  Cometa  per  tutto  l'agosto. 

1536  -  Inondazione  del  Po  nel  dicembre. 

1539  -  Carestia  desolante. 

1540  -  Tepido  inverno,  non  piovendo  nè  nevicando  dal  principio  di  no- 
vembre all'aprile.  La  terra  è  però  fertile  di  grani  e  d'uve.  A  metà  di 
maggio  si  tagliano  i  paschi  e  si  vendemmia  al  principio  d'agosto. 

1541  -  Spaventevoli  uragani  e  inondazioni  nel  luglio. 

1542  -  Da  levante  passano  immensi  sciami  di  locuste.  Il  cronista  piacen- 
tino Anton  Francesco  Villa  dice  che  «  un  campo  ultra  Po  de  pertiche  60, 
dove  li  erra  estimato  circa  stala  60  milio  non  ne  hano  recolto  uno  stopelo  »  » 
e  cioè  un  sedicesimo  di  staio. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


1544  -  Il  marchese  del  Vasto,  per  provvedimento  strategico ,  fa  nuova- 
mente squarciare  gli  argini  dei  canali  lodigiani,  danneggiando  grandemente 
le  terre. 

1549  -  Il  Po  nel  dicembre  è  un  campo  di  gelo,  e  vi  si  passa  su  carra. 

1556  -  Cometa  fulgente  ai  primi  di  marzo. 

1557  -  Sul  Po  ghiaccio  si  fanno  feste.  Antonio  Campo,  cronista  cremo- 
nese, vi  assiste  al  corso  dei  cocchi  patriziali  su  cui  stanno  impavide  ed 
eleganti  le  dame. 

1562  -  La  siccità  dura  ostinata  dal  febbraio  al  finire  dell'anno,  non  rie- 
scendo  efficaci  alcune  pioggierelle  ottobrine  a  vincere  il  disseccamento  del 
suolo.  Ne  consegue  un  morbo  detto  mal  castrone,  che  fa  parecchie  vittime 
nel  principio  del  verno. 

1563  -  Anno  di  eccezionali  fortune  campestri. 

1569  -  Peste  e  fame.  Alle  terre  nostre  sovvengono  viveri  le  piacentine, 
che  mandano  frumento  fino  a  Genova  ed  a  Venezia. 

1571  -  Cometa. 

1572  -  Il  nostro  territorio  è  tutto  un  ampio  nevaio,  e  dal  marzo  all'agosto 
non  piove,  con  grande  nocumento  alle  messi. 

1575  -  Inondazione  nell'aprile  e  primi  accenni  della  celebre  peste  detta 
di  san  Carlo,  la  quale  segue  sterminatrice,  durando  più  di  un  anno  e  mezzo. 

1580  -  Cometa.  Quasi  tutta  Italia  è  dominata  da  un  male  detto  mal 
mazzucco,  specie  di  infreddatura  epidemica  o  influenza,  causata  da  caldo 
eccessivo  durato  soli  quattro  giorni  nel  giugno  e  dal  freddo  intempestivo 
che  ne  segue. 

1587  -  Carestia. 

1590  -  Ancora  carestia.  La  cattiva  qualità  dei  cibi  surrogati  ai  normali 
produce  un'epidemia,  specialmente  sul  Piacentino. 

1593  -  Cometa. 

1594  -  Gelo  straordinario  da  Marsiglia  a  Venezia. 
1596  -  Cometa. 

1604  -  Il  secco  si  prolunga  dall'autunno  all'aprile. 

1607  -  Le  brine  primaverili  e  le  gragnuole  estive  fanno  insufficiente 
l'annona. 

1609  -  Epidemia  sconosciuta  dai  medici. 
161 5  -  Il  male  detto  dei  segni  fa  strage. 

1629  -  È  questo  l'anno  della  terribile  fame  che  spinge  a  sommossa  le 
plebi  stremate  e  che  apre  la  via  alla  famosa  peste  durata  circa  tre  anni. 

1635  -  Pel  rigore  della  invernata  le  popolazioni  languono  di  inopia. 

1640  -  Il  Po,  ingrossato  dalle  pioggie  giunge  il  22  settembre  fino  a 
Fombio,  e  danneggia  grandemente  Santo  Stefano  al  Corno,  di  cui  è  vicario 
il  benefico  Francesco  Bergamaschi,  che  ripara  argini  e  strade. 

1642  -  Nella  notte  del  13  giugno  si  avverte  in  Codogno  una  forte  scossa 
del  terremoto  che  a  Milano  ed  a  Lodi  reca  gravissimi  danni.  Il  13  di- 
cembre le  acque  del  Po  e  dell'Adda  rispettivamente  si  distendono  fino  a 
Retegno  ed  a  Maleo. 


432 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


1643  -  I  codognesi,  nel  dì  del  loro  patrono  san  Biagio,  sono  alquanto 
sgomenti  —  come  dice  una  nota  dell'archivio  parochiale  —  per  un'ecclisse 
di  luna. 

1651-Le  pioggie  del  settembre  vincono  la  lunga  siccità,  ma  fanno 
esondare  il  Po. 

1661  -  Cometa  che  dura  venti  giorni. 

1662  -  La  natura  sembra  placata  e  pare  che  la  fortuna  sorrida  cogli  ab- 
bondanti raccolti  ai  nostri  coloni. 

1664  -  Cometa  dal  18  dicembre  al  15  gennaio. 
1679  -  Peste. 

1682  -  Peste,  che  però  non  tocca  Codogno,  per  le  cautele  ivi  usate. 

1683  -  La  siccità  produce  moria  nel  bestiame  che  non  può  abbeverarsi. 

1684  -  Nevicate  disastrose.  Racconta  il  Goldaniga  che  i  monti  di  neve 
per  le  piazze  e  per  le  strade  in  Codogno  si  mantengono  fino  dopo  il 
Corpus  Domini.  Per  antonomasia  il  1684  fu  detto  l'anno  del  gran  freddo. 

1693  -  Si  provano  scosse  di  terremoto  il  6  luglio,  alle  ore  dieci  la  prima 
e  mezz'ora  dopo  altre  due  più  gagliarde,  che  pongono  in  timore  grande 
i  codognesi. 

1695  -  Il  24  febbraio  si  avvertono  in  Codogno  scosse  del  terremoto  spa- 
ventoso che  in  Lodi  fa  crepare  il  duomo  e  la  chiesa  dell'Incoronata. 
1697  -  Inverno  rigoroso  e  lungo. 

1705  -  In  pieno  maggio  gli  alberi  si  schiantano  sotto  il  peso  della  neve. 
Il  4  novembre  si  squarciano  gli  argini  del  Po,  e  la  rabbia  del  fiume  tra- 
volge alcune  case  coloniche,  facendo  vittime  umane.  A  Meleti  le  acque 
insabbiano  molti  terreni,  formandovi  dei  «  fopponi  ». 

1708  -  Con  un'abbondante  nevata  comincia  il  28  ottobre  un  rigidissimo 
inverno.  Le  campagne  sono  immensamente  danneggiate  dalle  intemperie, 
e  per  mancanza  di  uva  si  beve  sidro  fatto  di  mele  selvaggie  bollite.  La 
riotte  seguente  l'Epifania  il  Po  gela,  ed  a  più  mite  stagione  un  Giovanni 
Battista  Garioni,  barcarole  di  San  Rocco,  vuol  passare  pedestre  il  fiume, 
sotto  gli  occhi  del  duca  Francesco  di  Piacenza.  Ma  questi,  poco  garban- 
dogli il  temerario  spettacolo,  ordina  gravi  pene  per  chi  nuovamente  vi  si 
esponga. 

171 1  -  Comincia  nell'ottobre  una  epidemia  nei  bovini,  la  quale  continua 
a  ricorsi  anche  pei  due  anni  successivi.  Il  Ciseri  la  descrive,  riferendo  il 
numero  delle  morti,  che  nel  solo  Lodigiano  —  esclusa,  quindi,  la  Lunga  del 
Po  —  ascendono  ad  oltre  cinquantun  mila  uficialmente  denunziate ,  ed  ag- 
giungendo che  moltissime  non  furono  riferite  all'archivio  del  contado.  Il 
triste  flagello  colpisce  sì  gravemente  le  stalle  dei  gerolamini  di  Ospitaletto 
che  il  loro  abate  Gabriele  Maria  Casali  è  facoltato  di  assumere  sopra  un 
censo  lire  trenta  mila  per  colmare  le  perdite  subite  per  la  moria. 

1718  -  La  siccità  dura  parte  dell'inverno  fino  al  terminar  dell'estate. 

1719  -  Inondazione  del  Po. 
1727  -  La  campagna  è  opima. 
1729  -  Inondazione. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


433 


1730  -  Il  male  detto  del  caprone  —  altra  specie  d'influenza  di  cui  cade 
vittima  papa  Benedetto  XIII  —  serpeggia  nelle  nostre  terre  e  diminuisce 
i  sollazzi  del  carnevale.  Il  Ciseri,  contemporaneo,  consiglia  la  cura  del 
vin  nero  e  generoso. 

1732  -  Descrive  lo  stesso  autor  lodigiano  il  male  del  cancro  volante, 
calato  in  Lombardia  dalla  Svizzera  in  questo  maggio. 

1734  -  La  guerra,  la  pestilenza  e  la  siccità,  durata  fino  al  23  maggio, 
formano  lo  squallido  trinomio  della  vita  locale.  Si  emanano  editti  speciali 
pel  riparto  delle  acque  della  Muzza. 

1737  -  Incrudisce  una  nuova  epizoozia,  con  grave  nocumento  ai  coltivi 
ed  all'industria  caseina.  Mitigatasi  nel  verno,  si  rinvigorisce  nel  febbraio 
del  1738. 

1739  -  La  sera  del  16  dicembre  si  mostra  un'aurora  boreale,  per  cui 
—  asserisce  il  Goldaniga  —  «  tutto  il  borgo  sembrava  infuocato ,  essendo 
tutto  il  cielo  di  color  sanguigno.  Si  videro  ancora  alcune  stelle  striscianti, 
indi  il  fenomeno  dividendosi  in  vari  globi,  poco  dopo  sparì  ». 

1740  -  Le  grandi  nevate  coprono  il  territorio  fino  a  maggio. 

1741  -  Due  lievi  scosse  di  terremoto,  al  21  aprile  ed  al  3  dicembre. 
1744  -  Cometa  sul  finir  di  gennaio. 

1746  -  L' epidemia  bovina  travaglia  Lombardia,  ma  in  ispecie  il  Lodi- 
giano.  In  seguito  alla  guerra  austro-ispana  si  ha  in  Codogno  una  invasione 
fittissima  di  mosche.  Frate  Goldaniga  narra  come,  essendosi  trovato  un 
rimedio  per  distruggerle,  le  strade  ne  furon  sì  coperte  che;  moriron  di 
fetore  molti  fanciulli  ed  adulti,  pretendendosi  che  il  licore  per  cui  le  mosche 
cadevano  fosse  veleno. 

1754  -  Il  Po  straripa  e  reca  gravi  danni  alla  possessione  dell' Isolone, 
dei  benedettini  di  S.  Sisto  in  Piacenza.  Costoro  —  annuenti  il  principe  e 
gli  academici,  solo  eccettuato  il  conte  Alberto  Scribani  Rossi  —  per  fron- 
teggiare il  restauro  del  loro  fondo,  vendono  al  re  di  Polonia  Augusto  III, 
per  dodici  mila  zecchini,  la  sublime  tavola  detta  la  «  Madonna  di  S.  Sisto  » 
di  Rafìaele  Sanzio ,  la  quale  —  al  dire  della  Staél  —  è ,  colla  «  Notte  »  del 
Correggio,  il  maggior  ornamento  della  pinacoteca  di  Dresda. 

1755  -  Inondazioni  nel  novembre. 

1758  -  Il  Po  è  ghiaccio;  i  mulini  non  macinano  più,  e  la  carestia  esina- 
nisce le  popolazioni. 

1763  -  Durg.  il  gran  freddo  sino  al  cadere  del  maggio,  e  si  ha  mortalità 
straordinaria  nelle  mandre. 

1764  -  Anno  ubertoso.  Un  pestifero  morbo  fa  strage  di  gallinacei,  che 
diventano  neri. 

1767  -  Il  gennaio  è  rigidissimo,  ed  in  estate  si  succedono  intemperate 
le  pioggie. 

1768  -  Dura  il  freddo  fino  al  10  aprile,  poi  continua  il  secco  che  dan- 
neggia molto  il  Codognese.  Dice  il  Goldaniga  quasi  tutto  l'anno  molestato 
«  da  una  influenza  in  ogni  stato  di  persone  di  febbri  petecchiali  maligne , 
per  il  che  passarono  molti  al  paese  dei  più  ». 

Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  /.  28 


434 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


1771  -  La  zoppina  e  il  «  mal  di  corada  »  girano  vastamente  facendo 
strage  nelle  stalle. 

1772  -  Inondazioni  e  carestia. 

1777  -  La  terra  dal  i  gennaio  al  6  marzo  biancheggia  di  neve.  La  pioggia 
assidua  dall' 11  maggio  al  14  giugno  produce  poi  inondazioni.  Nell'ottobre 
gela  il  terreno  come  nel  verno  avanzato.  In  novembre,  per  la  recrude- 
scenza delle  pioggie,  il  Po  sorpassa  nuovamente  le  arginature  e  tocca  Fombio. 

1779-  Secco  nocevole  all'agro  dal  13  dicembre  al  13  maggio. 

1782  -  Inverno  rigidissimo  e  penuria  di  viveri. 

1783  -  La  fortuna  campestre  allieta  gli  agricoltori. 

1785  -  Inverno  rigorosissimo. 

1786  -  Nella  notte  dal  6  al  7  aprile  una  gagliarda  scossa  di  terremoto, 
che  fortunatamente  non  lascia  traccie  fuor  che  la  ruina  di  qualche  fu- 
maiolo, fa  levar  di  letto  i  diecimila  codognesi,  i  quali  —  se  vogliam  credere 
ad  una  ^annotazione  dell'archivio  di  parochia  —  corrono  tutti  sbigottiti 
sulle  piazze  ed  in  campagna.  Al  31  ottobre  comincia  a  nevicare  e  continua 
per  tre  giorni. 

1787  -  Inverno  rigido  ed  ostinato. 
1789  -  Gela  il  Po  sul  finir  di  dicembre. 

1795  -  Il  13  ottobre  si  annunziano  i  primi  casi  di  un  contagio  bovino 
che  dura  per  un  biennio,  devastando  gli  stabuli  specialmente  di  Orio  e 
di  Livraga. 

1798  -  Gelo  intensissimo. 

1799  -  Grande  cometa,  tosto  affermata  dai  nostri  avi  quale  indizio  di 
sventure  concomitanti  l'attraversata  dei  russi  di  Suwaroff. 

1800  -  La  carestia  dei  grani  e  la  guerra  di  volubili  fortune  reca  nuovi 
disagi  alle  popolazioni. 

1801  -  Permane  la  carestia.  Il  governo  fa  venir  sementi  di  Puglia  e  la 
comune  di  Codogno  requisisce  millecinquecento  sacchi  di  melica  per  soc- 
correre al  monte.  Nel  settembre  si  fa  sentire  una  robusta  scossa  di  terre- 
moto. In  novembre  si  hanno  inondazioni. 

1802  -  Gagliarda  scossa  di  terremoto  il  12  maggio. 

1803  -  Pare  sospeso  il  respiro  della  natura  sotto  il  sudario  della  neve, 
che  cancella  i  sentieri,  distrugge  i  segnali  ed  intercetta  i  rapporti  tra  le 
nostre  comuni.  L'anno  è  abbondantissimo  di  frutti  e  di  uve. 

1817  -  Data  che  è  come  una  piaga  sanguinante  nella  storia  economica 
non  pure  di  Lombardia,  ma  di  tutta  l' alta  Italia.  Già  da  due  anni  i  guasti 
delle  intemperie  eccessive  travagliano  il  suolo,  ed  il  malessere  generale 
invoglia  le  contadinanze  ad  emigrare  nelle  Americhe.  Un  surrogato  si  trova 
poi  nella  patata,  di  fresco  introdotta  dall'estero,  e  tutti  si  danno  alla  col- 
tura del  tubero  di  Parmentier.  Ma  il  1817,  iniziato  con  una  invernata  pro- 
mettitrice  di  favori,  ha  i  suoi  raccolti  quasi  distrutti  dalle  nevi  dell'aprile 
e  dai  freddi  del  maggio.  La  siccità  continuata,  sì  che  il  Po  si  guada  in 
certi  punti  anche  a  piedi,  rende  scarsissimi  i  foraggi,  e  pel  contado  si 
propaga  il  tifo  petecchiale.  Le  turbe,  emunte  dal  digiuno,  chiedono  pane 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


435 


e  lavoro.  La  comunità  nostra  apre  il  monte  dei  grani  e  fa  costrurre  il  viale 
dall'ospitale  alla  chiesa  della  Madonna. 

1818  -  Anno  fertile  e  prospero,  che  reintegra  alquanto  la  publica  fortuna. 

1827  -  Dannose  inondazioni  alla  metà  di  maggio. 

1829  -  Inverno  funesto  all'agricoltura. 

1 831  -  Il  cielo  è  tutto  di  un  intenso  vermiglio  la  notte  del  7  gennaio. 

1834  -  Nel  febbraio,  propagate  dal  Pontremolese ,  si  fanno  sentire  forti 
vibrazioni  di  terremoto. 

1835  -  La  sera  del  17  luglio  un  globo  di  luce  fulgidissima,  tendente  al 
ceruleo,  con  una  coda  scintillante,  attraversa  velocemente  l'aere  da  sud 
est  a  nord  ovest ,  indiziando  nello  spirito  volgare  la  venuta  dell'  aspro 
colèra  qui  apparso  nel  seguente  aprile. 

1839  -  Il  paesello  di  Noceto  (a  meno  di  mezzo  chilometro  ad  ovest  di 
San  Rocco  al  Porto)  è  travolto  dalle  acque  del  Po,  che  raggiunge  la  mas- 
sima altezza  del  secolo.  Il  principe  Massimiliano,  fratello  dell'imperatore, 
visita  i  luoghi  inondati. 

1843  -  L'Adda  pare  sottomini  le  case  di  Castione;  ma  poi  s'apre  un 
nuovo  letto  sulla  sponda  sinistra,  traverso  le  foreste  di  casa  Busca. 

1846  -  Il  Po  straripante  distrugge  il  cimitero  di  Berghente,  da  allora  non 
più  rifatto. 

1853  -  Dal  22  al  29  agosto  appare  verso  maestro  una  cometa. 

1854  -  La  carezza  dei  viveri  muove  a  sommossa  la  popolazione  di  Co- 
dogno.  Rincrudisce  il  colèra,  che  continua  anche  nel  1855  a  mietere  vite. 

1857  -  Per  le  grandi  pioggie  cadute  nella  regione  subalpina,  il  23  set- 
tembre il  Po  alluvia  il  territorio,  producendo  ingenti  danni. 
1867  -  Colèra. 


436 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


INDICE 


Pag. 

Proemio  5 

Capo  I. 

L' evo  ignoto  —  L' Insubria  —  Il  palude  —  I  laghi  —  Il  culto  a  Mefite 
e  a  san  Cristoforo  —  Gli  etruschi  —  Gli  scavi      .       .       .  .13 

Capo  IL 

La  causa  dei  vinti  —  I  celti  —  L'invasione  dei  galli  —  Loro  città  — 
Le  prime  contese  gallo-romane  —  I  cisalpini  —  I  riti  religiosi     .  25 

Capo  III. 

La  riscossa  gallica  —  Le  colonie  romane  al  Po  —  Etimologie  fanta- 
stiche —  Aurelio  Cotta  —  La  seconda  guerra  punica  —  Nuovi 
conflitti  gallo-romani  —  La  Gallia  Cisalpina  provincia  romana       .  36 

Capo  IV. 

Roma  —  La  redenzione  —  Il  cristianesimo  nella  Gallia  Cisalpina  — 
La  chiesa  laudense  —  Le  persecuzioni  —  Il  paganesimo  rifiorente 

—  Il  culto  a  san  Biagio  44 

Capo  V. 

I  barbari  e  il  cristianesimo  —  Le  invasioni  tumultuose  —  Roma  vinta 

—  Odoacre  a  San  Colombano  —  Altre  occupazioni  barbariche  — 
I  longobardi  —  Le  conseguenze  della  conquista  —  L'istituto  del 
castello  —  Castelnuovo  e  Codogno  52 

Capo  VI. 

Temporalità  nostrali  alla  chiesa  —  I  franchi  —  Rassodamento  del 
feudo  —  Il  beneficio  ecclesiastico  —  La  chiesa  ed  il  convento  di 
S.  Stefano  —  Fondazioni,  donazioni  e  benefici  —  Sciagure  publiche  64 

Capo  VII. 

Gli  ungari  —  Curtis  Sinna  —  I  tedeschi  —  Il  libero  comune  —  Dona- 
zioni ecclesiastiche  —  Il  diploma  di  Ottone  III  —  L' Utopia  —  Il  1000  75 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


437 


Pag. 

Capo  Vili. 

La  penitenza  d'Ilderado  —  Il  chiostro  di  S.  Vito  —  I  Goldaniga  — 
La  dotazione  a  S.  Vito  —  Ecclesiastici  ribelli  —  Aumento  della 
potenza  temporale  del  clero  —  Codogno  e  Castione  appartenenti 
alla  mensa  vescovile  .......       ...  84 

Capo  IX. 

Vescovi  guerrieri  —  Ariberto  da  Cantù  —  Il  carroccio  —  Dissidi  ec- 
clesiastici —  Le  battaglie  della  Motta  e  di  Campo  Malo  —  Sconcor- 
danze topografiche  e  cronologiche  —  Alcuni  vescovi  di  Lodi       ,  93 

Capo  X. 

Le  diete  —  Reghinera  —  Roncaglia  —  La  questione  topografica  — 
Le  cronache  piacentine  del  Codagnello  e  dell'Anonimo  —  I  cronisti 
lodigiani  —  La  monografia  dell'Agnelli  —  Conclusione  .       .       .  102 

Capo  XI. 

Federico  Barbarossa  —  Il  libero  comune  —  Guerre  municipali  —  La 
contesa  per  Castelnuovo  —  Lodi  distrutta  —  Federico  in  Italia  — 
L'asilo  di  Pizzighettone  e  di  Gera  114 

Capo  XII. 

La  corte  imperiale  nel  Lodigiano  —  I  Morena  —  Fatti  d'arme  —  Il 
vescovo  Merlino  —  Le  liberalità  imperiali  —  Le  ricchezze  della 
mensa  vescovile  —  Le  cause  giudiziali  pel  feudo  di  Codogno       .  124 

Capo  XIII. 

La  vita  agraria  nell'evo  medio  —  Gli  ospitali  —  Senadogo  —  Le 
strade  della  regione  —  L' ospitale  di  S.  Pietro  in  Senna  —  L' ospi- 
tale di  S.  Alberto  in  Castione  135 

Capo  XIV. 

Il  feudo  ecclesiastico  di  Codogno  —  L'industria  ed  il  commercio  locali 
—  La  fisionomia  politica  del  Codognese  —  Le  responsabilità  del- 
l'Olimpo —  La  maestà  della  storia  e  l'umiltà  della  cronaca  .       .  144 

Capo  XV. 

La  cognominazione  terriera  —  Nomi  topografici  scomparsi  —  Brandelli 
di  cronaca  —  La  chiesa  di  Corno  Vecchio  —  I  fanatici  del  misticismo  151 

Capo  XVI. 

Nuove  contese  per  Castelnuovo  —  Cogozzo  —  Guerre  e  paci  —  La 
leggenda  di  Guard amiglio  —  Il  vescovo  Soffientino  —  Cause  giudiziali  159 

Capo  XVII. 

Fombio  venduto  a  Piacenza  —  Le  questioni  pel  Lambro  —  I  reclami 
dei  lodigiani  —  Punti  interrogativi  .       .       «       .       »       .  .168 


ERRORI  INCORSI  NEL  PRESENTE  VOLUME 


Errori  Correzioni 


14 

linea 

2 

— 

gagliardemente  . 

.  gagliardamente 

26 

» 

29 



attuale 

.  odierna 

30 

» 

28 

attuale 

.  odierna 

35 

» 

3 

Menke 

.  Menken 

38 

» 

8 

attuale 

.    odierno  • 

43 

» 

7 

(1761)        .       .  . 

.  (1761-1786) 

51 

» 

6 

arciprete 

.  vicario 

51 

» 

8 

secondo  abate  . 

.    ultimo  abate  cistercense 

141 

» 

18 

(1153) 

•  (1353) 

153 

» 

37 

(1174) 

•  (1179) 

155 

» 

6 

presentazione 

.  Purificazione 

161 

.    Non  hanno  ragione  d' es- 
sere le  linee  dalla  ly  alla  24. 

207 

» 

29 

nel  1358,  nel  1364  . 

.    nel  1364,  nel  1368 

215 

» 

23 

Guerino 

.  Guarino 

220 

» 

II 

GUERINO  . 

.  Guarino 

238 

» 

2 

e  seg.  .... 

.    //  GiiUini  accenna  solo  a 

Trinzano,  non  agli  altri 

Gavazzi. 

245 

» 

13 

Giovanni  . 

.  Giacomo 

251 

» 

5 

1351    •       •  • 

.  1451 

283 

» 

25 

erano  rigogliose 

.    era  rigogliosa 

319 

» 

2 

Albini 

.  Albino 

326 

» 

26 

cugino 

.  nepote 

328 

» 

14 

Scotti        .       .  . 

.  Scoto 

380 

» 

2 

1792  .... 

•  1772 

FINE  DEL  PRIMO  VOLUME. 


QIO-CAII^OeF-GIAI^EILI 


ODQONQ 


CODOGNO 

E  IL  SUO  TERRITORIO 

NELLA  CRONACA 
E 

NELLA  STORIA 


GIO.  CAIRO  -  F.  GIARELLI 


CODOGNO 

E  IL  SUO  TERRITORIO 

NELLA  CRONACA 

E 

NELLA  STORIA 

VOLUME  IL 


CODOGNO 

TIPOGRAFIA  EDITRICE  A.  G.  CAIRO 


PROPRIETÀ  ARTISTICO-LETTERARIA 


CAPO  XXXVI. 


Le  nuove  condizioni  del  feudo  —  I  Bevilacqua  —  L'Eustacchi  —  Gli 
Stanga  —  I  Pallavicini  —  I  Serbelloni. 

A  per  tutto  in  Europa  discendevano  all'occaso  le 
feudalità  —  già  di  sè  e  per  sè  esclusivamente  vis- 
sute —  e  tutte  le  loro  concomitanti  di  potenza  e  di 
splendore. 

In  Francia  Filippo  il  bello,  crucciato  dalle  censure  papali  e 
abbandonato  da'  suoi  grandi,  elevava  i  comuni  alla  dignità  della 
politica  parola,  introducendo  nel  governo  gli  stati  generali,  da 
lui  creati  giudici  nelle  sue  querele  (1302),  e  iniziando  così  quella 
rivoluzione  antifeudale  che,  accresciuta  dal  protervo  egoismo  di 
Luigi  XI  (1461),  ancor  più  rinvigorita  da  Richelieu  e  dalla 
riassuntiva  frase  di  Luigi  XIV  che  proclamava  sè  lo  stato,  si 
affermò  superbamente  nella  convocazione  notturna  in  cui  l'im- 
provvisata costituente,  imposta  la  rinunzia  ai  poteri  dei  tre 
ordini,  dichiarò  i  diritti  dell'uomo  (4  agosto  1789). 

Nella  Spagna  la  redenzione  della  penisola  dal  servaggio  sa- 
raceno aveva  trascinato  nella  lotta  secolare  tutta  una  gente,  e 
nobile  e  popolesca,  dall'erto  picco  delle  Asturie  alle  arabescate 
torri  di  Granata  (1492);  e  quivi,  sotto  gli  occhi  d'Isabella  e  di 


6 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Ferdinando,  essa  si  strinse  eroicamente  all'ombra  della  bandiera 
di  Castiglia  e  di  Leone,  nell'odio  comune  allo  stendardo  islamita. 

Il  soffio  della  libertà  —  benché  con  affermazione  reattiva  — - 
vivificava,  ad  opera  di  Arrigo  Vili,  il  reame  d'Inghilterra.  Si 
modificavano  le  vecchie  leggi,  e  l'anglica  saldezza  nega  ancora 
oggi  di  mutarle;  le  grandi  signorie  si  sottomettevano  alla  co- 
rona, e,  permanendo  padrone  della  terra,  perdevano  ogni  poli- 
tica sovranità. 

Altrettanto  avveniva  in  Germania,  che  a  mezzo  della  riforma 
luterana  aveva  reso  impotente  il  rigido  imperio  di  Carlo  V, 
avvicinando  nelle  diete  il  feudo  al  popolo,  quello  e  questo 
stringendo  in  patto  comune  e  nazionale. 

L' Italia  —  sfortunata  sempre  —  non  ebbe  nutrimento  di  quei 
liberi  sensi,  guida  imprescindibile  al  concetto  della  unità  di  una 
nazione.  Il  comune  stesso  —  che  l'esegesi  più  recente  prova 
istituto  italiano,  e  che  fu  espressione  ultima  di  libertà  nei  giorni 
bui  —  doveva  necessariamente  formar  barriera .  al  raggiungi- 
mento di  quell'ideale;  poiché  le  leggi  fatali  dell'esistenza  con- 
trapponevano terra  a  terra,  1' una  fortificandosi  in  odio  all'altra, 
e  non  assurgendole  mai  ad  una  identica  aspirazione. 

Da  ciò  la  perduranza,  anche  in  più  bassi  tempi,  del  feuda- 
lismo, pianta  beneficata  dai  succhi  vitali  cui  traeva  da  un  ter- 
reno così  partito  che  ogni  sua  zolla  era  in  dispetto  della  vicina. 
Conseguenza  ineluttabile  fu  che  il  feudatario,  disceso  dai  fa- 
stigi armati,  potesse  esercitare  parallelamente  al  potestà  del 
comune  l' autorità  propria,  anche  in  servizio  del  comune  stesso. 
Astraendo  dalle  piccole  mischie  malesuase  dall'interesse  di  pri- 
vate fortune,  il  territorio  non  é  più  travolto  a  tumulto  né  a 
battaglia  fra  torre  e  torre,  non  é  più  un'impresa  nobiliare 
che  insorge  a  campo  contro  l' altra  ;  bensì  è  corona  contro  co- 
rona, che  assolda  innumeri  eserciti  a  sostegno  di  sue  vaste 
pretese,  rudimento  delle  moderne  «  conflagrazioni  »  europee, 
per  istorica  ricorrenza  tornanti  ai  dì  delle  romane  conquiste. 

Preme  a  questo  punto  il  periodo  mediano  del  secolo  XVI,  e 
preme  con  esso  la  narrazione  conseguente  delle  nostrane  vicende 
e  delle  figure  perspicue  che  di  esse  si  presentano  tuttavia,  sotto 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


7 


la  vecchia  luce  storica,  fra  gli  attori  precipui.  È,  quindi,  d'uopo 
che  di  costoro  noi  abbiamo  a  delinear  qualche  tratto. 

E  si  svolge  uno  aspetto  di  quella  che  —  con  frase  auda- 
cemente tecnica  —  si  direbbe  la  morfologia  sociale  di  quei  dì  ; 
poiché  da  essa  —  nella  novella  ragione  formale  della  società  — 
esce  il  nobile  ricco,  colui  che  il  Crescenzi,  nel  manierismo  se- 
centistico, porge  all'ammirazione  ottica  de'  suoi  contemporanei 
«  piropo  scintillante  di  questo  mondo  »  *  ;  fraseologia  dalle  par- 
venze iperboliche,  ma  che  invece,  per  chi  ben  consideri,  corri- 
sponde vittoriosamente  ad  una  profonda  definizione. 

Il  nobile  ricco  sorgeva,  infatti,  ultimo  dei  vecchi  e  rubesti  tipi 
feudali  che  soltanto  per  via  dell'armi  o  per  via  di  privilegi 
—  oggimai  fatti  inenarrabili  —  si  imponevano  ai  subbietti,  da 
violenti  e  despoti;  là  dove  nell'evo  che  ci  occupa  il  piropo 
brilla,  abbacinando  di  quello  sfavillio  i  cui  raggi  provengono 
dall'arte  fatta  aitante  e  circondata  dalla  ricchezza,  dal  lusso, 
dal  fasto,  orpellata  dalla  pietà,  sì  che  non  più  per  la  potenza 
del  ferro  ma  per  lo  spanto  dell'oro  le  genti  si  curvano  alla 
signoria  che  si  trasforma. 

In  un  placido  tramonto  sommergevasi  la  prisca  cavalleria,  ed 
appunto  in  quella  Spagna  che  aveva  dato  al  mondo  il  cid  cam- 
peador  maturava  la  eroicomica  fantasia  del  cavalier  della  Mancia. 
Corsaletti  e  pugnali,  corazze  e  schinieri  —  presidi  ed  offese 
quando  la  guerra  veniva  disputata  per  virtù  individuale  —  ora 
stavan  conficcati  a  panoplia  nelle  sale  d'armi  delle  vecchie  rocche 
in  preda  alla  scabra  rubigine,  ceduti  alle  colubrine,  ai  falco- 
netti, agli  archibusi,  elementi  di  pugna  collettiva;  le  metalliche 
gambiere  facevan  luogo  ai  tubiformi  stivali  di  cordovano  ;  le 
ventriere,  le  fusciacche,  le  bandoliere,  le  manopole  arrovesciate, 
le  spalline  a  sbuffi,  i  neri  o  grigi  feltri  a  larghissime  tese  rim- 
boccate ed  a  piume  spioventi  formavano  il  costume  del  castel- 
lano, per  forza  d' età  e  d' eventi  sostituitosi  al  guerriero, 

E  parlava  all'occhio  ed  al  cuore  dei  coloni  questa  trasfor- 
mazione di  colui  che  —  pur  non  abbandonando  la  spada  e 
rimanendo  geloso  delle  distanze  di  grado  —  sotto  quei  velluti 
pomposi  e  quelle  magnifiche  trine,  assumeva  tutto  il  carattere 
patriarcalmente   bonario   di  agricoltore  fra  agricoltori,  giudice 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


invocato  delle  minute  quisquilie  fra  la  turba  de'  suoi  dipen- 
denti, pietoso  sovventore  alle  miserie  paesane,  rinfrancato  dal 
presidio  morale  e  religioso,  e  interprete  naturale  presso  il  prin- 
cipe o  il  governatore  dei  bisogni  locali. 

Si  aggiunga  che  nella  prima  metà  del  secolo  XVI  non  dava 
ancora  al  capo  de'  gentiluomini  il  fumo  borioso  delle  origini 
semidivine;  onde  l'arguto,  se  non  sempre  casto,  frate  Bandello  ^ 
lasciava  scritto  che  le  casate  de'  suoi  dì  (1480-1561?)  in  Mi- 
lano —  sebbene  per  le  divizie  fosser  tali  da  illustrare  qualunque 
precipua  città,  di  guisa  che  un  centinaio  di  esse  sarebbe  stato 
altrove,  ad  esempio  nel  reame  di  Napoli,  decorato  di  baronie, 
di  marche  e  di  contee  —  si  appagavano  della  buona  ed  agiata 
vita,  comecché  lor  giovasse  assai  più  il  fatto  dell'essere  che  la 
forma  del  parere. 

Le  costumanze  importateci  di  Spagna  mutaron  di  pianta  la 
rettitudine  di  quei  concetti;  chè  il  governo  straniero,  rim- 
pinzata che  ebbe  la  regia  camera  dei  feudi  aviti  appresi,  ne 
aprì  grande  e  publico  mercato  al  migliore  offerente,  e  gli  storici 
patrizi  vi  accorsero  dando  di  gomito  a  coloro  che  oggi  si  chia- 
merebbero gallicamente  parvenus  :  gente  febbrilmente  partecipe 
a  quel  mercimonio  titolare,  per  cui  non  più  si  richiedeva  fil- 
tratura di  sangue  «  purissimo  e  celeste  » ,  ma  sì  invece  copia 
di  pecunia,  comunque  accumulata,  anche  per  matrimoni  di  no- 
bili esausti  nelle  finanze  con  plebee  fatte  danarose  dall'esercizio 
di  mestieri  manuali.  Il  mercato  era  bandito  a  suon  di  tromba, 
più  specialmente  in  Milano,  sulla  piazza  dei  Mercanti,  nel  luogo 
detto  la  Ferrata;  e,  non  rispondendo  interamente  allo  intento 
venundatorio  quel  punto  di  convegno  soltanto,  fu  determinato 
che  anche  per  publici  manifesti  quelle  aste  si  annunciassero. 
Sul  finire  del  secolo  XVII  comincia  la  serie  degli  avvisi  di  li- 
citazione feudale,  dovunque  esposti,  disponendosi  in  essi  che  si 
preferissero  tra  gli  aspiranti  i  già  possessori  di  beni  allodiali, 
ed,  in  loro  difetto,  si  deliberassero  a  chi  prima  si  presentasse, 
senza  che  fosse  d'uopo  la  esibizione  di  titoli  di  sorta. 

Non  più,  pertanto,  come  al  tempo  dei  vecchi  duchi  di  Mi- 
lano l'investitura  della  terra  e  del  castello  in  guiderdone  di 
virtuosità  militari  o  di  servigi  politici;  non  più  l'onoranza  con- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


9 


ferita  col  feudo  nobile  e  gentile,  col  dritto  di  mero  e  misto 
imperio,  di  giurisdizione  plenaria  e  di  potestà  di  gladio;  ma 
invece  la  concessione  di  possessi  e  di  diritti  a  chi  più  offre, 
accettate  tutte  le  condizioni  del  contratto  stipulate  dal  compra- 
tore, compresa  quasi  sempre  la  trasmissione  di  ogni  proprietà 
nel  suo  successore  senza  però  il  corredo  giuridico  ed  araldico 
dei  secoli  anteriori  ^. 

Questo  sistema  di  incanti  feudali  fu  seguito  e  peggiorato  - 
dall'Austria,  successa  al  re  cattolico  nel  dominio  di  Lombardia 
(17 14)*.  L'imperatore  Carlo  VI  dava  facoltà  al  magistrato  delle 
entrate  straordinarie  di  infeudare  terre  e  luoghi  che  fin  allora 
non  avevan  subito  feudo  e  tutti  quelli  decaduti  o  decadenti 
nella  camera  regia  (i  febbraio  1727);  e  la  vecchia  e  nuova  no- 
biltà del  secolo  XVIII  —  così  atrocemente  assaltata  da  quel 
grande  e  sincero  «  egalitario  »  che  fu  Giuseppe  Parini  —  di- 
venne vana,  ridìcola,  infranciosata,  dedita  alla  filauzia,  alle 
frivolezze,  agli  «ozi  arroganti»,  all' «  inane  decoro  dei  titoli». 

Come  gli  uomini,  cosi  i  luoghi  si  trasformavano. 

Si  sgretolavano  i  merli  dei  castellari  e  non  erano  ricostrutti  ; 
ponti  levatoi  e  saracinesche,  consunte  dal  tempo,  non  si  rifa- 
cevano; in  ampie  canove,  ricovero  d'abbondanti  vendemmie, 
venivan  tramutate  le  orride  mude;  nel  cortile  d'onore  non  iscal- 
pitava  più  la  zampa  ferrata  del  cavallo  di  battaglia,  ed  a  vece 
lussureggiava  la  vegetazione  amena  del  nuovo  giardino  ;  l' oficio 
già  serbato  alle  sale  patronali  pei  politici  convegni  era  non  in- 
degnamente disceso  a  quello  di  vasto  tinello,  dove  tutti  riuniva 
l'ora  del  pasto,  rallegrato  dalla  copiosa  imbandigione,  prece- 
duto e  seguito  dal  benedir  del  pievano,  commensale  di  diritto; 
■e  dall'ampio  focolare  strideva  la  eco  dello  spiedo,  girato  dalla 
mano  del  signorino,  non  ischiva  dell'umile  cura  prima  di  ad- 
destrarsi a  più  nobili  ferri;  e,  dagli  ampli  atri  e  di  mezzo  ai 
colonnati,  i  polverosi  ritratti  degli  avi  catafratti  pareva  sog- 
guardassero con  gelido  disdegno  i  fitti  stabuli  ed  i  pingui  fienili. 

Questa  era  la  vita  domestica  per  gran  parte  dell'anno  dei 
signori  del  contado  nostro  d'allora;  i  quali  solevan  svernare, 
secondo  le  proprie  origini,  in  Milano  o  in  Piacenza  o  in  Cre- 
mona, cui  erano  attratti  dalle  larghe  parentele  e  dagli  spassi  e 


IO 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


dalle  feste  di  quella  che  fu  detta  la  stagione  del  ricco.  Notevole, 
pertanto,  è  che  nessuno  di  quei  signorotti  convenisse  come  a 
centro  di  vita  cittadina  nella  propinqua  Lodi;  la  quale  —  sca- 
duta dalla  primitiva  importanza,  specialmente  dopo  le  orride 
devastazioni  subite  al  principio  del  secolo  XVI  —  non  eserci- 
tava alcuna  forza  d'attrazione  per  gente  che  voleva  darsi  va- 
riamente buon  tempo. 

Dei  molti  castelli  che,  seguendo  la  traiettoria  del  proprio  de- 
stino, subirono  od  accettarono  le  innovazioni  pacifiche  recate  alla 
loro  figurazione  —  a  tale  che,  ad  esempio,  le  austere  linee  mu- 
rarie di  Castione  si  acconciarono  alla  decorazione  di  incongruenti 
mascheroni,  e  il  ponte  levatoio  di  Somaglia  scomparve  sotto  le 
fitte  siepi  di  mesta  mortella  —  uno  ve  n'  ha  che  impavido  re- 
sistette agli  urti  del  tempo,  Maccastorna,  in  onta  agli  abbelli- 
menti di  cui  più  volte  vollero  i  suoi  signori  allietarlo.  Quei 
signori  Bevilacqua  di  Ferrara  e  di  Milano,  indarno  tentarono 
ridurre  a  villa  serena  ciò  che  era  sorto  in  nome  della  violenza,, 
turrito  e  forte  castello  ;  Pompeo  Litta  ricorda  di  essi  Alfonso 
(1500-1565),  padre  di  ben  venti  figliuoli,  già  ambasciatore  a 
Venezia  e  a  Carlo  V  e  governatore  di  Reggio  e  di  Modena 
per  gli  estensi,  il  quale  si  adoperò  per  adornare  Maccastorna 
dove  doveva  morire.  Non  potè  essere  vinto  V  immane  fato  che 
ancora  oggi  incombe  sul  pauroso  edificio. 

Il  quale,  appunto,  se  non  più  luogo  di  belliche  imprese,  ri- 
mase obbietto  di  lunghe  contestazioni  ;  e  là  dove  T  uom  di  bat- 
taglia aveva  vigilato  a  difesa  degli  spalti,  entrava  poi  assiduo 
lo  sparuto  tabellione,  agitando  le  pergamene  curiali  pei  cam- 
biamenti possessori,  che  l'uno  all'altro  sottentra vansi 

Come  d' asse  si  trae  chiodo  con  chiodo. 

Galeotto  Bevilacqua,  autore  precipuo  dei  privilegi  ottenuti  alla 
sua  famiglia  dai  Visconti  —  dei  quali  era  servitore  giovevole  e 
caro  —  abbandonava,  morendo  in  Verona  (gennaio  1441),  l'in- 
gente patrimonio  a'  suoi  tre  maschi  superstiti  Ernesto,  Onofrio 
e  Cristin  Francesco,  che  tosto  ne  avevano  conferma  di  pro- 
prietà (8  marzo)  e  di  titoli  (7  ottobre)  dal  Visconte  e  poi  dallo 
Sforza  (25  marzo  1450).  La  proprietà  di  Maccastorna  andò,  però^ 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


bipartita,  chè  Onofrio  —  la  cui  morte  violenta  nelle  carceri  di 
Binasco,  d'ordine  di  Galeazzo  Maria  Sforza  (25  febbraio  1474), 
è  erroneamente  data  per  quella  di  un  Onofrio  Anguissola  — 
aveva  legato  la  sua  quota  a  beneficio  di  Galeotto,  figlio  di 
Cristin  Francesco  (1468),  mentre  così  la  terza  parte  soltanto 
spettò  alla  branca  di  Ernesto,  pel  figlio  suo  Riccardo  (29  gen- 
naio 145 1),  e  pei  discendenti  Francesco  ed  Ernesto  (7  luglio 
1489).  Dal  secondo  Francesco  nacquero  un  Riccardo,  valoroso 
uomo  d'arme,  e  Marco  Antonio,  pure  chiaro  guerriero  e  marito 
della  contessa  Agnese  Cavalli  di  Pizzighettone  ;  il  cui  figlio 
Guglielmo,  vivente  in  Cremona,  sostituiva  nei  propri  e  nei  fra- 
terni diritti  sulla  contea  maccastornense  il  ramo  dei  Bevilacqua 
di  Ferrara  (1586). 

Questo  ramo,  originato  da  Cristin  Francesco  —  che  si  era 
da  Milano  trasferito  in  Ferrara,  sia  per  l'amicizia  contratta  alla 
corte  viscontea  con  Borso  d'Este,  sia  perchè  ammogliato  con 
Lucia  Ariosto,  ricca  proprietaria  nei  domini  estensi  —  si  diffuse 
nei  quattro  maschi  suoi:  Gherardo,  iniziatosi  prima  al  sacer- 
dozio, poi  soldato  per  Ercole  I  contro  i  veneziani  (1482),  dal 
quale  Bevilacqua  dirama  la  vasta  prosapia  che  tuttora  tiene 
Maccastorna ;  Rinaldo,  gentiluomo  di  corte,  il  cui  figlio  Cristin 
Francesco  morì  giovane  in  rissa  (14  maggio  1498);  Bonifazio, 
giurisperito,  che  otteneva  da  Ludovico  il  Moro  conferma  di 
Maccastorna,  Corno  Vecchio  e  Corno  Giovane  (26  maggio  1495), 
e  che  ebbe  Gabriele,  figliuol  naturale,  fattosi  monaco  ed  erudito, 
e  Galeotto,  il  favorito  dalla  benevolenza  dello  zio  Onofrio. 

Fu  appunto  il  testamento  di  Galeotto  che  diede  esca  alle 
curiali,  diuturne  contese.  Egli  era  stato  paggio  degli  Sforza,  e 
da  costoro  ebbe  così  significanti  segni  di  predilezione  che,  in- 
sieme alla  conferma  dell'eredità  dello  zio  Onofrio,  fu  regalato, 
a  titolo  d' investitura  feudale,  di  Maleo,  Gera,  Cavacurta  e  Case 
Nuove  (22  febbraio  1469),  e  per  approvazione  del  duca  Galeazzo 
Maria  (20  aprile  1483)  potè  escludere  i  fratelli  e  gli  agnati 
dalla  propria  successione,  a  favore  delle  figlie  Bona  e  Lucia, 
mancandogli  eredi  maschili. 

Come  era  da  prevedersi,  Gherardo  e  Bonifazio  si  opposero 
fieramente  alla   esecuzione  del  testamento  ed  alla  vedova  co- 


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CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


gnata,  Antonia  Pallavicini,  che  subito  dopo  la  morte  del  marito 
aveva  ottenuto  ratifica  della  investitura  dal  Moro  (i  febbraio 
i486).  E  deducevano  la  invalidità  della  dispensa  ducale  dal  fatto 
che,  essendo  quella  istituzione  feudale  riserbata  a  discendenza 
mascolina,  nè  pure  il  principe  poteva  mutarne  l'origine. 

A  volta  loro  le  eredi  sostennero  che,  vertendo  la  questione 
sopra  atto  di  beneficio  munifico,  si  apparteneva  al  ducale  potere 
variarne  a  suo  talento  le  forme,  estendendo  il  concetto  della 
investitura  prima  in  senso  liberale. 

Il  magistrato  straordinario  ducale  diè  torto  alle  sorelle,  asse- 
gnando Maccastorna  ai  maschi  agnati  (6  luglio  1488);  e  miglior 
sorte  non  ebbero  le  damigelle  Bevilacqua  ricorrendo  al  tribunale 
ecclesiastico  contro  quella  sentenza.  Dicevano  esse  che  non  do- 
vevano esser  compresi,  nella  assegnazione  ai  conti  Gherardo  e 
Bonifazio,  i  beni  di  Larderà,  di  pertinenza  del  feudo  di  Macca- 
storna,  essendo  essi  livellari  della  mensa  vescovile  ìaudense,  per 
l'investitura  fatta  in  Onofrio  Bevilacqua  dal  vescovo  Bernerio 
(1450)  e  confermata  nelle  sue  discendenti  dal  vescovo  Pallavi- 
cino (16  settembre  i486). 

Ma  quando  il  giglio  di  Francia  allargò  le  sue  vittoriose  corolle 
per  re  Luigi  XII  su  Lombardia,  e  l'invasione  straniera  dilagò, 
guidata  per  le  nostre  contrade  dai  cugini  Gian  Giacomo  e 
Teodoro  Trivulzi  (settembre  1499),  questi  —  che  aveva  sposata 
Bona,  figlia  di  Galeotto  —  per  la  moglie'sua  e  per  la  cognata 
usò  la  forza  dove  il  diritto  taceva.  E  secondo  la  vulgata  —  che 
si  compiace  di  perpetuare  le  visioni  spettrali  in  Maccastorna  — 
il  cupo  Teodoro  vi  avrebbe  pugnalato  il  prode  Riccardo  Bevi- 
lacqua e  tentato  di  uccidere  il  fratello  di  lui  Marco  Antonio, 
della  branca  originaria  di  Ernesto,  allora  tuttavia  condomini  del 
luogo.  Poi,  a  seconda  delle  reciproche  vicissitudini  e  prepon- 
deranze guerresche  di  Francia  o  degli  Sforza,  proseguì  or  fausto 
ed  ora  funesto,  o  pei  Bevilacqua  o  pei  Trivulzi,  il  possesso 
litigioso  di  Maccastorna. 

Francesco  Sforza  confiscava  i  possessi  di  Bona  (giugno  1522), 
rimasta  sola  nella  lite  per  la  morte  della  sorella  Lucia  (15 17), 
eh'  era  andata  a  marito  nella  casa  dei  Castiglioni  ;  e  tre  mesi 
dopo    la    confisca    i    cugini   Bevilacqua   redimevano   dal  duca 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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per  tre  mila  scudi  d'oro  i  beni  staggiti.  Ma  Bona  riaveva 
i  suoi  fondi  per  improvviso  ordine  dato  al  governatore  di  Lodi 
dallo  Sforza  stesso  (15  agosto  1526);  e  così  continuò  con  al- 
terna vece  il  dissidio,  fin  che  il  duca  Alfonso  d' Este,  nel  quale 
le  parti  avevan  compromessa  la  loro  querela,  pacificamente  ri- 
solse tutte  le  questioni  inerenti. 

A  Bona  toccò  Maccastorna  con  Corno  Vecchio  e  Corno 
Giovane,  obbligandosi  essa  per  compenso  ad  un  canone  di 
seicento  scudi  aurei  per  cinque  anni,  ed  al  pagamento  di  altri 
dodici  mila,  se  alla  fine  del  quinquennio  avesse  voluto  riavere 
il  legittimo  ed  assoluto  possesso  delle  terre  sue  (25  settembre 
1529);  e  —  poiché  intanto  aveva  conseguita  dalla  curia  romana 
verdetto  pel  quale  i  beni  di  Larderà  le  sarebbero  rimasti,  come 
enfiteutici  della  mensa  lodigiana,  anche  se  il  resto  del  feudo 
avesse  subita  reversione  nei  cugini  suoi  —  Bona  ottenne  dal  duca 
Francesco  di  potere  in  ogni  caso  disporre  dei  beni  di  Macca- 
storna  pervenutile,  purché  ne  fosse  investito  un  maschio  suddito 
della  ducea. 

Così  essa  testò  al  marito  Trivulzio  tutti  i  suoi  beni;  e,  lei 
defunta  in  Verona  (24  marzo  1530),  il  duca  investì  nel  succes- 
sivo anno  Teodoro  Trivulzio  delle  terre  contese,  riconoscendo 
altresì  in  lui  il  titolo  ereditario  spettante  alla  defunta  di  mar- 
chese di  Maleo. 

Tutto,  però,  fu  rimesso  in  discussione;  chè  soltanto  nel  1530 
i  Bevilacqua  toccarono  la  corrisponsione  dei  seicento  scudi  annui; 
né  più  oltre,  forse  per  la  morte  della  precipua  debitrice;  e  nè 
meno  essi  ebbero  la  somma  capitale  degli  aurei  dodici  mila 
scudi,  patto  fondamentale  della  cessione  di  Maccastorna  al  Tri- 
vulzio. Ne  venne  un  nuovo  reclamo  dei  Bevilacqua  al  senato 
di  Milano,  che  per  atti  del  notaro  milanese  Cristoforo  Gari- 
boldi,  delegando  il  secretarlo  senatoriale  Benedetto  Patellano, 
rimetteva  i  fratelli  Bonifazio  e  consorti  Bevilacqua  in  possesso 
di  Maccastorna  (25  giugno  1533),  e  il  dì  successivo  dei  due 
^  Corni.  Per  meglio  assodare  il  loro  possesso  vollero,  però,  i  Be- 
vilacqua novelle  conferme,  e  le  ebbero  dal  duca  Francesco 
e,  lui  morto,  da  Carlo  V. 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Oltre  due  secoli  trascorrono  prima  che  i  loro  diritti  siano 
di  bel  nuovo  perseguiti  da  processure  di  giudizio  ;  e  genera- 
zioni intere  di  gravi  ecclesiastici,  di  magistrati  politici,  di  me- 
ditabondi referendari,  di  velate  abatesse,  di  floride  nuore  salienti 
ai  più  perspicui  talami  emiliani,  di  radi  militi  aurati,  si  dipar- 
tono da  quelle  mura  vetuste,  riempiono  di  lor  nome  e  corti  e 
chiostri,  e,  reduci  non  pochi  al  castello  nativo,  vi  chiudono  gli 
occhi  per  sempre. 

Citazioni  e  libelli  riprendon  la  via  per  casa  Bevilacqua  dopo 
la  metà  del  secolo  scorso.  Nel  marchese  Francesco  Alfonso  di 
Alfonso  Gherardo  s' era  a  quei  dì  raccolta  la  fortuna  terriera 
della  famiglia  a  Maccastorna,  e  questa  egli  livellò  in  Giuseppe 
Antonio  Borsa  di  Codogno  (4  ottobre  1755).  Morendo  egli  senza 
figliuoli  (14  febbraio  1769),  i  remoti  cugini  suoi,  quali  discen- 
denti dal  feudatario  d' origine  —  con  un  riscontro  a  tre  secoli 
prima,  e  pur  compatibile  coli' età  nuova  —  ricalcarono  le  orme 
di  Gherardo  e  di  Bonifazio  contro  la  vedova  e  le  figlie  di  Ga- 
leotto, e  chiesero  che  si  annullasse  il  testamento  con  cui  Fran- 
cesco Alfonso  aveva  istituita  sua  erede  universale  la  propria 
moglie  marchesa  Ippolita  Rasini,  già  vedova  del  marchese  Ercole 
Calcagnini  Estense.  La  quale,  respingendo  vigorosamente  le  do- 
mande avversarie,  invitava  il  magistrato  di  Milano  a  dichiarare 
non  comprensibili  nella  richiesta  dei  Bevilacqua  i  beni  di  Mac- 
castorna, comecché  essi  fossero  di  indole  allodiale;  pertanto 
insisteva  perchè  qualsiasi  definitiva  risoluzione  si  sospendesse. 

Il  fisco  trovò  acconcio  procedere  al  sequestro  bonitario  di 
Maccastorna  e  dei  Corni.  Frattanto  moriva  la  marchesa  Ippo- 
lita; il  senato  avocava  a  sè  la  causa,  ad  essa  ammetteva  gli 
agnati  Rasini,  escludendo  solo  il  figlio  di  primo  letto  della  de- 
funta, Teofilo  Calcagnini;  e  finalmente  sentenziava  a  totale  favore 
di  Cesare  e  Camillo  Bevilacqua  (8  aprile  1786),  i  quali  cinque 
mesi  dopo  prendevano  il  materiale  possesso  dei  luoghi  che  se- 
colarmente appartenevano  alla  loro  famiglia,  dalla  quale  per 
poco  pareva  fossero  per  esulare. 

A  Castelnuovo  —  come  abbiam  visto  —  Filippo  degli  Eu- 
stacchi,  cavaliere  pavese  e  castellano  in  Milano,  teneva  signoria. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


15 


E,  poiché  il  nome  di  costui  spesso  ricorre  nella  antipatica  lotta 
fra  Ludovico  il  Moro  ed  il  minorenne  nepote,  del  quale  Filippo 
fu  servo  fedele,  così  vale  ricordare  di  lui  come  —  vittima  della 
sua  devozione  al  giovinetto  duca,  onde  fu  presidio  morale  for- 
midabile nel  baluardo  di  porta  Giovia  affidatogli  da  Galeazzo 
Maria  (2  agosto  1466)  —  lasciasse  la  vita  con  alcuni  congiunti, 
decapitato  in  Abbiategrasso  per  comando  del  Moro,  che  non 
gli  seppe  perdonare  la  virtù  di  aver  seguito  il  suo  signore 
anche  nei  sinistri  fati  (6  dicembre  1489).  Le  sostanze  sue, 
staggite,  furono  sottoposte  ad  un  Giovanni  Busti,  amministra- 
tore giudiziale;  e  Castelnuovo  servì  quale  nuova  esca  per  at- 
trarre a  dedizione  intera  verso  il  Moro  la  stirpe  degli  Stanga, 
i  cui  frutti  erano  tuttavia  acerbi  sul  grande  albero  della  xiobilea. 

.  .  * 

La  nobile  famiglia  Stanga  di  Cremona,  spartitasi  nei  due 
rami,  quello  di  Annico  —  che  non  ci  riguarda  —  e  quello  di 
Castelnuovo,  segue  secondo  i  piacentieri  favolisti 
la  usata  eroade  originale;  tanto  che  fu  scritto 
come  Silante  Sanga,  romantico  capostipite  della 
progenie  mutata  in  Stanga,  fosse  mandato  go- 
vernatore di  Cremona  da  Amalassunta,  la  gota 
erede  dell'impero  di  Teodorico.  S'aggiunga  che 
—  giusta  la  genealogia  colla  quale  si  apre  il  vo- 
lume magnifico  dettato  recentissimamente  da  un 
discendente  della  famiglia  *  —  dal  mitico  Silante  discenderebbe 
per  le  rame  del  frondosissimo  arbore  una  serie  di  fantastici 
diminutivi,  del  resto  poco  eroici,  che  risentono  della  genialità 
propria  del  secolo  XVIL 

E,  quindi,  d'uopo  refutare  coteste  asserzioni  infondate,  e  ri- 
ferirci esclusivamente  ai  documenti  genealogici  accompagnanti 
di  progenie  in  progenie  il  ramo  di  Castelnuovo,  sebbene  buona 
parte  di  questi  documenti,  o  per  ismarrimento  o  per  sottrazione, 
sia  irreperibile  dal  domestico  archivio  di  quei  patrizi. 

Secondo  Giuseppe  Bresciani^  un  Samuele  Stanga  (13 12)  aveva 
combattuto  già  agli  ordini  di  Egidiolo  Stanga,  governatore 
eletto  di  Bozzolo  (1303).  Continua  la  genealogia  non  ancora 
assodata,  tanto  che  quel  Cristoforo  Stanga  che  vedemmo  go- 
vernatore di  Castelnuovo  pel  Fondulo  (1414)  non  ha  indicazioni 


i6 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


di  famìglia  propria,  come  un  altro  Stanga,  Giovanni,  pure  pel 
Fondulo  comandante  dello  stesso  luogo  (1406).  Solo  alla  fine 
del  XIV  secolo  ci  si  presenta  l' interessante  figura  di  Marche- 
sino,  che  ebbe  Castelnuovo  in  feudo  con  diploma  del  duca 
Giovanni  Galeazzo  Sforza  (i  gennaio  1492)  ^. 

Marchesino,    ricco   e  potente,  fenda- 


altresì  spogliavasi  di  tutte  le  materialità  che  ne  avrebbero  po- 
tuto restorare  le  energie  a  danno  del  vincitore. 


Castelnuovo,  occorre  un  cinquantennio.  La  benevolenza  imperiale 
di  Carlo  V  circondò  un  Giulio,  figliuol  naturale  di  Marchesino, 
rinnovando  in  lui  le  immunità  e  i  privilegi  di  sovranità  terri- 
toriale e  politica  già  largiti  da  Bianca  Maria  Sforza  al  proto- 
parente di  lui  Giovanni  Clemente  (29  gennaio  1467);  però  il 
feudo  di  Castelnuovo  dallo  stesso  imperatore  in  Cremona  era 
stato  assegnato  ad  un  capitano  Paolo  Lurasco  o  Luzasco  (20 
giugno  1543),  ed  il  senato  di  Milano  aveva  omologato  il  re- 
scritto imperiale  (18  marzo  1544).  Ma  come  gli  uficì  militari 
del  Lurasco  gli  contendevano  la  immediata  presenza  nel  go- 
verno feudale,  così  egli  potè  conseguire  da  Carlo  V  il  diritto 
di  essere  rappresentato  in  Castelnuovo  da  un  suo  delegato,  e 
questi  fu  il  predetto  Giulio  Stanga,  che,  secondo  la  pramma- 
tica imperiale,  assunse  con  cerimonia  solenne  il  possesso  di 
Castelnuovo  a  nome  e  per  conto  del  proprio  mandante,  e  per 
esso  ricevette  il  sacramento  di  fedeltà  dei  subbietti  (8  aprile). 


tarlo  di  Bellagio  e  marito  di  Giustina 
de'  Borromei,  stette  altresì  molto  ad- 
dentro nel  cuore  di  Ludovico  il  Moro, 
del  quale  fu  secretano  e  fedele  nella 
buona  e  nell'  avversa  fortuna  L' averne 
seguito  la  iattura  senza  dubbio  fu  causa 
che  non  cadde  nei  figli  di  Marchesino 
il  feudo  di  Castelnuovo;  il  quale  molto 
naturalmente  sarà  stato  incamerato  dalla 
regia  confisca,  osservante  la  regolare  con- 
suetudine di  quei  dì  ;  nei  quali  non  solo 
la  persona  del  nemico  deprimevasi,  ma 


Marchesino  Stanga  ^ 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


17 


La  descrizione  di  quella  funzione  civile  e  chiesastica  ci  si 
conservò  in  iscritti  del  notaro  cremonese  Gian  Maria  Ariberti; 
il  quale  per  quell'occasione  pose  il  proprio  tabellionato  a  ser- 
vizio delle  muse,  di  profane  fatte  sacre  dalla  croce,  dai  vessilli 
religiosi  e  dagli  inni,  dai  salmi  e  dalle  litanie.  Tra  le  quali 
ritualità  Giulio  Stanga  sedette  prò  cathedra,  ed,  elevando  la 


Il  palazzo  Stanga  a  Castelnuovo. 

«  bacheta  »,  emblema  di  giudice  civile  e  criminale,  fu  ad  alta 
voce  proclamato  signore  del  feudo  pel  capitano  Lurasco,  ed 
immesso  in  luogo  e  rappresentanza  di  lui  nella  dignità. 

Pur  governando  in  nome  d'altri,  certo  lo  Stanga  non  di- 
menticava l'antica  signoria  domestica,  nè  rinunciava  in  cuor 
suo  a  ripristinarla.  Già  le  sorelle  di  lui.  Beatrice  e  Barbara 
—  cui  era  toccato  il  Dosso  di  Bellagio  —  mantenevano  lor  pre- 
tensioni su  Castelnuovo,  ed  in  ispecial  modo  sul  porto  del  Po, 
e  le  fermavano  in  un  documento  (6  agosto  1534).  La  sorte 
giovò  alla  causa  della  gente  Stanga,  poiché  il  capitano  Lurasco 
mori  improle,  e  pure  improle  moriva  il  nepote  ed  erede  suo 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  //.  30 


i8 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Magnifico  Veronese  Rosso,  sì  che  la  regia  camera  incorporò  a 
sè  il  feudo  che  pareva  diventato  res  nulliiis.  Con  una  procedura 
corretta  e  così  rapida  da  essere  di  rafFaccio  alla  tardigrada 
«  burocrazia  »  odierna,  il  feudo  fu  posto  all'incanto  (26  set- 
tembre 1555),  e,  come  al  miglior  offerente,  venduto  a  Giulio 
Stanga,  pel  figlio  suo  Camillo  (11  ottobre),  erede  del  pingue 
censo  lasciatogli  dalla  zia  Beatrice,  vedova  Gambara,  pur  di 
recente  defunta. 

In  Camillo  s' impersona  il  ceppo  della  casata  che  tuttodì  pos- 
siede in  Castelnuovo  ;  egli  vi  inaugura  nella  modesta  cappella 
gentilizia  la  necropoli  dei  suoi  (1561)^,  e  si  racconta  che,  vi- 
sitata anni  fa  la  sua  cripta  funeraria,  uno  scheletro  vi  fu  trovato 
con  manto  e  spada,  troneggiante  in  seggio,  e  si  disse  il  frale 
del  conte  Camillo,  in  quella  guisa  sepolto. 

Nulla  di  notevole  si  riferisce  a  Giovanni  Battista,  unico  figlio 
maschio  e  successor  di  Camillo  nel  feudo  di  Castelnuovo,  se 
non  si  voglia  rammentare  la  sua  lite  contro  i  coniugi  Canziano 
e  Lamma  per  pretese  di  diboscamento  eh'  essi  vantavano  in 
un'isola  di  alluvione  tra  Adda  e  Po,  e  per  la  quale  si  spiana- 
rono archibusi  (4  febbraio  1585),  si  venne  alle  mani,  si  andò 
in  curia  e  non  se  ne  esci  più,  perchè  nè  pur  quella  volta  la 
giustizia  spagnola  seppe,  volle  o  potè  pronunciarsi. 

Figlio  unico  di  Giovanni  Battista  fu  Camillo  Antonio  Bal- 
dassare;  e  di  questi,  ed  erede  di  Castelnuovo,  Giovanni  Battista, 
sepolto  nella  chiesa  parochiale  del  luogo  e  ricordato  nella  cap- 
pella agnatizia  della  Vergine  della  Transpontina,  in  Roma.  Da 
Giovanni  Battista  nacque  quel  Camillo  Antonio  Francesco  che 
ricordammo  nel  capo  antecedente  come  facinoroso,  condannato 
e  bandito,  ed  in  così  poco  conto  tenuto  da  principi  e  governa- 
tori, da  dover  essere  graziato  di  uno  speciale  condotto,  allor  che 
la  sua  ingente  lite  cogli  Ariberti  pel  feudo  di  Malgrate,  lo  ri- 
chiedeva presente  in  Milano  (8  aprile  1700).  Nella  quale  contesa 
così  male  gli  avvenne  che  anche  il  feudo  di  Castelnuovo  ave— 
vangli  gli  Ariberti  tolto,  e  fu  grande  venturq.  se,  dopo  una 
iliade  di  cause  e  di  compromessi,  quasi  prima  infranti  che  con- 
clusi, impegnate  perfino  Austria  e  Spagna,  si  salvasse  ai  figli 
suoi,  che  inspiravano  pietà,  il  possesso  di  Castelnuovo. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


19 


Mutati  i  tempi,  la  signoria  degli  Stanga  tranquillamente  ne 
seguì  la  evoluzione;  e  la  corona  comitale  —  acquistata  col  luogo 
da  Camillo  —  cingente  il  cimiero  dal  segugio  coUarinato  d'oro 
e  dal  motto  «  Non  itur  ad  astra  delitiis  » ,  continua  blasone  dalla 
branca  di  Castelnuovo,  riconosciuto  di  diritto  anche  dal  giudi- 
cato della  vigente  consulta  araldica  (14  marzo  1883). 

La  dominazione  dei  Pallavicini  di  Busseto  in  Castione  fu 
benefica  e  calma.  Non  eran  più  eroici  i  fasti  di  quel  luogo, 
dove  un  tempo  l' infulato  lodigiano  brandiva  lo  scettro  co^e  in 
propria  seconda  capitale  ;  non  era  più  l' agognato  baluardo  dei 
guelfi  Fissiraga  o  dei  ghibellini  Vistarini  ;  e,  pur  rimanendo 
munimento  contro  eventuali  scorrerie  da  oltre  Adda  —  come  ai 
tempi  di  Venezia  contro  Milano  e  contro  Francia  —  aveva  già 
assunto  quel  carattere  di  indisturbata  quiete,  così  gradito  a  Carlo 
Fiesco,  che  egli  preferì  il  soggiorno  di  Castione  a  quello  di 
Castelnuovo.  E  tanto  più  si  risentiva  questo  carattere  in  quanto 
che  Codogno  e  Casale  crescevano  mano  mano  per  virtù  dei 
commerci  e  per  svolgimento  di  industrie  nuove,  mentre  Castione, 
anche  per  la  postura  solitaria,  diventava  come  un  antico  pae- 
saggio italico,  più  adusato  ai  costumi  degli  arvali  che  ai  ludi 
di  Marte  ed  alle  mosse  di  Mercurio. 

Di  questa  natura  del  luogo  che  si  trasformava  risentì  certo 
vivamente  Gerolamo  Pallavicino,  figlio  di  Cristoforo  e  di  Bona 
Pusterla,  e  rimasto  unico  fra  gli  eredi  del  prozio  Fiesco  Nato 
in  Busseto  (1508),  ebbe  la  puerizia  funestata  dalle  persecuzioni 
del  Lautrec  e  del  Lescuns,  che  gli  avevano  fatto  decapitare  il 
padre.  Chiamato  alla  corte  imperiale,  fu  gentiluomo  di  Carlo  V, 
fattosi  suo  protettore.  Papa  Clemente  lo  riconobbe  nei  privilegi 
concessi  alla  sua  famiglia  dagli  imperatori  Federico  II,  Corrado, 
Ludovico  il  bavaro,  Carlo  IV  e  Sigismondo.  Gerolamo  fu  alle 
guerre  di  Fiandra,  a  campo  di  Ferrante  Gonzaga  contro  i  fran- 
cesi (1536);  nella  sua  rocca  di  Busseto  fu  ospite  di  papa  Paolo  III 
e,  per  due  volte,  di  Carlo  V;  governò  Lodi  (1527),  e  iniziò  la 
sua  vita  di  quiete  dopo  la  pace  del  Cambrésis  (i559)- 

Come  egli  in  Castione  aveva  largamente  sovvenuto  alla  ere- 
zione della  chiesa  dell'  Incoronata  ed  al  restauro  della  parochiale 


20 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


(1570),  COSÌ  sui  ruderi  dell'antico  propugnacolo  volle  sorgesse 
un  comodo  palazzo  (1572),  dove  di  sovente  dimorò,  dividendo 
in  quella  grata  solitudine  i  suoi  dì  tra  l'affetto  della  sposa 
—  la  montanina  Viritella,  signora  meritevole  di  una  corona  - — 
e  le  opere  di  publica  pietà,  onde  il  tranquillo  paese  conservò 
lunga  e  riconoscente  memoria. 

Per  lui  fu  suggellato  il  nuovo  aspetto  di  Castione  anche  sotto 
il  riguardo  edilizio;  poiché,  la  chiesa  benedicente  da  un  lato, 
il  nobile  palazzo  protettore  dall'altro,  significavano  la  duplice 
tutela  della  religione  e  della  potestà  civile  agli  uomini  dei  campi. 

Morto  il  Pallavicino  (1579),  e  non  riconoscendosi  la  condi- 
zione di  usufruttuaria  nella  vedova  sua,  la  camera  regia,  che 
erasi  impossessata  del  feudo,  lo  concedeva  al  conte  Gabrio 
Serbellone  mediante  il  pagamento  di  diciotto  mila  lire  milanesi, 
a  rogito  di  Marco  Antonio  Bigarola  (28  gennaio  1581). 

La  stirpe  de'  Serbelloni,  di  origine  spagnola,  era  antichissima 
nella  metropoli  lombarda,  tanto  che  —  giusta  quanto  ne  scrive 
il  Crescenzi  —  fino  dal  11 30  dell'insigne  teologo 
Francesco  Serbellone  disse  le  laudi  l'ascetico  trat- 
tatista Barcilio.  Così  alto  salì  quel  cespite  negli 
onori  civili  e  militari  del  ducato,  che  i  suoi  di- 
scendenti ottenner  privilegio  di  portare  l'arme 
del  comune  milanese;  d'esser  proclamati  per- 
petuamente immuni  da  qualsiasi  imposta;  d'aver 
diritto  a  che  il  loro  stemma  fosse  presente  ad 
ogni  publica  radunata,  e  che  infine  nessuna  ambasceria  collet- 
tiva fosse  valida  se  non  comprendesse  uno  di  loro  discendenza, 
foss' anche  illegittimo,  escito  di  concubinaggio  od  anche  sacri- 
lego, concessogli  altresì  doppio  voto  negli  scrutini. 

Fabrizio  Serbellone  governò  Avignone  e  fu  duce  della  chièsa. 
Gabrio,  in  guerresche  imprese  notissimo,  resse  Milano,  Tunisi, 
Barberia  e  Sicilia;  ottenne  a  guiderdone  delle  sue  gesta  il  dia- 
dema vicereale  tunisino,  e  fu  priore  d'Ungheria  per  l'ordine  di 
Gerosolima  (1572).  I  suoi  fratelli  furono  alti  prelati,  e  de'  suoi 
figli  Giovanni  Francesco  fu  pure  prelato  e  Giovanni  Battista, 
feudatario  di  Castione,  di  Romagnano  e  d'altri  luoghi,  stette  a 
lungo  presso  il  pontefice  quale  capitano  del  palazzo  apostolico. 


Il  palazzo  Spizzi  a  Castione. 


22 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Egli  dalla  sposa,  una  dama  Balbi,  ebbe  due  figli,  dei  quali  il 
maschio,  recante  il  nome  dell'avo,  fu  battuto  cavaliere  di  Malta 
a  soli  otto  anni 

Per  oltre  due  secoli  i  Serbelloni  tennero  umanamente  Ca- 
stione.  Giovanni  Galeazzo  di  essi  —  che  fu  presidente  del 
direttorio  esecutivo  della  republica  cisalpina  —  estinguendo 
seco  la  linea  mascolina  ducale  (12  maggio  1802),  lasciò  nel- 

r  animo  dei  terrazzani  orma  profonda  di 
affettile  l'unica  figlia  sua,  Luisa,  sposa 
nei  nobili  Busca,  col  retaggio  paterno 
ebbe  facoltà  dal  principe  di  continuarne 
il  cognorne. 

Così  i  Busca  di  Milano  —  oriundi  pa- 
vesi, che  avevano  dato  cavalieri  di  Malta 
e  di  S.  Stefano,  dottori  collegiali,  que- 
stori, decurioni  e  prelati  feudatari  di 
L.omagna  (1659)  e  marchesi  (1661) —  ag- 
Galeazzo  Serbellone.  giunsero  al  proprio  un  nuovo  nome,  come 
avevano,  già  prima  per  eredità  inquartato  al  proprio  stemma  i 
cinque  punti  d'oro  alternati  con  quattro  d'azzurro  degli  Arconati 
e  la  biscia  dei  Visconti.  Il  marchese  Carlo  Ignazio  Busca  Arconati 
Visconte,  erede  dei  beni  di  Castione,  lasciava  per  disposizione 
testamentaria  i  beni  stessi  al  fratello  cavaliere  Antonio,  colla 
preghiera  ch'egli  curasse  d'ottener  concessione  imperiale  perchè 
le  salme  di  lui  testatore,  del  padre  e  della  consorte  fossero  tu- 
mulate in  una  chiesa  di  Castione  (18  dicembre  1850);  ma  ciò 
non  si  volle  o  non  si  potè  ottenere,  e  la  cappellania  istituita 
all'uopo  fu  dal  luogo  designato  trasferita  in  Gorgonzola,  altro 
feudo  dei  Serbelloni,  dove  il  benefico  Giovanni  Galeazzo  aveva 
fondato  una  chiesa,  un  ospitale  ed  il  sepolcreto  gentilizio. 

Il  palazzo  Serbelloni  sorge  ad  oriente  del  casale,  sulla  mag- 
giore eminenza  della  plaga,  sovraneggiando  il  piano  dell'Adda. 
Seminascosto  da  un  giardino,  offre  un  prospetto  modernamente 
bugnato,  d'ordine  dorico  composito;  ed  è  artistico  danno  l'a- 
normalità dei  grotteschi  faccioni  che  non  giustificano  la  loro 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


23 


ragione  d'esservi.  Rimangono  i  maschi  di  due  torrioni  d'angolo, 
che  si  indubbia  siano  i  primitivi,  l'uno  prospiciente  al  borgo  e 
r  altro  al  fiume  Ancora  dall'  occhio  esperto  rilevasi  la  linea 
delle  fosse. 

L'interno  dell'edificio  non  attiene  le  promesse  prospettiche; 
l'arte  ha  pur  troppo  esulato  di  là;  il  cortile,  ricorso  da  porti- 
cati, è  abbastanza  elegante  tuttavia,  ma  l'estetica  di  un  tempo 
venne  quasi  totalmente  distrutta.  I  magnifici  arredi  decoranti 
un  dì  la  casa  dei  Serbelloni  emigrarono  altrove,  e  tra  l'altre 
suppellettili  preziose,  alcuni  arazzi  di  fino  splendore,  che  ci  di- 
cono dispersi  a  gran  prezzo  sui  mercati  cari  agli  archeologi. 

Il  palazzo  servi  anche,  fino  a  tutto  il  secolo  XVII  da  pretorio  ; 
ed  i  libri  oficiali  suoi  testificano  come  in  esso  vi  fossero  le 
stanze  citatorie,  le  giudiziarie  e  le  penali",  tormentarie  sino  al- 
l'estremo; nei  sotterranei  erano  le  prigioni. 

Oggi,  dopo  infinita  varietà  di  vicende,  possiede  quei  beni  il 
cavalier  Spizzi,  presidente  onorario  di  corte  d'appello,  che  li 
acquistò  dal  conte  Antonio  Sola  Cabiati  di  Milano,  marito  di 
Antonietta  Luisa,  figlia  di  Ludovico  Busca. 


24 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


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NOTE  AL  CAPO  XXXVI.  | 

*  G14N  Pietro  Crescenzi  -  Corona  della  nobiltà  italiana.  Perchè  la  no- 
stra coscienza  sia  meglio  «di  sè  sicura»,  ci  piace  ricordare  che,  Gerolamo 
Tiraboschi  —  Storia  della  letteratura  italiana  —  annovera  T  opera  del  Cre- 
scenzi tra  quelle  «  che  non  sono  comunemente  nè  molto  esatte,  nè  molto 
erudite».  È  pecca  bizzarra  dell'epoca  in  cui  scarsissima  era  l'arte  critica 
e  normale  il  mal  gusto  delle  metafore  e  delle  fiabe,  in  ispecie  adulatricì. 

^  Matteo  Bandello  -  Novelle. 

^  Felice  Calvi  -  //  castello  visconteo-sforzesco  nella  storia  di  Milano. 

*  Idelfonso  Stanga  -  La  famiglia  Stanga  di  Cremona.  Sentiamo  il 
dovere  di  porgere  al  patrizio  egregio,  autore  dell'  opera  pregiata,  vivissime 
grazie  pel  dono  cortese  che  ce  ne  volle  fare. 

^  Giuseppe  Bresciani  -  Horigine  et  uomini  insigni  della  famiglia  de 
Stanghi,  manoscritto  della  biblioteca  Stanga. 
^  Archivio  di  stato  di  Milano. 

^  Ludovico  Sforza  nel  suo  lamento  di  prigioniero,  poetando,  dedicava 
un  affettuoso  versicolo  a  Marchesino  Stanga  : 

Ci  era  tanta  baronia 

che  gitava  al  ciel  faville, 

Hermes  fior  de  gagliarda, 

con  armate  molte  mille; 

chi  par  Hector,  chi  un  Achille; 

col  mio  Stanga  Marchesino 

e  del  Melze  el  buon  contino 

e  molti  altri  che  io  non  spiano. 
®  Ritratto  da  un  quadro  nel  palazzo  degli  Stanga  in  Castelnuovo. 
^  Si  legge  tuttora  nella  cappelletta  aggiunta  alla  parochiale  la  seguente 
iscrizione,  fattavi  porre  da  Clara  Brivio,  moglie  di  Camillo: 

D.  o.  M. 

generis  nobilitate  morum 

PRESTANTIA    AC  LIBERALITATE 
PRISCIS  ILLIS  ILLUSTRIBUSQ. 
VIRIS    ADNUMERANDO  CLARA 
BRIVIA  UXOR  MAESTISS.  VIRO 
INCOMPARABILI  POSUIT 

MDLXI  ' 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


25 


^  ^  Tre  Pallavicini  per  nome  Gerolamo  furono  coetanei  ;  per  questo  al- 
cuni li  scambiarono  reciprocamente.  Però  il  Gerolamo  incola  e  signore  di 
Castione  nulla  ha  di  comune,  fuorché  la  cuginanza  consobrina,  coli' omo- 
nimo del  ramo  cadetto  di  Cortemaggiore,  moralmente  coimplicato  nell'uc- 
cisione di  Pier  Luigi  Farnese,  e  venuto  indarno  a  Codogno  col  cardinal 
di  Trento  per  patrocinare  davanti  al  Farnese,  qui  ospite  dei  Trivulzi  (17 
agosto  1547)  la  propria  causa  domestica,  da  Pier  Luigi  vituperata;  nè 
coir  omonimo  del  ramo,  pur  cadetto  di  Scipione,  il  quale  coi  fratelli  suoi 
Alessandro  e  Camillo  partecipò  materialmente  alla  fine  del  duca.  Durante 
il  quale  fatto  il  Gerolamo  di  Castione  teneva  il  governo  di  Lodi,  e  diè 
avviso  al  governo  centrale  di  Milano  dell'accaduto. 

Gian  Pietro  Crescenzi  -  Corona  della  nobiltà  d' Italia. 

Potrebbesi  affermare  che  lo  stemma  Serbelloni  —  quale  ancora  si  vede 
stinto,  ma  involuto  e  barocco  e  zeppo  di  piccole  figurazioni  ornamentali, 
su  alcune  case  di  Castione  —  riassume  alla  evidenza  i  fasti  più  illustri  della 
casata.  La  croce  latina  è  sovrapposta  al  globo  della  corona  comitale,  sim- 
bolo del  patriziato  riconosciuto  dalla  santa  sede;  le  due  chiavi  incrociate 
sottoposte,  aurea  l'una  e  argentea  l'altra,  emblema  secolare  sampietrino; 
la  croce  di  Malta;  le  due  croci  guelfe  rosse  del  comune  di  Milano  al  se- 
condo e  terzo  dello  scudo;  i  due  grifi  affrontati  d'oro  e  coronati,  all'ar- 
busto ;  sul  tutto  d' argento  il  cervo  slanciato  e  coronato. 

Sulla  finestra  del  torrione  prospiciente  all'Adda  si  legge  un'iscrizione 
che  determina  il  ricostruimento  nel  1652.  Che,  del  resto,  questo  palazzo 
sia  l'antico  castello  o  parte  di  esso  sarebbe  provato  dagli  escavati  oggetti 
di  epoca  romana  dalle  sue  fondamenta  colossali  (1830). 


CAPO  XXXVIL 


I  Gavazzi  —  I  Dati  —  I  Borromei  —  I  Figliodoni  —  I  Besozzi  —  I 
Corio  —  I  Barbiano  —  1  Trecchi, 


vizioso.  Rimane  della  psfimitiva  costruzione  il  lato  a  manca;  le 
altre  parti  esterne,  massiccie  e  rettilinee,  arieggiano  una  paci- 
fica masseria. 

■  L' occhio  spazia  di  là  sulla  vasta  distesa  della  fonda  cam- 
pagna, la  cui  giacitura  rammenta  fedelmente  la  topografia  che 
un  dì  aveva  quella  altura  digradante  al  Po  ;  così  che  anche  pei 
contemporanei  si  giustifica  all'evidenza  la  denominazione  di 
Summa  alea  attribuitale,  distinta,  però  —  secondo  Alessandro 
Riccardi  —  da  quella  di  Monte  Oldrado,  più  verso  est,  e  con- 
fusa da  molti  con  Somaglia. 

Precinge  l'ampio  edificio  una  zona  ad  ortaglia;  e  per  un  viale 
spalleggiato  da  viridi  siepi  di  mirto  si  accede,  salendo  al  por- 
tone ^  Il  vòlto  feudale  dell'ampio  ingresso  —  da  secoli  disusato 
agli  echi  ferrati  dei  cavalieri  che  lo  varcavano  —  traduce  tut- 
tavia l'arcano  significato  del  suo  primiero  oficio. 


L  lembo  settentrionale  di  Somaglia,  e  coronante  il 
poggio,  è  l'antico  munimento  fortificato  dei  conti 
Gavazzi,  oggi  ridotto  a  palazzo;  ma,  come  quello 
di  Castione,  spoglio  e  nudo  di  arredi  da  luogo  di- 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


27 


Superata  la  maestosa  soglia,  il  ramo  delle  illusioni  di  per  sè 
tutto  si  sfronda.  Il  cortile  ha  perduta  la  originaria  ampiezza  e 
fu  adattato  ai  meno  eroici  ma  più  positivi  usi  odierni;  di 
prospetto  ed  a  sinistra  l' edificio  è  abbassato  e  rabberciato  ; 
a  destra  gran  parte  dell'antico  permane. 

Procedendo  di  fianco  ad  un  angusto  corridoio  porticato,  si 
sale  la  prisca  scala  d'onore,  oggi  fatta  comune,  sormontata  da 


Il  castello  di  Somaglia. 

un  alto  sfondo  a  pareti  annerite,  sulle  quali  gli  arcigni  ritratti 
della  progenie,  del  parentorio  e  dei  patroni  della  casata  si 
succedono  e  si  fissano  con  tutto  il  vigore  fittizio  delle  antiche 
fisionomie  dipinte.  E  quella  grave  penombra  è  rotta  dalla  mac- 
chia scarlatta  spiovente  dalle  porpore  cardinalizie  di  Annibale, 
Camillo,  Ercole  e  Giulio  della  Somaglia,  dagli  scapolari  d'illustri 
monaci,  dal  lucco  di  magistrati,  dagli  usberghi  dei  cavalieri, 
dalle  pompose  acconciature  di  inclite  dame  con  capricciose  fat- 
tezze, dai  veli  e  dai  soggoli  di  abatesse  reverende.  Direbbesi 
quasi  che  l' ordinatore  di  queste  tele  vi  abbia  voluto  creare  una 
antitesi  parlante:  infatti,  nel  vestibolo  del  palazzo  trovi  tutto 
quanto  si  lega  alle  tradizioni  della  storica  casa  e  che  colpisce  i 


28 


CODOSNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


sensi  colla  vigorosa  fantasmagoria  delle  tinte  e  degli  atteggia- 
menti; invece  nelle  stanze  superiori,  larghe  e  disadorne,  il 
raggio  di  sole  che  le  allieta  pei  balconi  illumina  solo  alcune 
modeste  acqueforti  e  scarse  masserizie,  che  direbbersi  —  con 
parola  moderna  —  affatto  borghesi. 

Sono  notevoli  parecchie  camere  al  piano  terreno.  La  prima, 
quella  di  attesa,  è  decorata  dagli  istoriati  panconi  pei  paggi, 
recanti  il  domestico  stemma  col  motto  «  Meminisse  juvat  ».  Nella 
sala  d'armi  hanvi  parecchie  panoplie,  imitate  dall'antico,  per 
lancie,  alabarde,  ascie  e  mazze;  raccolte  ad  intreccio  d'armi  da 
fuoco,  come  archibusi,  pistole,  colubrine,  falconi  e  spingarde, 
più  specialmente  dei  secoli  XVII  e  XVIII  ;  e  via  via  ricorrenti 
qualche  effigie  gentilizia  ed  alcuni  mobili  antichi,  tra  i  quali 
una  lunga  tavola  d'appoggio,  scalpellata  al  cordone  giusta  le 
buone  linee  scultorie  dell'aureo  cinquecento. 

Quale  e  quanto  ampio  fosse  il  raggio  della  signoria  dei  Ga- 
vazzi —  onde  era  centro  il  descritto  maniero  —  brevissimamente 
accenniamo,  sembrandoci  opportuni  il  luogo  e  il  momento  per 
raggruppare  le  precipue  notizie  possessorie  aderenti  alle  varie 
feudalità  regionali. 

Le  proprietà  d' Orio  —  che  con  Livraga  costituivano  un  red- 
dito di  seimila  scudi  e  contavano  cinquemila  anime  (1609)  — 
entrate  nel  patrimonio  dei  Gavazzi,  subirono  per  altro  uno 
stadio  litigioso  tra  costoro  e  i  Lampugnani,  stadio  che  si  svolse 
pel  corso  di  due  secoli,  non  solamente  fra  i  primi  liticanti,  ma 
coir  intervento  successivo  del  capitolo  di  Lodi  e  della  curia 
pontificia,  secondo  gli  avvenimenti  guerreschi  e  politici;  fino 
a  quando,  salvo  il  parere  del  senato  di  Milano,  a  cui  i  Gavazzi 
avevano  ricorso  contro  le  risoluzioni  della  corte  di  Roma,  il 
capitolo  determinò  di  riconoscere  stabilmente  e  definitivamente 
propria  livellarla  in  Orio  la  casa  dei  Somaglia  (1745)^. 

Oltre  Somaglia,  Orio  e  Livraga,  i  Gavazzi  tenevano  nella  loro 
potenza  molte  altre  terre,  con  dominio  anche  temporaneo.  Ad 
esempio,  fu  detto  al  capo  XXVI  della  contesa  fra  Giovanni 
Antonio  Gavazzo  ed  i  monaci  girolamini  pel  possesso  in  nobile 
feudo  dell' Ospitaletto  di  Senna,  con  sentenza  arbitrale  a  lui 
sfavorevole  (1482).  E  San  Golombano  —  che  il  duca  Massimiliano 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


29 


Sforza  infeudava  ai  Gavazzi,  quando  per  fortuna  d'armi  il 
cardinale  di  Sion  ne  spogliava  i  certosini  sospetti  di  simpatia 
per  Francia  (15 12)  —  fu  pochi  anni  dopo  da  Carlo  V  donato 
al  conte  Ludovico  Belgioioso  (24  aprile  1529),  che  tosto  moriva, 
preparando  ai  certosini  la  reintegrazione  nel  dominio,  avvenuta 
come  logica  conseguenza  (24  novembre  1534)^. 

Venuta  la  famiglia  dei  Gavazzi  a  parecchie  diramazioni,  i 
capi  di  queste  procedettero  alla  divisione  dei  beni.  Alfonso, 
marito  della  contessa  di  Ghincion,  spagnola  dei  Bobadilla  della 
Gelda,  ebbe  un'unica  figlia,  donna  Margherita,  che  andò  sposa 
al  principe  Michele  Peretti,  nepote  di  Sisto  V,  il  celebre  pon- 
tefice per  indomita  volontà  da  oscuro  mandriano  elevatosi  al 
supremo  onor  del  triregno.  Margherita  della  Somaglia  ebbe 
quale  sua  appartenenza  feudale  ventiquattro  mila  ducati  circa, 
ed  i  suoi  cugini  presso  che  seimila  per  capo. 

Perchè  Antonio  II,  conte  della  Somaglia,  morendo  senza  prole 
legittima  (1688),  eleggesse  proprio  erede  il  nobile  cremonese 
Paolo  Dati,  fattogli  obbligo  di  chiamarsi  per  lo  avvenire  Antonio 
Somaglia  conte  di  Orio,  non  ci  venne  fatto  di  determinare,  nè 
i  genealogisti  di  casa  Somaglia  lo  dicono.  Gerto  è  che  con  don 
Paolo  ebbe  principio  il  ramo  dei  Dati  della 
Somaglia,  estintisi  al  principio  del  secolo  che 
muore  (18 16). 

Il  fortunato  patrizio  di  Gremona,  di  progenie 
firentina,  esciva  dalla  branca  ivi  trasferitasi  di 
Toscana,  pel  matrimonio  di  Giovanni  Dati  con 
Aurelia  Gavalcabò  (verso  il  1128);  branca  che 
fu  grembo  ad  una  serie  di  incliti  magistrati,  sia 
del  principe  sia  del  popolo.  Paolo  Dati,  per  diploma  di  Garlo  II, 
re  di  Spagna,  otteneva  titolo  marchionale  di  Sospiro,  Motta 
Balufifì  e  Gella  (21  agosto  1668);  onore  araldico  riconfermato 
colle  patenti  d'antica  nobiltà  per  beneplacito  imperiale  au- 
striaco di  Francesco  I  (i  aprile  18 16). 

Potremmo  dilungarci  nell'  illustrare  la  vasta  orbita  dei  pos- 
sessi fondiari  che  i  signori  Gavazzi  —  al  contrario  dei  Pallavicini, 
dei  Borromei,  dei  Trivulzi,  dei  Bossi  e  d'altri  —  tenevano  esclu- 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


sivamente  nel  nostro  territorio.  Dovremmo  ricordare  i  pingui 
retaggi  degli  Scoti  e  dei  Barattieri  di  Piacenza,  caduti  nei  conti 
Gavazzi,  i  quali  per  ciò  solo  trapiantarono  in  quella  città  una 
loro  propagine  (1559)*.  E  non  ci  riescirebbe  difficile  tener  dietro 
mano  mano  ai  vari  luoghi  attratti  ed  assorbiti  per  acquisti  od 
accessioni  dalla  nobile  casa,  come  Castelnuovo  di  Roncaglia,  il 
Bosco  di  Codogno,  Cabianca,  Livraga,  Mirabello,  Senna  e  via 
via.  Ma  le  linee  inesorabilmente  fissate  allo  svolgimento  di  queste 
monografie  patriziali,  ci  fanno  rigoroso  divieto  di  estendere  ec- 
cessivamente la  narrazione. 

E  però  doveroso  concludere  che  la  nobiltà  dei  signori  della 
Somaglia,  nata  di  spada,  si  fortificò  con  una  secolare  esistenza 
d'efficace  umanesimo:  in  essi  nè  meno  l'ombra  di  opprimenti 
violenze,  ma  invece  lunga  e  generosa  serie  di  azioni  caritatevoli; 
non  vi  fu  zona  di  terra  sulla  quale  esercitassero  giure  di  pos- 
sesso, la  quale  dalla  loro  filantropia  non  fosse  largamente  gio- 
vata, ed  è  feconda  e  rigogliosa  nei  secoli  la  cronaca  di  quella 
carità  patronale:  istituti  d'elargizione,  legati,  soccorsi  agli  in- 
fermi, dotazioni,  un  ospitale,  significano  la  publica  pietà  diret- 
tamente manifestata;  e  non  meno  propizia  alle  arti  ed  al  decoro 
del  culto  affermavasi  la  iniziativa  di  quell'esimio  lignaggio. 

Un  Mecenate  può  a  buon  diritto  esser  chiamato  Giulio  Maria 
della  Somaglia,  cardinal  prete,  figlio  del  conte  Carlo  del  ramo 
piacentino.  Egli  fu  inviato  con  altri  prelati  a  forzata  dimora 
nella  Francia  vincitrice,  quando  gli  aviti  possessi  di  Somaglia 
venivano,  con  Belvignate  (presso  Mairago),  confiscati  dal  Bona- 
parte,  novello  imperatore,  a  prò  del  figliastro  Eugenio  Beauhar- 
nais,  viceré  italico;  e  così  il  cardinale  Giulio  fu  beneviso  a 
Roma  che,  alla  morte  di  Leone  XII  (1829),  il  mordace  Pasquino, 
maltrattando  i  cardinali  papabili,  per  lui  aveva  —  unica  ecce- 
zione —  una  laudatrice  quartina. 

Riassumiamo  la  potenza  dei  Borromei  nel  momento  storico 
in  cui,  divampando  e  tumulti  e  lotte  tra  sforzeschi  e  francesi, 
la  eminente  famiglia  milanese  procura  di  rassodare  il  suo  po- 
tere, battendo  libera  bandiera  dai  battifredi  delle  inaccessibili 
rocche  specchiantisi  da  Arona  e  da  Angera  nel  Verbano  e  da 
Camairago  nell'Adda. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


31 


Quel  Filippo  beneviso  di  E^rancesco  Sforza,  banchiere  a  Ve- 
nezia, promotor  di  crociate  per  elezione  papale,  e  costruttore 
del  munimento  di  Camairago  (1450),  ebbe,  fra  .  cinque  figli, 
Giovanni  e  Vitaliano  che  accrebbero  i  beni  domestici.  Giovanni, 
uomo  leale  e  di  tempra  superiore  alla  comune,  tenne  testa  a 
Galeazzo  Maria  prima  ed  a  Ludovico  il  Moro  poi,  e  si  illustrò 
nei  combattimenti  contro  gli  elvetici.  Lui  morto  (1495),  l'odio 
del  Moro  si  rovesciò  sui  figli  suoi  Filippo,  Ludovico  e  Gilberto  ; 
questi  pertoccante,  oltre  altri  beni,  il  feudo  di  Camairago;  tol- 
togli e  poi  resogli  dal  duca,  a  seconda  delle  oscillazioni  repentine 
che  mutavano  ogni  di  la  condizione  del  ducato  e  gli  interessi 
personali  che  ne  discendevano. 

Ampio  è  l'orizzonte  genealogico  della  stirpe  Borromea,  che 
qui  ci  si  para  di  fronte  e  che  pur  troppo  non  ci  è  dato  di  poter 
come  vorremmo  regfolarmente  d' orma  in  orma  seguire.  Faremo, 
pef-ò,  sosta  a  quelli  della  casata  in  cui  venne  e  seguì  la  pro- 
prietà terriera  di  Camairago  e  delle  sue  attinenze. 

Giulio  Cesare,  figlio  di  Federico  ed  abbiatico  di  Giberto, 
consegue  tutto  l'asse  ereditario  della  progenie;  e,  mentre  il  fratel 
suo  Giberto,  il  pio  padre  di  san  Carlo,  vive  in  meditata  solitu- 
dine ad  Arona,  egli  comanda  nelle  guerre  di  Germania  cavalieri 
e  tormentar!.  Da  lui  e  da  Margherita  Trivulzio,  dei  signori  di 
Formigara,  nascono  cinque  figli,  tra  i  quali  Federico,  cugino 
di  san  Carlo  e  suo  successore  nella  catedra  metropolitana  di 
Milano,  e  Renato,  marito  di  Ersilia  Farnese,  figliuola  del  duca 
Ottavio  di  Parma,  più  volte  eletto  da  Filippo  II,  che  lo  predi- 
ligeva, ad  importantissimi  ufici  politici  e  militari  (1591-1601). 

La  signoria  di  Camairago  da  lui  passò  nel  figlio  suo  Carlo 
(1603),  pure  dignitario  di  stato  e  maestro  di  campo  della  ca- 
valleria lombarda  (1644);  poi  in  Renato  (1652),  genito  da  lui 
e  da  Giulia  Arese,  onoratissimo  dai  reali  di  Spagna  e  padre  di 
Carlo,  viceré  di  Napoli  per  Carlo  VI. 

A  ventinove  anni  Carlo  Borromeo  Arese,  già  di  nome  co- 
spicuo nelle  milizie,  recavasi  ambasciatore  di  Spagna  a  papa 
Innocenzo  XI  (1666),  del  quale  otto  anni  prima  aveva  tolta  in 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


prima  mog-lie  la  nepote  Giovanna  Odescalchi.  Fra  i  molteplici 
onori  civili  onde  fu  insignito  (rari  pel  numero  anche  per  l'epoca), 
ebbe  il  culto  dell'ingegno  e  della  scienza,  tanto  che  fu  suo 
merito  se  Ludovico  Antonio  Muratori,  tuttavia  giovanissimo, 
conseguì  in  Milano  la  nomina  a  dottore  dell' Ambrosiana  (1694). 

Nei  tre  anni  (17 10-17 13)  in  cui  governò  quale  viceré  napo- 
litano, costituì  e  del  proprio  mantenne  una  flotta  per  la  difesa 
dello  stato,  e  ciò  egli  potè  fare  per  le  ingenti  divizie  Borromee, 
cadute  in  lui  tutte  per  l'estinzione  dei  successori  maschi  nei 
rami  collaterali.  Nella  domestica  Arona  andò  a  finire  i  suoi  dì 
(3  luglio  1734),  dopo  aver  attinte  le  più  sublimi  cime  dell'or- 
goglio soddisfatto,  come  colui  nelle  cui  isole  deliziosissime,  le 
perle  del  lago  Maggiore,  ebbe  regalmente  ospitati  e  imperatrici 
e  re  e  principi. 

Dal  primogenito  suo,  Giovanni  Benedetto  —  pallida  figura  al 
confronto  della  paterna  (i 679-1 744)  —  e  da  Clelia  dei  duchi 
Grillo  di  Genova,  nacquero  otto  figli,  due  dei  quali,  Renato 
(1710-1778)  e  Vitaliano  (1713-1775)  bipartiscono  in  due  grandi 
rami  la  famiglia. 

Ora  Camairago  appartiene  al  primo  ramo,  disceso  da  Renato 
per  Giberto,  magistrato  politico  ai  tempi  napoleonici,  successi- 
vamente sotto  l'Austria,  e  per  procura  di  Francesco  I  padrino 
al  battesimo  di  Maria  Adelaide  (1822),  che  doveva  diventare 
la  consorte  di  Vittorio  Emanuele;  per  Vitaliano,  figlio  di  Gi- 
berto, scienziato  e  patriota  illustre,  presidente  generale  del  sesto 
congresso  scientifico  italiano  (1844)  ed  appartenente  al  governo 
provvisorio  milanese  (1848).  Egli,  morendo  carico  di  onori  (27 
febbraio  1874)  nominò  erede  di  tutte  le  sue  sostanze  Giberto, 
primogenito  del  figlio  suo  Emilio,  presentemente  proprietario 
nelle  nostre  campagne. 

Da  secoli  lo  stemma  col  nero  motto  «  humilitas  »  testifica  il 
lungo  e  pacifico  dominio  dei  nobili  Borromei  su  Camairago.  Il 
castello,  che  corona  l'alta  costa  abduana,  ricorda  tuttora  nelle 
sue  linee  poderose  dall'ammattonato  rosso  l'architettura  semi- 
gotica del  prisco  maniere. 

Il  pianoro  di  esso  non  è  recisamente  troncato  al  suo  piede, 
ma  bellamente  digrada  lungo  la  via  che  guida  a  Cavacurta.  Il 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


33 


donjon  è  ridotto  ad  abitazione,  ed  è  bello  e  pittoresco  all'e- 
stremo di  destra  il  quadrato  torrione,  verso  cui,  pure  abbassato, 
s'erge  una  cortina,  certo  non  da  molto  riedificata,  ma  che  bene 
concorda,  sia  nella  sagoma  delle  finestruole,  sia  nei  cordonati, 
la  grave  purezza  dello  stile  primitivo.  Qua  e  là  la  linea  esterna 
è  interrotta  da  umili  costruzioni  rusticane,  addossate  ai  mura- 
glioni;  ma  ben  conservate  sono  ancora  le  vestigia  evidenti  di 
questo  forte  baluardo,  che,  come  gli  edifici  congeneri  nei  di  re- 
moti, premineva  non  pure  sui  borghi  dipendenti,  ma  gareggiava 
altresì  coli' importanza  e  colla  resistenza  delle  città. 

Gran  parte  di  esso  fu  distrutta  e  rifatta  ;  il  Monti  ^  riferisce 
che  verso  la  fine  del  secolo  scorso  (1778)  furon  tolti  i  bei  ri- 
lievi di  fregio  alle  finestre,  si  soppressero  e  ponte  levatoio  e 
saracinesca,  si  muraron  non  poche  arcate  a  sesto  acuto,  e  si 
ridusse  di  altezza  la  cinta  in  cotto  verso  occaso.  E  molte  fu- 
rono anche  in  questo  secolo  le  loggie  tappate,  le  pareti  cosparse 
di  intonato,  le  sale  tramezzate. 

Nell'androne  sottoposto  al  maschio  occhieggiano  tuttavia  i 
fori  delle  troniere  ;  permangono  le  guide  incavate  del  mobile 
ponte  e  del  ferreo  cancello  calante  a  difesa.  Sulla  parete  sorride 
ancora  la  Vergine,  fresco  probabilmente  contemporaneo  agli 
incunabuli  del  castello  ed  ora  barbarissimamente  manomesso; 
ed  interrata,  con  traccie  di  feritoie  otturate,  appare  l'angusta 
scala  per  la  quale  dal  piano  terreno,  dove  convenivano  gli  uomini 
d'arme,  salivano  al  superiore  e  castellani  e  vicari  e  messaggeri 
per  avere  udienza.  La  gran  corte  quadrilatera  —  un  tempo  campo 
a  strani  banchetti,  a  rumorosi  preparativi  di  caccie,  a  lussuose 
quintane  —  servì  pure  a  frequenti  esercitazioni  di  pallamaglio, 
"ricordate  dal  solerte  Monti. 

Negligiamo  lo  spirito  inventivo  che,  seguendo  eroici  sogni, 
classifica  la  gente  Figliodona,  intitolata  dal  nome  del  presunto 
suo  autore,  il  romano  Ottone,  inviato  dalla  republica  quirite 
fra  i  coloni  dell'antica  Piacenza  fronteggiante  i  cisalpini;  e 
sorvoliamo  alla  leggenda,  secondo  la  quale,  Carlo  Magno,  per 
le  molte  prodezze  de'  suoi  militi  Figliodoni,  nella  guerra  contro 
Desiderio,  avrebbeli  nominati  signiferi  o  confalonieri,  onde  in 
prosieguo  la  promiscuità  gentilizia  raccolta  nelle  antiche  cro- 
Codogno  e  il  sito  territorio,  ecc.  —  //.  31 


34  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 

nache  piacentine  pei  Figliodoni  e  pei  Gonfalonieri.  E  però  certo 
che  nel  secolo  XI  questa  stirpe  era  già  illustre  in  Piacenza,  a 
fianco  dei  Bagarotti,  degli  Anguissola,  dei  Laudi. 

I  Figliodoni  discendevano  dai  contrafforti  appenninici  di  quella 
valle  storica  che  in  questo  scorcio  di  centennio  mutò  l'antico 
appellattivo  di  Tolla  in  quello  dell'Arda.  Da  San 
Lorenzo,  loro  precipuo  maniero,  la  signoreggia- 
vano; e,  nelle  lotte  diuturne  tra  famiglia  e  fa- 
miglia, comandarono  lungo  i  secoli  successivi  ed 
a  Casteir  Arquato  ed  a  Vigolo  e  persino  a  Castel 
Scipione  dei  Pallavicini,  i  quali  ebbero  assai  filo 
da  torcere  per  tornare  in  possesso  della  valle  di 
Figliodoni.  Stirone.  Ma  non  molto  tempo  trascorse,  ed  anche 
i  Figliodoni  si  inurbarono  ;  e  sorsero  le  loro  case  in  Piacenza 
presso  la  chiesa  del  martire  Lorenzo,  la  quale  è  oggi  sottratta 
al  culto,  ma  mantiene,  ormai  consunte,  le  lapidi  litterali  ri- 
cordanti i  Figliodoni  convevuti  sotto  le  sue  volte  nel  gentilizio 
sepolcro. 

Stretti  di  parentela  colle  più  celebri  casate  piacentine,  e  più 
speciafmente  cogli  Anguissola  e  coi  Laudi,  essi  crebbero  in 
divizie,  fortezze  e  fama;  e,  pur  non  estranei  affatto  ai  fasti  bel- 
ligeri, dal  loro  naturai  talento  furon  tratti  maggiormente  agli 
onori  della  toga,  del  lucco  e  del  superpelliceo,  allora  emblemi 
dell'autorità  forense,  politica  ed  ecclesiastica;  così  che  bene  a 
ragione  scrive  il  citato  Crescenzi  :  «  i  Figliodoni  seppero  molto, 
ebbero  assai,  ed  ad  ogni  tempo  si  conservarono  in  posto  rag- 
guardevole ». 

Quando  i  Figliodoni  siano  stati  immessi  nel  feudo  di  Meleti 
non  ci  venne  dato  appurare,  e  nè  meno  l'archivio  di  stato 
milanese  ci  soccorse  all'  uopo.  I  coniugi  Matteo  e  Polissena  Bossi 
morirono  improli,  e  la  terra  di  Meleti  fu  di  altri  cessionari. 
Risulta  tra  questi  un  Giovanni  Francesco  Pirovano  (1558)  ^ 

Primo  dei  Figliodoni  feudatari  di  Meleti  fu  certamente  l' illu- 
stre Danese  o  Danesio  (1510-1591),  giurisperito  e  politico,  così 
entrato  nelle  grazie  di  Garlo  V  e  di  Filippo  II  che  fu  eletto 
senatore  (155 1),  reggente  dello  stato  milanese  alla  corte  di 
Madrid  (1576),  e  poi  gran  cancelliere  del  ducato. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


35 


Il  notare  Benaglia  ricorda  Danese  Figliodone  «  feudatarius 
Meleti  ex  investitura  diei  8  fu  Hi  1^88  per  Joh.  Jacobum  Sor- 
manum  Mediolani  notarium  ».  E  però  accertato  che  prima  del 
1588  il  Figliodone  era  signore  di  Meleti,  chè  questa  terra  ebbe 
•da  lui  grandi  benefici  durante  la  carestia  del  1569;  allora  ap- 
punto che  anche  Lodi  fu  soccorsa  di  grani  dal  generoso  pa- 
trizio piacentino,  a  ciò  esortato  dal  celebre  pittor  cremonese 
Antonio  Campi. 

A  Danese  successe  nel  feudo  il  fratello  Dionisio,  già  cano- 
nico in  Milano,  e  cui  papa  Pio  IV  prosciolse  dai  voti  presbi- 
teriali, sì  che  egli  potesse  condur  moglie  e  continuare  il  lignaggio 
de'  suoi.  Egli  sposò  la  nobile  milanese  Lucrezia  de'  Beolchi; 
ne  ebbe  Dorotea  unigenita,  andata  a  nozze  ad  un  senatore 
Taverna.  Indi  la  prosapia  —  non  sempre  discesa  da  legittimi 
lombi*  —  padrona  di  Meleti,  dove  mano  mano  l'opera  dei  si- 
gnori valse  a  rinsanire  ed  a  fecondare  i  vasti  campi;  mentre 
non  interrotti  esempì  di  benefica  virtù  soccorrevano  alla  misera 
•condizione  dei  terrieri,  benedetti  altresì  da  quelle  espressioni 
-di  pietà  religiosa  delle  cui  efficaci  temporalità  casa  Figliodona 
fu  in  ogni  tempo  larga  rafforzatrice. 

Nel  nuovo  palazzo,  sorto  sul  castello  antico^,  i  signori  del 
luogo  così  ai  bisogni  dello  spirito  accompagnavan  gli  agi  della 
vita,  che,  fatti  aureamente  mediocri,  un  altro  Dionisio,  abbiatico 
del  gran  cancelliere,  avuta  facoltà  dal  vescovo  Cera  (21  set- 
tembre 1628),  diè  mano  ad  erigere  l'odierna  chiesetta  dei 
SS.  Quirico  e  Giulitta,  presso  quella  già  esistente  e  che  poi 
fu  distrutta.  Egli  volle  collocato  il  nuovo  tempio  di  fronte  allo 
stradale  pel  suo  castello,  pensando  di  assistere  dal  balcone  di 
casa  alla  celebrazione  di  quelle  mes^e  cui  aveva  lautamente 
dotate  con  cessione  di  terreni. 

Questo  Dionisio  è  appunto  il  gentiluomo  campagnolo  a  cui 
arse  incensi  fumosi  il  buon  Crescenzi,  famigliare  ed  amico  di 
lui,  panegirista  dei  santi  Quirico  e  Giulitta;  e  tanto  alto  quel 
turiferario  collocò  il  Figliodone,  che,  in  omaggio  all'uomo,  la 
natura  stessa  venne  nelle  tumide  pagine  secentistiche  mutata, 
sì  che  «  Meleti,  ultima  del  Lodigiano  per  sito  e  per  bellezza  » 
fu  dall'  «  industria  di  Dionisio  a  tal  segno  ridotta  che  non  solo 


36 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


CORIO. 

(1428),  fino 


concorre  colle  più  belle,  ma  corre  al  più  bello  che  più  si  fa 
coir  ingegno  e^con  l'applicazione  che  col  danaro  » 

Di  questa  terra  che  —  seguendo  gli  entusiasmi  crescenzìani  — 
parrebbe  stata  eletta 

All'umana  natura  per  suo  nido 

diventava  signore  Dionigio  Gaetano  (1701),  l'ultimo  dei  Figlio- 
-  doni;  che  aveva  però  ottenuto  di  nominare  un  successore  di 
sua  volontà  nel  caso  morisse  improle  (1728) 
Il  che  essendo  avvenuto  (1739),  venne  chiamato 
a  raccogliere  il  retaggio  di  Meleti  il  conte  Al- 
fonso Coriò  Visconte,  dell'antica  famiglia  milanese, 
tra  le  precipue  affrettanti  il  tramonto  della  li- 
bertà republicana  in  favore  della  causa  sforzesca, 
e   che  già   nel  suo   Giovanni   aveva   avuto  in- 
vestitura  di   Meleti   da   Filippo   Maria  Visconte 
a    che    Francesco    Sforza    lo    concesse    a  Luigi 
Bossi  (1452). 

Circa  mezzo  secolo  tennero  i  Corio  la  terra;  ed,  essendo  il 
feudatario  morto  senza  discendenza  (1791),  il  regio  consigliere 
e  procuratore  generale  devolveva  il  feudo  alla 
regia  camera. 

L'acquistò  il  conte  Antonio  Besozzi,  in  tempi 
in  cui  poco  gli  poteva  calere  l' inalberare  l' in- 
segna dell'aquila  spiegata  e  coronata  d'oro  in 
campo  rosso,  onde  erano  andati  orgogliosi  i-suoi 
ascendenti,  forti  oriundi  della  terra  di  Besozzo 
che  poi  ebbero  in  feudo,  nobili  fin  dal  XIII  se- 
colo, baroni  dell'impero,  ma  in  grande  maggioranza  monaci, 
eremiti,  peregrini,  '  abati,  diaconi,  prelati,  piuttosto  che  guer- 
rieri e  cavalieri  avventurosi. 

Tra  le  più  alte  genti  di  Romagna  si  annoveravano  fino  dal 
1000  i  Barbiano;  e  le  imprese  militari  ne  avevan  portato  il 
nome  ben  lungi,  poiché  ne  restano  a  prova  i  feudi  a  Conver- 
sano, a  Trani,  a  Giovinazzo,  ed  in  altri  luoghi  delle  Puglie^ 
dati  al  loro  Alberico  da  Ladislao  re  di  Napoli  (1405). 


Besozzi. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


37 


Venuti  in  Lombardia,  servirono  da  soldati  i  duchi  di  Milano, 
che  li  fecero  signori  di  molte  terre  e  castella,  nominandoli  così 
anche  conti  di  Belgioioso  (143 1).  Tennero  in  feudo  San  Co- 
lombano al  Lambro,  da  uno  dei  loro,  Ludovico,  preso  e  sca- 
lato di  nottetempo,  colle  milizie  cesaree  sotto  gli  ordini  del  de 
Leyva  (1529).  Ma  fu  effìmera  conquista;  perocché  morto  l'anno 
dopo  Ludovico  —  ch'era  stato  eletto  viceré  di  Sicilia  —  gli 
Sforza,  tornati  nel  ducato,  ripresero  il  feudo;  e 
questo,  col  sussidio  degli  imperiali  vincitori,  tornò 
per  coerenze  giuridiche  ai  certosini  di  Pavia,  prima 
proprietari  del  luogo,  ed  ivi  rimasti  fino  alle  sop- 
pressioni giuseppine  (21  ottobre  1782). 

Il  titolo  feudale  col  luogo  fu  allora  restituito 

ai  Belgioioso,  in  persona  di  un  altro  Ludovico, 

plenipotenziario  militare  di  Giuseppe  II  nei  Paesi  Barbiano 

Bassi  austriaci   (22   ottobre    i78s);   e   tuttora  i  ^ 

^  /   ^/  '  Belgioioso. 

Belgioioso  lo  possiedono. 

Pel  tramite  dell'età,  il  fortissimo  castro  si  venne  gradualmente 
acconciando  ai  tempi  nuovi  ;  ma  le  vestigia  dei  ciclopici  mura- 
glioni  e  delle  torri  erme  e  smerlate  —  che  contennero  le  schiere 
furenti  del  Barbarossa  e  Ludrisio  Visconte  in  ceppi  dopo  Pa- 
rabiago  ;  che  dettarono  una  pagina  descrittiva  a  Francesco  Pe- 
trarca (1353),  ed  offrirono  riposo  a  Leonardo  da  Vinci  (15 14)  — 
creano  l' antitesi  viva  della  tetraggine  passata,  col  geniale  sorriso 
di  una  ricca  e  moderna  dimora,  sovraneggiante  sul  culmine  e 
precinta  da  ameni  giardini,  dalla  vegetazione  virente  e  dal  raggio 
di  sole,  che  indora  il  bello  e  vitifero  colle,  dal  dottor  Redi  ri- 
cordato entusiasticamente  nel  suo  celebre  ditirambo. 


Come  interrottamente  fu  San  Colombano  tenuto  dai  Belgioioso, 
così  di  essi,  con  poco  saldo  diritto,  fu  pure  Maleo. 

Era  morto  di  settantasette  anni  Teodoro  Trivulzio  (1531),  ve- 
dovo di  Bona  Bevilacqua,  premortagli  di  un  anno.  Quattro  figlie 
rimanevano  di  quel  coniugio,  tra  cui  Giulia,  erede  di  Maleo  e 
sposata  a  Gian  Francesco  Trivulzio,  marchese  di  Vigevano.  Queste 
nozze  furono  improli,  così  che  la  regia  camera  avocò  a  sè  il 
marchesato  di  Maleo,  che  giusta  la  processura  fiscale  venne 
consegnato  in  deposito  al  senato  di  Milano.  Se  non  che,  contro 


38 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


il  seguito  deposito  insorse  una  contessa  Belgioioso,  erede  dei 
defunti  ;  e  certo  la  controversia  dovette  essere  per  ambe  le  parti 
suffragata  da  seri  diritti,  poiché  risulta  che  i  Belgioioso  tennero 
il  possesso  litigioso  e  soltanto  nel  1645  Maleo  fu  messo  a 
profìtto  della  camera,  che  ne  dispose,  a  rogito  di  Carlo  Mon- 
tani, vendendo  il  feudo  al  principe  Ercole  Teodoro  Trivulzio 
(22  marzo  1646),  mentre  sanzionavasi  nello  stesso  principe  la 
signoria  di  Gera,  unendola  a  Pizzighettone,  di  Cavacurta  e  di 
altri  beni. 

Figlio  di  Ercole  Teodoro  Trivulzio  fu  Antonio  Teodoro,  spen- 
tosi ultimo  della  sua  branca,  senza  lasciar  figliuolanza  (26  luglio 
1678).  Vedremo  più  oltre  quali  rivolgimenti  amplissimi  di  pos- 
sessi conseguissero  da  questa  morte  ;  per  ora  basti 
accennare  che  Maleo,  Gera  ed  altri  luoghi  dell'in- 
gente patrimonio  feudale  trivulziano  ripresero  la 
via  del  fisco.  E  questi  —  non  accogliendo  le 
istanze  della  comunità  di  Maleo,  per  essere  sot- 
tratto, come  s'era  sottratto  Codogno,  alla  si- 
gnoria feudale  —  investì  del  marchesato  di  Maleo 
e  di  Gera  Manfredo  Trecchi,  creandolo  marchese 
(18  luglio  1685),  e  di  Larderà  —  per  accessioni  dotali  di  ma- 
trimonio antecedentemente  passata  ai  Trivulzì  —  Giovanni  Bar- 
biano  di*  Belgioioso  (17  agosto  1685). 

.      .  . 

L' antichissima  famiglia  cremonese  dei  Trecchi  fu  ascritta  con 
Antonio  alla  nobiltà  laudense  (1453)^^,  e  successivamente  pure 
a  quella  di  Milano  (1634). 

Fra  il  tumulto  dell'armi  ed  alle  fiere  conquiste  l'argenteo 
falcone  spiegato  e  coronato  impennò  l'ali,  ma  più  particolar- 
mente stette  vigile  custode  d'ogni  cavalleresca  cortesia  e  d'ogni 
artistica  gentilezza.  Sa  di  leggenda  nelle  cronache  di  Cremona 
la  splendida  ospitalità  dei  Trecchi,  ne'  cui  palazzi  e  imperatori 
e  re  ricevettero  di  frequente  onorevoli  accoglienze. 

Quei  signori  lasciarono  orma  non  facilmente  cancellabile  negli 
uficì  dell'  alta  prelatura,  di  essa  fortificandosi  per  ottenere  o  raffer- 
mare privilegi  a  vantaggio  della  loro  città,  giovandosi  altresì  degli 
alti  parentorì,  contratti  e  in  Milano  e  in  Lodi  e  in  Piacenza  e 
nel  Bresciano  e  nel  Friuli.  Scultori,  architetti,  pittori  ebbero 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


39 


assai  cari,  e  ad  essi  affidarono  opere;  fra  questi  Mecenati  vanno 
distinti  il  primo  Pier  Francesco,  che  fiorì  sul  principio  del  se- 
colo  XVI;  Giacomo  e  Antonio  suo  figlio,  ambedue  senatori 


Il  palazzo  Trecchi  a  Maleo. 

sforzeschi;  un  altro  Antonio,  proposto  di  S.  Agata,  intimo  di 
papa  Pio  IV,  e  Manfredo,  figlio  del  quarto  Pier  Francesco, 
marito  di  Barbara  Schinchinelli,  e  primo  feudatario  della  sua 
stirpe  in  Gera  ed  in  Maleo,  dove  già  appartenevano  a'  suoi 
vasti  possessi,  su  quel  di  San  Pietro  in  Pirolo,  i  luoghi  di 
Moraro,  Gera  e  Comune  dei  Trecchi  (tra  Cavacurta  e  Maleo). 


40 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XXXVII. 

^  Secondo  Alessandro  Riccardi  —  Archivio  storico  lodigiano  —  l' esame 
delle  fondamenta  del  castello  lo  farebbe  risalire  in  parte  al  secolo  XI ,  ma 
esso  fu  ricostrutto  verso  il  XIV  secolo.  Il  vecchio  portone  recava  scolpita 
su  ferrea  lastra  la  data  1116,  ma  quell'accesso  fu  mutato  nel  1789. 

^  Alessandro  Riccardi  -  Archivio  storico  lodigiano  : 

I  Lampugnani  vendono  una  casa  con  terre  ai  Somaglia  (1482),  il  che 
suscita  contro  i  venditori  la  prima  causa  da  parte  del  capitolo,  negante  la 
facoltà  venditoria  ai  propri  livellari  Lampugnani,  Evidentemente,  a  sanare 
la  invalidata  vendita,  il  capitolo  laudense  investe  formalmente  dei  beni 
d'Orio,  con  la  terza  parte  di  giurisdizione,  i  della  Somaglia  (1490),  i  quali 
subinvestono  di  questi  beni  un  Visconte  milanese  (1492).  La  camera  ducale 
regia  si  oppone  all'apprensione  livellata  ai  Gavazzi  (14  novembre  1500); 
ma  il  capitolo  a  sua  volta  riconosce  in  livellarlo  il  Visconte.  Esciti  i  fran- 
cesi d' Italia  e  sbarazzatosi  il  capitolo  di  soggezioni  incomode  —  tanto  più 
che  tornava  con  Massimiliano  Sforza  duca  alla  cattedra  vescovile  di  Lodi 
Ottaviano,  fratello  suo  —  il  conte  Gian  Francesco  della  Somaglia  viene  pri- 
vato delle  sue  terre  (1522^,  e  il  gran  cancelliere  Gerolamo  Morone  ri- 
conosciuto livellarlo  in  suo  luogo  (1523).  Le  liti,  che  paiono  sopite  per 
tutto  il  resto  del  XVI  secolo,  si  riaccendono  più  vive  che  mai  suL  principio 
del  secolo  successivo  :  cause  fra  il  capitolo  e  i  Somaglia  per  pretese  ixial- 
versazioni  bonitarie  attribuite  a  costoro  (1610-1637);  sentenza  capitolare 
dichiarante  decaduto  da  ogni  utile  dominio  il  conte  Filiberto  (23  marzo 
1645);  appelli  al  papa  (1646);  causa  promossa  dai  conti  innanzi  al  fisco 
per  denuncia  di  foro  incompetente,  non  volendo  essi  subire  il  verdetto 
della  sede  apostolica  (1649);  successione  dei  Dati  quali  enfiteuti  (1688); 
nuove  questioni  pel  laudemio  ed  ordine  del  capitolo  di  ricognizione  in  li- 
vellaria  della  contessa  Somaglia  (1694),  intervenendo  altre  transazioni  fra 
la  chiesa  di  Lodi  e  gli  eredi  Somaglia  (1689- 1743). 

^  I  certosini  avevano  avuto  San  Colombano  da  Giovanni  Galeazzo  Vi- 
sconte, tra  i  beni  donati  per  l'erezione  della  certosa  presso  Pavia  (6  ot- 
tobre 1396). 

*  Cristoforo  Poggiali  -  Memorie  storiche  di  Piacenza. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


41 


^  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  1821. 
^  Archivio  di  stato  di  Milano. 

'  Giuseppe  Benaglia  -  Elenchus  Familiarum  in  Mediolani  dominio 
feudis  etc. 

^  Forse  per  questa  ragione  di  illegittimità  nei  discendenti  ebbero  i  Fi- 
gliodoni  laboriose  cause  giudiziarie  pel  possesso  del  feudo.  L'archivio  di 
stato  di  Milano  ricorda  quella  tra  il  conte  Dionigi,  ritenuto  usurpatore  di 
Meleti,  il  regio  fisco  e  il  marchese  Giovanni  Pallavicino  Trivulzi  (1651); 
il  conte  Dionigi  componeva  la  vertenza  colla  regia  camera  (1653).  Il  conte 
Danesio  successivamente  veniva  pure  ad  una  transazione  colla  camera  regia, 
mediante  pagame'nto  di  lire  millequaranta,  importo  dei  cinquantadue  foco- 
lari di  Meleti,  in  ragione  di  lire  venti  cadauno  (1668). 

^  Alessandro  Riccardi  -  Archivio  storico  lodigiano.  Nell'accurato  esame 
della  carta  bolzoniana  il  Riccardi  accenna  al  castello  di  Meleti  il  quale 
nel  1588  «  doveva...  esser  ormai  diroccato  o  rifabbricato  a  forma  di  palazzo. 
Infatti  un  documento  inedito  del  1477  ci  ricorda  in  Meleto  il  Castello  di- 
roccato {castrimi  unum  derupatum  cum  suis  fossis)  ;  ed  altro  documento 
pure  inedito  del  1490,  descrive  avanti  tutto,  nel  territorio  di  Meleto  Parno 
Lodigiano,  un  sedimen  magnum  jacens  in  terra  Meleti...  se  protendente 
usque  ad  fossas  arcis  dirute  ». 

Gian  Pietro  Crescenzi  -  Corona  della  ?iobiltà  d' Italia. 

"  Archivio  di  stato  di  Milano. 

Un'iscrizione  del   1580  apposta  nel  palazzo  Belgioioso  conferma  che 
il  quarto  Enrico  di  questa  famiglia  era  marchese  di  Maleo,  conte  di  Piz- 
zighettone  e  signore  di  Larderà. 
Archivio  Trecchi  di  Cremona. 


CAPO  XXXVIII. 

I  Trivulzì  —  I  Pallavicini  —  Retegno  e  la  sua   zecca  —  I  Gallio  —  I 
Pallavicini  Trivulzì. 


ETEGNO  non  ebbe  mutata  condizione  pel  dramma 
agitatosi  fra  i  Trivulzì  e  gli  Scoti  ;  chè,  anzi,  tra  Ip 
due  casate  durarono  imperturbate  le  trattative  d'af- 
fari, e  questo  provano  due  documenti  esistenti  nel 


nostro  archivio  comunale,  riguardanti  un  laudo  proferito  dal 
legato  piacentino,  cardinale  Uberto  Gambara,  compromissario 
fra  gli  Scoti  da  un  lato  e  i  feudatari  e  la  comunità  di  Codogno 
dall'altro,  pel  Brembiolo  e  per  varie  questioni  d' acqua  (i  marzo 
1452),  ed  altre  definizioni  delle  stesse  vertenze  di  cui,  per  altro^ 
si  ha  notizia  anche  in  atti  anteriori. 

Per  vie  litigiose  continuava  la  pretesa  sulla  giurisdizione  di 
Retegno,  insistendo  gli  Scoti,  contro  ogni  parvenza  di  ragione, 
nel  proclamarne  proprio  il  dominio.  Ma  casa  Trivulzia  aveva 
fermamente  deciso  di  non  cedere  agli  invadenti  piacentini;  la 
propinquità  di  Retegno  a  Codogno,  la  sua  dipendenza  ammini- 
strativa ed  anche  in  parte  religiosa  dal  capoluogo,  ed  infine  la 
giurisdizione  imperiale  (che  giunse  fino  a  dare  il  predicato  a 
quella  terra  finitima),  tutto  dava  causa  vinta  alle  aspirazioni 
dell'astuto  Trivulzio. 


CODOGNO  E  IL  SUp  TERRITORIO 


43 


A  dirimere  il  diuturno  dissidio  soccorse  spontanea  la  dedizione 
del  luogo  al  potere  di  Giorgio  Teodoro,  Claudio  ed  Orazio,  figli 
di  Gian  Fermo  Trivulzio  (13  novembre  1565).  Nell'atto,  rogato 
da  Pietro  Martinengo,  notaro  di  Codogno,  quei  di  Retegno  si 
obbligarono  verso  gli  eletti  signori  alla  prescrizione  d'un  cap- 
pone per  casa  nel  di  di  san  Martino  d'ogni  anno,  e  ciò  a 
compensarli  dei  non  pochi  dispendi  fatti  per  la  difesa  della  loro 
terra  dalle  pretensioni  dell'  oltre  Po.  A  loro  volta  i  Trivulzì  as- 
segnarono a'  Retegno  uno  speciale  pretore  e  la  guarantirono  da 
qualsiasi  ulteriore  molestia  piacentina. 

Al  conte  Giorgio  Teodoro  toccò  Retegno;  ed  egli  —  perso- 
naggio cospicuo  pei  suoi  tempi  —  fu  l' autore  indiretto  del  do- 
minio tuttavia  duraturo  dei  Pallavi- 
cini nei  paesi  nostri,  poiché  troppo 
fugace  fu  il  dominio  di  costoro  in 
Castione. 

Giorgio  Teodoro  ebbe  l'alloro  di 
giurisprudente  alla  Sorbona,  e  due 
papi  lo  insignirono  di  alte  dignità. 
Agli  onori  spirituali,  però,  egli  pre- 
ferì la  socievolezza  della  vita,  e  con- 
dusse a  consorte  la  bionda  Olimpia, 
figlia  del  marchese  Galeazzo  Pallavi- 
cino di  Busseto  (1589).  Morì  d' ot-  Olimpia  Pallavicino 
tantotto   anni  (1622),   dopo  d'aver 

collocata  l'unica  figlia  sua,  Caterina,  a  suo  cognato  Sforza  Pal- 
lavicino (1606),  nel  quale  caddero  e  San  Fiorano  e  Retegno, 
ricostituendosi  così  i  Pallavicini  una  novella  signoria  lombarda, 
mentre  i  più  famosi  curiali  del  tempo  intervenivano  per  guidare 
i  destini  politici  dello  stato  pallaviciniano  dell' oltre  Po,  distrutto 
violentemente  dal  giorno  in  cui  i  fioralisi  farnesiani  prepoterono 
sulla  bicipite  aquila  bussetana  (1588). 

A  Sforza  Pallavicino  si  diedero  per  libera  elezione  gli  uomini 
di  Retegno,  con  istromento  del  notaro  lodigiano  Pietro  Zaino 
(18  luglio  1622);  ma  —  mentre  San  Fiorano,  come  vedremo, 
restò  e  resta  tuttora  nei  Pallavicini  —  Retegno  se  ne  staccò^ 
tornando  alla  soggezione  trivultina  col  darsi  spontaneamente  al 


4^ 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


cardinale  Gian  Giacomo  Trivulzio,  con  atto  del  notaro  codo- 
gnese  Francesco  Ferrari  (8  marzo  1640);  nel  quale  atto  ricom- 
pare l'antico  cappone  per  testa,  pennuto  simbolo  di  vassallaggio 
ai  reintegrati  signori. 

Il  novello  signore  di  Retegno  discendeva  da  un  ramo  colla- 
terale di  Gian  Fermo;  zio  paterno  di  questi  era  il  menzionato 
Gerolamo  Teodoro,  il  cui  figlio  Gian  Giacomo  Teodoro,  un  fe- 
dele di  Pier  Luigi  Farnese,  ebbe  Carlo  Emanuele  Teodoro,  che 
lasciò  la  vita  sulle  pianure  di  Bruch,  generale  di  Spagna. 

Da  questi  Gian  Giacomo  Teodoro,  che  coi  consigli  e  colle 
opere  amministrative  recò  grande  ausilio  allo  svolgimento  della 

vita  publica  ne'  suoi  giorni;  e  Codogno 
ne  risentì  ragguardevoli  vantaggi,  anche 
perchè,  caro  e  gradito  ai  potenti  d'allora, 
il  Trivulzio  aveva  sotto  mano  i  mezzi  e 
le  opportunità  migliori  per  dar  lustro  e 
importanza  alla  propria  sovranità. 

Capitano  di  cavalleria  sotto  Filippo  III 
(1606),  commissario  imperiale  d'Italia,  si 
ebbe  assegnato  dalla  dieta  lo  stato  di 
Musocco  (1622),  di  cui  Gian  Giacomo 
il  magno  era  stato  investito  (1480),  e  che 
alla  estinzione  del  ramo  di  lui  (1572)  era 
stato  fatto  obbietto  di  lungo  litigio.  Del  pari  egli  ricuperò  Piz- 
zighettone  (1656),  già  infeudato  dal  re  Francesco  I  al  grande 
avo  di  lui  (15 15).  Rimasto  vedovo  di  Giovanna  Grimaldi,  prin- 
cipessa monegasca  (1620),  dall'amico,  e  già  ospite  suo  in  Co- 
dogno, papa  Urbano  Vili,  fu  eletto  grado  a  grado  ad  alti  oficì 
nella  gerarchia  ecclesiastica,  salendo  rapidissimamente  all'onor 
della  porpora  (1630).  Ma  lo  zucchetto  gli  pesava  per  certo  più 
del  cappello  piumato;  e  questo  egli  riprese,  rifattosi  soldato 
nelle  guerre  contro  Francia,  sì  che  in  lui  le  milizie  del  ducato 
riconobbero  il  loro  governatore  generale  (1638).  Il  grandato  di 
Spagna  fu  conferito  a  lui  ed  alla  sua  casa  dalla  benevolenza 
regale  (1642),  e  Ferdinando  III,  dichiarando  a  favor  suo  baronia 
del  sacro  romano  impero  il  luogo  di  Retegno  colla  propinqua 
Bettola,  lo  faceva  principe,  con  dritto  di  moneta  (2  gennaio  1654). 


Gian  Giacomo  Teodoro 
Trivulzio  '\ 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


45 


Però  anche  in  lui  —  pur  rimanendo  V  <(i  unica  7nens  »  dell'im- 
presa famigliare  —  triplice  era  l'aspetto:  militare,  ecclesiastico 
e  politico.  E  infinita  doveva  essere  la  fiducia  che  il  re  cattolico 
poneva  nel  suo  senno,  se  vediamo  il  porporato  fatto  viceré  e 
capitano  generale  d'Aragona;  ambasciatore  per  la  successione 
di  Urbano  Vili  (1644);  presidente  e  capitano  generale  in  Sicilia, 
allor  che,  penetratavi  la  ribellione  napolitana  di  Tomaso  Aniello, 
l'isola,  seguendo  suo  genio,  fremeva  insofferente  dei  publici 
aggravi,  e,  fra  i  più  riottosi,  il  clero  non  voleva  saperne  di 
compiere  l'obbligo  suo  (1647).  Prudente,  giusto,  forte,  il  cardi- 
nale rappacificò  in  breve  giro  di  tempo  la  bella  terra  degli 
aranci  dorati  ;  e  dopo  la  volta  della  Trinacria,  l' Icnusa  beneficiò 
dell'opera  stessa  di  lui,  per  la  quale  si  spensero  le  riotte  delle 
civili  fazioni. 

Gian  Giacomo  Teodoro  morì  in  Pavia  di  sessant'anni  (5  agosto 
1656),  scorsi  appena  pochi  mesi  da  quando,  con  novissimo 
esempio.  Spagna  boriosa  e  sospettosa  d'ogni  italica  influenza, 
ciò  nulla  meno,  aveva  nominato  lui  italiano  successore  di  Luigi 
de  Benavides,  marchese  di  Caracena,  nel  governo  e  nella  capi- 
tania  dello  stato  milanese. 

La  famiglia  Trivulzio,  come  altre  precipue  d'Italia,  già  dallo 
scorcio  del  secolo  XV  conseguiva  dall'imperatore  —  assoluto  pa- 
drone delle  temporalità  nostrane  —  il  sommo  fra  i  diritti  delegati  : 
quello  di  batter  moneta,  o  (come  allora  dicevasi)  facoltà  di 
punzone  e  di  crogiolo.  Così  ebbe  lustro  la  zecca  trivultina  nella 
contea  di  Musocco,  speciale  concessione  di  Federico  III  impe- 
ratore (1487),  e  successivamente  venduta  ai  Grigioni  (1549), 
mentre  a  Rogoredo  i  Trivulzi  ne  aprivano  una  nuova.  Luigi  XII 
(15 12)  e  Francesco  I  (15 16)  avevano  ai  loro  fedelissimi  sudditi 
Trivulzi  dati  e  confermati  eguali  diritti  per  la  zecca  posta  nel 
formidabile  castello  di  Musso,  sul  lago  di  Como,  prima  che  di 
essa  si  impadronisse  il  celebre  Gian  Giacomo  Medici,  detto  il 
Medeghino.  E  Retegno,  per  l'accennato  diploma  da  Ratisbona 
di  Ferdinando  III,  entrò  terzo  ed  ultimo  nel  novero  delle  zecche 
trivulzie,  quivi  coniandosi  monete  e  medaglie  per  circa  un  secolo. 

Del  privilegio  ottenuto  l'illustre  cardinale  non  potè  giovarsi, 
essendo  escito  di  vita  prima  che  «  i  fuochi  sudassero  a  preparar 


46 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


metalli  ».  Suo  figlio  Ercole  Teodoro  —  che  ebbe  trista  ed  igno- 
bile fine  —  pel  primo  contemplò  la  propria  effigie  sugli  zecchini 
e  sui  filippi  semplici  e  doppi,  lampeggianti  e  roteanti  sulle 
terree  formelle  di  Retegno  :  filippi  semplici  equivalenti  a  sette 
lire  milanesi,  doppi  a  lire  quindici,  ed  aurei  zecchini.  E  quella 
di  Retegno  non  era  moneta  scadente,  chè  il  titolo  del  filippo 
doppio  del  1676  contava  novecento  quarantotto  parti  d'argento, 
portava  da  un  lato  l'imagine  del  principe  Ercole  Teodoro,  e 
dall'altro  i  tre  volti  fiancheggiati  dalle  parole  dell'impresa  do- 
mestica ^.  Queste  monete  ebbero  corso  fino  alla  promulgazione 
della  legge  imperiale  che  soppresse  nella  Lombardia  austriaca 
tutti  gli  antichi  filippi  (12  gennaio  1817)^. 

Della  zecca  demolita  (1787)  rimangono  ancora  le  vestigia 
parlanti.  Quell'  edificio  aveva  due  scompartimenti  :  l' uno  conte- 
neva la  maestranza  ed  i  congegni  della  coniazione,  e  di  esso 
non  rimane  che  l'ingresso  principale,  in  istile  barocco  ma  ac- 
cettabile, oggi  passaggio  ad  una  vulgare  ortaglia;  l'altro,  co- 
stituito di  campì,  detti  anche  oggidì  la  possessione  del  Giardino, 
servivano  coi  prossimi  fondi,  pure  trivulziani,  della  Cigolina  e 
della  Divizia,  alla  piantagione  ed  alla  preparazione  dei  tabacchi, 
che  per  gli  uomini  di  Retegno  non  erano  come  altrove  gravati 
da  balzello  di  monopolio.  Nè  la  tassa  di  testatico,  nè  le  impo- 
sizioni fondiarie  pesavano  in  guisa  alcuna  su  quei  di  Retegno, 
che  per  soli  sei  quattrini  avevano  diritto  ad  una  libra  di  sale 
e  per  un  soldo  ad  un'oncia  di  tabacco.  Nulla  era  più  semplice 
del  loro  sistema  tributario:  quattro  annui  soldi  erano  il  compenso 
al  sovrano,  in  ricognizione  della  signoria. 

Senza  dubbio  si  compiacquero  i  Trivulzi  della  residenza  in 
Retegno,  le  cui  condizioni  economiche  spiravano  una  certa 
agiatezza;  si  che  essi  della  possessione  Giardino  s'eran  fatto 
un  delizioso  ritiro;  dove,  se  anche  non  sorrideva  la  natura, 
benché  —  come  narra  il  Goldaniga  —  lunghi  viali  di  castagni 
indiani  e  di  pini  e  di  pruni  e  salva  di  caccia  allietassero  il 
luogo,  pure  indulgeva  loro  la  vera  ed  operosa  quiete  campestre. 

Retegno  contava  numero  d'abitanti  maggiore  del  presente; 
ed  era  stato  relativamente  mondato  dai  tagliacantoni  e  dai  mal- 
viventi che  prima  sfuggivano  alla  nemesi  della  legge,  poiché 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


47 


perduravano  i  dissidi  giurisdizionali.  Un  luogotenente,  un  at- 
tuaro  e  quattro  berrovieri  formavano  il  corpo  intero  di  buon 
governo,  e,  se  v'era  un  sol  carcere,  fino  a  quattordici  osterie 
si  contavano  ^.  Le  necessità  dello  spirito  non  furono  neglette 


La  zecca  di  Retegno. 


dai  Trivulzi,  che,  giusta  la  tradizione,  vi  eressero  la  chiesa  della 
Madonna  del  Pilastrello,  ora  scomparsa,  vicino  alla  via  pur  fatta 
costrurre  da  essi,  e  circondata,  a  conforto  dei  passanti,  da  un 
duplice  filare  di  alberi,  scomparsi  sui  primi  di  questo  secolo. 
Air  accesso  del  paese  stavano  come  geni  del  luogo  due  pieritti, 
decorati  delle  tre  faccie  e  sostenenti  il  busto  di  due  principi 
feudatari. 


48 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Prima  che  la  strada  odierna  fosse  aperta  si  andava  da  Co- 
dogno  a  Fombio  per  la  Mirandola. 

Ercole  Teodoro  Trivulzio  —  dopo  profusa  copia  d' onori  lar- 
gitigli dal  re  spagnolo,  che  lo  volle  anche  decorato  del  toson 
d' oro  —  non  fu  pari  nè  alle  tradizioni  del  lignaggio  nè  allo 

spirito  dell'epoca  sua.  E  quando  fra 
lui  e  Vercellino  Visconte  divampò  fiero 
dissidio,  non  fece  richiamo  alle  caval- 
leresche consuetudini  non  ancora  giu- 
stamente irrise,  ma  ricorse  a  bieche 
insidie  e  ad  agguati  contro  l'avver- 
sario. Da  quel  momento  la  corte  ma- 
drilena  ebbelo  in  grande  dispetto;  e, 
come  avevalo  inalzato,  così  lo  de- 
presse, mandandolo  infine  prigioniero 

nel  castello  di  Lodi  ;  dove  egli  si  spense 
Ercole  Teodoro 

Trivulzio^  a  quarantaquattro  anni  (1644),  con  fato 

ben    differente    e    più   sciagurato  del 

proavo  suo  Gerolamo,  morto  egli  pure  centoquarant' anni  prima 

nella  stessa  rocca,  ma  non  per  condanna  afflittiva,  bensì  per 

destino  di  battaglia. 

Ercole  Teodoro  ed  Orsina  Sforza,  marchesa  di  Caravaggio, 
ebbero  Antonio,  unico  maschio,  dal  re  di  Spagna  fatto  gene- 
rale delle  milizie  forensi  nello  stato  milanese  (1664)  e  morto 
improle  (26  luglio  1678)  non  senza  sospetto  di  veneficio"^;  ed 
è  colla  morte  sua  che  non  un  uomo  soltanto  discende  sotterra, 
bensì  un  intero  periodo  di  signoria  sovrana  si  fende,  disgrega 
e  va  in  frammenti. 

Come  se  allo  annientamento  dell'  antico  e  potente  insieme 
feudale  non  bastassero  i  vari  e  più  oscuri  casati  che  se  lo 
spartiscono,  compare  anche  la  libera  e  maestosa  figura  del  co- 
mune che  si  redime,  dando  così  il  colpo  di  grazia  ad  un  do- 
minio inviscerato  nella  storia  di  secoli.  Indi  uno  spirito  novo 
che  agita  la  mole,  remeggiando  le  ali  in  aere  moderno. 

La  branca  principesca  dei  Trivulzì  compie  il  suo  ciclo  con' 
Antonio  Teodoro,  e  la  baronia  imperiale  di  Retegno  e  Bettola 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


49 


Monete  e  medaglie  della  zecca  di  Retegno. 


Codogno  e  il  suo  territorio  y  ecc.  —  //. 


32 


50 


^CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Gallio. 


—  solo  residuo  della  parte  nostrale  disponibile  di  lui  —  tocca, 
ad  Antonio  Gaetano,  secondogenito  di  Ottavia  Trivulzio,  mari- 
tata a  Tolomeo  Gallio  e  zia  materna  di  Antonio  Teodoro. 

Erano  i  Gallio  di  Como,  ma  venivàn  dall'ubertosa  Alvito,. 
genetliaca  duceà  in  Terra  di  Lavoro;  possedevano  il  marchesato 
lomellino   di   Scaldasole  ed  il  :feudo  di  Grave— 
^CH^   :    dona,  Dongo  e  Sorico  sul  Larió  ;  diedero  a  Como 
■ magistrati  e  cittadini  illustri,  alla  chiesa  porporati 
insigni,    agli    eserciti   generali,    ambasciatori  ai 
principi. 

Nella  loro  prosapia  —  eh'  ebbe  col  retaggio  del 
principe  Trivulzio  l'obbligo,  di  assumerne  il  co- 
gnome —  rimase  Retegno  fino  al  benefico  Antonio 
Tolomeo,  nato  in  Milano  (i6  maggio  1696),  amico  delle  lettere 
e  dei  letterati,  fra  i  quali  gli  abati  Galliani  e  Metastasio.  Egli" 
collaborò  in  prò  di  Vienna  nella  sua 
azione  politica  sulla  Toscana;  fu 
generale  di  cavalleria  in  tempo  di 
guerra  (1721)  e  poi  governatore 
paterno  di  Lodi.  Il  monumento  che 
più  di  tutto  consacra  il  buon  prin- 
cipe alla  memore  gratitudine  della 
posterità  è  la  assegnazione  del  suo 
palazzo  in  Milano  a  ricovero  dei 
vecchi  inabili  a  qualsiasi  opera.  Egli 

—  avute  scarse  gioie  domestiche 
dalla  sposa.  Maria  Archinti,  ed  es- 
sendogli premorta  di  vaiolo  l'unica 
figlia,  Lucrezia  —  dotava  l'istituendo  pio  albergo  del  reddito 
proveniente  dai  diritti  ch'egli  aveva  su  Trivulzia,  a  Pietro  Tri— 
vulzi  investita  dal  duca  di  Milano  (1467);  su  Casalpusterlengo, 
acquistato  dall'antenato  Gaetano  Trivulzio  dai  marchesi  Francesco 
ed  Alessandro  Castelli  (11  ottobre  1693),  ^  su  Retegno  e  Bettola. 


Antonio  Tolomeo 
Gallio  Trivulzio. 


Questi  due  luoghi,  però,  non  poterono  certamente  essere 
compresi  come  possessi  fondiari  nella  dotazione  di  Antonio  To- 
lomeo, perchè  egli  —  già  rogato  il  suo  testamento  (23  agosto- 
1766)  —  conduceva  trattative  coli' imperatore  per  la  cessione: 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


51 


della  baronia  a  Maria  Teresa,  quale  duchessa  di  Milano.  Soltanto 
dopo  la  sua  morte  (30  dicembre  1767)  il  fisco  fu  immesso  nel 
possedimento  di  Ret^gno.  Erano  presenti  all'atto  —  rogato  da 
Giuseppe  Casanova,  notaro  camerale  del  delegato  cesareo  mar- 
chese Botta  - —  il  dottor  Giuseppe  Maria  Seghizzi  Premoli,  il  dottor 
Carlo  Maria  Belloni,  propotestà  il  primo  e  regio  fiscale  il  se- 
condo di  Codogno,  delegato  quegli  e  questi  subdelegato  dal 
governatore  conte  di  Firmian,  e  nello  interesse  ed  a  nome  di 
Maria  Teresa,  alla  presa  di  possesso  (2  aprile  1768). 

L' imperatrice  —  alla  quale  premeva  la  signoria  politica  di 
quei  luoghi,  tuttavia  infestati  dalla  delinquenza,  specie  contro 
la  proprietà,  sebbene  meno  che  per  lo  addietro  —  li  riuniva 
definitivamente  al  ducato  di  Milano  (9  maggio),  pur  riaffer- 
mando ed  immunità  e  privilegi  già  dati  dai  Trivulzì;  ma  dei 
quali,  circa  un  trentennio  dopo,  la  republica  cisalpina  non  lasciò 
che  la  memoria. 

Caterina,  naturale  di  Giorgio  Teodoro  Trivulzio  e  da  lui  più 
tardi  legittimata  (1595),  recava  o  in  dote  o  in  paraferna  il  co- 
spicuo possesso  di  Retegno  e  di  San  Fiorano.  Fosse  poi  per  la 
deficienza  della  sua  personalità  giuridica  o  per  sua  morte  (1633) 
o  per  vicende  politiche  che  aspreggiavano  in  quei  dì  i  Pallavi- 
cini, costoro  non  poterono  ancora  avere  assodato  il  proprio 
dominio  sui  due  luoghi,  per  quanto  il  vecchio  ed  autorevole 
Giorgio  Teodoro  brigasse  alla  corte  di  Spagna,  affinchè  il  re 
togliesse  San  Fiorano  alla  giurisdizione  di  Codogno  e  lo  desse 
in  dipendenza  al  cognato  e  genero  di  lui  (1603). 

Solo  Gian  Giorgio  di  Sforza  —  che  già  contemplava  i  dilucoli 
d'un' alba  più  serena  a  sè  ed  a'  suoi  nell' oltre  Po,  così  da 
esser  ripristinato,  per  poco,  però,  nell'avito  retaggio  di  Bus- 
seto  —  credette  giunta  l' ora  per  affermarsi  risolutamente  con 
terra  di  comando  definitivamente  propria  ;  e  siccome  la  ragion 
del  denaro  bastava  per  convincere  Spagna,  Gian  Giorgio  com- 
però a  contanti  il  feudo  di  San  Fiorano  (16  maggio  1645), 
premunendo  collo  spessore  dell'  aurea  vernice  quel  blasone  (del 
resto  inclito  ed  illustre)  che  tuttora  vi  ha  stanza,  accanto  alle 
bande  d'argento  e  di  rosso  dei  Luserna  d' Angrogna  ^. 


52 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


La  genealogia  di  Gian  Giorgio  prosegue  con  Gian  Giacomo 
Sforza,  marchese  dello  stato  Pallavicino  (1688),  e  pervenuto  a 
quel  felice  ma  individuale  risultato  certo  perchè  ciambellano  di 
Leopoldo  I  (1682).  Giurò  fedeltà  di  vassallo  a  re  Filippo  V  di 
Spagna,  quale  signore  di  San  Fiorano  (1701),  e  morendo  (16 
dicembre  1742)  non  potè  lasciare  al  suo  genito  Pio  Giorgio,  al 
riguardo  di  Busseto,  che  un  patrimonio  di  diritti  molto  discussi 
ed  in  seguito  misconosciuti. 

Era  florido  ed  elegante  abate  Giorgio  Gaetano  di  Pio,  quando, 
spinto  dair  obbligo  inesorabile  di  continuare  la  stirpe,  sottrasse 
il  capo  alle  vitte  del  sacerdozio  ed  impalmò  Maria  Dati  della 
Somaglia  (1760),  che  gli  allietò  il  talamo  di  ben  sette  figli;  fra 
i  quali  Giorgio  Pio  (i 761-1803),  grande  ciambellano  cesareo, 
arrestato  e  relegato  in  Nizza  dai  francesi  vittoriosi,  ma  rimesso 
in  libertà  motu  proprio  del  generale  Bonaparte  (1797).  Di  lui  e 
di  Anna  Besozzi  nacque,  quarto  di  otto  tra  fratelli  e  sorelle, 
Giorgio  Guido  (1796-1878). 

Del  patriota  —  la  cui  fede  nell'Italia  fu  ancor  più  salda  che 
i  muraglioni  dello  Spielberg  moravo  in  cui  fu  rinchiuso  —  di- 
remo quando  la  eroica  figura  di  Giuseppe  Garibaldi,  ospite  suo, 
ci  apparirà,  quasi  domestica  visione,  sulle  nostre  fini. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


53 


NOTE  AL  CAPO  XXXVIII. 

^  Ritratto  da  un  fresco  esistente  nel  palazzo  Pallavicino  Trivulzio  in 
San  Fiorano. 

^  Ritratto  da  un  busto  in  bronzo  esistente  nel  palazzo  Trivulzio  in  Milano. 

^  Può  meravigliare  che  Ludovico  Antonio  Muratori,  nel  suo  catalogo 
delle  zecche  abbia  dimenticato  di  inscrivere  questa  di  Retegno. 

Le  monete  quivi  coniate  e  da  noi  graficamente  riprodotte  sono  tolte 
dalle  Famiglie  celebri  italiane  di  Pompeo  Litta  Biumi  e  dal  Monetario  di 
Commercio  di  Luigi  Mazzucchelli.  I  due  filippi  erano  d'argento;  la  mo- 
neta più  piccola,  o  medaglia,  era  d'oro,  e  corrispondeva  al  peso  di  sei 
doppie  genovesi ,  ed  aggiunge  il  Litta  :  «  deve  essere  quella  che  lo  zec- 
chiere di  Retegno,  in  conseguenza  di  un  contratto  del  1676  colla  casa  Tri- 
vulzio, era  obbligato  di  presentare  alla  principessa  in  ogni  giorno  di  Natale». 

La  deputazione  storico-artistica  lodigiana  acquistava  lo  scorso  anno  dalla 
casa  Morchio  e  Moiser  di  Venezia  un  doppio  ducatone  retegnino  di  An- 
tonio Tolomeo  Trivulzio. 

^  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  1819. 

^  Ai  tempi  di  Pier  Francesco  Goldaniga,  esistevano  in  Retegno  due 
grandi  prestini,  due  imprese  di  tabacco,  d'acquavite,  di  polveri  e  di  carte 
da  gioco.  Per  gli  antichi  privilegi  i  terrieri  potevano  liberamente  scegliersi 
il  luogo  di  provvista  di  sale  ;  però  —  aggiunge  il  buon  frate  —  che  «  i  nuovi 
fermieri  o  regi  impresari  »  ebbero  lite  in  proposito  con  alcuno  della  terra. 

^  Ritratto  da  una  medaglia  del  museo  trivultino  milanese.  Circonda  il 
busto  di  Ercole  Teodoro  la  leggenda  «  Hercules  Theodor us  Trivultius 
Magnas  Hispaniarum  »  ;  al  rovescio  il  motto  «  Citissiìna  explet  »  attornia 

10  zodiaco  in  una  sfera  colla  luna  crescente. 

'  Nell'archivio  di  stato  di  Milano  havvi  una  lettera  di  Francesco  Soranzi, 
che  così  scriveva  al  padre  Arguis  a  Mantova,  di  questa  morte:  «  Muore 

11  nostro  povero  Principe  Trivulzio,  che  mi  cava  le  viscere  al  pari  delle 
lagrime  considerando  il  mancamento  che  vuol  fare  à  questa  nostra  città. 
Si  conclude  che  il  male  suo  venga  da  una  bestiale  mallia  fattagli  in  un 
Reliquario,  ove  si  son  trovati  ingredienti,  tali  al  sortileggio  che  fanno 
inorridire  ». 

"  I  Luserna  d'Angrogna  sono  propagine,  segnalata  nelle  discipline  di 
guerra  e  di  pace,  degli  antichi  conti  pedemontani.  Tolsero  nome  dai  paesi 
loro  infeudati  e  posti  nelle  ridenti  valli  sacre  pei  valdesi,  che  vi  com- 
batterono da  eroi  contro  i  capitani  cattolici.  Il  marchesato  d'Angrogna 
venne  dato  a  Filippo  Luserna  nel  1620. 


CAPO  XXXIX. 


I  feudi  minori  e  quelli  dell'ultimo  periodo  —  I  Fissiraga  —  I  Landriani 
—  Gli  Imbonati  —  I  Lambertenghi  —  Gli  Spini  —  I  Bossi  —  I  Ca- 
stiglioni  —  Gli  Stampa  —  I  Vaini  —  I  Casnedi  —  I  Galli  —  Gli 
Estensi  —  I  Belgioioso  —  I  Lampugnani  —  I  Castelli  —  I  Laudi  — 
Gli  Scoti  —  I  Nicelli. 


LLA  piena  decorazione  del  quadro  feudale  tracciato, 
in  cui  sul  davanti  sfilano  le  figure  più  imponenti 
della  feudalità  nella  regione,  occorre  abbozzare  nello 
sfondo,  e  colle  tinte  leggiere  da  esse  lasciate,  quelle 
che  sono  le  secondarie,  sia  per  l'indole  loro  di  derivate,  sia 
perchè  modeste  superstiti  di  un  passato  già  per  esse  glorioso. 

Infatti,  parrà  strana  la  ricomparsa  qui  del  possente  nome  dei 
Fissiraga,  già  nel  secolo  XI  investiti  del  diritto  di  zecca  e  do- 
minatori consolari  di  Lodi,  quasi  più  /orti  della  potestà  episco- 
pale. Ma  anch'essi  dovettero  seguir  lor  fato,  e  —  se  in  patria 
rimasero  facoltosi  e  cospicui  cittadini,  la  cui  fama  è  tuttora 
riverita  e  benedetta  per  la  pietà  dei  lasciti  ed  il  soccorso  ai 
meschini  —  qui  la  loro  azione  politica  e  sociale  dileguò  nel 
corso  dei  secoli;  così  che  quasi  appena  si  ricordano  quali  an- 
tichi proprietari  di  Rovedaro,  ed  in  umili  questioni  di  dazio, 
fuori  afìfatto  dalle  magnifiche  tradizioni  del  vecchio  lignaggio. 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


55 


E  diciamo  proprietari  e  non  feudatari,  perchè  Rovedaro  era 
feudo  dei.  Trivulzi,  ed  il  dominio  dei  Fissiraga  era  ristretto  ;  a 
sole  cinquecento  pertiche  di  terreno,  nulla  più  che  un  fondo; 
tanto  che  ben  maggiore  della  loro  era  in  Rovedaro  la  proprietà 
dello  abate  Baldassare  Cadamosto,.  di  circa  due  mila  pertiche, 
testate  da  lui,  per  rogito  di  Arnolfo  Lanterio,  al  consorzio  del 
clero  laudense  (25  agosto  1526). 

Ai  Fissiraga  toccava  la  sorte  serbata  'presso  a  poco  alle  an- 
tiche e  secolari  famiglie  proprietarie.  Poco  oltre  la  metà  del 
secolo  XVI  frazionavasi  il  loro  feudo  terriero  per  le  divisioni 
domestiche  di  cinque  fratelli  Fissiraga:  Fabio,  Brandimonte, 
Ferrando,  Ansprando  e  Giulio  Cesare  (23  gennaio  1559);  e 
trentun' anni  dopo  quel  possesso  trapassava  alla  famiglia  Avvocati, 
per  testamento  del  sacerdote  Filippo  Fissiraga  (7  luglio  1590)  ^ 

A  mezzo  del  secolo  XVII  poteva  casa  Trivulzia  considerare  il 
suo  dominio  quale  un  piccolo  stato.  Con  dispaccio  patente,  dalla 
reggia  di  Madrid,  Filippo  IV  per  favorire  il  cardinale  Teodoro 
Trivulzio,  univa  al  feudo  di  Codogno  le  terre  di  Sigola,  Rove- 
daro, Biraga,  Terranova,  Sant'Alberto,  Cassina  de'  Passerini, 
San  Giacomo,  Mulazzana,  Cucca,  Catterà  con  Maiocca  e  Regina 
Fittarezza  (21  dicembre  1642)^.  Della  locupletata  dominazione 
ben  si  sarà  felicitato  l' eminentissimo  ;  eppure  da  essa  male 
incolse  alla  discendenza  sua;  perocché  —  venuta  l'ora  del  ri- 
scatto giuridicamente  promosso  e  romanamente  voluto  dai  co- 
dognesi  —  il  borgo  si  sfeudava  e  colla  giurisdizione  di  esso 
la  vedova  di  Antonio  Teodoro  perdeva,  senza  più  mezzo  di 
ricupero,  pur  quella  dei  luoghi  per  liberalità  del  monarca  an- 
nessi a  Codogno,  e  quindi  appresi  dalla  camera  ducale. 

La  scomparsa  di  Antonio  Trivulzio  (26  luglio  1678),  antico 
simbolo  di  signore  feudale,  apriva  quella  che  potè  esser  chia- 
mata la  gran  fiera  delle  signorie  possessorie  fra  noi.  Fu  tutto 
un  rimescolio  di  nuovi  elementi  sociali  attratti  verso  i  primitivi  ; 
chè  le  fortune  economiche,  venutesi  a  grado  a  grado  costituendo 
al  di  fuori  e  al  di  sotto  delle  precedenti  patrizie,  sentiron  giunta 
la  propria  ora.  E  sagacemente  ne  profittarono,  e  si  affrettarono 
nello  affidare  al  suolo  il  graduale  rassodamento  delle  singole 
•Stirpi. 


56 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Così  incomincia  la  sfilata  dei  vulgares,  che,  a  lor  volta,  si  avviano 
in  gran  maggioranza  a  futuri  noòiles]  eccezion  fatta,  per  altro 
di  coloro  i  quali,  se  eran  giovati  da  questo  sorgere  d' una  società 
nuova,  avevano  però,  e  meritamente,  appartenuto  ai  fastigi  delle 
vecchie  classificazioni.  Cosi,  se  splendevano  tuttavia  non  pochi 
dei  dorati  ed  autentici  blasoni  di  un  dì,  già  improvvisati  aral- 
disti  affannosamente  tormentavano  storie,  e  stemperavano  colori,, 
ed  i  versifabri  genetliaci  coartavano  mitologie  ed  etimologie  ^ 
ad  onore  e  gloria  dei  loro  novelli  ed  illustrissimi  patroni. 

Tra  i  primi  accorrenti  al  clangore  del  tubicinio  banditorio 
pei  beni  già  appartenenti  ai  Trivulzi,  furono  i  Landriani,  illustri 
cittadini  milanesi,  celebri  fino  dai  tempi  della  republica  ambro- 
siana. Ludovica  Landriani,  sposa  di  Giovanni  del  Rio,  lasciava 
Rovedaro  all'unica  figlia  Camilla,  che  lo  recava  in  dote  con 
altri  beni  allo  sposo  suo,  il  questore  delle  rendite  ordinarie 
Nicolò  Imbonati  (22  settembre  1684). 

La  storica  casata  degli  Imbonati,  celebri  banchieri  lombardi,, 
vide  simultaneamente  fiorire  due  rami,  il  comasco  ed  il  mila- 
nese ;  e  questo  ramo  fu  illustrato  anche  dal  conte 
Giuseppe,  letterato  esimio  ed  academico  trasfor- 
mato, caro  al  Parini  e  padre  di  Carlo,  la  morte 
del  quale  inspirò  le  prime  armonie  alla  musa  di 
Alessandro  Manzoni. 

Cesare  Lambertenghi  —  di  inclita  famiglia  co- 
masca la  cui  nobiltà  fu  riconosciuta  dal  cardinale 
Ascanio  Maria  Sforza  (1495)  e  riaffermata  con 
decreti  imperiali  (1816  e  181 7): —  ebbe  Cassina  de'  Passerini  a 
rogito  di  Giuseppe  Benaglia  (16  aprile  1682),  ottenendone  l'ere- 
zione in  contea  (12  dicembre  1684);  ed  è  forse  il  fasciato  a  sei 
pezzi,  dal  capo  dell'impero,  lo  stemma  cui  non  potè  —  certo  a 
malincuore  —  decifrare  il  nostro  Lorenzo  Monti,  che  ne  inter- 
rogava ansiosamente  le  vestigia. 

Giovanni  Spino,  cavalier  bergamasco,  conseguì  da  re  Carlo  II 
il  feudo  di  Catterà  con  Maiocca,  a  rogito  di  Giuseppe  Benaglia 
(8  agosto  1686).  Gli  Spini,  originari  di  Albino,  venivan  di  pro- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


57 


genie  mercantesca  e  trafficatrice  di  panni.  Giovanni  siedette  in 
Bergamo  nel  civico  consiglio,  e  col  titolo  comitale  s'ebbe  l'arma 
parlante  :  spino  verde  a  fior  rosso  in  campo  d' argento. 

Il  feudo  di  Gattera  e  di  Maiocca  tornò  alla  camera  per  estin- 
zione della  famiglia  Spini,  e  fu  rimesso  all'  incanto,  alla  Ferrata 
di  piazza  dei  Mercanti  in  Milano  (19  gennaio  1741),  con  bando 
che  per  ciascun  fuoco  del  feudo  eran  state  esibite  cinquanta 
lire.  Don  Francesco  Bossi  di  Frustagno  cremonese  fu  l'aggiu- 
dicatario dell'asta,  e  prese  possesso  del  luogo  in  una  domenica. 

In  quel  giorno  solenne  si  elevò  sulla  piazza  di  Maiocca  un 
vasto  palco  trionfale,  su  cui  i  delegati  del  magistrato  milanese 
trasmisero  colle  ritualità  di  legge  il  possesso  feudale  al  novello 
signore.  Alla  consegna  tenne  dietro  la  prestazione  del  sacra- 
mentale giuramento;  furon  tocche  le  carte  dei  santi  evangeli, 
ed  il  buon  sire  allietò  i  sudditi  suoi  con  abbondante  distribu- 
zione di  pane,  vino  e  formaggio  affettato  (7  maggio  1741). 

Senza  dubbio  larghi  sorrisi  doveva  aver  avuti  dalla  fortuna 
il  cittadino  di  Firenze  Cosimo  Castiglione,  che  di  vecchia  pro- 
sapia —  la  quale  aveva  mutato  il  prisco  nome  di  Catellini  in 
quello  di  Castiglione,  per  la  signoria  sul  castellare  di  Cercina  — 
dai  luoghi  nativi  trasmigrò  nei  nostri,  investendo  le  avite  ric- 
chezze nel  comporsi  un  esteso  dominio  nella  bassa  Lombardia; 
là  dove  altri  ceppi  di  Castiglione  nel  Milanese  e  nel  Mantovano 
dividevano  coi  nuovi  venuti  l'omonimia  soltanto,  con  origine  e 
con  genesi  affatto  differenti. 

La  grandezza  ch'era  stata  in  messer  Alberto,  senatore  della 
republica  firentina  nel  secolo  XII  ;  quella  di  Lancia,  condottiero 
ghibellino,  poi  bandito  dalla  città  del  giglio  ;  e  quella  di  Stolto, 
parecchie  volte  priore  in  patria,  non  trovarono  degenere  il  po- 
stero Cosimo,  poiché  il  censo,  il  consiglio  e  la  cura  dei  publici 
negozi  lo  additarono  alla  civile  benemerenza.  Ed  a  ragione  può 
affermarsi  lieta  sorte  nostrana  quella  di  avere  a  lui  Carlo  II, 
re  di  Spagna,  concesso  il  diploma  (15  luglio  1682)  della  inve- 
stitura di  Cavacurta,  Biraga,  Terranova,  San  Giacomo,  San  Gia- 
comino e  Sant'Alberto,  estesa  ed  ubertosa  marca,  nella  quale 
materialmente  egli  fu  immesso  con  rogito  del  solito  notaro 
camerale  Benaglia  (8  gennaio  1684). 


.58 


CODOGNÒ  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Non  riescirebbe  certo  a  vantaggio  della  narrazione  la  esposi- 
zione minuziosa  degli  infiniti  .passaggi  di  proprietà  subiti  in 
•quel  periodo  ultimo  di  decadenza  feudale.  E  casali  e  terricciuole 
e  cascinaggi  mutavan  padrone,  quasi  diremmo,  ad  ogni  lustro. 
E  per  ciò  che  ci  compariscono  in  alcuno  dei  luoghi  già  del 
Castiglione  i  milanesi  marchesi  Stampa,  inclita  progenie  che 
vuoisi  venuta  di  Francia  con  un  Giovanni,  scudiero  d'uno  dei 
dodici  conti  di  Carlo  Magno,  e  divenuto  signore  del  brianzuolo 
castello  della  Stampa;  e  i  piacentini  Galli  al  Moraro  Giovane 
(1761)^;  ed  al  Moraro  Vecchio,  con  potestà  comune,  Antonio 
Gallio  Trivulzio  e  monsignor  Lorenzo  Trotti,  vescovo  di  Pavia 
{1678),  poi  i  Treccili. 

Sigola  fu  comperata  dal  nobile  Tomaso  Vaino,  della  cospicua 
famiglia  di  Casalmaggiore  (13  dicembre  1680);  ed  il  suo  suc- 
cessore Giulio  Cesare,  acquistato  pure  Mairago  (14  marzo  1703), 
ebbene  il  titolo  marchionale  (20  novembre)  confermato  da  pa- 
tente di  Francesco  I  (181 7). 

Il  medìoevale  Ronco,  che  assunse  il  nome  di  Regina  Fitta- 
rezza  quasi  per  simboleggiare  col  titolo  regale  la  vastità  e 
l'ubertosità  agricola,  era  acquistato  dal  marchese  Francesco 
Casnedi  (1680). 

Notizie  interessanti  ed  indiscutibili  ci  sono  offerte  dal  Gol- 
daniga  sulla  investitura  di  Reghinera  in  Carlo  Galli,  piacentino 
ed  oriundo  genovese,  essendo  il  minorità  cronista  contemporaneo 
all'avvenimento.  Il  Galli  fu  dichiarato  conte  e  feudatario  della 
villa  di  Reghinera,  pagando  pei  settanta  focolari  di  essa  cinque 
gigliati  per  ciascuno,  corrispondenti  a  cinquemila  duecento  set- 
tantacinque lire  milanesi  (20  settembre  1762).  Il  diligente  Gol- 
daniga  descrive  il  cerimoniale  del  giuramento  che  della  propria 
fede  prestarono  i  rusticani  del  luogo,  su  due  evangeli,  al  recente 
signore  (1765);  il  quale  a  tutti  largì  un'argentea  moneta  di 
trenta  soldi. 

Gli  Estensi  — ■  illustre  prognosi  italiana  i  cui  fasti  datano 
dal  X  secolo,  e  che  seppe  infeudare  per  sè  oltre  mezza  la  re- 
gione emiliana  —  al  principiare  del  secolo  XVIII  hanno  il 
•dominio  di  Corte  Sant'Andrea  e  d'altri  luoghi  finitimi  del  Pa- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


59 


^ese,  in  persona  del  marchese  Cariò  Filiberto,  generale  di 
cavalleria  spagnola  (1701).  Una  Estense  —  figlia  di  Carlo  Fi- 
liberto IV  dei  duchi  di  Modena,  che  non  ebbe  maschi  —  andando 
sposa  del  principe  Alberico  di  Belgioioso,  a  lui  recò  il  possesso 
di  Corte  Sant'Andrea;  ed  ancora  oggi,  all'entrata  dell'antico 
villaggio  posto  sull'estrema  riva  padana,  s'erge  un  arco  di 
pretensiosa  architettura  a  linee  severe,  ornato  degli  stemmi  di 
casa  d' Este  e  Belgioioso  da  un  lato  e  di  casa  Trivulzio  da  un 
altro  —  forse  per  legami  di  parentado  —  rammemorante  la  gra- 
titudine del  marito  «  alla  benemerita  e  incomparabile  coniuge  » 
Anna  Ricciarda  (1782). 

Dai  Barbiano  di  Belgioioso  —  che  beneficarono  la  Corte  gran- 
demente, fondandovi  altresì  l'ente  parochiale  —  passarono  quei 
possessi,  ancora  per  tradizione  dotale,  ai  Giulini  della  Porta  di 
Milano  ^• 

La  stirpe  dei  Lampugnani,  signora  di  Casalpusterlengo  (3 
giugno  1450),  perdurò  nel  feudo  fino  alla  morte  del  quarto 
Giovanni  Giorgio,  che  si  spense  quindicenne  (8  settembre  1665); 
ed  errano  i  cronografi  che  datano  la  morte  di  lui  ad  un  de- 
cennio prima. 

I  Lampugnani  furon  lieti  di  alleanze  domestiche  colle  più 
cospicue  casate  italiche,  ma  funestati  da  qualche  truce  figura 
dei  propri;  come  quel  Carlo,  bandito,  che  vedemmo  trascorrere 
a  mano  armata  lungo  la  via  Emilia,  a  danno  delle  persone  e  delle 
cose  altrui  (1608);  e  quel  Gian  Ambrogio,  con- 
dannato a  morte  (1654),  il  cui  retaggio  fu  staggito 
dal  fisco  che  lo  cedette  al  fratello  del  giustiziato. 
In  Casalpusterlengo  essi  cessero  luogo  ai  Castelli, 
altro  nobile  lignaggio  milanese. 

Al  marchese  Camillo  pervennero  in  investitura 
Casale  e  Vittadone,  a  rogito  di  Gian  Battista  An- 
toniano  (2  settembre  1666).  La  camera  dava  e 
cedeva  il  feudo  di  Casale  al  marchese,  a  favor  suo,  dei  figli 
suoi  e  discendenti  maschi  all'infinito,  e,  codesta  linea  masco- 
lina estinta,  pei  discendenti  di  Gian  Battista,  fratello  di  Camillo, 
al  prezzo  di  settantadue  lire  pei  singoli  focolari  —  il  cui  nu- 
mero era  di  quattrocento  trentanove  —  compresa  la  torre;  ag- 


6o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


giuntevi  però  duemila  quattrocento  lire  pel  dritto  di  trapasso- 
nei  figli  di  Gian  Battista,  ed  altri  compensi  pei  dazi  e  livelli. 

Il  nuovo  signore  a  compiere  la  presa  di  possesso  fu  suffragata 
dalla  presenza  del  questore  marchese  Visconte  (21  settembre 
1666).  A  singrafo  della  materialità  di  esso  gli  si  posero  tra 
mani  pietre,  erbe  e  foglie,  ed  egli,  gittatele  al  suolo,  camminò 
loro  da  presso,  cosi  riaffermando  al  conspetto  dei  presenti  il 
suo  diritto  alla  terra  ed  a  quanto  essa  produce.  L'anno  dopo 
la  comunità  casalese,  per  l'ingresso  del  marchese  Castelli,  re- 
staurava e  decorava  l'arco  già  eretto  in  onore  dei  Lampugnani, 
al  principio  di  via  Rivadersa. 

Poco  più  di  trent'anni  i  Castelli  tennero  Casale,  e  se  il  mar- 
chese Camillo  accrebbe  bellezza  e  decoro  al  palazzo  che  fu  dei 
Lampugnani,  non  giunsero  i  figli  suoi  Francesco  ed  Alessandro 
a  lungo  godimento,  perchè,  fieramente  tormentandoli  la  paterna 
eredità  gravata  di  passivi,  si  vollero  togliere  da  ogni  fastidio  e 
cedettero  il  feudo  al  principe  Antonio  Gallio  Trivulzio  e  ai  di- 
scendenti suoi  prima  maschi,  legittimi  e  naturali  all'infinito, 
poi  ai  discendenti  della  donna  prossimiore  in  parentela  al  po- 
stremo dei  maschi,  e  ciò  pel  valsente  di  cent' ottantun  mila  e 
duecento  trentadue  lire,  rogandone  il  notaro  Gaspare  Curioni 
di  Milano  (11  ottobre  1693). 

Morto  l'ultimo  Gallio  Trivulzio  (1767),  il  feudo  di  Casale 
ricadde  nelle  fauci  del  Cerbero  legale,  febbricitante  per  fame 
perenne;  e  se  non  fosse  intervenuta  la  prammatica  di  Giuseppe  II, 
che  spazzò  via  ogni  residuo  di  feudalità,  gli  abitanti  di  Casale 
avrebbero  forse  dovuto,  per  un  altro  decennio  almeno,  rinno- 
vare r  omaggio  medioevale,  cui  per  fortuna  comune  i  republicani 
di  Francia,  precipitati  in  Lombardia  (1796),  non  udiron  più 
nè  pur  ricordare. 

Possessori  di  territori  di  dubbia  frontiera,  circuiti  da  emuli 
turbolenti,  pure  seppero  i  Landi,  e  con  accorte  nozze  e  con 
sagacia  e  valor  personale,  consolidare  la  propria  potenza  ch'era 
vastissima. 

Da  Ubertino,  il  prominente  ghibellino  di  Piacenza,  discese 
pel   figliuolo   di   lui  Galvano,   marito  di  Elena  Malaspina  dei 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


6l 


marchesi  di  Mulazzo,  Barnabò,  che  dei  duchi  di  Milano  ottenne 
col  mero  e  misto  imperio  anche  r« assoluta  potestà  di  far  sangue» 
in  parecchie  castella,  tra  cui  Guardamiglio ,  le  Contesse  e  le 
Caselle.  Da  lui,  Manfredo,  ben  voluto  da  Giovanni  re  di  Boemia, 
e  padre  di  Galvano  e  di  Manfredo,  capitano  visconteo  ed  a  sua 
volta  padre  di  un  altro  Manfredo,  postumo. 

Questi  fu  cavaliero  celebrato,  ospite  nel  proprio  palazzo  dei 
duchi  di  Milano  e  dei  re  di  Francia.  I  figli  di  lui  —  avuti  da 
Margherita  Anguissola,  poi  da  Antonia  Maria  del  Fiesco  di 
Lavagna  —  furono  Corrado,  Pompeo  e  Federico,  militi  ardimen- 
tosi, i  quali  divisero  i  loro  stati  alla  presenza  di  otto  maggio- 
renti piacentini  (3  giugno  1491). 

Guardamiglio,  Canneta,  la  Bonissima  e  le  Contesse  toccarono 
a  Corrado  con  altri  pregievoli  possessi  ;  e  da  lui  per  Alessandro, 
Giovanni  Maria,  Alessandro,  Camillo,  Ippolito  Carlo  cavaliere 
di  Malta  ed  Alessandro  ecclesiastico,  si  continuò  la  progenie 
landiana  sopra  i  feudi  cispadani. 

Le  Caselle,  toccate  a  Pompeo,  passarono  al  figlio  di  lui  Man- 
fredo, e  da  questi  alla  figliuola  sua  Giulia,  la  quale  andò  sposa 
al  cugino  Agostino,  figliuolo  di  Federico,  e  fu  madre  di  Nicolò 
e  di  Cristoforo.  Fu  al  secondogenito  di  questi  che  si  conservò 
il  dominio  delle  vecchie  Caselle. 

Claudio  Laudi,  il  cui  dominio  si  stendeva  giù  per  la  sinistra 
del  Po  su  Torre  di  Chiavenna,  sulla  Bonissima  e  sui  dritti  pi- 
scatori padani  e  lambrani,  con  efferata  violenza  aggravata  da 
prodizione,  aveva  fatto  assassinare  in  Parma  il  capitano  dei 
militi  farnesiani  Camillo  Anguissola  (i  gennaio  1578).  Non  restò 
impunito  quel  crimine;  fu  avviato  dall'auditor  penale  parmense 
il  giudizio,  e  Claudio  venne  condannato  nel  capo  e  nella  con- 
fisca dei  suoi  beni  e  diritti. 

Il  che  tornava  assai  opportuno  al  divisamento  del  duca  Ot- 
tavio Farnese;  il  quale,  dopo  chiamati  in  Piacenza  ad  educatori 
della  gioventù  i  padri  gesuiti  (1582),  dotò  il  loro  erigendo  col- 
legio convitto  di  alcuni  beni  e  privilegi  confiscati  all'omicida 
Laudi,  e  cioè  di  Torre  di  Chiavenna,  di  Bonissima  e  delle  fa- 
coltà di  pesca,  che  ancora  nel  1693  risultano,  tra  le  Caselle  e 


62 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


le  proprietà  della  mensa  episcopale  di  Cremona,  divise  fra  i 
gesuiti,  i  Landi  e  gli  Stanga. 

Della  Bonissima  resta  oggi,  ad  un  chilometro  soltanto  da 
Castelnuovo  Bocca  d'Adda,  un  umile  simulacro  :  è  un.  povero 
abituro  con  ristretto  cpltivo, ,  là  dove,  or  son  più  di  due  secoli^ 
il  fondo  omonimo,  ^^popolato  da  parecchie  masserie,  compren- 
deva oltre  dieci  mila  pertiche  di  suolo  fruttifero,  in  mezzo  al 
quale  si  era  erettq  un  oratorio  dedicato  a  santa  Maria  Madda- 
lena de'  Pazzi  (1667). 

Per  la  nota  immane  deviazione  del  Po  in  quell'ampio  tratto 
del  suo  percorso,  Torre  di  Chiavenna  e  la  maggior  parte  della 
Bonissima  emigrarono  sulla  destra  del  fiume. 

Appartenevano  tuttavia  all'  albo  domestico  della  gente  Scota 
di  Fombio  le  tradizioni  del  secondo  Paride,  compagno  d'arme 
di  Gastone  di  Foix  ed  elogiato  dal  Guicciardini  per  la  sua  di- 
fesa del  ponte  di  Ravenna;  di  Galeazzo,  prode  capitano  di 
Francia  nelle  guerre  fiamminghe;  di  Alberto,  caduto  a  Fama- 
gosta  sotto  la  scimitarra  musulmana;  del  terzo  Paride,  l'audace 
sfidatore  del  marchese  di  Pescara,  e  di  parecchi  altri  incliti 
personaggi,  che  soltanto  della  guerra  avevan  vissuto. 

Ma  la  prosapia  sentiva  le  nuove  energie  dei  tempi  mutati, 
e  se  l'altera  fierezza  dell'antico  Adamo  tuttora  e  non  raramente 
rifioriva,  non  più  sui  campi  pugnaci,  ma  nelle  peripezie  delle 
agricolture  e  delle  industrie  affini  rinveniva  forma  e  figura. 

Così  il  nostro  fido  Goldaniga  narra  come,  al  finire  del  se- 
colo XVII,  gli  uomini  di  Fombio,  condotti  dai  loro  signori, 
spezzavano  armata  mano  la  grande  paratoia  del  Brembiolo  alle 
Monticchie,  per  impedire  che  le  copiose  acque  del  fiumicello 
irrigassero  i  territori  di  San  Rocco,  di  Mezzana  e  vicinia.  La 
vertenza  non  era  di  fresca  data;  e,  come  tutte  le  questioni  irri- 
gatorie, anche  quella  tra  gli  Scoti  ,  ed  i  contermini  di  Fombio 
aveva  deposto  copioso  sedimento  di  rancori.  Se  non  che,  alla 
violenza  compiuta  colla  levata  del  Brembiolo,  i  danneggiati  non 
istetter  più  alle  mosse,  e  della  grave  avania  loro  inflitta  ricorsero 
al  comune  di  Codogno. 

Non  frapposero  indugio  i  civici  magistrati  fra  il  consiglio  e 
l'opera,  ed  un  bel  mattino  di  martedì  fu  proclamato  il  banda 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


ai  «  pia<?^ntini  »  ,  con  sonito  di  tube  e  col  tocco  della  campana 
di  giustizia  (6  ottobre  1682).  Se,  per  altro  —  a  detta  del  Gol- 
daniga  —  si  voleva  essere  ossequenti  alle  disposizioni  della  an- 
tica investitura  fombiese  negli  Scoti,  era  d'uopo  convenire  che 
costoro  avevano  in  parte  diritto  all'uso  delle  acque  contese  pel 
mulino  del  luogo;  e  questa  servitù  apparente  è  pur  rilevata 
dalla  mappa  del  Bolzoni  (1588),  la  quale  segna  la  strada  che, 
appena  a  levante  del  Brembiolo,  lo  seguiva  parallela  fino  alla 
Mirandola,  in  parte  posta,  sul  Piacentino. 

Si  finì  pacificamente  ogni  cosa  fra  i  liticanti,  per  transazione 
a  rogito  di,  Paolo  Ferrari;  e  siccome  il  diritto  della  comunità 
di  Codogno  proveniva  dalla  proprietà  del  Bosco,  donato  ai  po- 
veri del  luogo  dal  vescovo  Castello,  la  comunità  stessa  conce- 
dette l'uso  delie  acque  di  cui  era  proprietaria,  mediante  il 
corrispettivo  di  alcune  libre  di  cera  lavorata,  da  consegnarsi 
ogni  anno  nel  dì  del  Corpus  Doiniìii  (7  marzo  1684)^. 

.   '  ■■ 

Per  compiere  la  prospettiva  dei  feudatari  dell'  ultimo  periodo,, 
registriamo  la  famiglia  curiale  piacentina  dei  Nicelli,  che  si 
asside  in  Guardamiglio ,  elevato  per  essa  a  contea. 

I  Nicelli  provenivano  dalla  valle  del  Nure,  di  cui  eran  stati 
nei  secoli  bui  dell'età  di  mezzo  formidabili  e  tremendi  mag- 
giorenti, ed  or  carnefici  ed  or  vittime  degli  emuli  Gamia.  Inur- 
batisi in  Piacenza,  di  padre  in  figlio  riserbati  ai  destini  luminosi 
che  allora  ottenevano  le  toghe,  aumentarono  di  nome  e  di 
potenza,  s'appressarono  alla  corte,  e  con  tanto  zelo  e  discerni- 
mento servirono  alla  ducea  farnesiana,  che  i  discendenti  di 
Paolo  III  vollero  trovar  mezzo  di  compensare  adeguatamente  la 
lunga  fedeltà  di  quegli  intelligenti  loro  devoti.  Disponeva  la 
camera  ducale  del  feudo  di  Guardamiglio  e  del  suo  territorio, 
e,  per  volontà  di  Ranuzio  II,  ne  investiva  Giovanni  Nicelli 
—  di  cui  fu  padre  lo  stimato  giurisperito  Marco  Antonio  —  per 
rogito  di  Ottavio  Mallarufiìa  (22  settembre  168 1). 

II  perito  Alessio  Cremonesi  determinò  il  prezzo  d'acquisto 
in  cento  lire  imperiali,  stimando  i  duecento  quarantun  focolari 
registrati  nel  luogo  a  dodici  ducatoni  ciascuno,  e  cioè  la  somma 
di  lire  trentasei  mila  e  cento  cinquanta,  compresi  pure  i  fuochi 
di  Valloria.  Computando  altre  somme  pel  compenso  a  diritti 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


accessori,  non  che  il  corrispettivo  pel  titolo  comitale  conferito 
dal  duca  al  Nicelli,  questi  si  riconobbe  debitore  del  publico 
erario  di  lire  centomila,  delle  quali  sessantasei  sborsò  immedia- 
tamente e  le  residue  suddivise  in  una  quota  annua  di  lire  seimila. 

La  contea  comprendeva,  come  di  ragione,  l'usato  imperio 
mero  e  misto,  la  potestà  di  gladio  e  di  ospizio  in  luogo. 

A  parole  anche  tabellionari  era,  pertanto,  munificente  nelle 
concessioni  il  grasso  Farnese;  ma  —  delle  cose  conoscitore 
esperto  e  sfruttatore  immanchevole  —  egli  tratteneva  per  sè 
perfino  i  dubbiosi  introiti  dell'  indomani.  Per  questo  aveva  voluto 
serbare  a  sè  molti  dazi  e  l'esistenza  di  tasse  speciali,  sia  ordi- 
narie sia  straordinarie,  su  quel  di  Guardamiglio ;  prova  incon- 
cussa che  in  tutti  i  tempi  e  sotto  tutte  le  bandiere  l'unghia 
del  fisco  è  sempre  quella  della  lupa  dantesca. 


Nel  lungo  e  calmo  succedersi  di  queste  pagine  storiche  ab- 
biamo distintamente  delineato  all'occhio  ed  alla  mente  dei  leg- 
gitori come  fra  noi  il  diro  feudalismo  d'altri  secoli  erasi  venuto 
mansuefacendo,  all'evo  della  violenza  surrogandosi  la  attività 
laboriosa  del  campo,  proficua  e  pei  signori  e  pei  subbietti. 
La  rivoluzione  —  il  cui  lampo  splendeva  sulle  baionette  dei 
«figli  della  patria»  —  disperdeva  qui,  come  altrove,  anche  le 
rimembranze  delle  oppressioni  feudali. 

D'altronde  i  fati  erano  ineluttabili,  e  già  cadevano  a  pezzo 
a  pezzo  —  come  le  torri  smantellate  ed  i  plinti  coperti  d'edera 
dei  vecchi  edifici,  costrutti  con  disegno  affatto  guerresco  ed 
oligarchico  —  gli  istituti  di  un  passato  irredituro;  chè,  per  an- 
titesi fatale,  a  quella  meta  era  già  gagliardamente  diretto  il 
cesarismo  giuseppino,  sommettente  col  pensiero  di  Kaunitz  tutto 
€  tutti  alla  sovranità  di  un  solo,  ma  demolendo  così  senza  mi- 
sericordia qualsiasi  intermedia  tirannide. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


65 


NOTE  AL  CAPO  XXXIX. 

*  Archivio  dell'  ospitale  Maggiore  di  Lodi. 
^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

*  Il  Moraro  Giovane  era  stato  staccato  dal  comune  di  Maleo,  fatto 
autonomo  con  Baldoni,  Gerola  e  Ronchi,  dal  cardinal  Trivulzio,  e  com- 
pensato con  seimila  lire  (3  dicembre  1637).  Il  conte  Luigi  Galli  rivendeva 
al  marchese  Gian  Giacomo  Trivulzio  il  latifondo  di  Moraro  (28  aprile  1809). 

*  Dai  Giulini  della  Porta  le  proprietà  di  Corte  Sant'  Andrea  passarono 
per  acquisto  ai  Negroni  di  Lodi  (ottobre  187 1). 

^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 


Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  //. 


33 


CAPO  XL. 


La  controriforma  religiosa  —  I  costumi  del  clero  —  La  parochia  di  Codogno 
—  Le  sue  dignità  —  Fiere  contese  ecclesiastiche. 


FUGGE  all'obbligo  nostro  l'esame  filosofico  di  quel- 
l'evento ch'ebbe  nome  di  riforma  religiosa.  L'opera 
di  Martin  Lutero  andrebbe  considerata  con  criteri 
ben  più  alti  e  più  profondi  di  quelli  che  ne  con- 


cede l'ambito  circoscritto  delle  nostre  investigazioni. 

Ciò  nulla  meno,  ci  è  forza  toccarne,  da  che  fra  noi  primissima 
delle  conseguenze  di  quella  rivoluzione  religiosa  fu  la  reazione  da 
alcuni  chiamata  cattolica  ma  che,  ci  sembra,  più  esattamente  do- 
vrebbesi  dire  papista;  gagliardo  coefficiente  a  rinnovare  l'aspetto 
della  società,  mentre  e  re  e  imperatori,  con  insospettato  vigore, 
già  preparavano  i  formidabili  colpi  al  feudalismo,  convinti  po- 
tersi costituire  più  omogenea  e  salda  la  potenza  politica  dello 
stato,  sui  ruderi  dispersi  delle  rocche  e  dei  castelli. 

Nello  immenso  e  gioioso  clamore  dell'arti  e  delle  lettere  su- 
peresaltate  in  Italia  da  quel  ciclo  di  grandi  pontefici  dei  quali 
fu  il  decimo  Leone,  non  giungeva  in  tutta  la  sua  triste  disar- 
monia il  grido  degli  insorti  spiriti  alemanni  ;  o,  se  per  avventura 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


67 


si  udivano  di  tanto  in  tanto  gli  echi  del  tuono  minaccioso,  più 
che  le  preoccupazioni  di  religione  eran  le  politiche  quelle  che 
ne  chiamavano  a  raccolta  le  imponenti  ostilità. 

Clemente  VII,  come  il  biblico  Eli,  facevasi  reggere  dai  car- 
dinali le  supplici  braccia  elevate  al  cielo,  perchè  sterminasse 
r  agostiniano  frate  ribelle  ;  ma  colui  che  efficacemente  muo- 
veva alla  distruzione  dei  principi  giurati  nel  patto  di  fede,  era 
Carlo  V.  Dal  congresso  di  Bologna  in  poi  il  cupo  imperatore 
rivolgeva  meditabondo  tra  sè  le  memorie  trionfali  di  Carlo  Magno; 
e,  pur  sapendosi  così  differente  e  così  minore  del  chiomato  sire 
d' Aquisgrana,  sentiva  più  che  non  intendesse  come  anche  nei 
suoi  dì  il  fato  stringeva  la  chiesa  e  l' impero  nel  medesimo 
amplesso.  Al  capo  dei  cattolici  s'imponeva  schiacciare  l'aspide 
dell'eresia,  suscitatrice  d'un  terribile  incendio  fra  l'Elba  e  il 
Danubio,  e  far  sì  che  le  «  porte  dell'inferno  »  non  prevalessero 
sulla  catedra  di  Pietro;  al  reggitore  dello  impero,  «giunta  la  spada 
col  pastorale  » ,  si  imponeva  il  pronto  domare  di  popoli  e  di 
principi  che,  precinti  dall'egida  della  confessione  di  Augusta, 
accampavano  in  nome  della  indipendenza  e  della  libertà  contro 
la  sovranità  indiscutibile  del  sacro  romano  impero. 

La  molle  resistenza  dei  pontefici  vissuti  nel  principio  del  se- 
colo d'oro  doveva  necessariamente  scomparire;  ed  allor  che, 
dopo  Clemente  VII,  cinse  il  triregno  il  romano  Alessandro 
Farnese,  Paolo  III  (1534-1549),  il  suo  sfrenato  nepotismo  non 
fece  tacere  in  lui  i  timori  per  lo  sviluppo  crescente  dell'eresia. 
Egli  salutò  come  duplice  fortuna  la  convocazione  del  concilio 
tridentino  (1537),  la  cui  opera  fu  specialmente  diretta  al  rifaci- 
mento disciplinare  della  chiesa,  e  la  istituzióne  della  compagnia 
di  Gesù,  prodotto  consentaneo  all'età  (1540),  come  a  raffaccio 
degli  altri  ordini  monastici,  scaduti  per  propria  colpa  nell'esti- 
mazione delle  genti. 

Giulio  III  (1550)»  Paolo  IV  (1555),  Pio  IV  (1559)  segnarono 
bensì  una  larga  orma  sulla  strada  della  reazione  clerocra- 
tica,  in  faccia  ai  roghi  fiamminghi  ed  agli  auto  da  fè\  Pio  V 
(1566),  papa  politico  e  poi  santificato,  adornò  bensì  le  sacre 
chiavi  del  lauro  vittorioso  a  Lepanto,  dove  i  principi  cristiani 
fiaccavano  gli  stendardi  di  Maometto,  minaccianti  di  dilagare 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


per  Europa  tutta;  Sisto  V  (1585)  fu  pure  un  autòcrate  fiero, 
quantunque  a  volte  ammorbidito  dalle  carezze  dell'arte.  Ma 
toccava  a  Clemente  Vili,  Ippolito  Aldobrandini  di  Siena  (1592- 
1605),  la  ripresa  del  combattimento  senza  tregua  e  senza  pietà 
contro  la  riforma,  opponendo  ad  essa  quella  della  regola  ec~ 
clesiastica. 

Egli  ruppe  le  more;  e,  pur  moltiplicando  i  suoi  colpi  contra 
il  lontano  protestantismo  —  di  cui  in  Italia  focolare  assiduo  ma 
poco  efficace  era  Ferrara,  che  egli  per  la  morte  del  duca 
Alfonso  II  (1597)  ridusse  in  potere  della  sede  apostolica  —  si 
guardò  da  presso,  riassunse  coli' occhio  atterrito  e  col  cuore 
sanguinante  la  spaventosa  visione  della  corruttela  inquinante  il 
grande  esercito  del  suo  clero;  e,  senza  esitazioni  come  senza 
rimpianti,  si  accinse  a  bruciare  coi  più  eroici  cauteri  spirituali 
e  temporali  il  fetido  cancro  che  saliva  per  le  membra  al  corpo- 
ecclesiastico. 

La  iniziativa  papale  non  poteva  rinvenire  materia  più  propi— 
ziantemente  subbietta  che  la  terra  di  Lombardia,  pel  gagliardo 
sviluppo  della  sementa  reattiva,  indotta  nei  pingui  solchi  milanesi 
da  Roma.  Vero  è  che  da  prima  Giovanni  Angelo  Arcimboldi 
(1550-1555),  divinando  tempi  migliori,  aveva,  colla  fondazione 
delle  scuole  che  da  lui  presero  il  nome,  data  prova  che  la  chiesa. 
d'Ambrogio  considerava  il  publico  insegnamento  come  uno  dei 
suoi  precipui  mandati;  ma,  subito  dopo,  da  questo  sentiero  che 
conduce  ad  una  nuova  e  miglior  forma  civile  per  l'avvenire, 
ritraggono  il  piede  Carlo  e  Federico  Borromei,  quasi  esclusiva- 
mente asceti,  e  pei  quali  la  chiesa  ambrosiana  finisce  per  essere 
battuta  in  breccia  dalla  assorbitrice  romana. 

Non  è  però  a  credersi  che  l' arcidiocesi  milanese  sia  disci- 
plinata più  del  vicariato  pontificio  del  Tevere.  Infatti,  gli  arci- 
vescovi debbono  combattere  corpo  a  corpo  contro  la  corruzione 
dei  propri  subbietti  spirituali,  e  l' Arcimboldi  —  sebbene  figlio 
naturale  ed  a  sua  volta  padre  di  illegittimi  —  si  rende  famoso 
publicando  le  costituzioni  riformatrici  del  clero:  gli  vieta  mu- 
stacchi, spada,  pluralità  di  messe  quotidiane,  ballo,  concubi- 
naggio tanto  con  laiche  quanto  con  religiose;  obbliga  i  chierici 
a  dimorare  a  determinate  distanze  dai  ricettacoli  delle  suore^ 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


69 


Ed  i  due  Borromei  procedono  oltre  nella  reprimenda;  e,  quando 
Carlo  s'avvede  che  non  basta  la  sua  istituzione  degli  oblati  per 
sanare  la  lebbra  insinuatasi  fra  i  ministri  del  santuario,  allora 
fa  pesare  la  mano  ferrea  con  punizioni  soventi  esagerate:  pri- 
gioni, catene,  publica  amenda,  fame  di  penitenza  e,  sopra  tutto, 
taglie  e  balzelli  personali. 

Da  quel  dì  può  dirsi  che  si  ha  uno  spaventoso  codice  penale 
-ecclesiastico,  così  che  uno  storico  milanese  è  indotto  a  scrivere 
che,  se  al  tempo  degli  Sforza  i  conventi  potevan  considerarsi 
geniali  e  perfin  libertini  convegni,  questi  diventaron  vere  geenne 
di  vivi  allor  che  la  intolleranza  di  Spagna  pervenne  a  creare 
qui  pure  i  fasti  cruenti  del  santo  ufizio.  Perocché  è  bene  ricor- 
dare che  il  tetro  governo  madrileno  —  cogli  esercizi  pii  ordinati 
in  remissione  dell'ira  celeste  addensata  sulla  penisola  iberica  dagli 
arabi  ancor  dispersi  nei  reami  uniti,  dagli  ebrei  e  dagli  eretici 
nuovi  resistenti  alle  esortazioni  ed  agli  spaventi  dell'inferno  — 
chiedeva  al  re  e  roghi  e  tormenti;  e  Filippo  II,  circondato  dai  più 
reputati  canonisti,  dai  più  celebrati  teologi,  colla  fronte  mar- 
morea, colle  labra  smorte,  e  colla  voce  sepolcrale  intimava  si 
■estirpasse  la  eterodossia,  a  costo  di  sconvolgere  l' universo. 

Ma  le  funebri  arche  dell'  Escurial  già  eran  calate,  costringendo 
in  breve  urna  la  formidabile  figura  del  re  spigolistro  ;  e,  come 
nel  resto,  così  egli  non  era  riescito  nè  meno  nel  divisamento 
di  sceverare  coli' ausilio  del  suo  potere  terreno  il  lollio  copioso 
dal  poco  grano  onde  allietavansi  i  solchi  destinati  ai  ministri 
del  Signore.  A  non  parlare  della  autorità  ecclesiastica,  gelosis- 
sima de'  suoi  privilegi  —  tra  i  quali  funesto  quello  dell'immu- 
nità e  dei  dritti  d'asilo,  coi  relativi  canoni  di  diritto  sottraenti 
al  foro  criminale  i  delinquenti  —  basti  per  noi  uno  sguardo 
solo,  e  non  oltrepassante  le  terre  prossimiori. 

Al  capo  XXXV  narrammo  le  flagiziose  prodezze  di  alcuni 
monastici,  quali  il  Landriani  di  S.  Stefano  al  Corno  (1643), 
il  Laudi  ed  il  Repazzoli  dell' Ospitaletto  (1679);  e  già,  ricor- 
dando il  bandito  Carlo  Lampugnano  e  tutte  le  cruente  infamie 
sue,  accennammo  all'eremo  agostiniano  di  S.  Zeno,  presso  Ca- 
sale, d'onde  egli,  come  da  sicuro  baluardo,  compiva  le  sue 
nefandità.  A  complice  di  esse  aveva  frate  Nicola  Predabisso, 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


sozio  in  tutto  condegno  del  cavaliero  dissoluto  ed  assassino,  e 
denunciato  coraggiosamente  alla  curia  vescovile  da  Antonio  Pila, 
povero  popolano,  che  pur  non  poteva  frenare  la  propria  indi- 
gnazione al  cospetto  di  così  tanta  nequizia  (luglio  1608). 

Defendente  Lodi,  vicario  capitolare  della  nostra  diocesi  —  e 
pertanto  testimone  probativo  fuor  d'ogni  suspicione  —  in  omaggio 
alla  grida  di  non  tener  armi  nei  monasteri  dello  stato  di  Mi- 
lano (30  aprile  1624),  dà  licenza  al  cavaliere  e  compagni  del 
potestà  laudense  perchè  «  andando  essi  di  notte  per  la  città,  e 
ritrovando  qualche  chierico,  o  prej:e  o  frate,  con  arme  travestiti, 
ovvero  in  luoghi  publici  o  proibiti  et  betole  o  hosterie  o  com- 
pagnia disonesta  »  se  ne  impadroniscano  e  li  conducano  alle 
prigioni  (11  luglio  1625). 

Meno  di  dieci  anni  dopo  il  vescovo  Clemente  Gera  sente  la 
necessità  di  richiamare  le  monache  all'  osservanza  della  clausura,, 
da  esse  gravemente  offesa,  tanto  che  accolgono  nei  chiostri 
gente  mascherata  (22  febbraio  1634),  e  di  vietare  al  clero  dio- 
cesano secolare  di  tenere  in  casa  armi  proibite  (8  ottobre  1634). 

*      .  . 

Lungo  tutto  il  secolo  XVII  e  il  successivo  si  seguono  frequenti 
e  si  rassomigliano  i  moniti  vescovili,  le  ordinanze  civili  e  perfino 
gli  editti  sovrani  per  tornare  e  preti  e  frati  e  monache  alla 
morigeratezza  antica;  ma  se  i  superiori  rimbrottano  e  minac- 
ciano, gl'inferiori  seguitano  ad  adoperare  di  continuo  nel  loro 
ambio  pericoloso.  Ora  sono  preti  della  diocesi  i  quali,  massa- 
crando più  che  celebrando  la  messa  ed  in  vesti  semiprofane  ,^ 
provocano  una  fiera  filippica  del  provicario  Alessandro  Codecasa 
(27  settembre  1664);  ora  sono  preti  pervicaci,  disobbedienti 
agli  editti  del  vicario  Francesco  Fagioli,  il  quale  li  minaccia 
di  severissime  pene  se  non  si  risolvono  a  star  lontani  dalle 
spose  di  Cristo  (15  ottobre  1672);  e,  siccome  la  parola  del 
prelato  lodigiano  pare  sia  caduta  nella  polvere,  così  s'avanza 
in  persona  re  Carlo  II,  che  invita  l'ordinario  ad  impedire  con 
ogni  mezzo  il  prolungarsi  di  tanto  e  tanto  scandalose  conver- 
sazioni (13  gennaio  1682). 

Ed  ecco  un  sacerdote  —  lo  storico  Anselmo  Robba  ^  —  rac- 
contare come  alcuni  soldati  di  Spagna,  in  maschera,  fecero 
nella  chiesa  del  convento  lodigiano  di  S.  Marta  publico  festino^ 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


71 


danzandovi  la  mattacinata,  finita  la  quale  1'  un  d'  essi,  salito  sulla 
predella  dell'altare,  tali  baldorie  e  sconcie  protervie  vi  com- 
mise, e  in  presenza  delle  suore,  che  subito  dopo  il  chiostro  venne 
soppresso  (1685). 

E  la  cancrena  si  va  sempre  più  allargando  ed  approfon- 
dendo; il  perchè,  ad  inasprimento  di  castigo,  i  vescovi,  oltre 
la  scomunica  ed  altre  pene  corporali,  minacciano  la  multa  in 
venti  scudi  d'oro  a  tutti  quegli  ecclesiastici  i  quali  convivano 
con  donne  giovani,  non  raggiungenti  l'età  sinodale  dei  qua- 
rant'anni,  e  le  quali  non  siano  consanguinee  dei  reverendi 
coabitatori  (1685). 

I  vescovi  Bartolomeo  Menatti,  Ortensio  Visconte  e  Carlo  Am- 
brogio Mezzabarba  sono  rigorosi  contro  gli  abusi  libertini  con- 
ventuali e  le  vanità  mondane  delle  religiose;  delle  quali  le 
orsoline  danzano  in  publico  in  una  loro  villa  propinqua  a  Lodi, 
la  Boccalera;  e  contro  di  esse  si  spunta  la  scomunica  episco- 
pale, chè  il  senato  di  Milano  le  difende  e  le  assolve. 

Benedicendo  alla  fortuna  di  una  cinta  crollata,  i  carmelitani, 
ritenuta  infranta  la  clausura,  fanno  larghissimi  inviti  di  cavalieri 
e  di  dame  al  loro  convento  di  S.  Marco  in  Lodi;  ma,  subito 
dopo,  invitati  ed  invitanti  debbon  farsi  prosciogliere  dalla  cen- 
sura incorsa. 

Indarno  monaci,  sacerdoti  e  vescovo  traggono  nel  collegio  di 
S.  Pietro,  a  porta  Stoppa,  per  cacciarne  coi  rituali  scongiuri 
gli  spiriti  maligni;  bisogna  affidare  l'incarico  all'arciprete  di 
Camairago  che  passa  come  invincibile  negli  esorcismi.  Se  non 
che  il  sopranaturale  sparisce  quando  si  sa  che  le  astute  educande 
ed  alcuni  galanti  uficiali  modenesi  di  presidio  a  Lodi  —  come 
nell'operetta  moderna  —  coli' artificio  delle  apparizioni  tenevano 
lontane  le  madri  maestre  (1756). 

Ma  perchè  dovremmo  qui  ritessere  tutte  le  fila  delle  tresche 
claustrali  e  dei  «  teneri  impegni  »  rammemorati  dal  Baretti, 
che  pur  volle  smentire  certi  scappucci  conventuali?^  Passino  essi 
velati  alle  calme  lontananze  della  storia,  e  limitiamoci  a  ricor- 
dare le  forzate  vestizioni  monastiche,  a  beneficio  delle  primo- 
genite, e  gli  esiziali  pregiudizi  infiltrati  nei  cuori  giovanetti 
contro  ogni  nobile  e  fiero  ideale  di  educazione  muliebre,  e  per 
cui  sermoneggiò  aspramente  Pietro  Verri  ^. 


72 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Gli  umori  letali,  trascorrenti  qua  e  là  per  la  milizia  ecclesia-  / 
stica  —  umana  ed  imperfetta  quanto  ogni  altra  —  non  potevano, 
però,  arrestare  la  sua  ascensione  ad  altissimi  fasti. 

Il  culto  cattolico  moltiplicava  i  templi;  nei  vecchi  chiostri 
corporazioni  monacali  moderne  sostituivano  le  prische;  infine, 
non  ci  fu  più  opera  d' ausilio,  di  soccorso,  di  mutualità,  la  quale 
non  si  fortificasse  di  una  confratria  e  non  facesse  sua  residenza 
una  chiesa  o  un  oratorio.  Era  finito  il  tempo  in  cui  la  casa  del 
popolo  non  aveva  altra  sicurezza  fuor  che  l'appoggio  al  nobile 
maniero  :  nel  senso  comune  delle  genti  s' era  venuta  a  grado  a 
grado  affermando  una  democrazia  pietista,  e  l'uomo  della  terra 
appellava  direttamente  a  Dio.  E,  siccome  la  fantasia  voleva  essere 
scossa,  e  il  secolo  offriva  un'arte  dalle  proporzioni  polifemiche 
—  nelle  quali  l' imponenza  doveva  sostituire  la  bellezza  —  ecco 
le  nuove  chiese  decorarsi  da  chi,  conquistato  dalle  perigliose  me- 
raviglie michelangiolesche,  voleva  ad  ogni  costo  «  dar  grandezza  » 
allo  stile;  e  in  quel  moto  di  riflesso,  non  d'ispirazione,  si  elevano 
le  pesantissime  facciate  dalle  linee  ondeggianti  e  tortuose,  con 
risalti  d'angeli  e  cartocci,  dalle  nicchie  profonde,  dai  santi 
teatralmente  impaludamentati  erti  sui  balaustri  ;  e  gli  interni 
spesseggianti  di  gigantesche  colonne  attorcigliate,  e  di  idropici 
arcangeli  soffianti  nelle  tube  e  coli' ali,  le  coscie  e  le  tibie  pen- 
zolanti, in  dissimetria  dai  ponderosi  cornicioni,  e  di  profeti  dal 
gesto  violento  con  braccia  taurine  e  barbe  inanellate  e  grandiose. 

Di  questa  mala  voga  artistica  qui  —  come  quasi  dovunque  — 
si  ebbero  prove  esiziali.  E,  poiché  la  vastità  e  la  maestosità 
soltanto  avrebbero  potuto  o  togliere  o  minorare  gli  inconve- 
nienti di  codesta  architettura  dalle  penne  di  bronzo,  noi  —  nella 
decorosa  modestia  delle  forze  nostrane,  ed  in  maggioranza  classe 
agricola  —  non  potemmo  elevare  verso  gli  astri  chiese  monu- 
mentali ;  ma  dovemmo  necessariamente  subire  il  fato  comune. 

Le  chiese  nostre  non  si  dilungano  dallo  stile  involuto,  inge- 
gnoso, e  pur  qualche  volta  estetico  del  seicento;  ma  in  esse 
l'errore  del  concetto  architettonico  dell'epoca  spicca  maggior- 
mente perchè  mancava  qui  la  potenzialità  dei  mezzi,  indispen- 
sabile a  giustificare  quelle  bizzarrie  di  esanime  fecondità  e  di 
intemperante  vigoria. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


73 


Tratti  a  parlare  avanti  tutto  delle  dignità  per  le  quali  la 
chiesa  di  Codogno  venne  di  mano  in  mano  assumendo  maggiore 
importanza  nella  età  nova,  questa  non  comune  caratteristica 
conviene  affermare  :  che  l' indole  di  collegiata  essa  trasse  diret- 
tamente dalle  tavole  di  fondazione,  per  virtù  di  pii  benefici 
instaurantila  ex  novo.  Nessun  rapporto,  quindi,  corre  tra  la 
collegiata  codognese  ed  una  qualsiasi  frateria  d'altri  dì;  e  la 
parochiale  entra  efficacemente  in  cura  d'anime,  ed  il  suo  isti- 
tuto è  prova  abbondevole  che  fino  da  allora  ed  al  governo  del 
feudo  ed  'a  quello  del  comune  tornava  gradita  soltanto  una 
chiesa  fondata  su  istituti  ed  opere  civili. 

Dell'influenza  diretta  che  a  sè  riconosceva  spettante  il  comune 
sulla  chiesa  principale,  è  altresì  prova  la  convenzione  tra  il  ret- 
tore Berinzago  e  la  comunità  (9  marzo  1607);  al  che  seguì  la 
•deliberazione  civica  per  la  costruzione  della  casa  parochiale  (14 
ottobre),  a  levante  della  chiesa,  dove  un  antico  cimitero  racco- 
glieva .le  salme  dei  borghigiani.  I  curati  abitavano  di  fronte  al 
castello,  nelle  case  ancor  oggi  di  proprietà  comunale  e  dette 
dei  curati,  le  quali  formano  l'angolo  di  piazza  Mercato  e  del 
vicolo  serpeggiante  dietro  il  campanile.  Nel  castello,  invece, 
anticamente  dimoravano  i  rettori,  i  quali  —  giusta  deduzioni  di 
chi  osservò  le  demolizioni  del  vecchio  edificio  —  accedevano  alla 
chiesa  a  mezzo  di  un  passaggio  sotterraneo  ;  primordiale  co- 
stume del  clero,  costume  che  in  parecchi  luoghi  permane,  come 
a  Milano,  a  Parma,  a  Firenze,  a  Pisa,  e  che  in  altri  risorge, 
come  a  Piacenza  ed  a  Napoli,  dove  le  catedrali  debbono  disgiun- 
gersi dall'adiacente  episcopio. 

L' impresa  della  nuova  fabbrica  della  casa  parochiale  toccò  al 
migliore  offerente,  ingegnere  Marco  Antonio  Barattieri,  padre 
di  Giovanni  Battista,  e  che  fu  anche  per  qualche  tempo  teso- 
riere del  comune  (161 1). 

Le  fortune  della  parochiale  furono  pure  in  massima  parte 
conseguenza  della  protezione  e  dell'affetto  che  v'ebbero  conti- 
nuamente i  signori  del  luogo,  dei  quali  si  può  dire  che  quasi 
tutte  le  generazioni   furono   distinte  con  porpore  o  mozzette. 


74 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Indi  aderenze  con  Roma,  ed  amicizie  di  potenti,  e  vantaggi 
materiali,  per  questo  mezzo  assicurati  alla  matrice  del  feudo. 
Urbano  Vili  —  come  cardinale  Maffeo  Barberini  già  ospite  gra- 
dito dei  Trivulzì  in  Codogno  (ottobre  163 1)  —  elevava  la  chiesa 
nostra  da  rettoria  a  prepositura  collegiale  (6  marzo  1633),  con 
viva  soddisfazione  della  comune;  la  quale  aveva  già  conferito 
cento  ducatoni  nelle  spese  per  la  spedizione  delle  bolle  oppor- 
tune (7  gennaio  1628).  Spettarono,  così,  al  proposto  la  cappa 
magna  e  il  rocchetto,  ed  i  canonici  —  che  già  erano  stati  isti- 
tuiti ed  investiti  solennemente  in  numero  di  otto,  presente  il 
vescovo  Seghizzi,  il  principe  Trivulzio  ed. altri  patroni  (6  ot- 
tobre 1624)  —  poterono  decorarsi  della  peregrina  pavonazza  e 
dell' almuzia,  formando  capitolo*. 

Il  pontefice  non  vuole  affidato  all' ordinario  laudense  l'incarico 
di  esecuzione  del  breve  onorifico;  imperocché  monsignor  Gera, 
vescovo  di  Lodi,  considera  come  un  attentato  alle  proprie  fa- 
coltà la  costituzione  in  Codogno  di  una  chiesa,  diremmo  quasi, 
semiepiscopale;  e  ciò  ha  pure  patentemente  dimostrato  col— 
l' indugio  frapposto  dal  suo  vicario  diocesano  di  obbedire  ai 
comandi  del  santo  padre,  allegando  tra  gli  altri  pretesti  anche 
quello  che  nè  meno  il  proposto  di  S.  Lorenzo  in  Lodi  ha  facoltà 
di  fregiarsi  di  quelle  onorevoli  insegne;  e  il  vescovo  non  tace; 
e  pervicacemente  insiste  nelle  opposizioni.  Ma  la  potenza  papale 

non  serra  porte 
A  giusta  voglia 

e  delega  l'ordinario  piacentino,  Alessandro  Scappi,  all'esecu- 
zione del  breve  (20  settembre  1634);  ed  i  Trivulzì  donano  ter- 
reni presso  Monte  Cucco,  per  dotare  nuovi  canonicati  nella 
novella  collegiata  (23  settembre);  e  monsignor  Scappi  si  con- 
duce solennemente  a  Codogno,  dove  impone  la  cappa  ad  Andrea 
Cornali,  rettore,  non  che  le  almuzie  e  le  berrette  ai  canonici 
e  prebendari  (2  giugno  1635). 

Pochi  anni  dopo  Innocenzo  X,  cedendo  alle  preghiere  vivis- 
sime del  cardinale  Trivulzio,  rilascia  un  breve  complementare 
dei  privilegi  già  concessi  alla  parochiale,  dando  facoltà  al  suo 
titolare  di  pontificare  per  alcune  solennità  nella  matrice,  con 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


75 


mitra,  pastorale  e  faldistorio  (8  febbraio  1645);  ed  il  suo  imme- 
diato successore,  Alessandro  VII,  ratifica  ed  amplia  le  concessioni. 

E  di  questo  tempo  il  munificentissimo  dono  che  i  Trivulzì 
fecero  alla  collegiata,  e  che  tuttodì  ne  è  forse  ancora  l'arredo 
più  prezioso:  l' ostensorio  di  corallo,  pervenuto  ai  signori  codo- 
gnesi  dalla  regina  d'Inghilterra  al  governatore  di  Milano,  car- 
dinale Gian  Giacomo  Teodoro,  per  mezzo  di  re  Filippo  IV  (1644). 
A  questo  dono  s' aggiunsero  quelli  sacri  del  corpo  di  sant'  Er- 
colano,  il  martire  soldato,  avuto  da  papa  Innocenzo;  e  le  reliquie 
di  san  Dionisio  martire  (2  ottobre  1644),  pervenute  da  Parigi, 
ed  aggiuntesi  al  pollice  di  san  Biagio  che  Filippo  Trivulzio 
aveva  inviato  da  Ragusi,  di  cui  egli  portava  l' infula  arcivesco- 
vile (1505),  e  dove  era  sepolto  il  martire  di  Sebaste. 

Ma  di  codesti  cimeli  venerati  non  è  chi  non  sappia  non  do- 
versi attendere  da  noi  lunga  discorsa;  tocca  piuttosto  a  noi, 
rifrustanti  nelle  tenebrie  del  passato,  accennare  al  brusco  e  non 
ancora  spiegato  ostacolo  nel  quale  si  urta  seguendo  il  progresso 
della  collegiata. 

Nel  1671,  secondo  alcuni,  o  l'anno  successivo  secondo  altri, 
si  ha  notizia  da  tutti  i  cronisti  nostri  che  la  dignità  colle- 
giale, così  solennemente  acquisita  alla  parochia,  fu  d' improvviso 
sospesa,  riversandosi  sopra  di  essa  interdetto  e  censura,  e  tra- 
sferendosi da  S.  Biagio  a  S.  Tomaso  il  fonte  del  battesimo. 

Al  silenzio  unanime  degli  annalisti  ci  è  giuocoforza  accom- 
pagnare il  nostro  su  questa  sospensione  di  dignità  non  solo 
collegiale  ma  anche  parochiale.  Le  induzioni  possibili  sono  pa- 
recchie, non  esclusa  quella  che,  venuto  meno  il  cardinal  Teodoro,^ 
strenuo  campione  dei  locali  privilegi  ecclesiastici,  ed  insistendo 
nelle  ostilità  il  vescovo  di  Lodi,  questi  per  un  momento  con- 
seguisse il  sospirato  intento. 

Ma  quella  diminuzione  risulta  tosto  irrita.  Il  proposto  Ga- 
spare Domenicani  —  nato  a  Codogno,  uomo  pieno  di  saggezza 
e  -  di  dottrina,  e  che  aveva  già  funto  il  ministero  di  vicario 
generale  di  Cosenza  —  si  addolorò  tanto  della  subita  iattura 
^  che,  dimesso  l'uficio,  poco  dopo  si  spense  per  crepacuore  (1673). 
Lo  sostituì  il  nepote  Giacinto,  uomo  pio  e  benefico,  il  quale 
recuperò  le  dignità  mal  tolte  da  papa  Clemente  XI,  ed  elevò 


76 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


la  parochiale  a  così  alto  grado,  che  nel  sesto  sinodo  lodìgiano 
(1689)  potè  presentare  a  quell'anagrafe  sacra,  sopra  seimila  e 
seicento  parochiani,  il  cospicuo  numero  di  quattordici  canonici 
e  quattro  cappellani  residenti  in  Codogno,  più  altre  cappellanie 
addette  agli  altari  della  chiesa  mitrata,  cinquantotto  sacerdoti. 


Gaspare  Domenicani  '\  Giacinto  Domenicani. 


quindici  confessori,  dodici  chierici,  e  varie  confraternite  cano- 
nicamente erette. 

Morto  il  paroco  Giacinto  Domenicani  (30  aprile  1694),  lo 
sostituì  Bartolomeo  Rota,  ingegnoso  cultore  delle  muse;  e,  lui 
pure  mancato  ai  vivi  (i  giugno  1728),  Benedetto  XIII  gli  fece 
succedere  Bernardino  Campi,  milanese. 

Era  il  Campi  amico  del  presule  lodigiano  Carlo  Ambrogio 
Mezzabarba  —  già  abate  commendatario  di  S.  Stefano  al  Corno, 
come  successore  del  cardinale  Ferdinando  d'Adda  —  perocché 
ancor  prima  della  croce  pettorale  monsignor  Mezzabarba  aveva 
avuto  quella  di  missionario,  e  nelle  remote  parti  della  Cina  e 
del  Giappone  era  stato  validamente  fiancheggiato  nelle  conquiste 
della  fede  dal  Campi. 

Si  credette  che  i  rapporti  di  colleganza  determinatisi  nelle 
tribù  mongoliche  fra  i  due  prelati,  per  la  nomina  dell'uno  ad 
ordinario  lodigiano  e  dell'altro  a  paroco  di  Codogno  avrebbero 
dovuto  accrescere,  ed  ognuno  propiziava  ad  un  mare  men  cru- 
dele per  le  vicende  gerarchiche  della  nostra  parochiale.  Malau- 
guratamente così  non  fu  :  chè  per  un  lungo  settennio  fra  il 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


77 


Mezzabarba  e  il  Campi  cosi  vive  si  accesero  ed  acerrime  per- 
durarono le  divergenze  sulla  interpretazione  dei  brevi  pontifici 
costituenti  i  privilegi  e  le  dignità  del  borgo,  che,  ad  escire  da 
una  penosissima  condizione,  don  Bernardino  dimise  l'uficio  pro- 
prio, ed  il  vescovo  obliterò  le  cerimonie  pontificali  in  S.  Biagio. 
Però  anche  allora  Roma  tributò  omaggio  al  suo  provvedimento 


consueto  «  amoveatur  ut  promoveatur  !  »  ;  e  Clemente  elesse  il 


Il  non  pacifico  retaggio  fu  raccolto  da  Giuseppe  Antonio 
Besozzi,  del  nobile  e  pio  lignaggio  milanese.  Profondo  in  diritto 
canonico  e  dottore  in  ambo  le  leggi,  cavaliere  dello  sperone 
d' oro,  egli  non  volle  tollerare  la  ingiusta  afflizione  della  propria 
chiesa;  e,  condottosi  in  Roma  ad  pedes,  così  seppe  sull'animo 
di  Benedetto  XIV,  uomo  d'alti  sensi,  che  questi  fece  ragione 
alle  dimande  dell'umile  proposto,  e  colla  bolla  «  Eterni  pa- 
storis  » ,  riassuntiva  delle  altre  dei  suoi  antecessori  Urbano  Vili, 
Innocenzo  X  ed  Alessandro  VII,  ripristinò  la  parochiale  di  Co- 
dogno  coir  addettavi  collegiata  in  tutti  i  privilegi  e  le  dignità 
(5  dicembre  1746)^,  che  gli  ordinari  di  Lodi  cosi  fieramente 
avevano  avversati  da  renderli  nulli 

Per  altro,  ostinandosi  nella  vecchia  impresa  di  voler  falcidiati 
gli  alti  papaveri  della  chiesa  di  Codogno,  fu  durante  la  cura 
del  proposto  Giuseppe  Antonio  Forni  da  Miradolo  —  già  paroco 
di  Comazzo  (presso  Panilo),  poi  arciprete  di  Maleo,  e  successo 


Bernardino  Campi. 


Giuseppe  Besozzi. 


78 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


al  Besozzi  (6  settembre  1769)  —  che  dal  vescovo  di  Lodi,  il 
barnabita  Salvatore  Andreani,  si  soppresse  nella  persona  del 
nostro  paroco  il  duplice  vicariato  foraneo  di  San  Fiorano  e  di 
Corno  Giovane,  da  oltre  un  secolo  a  lui  affidato. 

Morto  il  Forni  (24  aprile  1794)  ed  anche  il  suo  successore 
Pietro  Francesco  de  Micheli  —  eh'  ebbe  tragica  fine  nei  tempe- 


stosi giorni  in  cui  rumoreggiavano  violenti  e  temuti  nelle  nostre 
contrade  i  laceri  soldati  della  republica  —  la  parochiale  di  Co- 
dogno  doveva  subire  altre  traversie,  per  conseguenze  molto 
analoghe  a  quelle  subite  essendo  proposto  il  Campi. 


Fransi  tenuti  neh'  episcopio  gli  esami  di  concorso  alla  catedra 
parochiale  di  Codogno,  e  il  vescovo  conte  Giovanni  Antonio  della 
Beretta,  uniformandosi  —  come  sostengono  i  suoi  laudatori  — 
alla  sezione  XIV  De  reformis ,  capo  XVIII  del  concilio  triden- 
tino, che  gli  imponeva  di  scegliere  fra  i  candidati  il  più  degno, 
elesse  don  Felice  Zambellini,  proposto  di  Castelnuovo  Bocca 
d'Adda.  A  Codogno  —  dove  si  sentivano  tutt' altro  che  all' unis- 
sono  col  pastore  della  diocesi  le  preferenze  del  gregge  —  i  de-  - 
putati  della  comune  avevano  quasi  costretto  don  Pietro  Mola 
—  già  arciprete  di  Borghetto,  colto  e  zelante  professore  di  let- 
tere e  di  eloquenza  —  a  concorrere;  e,  naturalmente,  salutarono 
con  entusiasmo  la  legge  di  quell'anno  stesso  (13  vendemmiale, 
4  ottobre  1797),  per  la  quale  era  stata  trasferita  direttamente 
nel  popolo  la  facoltà  elettrice  dei  paroci  e  dei  coadiutori.  Così, 
€  non  certo  per  la  prima  volta,  trovaronsi  ostilmente  di  fronte 
r  autorità  civile  e  la  ecclesiastica. 


Giuseppe  Forni. 


Pietro  Mola. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


79 


Intanto  Pietro  Mola,  reputandosi  paroco  de  jure ,  entrava  in 
carica  senza  regolare  investitura  canonica,  pur  chiedendone  sa- 
natoria all'annuente  metropolita  milanese,  Filippo  Maria  Visconte, 
che  per  bolla  gli  concedeva  l'investitura,  mentre  il  direttorio 
esecutivo  di  Milano  negava  il  placet  allo  Zambellini  (3  germile, 
23  marzo  1798),  annunziando  nello  stesso  tempo  al  vescovo 
essere  nulla  la  nomina  da  lui  fatta. 

Monsignor  della  Beretta  non  recedette  dal  suo  proposito,  ed 
in  così  aperta  opposizione  accampò  contro  il  direttorio,  che 
questi  sospendevalo  persino  dalle  funzioni  del  culto,  e  l'ammi- 
nistrazione centrale  di  Lombardia  assumeva  l'azienda  di  tutti 
i  beni  della  diocesi  (30  termidoro,  17  agosto  1798).  L'ordine 
dei  republicani  milanesi  giungeva  due  giorni  dopo  all'antistite 
quando  egli  s' era  condotto  a  villeggiare  nella  sua  tenuta  di 
Bulciago,  sì  che  egli  tosto  delegò  il  paroco  di  Lodi  Vecchio, 
un  Bignami,  all'uficio  di  provicario,  e  per  nove  mesi  stette 
assente  dalla  diocesi. 

A  confortare  l'animo  amareggiato  del  vescovo,  la  santa  sede 
dichiarò  illegittima  e  nulla  la  nomina  del  Mola.  Teologi,  cano- 
nisti e  curiali  discussero,  presentarono  memorie  e  libelli  a  prò 
del  Mola  e  dello  Zambellini,  del  quale  fu  caldo  sostenitore  don 
Giuseppe  Peroni,  che  mandò  alle  stampe  una  voluminosa  pole- 
mica, mentre  altrettanta  copia  di  argomentazioni  stampate  esciva 
dalla  fucina  apologetica  del  Mola;  e  così  si  trascinò  l'ardente 
questione  fino  a  che  Pio  VII  l'avocava  a  sè  (20  ottobre  1804), 
dirimendola  colla  traslazione  del  Mola  dalla  parochialità  di  Co- 
dogno  alla  abaziale  di  Casalmaggiore  (31  gennaio  1806),  e  poi 
alla  episcopale  di  Bergamo  ;  e  per  questa  guisa  la  curia  vesco- 
vile fu  compiaciuta  di  una  pretesa  vittoria  del  diritto,  mentre 
l'uomo  da  essa  avversato  saliva  a  maggiori  fastigi. 


8o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XL. 

^  Anselmo  Robba  -  Le  cose  del  militare  in  Lodi.  —  Giovanni  Agnelli  - 
Archivio  storico  lombardo. 

^  Giuseppe  Baretti  -  Gli  italiani. 

^  Pietro  Verri  -  //  collegio  delle  marionette. 

*  Il  capitolo  venne  poi  aumentato  a  sedici  canonici,  titolati  :  S.  Agostino 
(teologo  capitolare)  e  S.  Giovanni  evangelista,  di  patronato  Trivulzio; 
S.  Francesco  d'Assisi,  S.  Vincenzo  Ferreri,  S.  Giovanni  Battista,  Annun- 
ciazione, S.  Carlo  Borromeo  e  S.  Antonio,  tutti  di  patronato  Martinenghi  ; 
S.  Andrea  apostolo,  degli  Ugoni;  S.  Giacomo  apostolo,  dei  Folli;  S.  Ga- 
briele, dei  Gimmi;  di  S.  Bernardo,  d'un  Negri;  S.  Girolamo,  degli  Asti 
Magno;  SS.  Giulio  e  Giuseppe,  dei  Belloni;  la  Visitazione,  dei  Mariani, 
e  S.  Bonaventura,  di  un  Livraghi. 

^  I  ritratti  dei  proposti  codognesi  sono  tolti  dai  quadri  collocati  nella 
così  detta  galleria  della  casa  parochiale. 

"  Benedetto  XIV  si  pronunziò  sopra  istanza  del  promotore  fiscale  della 
curia  di  Lodi,  necessario  opponente  alle  nostre  dignità  parochiali.  Ed 
il  pontefice  motivò  il  proprio  responso  «  per  la  devozione  dei  plebani 
e  pel  decoro  della  terra,  volendo  fare  una  grazia  speciale  ».  Prosciolse 
dalla  scomunica  quelli  che  in  buona  fede  avevano  contrariato  i  privilegi, 
e  una  volta  per  sempre  confermò  le  concessioni  di  Alessandro  VII,  cioè 
di  mitra,  croce,  anello,  bastone  pastorale,  sandali  e  chiroteche,  tutti  gli 
altri  indumenti  ed  ornamenti  pontificali  ed  abaziali;  possa  il  proposto  mi- 
trarsi ad  instar  abatis,  e  quante  volte  pontificherà  possa  impartire  la  be- 
nedizione col  triplice  segno  di  croce,  dopo  messa  o  vespero,  fuor  che  non 
vi  sia  presente  vescovo  alcuno  o  nunzio  pontificio,  a  meno  che  non  ne 
abbia  espressa  concessione;  usi  candelabro  nelle  messe  solenni  e  private, 
e  sopra  le  croci  patene,  calici,  vasi,  custodie  dell'eucaristia,  sacre  reliquie, 
purificatori  corporali;  esclusa  la  cresima,  usi,  benedica  e  consacri  sempre 
sacerdotalmente;  coli' assenso  dell'ordinario  diocesano  benedica  i  cresi- 
mandi; possa  porre  nel  proprio  stemma  il  cappello  vescovile. 

Non  solo  ai  privilegi  decorativi  si  fermò  il  Besozzi;  chè  anzi  volle  ri- 
vendicarne alcuni  sostanziali,  come  quello  della  esenzione  fatta  al  clero 
codognese  da  Carlo  V,  per  ogni  dazio  sul  vino  e  sull'olio,  così  per  uso 
del  culto  che  pel  domestico.  Per  istanza  del  Besozzi  la  camera  ducale  di 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


8i 


Milano  dichiarò  si  esentuassero  ogni  anno  da  dazio  ottocento  quarantasei 
libbre  e  dodici  onde  d' olio,  e  seicento  ventiquattro  brente  di  vino,  serventi 
ai  cento  ventisei  ecclesiastici  della  nostra  parodila  ;  ed  accordò  pure  libertà 
di  piazza  d' acquisto  per  detti  generi,  che  prima  dovevansi  rilevare  da  una 
impresa  speculatrice. 

'  Il  frate  Goldaniga  narra  —  da  cronista  obbiettivo  e  pur  sempre  osse- 
quente alle  autorità  da  cui  dipende  —  che,  morto  il  Besozzi  (5  giugno  1768), 
il  vescovo  Andreani  si  condusse  a  Codogno,  alloggiando  per  qualche  giorno 
nel  palazzo  già  dei  signori  Folli  ;  e  durante  le  onoranze  funebri  al  proposto 
si  allontanava  da  Codogno  di  giorno,  tornandovi  a  pernottare,  sotto  pre- 
testo di  visitare  gli  oratori  villerecci  «  per  così  nè  acconsentire,  nè  ripro- 
vare le  tante  solennità  usate  col  defonto,  onorato  in  morte  qual  Vescovo  ». 

E  qui  si  affaccia  per  la  prima  volta  l'accenno,  per  noi  doveroso,  ad  un 
modesto  bottegaio  di  Codogno,  morto  or  sono  pochi  lustri,  il  quale  ci 
lasciò  una  sinossi  manoscritta,  nella  quale,  se  vi  è  quella  amabile  e  schietta 
semplicità  che  piace  in  chi  parla  tutto  quello  che  ha  nel  cuore,  è  però  da 
notarsi  uno  spirito  ardito  di  critica  parziale  che  non  è  il  più  certo  argo- 
mento del  vero. 

Comunque  —  pure  esonerandoci  dal  dire  il  nome  di  quel  contemporaneo, 
per  ragioni  faciH  a  comprendersi  —  noi  ci  riferiremo  di  frequente  alle  an- 
notazioni sue,  come  quelle  che  alcun  poco  ravvivano  il  lume  del  nostro 
secolo,  cominciato  nell'universo  rivolgimento  sociale  ed  apportatore  del 
fulgido  momento  delle  libertà  politiche  ai  popoli  d'Europa.  In  codesta 
sinossi  è  narrato  il  seguente  aneddoto,  che  l' autore  può  aver  raccolto  dalle 
labra  dei  vissuti  novant'  anni  fa  : 

Il  vescovo  della  Beretta,  saputo  che  un  paroco  di  Codogno  stava  mo- 
rendo, volle  di  celato  recarsi  qui  per  eseguire  lo  strano  ed  audace  disegno 
di  pontificare  solennemente  in  chiesa,  mentre  il  paroco  trapassava;  inten- 
dendo per  questa  guisa  di  mostrare  che  solo  a  sè  spettava  il  diritto  al 
pontificale,  di  cui  i  successivi  paroci  non  avrebbero  più  fruito.  Ma  —  con- 
tinua il  faceto  narratore  —  ebbe  il  morente  sentor  della  cosa,  e  diè  ordine 
ai  famigliari  che  quand'ei  fosse  cadavere  lo  vestissero  delle  insegne  spet- 
tantigli,  e  lo  esponessero  nella  sala  mortuaria  al  publico  cospetto.  Come 
egli  disse  fu  fatto,  ed  il  vescovo,  che  in  casa  Bignami  stava  intento  agli 
squilli  delle  funebri  campane,  quando  seppe  dell'astuta  predisposizione 
del  paroco,  fece  attaccare  i  cavalli  al  proprio  cocchio,  rifacendo  frettolo- 
samente la  strada  per  Lodi. 

L'aneddoto  ci  pare  inverosimile,  anche  per  la  nessuna  indicazione  di 
data;  è  però  ad  osservarsi  che  il  vescovo  della  Beretta  resse  la  catedra 
lodigiana  per  circa  un  trentennio.  Noi  accenniamo  anche  questo  racconto 
perchè  esso  conferma  quanta  parte  passionale  prendesse  il  popolo  allor 
che  trattavasi  delle  proprie  dignità  ecclesiastiche,  e  perchè  ci  sembra  abbia 
tratto  colla  narrazione  del  Goldaniga. 


Codogno  e  il  suo  territorio ,  ecc.  —  //. 


34 


CAPO  XLL 


Andrea  Cornali  —  Il  seminario  codognese  —  Luca  Trimerio  Tonolo  — 
Giuseppe  Gandolfi  —  Il  collegio  laicale  —  La  sacra  oratoria. 


ELLE  sessioni  del  tempestoso  concilio  di  Trento  era 
già  stato  provveduto  alla  istituzione  di  convitti 
ecclesiastici  per  istruire  ed  educare  sotto  regole 
generali  e  costanti  i  giovani  che  si  avviavano  al 
sacerdozio.  Premeva  ai  padri  del  concilio  lo  appartare  assoluta- 
mente i  leviti  dagli  studi  publici,  nei  quali  per  avventura  s'eran 
già  introdotte  teorie  di  panteismo  e  di  sensismo  in  perfetta 
collisione  coi  principi  della  dottrina  cattolica,  ai  danni  della 
quale  congiuravano  altresì  in  Italia  le  incrostazioni  isolate  dei 
seguaci  di  Lutero. 

A  rafforzare  poi  la  creazione  di  seminari  clericali,  specie  nelle 
nostre  regioni,  converse  l'opera  profondamente  ascetica  di  pre- 
lati insigni,  i  cui  nomi  —  come  quelli  di  Carlo  Borromeo  e  di 
Paolo  Durali  —  sono  dalla  chiesa  elevati  a  culto.  E,  come  l'an- 
tico patriotico  ordine  degli  umiliati,  assurto  gradatamente  a 
divizie  imponenti,  era  stato  soppresso,  per  le  successive  corrut- 
tele dei  costumi,  così  in  più  luoghi  i  beni  già  loro  spettanti 
formarono  il  nucleo  dei  nuovi  collegi  ecclesiastici. 

Inoltre,  la  chiesa  militante  —  che,  dopo  il  concilio  tridentino, 
si  mostrava  come  un  esercito  rifatto  nell'entusiastico  fervore  di 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


83 


una  disciplina  più  che  religiosa  politica,  ma  tutto  stretto  e  ag- 
;guerrito  in  atto  di  conquistatore,  attorno  ad  un  unico  labaro  — 
non  si  limitò  a  creare  ad  imagine  e  somiglianza  della  propria 
rigidità  dottrinale  l'ammaestramento  teologico;  chè,  a  questo 
coordinando  le  scuole  inferiori,  potè  coi  seminari  assumere  il 
fanciullo  e  condurlo  attraverso  le  grammatiche  e  le  lettere  umane 
e  la  filosofia,  pel  fatale  corrompersi  degli  ideali  di  cultura  in- 
tristiti nell'erudizione  forzata  e  nella  pedanteria  academica,  sino 
alla  dogmatica  ed  alla  morale,  in  cui  si  compiva  l'ultimo  stadio 
della  docenza  ascetica. 

A  quanto  accenna  Gaspare  Oldrini^,  si  avrebbe  notizia  di 
una  publica  scuola  di  filosofia  esistente  in  Codogno  sullo  scorcio 
del  secolo  XVI  ;  ma  è  soltanto  parecchi  anni  dopo  che  il  paroco 
Andrea  Cornali  dedica  il  proprio  asse  all'erezione  del  seminario. 

Il   Cornali,   nato  a  Brembio  (9  settembre   1567),  era  stato 
molti  anni  rettore  a  Sant'Angelo;  e  colà,  per  malo  animo  di 
alcuni  proceri,  veniva  detto  reo  d'im- 
moralità e  di  irreligione  alla  curia  ve- 
scovile, terribili  accuse  in  quei  tempi  di 
abietta  polizia  ecclesiastica  di  cui  ci  è 
odioso  parlare.  L'accanimento  dei  perse- 
cutori non  ebbe  limiti;  il  processo  d'ac- 
cusa cominciò  (11  luglio   1604)  e  durò 
per  un  biennio  scandalosamente;  fin  che 
il  dotto  teologista  e  giurisprudente  im- 
putato -  ch'era  stato  carcerato  e  trasci-       Andrea  Cornali. 
nato  all'inquisizione  del  santo  uficio  di 

Roma — venne  prosciolto;  ed  il  tribunale  ecclesiastico  si  pentì 
così  dell'azione  giudiziaria  incoata,  che  comandò  il  più  assoluto 
silenzio  a  tutti  gli  uficiali  partecipi  ali'  istruttoria  ^. 

Passato  alla  rettoria  di  Codogno  per  bolla  di  Paolo  V  (12 
■settembre  16 18),  il  Cornali  è  fatto  principe  della  locale  aca- 
demia  dei  Novelli,  fondata  dal  suo  predecessore,  rettore  Cesare 
Berinzago.  Ma  a  lui  non  mancano  tosto  le  spine, 

Chè  contro  lui  son  altre  liti  in  piede 
pullulanti  per  disformi  questioni  legali  che  concernono  immu- 
nità ecclesiastiche  e  diritti  di  parochia  ^.  Agli  oppositori  il  nuovo 


84 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


rettore  non  cede,  la  contesa  sale  alla  sede  pontifìcia;  la  quale 
dà  causa  vinta  al  Cornali,  onorandolo  altresì  colla  nomina  di 
protonotario  apostolico. 

Che  Andrea  Cornali  sentisse  altamente  della  sua  qualità  di 
reggitore,  risulta  dall' aver  egli  sempre  dato  incremento  alla 
prosperità  del  luogo,  di  cui  seppe  accrescere  e  nobilitare  la  cura  ; 
ma  ancor  più  dall' aver  collegato  il  proprio  nome  all'opera  del 
seminario,  che  —  data  l' indole  dei  tempi  —  affermava  una  nuova 
forza  nel  campo  del  pensiero  e  della  scuola.  Con  suo  testamento,, 
a  ministero  di  Manfredo  Ugone,  egli,  probabilmente  consigliato- 
dal  cardinal  Trivulzio,  determinò  che  —  fatta  doverosamente  la 
parte  del  suo  patrimonio  paterno  ai  suoi  congiunti  caporale 
Andrea  e  don  Nicolò  fratelli  Cornali,  colla  metà  per  ciascuno 
del  podere  di  Belfuggì  —  dovesse  ereditare  universalmente  da 
lui  l'erigendo  seminario  di  Codogno,  a  patto  che  la  comunità 
provvedesse  all'emolumento  dei  precettori;  e  nominò  esecutori 
della  sua  volontà  il  Trivulzio  ed  il  vescovo  lodigiano  (15  set- 
tembre 1636). 

L'anno  dopo  il  comune  prestavasi  al  richiesto  assegno  di 
annue  lire  trecento  (24  febbraio  1637);  ed,  infine,  il  seminario- 
—  la  cui  erezione  fu  validamente  propugnata  presso  Urbano  VII! 
dal  cardinal  Teodoro  —  fu  canonicamente  istituito,  per  istro- 
mento  del  cancelliere  episcopale  di  Lodi  Aurelio  Rossi  (16  set- 
tembre 1638);  e  gli  alunni  suoi,  vestiti  in  uniforme  azzurra,, 
costituirono  il  primo  drappello  scolastico  uficiale  del  borgo. 

Fosse  che  i  redditi  del  retaggio  Cornali  riescissero  impari  af 
dispendio,  o  che  venissero  d'assai  diminuiti  per  legati  sopra 
essi  gravanti,  o  che  non  abbastanza  oculata  e  severa  se  ne 
svolgesse  l'amministrazione,  fatto  è  che  in  meno  di  trent'anni 
dal  condito  seminario,  questo  si  trovò  tanto  a  mal  partito  che 
la  sua  scomparsa  era  certa;  ed  anzi  il  vescovo  Pietro  Vidoni 
lo  fece  senz'altro  chiudere,  sotto  pretesto,  buono  o  cattivo,  del- 
l'insufficienza  dei  redditi  (12  maggio  165 1)^ 

Se  non  che  l'esempio  del  generoso  Cornali  suscitò  degni 
emuli  della  sua  carità  nel  cardinal  Trivulzio,  il  quale  riapriva 
l'istituto  (25  gennaio  1653)  coli' elargizione  di  un  annuo  as— 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


85 


segno,  che  durò  sino  alla  morte  di  lui  (5  agosto  1656);  e  nel 
pio  canonico  Luca  Trimerio  Tonolo,  nato  in  Codogno  (17  ot- 
tobre 1592)  ed  ivi  spirato  (16  dicembre  1666);  di  facoltosa  ed 
egregia  famiglia,  a  cui  era  già  appartenuto  l'alfiere  Bartolomeo, 
valorosamente  condottosi  sulle  armate  tunisine  e  nelle  Fiandre, 
dove  morì  ^.  Di  lui,  nel  compianto  e  nelle  onoranze  resigli  dai 
conterrazzani,  disse  elogisticamente  il  teologo  canonico  Barto- 
lomeo Lucchini,  vanto  delle  lettere  di  quei  di;  e  più  recenti 
laudatori  ne  furono  l'abate  Giovanni  Beduschi  ^,  nei  suoi  discorsi 
delle  premiazioni  al  collegio  ginnasio  Ognissanti  (1841),  e  l'ar- 
ciprete Annibale  Cairo  (1885)'^. 

Il  sepolcro  di  Luca  Trimerio  Tonolo  —  ordinato  dallo  stesso 
testatore  —  è  nella  cappella  del  Rosario,  nella  parochiale,  e 
consta  di  una  lapide  in  marmo  bianco  ricoprente 
il  loculo,  fregiata  dello  stemma  famigliare,  quale 
esiste  tuttavia  sopra  un  portale  del  collegio  Ognis- 
santi, ma  radiato  poi  dal  tombale  della  cappella 
durante  il  periodo  iconoclasta  della  rivoluzione 
francese.  L'epigrafe  parla  ai  contemporanei  nostri 
delle  munifiche  liberalità  del  defunto  ^  ;  di  cui 
ampia  ed  onorevole  memoria  ci  tramanda  pure  il 
suo  testamento,  celebrato  dai  notari  Giovanni  Pietro  Gandolfo 
e  Girolamo  Lomazzio  (7  novembre  1666). 

Soverchia  diffusione  importerebbe  —  anche  in  forma  rias- 
suntiva —  l'elenco  delle  disposizioni  di  ultima  volontà  del  Tri- 
merio, riferentisi  ad  un  numero  grande  di  legati  a  prò  di  scuole, 
di  confraternite,  di  capitoli  (e  più  specialmente  del  nostro),  di 
monasteri  sparsi  nel  territorio,  di  oratori  dei  poveri  del  borgo, 
<li  messe  celebrande,  e  di  compensi  a  sacerdoti  partecipanti  ad 
espiazioni  religiose  in  suo  nome;  e  noi  non  dobbiamo  minuta- 
mente riferirle,  dopo  1'  accennata  publicazione  del  sacerdote  Cairo. 

Basti  il  capitale  accenno  che  di  tutti  i  suoi  beni  mobili  ed 
immobili  il  pio  uomo  costituiva  per  giusta  metà  eredi  univer- 
sali il  seminario  ed  il  chiostro  delle  orsole;  che  l'istruzione 
impartita  nel  seminario  non  fosse  di  esclusivo  beneficio  ai  gio- 
vani dirizzati  alla  via  ecclesiastica,  bensì  fosse  estesa  a  tutti  i 
-figli  del  popolo  ;  che  se,  per  avventura  il  monastero  delle  orsole 


86 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


dovesse  in  avvenire  o  scomparire  o  trasferirsi  in  altro  paese,  la 
parte  spettantegli  andasse  ipso  jure  et  facto,  senza  alcuna  decla- 
ratoria o  giudizio,  al  seminario. 

L' esecutore  eletto  era  il  dottor  fisico  Paolo  Carlo  Bellone,, 
zio  del  Trimerio  ;  e  mercè  le  chiare  condizioni  d' amministra- 
zione espresse  nell'atto  testamentario,  il  seminario  rifioriva  a 
vita  novella. 

Fu,  però,  precaria  la  liberalità  comunale  dedicata  alle  sportule 
dei  maestri  del  seminario  ;  ed  il  consesso  —  con  deliberazioni 
fondate  sul  criterio  che  anche  a  quelle  spese  fosse  sufiìciente  il 
patrimonio  trimeriano  —  decretò  cessare  dal  concorso  (i  gen- 
naio e  6  luglio  1670). 

Bastasse  o  no  il  retaggio  del  canonico  generoso,  esso  permise 
che  la  vita  dell'  istituto  continuasse  normalmente  fino  alla  metà 
del  secolo  successivo  ;  benché  ad  aumentare  le  rendite  non  po- 
tessero essere  devolute  le  liberalità  di  Francesco  Faliva,  a  rogito 
del  notaro  Ferrari  (12  febbraio  1698),  la  attuazione  delle  quali 
era  subbietta  alla  estinzione  della  casata  del  testatore;  e  scom- 
parvero le  sostanze  prima  del  finir  della  famiglia. 

Non  cessava,  pertanto,  la  inimicizia,  or  palese  or  latente,  del 
vescovo,  pel  quale  questo  seminario  —  come  l'infula  del  paroco 
nostro  —  era  per  la  sua  indipendenza  come  una  continuata  af- 
fermazione palese  della  sua  diminutio  capitis.  Invano  s'era  sti- 
pulato fra  la  curia  episcopale  e  la  congregazione  nostra  una 
foggia  di  concordato,  per  cui  la  nomina  dei  maestri  sarebbe 
stata  pertinente  al  vescovo  sopra  proposte  della  congregazione 
(1755);  l'ordinario,  Giuseppe  Gallarati,  non  accettò  quei  patti, 
e  subito,  l'anno  dopo,  chiese  a  sè  interamente  subordinato  il 
seminario  codognese,  secondo  le  decisioni  tridentine. 

La  causa  si  trascinò  incresciosamente,  e  la  comunità  del  borgo 
ed  il  proposto  Forni  pensarono  di  rivolgersi  alla  maestà  di 
Maria  Teresa  e  de'  suoi  successori;  mentre  i  deputati  Antonio 
Dragoni  e  Carlo  Giuseppe  Bellone  insistevano  presso  il  senato, 
a  Milano,  chiedendo  venisse  interamente  emancipato  dal  ve- 
scovo il  patrio  seminario. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


87 


Le  richieste  dei  codognesi  ebbero  una  risposta  ben  diversa 
di  quella  da  loro  sperata;  chè  un  rescritto  di  Giuseppe  II  con- 
centrava nel  seminario  Tamburini  di  Pavia  altri  secondari  lom- 
bardi (7  luglio  1786);  ed  il  seminario  vi  fu,  infatti,  concentrato 
tosto,  a  rogito  del  notaro  Paolo  Carlo  Bellone  (18  luglio). 

Non  si  perdettero  d'animo  per  quella  rovinosa  risoluzione  i 
moderatori  codognesi,  ormai  avvezzi  alle  turbolenze  cagionate 
al  borgo  in  nome  del  diritto  canonico.  Le  loro  ragioni  pote- 
vano essere  ancora  una  volta  discusse,  al  tribunale  supremo; 
ma,  intanto,  perchè  non  ne  soffrisse  detrimento  il  nobile  con- 
gegno dell'istruzione,  la  comune,  aspettando  giorni  migliori,  si 
gravò  spontaneamente  delle  spese  necessarie,  limitando  le  catedre 
al  solo  ginnasio.  E  Leopoldo  II  —  nuovamente  invocato  con 
una  supplica  di  bene  accomodate  parole  —  pochi  giorni  prima 
di  morire  dirimeva  ogni  controversia  «  ripristinando  il  semi- 
nario di  Codogno,  in  qualità  però  di  collegio  laicale,  restituendo 
le  rendite,  sistemando  il  ginnasio,  e  stabilendo  la  catedra  di 
filosofia,  nella  maniera  proposta  dalla  conferenza  »  (21  feb- 
braio 1792). 

Il  convitto  laicale  insieme  al  ginnasio  si  riaprì  sotto  il  titolo 
di  collegio  Ognissanti  (1806);  ed  un  raggio  di  sole  parve  lo 
illuminasse  quando  un  decreto  del  viceré  Eugenio,  citato  da  una 
nota  del  prefetto  dell'Alto  Po  (17  aprile  18 13),  assegnava  al- 
l'istituto i  beni  trimeriani,  già  appartenenti  al  collegio  claustrale 
delle  orsole,  colpito  pur  esso  dalla  soppressione  napoleonica; 
ma  i  risultati  pur  troppo  si  conobbero  d'assai  inferiori  alle 
speranze. 

Intanto,  per  attingere  libere  e  compiute  le  nuove  riforme,  era 
mestieri  che  escissero  di  vita  le  religiose,  al  cui  mantenimento 
dovevan  provvedere  i  redditi  in  omaggio  a  speciale  decreto 
(25  aprile  18 10);  e,  malgrado  le  misure  prese  da  una  com- 
missione eletta  (181 1)  in  poco  più  di  un  lustro  quell'istituto 
—  ch'era  giusto  orgoglio  di  un  paese  ricco  ed  attivo  —  si  spense. 

Le  crudeli  vicissitudini  econamiche  —  giunte  al  maggior 
inasprimento  nel  primo  ventennio  del  secolo  nostro  —  gravarono 
sì  fattamente  sul  comune,  che  questo  fu  astretto  alla  dolorosa 
imperiosità  di  chiedere  anche  la  soppressione  del  ginnasio  (1823), 


88 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


le  cui  spese  ormai  dovevano  tutte  essere  sostenute  dai  cespiti 
municipali,  già  profondamente  scossi;  e  l'ottenne. 

Non  del  tutto  si  spense,  però,  la  nobile  favilla;  perocché  due 
umili  sacerdoti,  certi  Ermenegildo  e  Felice  Berzolesi,  vi  prose- 
guirono nella  docenza,  paghi  più  al  compenso  morale  delle  loro 
fatiche  che  alle  propine  meschine  stabilite  dagli  amministratori 
dell'istituto.  Quand'ecco  rinnovarsi  la  buona  vecchia  sorte  di 

esso,  che,  • 
La  rivestita  voce  alleluiando, 

risorgeva  pel  dolce  amore  portato  a  Codogno  da  un  virtuoso 
suo  figlio. 

La  lode  onesta  sfiora  la  fronte  gelida  di  Giuseppe  Gandolfi  ; 
sacerdote  illustre,  teologo,  matematico  e  poliglotta  insigne^,  il 
quale  ebbe  una  vita  tutta  di  pensiero  e  di  studio,  ed  anche 
addormentandosi  nella  morte  volle  essere  di  onore  e  di  giova- 
mento al  suo  luogo  nativo. 

Le  virtù  di  Giuseppe  Gandolfi  descrisse  scultoriamente  l'amico 
suo  Andrea  Borda,  esimio  epigrafista  pavese,  sulla  tomba  che 

è  alla  sinistra  del  peristilio  del  ci- 
mitero codognese  ;  e  di  Giuseppe 
Gandolfi  noi  dovremo  riparlare,  mol- 
teplici essendo  le  espressioni  dura- 
ture della  sua  filantropia. 

Egli,  nato  da  Pietro  e  da  Giu- 
seppa Albini  (1744),  eruditosi  a 
Milano,  quando  tornò  alla  terra  sua 
(1820)  —  dopo  aver  insegnato  con 
plauso  universale  nel  liceo  di  Man- 

_  ^  tova  e  nesfli  atenei  di  Parma  e  di 

Giuseppe  Gandolfi".  " 

Bologna  —  considerò  1  oblio  in  cui 

eran  caduti  il  collegio  e  l'istruzione  dei  giovanetti;  ed,  obbe- 
dendo a  un  generoso  impulso,  offrì  per  legato  cento  venti  mila 
lire  milanesi  del  proprio,  per  aver  sempre  due'  professori  e  sei 
chierici  nel  collegio  del  Cornali  e  del  Trimerio  (8  luglio  1830). 

Il  convitto  rifiorì,  ed  il  ginnasio  fu  parificato  (25  marzo  1834); 
«d  in  proseguo  passato  alla  dipendenza  del  ministero  della  istru- 
zione publica,  conservando  il  titolo  d' Ognissanti  ;  con  una  com- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


89 


missione  costituita  del  sindaco,  del  paroco  prò  tempore^  di  un 
•discendente  delle  nipoti  di  Giuseppe  Gandolfi,  e  di  due  eletti 
•dal  comune  (21  novembre  1869). 

Le  cronadie  delle  antiche  scuole  ci  parlano  della  presenza 
nelle  aule  scolastico-religiose  codognesi  di  due  giovanetti  che 
furon  poi  il  cardinale  piacentino  Giulio  Alberoni,  e  l'illustre 
filologo  nostro  Luigi  Bellò.  Ma  se  per  quei  fasti  è  doveroso 
l'encomio  al  Cornali,  al  Trimerio,  al  Gandolfi,  ed  altri  mo- 
desti loro  imitatori  —  meno  di  essi  diviziosi  ma  non  pertanto 
meno  generosi  —  ben  alta  risuona  pure  la  eco  dell'  ammirante 
riconoscenza  dei  codognesi  verso  chi,  rappresentandoli  nella 
magistratura  paesana,  seppe  e  sa  tuttora,  non  ostante  la  di- 
spersione o  la  diminuzione  degli  antichi  retaggi,  sostenere  come 
un  publico  onore  il  pondo  delle  materialità,  che  pure  è  mas- 
simo fondamento  allo  sviluppo  delle  intellettuali  istituzioni.  E 
<:osì  anche  la  modernità  ci  offre  lo  spettacolo  consolante  di  una 
popolazione  scolastica  affermantesi  fra  noi  con  una  percentualità 
imponente;  in  guisa  che  le  nostre  scuole,  e  classiche  e  tecniche, 
oggi  possono  a  buon  dritto  sfilare  alla  destra  delle  migliori 
loro  consorelle  del  regno. 

Come  e  quanto  la  sacra  oratoria,  grandissima  e  speciale  cura 
dei  fedeli  lungo  il  secolo  XVII ,  fosse  inquinata  dalle  iperboliche 
follie  del  pensiero  e  dello  stile,  non  mette  conto  di  esaminare 
partitamente  ;  e  nè  meno  di  sofiermarci  alla  estetica  rinnovazione 
-che  del  pergamo  fecero  geniosi  e  convinti  oratori,  a  capo  dei 
«quali  la  storia  delle  patrie  lettere  colloca  Paolo  Segneri,  della 
-compagnia  di  Gesù.  La  scuola  riformatrice,  che  mirava  diretta- 
mente ai  cuori,  ebbe  facile  ragione  d'ogni  precedente  strava- 
gante eloquenza;  e  cosi  Paolo  Segneri  —  predestinato  pochi 
anni  dopo  a  riempire  di  sua  fama  Italia  mandando  alle  stampe 
i  suoi  sermoni  —  dalle  provincie  romane  e  tosche  salendo  alle 
nostre  regioni,  venne  pure  in  casa  nostra.  Egli  —  che  aveva 
riportati  i  suoi  massimi  trionfi  nelle  credenti  campagne,  semplici 
come  la  sua  scuola  —  si  trovò  a  grande  agio  presso  il  colto 
proposto  Giacinto  Domenicani,  e  vi  predicò  una  intera  quare- 
sima (1672),  ascoltato  ed  ammirato  dai  nostri  maggiori;  publico 
intento,  che  —  come  voleva  l'uso  —  dopo  l'esordio  si  copriva 


90 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


de'  Casetti  di  Lodi,  abitante  in  Milano,  tutte  le  rendite  che  il 
vescovato  laudense  traeva  da  alcuni  beni  della  mensa,  tra  cui 
Orio  —  dove  tal  Sempretto  ed  altri  avevano  usurpato  gli  epi- 
scopali diritti  —  e  Codogno,  Castione,  Luviraca  (Livraga),  Ronco 
e  San  Martino  in  Strada  (settembre  1142). 

Nè  vogliamo  negligere  che  circa  quei  tempi  Algisio,  abate 
benedettino  di  S.  Stefano  al  Corno,  investì  alcuni  signori  da 
Arena  e  del  Cairo  o  del  Cario  ed  altri,  tutti  patrizi  piacentini, 
della  metà  del  transito  e  del  porto  sul  Po  appartenente  a  quel 
convento,  mentre  l' altra  metà  —  com'  è  noto  —  spettava  al  bre^ 
sciano  monastero  di  S.  Giulia. 

Tra  le  opulente  possessioni  se  non  in  tutto  in  gran  parte 
sottoposte  alla  mensa  vescovile  di  Lodi  fu  la  corte  di  Codogno. 
Quivi  la  mensa  diocesana  aveva  acquistate  parecchie  ragioni  ; 
in  conseguenza  del  cambio  fatto  di  alcuni  beni  dal  vescovo 
Arderico  Vignati  col  codognese  Arnaldo  de'  Foldi^^,  secondo^ 
il  Manfredi,  o  Rialdo  di  Goldia,  secondo  il  Vignati      (11 27). 

Andrea  e  Bonanno  Rigizani,  livellari  del  vescovo  Lanfranco, 
èrano  obbligati  a  consegnare  l' affitto  nel  castello  di  Codogno  ^ 
ed  i  codognesi  erano  tenuti  altresì  verso  il  vescovo  al  fodro, 
all' albergaria  e  al  distretto  (1153).  Non  sembra  per  altro  che 
oltre  quest'  anno  continuassero  a  fiorire  questi  vescovili  vantaggi 
perocché  un  Arialdo  Goldaniga  —  potente  signore  dei  luoghi  e 
forse  il  medesimo  citato  dal  Vignati  —  tolse  alla  mensa  lodi- 
giana  il  possesso  di  Codogno  e  di  Ronco  presso  Livraga  (11 53). 

Ma  il  fuoco  del  potere  temporale  dei  vescovi  laudensi  era 
Castione;  e  là  tennero  per  lunghissimo  tempo  giurisdizione  feu- 
dale; vi  avevano  potestà  ed  uficiali  propri,  castellani  di  loro 
elezione.  Fermi  nel  loro  «  uti possidetis  »,  non  cedettero  a  pretese 
altrui  ed  in  Castione  sostennero  interminabili  liti  per  garantirsi 
l'integrità  dei  possessi. 

Così,  Arderico  Vignati  liticò  con  Arderico  e  Guerico  o  Gual- 
tiero da  Cuzigo,  capitanei  di  Melegnano.  Dopo  qualche  tempo 
dall'  inizio  della  contesa,  Alberico  Merlino,  vescovo,  in  segno  di 
riconoscenza  per  Federico  Barbarossa,  riedificatore  della  sua  città 
distrutta  dai  milanesi  (11 5  8),  a  lui  cedette  spontaneamente  ogni 
sua  ragione  su  tutte  le  terre  della  mensa;  ma  l' Hoestauffen 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA  91 


reinvestì  con  diploma  da  Pavia  l'antistite  Alberico  dei  dntt.  e 
delle  facoltà  abbandonatigli  (24  settembre  1164). 

Sul  diploma  era  stata  dimenticata  nell'elenco  la  corte  di  Ca- 
stione,  fra  le  cedute  e  reinvestite;  ma  il  padre  Zaccaria  -  che 
trascrisse  ad  verbum  da  memorie  lodigiane  del  tempo  del  Bar- 
barossa  il  documento  in  discorso  -  indica  nelle  note  sotto- 
poste allo  stesso  la  corte,  il  castello,  la  villa  di  Castione  ed 
Ogni  loro  pertinenza. 


92 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XLI. 

*  Gaspare  Oldrini  -  Storia  della  coltura  laudense. 

^  Giovanni  Beduschi  -  //  prevosto  Andrea  Cornali  e  le  sue  opere  in 
Codogno.  Il  Goldaniga  dà  per  luogo  di  nascita  del  Cornali  Maleo  o  Gera. 

^  Fra  questi  diritti  era,  ad  esempio,  il  peso  della  cera  che  il  paroco 
riserbava  a  sè  nelle  funzioni  e  che  gli  veniva  contestato,  come  risulta 
dall'archivio  parochiale  (i  gennaio  1626). 

*  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

^  Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno. 

^  Giovanni  Beduschi  -  Alla  memoria  del  canonico  Luca  Trim^rio  Tonolo. 
'  Testamento  del  canonico  Luca  Trimerio  di  Codogno., 
^  L' epigrafe  è  la  seguente  : 

LUC^  TRIMERIO  TONOLO 

iNSiGNis  Hujus  collegi: 

IPSIUS  APUD  SUM.  PONTIF.  PROCURATIONE 
DUM  ROM^  OB  EAM  REM  ESSET 
INSTITUIT 
PRESBYTERO  CANONICO 
QUI 

MULTAS  AD  PIAS  CAUSSAS 
LEGATA  PECUNIA 
D.  URSULA  SANCTIOMONIALIUM  CENOBIUM 
AB  EJUS  MORTE 
IN  HOC  OPPIDUM  FUNDATUM 

ET  SEMINARIUM 
PR^CEPTORIBUS  AC  ALUMNIS 
REDINTEGRANDUM  AUGENDUMQ. 
TESTAM.  SCRIPSIT 
OBIIT  AN.  D.  MDCLXVI 
^TAT.  SU^  LXXIV.  XV.  KAL.  JANUAR. 

^  Giovanni  Beduschi  -  Alla  memoria  del  sacerdote  Giuseppe  Gandolfi. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


93 


Ecco  r  epigrafe  del  chiaro  Andrea  Borda  : 

HEIC  .  PAVSAT  .  IN  .  PACE  .  XTI 
lOSEPHVS  .  PETRI  .  GANDVLFI  .  ET  .  lOS  .  ALBINIAE  .  F  . 

LATINIS  .  LITTERIS  .  MEDIOLANI  .  ERVDITVS 
SVAEQ  .  AET  .  ANNO  .  XVII  .  PRAEDICATORVM  .  ORDINEM 
CREMONAE  .  INGRESSVS 
PHILOSOPHIAE  .  THEOLOGIAEQ  .  DOCTOR 
LATINAM  .  ITALAM  .  GALLICAM  .  HEBRAEAM  .  GRAIAM 
ATQVE  .  CHALDAICAM  .  LINGVAM  .  APSOLVTE  .  CALLVIT 
THEOLOGICAS  .  DISCIPLINAS  .  MANTVAE 
MATHESIM  .  IN  .  BONONIAE  .  PARMAEQ  .  ATHENAEIS 
SVMMA  .  CVM  .  LAVDE  .  TRADIDIT 
VIXIT  .  ANN  .  LXXXVI  .  M  .  V  .  D  .  XV  . 
RELIGIONE  .  DOCTRINA  .  BONITATE  .  MAGNIFACTVS 
DECESSIT  .  X  .  KAL  .  OCTOB  .  AN  .  MDCCCXXX  . 
ROVEDARI  .  ORATORIO  .  ANNVIS  .  SCVT  .  XXXIII  .  N  .  CVM  .  TRIENTE 
HVIC  .  TEMPLO  .  CVRIONALI  .  SVMMA  .  QVOIVS  .  REDITV 
FESTVM  .  S  .  DOMINICI  .  PATRIS  .  QVOTANNIS  .  CELEBRETVR 
NOSOCOMIO  .  ALTERA  .  CVBILI  .  PRO  .  CAVACVRTA  .  CONSTITVENDO 
CONLEGIOQ  .  SANCTIS  .  OMNIBVS  .  NVNCVPATO  .  SCVT  .  XX  .  M  .  N  , 
VTI  .  EX  .  VSVRIS  .  DVO  .  PRAECEPTORES  .  IBI  .  ET  CLERICI  .  VI  . 
VEL  .  IN  .  SACRO  .  EPHEBEO  .  LAVDENSI  .  SACERDOTIVM  .  VSQVE 
ALANTVR  .  PERPETVO  .  LEGATIS 
ROSA  .  GANDVLFIA  .  VIRGO  .  HERES 
PATRVO  .  DIGNISSIMO  .  CVM  .  LACRVMIS  .  POSVIT 

"  Ritratto  dal  quadro  della  congregazione  caritativa  di  Codogno. 

^'^  Il  prete  Giacinto  Ferrari  Fontana  istituiva  un  legato  di  culto  ed  uno 
per  un  precettore  di  grammatica  (1703);  Francesco  Codazzi  lasciava  casa 
e  podere  propri  (1708),  e  Stanislao  Albino,  pure  prete,  duecento  lire,  per 
esercizi  sacri. 

Il  comune  di  Codogno  conservò  sino  a  pochi  anni  sono  il  privilegio 
di  nomina  del  predicatore  di  quaresima,  al  quale  rinunziò,  mediante  un 
compenso  pecuniario. 

Questo  fece  opportunamente  il  comune  nostro,  essendo  mutati  di  molto 
e  tempi  e  costumi.  È  però  notevole  il  fatto  dell'apatia  odierna  per  quanto 
non  è  questione  d'indole  esclusivamente  e  sensualmente  utilitaria,  così  che, 
anche  se  la  nostra  parochia  venisse  privata  delle  sue  dignità  apparenti,, 
pochi  codognesi  se  ne  commoverebbero. 

E  ciò  è  male  ;  poiché  —  pur  comprendendo  che  le  faccende  ecclesiastiche 
non  rappresentano  più,  come  negli  scorsi  tempi,  il  vertice  della  piramide  — 
pure  deve  essere  scrupolosamente  rispettato  quanto  rappresenta  un  diritto 
locale  della  storia  e  della  consuetudine,  e  le  abdicazioni  silenziose  a  quanto 
^dà  fisionomia  peculiare  all'  antica  vita  del  comune  sono  un  vero  reato  di 
leso  «  municipalismo  ». 


CAPO  XLII. 

La  guerra  per  la  successione  di  Mantova  —  Odoardo  Farnese  e  Teodoro 
Trivulzio  —  Il  saccheggio  di  Codogno  —  Fatti  d' arme  terrieri  —  La  guerra 
per  la  successione  di  Spagna  —  L'Austria  padrona  delle  nostre  terre. 

LI  effetti  della  guerra  impegnatasi  tra  Francia  e  Spagna, 
per  la  successione  del  ducato  di  Mantova,  non  sa- 
rebbero probabilmente  riesciti  così  disastrosi  per  noi, 
se,  con  inconcepibile  stravaganza,  Odoardo  Farnese 
—  quinto  duca  di  Piacenza  e  quindi  giusdicente  nel  proprio 
distretto  cispadano  —  non  si  fosse  messo  a  gravissimo  rischio, 
collegandosi,  vaso  di  creta,  contro  quelli  di  ferro  di  Austria  e 
di  Spagna,  E,  come  non  avessero  le  terribili  fami  e  le  pesti 
importate  dall' oltr' Alpi  già  abbastanza  disertate  queste  povere 
regioni,  ecco  a  quei  flagelli  unirsi  quello  dell'armi. 

Le  quali  sinistramente  balenavano  qui,  al  lembo  estremo  del 
ducato  di  Milano,  da  cui  le  schiere  del  re  cattolico  movevano 
in  audaci  scorribande  contro  il  duca  nemico,  che  invano  tentava 
■sovraneggiare  colla  sua  bandiera  fioralisata  sullo  storico  pendon, 
coronato  dalle  glorie  belligere  di  Carlo  V  e  di  Filippo  IL 

Il  duca  Odoardo,  sospinto  dal  mal  genio  del  provenzale  Jacopo 
Gaufrido,  marchese  di  Castel  Guelfo  e  primo  ministro  —  che 
pagò  più  tardi  col  capo  le  disfatte  del  suo  signore  —  respinge 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


95' 


la  domanda  del  re  spagnolo  di  mandare  nel  castello  di  Piacenza 
suoi  soldati  (1634).  Avvampano  le  ire,  e  dalla  nostra  zona  i 
soldati  reali  traghettano  il  fiume,  e  sulle  terre  farnesiane  com- 
piono efferatezze  inaudite. 

Immantinente  le  rappresaglie  del  duca  seguon  le  offese;  e, 
come  i  sudditi  suoi  della  contea  di  Fombio  e  d'altri  luoghi 
vicini  avevan  creduto  bene  in  quel  trambusto  di  negargli  il 
pagamento  delle  schiaccianti  imposte  guerresche,  e  specialmente 
della  tassa  di  lire  dieci  parmensi*  ogni  focolare,  detta  colletta 
dei  camini,  così  egli  spinge  sopra  i  paesi  disobbedienti  al  fisco 
le  masnade  flagiziose  dei  suoi  famuli  fiscali  ;  ma  Fombio  in- 
fligge loro  gravissimo  sbaraglio.  Il  duca  fa  una  nuova  spedi- 
zione di  milizie  per  trarre  vendetta  dagli  insolventi  subbietti 
{19  febbraio  1634);  e  questa  repressione  è,  come  di  solito, 
accompagnata  da  barbarie  senza  nome. 

Da  Codogno  si  interessava  del  come  la  impresa  farnesiana 
andasse  a  finire  il  cardinale  Trivulzio,  sempre  alle  vedette  in 
vantaggio  proprio  e  di  Spagna;  e,  dalle  meditazioni  passando 
alle  opere,  potè,  cogli  armeggiamenti  d'un  fidato  suo,  Giovanni 
Angelo  Bellone  codognese,  tirare  a  sè  coi  fili  d'oro  moltissimi 
dell'esercito  ducale,  e  di  essi  costituire  un  reggimento,  invian- 
dolo al  servizio  degli  spagnoli,  contro  il  duca  di  Rohan.  Odoardo 
fu  pronto  alla  vendetta,  ed  un  generale  de'  suoi  cavalieri,  il 
bresciano  Ricciardo  Avogadro,  colle  sue  squadre  e  con  com- 
pagnie di  moschettieri,  condotte  dal  sergente  maggiore  Francesco 
Nicart,  assalì  di  notte  Codogno  (29  agosto  1635)  ^ 

Nell'alta  quiete  del  borgo  fanti  e  cavalieri  vi  proruppero  come 
inferociti,  smaniosi  dell'  ultima  strage  ;  le  case  del  vico  di  Campo 
andarono  a  ferro  e  a  fuoco;  il  grosso  della  masnada,  incitata 
dalle  proprie  grida  e  dal  clamore  tumultuoso  dei  tamburi,  recinse 
in  via  Uvabella  il  palazzo  dei  Trivulzi;  ed  attraverso  le  porte 
sfondate  si  precipitarono  sui  famigliari;  ma  il  cardinale  s'era 
dileguato  a  tempo,  ed  i  farnesiani  sfogarono  tutta  la  loro  rabbia 
ferina  depredando  e  bottinando  fra  robe  ed  argenti  per  duemila 
ducati  in  case  private,  malamente  deformando  al  viso  Giovanni 
^  Angelo  Bellone,  trovato  da  quei  furibondi  sulle  soglie  della 
casa  feudale. 


96 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Pure,  con  tutte  le  sue  folli  ardimentosità,  il  duca  non  fu  mai 
considerato  dalla  Spagna  nemico  temibile;  del  che  conscio,  e  pur 
volendo,  malgrado  la  parvità  de'  suoi  mezzi  d'offesa  e  di  difesa 
insistere  nei  fieri  propositi,  si  condusse  in  gran  pompa  a  Parigi 
per  conseguire  da  Luigi  XIII  soccorsi  di  pecunia  e  di  vite. 
Richelieu  s'affrettò  con  molte  buone  parole  a  rimandarlo,  ma 
a  mani  vuote. 

Fu,  quindi,  tanto  più  dolorosa  la  sorpresa  del  reduce  prin- 
cipe, in  quanto  che  trovò  gli  spagnoli  assisi  da  padroni  nella 
maggior  parte  della  sua  ducea.  Tutta  la  valle  del  Tidone  sino 
alla  Staffora  dipendeva  dal  governo  militare  dei  generalissimi 
di  Spagna,  e  primi  eran  stati  a  cadere  in  lor  mano  Fombio, 
Guardamiglio  e  le  Caselle. 

L'impresa  disennata  e  crudele  di  Codogno,  la  distruzione  di 
parecchi  molini  sul  Po  compiuta  dai  ducali,  e  la  calata  a  picco 
d'un  brigantino  spagnolo  presso  Castelnuovo  Bocca  d'Adda, 
cui  difendeva,  ad  opera  dei  soldati  mantovani;  tutto  ciò  eccitò 
vieppiù  don  Diego  di  Guzman,  marchese  di  Leganes,  governa- 
tore di  Milano,  ai  danni  del  nemico;  contro  il  quale  e  i  suoi 
alleati  di  Parma,  di  Piemonte,  di  Mantova  e  di  Venezia  militava 
in  campo  anche  il  Cardinale  Trivulzio,  che  s'era  spinto  oltre 
Po,  mentre  il  governatore  accampava  a  difesa  sull'Adda,  tra 
Pizzighettone  e  Castelnuovo.  Gli  abitanti  di  Fombio  e  di  Guar- 
damiglio, aspramente  taglieggiati  e  ridotti  in  fin  d'ogni  sventura 
dalle  genti  spagnole  —  rinnovando  i  nefasti  degli  antichi  lodi- 
giani fuggiti  oltre  l'Adda  —  trassero  in  Piacenza  (3  gennaio 
1636),  dove  il  duca  li  volle  ascritti  all'ordine  dei  cittadini,  loro 
assegnando  per  abitacolo  il  basso  quartiere  della  città,  che 
prendeva  il  nome  dalla  porta  Fodesta. 

Nello  stesso  tempo  Odoardo  inviava  sotto  il  comando  del 
marchese  Villa  e  del  suo  colonnello  generale  conte  Fabio  Scotti 
—  reduci  dalla  sconfitta  di  Valenza  —  buon  nerbo  di  fanti  e  di 
cavalli  al  ricupero  del  Fombiese,  mentre  a  Codogno  si  costi- 
tuiva il  nucleo  a  lui  d' ofTesa.  Ma  se  ai  farnesiani  riesci  di  por- 
gere qualche  ausilio  ai  commilitoni  presidianti  i  castelli  del 
distretto,  non  venne  lor  fatto  ributtare  dal  territorio  le  forti 
copie  di  Spagna;  chè,  anzi,  poco  dopo  Luigi  de  Benavides, 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


97 


marchese  di  Caracena,  con  fresche  milizie  espugnò  e  saccheggiò 
Fombio,  Guardamiglio ,  la  Mezzana  e  le  Caselle  ^ 

Lunga,  faticosa,  ma  non  risolvente  fu  condotta  la  guerra, 
che  ebbe  badalucchi  ed  episodi  violenti,  non  fra  noi  —  dove 
alacre,  armata  e  forte  la  potenza  di  Spagna  imperturbabile  durò  — 
ma  nel  Piacentino  oltrepadano.  Ivi,  se  non  fosse  intervenuto 
il  pontefice,  Odoardo  avrebbe  dovuto  assistere  allo  incorpora- 
mento del  proprio  ducato  in  quello  di  Modena,  poiché  gli  spa- 
gnoli avevano  fatto  punti  d' oro  a  Francesco  I  d' Este. 

Vero  è  che  il  Farnese  s'affrettò  a  far  pace  colla  Spagna  (1637); 
ma  non  per  questo  gli  amari  ricordi  si  erano  totalmente  dissi- 
pati dall'  animo  suo,  e  nessuno  certo  potè  credere  sincera  la  sua 
accoglienza  al  cardinale  Trivulzio,  quando  questi  giungeva  da 
Roma  in  Piacenza  (31  ottobre  1645).  Il  pronipote  di  Paolo  III 
comprese  che  la  sua  stirpe  gì'  imponeva  tali  doveri  di  magnifica 
cortesia  verso  un  principe  vicino,  che  gli  mosse  incontro  a 
San  Lazzaro,  e,  datogli  il  posto  d'onore  colla  man  destra,  l'ac- 
compagnò con  corteggio  illustre  fino  a  palazzo,  d' onde  la  mat- 
tina successiva  il  porporato  tornò  nel  suo  feudo  di  Codogno. 

Punti  d'oro  rifecero,  per  altro,  anche  i  francesi  all'avventu- 
roso Estense,  ed  egli  con  loro  si  legò  (1647),  col  suo  intervento 
tornando  la  guerra  a  funestare  la  nostra  regione;  la  quale  nel 
concetto .  degli  strateghi  spagnoli  rappresentava  il  vero  campo 
delle  concentrazioni,  così  che  i  recapiti  fiscali  accennati  al- 
l'uopo nella  grida  del  governatore  conte  di  Sirvela  erano  Codogno 
pel  Lodigiano  e  Castelnuovo  pel  Cremonese  (15  aprile  1641). 

Procedeva  grosso  e  minaccioso  il  duca  di  Modena  verso  Cre- 
mona, ed  allora  il  governatore  di  Milano  affidava  la  difesa  di 
quella  città  al  marchese  Serra,  al  conte  Borromeo,  signore  di 
Camairago  e  commissario  generale  del  Pavese  e  del  Lodigiano, 
ed  al  principe  Ercole  Trivulzio.  A  quest'ultimo  assegnava  forti 
schiere  di  militi,  affinchè  desse  mano  al  rafforzamento  degli 
aggeri  fortificati  di  Lodi  e  di  Pizzighettone,  allora  precinto  di 
V  fortilizi  a  terrapieno,  per  opera  dell'illustre  codognese  colonnello 
Gian  Giacomo  Tensino,  che  già  aveva  date  valide  prove  in 
Codogno  e  il  suo  territorio  y  ecc.  — ^  //.  ^5 


98 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Ungheria  di  sua  perizia  in  architettura  guerresca.  E,  com'era 
necessario  affrettare  febbrilmente  i  lavori,  così  il  principe  vi 
chiamò  con  bando  tutti  i  vassalli  de'  suoi  feudi  nel  Lodigiano. 
Occupò  poi  tosto  la  rocca  di  Castelnuovo,  e  per  questa  mossa 
e  pei  munimenti  compiuti  il  duca  di  Modena,  già  sotto  Cre- 
mona, dovette  rinunziare  per  allora  al  traghetto  dell'Adda. 

Egli  lo  tentò  l'anno  dopo,  coli' esercito  esteso  per  tutto  il 
Cremonese  ed  oltrepassata  la  trincea  della  Cava;  ma  il  principe 
Ercole  coi  suoi  uomini  d'arme  —  forniti  a  migliaia  dai  paesi 
di  feudo  trivultino  —  passava  il  Po  ad  impedire  il  congiungi- 
mento dei  francesi  coi  modenesi,  mentre  il  marchese  di  Cara- 
cena,  nuovo  governatore  di  Milano,  ausiliato  dal  nerbo  de'  suoi 
e  dalla  fortuita  difesa  del  disalveo  dell'Adda,  aveva  posti  i  suoi 
quartieri  in  Pizzighettone ,  arrestando  in  cotal  guisa  il  duca  di 
Modena;  che  dopo  vari  conati  di  passaggio  indietreggiò  verso 
le  sue  terre. 

Senza  dubbio  il  capitano  generale  di  Spagna  aveva  compreso 
la  importanza  grande  della  sua  residenza  dietro  le  bastite  di 
Pizzighettone.  Là  si  era  stabilito  fortemente,  e  di  là  per  tempo 
non  breve  governava  la  publica  cosa;  ce  lo  dicono  le  diciassette 
gride  ch'egli  dal  i6  luglio  a  tutto  il  settembre  del  1648  diè 
fuori  da  Gera  di  Pizzighettone. 

Mentre  Cremona  era  ossidionata  dagli  eserciti  alleati,  costoro 
tentarono  il  varco  dell'Adda,  muovendo  da  Crotta  alla  prospi- 
ciente Maccastorna,  tenuta  celatamente  dai  piemontesi,  ai  quali 
e  francesi  ed  estensi  volevansi  riunire;  e  per  tenere  a  bada  le 
genti  di  Spagna  vigilanti  sulla  destra  del  fiume,  misero  in  acqua 
parecchie  barchette,  parte  con  miliziotti  e  parte  cariche  di  fa- 
scine erette  e  simulanti  uomini.  L' espediente  non  valse  a  ri- 
chiamare l'assalto  spagnolo  su  quella  decettoria  imbarcazione; 
e,  scoperto  l'inganno,  le  barchette  furon  tutte  prese;  gli  spagnoli 
acciuffarono  i  malesuasi  uomini  d'arme  ch'erano  in  esse;  suc- 
cesse un  parapiglia,  e  la  peggio  toccò  ai  francesi  che  si  rifu- 
giarono a  Formigara  (18  luglio  1648). 

Saremmo  tratti  troppo  lungi  se,  a  proposito  della  guerra 
successoria  pel  ducato  di  Mantova,  volessimo  farci  anche  con- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


99 


cisi  narratori  delle  sue  vicende  in  quelle  regioni  dell'  Italia 
superiore  che  formarono  la  larga  orbita  degli  avvenimenti  cru- 
deli. E  dovremmo  specialmente  insistere  sugli  effetti  che  ne 
derivarono  in  Piemonte,  cui  la  astuta  politica  della  casa  sa- 
baudia  teneva  faticosamente  in  bilico  tra  Spagna  e  Francia. 

Piuttosto  è  da  osservare  che,  essendo  quella  una  guerra  di 
principi  per  cupidigia  di  poteri  e  di  territori,  poca  o  nessuna 
parte  di  sentimenti  e  d'aspirazioni  vi  prendevano  i  popoli  sub- 
bietti;  e,  come  al  di  là  del  Sesia  e  dello  Scrivia,  così  in  questa 
nostra  terra  lombarda,  i  governati  lasciavano  che  le  belliche 
imprese  camminassero  a  posta  loro,  le  proprie  iniziative  con- 
vergendo al  più  vivace  svolgimento  delle  industrie  agricole  e 
commerciali.  Quei  nostri  maggiori  avevan  compreso  che  non 
avrebbero  punto  migliorata  la  sorte  col  sostituirsi  per  essi  di 
un  padrone  ad  un  altro. 

Infatti,  il  nostro  popolo  segnava  le  date  migliori  de'  suoi 
negozi  e  delle  sue  affermazioni  artistiche  quando  più  accese  di- 
vampavano le  furie  bellicose  fra  Spagna  e  gli  alleati  a'  suoi 
danni;  e,  mentre  il  feudatario  di  Codogno  comandava  al  suo 
alfiere  Mola  di  levar  genti  per  l'esercito  (5  aprile  1643)^,  i 
nostri  si  apparecchiavano  a  dare  magnifico  incremento  alle  ma- 
nifatture agricole,  onde  poi  venne  così  meritata  ricchezza;  a 
promuovere  palestre  intellettuali  per  nobili  gare  d' ingegni  ;  ad 
esornare  templi  e  vie  con  eccellenza  di  quadri  e  di  edifizi 

Gli  ecclesiastici  soltanto  —  seguendo  lor  naturai  talento  e 
più,  forse,  le  antiche  condizioni  del  proprio  ceto  —  non  rima- 
nevano estranei  alle  militaresche  vicende,  strettamente  collegate 
alle  politiche  così  d'esserne  causa  ed  effetto  insieme;  e,  gelosi 
custodi  delle  prerogative  e  delle  immunità  loro,  resistevano  al 
braccio  armato.  Ad  esempio,  il  sacro  collegio  di  Roma  largiva 
solenne  encomio  al  vescovo  Clemente  Gera,  per  essersi  egli 
fervidamente  opposto  alla  rassegnazione  del  rettore  di  Somaglia,  il 
quale  aveva  ceduto  alla  imposizione  degli  alloggi  militari  (1650)^. 

Tornando  alle  offese  contro  la  antica  alleata  Spagna,  Fran- 
cesco, duca  di  Modena,  forte  di  quattro  mila  pediti,  di  mille 
cavalieri,  di  novecento  carri,  di  salmerie  e  munizioni,  lasciava 
la  sua  città  (luglio   1655),  mirando  a  rannodarsi  ai  francesi; 


lOO 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


che,  comandati  da  Tomaso,  principe  di  Savoia,  valicato  il  Ti- 
cino, discendevano  nel  ducato. 

Vuole  una  cronaca  piacentina  consultata  da  Cristoforo  Pog- 
giali che  moltissimi  abitanti  del  contado  lodigiano,  non  volendo 
esser  presi  tra  due  fuochi,  si  trasferissero  colle  cose  loro  a  Pia- 
cenza, quando  appunto  a  capo  di  sue  genti  il  Trivulzio  toccava 
le  sponde  dell'Adda  e  del  Po,  per  fare  ostacolo  alla  avanzata 
dell'  Estense.  E  non  fu  vana  mostra  la  sua  ;  nè  vane  opere 
furon  quelle  che  il  valente  matematico  Alessandro  Campione 
inalzò  allora  in  triplice  baluardo  presso  Cera  ;  imperocché  Fran- 
cesco, vista  la  mala  parata,  s'attenne  a  più  prudente  consiglio, 
e,  ritorta  la  strada,  fu  obbligato  alla  attraversata  del  Parmi- 
giano e  del  Piacentino,  per  tentare  al  di  qua  del  Ticino  la  sua 
unione  coi  francesi,  già  entrati  nello  stato  milanese,  per  essi 
fatto  campo  d'ogni  ladreria  e  vessazione. 

Per  poco  si  rifece  una  apparente  calma;  poi  il  carattere  osti- 
nato del  modenese  lo  risospinse  in  campo;  e,  di  fatto,  nego- 
ziata la  neutralità  con  Francesco  Gonzaga,  duca  di  Mantova, 
egli,  guidando  sette  mila  fanti  e  sei  mila  cavalli,  reinvase  il 
Cremonese,  sempre  alle  scolte  per  raggiungere  la  destra  sponda 
dell'  Adda  vietata  ;  sulla  quale  da  Castelnuovo  a  Castione  —  cioè 
presso  i  confini  della  terra  di  S.  Marco  —  le  milizie  spagnole 
tenevano  in  rispetto  le  mosse  dell'audace  duca. 

Questi,  non  trattenuto  dalla  potestà  territoriale  della  Sere- 
nissima, sconfina  fino  a  Cassano,  e  cosi,  verso  la  metà  del 
luglio,  pone  piede  nello  stato  milanese;  la  cosa  riescendogli 
tanto  meno  ardua,  in  quanto  che  già  sventolano  le  gigliate 
bandiere  di  Francia  al  di  là  dell'Adda.  Ercole  Teodoro  Tri- 
vulzio sta  in  armi  a  Bisnate,  imponendo  ai  signori  della  Gera 
abduana  di  ributtare  gli  assalti  dell'inimico,  ed  al  conte  di 
Vailate  di  impedire  ai  francesi  il  passo  di  Cassano  e  di  immet- 
tere nel  fiume  tutti  i  corsi  della  Muzza,  del  Ritorto  e  d'altri  canali. 

Ma  tutto  ciò  è  vano  e  sgomenta  le  popolazioni.  Dal  Lodi- 
giano  è  un  esodo  verso  Piacenza,  dove  si  rifugiano,  tra  gli 
altri,  le  orsoline  di  Casalpusterlengo  ;  e  Ranuzio  Farnese  manda 
a  circoscrivere  con  banderuole  stemmate  i  suoi  possessi  di 
Fombio  e  di  Guardamiglio,  per  tutelarli  dalle  scorrerie  di  guerra. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


lOI 


Vale  solo  a  trattenere  l'avanzata  nemica  il  vigore  dato  dalla 
disperazione  ai  contadini  della  Gera  d' Adda,  i  quali  fanno  strage 
delle  milizie  francesi.  Queste,  a  lor  volta,  trovano  libero  il  passo 
per  la  ritirata  frettolosa  del  governatore,  Alfonso  conte  di  Fuen- 
saldagna,  e  per  la  diffalta  del  Vallate;  e  corrono  fino  ai  sob- 
borghi di  Milano  ;  e  si  impadroniscono  delle  fortezze  di  Mortara- 
e  di  Vigevano. 

Fatalmente,  dopo  la  vittoriosa  impresa  di  Lomellina,  il  duca 
di  Modena  infermava  mortalmente  a  Santhià,  e  le  ostilità,  che 
da  qualche  lustro  perduravano  con  forte  accanimento,  si  rallen- 
tavano per  la  sua  scomparsa  (14  ottobre  1658). 

Verso  la  fine  del  secolo  XVII,  la  tormentosa  successione  al 
ducato  di  Mantova  ed  il  cattivo  sangue  fattosi  tra  Luigi  XIV 
e  Vittorio  Amedeo  di  Savoia  erano  pur  troppo  destinati  a  per- 
petuare anche  nelle  nostre  regioni,  se  non  un  proprio  e  deter- 
minato stato  di  guerra  combattuta,  una  preoccupazione  perenne, 
per  la  quale  era  mestieri  vivere  in  una  specie  di  vigilia  d'armi, 
al  conspetto  delle  minaccie  francesi  per  una  parte  e  per  l'altra 
degli  imperiali,  dimicanti  fra  sè  sul  terreno  altrui. 

Un  avviso  del  potestà  di  Codogno,  dottore  Giacomo  Grotta, 
fatto  publico  in  nome  del  principe  Antonio  Teodoro  Trivulzio, 
ammoniva  i  sudditi  d'apparecchiarsi  al  richiamo  delle  milizie  che 
sarebbero  state  avviate  all'Adda,  a  rintuzzare  le  possibili  offese 
dei  nemici  del  ducato  (26  giugno  1678).  E  tutto  lo  scorcio  di 
quel  secolo  fu  passo  continuo  di  gente  tedesche,  sulle  cui  spalle 
coperte  dal  corsaletto  gravavano  i  lunghi  archibusi;  torme  rac- 
cogliticcie, specialmente  ingaggiate  ai  confini  dell'impero;  dalle 
foggie  strane,  eteroclite;  dai  cappelloni  arrovesciati  sulle  ferree 
molle  e  dai  trasformati  morioni,  dal  giustacuore  a  sgoffi  e  dal 
pesantissimo  robone,  dalle  amplissime  brache  sino  al  ginoc- 
chio, d'onde  scendeva  l'alto  stivale  o  la  stinta  calza,  percossi 
in  misura  dal  tintinnio  delle  scabre  spade;  non  più  gente  di  ven- 
tura ma  di  scarriera,  il  cui  soldo  per  la  sua  irregolarità  era 
sostituito  dalla  rapacità  che  interveniva  a  compensarla  ad  usura. 

In  quei  transiti  fuggivano  le  popolazioni  atterrite,  e  si  ha 
nota  che  allo  splendore  fosco  degli  incendi  di  Villanterio,  di 


I02 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Sant'Angelo  e  di  Salerano  fuggivano  a  salvezza  nel  contado- 
nostro  gli  abitanti  di  parecchi  villaggi  delle  fini  pavesi,  poste 
a  ruba  ed  a  sacco  dai  bavari  dell'esercito  imperiale  (17  set- 
tembre 1696). 

Un  nembo  terribile  si  addensò  sull'Europa  ai  primi  dilucoli 
del  secolo  XVIII:  la  guerra  per  la  successione  di  Spagna. 

La  morte  di  Carlo  II,  ultimo  del  ramo  primogenito  di  casa 
d'Austria  (i  novembre  1700),  aprì  il  retaggio  dei  vastissimi 
domini;  quantunque  il  testamento  del  re  cattolico  chiamasse  a 
succedergli  Filippo  d'Angiò,  nepote  di  Luigi  XIV;  ed  è  possi- 
bile che  nella  mente  ristretta,  obumbrata  da  leggendaria  igno- 
ranza, Carlo  non  prevedesse  quale  e  quanta  ira  di  imperatori  e 
di  re  sarebbesi  scatenata  su  quel  suo  atto  di  ultima  volontà. 

Cominciò  a  respingerlo  l'imperatore  Leopoldo  I,  dichiarando 
che  in  sè,  capo  della  secondogenita  branca  della  casa  austriaca, 
ricadeva  esclusivamente  per  dritto  feudale  la  corona  delle  Spagne, 
non  potendosi  in  argomento  di  successione  reale  tener  conto 
dei  discendenti  per  linea  cognatizia;  e  nè  pure  al  testamento 
si  acconciò  Vittorio  Amedeo  II,  duca  di  Savoia,  il  quale  pro- 
vava i  diritti  propri  a  cingere  il  diadema  di  Carlo  V,  come 
colui  che  esciva  dalla  progenie  di  Filippo  II,  pel  sangue  della 
bisava  Caterina. 

Il  re  francese  non  era  di  quelli  che  indietreggiano  se  convinti 
di  aver  ombra  di  buona  causa;  e  già  egli  aveva,  per  forza  d'oro 
sparso  nella  corte  madrilena,  aiutato  la  fortuna  della  sua  casa, 
in  guisa  che  le  disposizioni  estreme  del  re  defunto  non  vi  tro- 
varono nè  in  basso  nè  in  alto  opposizione  di  sorta. 

Gli  impedimenti  vennero  solleciti  e  fieri  dall'imperatore;  e 
prima  furon  vivaci  proteste  all'Inghilterra,  all'Olanda,  all'elet- 
tore bavarese,  che  avevano  riconosciuto  il  nuovo  re,  e  pure  al 
duca  di  Savoia,  che,  mutando  consiglio  —  anche  perchè  la 
figlia  sua  era  salita  al  talamo  dell' Angiò  —  a  questi  aveva  reso 
omaggio  di  ricognizione. 

Frattanto  Leopoldo  inviava,  capitano  supremo  delle  armi  ce- 
saree in  Italia,  il  principe  Eugenio  di  Savoia,  nepote  del  car- 
dinale Mazzarino,  allora  nel  fiore  della  virilità,  e  che  —  pur 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


coperto  di  gloria  nelle  guerre  austro-turche  —  non  aveva  potuto 
dimenticare  i  giovanili  rancori  contro  il  «  re  Sole  ». 

Di  Francia  scesero,  agguerriti  per  copie  e  munimenti,  primo 
il  maresciallo  Nicola  di  Catinat  —  già  illustre  per  le  vittorie 
fiamminghe  e  per  quelle  di  Piemonte  —  e  con  lui  Luigi  di 
Vandemont;  poi  il  Villeroi,  Luigi  di  Vendòme  —  già  valoroso 
soldato  del  Turenne  —  e  il  duca  d' Orléans  con  Luigi  d' Au- 
busson,  conte  de  La  Feuillade. 

Quali  e  quanti  i  fatti  d' arme  onde  con  varia  vicenda  fu  com- 
battuta al  di  qua  delle  Alpi  la  guerra  di  successione  non  è 
nostro  oficio  descrivere.  Solo  è  da  rammentare  che  Vittorio 
Amedeo,  dopo  avere  inclinato  a  Francia,  subitamente  s'alleò 
ad  Austria  ;  e  nel  condottiero  supremo  degli  imperiali  e  suo 
consanguineo  ebbe  la  intrepida  e  sapiente  difesa  della  propria 
causa  e  di  quella  del  suo  popolo.  E  venne  giorno  glorioso  in 
cui  Torino  vide  le  genti  franco-ispane  prorompere  in  dirotta, 
pel  sacrificio  sublime  di  un  povero  minatore  d'Andorno,  ed  i 
principi  di  Savoia  salutare  dall'alto  di  Superga  il  trionfo,  più 
che  dell'armi,  del  saldo  volere  (29  agosto  1706). 

Cominciarono  le  milizie  francesi  a  mostrarsi  nel  Lodigiano 
tre  mesi  dopo  la  morte  di  Carlo  II,  e  tosto  nei  templi  del  con- 
tado fu  fatta  nei  giorni  festivi  l'esposizione  del  Sacramento 
dopo  i  vespri,  per  allontanare  il  pericolo  della  guerra^.  Però 
nell'inverno  (8  febbraio  1701)  i  francesi  erano  già  in  Lodi,  e 
—  giusta  il  Ciseri,  che  ha  tutta  l'autorità  del  contemporaneo  — 
così  pieni  di  timidezza  che  le  campane  della  città,  sonanti  al 
richiamo  per  lo  spegnimento  di  un  incendio  fortuito  e  per  il 
segnale  della  iniziata  quaresima,  furono  interpretati  come  segnali 
della  rivolta  popolare  ;  ed  a  quei  soldati  —  in  cui  non  era  forse 
dileguato  il  ricordo  degli  squilli  del  siculo  vespro  e  dell'apo- 
strofe di  Pier  Capponi  —  tale  sgomento  cagionossi,  che  tutti 
accorsero  all'armi  sulla  piazza  Maggiore. 

Per  rinfrancare  i  suoi  sudditi  d'Italia,  s'era  mosso  di  Spagna, 
e  per  la  via  di  Napoli  era  giunto  a  Milano,  re  Filippo  (23 
giugno  1702).  Nove  giorni  dopo  egli  passava  per  Codogno-,  di- 
^ retto  a  Pizzighettone ;  e,  reduce  dal  campo  di  Modena,  ripas- 
sava tra  noi  nell'autunno,  onorevolmente  accolto  dalla  comunità 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


(5  Ottobre).  Se  non  che  l'astro  di  Spagna  impallidiva,  e  le 
imprese  del  principe  Eugenio  non  s'erano  arrestate  dopo  la 
celebrata  liberazione  di  Torino. 

Eugenio  occupò  Milano  e  Lodi,  mentre  il  governatore  Vau- 
demont  si  ritirava  a  Pizzighettone,  dove  i  due  principi  savoiardi 
lo  seguivano,  ossidionando  il  forte.  Le  offese  si  iniziarono  da 
Castione,  volendo  i  due  capitani  austro-sardi  costringere  l'oste 
avversa  a  snidare  da  Cavacurta;  e  quivi  una  scaramuccia  si 
dibattè,  nella  quale  il  principe  Eugenio  fu  lievemente  contuso 
di  schioppo  al  braccio  (4  ottobre  1706). 

Codogno  era  stato  abbandonato  dagli  spagnoli  e  dai  francesi 
(26  settembre),  ed  una  leggenda  —  la  quale  ancora  ai  tempi 
del  Goldaniga,  che  la  riferisce,  doveva  essere  sulle  labra  del 
popolo  —  racconta  che  «  sortiti  »  gli  assediati  da  Pizzighettone 
per  sorprendere  Codogno,  un  simulacro  del  patrono  san  Biagio 
acquistasse  viva  voce  gridando:  «Ecco  il  nemico!»;  sì  che, 
pel  provvido  avviso,  ringagliarditi  gli  austriaci,  fecer  testa  ai 
francesi,  che  precipitosamente  si  ritirarono. 

Cavacurta  cadde  in  potere  del  principe  Eugenio  e  tosto  il 
convento  dei  serviti  —  dove  egli  aveva  posto  quartier  generale  — 
fu  bersaglio  alle  artiglierie  franco-ispane,  che  lo  disertavano 
dall'  opposta  riva  dell'  Adda. 

La  resa  di  Pizzighettone  (29  ottobre)  segnò  tra  noi  la  costi- 
tuzione —  per  allora  soltanto  militarmente  —  della  sovranità 
austriaca,  ratificata  poi  politicamente  col  trattato  di  Utrecht 
(13  agosto  17 13). 

In  Codogno  presidiava  il  corpo  del  principe  di  Vittemberg 
(febbraio  1707);  e  San  Rocco,  Guardamiglio,  Fombio  e  vicinie 
eran  quartiere  al  reggimento  dei  dragoni  di  Savoia,  ond'era 
proprietario  e  condottiero  il  principe  Eugenio;  che  —  circondato 
da  quegli  splendidi  cavalieri  istituiti  in  suo  onore  —  aveva  preso 
possesso  di  Milano,  in  nome  dell'imperatore  Giuseppe  L 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA  I05 


NOTE  AL  CAPO  XLII. 


*  Ludovico  Antonio  Muratori  registra  questo  avvenimento  all'anno  suc- 
cessivo. 

'  Si  persolve  tuttavia ,  nelle  Caselle  Laudi ,  sui  primi  di  giugno  d' ogni 
anno,  un  oficio  funebre  in  memoria  delle  vittime  di  quelle  giornate  nefaste. 
Archivio  parochiale  di  Codogno. 

*  Coloro  che  si  presentavano  tardi  al  richiamo  erano  puniti  con  multe  ; 
a  togliersi  di  dosso  le  quali  dovevano  presentare  le  proprie  scuse  in  una 
formula  prestabilita,  com'è  accennato  in  una  nota  dell'archivio  parochiale 
di  Codogno  (29  gennaio  J646). 

^  Matteo  Manfredi  -  Vita  dei  vescovi  di  Lodi. 

*  Archivio  parochiale  di  Codogno. 


CAPO  XLIIL 


Le  chiese  di  Codogno  —  La  parochiale  di  S.  Biagio  —  S.  Maria  alle  nevi 
—  La  Trinità  —  La  Madonna  delle  Grazie. 


ATTA  la  parte  dovuta  alla  cronaca  delle  dignità  e  dei 
privilegi  spettanti  alla  parochiale  di  Codogno,  dob- 
biamo descriverne  i  concetti  edilizi,  se  non  dal  punto 
artistico  da  quello  che  tecnicamente  direbbesi  co- 
struttivo. Successivamente  l'analogia  economica  dell'esposizione 
ci  trarrà  a  dire  brevemente  di  altre  chiese  del  territorio;  ma 
così  ora  per  Codogno,  come  per  tutti  gli  edifici  destinati  al 
culto  che  enumereremo,  tutte  le  nostre  impressioni  d'indole 
prettamente  artistica  consegneremo  ad  una  speciale  parte  del 
nostro  lavoro,  dove  —  senza  pretendere  a  brani  di  alta  estetica  — 
all'arte  sacra  ed  alla  profana  daremo  ragionevole  se  non  ampio 
svolgimento. 


Raccogliendo  le  note  più  significative  intorno  al  nostro  maggior 
tempio,  Lorenzo  Monti*  lo  afferma  consacrato  da  Francesco 
Ladino,  vescovo  di  Lodi  (28  ottobre  1520);  ma  pare  che  l'edi- 
ficio allora  non  fosse  compiuto,  nè  compiuta  era  la  torre;  la 
quale,  cominciata  colla  fabbrica  della  chiesa  (1491),  ebbe  me- 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


107 


stieri  di  oltre  un  secolo,  per  essere  condotta  a  termine,  usandosi 
alla  perfezione  del  lavoro  il  materiale  dei  torrioni  del  castello, 
quando  essi  vennero  abbassati  (16 12). 

All'incremento  del  tempio  cooperava  con  assiduo  interesse  la 
comunità  ;  la  quale  —  qui,  come  da  per  tutto  —  sentiva  il  prin- 
cipio che  gli  edifici  del  culto  costituiscono  nobilissima  parte 
della  proprietà  morale  e  materiale  dei  municipi;  ed  il  comune 
s'accontò  pel  disegno  e  per  la  traduzione  in  opera  d'una  fac- 
ciata degna  del  tempio  coli' architetto  cremonese  Giovanni  Bat- 
tista Regorino,  cui,  per  atto  solenne  del  notaro  Cristoforo  Greco, 
acconsentì  il  compenso  di  mille  cinquecento  lire  di  Cremona  e 
di  venti  brente  di  vino,  comprendendo  però  nel  contratto  ed 
una  restaurazione  generale  dell'edificio  e  l'obbligo  nell'assuntore 
di  dar  tutto  finito  nel  giugno  dell'anno  seguente  (2  maggio 
1584)- 

La  porta  grande  della  chiesa  fu  poi  ricostrutta  in  forma  mi- 
gliore da  Giovanni  Battista  Giussani  «  lapicida  » ,  come  elice 
dal  rogito  del  tabellione  milanese  Gian  Giacomo  Sormano,  rap- 
presentando il  comune  di  Codogno  i  deputati  Paolo  Dragoni  e 
Bassano  De  Didimiani  (11  maggio  1585)^. 

Il  criterio  artistico  di  questo  portale  si  accorda  mirabilmente 
colla  fronte  del  tempio.  Il  pronao,  snellamente  appoggiato  su 
svelte  colonne  e  coronato  da  una  cuspide  —  la  quale  risponde 
al  motivo  identicamente  sviluppato  al  sommo  dell'edificio  — 
costituisce  un  classico  modello  di  stilistica.  Ed  è  del  pari  gra- 
dita allo  sguardo  degli  esperti  l'armonia  della  facciata  tutta, 
che  da  alcuni  vuoisi  condotta  dal  Regorino  sullo  stile  dei  preesi- 
stenti lati,  opera  altamente  intellettuale. 

La  facciata  è  in  mattoni  naturali,  e  —  quantunque  non  monda 
di  pecche  —  conquista  l'attenzione  dello  spettatore.  La  parte 
inferiore  sale  agilmente  alla  superna,  l'una  dall'altra  separata  a 
mezzo  d'un  purissimo  e  duplice  ferdonato  a  rientranze  simme- 
triche, consentanee  ai  dettami  dell'  architettura  mezzo  lombarda. 
Al  centro  superiore  sta  la  statua  del  titolare,  lavoro  della  prima 
metà  del  secolo  XVII,  e  da  un  altare  piramidale,  dorato,  stuc- 
cato e  intagliato,  trasferita  nella  nicchia  all'esterno  del  tempio 
con  grande  solennità  (30  settembre  1757)  ^ 


I08  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


L'interno  è  a  croce  latina,  ed  ha  una  architettura  che  può 
dirsi  di  un  ecletismo  moderno,  riassumente  le  scuole  varie,  sulle 
quali  prepotè  la  corruzione  secentistica,  refrattaria  anche  ai  re- 
stauri successivi.  Delle  tre  navate  la  maggiore,  a  pilastri  lese- 
nati  di  sostegno,  è  scompartita  nel  cielo  di  altrettanti  archivolti 
di  sagoma  nuova,  a  cui  stanno  sottoposti  degli  occhi  di  pavone 
colle  figure  degli  apostoli  del  milanese  Valtortà  (1879);  e  nei 
semicerchi  d'arco  si  arrotondano  per  ogni  segmento  tre  meda- 
glioni Trescati,  cui  rìdiè  luce  il  restauro  recente. 

Le  navate  minori  sono  fiancheggiate  da  sei  cappelle  o  sfondi 
di  cappella  ciascuna;  di  esse  due  specialmente  sono  notevoli 
per  ricchezza  e  per  caratteristiche  architettoniche:  quella  alla 
Deipara  e  quella  a  san  Biagio. 

La  prima  sfoggia  fra  una  gloria  ponderosa  di  paffuti  angeli, 
sostenenti  i  drappeggi  d'un  manto  marmoreo,  le  famose  colonne 
a  voluta  di  presunta  ripetizione  salomonica;  e  la  volta  quadri- 
partita da  stucchi  dorati  e  l'archivolto  sono  frescati  a  tinte 
ancor  vive  e  corrette  (1784).  L'altare  fu  richiesto  dalla  scuola 
del  Rosario  (1691)*.  Ma  un  vero  soffio  d'arte  anima  il  sacello 
per  la  tavolozza  di  Francesco  Mazzucchelli  detto  il  Morazzone, 
autore  della  pregiata  collana  dei  quadretti  rappresentanti  i  Mi- 
steri, ricorrenti  la  nicchia  della  Vergine,  e  dei  due  ampli  quadri 
laterali  della  «  strage  degli  innocenti  »  e  dell'  «  adorazione  dei 
magi  ». 

La  cappella  di  S.  Biagio  —  costrutta  dai  devoti,  primo  dei 
quali  il  proposto  Besozzi  (1757),  che  vi  è  sepolto  in  cornu  evan- 
gelii  —  ebbe  accresciuto  lustro  e  decoro  a  spese  del  canonico 
Antonio  Bignami  (1787).  Egli  vi  fece  trasportare  il  ricco  altare 
marmoreo  delle  soppresse  Clarisse,  colle  due  statue  —  per  verità, 
mediocri  —  e  la  ditò  d'una  tela  su  cui  il  patrono  del  borgo  è 
effigiato  assurgente  alla  gloria  dei  cieli;  pensiero  pleonastica- 
mente ripetuto  sulla  volta  frescata  della  cappella. 

L'aitar  maggiore  gareggia  colla  balaustrata  per  ricca  e  sva- 
riata copia  di  marmi  esotici.  Esso  fu  costrutto  su  disegno  del 
cremonese  Giuseppe  Giudici  (1773);  ma  più  d'un  secolo  prima 
un  altro  ne  era  stato  inaugurato  con  particolare  splendore  dal 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


109 


principe  Gian  Giacomo  Teodoro  Trivulzio  ;  il  quale  —  dopo  un 
anno  di  porpora  —  vi  saliva,  celebrandovi  pontificalmente  la 
messa  (i  novembre  163 1).  Musica,  lumi,  popolo  e  nobili  mila- 

f —  ■  ,  ,  , 


La  parochiale  di  S,  Biagio. 


nesi,  concomitanti  il  principe  della  chiesa,  resero  pomposa  quella 
solennità  ^. 

Nel  capo  dedicato  specialmente  alle  espressioni  della  grande 
arte,  ci  occorrerà  indugiarci  ad  alcune  cappelle,  nei  dipinti  delle 
quali  —  segnati  dal  pennello  dei  Piazza,  del  Luino,  dei  Campi, 
del  Crespi  —  palpita  tutta  la  giovinezza  della  rinascenza,  e  sono 
tutta  una  gloria  di  eleganza  e  di  colorito. 

A  far  corona  alla  parochiale,  il  secolo  XVII  vide  agli  esistenti 
asceterì  aggiungersene  una  nuova  serie. 


no 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


La  pia  congrega  dell'Annunciata,  costituita  da  uomini  seco- 
lari, non  potendo  più  pel  proprio  accrescimento  celebrare  le  sue 
funzioni  in  S.  Giorgio  —  che  un  secolo  prima  l'aveva  accolta  — 
opinò  s'avesse  ad  edificare  un  nuovo  oratorio;  e,  giovandosi 
della  riscossione  di  dodici  mila  lire  da  quei  serviti  dovutele, 
gittò  le  fondamenta  di  S.  Maria  alle  nevi  (27  maggio  1604); 
obbedendo  al  priore  Camillo  Cremonesi,  che  seppe  coli' attività 
della  fede  raccogliere  nel  solo  giro  d' un  giorno  cento  quaranta- 
quattro lire  all'  uopo. 

Gli  uomini  pii  e  facoltosi  che  nel  nuovo  tempio  si  stringevano 
bianco  vestiti  in  confraternita  del  Gonfalone  —  affigliata  a  quella 
di  Roma  —  rivolgevano  i  loro  sforzi  suntuari,  più  che  a  lus- 
suosità  costose,  ad  opere  di  filantropia;  quali  l'assistenza  ai 
giustiziandi  —  che  poi  nell'  oratorio  venivano  seppelliti  —  ed 
a  procurar  doti  di  cento  lire  cadauna  ad  otto  nubende  indigenti, 
sorteggiate  ogni  anno.  L' oratorio,  quindi,  costituito  di  una  sola 
nave,  conservò  la  forma  primitiva  ;  fu  solo  allungato  dalla  parte 
dell'abside,  ma  artisticamente  restò  sempre  una  povera  cosa  ^. 

Al  capo  XXXIV  si  tenne  parola  della  secessione  tra  i  con- 
fratelli di  S.  Rocco  ;  alcuni  dei  quali  rimasero  fedeli  al  loro 
angusto  oratorio  ed  alla  tonaca  verde,  ed  i  più,  invece,  deside- 
rosi di  maggior  sviluppo,  eressero  ex  novo  la  chiesa  della  Tri- 
nità, adottando  zimarra  scarlatta. 

Il  culto  alla  Triade  divina  fin  dallo  scorcio  del  secolo  XVI 
mirava  ad  affermarsi  nel  nostro  borgo  con  personalità  propria: 
Giovanni  Antonio  Cipello  testava  lire  cento  per  la  costruzione 
della  chiesa  alla  Ss.  Trinità  (22  novembre  1562),  e  —  dice  una 
nota  dell'  archivio  parochiale  —  «  questa  è  la  memoria  più  an- 
tica sulla  medema  ». 

Dalla  stessa  fonte  ci  proviene  una  nota  —  a  dir  vero,  in- 
comprensibile—  per  la  quale,  sotto  la  data  9  agosto  1565,  la 
confratria  della  Trinità  sarebbe  stata  eretta  «  nell'  oratorio  di 
questo  titolo  »  ;  là  dove  documenti  irrefragabili  ci  fanno  certi 
esser  stato  nel  1608  che  molti  congregati  di  S.  Rocco  si  co- 
struirono con  pecunia  propria  l'oratorio  trinitario;  e  quivi  la 
novella  compagnia  salì  a  tale  importanza  che  oscurò  l'emula 
sanrocchina. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


III 


Fu  detto  che  subito  dopo  la  parochiale  è,  tra  le  chiese  co- 
dognesi,  da  riguardarsi  come  di  maggior  merito  architettonico, 
la  Trinità.  Le  impressioni  nostre  ci  dilungano  da  si  fatta  opi- 
nione. La  facciata  del  tempio  ha  bensì  linee  severe  ed  intonate  ; 
ma  al  favorevole  giudizio  non  siamo  d'avviso  corrisponda  l'aspetto 
interno,  dove  —  in  mezzo  alla  generale  povertà  desolante  — 
appare  tutta  l'enfasi  barocca  nelle  due  cappelle  laterali,  dalle 
ancone  esuberanti,  coi  drappi  di  marmo  ravvolti  alle  colonne  a 
spirale,  coi  fregi  festonati  e  bistorti,  e  colle  statuette  paluda- 
mentate,  gestanti  senz'  anima.  Le  due  cantorie  soltanto  meritano 
nota  per  vetusta  correttezza  di  disegno. 

Da  questa  chiesa  la  confraternita  spargeva  frutti  di  cristiana 
carità,  e  con  assistenza  ai  malati  in  un  nosocomio  speciale,  e 
con  elargizioni  dotali  annue  di  quaranta  lire  a  quattro  pulzelle 

Sono  due  le  modeste  leggende  che  preludono  alla  cronaca  della 
chiesa  e  del  convento  francescano  della  Madonna  delle  Grazie. 

Fu  narrato  che  il  frate  Santo  Ferrari,  codognese  religioso 
nella  regola  assisiate,  genuflettendo  un  di  là  dove  oggi  è  la  via 
Crucis  dei  francescani  —  e  dove  allora  s'apriva  una  casa  di 
mala  vita  —  presagì  che,  ad  espiazione  di  quello  scandalo,  nei 
tempi  avvenire  sulle  rovine  dello  scorto  sarebbesi  eretto  un  se- 
rafico chiostro.  Fu  anche  raccontato  di  Gian  Giacomo  Teodoro 
Trivulzio,  aspettante  in  Roma  la  porpora  più  tardi  conseguita 
ed  insieme  anelante  di  ritorno  a  Milano,  dove  la  madre  sua 
—  Caterina  Gonzaga  dei  principi  di  Castel  Goffredo  —  stava 
gravemente  infermata.  Fu  assicurato  il  principe  da  un  uomo 
che  passava  per  molto  addentrato  nelle  celesti  cose  —  un  fran- 
cescano laico.  Innocenzo  —  che  donna  Caterina  sarebbe  guarita 
ed  il  prelato  sarebbe  stato  decorato  dello  zucchetto;  e  del  du- 
plice precònio  fu  cosi  lieto  Teodoro,  che  fece  voto  di  fondare 
in  Codogno  un  convento  dell'ordine  minorità. 

Diversa  dalla  leggenda  è  la  storia,  la  quale  non  può  proce- 
dere che  a  rigor  di  date;  e  per  queste  è  stabilito  che  solo  nel 
1625  Teodoro  Trivulzio  —  rimasto  vedovo  cinque  anni  prima 
di  Giovanna  Grimaldi  dei  principi  di  Monaco  —  si  dedicò  alla 
chiesa,  essendo  eletto  chierico  di  camera;  e  che  al  cardinalato 
egli  salì  solo  nel  1630.  Si  sa  invece  che  —  annuenti  il  pontefice 


112 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ed  il  rettore  Cornali  —  si  associarono  per  raggiungere  il  divi- 
sato stabilimento  dei  francescani  nel  borgo  (1618),  ricche  e  pie 
persone,  alla  testa  delle  quali  la  comunità,  che  già  ripetutamente 
aveva  trattato,  ma  indarno,  pel  trasferimento  in  Codogno  del 
chiostro  cappuccino  presso  Casalpusterlengo  (1585-1598). 

Lire  ventidue  mila  e  cento  cinquanta  furon  raccolte  per  la 
chiesa  e  pel  convento  ®  ;  V  area  per  questo  fu  concessa  dai  Tri- 
vulzì,  per  quella  da  Pietro  Antonio  Ferrari;  ed  il  famoso  inge- 
gnere conterraneo  Giovanni  Battista  Barattieri  approntò  i  disegni, 
sollecitamente  approvati. 

Col  solito  preliminare  di  rito,  fra  Giuseppe  d'Arzago,  custode 
per  Milano  della  famiglia  francescana  riformata,  piantò  solenne-r 
mente  la  croce  sul  luogo  designato  ad  essere  la  porta  del  tempio 
(30  maggio  1620);  e  subito  dopo  il  vescovo  di  Lodi,  Seghizzi, 
veniva  invitato  dalla  comune  e  dal  Trivulzio  a  posare  la  prima 
pietra  della  chiesa  di  S.  Maria  (i  giugno).  Quella  cerimonia  fu 
veramente  grande;  al  che  concorse  senza  dubbio  la  strana 
comminazione  fatta  dal  feudatario  dell'ammenda  di  venticinque 
scudi  a  chi  non  vi  si  fosse  condotto. 

Non  rifugge  per  certo  all'  attenzione  di  chi  legge  la  caratte- 
ristica di  quella  erezione,  che  risulta  interamente  di  iniziative 
locali,  prestandosi  il  vescovo  solo  per  la  parte  liturgica  impo- 
stagli dai  canoni.  E  pure,  parve  fosse  d'origine  codognese  anche 
il  domenicano  antistite  Michel  Angelo  Seghizzi,  già  lettor  pu- 
blico  di  teologia,  padre  inquisitore  a  Bologna,  Roma,  Cremona 
e  Milano,  commissario  generale  del  santo  ufizio,  ed  in  questa 
qualità  partecipe  al  processo  di  quel  glorioso  accusato  che  fu 
Galileo  Galilei. 

E  di  Galileo  fu  grande  amico  il  cosmografo  nostro  Giovanni 
Battista  Barattieri;  così  che  anche  allora,  nel  piccolo  mondo 
paesano,  due  principi  e  due  età  si  guardavano  combattendo. 

I  lavori  della  chiesa  e  del  chiostro  vennero  spinti  con  alacrità 
mirabile,  tanto  che  tosto  vi  risiedettero  alcuni  padri,  essendone 
primo  guardiano  padre  Stefano  da  San  Romano  di  Garfagnana 
(162 1).  In  quattro  anni  tutto  fu  compiuto,  e  gli  stessi  popolani 
avevan  voluto  prender  parte  alle  opere,  fin  dal  loro  inizio,  nei 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


dì  festivi  Stendendosi  in  catena  fra  il  borgo  ed  alcune  fornaci 
di  Retegno,  e  passandosi  di  mano  in  mano  i  laterizi  necessari 
per  una  settimana  ai  muratori.  Ai  più  grossi  trasporti  pensa- 
rono i  proprietari  dei  contorni  coli' uso  delle  loro  carra. 

Monsignor  Clemente  Gera  consacrava  nella  usata  forma  la 
chiesa  (19  luglio  1626),  accrescendosi  la  festività  per  la  trasla- 
zione nel  nuovo  tempio  delle  reliquie  di  diciannove  martiri  della 
fede;  alle  quali  doveva  quattro  anni  dopo  unirsi  la  spoglia  di 
un   martire  della  carità:   frate  Gregorio  Ferrari  da  Codogno, 


Il  porticato  della  B.  Vergine  delle  Grazie. 


fratello  di  frate  Santo,  rimasto  vittima  della  peste,  mentre  ag- 
giravasi  coraggioso  tra  i  colpiti,  consolatore  dei  loro  estremi 
momenti  (1630). 

Il  classico  chiostro  a  portici  delle  antiche  chiese  fu  intellet- 
tualmente riprodotto  come  ingresso  alla  chiesa,  su  disegno  del 
capo  maestro  Carlo  Francesco  Monticelli  (1778).  Il  quadrilatero 
arcuato  circoscrive  quello  che  direbbesi  il  patium  del  tempio, 
all'evo  dei  primi  cristiani  serbato  alle  tombe,  più  tardi  volto 
ad  ornamento. 

Sulle  quattordici  arcate  —  dissimetriche  per  le  proporzioni 
delle  due  che  stanno  verso  l'imbocco  della  via  —  prima  che 
Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  //.  3^ 


114 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


fossero  dotate  di  portico,  furon  dipinte  le  stazioni  della  strada 
di  Gesù  al  Calvario  dal  cavalier  Pietro  Magatti  di  Varese;  e  di 
quei  vantati  lavori,  lasciati  con  supina  insipienza  alla  mercè  del 
volgo  demolitore,  oggi  si  hanno  appena  le  traccie.  In  quali 
condizioni  d'abbandono,  del  resto,  giace  tutta  quella  prospettiva 
di  portici,  sotto  i  quali  la  memore  fantasia  rivede  nel  cuor  delle 
notti  lunari  gli  antichi  monaci  discesi  dall'erme  celle  ai  mat- 
tutini corali  ! 

Sull'agile  pronao  bicolumne,  alta,  severa  e  dalle  linee  sem- 
plici, s'eleva  l'ampia  facciata  dal  fastigio  cuspidale.  Il  motto: 
«  charitas  »  fra  le  due  braccia  avvinte,  e  la  croce  francescana, 
su  cui  s'appoggia  l'asta  di  Longino  e  la  spugna  imbevuta  di 
fiele,  riaffermano  sulla  cuspide  esterna  l'espressione  dell'origine 
locale  della  chiesa. 

Dentro  corre  l'unica  nave,  accompagnata  da  tre  cappelle  per 
lato;  le  quali  —  seguendo  una  massima  salda  nell'architettura 
monacale  —  comunicano  l'una  coll'altra  per  vani  regolari,  e  sono 
separate  dalla  navata  a  mezzo  di  cancellate  in  parte  primitive. 

Imponente  è  la  voluta  dell' arcone;  armonico  il  curvo  piovente 
del  coro  ;  tutto  vi  fa  sentire  la  casa  di  Dio.  Il  pavimento  ha 
tumuli  petrali  nei  quali  furon  sepolti  e  benefattori  e  monaci 
scomparsi,  fino  alla  soppressione  del  chiostro.  Due  lapidi  nere 
murate  agli  sporti  del  santuario  rammentano  nomi  e  pregi  di 
Maria  Lucrezia  Borromea  (171 6)  e  di  Ottavia  (17 15),  moglie 
la  prima  e  figlia  l'altra  del  principe  Antonio  Gaetano  Gallio 
Trivulzio,  ivi  sepolte. 

L'aitar  maggiore,  d'euritmica  ed  austera  costruzione  in  legno 
bruno,  accenna  nei  suoi  fregi  e  negli  intagli  del  cimazio  e  delle 
fascie  il  gusto  eletto  di  chi  imaginò  e  condusse  l'opera.  Le 
due  statue  fiancheggianti  l'altare,  e  trasportate  dalla  soppressa 
S.  Chiara  (1783),  non  corrispondono,  però,  alla  purezza  dello 
stile  di  esso. 

Gusto  fine  e  perizia  di  buona  arte  si  riscontra  invece  negli 
altorilievi  in  legno  sotto  la  mensa  degli  altari,  nei  quali  lo 
scalpello  dei  fratelli  Antonio  e  Francesco  Antonio  da  Sirone, 
laici  minori  del  convento,  sceneggiò  mirabilmente  la  vita  com- 
battuta del  rabbi  nazareno  da  Beltlemme  al  Golgota  (1682). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Il  Goldaniga  —  conventuale  di  S.  Maria  delle  Grazie  —  de- 
scrisse e  chiesa  e  convento  ;  ma  quale  iattura  essi  non  patirono 
dopo  la  soppressione  della  frateria,  e  dal  passaggio  loro  dal 
demanio  al  comune  (20  marzo  181 1)?  più  che  l'ingiuria  del 
tempo,  l'ignoranza  dell'uomo  cospirò  al  danno,  ed  oggi  inutil- 
mente vi  ricerchi  alcune  di  quelle  tele  che  il  Goldaniga  ricorda 
di  pennelli  pregiati.  Gli  odierni  ripulitori,  o  falsi  restauratori 
che  dir  si  vogliano,  hanno  luridamente  disteso  i  loro  empiastri 
su  quelle  pareti  ;  le  oleografìe  volgari  hanno  usurpato  il  posto 
di  quelle  opere  in  cui  palpitava  tutta  la  maestà  della  fede  ^  ;  ed 
ai  corretti  altari  in  legno  intagliato,  ecco  sostituirsi  dei  farra- 
ginosi edifìci  dall'aureo  spanto,  il  cui  gusto  significa  più  esa- 
nime fecondità  che  forza  intemperata 


ii6 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XLIII. 

^  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  1817. 
^  Archivio  comunale  di  Codogno. 

^  Quale  migliore  effetto  conseguirebbero  i  severi  lati  della  chiesa,  ove 
se  ne  togliessero  le  aggiunte  profane  che  la  deturpano  ! 

^  Il  consorzio  del  Rosario  fu  eretto  dal  padre  Vincenzo  Giustiniano, 
generale  dell'ordine  dei  predicatori  (31  marzo  1569);  fu  soppresso  (13 
marzo  1788);  e,  per  decreto  "della  regia  conferenza  governativa,  la  sua 
sostanza  fu  devoluta  al  consorzio  sacramentino  (4  aprile  1793). 

La  compagnia  del  Sacramento,  si  costituì  tra  i  proceri  del  paese  per 
consiglio  del  vescovo  Taverna,  però  senza  distintivi  di  cappa  (1579).  Lo 
stesso  vescovo  ne  eresse  canonicamente  la  scuola  (21  maggio  1588);  e  la 
veste  bianca  fu  indossata  per  la  prima  volta  da  settantadue  confratelli 
(19  maggio  1805). 

Riferiamo  alcune  note  archiviali  riguardanti  l'accrescimento  costruttivo 
ed  artistico  della  parochiale  di  S.  Biagio  : 

1632  -  I  gennaio.  Per  dare  uno  sfondo  condegno  al  tempio,  la  comunità 
acquista  una  casa  dietro  di  esso  e  ne  fa  costrurre  il  coro. 

1671  -  A  Genova  i  codognesi  acquistano  la  statua  dell'Immacolata,  per 
cui  si  tiene  una  memorabile  cerimonia. 

1705  -  Restauro  della  elegante  balaustra  che  limita  il  sancta  sanctorum. 

1755  -  Si  comincia  a  costrurre  le  cappelle  del  Crocifisso  e  di  S.  Biagio. 

1756  -  L'ungarese  Giovanni  Bargozzi,  colonnello  qui  presidiante,  erige 
una  cappella  a  san  Giovanni  Nepomuceno,  al  cui  posto,  cinquant' anni 
dopo  circa,  i  francesi  pongono  san  Napoleone,  che  vi  rimane  fino  al  1814. 

1773  -  Per  l'inaugurazione  di  un  nuovo  aitar  maggiore,  il  coro  e  il  pre- 
sbitero sono  dipinti  a  fresco  in  architettura  da  Girolamo  Pezzoni  e  da 
Giuseppe  Zanni.  Un  Mariani  di  Sant'Angelo  vi  dipinge  il  medaglione  del 
Padre  Eterno. 

1780  -  Nuovo  restauro  alla  balaustrata. 

1783  -  3  febbraio.  Collaudo  dell'organo,  escito  dalle  celebri  officine  ber- 
gamasche di  Andrea  Serassi,  del  prezzo  di  dodici  mila  lire  milanesi. 

1786  -  Si  rinuovano  il  pavimento  della  chiesa  e  la  gradinata  verso  la 
piazza. 

1798  -T^estauro  generale  del  sacro  edificio.  Il  6  luglio  per  ordine  superiore 
il  commissario  del  dipartimento,  Pavesi,  sopprime  il  capitolo  di  Codogno. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


117 


1803  -  Inaugurazione  della  cappella  del  Crocifisso,  restaurata  dal  pittore 
Giovanni  Biella. 

1806  -  3  agosto.  Istituzione  della  fabbriceria  parochiale  e  riunione  am- 
ministrativa in  essa  di  tutte  le  chiese  sussidiarie  del  borgo. 

1879  -  8  novembre.  Riconsacrazione  della  chiesa  dopo  il  restauro  fatto 
a  spese  del  proposto  Antonio  Serrati  e  d'altri  oblatori. 

®  In  S.  Maria  alle  nevi  è  degna  di  menzione  forse  soltanto  la  nicchia 
della  Vergine  e  dell'arcangelo  Gabriele,  la  semplicità  architettonica  della 
quale  arieggia  il  buqn  tempo  artistico. 

L'altare  dell'Annunciata  —  che,  secondo  chi  lo  vide,  era  lavoro  pre- 
giato —  fu  tolto  nel  restauro  del  1799. 

^  Il  campanile  della  Trinità,  costrutto  nel  161 6,  fu  compiuto  col  cono 
che  lo  corona  nel  1739,  da  Gian  Maria  Sartore  di  Codogno. 

^  Offrirono  lire  quattro  mila  la  comunità,  sei  mila  Pietro  Antonio  Fer- 
rari, sei  mila  don  Domenico  Pizzamiglio,  tre  mila  e  cinquecento  cinquanta 
Paolo  Martinengo,  e  duecento  cadauno  Gian  Battista  Bellone,  Paolo  Folli 
ed  una  incognita. 

®  Alcune  opere  fortunatamente  rimangono  ancora  alla  nostra  ammira- 
zione nella  chiesa  delle  Grazie;  tra  di  esse  la  nicchia  del  sant'Antonio 
dipinta  a  puttini  ed  a  fiori  dal  genovese  Luigi  Miradoro  (1652^,  alcuni 
quadri  di  Carlo  Vimercati,  di  frate  Gerolamo  da  Premana  e  del  Formen- 
tini.  Di  questi  lavori  insigni  partitamente  diremo  al  capo  dedicato  alle 
espressioni  pittoriche  nella  nostra  regione. 

^"  L'altare  di  san  Luigi  aveva  il  quadro  del  titolare,  fatto  eseguire  dal 
nipote  suo  Teodoro  Trivulzio,  che  di  lui  fu  ospite  in  Codogno,  e  che  volle 
rendergli  omaggio  di  devozione  quando  Paolo  V  ne  approvò  il  culto  sugli 
altari  (1618),  poi  ampliato  da  Gregorio  XV  (1621). 

È  quindi  da  supporsi  che  il  quadro  del  giovane  marchese  di  Castiglione 
mantovano  fosse  un  ritratto  fedele;, e  pel  valore  storico,  non  meno  che 
pel  religioso ,  si  dovesse  conservare  nella  cappella  d' istituto  tri vultino  ; 
non  si  relegasse,  come  fu  fatto,  nell'andito  buio  della  sacrestia,  facendolo 
sostituire  da  una  statua  moderna  senza  pregi  di  sorta. 


CAPO  XLIV. 

Nuove  chiese  di  Codogno  —  S.  Bernardino  —  SS.  Gregorio  e  Sebastiano 
—  SS.  Teodoro  e  Paradiso  —  La  Madonna  di  Caravaggio  —  La 
Visitazione. 


BEIAMO  ripetutamente  visto  che  da  secoli  datava  fra 
noi  la  devozione  a  san  Bernardino  da  Siena;  ed 
un'accolta  di  nostri  conterrazzani,  memori  delle  vit- 
time del  recente  contagio,  in  suo  onore  fece  sor- 
gere un  oratorio. 

Il  nome  del  santo  degli  Albizzi  fu  associato  a  quello  di  san 
Gerolamo  dottore  :  il  vescovo  Gera  —  qui  in  visita  pastorale  — 
ne  poneva  la  prima  pietra  (14  settembre  1635);  ed  —  instante  il 
cardinale  feudatario  —  vi  si  erigeva  canonicamente  la  confrater- 
nita della  Morte,  successivamente  aggregata  all'omonima  arci- 
confraternita  romana  (3  agosto  1639)  ^ 

La  ricchezza  della  confratria  della  Morte  assicurò  all'oratòrio 
una  lunga  e  grande  fortuna  spirituale.  I  sodali  vi  convenivano 
in  ogni  dì  festivo  per  udire  un  sermone  sui  morti,  per  medi- 
tare sul  mistero  del  sepolcro  e  per  escirne,  cinti  di  negra  cappa, 
in  processione  per  le  vie.  Fino  a  sei  messe  quotidiane  erano 
stabilite,  e  lungo  l'anno  erano  frequenti  le  altre  solennità. 

Il  disegno  architettonico  dell'  oratorio  fu  attribuito  a  Giovanni 
Battista  Barattieri,  e  fu  considerato  forse  il  migliore  degli  edifici 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


119 


sacri  codognesi.  Era  costrutto  all'angolo  delle  odierne  vie  Cavour 
e  Adda;  e  sulla  sua  fronte  corretta,  dipinta  in  buona  architet- 
tura dal  cremonese  Giuseppe  Zanni  (1758), 
si  leggeva  l'invocazione  del  salmista: 
«  Sur  gite,  0  mortMÌ,  venite  ad  judicium  »  ; 
lo  fiancheggiava  una  elegante  torre,  a  detta 
del  Goldaniga  la  più  bella  ed  alta  del 
borgo,  dopo  quella  della  collegiata. 

Neil'  interno  il  pennello  egregio  di  Gio- 
vanni Tognetti  aveva  mirabilmente  con- 
dotta la  figura  dei  titolari,  pure  effigiati 
colla  Vergine,  nel  medaglione  mediano, 
da  Pietro  Mariani  di  Sant'  Angelo  ;  i  due 
altari  minori  erano  dicati  a  san  Giovanni 
Battista  ed  al  compatrono  san  Gerolamo. 

Dopo  la  soppressione  dei  conventi  dei 
riformati  alle  Grazie  (11  maggio  1810),  il 
demanio  accordò  al  comune  quella  chiesa 
in  cambio  dell'oratorio  di  S.  Bernardino, 
e  col  pagamento  di  duemila  settecento  lire 
(20  marzo  1811).  Esso  fu  chiuso  al  culto 
(18  aprile),  e  dallo  stato  venduto  al  ca- 
valiere Gerolamo  Trivulzio  di  Milano  (18 
novembre)  ;  che  a  sua  volta  lo  rivendette 
al  comune.  Per  la  sua  poca  sicurezza  il 
bel  tempio  veniva  demolito,  proprio  allora 
che  un'altra  opera  egregia  del  Barattieri 
—  l'arco  del  Cristo  —  cadeva  sotto  i  pic- 
coni municipali  (primavera  del  1867)^. 

Origine  simile  a  quella  dell'oratorio  di 
S.  Bernardino  ebbe  la  chiesetta  dei  SS.  Gre- 
gorio e  Sebastiano,  ad  oriente  del  borgo  ; 
dove  un  sacello  componeva  le  salme  dei 
caduti  di  peste  (1634). 

Là  convenivano  nei  dì  festivi  i  fedeli  ;  ma  —  come  pareva  che 
più  per  ispasso  che  per  ispirito  di  religione  vi  si  riunissero  — 
cosi  il  proposto  Gaspare  Domenicani,  colle  offerte  di  parecchi 


La  torre 
DI  S.  Bernardino. 


I20 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


—  tra  i  quali  i  Trivulzi,  uno  Stefano  Levi,  i  Belloni,  i  Gandolfi 
ed  anche  alcuni  forestieri  —  tolse  l'incentivo  all'abuso,  promo- 
vendo la  costruzione  d' una  modesta  chiesa  attigua  al  cimitero  ; 
nella  quale  raccolse  i  devoti  della  cappellina  demolita,  ed  in- 
sieme quelli  d'un' altra  propinqua,  verso  la  Sigola,  cui  dava 
nome  la  Vergine  carmelitide.  i 

Il  nuovo  tempio  conservò  la  dicazione  ai  santi  Gregorio  e 
Sebastiano  ;  ma  subito  il  popolo  lo  ribattezzò  col  nome  di  chiesa 
dei  Morti,  conservato  sino  alla  sua  scomparsa.  Fu  fabbricata  su 
proposta  architettonica  di  Carlo  Antonio  Albino  (167 1),  e  fu 
benedetta  dal  paroco  Domenicani  (27  ottobre  1672),  per  dele- 
gazione del  vicario  generale  della  diocesi,  allora  in  sede  vacante 
per  la  morte  di  Serafino  Corio  ;  e  monsignor  Menatti  vi  eresse 
la  confraternita  del  Carmelo  (14  aprile  1677). 

La  facciata  col  sovrapposto  di  due  coppie  di  colonne  binate 
ai  lati,  era  assai  notevole,  come  la  spezzatura  del  cimazio,  che 
dava  luogo  ad  una  piccola  elevazione  centrale  di  edificio.  Ai 
lati  stavan  due  pieritti,  ed  a  manca  un  portico  immettente  ad 
un  atrio;  era  corretta  la  linea  del  campanile  a  bifore. 

L' interno  era  di  una  sola  navata  con  due  altari  per  lato  ;  sul 
maggiore  il  fresco  del  «  Crocifisso  con  Gregorio  e  Sebastiano  pre- 
ganti ».  In  marmo  nero  era  la  balaustra,  su  cui  stava  sculta  la 
impresa  del  Carmelo;  ed  alla  Vergine  del  mistico  monte  era 
sacro  il  primo  altare  a  manca,  fatto  col  murello  dell'antica  cap- 
pellina incorporata  nella  chiesa.  I  santi  Giovanni  Battista,  An- 
tonio  da   Pàdova,   Ignazio  da  Loiola  e  Francesco  da  Paola 

—  questo  per  giuspatronato  trivulziano  —  avevano  culto  sugli 
altri  tre  altari  minori. 

Un  bel  coro  compiva  l'euritmica  armonia  dell'interno,  pro- 
lungandosi dall'ara  massima. 

Antonio  Tolomeo  Gallio  Triyulzio  —  vuoisi  per  voto  di  aver 
prole  —  pensò  di  consacrare  alle  salme  cristiane  la  tumulazione, 
allargando  il  piccolo  cimitero  esistente  presso  SS.  Gregorio  e 
Sebastiano.  E  quel  breve  campo  di  riposo  egli  riattò  al  miseri- 
cordioso oficio,  facendovi  dipingere  il  motto  :  «  Pregate  pel  vivo 
benefattore  che  si  è  ricordato  dei  vostri  morti»  (18 ottobre  1728) ^ 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


121 


Verso  la  fine  del  secolo  XVIII,  però,  il  camposanto  dovette 
cedere  ad  una  non  meno  sublime  opera  di  carità:  all'erezione 
dell'ospitale,  che  appunto  stava  per  sorgere  sul  luogo  già  de- 


SS.  Gregorio  e  Sebastiano  ^. 

stinato  alle  tombe  dal  Trivulzio.  Da  allora  anche  l'oratorio 
virtualmente  cessò  di  esistere;  e  poco  dopo  lo  si  chiuse,  tra- 
mutandolo in  magazzino  agricolo  (1805);  e,  dal  culto  di  Cerere 
passato  a  quello  di  Marte,  servì  poi  alla  raffineria  dei  salnitri 
per  le  polveri  piriche  (18 10),  fin  che  fu  raso  al  suolo  (18 17). 

Verso  la  metà  del  secolo  XVII,  le  molte  chiese  aperte  al 
culto  non  bastavano  ancora  al  tranquillo  ascetismo  occupante 
\  gli  animi,  acuito  com'era  tuttavia  dalle  visioni  di  oltre  tomba, 
procurate  dalle  fiere  reminiscenze  della  recente  e  distruggitrice 


122 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


epidemia.  I  rimpianti  e  le  preci  domandavano  un'altra  sede;  e 
questa  fu,  coli' erezione  d'un  tempio  al  titolo  dei  santi  Teodoro 
e  Paradiso,  riassunto  poi  nell' unico  e  supremo  del  Cristo. 

Fu  la  tradizione  quella  che  unificò  in  quest'ultima  dicazione 
le  due  originarie;  tradizione  di  antichi  giorni,  per  la  quale  si 
narra  che  nel  crollo  di  una  casupola,  sorgente  là  dove  poi  si 
eresse  la  chiesa,  si  salvava  prodigiosamente  dalla  ruina  la  fan- 
ciulla d' una  povera  filatrice.  Alla  ingenua  giovanetta  aveva  tur- 
bato il  sonno  una  mistica  voce  che  le  imponeva  di  levarsi  e  di 
fuggire.  Ella  obbedì;  ma  la  madre,  sdegnando  quella  apparenza 
di  capriccio,  per  tre  volte  riconduce  la  figliuola  riottosa  al  let- 
ticciuolo;  invano,  che,  di  bel  nuovo  terrificata  la  adolescente, 
ne  sorge  e,  gridando  alla  madre  che  una  fiera  sventura  minaccia 
entrambe,  costei  nolente  si  trascina  fuori  dall'abitazione.  Appena 
in  tempo!  Come  commossa  da  un  terribile  schianto,  la  casetta 
precipita,  d'essa  rimanendo  integro  soltanto  un  lembo  di  muro, 
sul  quale  campeggia  il  rozzo  simulacro  dipinto  di  un  Cristo 
crocifisso. 

La  novella  scuote  tutti  gli  spiriti  ;  si  grida  al  miracolo  ;  il 
muricciuolo  vien  tolto  di  terra  e  solennemente  recato  alla  colle- 
giata ;  d' onde  —  eretta  la  chiesa  a  san  Teodoro  —  vi  fu  col- 
locato e  vi  si  trova  tuttora,  all'altare  di  destra. 

La  cronaca  —  più  modesta  della  leggenda  —  ne  differisce  di 
molto,  bastando  il  primo  titolo  della  chiesa  a  far  intendere  ad 
un  tratto  che  anche  codesta  affermazione  religiosa  involgeva  un 
ossequente  omaggio  al  cardinale  feudatario,  che  appunto  si  no- 
mava Teodoro. 

Egli  aveva  rifatta  la  contrada  diretta  a  Retegno  e  detta  di 
Fombio,  e  in  essa  alcuni  benestanti  vollero  elevato  l'oratorio, 
pontificando  alla  cerimonia  inaugurante  il  proposto  Gaspare  Do- 
menicani (22  ottobre  1642),  il  quale  ebbe  pur  la  ventura  di 
consacrare  il  tempio  perfetto  (i  settembre  1647). 

Alla  chiesa  fu  aggregata  la  confraternita  di  Maria  Vergine 
del  Riscatto  o  dei  Trinitari  —  i  quali  sulla  rossa  zimarra  por- 
tavano il  rocchetto  crucisignato  di  bianco  e  d'azzurro  (25  luglio 
1656)  —  riunita  più  tardi  alla  omonima  arciconfratria  di  Roma 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


123 


(20  agosto  1672).  Il  cardinale,  Giovanni  Pietro  Toninelli,  don 
Giuseppe  Bellone,  don  Stefano  della  Gaza,  Federico  Grimoaldi, 
don  Francesco  Colombini,  Antonio  Ferri  e  Caterina  Credazzi 
furono  i  perspicui  benefattori  del  sacro  luogo.  L' ordine  filippino 
tentò  indarno  di  stabilirvi  un  proprio  chiostro. 


La  Madonna  di  Caravaggio. 


Nel  furore  delle  guerre  francesi  anche  l'oratorio  del  Cristo 
decadde  a  magazzino  di  salmerie  militari  (1804);  ma  poco  dopo 
tornò  al  suo  chiesastico  oficio  (24  gennaio  1808). 

Di  veramente  artistico  nulla  si  ravvisa  nell'  interno  del  Cristo. 
All'aspetto  esteriore  è  notevole  l'ardita  cupola,  elegantemente 
imaginata  dall'architetto  Albino. 

Pure  di  Carlo   Antonio  Albino,  ed  importante  opera  d'arte, 
^   è  il  santuario  della  Madonna  di  Caravaggio,  sorto  sul  principio 
del  secolo  passato. 


124 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Dove  è  oggi  la  chiesa,  prima  un  breve  sacello  a  sagoma  pi- 
ramidale si  elevava  presso  un  incastro,  offrente  al  passante  il  trat- 
teggio Trescato  della  «  Presentazione  di  Maria  Vergine  ».  Guasta 
dal  tempo  e  più  ancora  dalle  manualità  soldatesche  della  guerra 
tra  franco-ispani  ed  austro-sardi  (1706),  anche  quella  effigie  era 
presso  che  scomparsa.  Alla  iattura  del  dipinto  soccorse  provvi- 
damente il  sacerdote  Giuseppe  Dragóni,  che,  padrone  del  fondo 
circostante,  restaurò  la  cappellina,  ed  al  posto  dello  scomparso 
dipinto  volle  che  Giovanni  Battista  Scarpino,  sopranomato  il 
Bianchino,  figurasse  la  imagine  della  taumaturgica  Vergine  di 
Caravaggio  ;  il  culto  alla  quale  —  dopo  l' apparizione  a  Giovan- 
netta  Vacchi  Varoli  (26  maggio  1432)  —  s'era  venuto  ampia- 
mente diffondendo  per  tutta  Lombardia. 

Crebbe  rapidamente  in  fama  presso  le  semplici  genti  del 
contado  il  sacello  riedificato  dal  Dragoni;  la  fede  ardente  vi 
avviava  in  folla  afflitti  ed  infermi,  ed  a  questi  e  a  quelli  faceva 
conseguire  guarigione  e  conforto  ;  così  che  copiosissime  vi  af- 
fluivano le  divizie  dei  doni  ex  voto-,  lino,  filati,  zendadi  pren- 
devano luogo  di  ori  e  di  argenti,  risultavano  la  espressione 
veritiera  dell'unanime  sentimento  dei  poveri  e  degli  umili. 

Il  proposto  Bartolomeo  Rota  ne  diede  contezza  all'ordinario 
lodigiano  Ortensio  Visconte  (ottobre  17 10);  grandi  cose  eran 
state  riferite  al  nostro  mitrato  circa  la  cappella  già  divenuta 
miracolosa  nel  publico  consenso  ;  •  ed,  a  meglio  corroborare  la 
credenza,  si  ripeteva  da  ognuno,  colorita  dalle  impressioni  po- 
polari, la  narrazione  della  lampada  ardente  al  sacello. 

In  una  stalla  del  Lumino  —  e  cioè  dell'ultima  parte  di  via 
Camposanto,  che  conserva  tuttora  quell'appellativo  —  giuocano 
a  carte,  in  una  sera  invernale,  alcuni  contadini.  Vien  meno 
l'olio  nella  lucernetta,  ed  uno  spirito  forte  della  brigata  attra- 
versa i  campi,  va  alla  cappellina  e  ne  toglie  la  lampada  per 
tornarsene  alla  stalla.  Essa  si  spegne,  ma,  ricollocata  davanti  al 
simulacro,  subitamente  si  riaccende,  ripetendosi  la  stranezza  più 
volte  ;  di  modo  che,  fra  spaurito  ed  ammirante,  il  giovane  torna 
al  convegno  e  tosto  si  propala  il  miracolo. 

Tutti,  fidenti  nell'olio  taumaturgico,  ne  richiedono  per  sanar 
loro  mali;  è  così  grande  il  concorso  di  prossimi  e  di  lontani 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


125 


che  si  deve  far  di  quell'olio  misurata  distribuzione  in  barattoli 
speciali,  di  cui  ben  cinquecento  sono  rilasciati  in  un  sol  giorno 
(4  giugno  17 II),  e  prima  di  quella  fine  d'anno  quattordici  mila; 


La  Madonna  di  Caravaggio. 


d'onde  tale  penuria  di  vetri,  che  dalle  città  vicine  non  è  pos- 
sibile rispondere  all'enorme  richiesta. 

Alla  fede  dell'olio  s'accompagna  quella  nell'acqua.  Un  pozzo 
viene  aperto  accanto  al  sacello;  vengono  a  legioni  gli  assetati 
della  linfa  prodigiosa;  ed  alla  nuova  piscina  probatica  chiedono 
il  celeste  conforto  gli  infermi. 


126 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Il  portento  induce  il  superiore  ecclesiastico  all'azione.  Per 
comando  del  vescovo,  si  esperisce  l'esame  canonico  del  caso;  e 
frattanto  le  offerte  e  i  doni,  specialmente  di  lino,  così-  smisura- 
tamente aumentano,  che  basta  il  prodotto  della  loro  vendita  per 
assicurare  buona  parte  della  chiesa  condenda.  Il  Rota  insiste, 
ed  il  Visconte  —  dopo  aver  visitato  il  sacello  (2  agosto  1711)^  — 
approva  il  piano,  spinto  e  caldeggiato  da  tutti,  della  chiesa  da 
erigersi  ;  elegge  la  congregazione  dei  deputati  all'  amministra- 
zione delle  elemosine  raccolte  —  tra  le  quali  una  del  fittabile 
di  Reghinera,  per  transazione  di  lite  —  e  delega  il  proposto 
alla  posa  della  prima  pietra,  vietandogli  però  —  con  limitazione 
sintomatica  —  il  richiesto  pontificale  (2  settembre).  E  la  prima 
pietra  è  posta  undici  giorni  dopo. 

Su  disegno  dell'Albino,  ed  in  massima  parte  eseguito  dal  capo 
maestro  Giovanni  Battista  Calzio,  il  tempio  in  tre  anni  potè  dirsi 
internamente  compiuto  ;  e  tosto  fu  sentito  il  bisogno  di  un  ac- 
cesso degno  del  santuario;  tanto  che  i  reggenti,  sopra  disegno 
di  Cristoforo  Bignami,  fecero  aprire  una  strada  che  dalla  via  di 
S.  Marco  mettesse  alla  novella  chiesa  (1761),  delineando  così 
quello  che  cinquantasei  anni  dopo  doveva  diventare  publico 
passeggio. 

La  soddisfazione  universa  dei  codognesi  pel  compimento  del- 
l'artistico sotterraneo  e  della  facciata  dell'edificio  è  narrato  nella 
cronaca  manoscritta,  da  noi  già  citata,  e  che  resterà  pei  nostri 
lettori...  dell'anonimo  moderno;  e  vi  si  legge  —  fra  qualche  cro- 
nologica inesattezza  —  di  una  gran  festa  religiosa  e  profana: 
mentre  nel  tempio  salivano  fra  nubi  d' incenso  i  canti  d' una 
messa  solenne,  al  di  fuori,  tra  gli  allettamenti  di  onesti  spassi, 
due  improvvisate  fontanelle  gittavano  l' una  acqua,  l'altra  vino, 
a  libero  godimento  di  quanti  volessero  (1779). 

Il  tempio  si  potè  dire  finito  nella  prima  metà  di  questo  se- 
colo, specie  per  l'opera  dei  sacerdoti  Carlo  Guaitamacchi  e 
Bortolo  Mola,  e  di  altri  oblatori  e  cooperatori  (1838). 

La  chiesa  celebrata  presenta  all'occhio  tutti  i  requisiti  della 
buona  estetica  costruttiva.  L'attico  eccelso,  il  duomo  bulboso, 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


12 


ed  il  campanile  a  capolino  dittico,  con  mirabile  convenienza  si 
susseguono  nell'alto.  Il  prospetto  in  tre  piani  svolge  nell'infe- 
riore e  nel  medio  lo  stesso  motivo  architettonico,  a  lesene,  a 


La  cripta  DELLA  MADONNA  DI  CARAVAGGIO. 


nicchie  ed  a  frontoni.  Quattro  torricciuole  a  piramide  binate 
fiancheggiano  il  comparto  superiore,  coronato  da  un  timpano 
•centrato,  grandiosa  riproduzione  di  quello  che  sovrasta  in  basso 
al  portale;  là  dove  è  spezzato  con  artistico  ardimento  quello 
che  fa  da  stipite  all'ampio  finestrone  occhieggiante  nella  media 
prospettiva,  divisa  così  dalla  sottomessa  come  dalla  sovrapposta 
a  mezzo  di  eleganti  cornicioni  ad  ovoli  simmetricamente  rien- 


128 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


tranti.  I  fastigi  del  tempio  sì  rialzano  anche  più  colle  torricciuole 
estreme  di  compimento  e  coi  piccoli  ma  snelli  obelischi  eretti 
sul  secondo  cordonato. 

In  basso,  sull'archetto  della  porta,  come  pure  nello  spazio 
della  più  elevata  sezione,  stanno  due  finte  rose,  circolare  la  su- 
perna, ottagona  la  terrena,  sulla  quale  si  legge  la  dicazione 

Non  meno  gradito  per  semplicità  di  euritmia  e  per  propor- 
zionata quantità  di  misure  è  l'interno,  a  croce  latina  colle  braccia 
laterali  sensibilmente  accorciate.  Lo  sviluppo  dell' inalzamento  e 
del  sostegno  laterale  all'unica  navata  è  delineato  da  un'agile 
successione  di  lesene  capitellate  a  fiorami  corinzi;  sulle  quali 
gira  con  imponente  eleganza  un  altro  cornicione  a  molteplici 
sagome,  la  cui  impressione  sarebbe  forse  degno  ricordo  del- 
l'aureo secolo  rinascente,  se  la  pluralità  copiosa  dei  bastoni  e 
dei  bordi  non  la  appesantisse  di  soverchio.  Leggera,  alata, 
invece  s' erge  la  cupola. 

Da  entrambi  i  lati  della  chiesa  s'aprono  i  vani  delle  tribune 
riservate,  non  fallibile  indizio  del  carattere  decoroso  del  tempio 
e  della  sua  frequenza  gentilizia.  Due  ampie  cappelle  si  fronteg- 
giano ai  lati,  con  altari  ricchi  di  marmi;  l'aitar  maggiore  posa 
sopra  due  semplici  mensole  tutte  a  riquadri  marmorei,  disposti 
per  una  serie  verticalmente  ed  orizzontalmente  per  l'altra. 

Sul  mezzo  della  navata  si  apre  la  bocca  del  sotterraneo;  una 
mirifica  scalea  immette  alla  cripta,  precinta  da  un  sottoportico 
d'otto  archi;  e  quivi  tutto  è  rifulgente  di  nitori  lapidari,  dalla 
balaustra  all'altare,  dagli  interstizi  arcuali  al  pavimento;  e  l'os- 
servatore, in  cospetto  del  fastoso  e  policromatico  ipogeo,  prova 
un  senso  di  ammirazione  per  chi  seppe  in  così  limitato  spazio 
ideare  quello  svolgimento  e  quella  leggiadra  sovrapposizione  di 
piani  e  d'edificio. 

Dietro  l'altare  sta  la  fontana  evocatrice  delle  peregrine  con- 
fratrie lontane  ed  il  muricciuolo  del  primitivo  incastro  miraco- 
leggiante. 

Anche  T ornamentazione  pittorica  accenna  a  preclari  autori: 
r  architettura  dipinta,  con  ricordi  farraginosi  di  purezza  ellenica 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


129 


e  di  incontinenze  bernìniane  —  caratteristica  dei  prodromi  del 
settecento  —  s'allàrga  con  motivi  grandiosi  di  colonne  a  chioc- 
ciola attorno  alle  porte,  alle  finestre,  agli  altari,  con  colori 
teneri  nei  quali  prevalgono  il  cinereo  ed  il  violaceo,  spiccanti 
sulla  chiara  tinta  generale  del  tempio,  opere  di  Sebastiano  Ga- 
leotti, firentino,  che  ai  dì  suoi  lasciò  nell'alta  Italia  non  periture 
reminiscenze  dell'arte  sua.  Del  Galeotti  è  pure  l'ancona  del 
maggiore  altare,  a  gloria  del  nome  di  Maria;  il  cavaliere  Angelo 
Borroni,  cremonese,  dipinse  con  nerbo  il  «  san  Michele  »  nella 
cappella  a  sinistra  —  alla  quale  Luigi  Gaudenzi  doveva  poi 
donare  l' altare  —  e  il  «  san  Giuseppe  »  della  cappella  a  destra. 

L'affresco,  con  tutta  la  difficoltà  degli  scorci,  si  slancia  fa- 
sciando l'interno  della  cupola,  con  riproduzione  di  fregi  e  di 
simboli  affini;  e  di  là  discende  l'impressione,  in  perfetto  accordo 
con  quella  di  tutte  Ve  altre  pitture  murali. 

.      .  .     *  . 

Se  non  fossimo  spinti  dall'alacre  stimolo  della  brevità,  do- 
vremmo qui  estenderci  nel  riferire  particolarmente  d'altri  oratori 
che  in  quelle  ascetiche  età  facevan  grossa  la  serie  delle  case  di 
preghiera.  Non  deve,  però,  restar  priva  d'un  rapido  accenno 
la  chiesa,  tuttavia  militante  nel  culto,  la  quale  sorse  nel  nome 
della  Visitazione  e  di  san  Luca  —  in  memoria  di  Luca  Trimerio 
Tonolo  —  nella  contrada  della  Rocchetta  (via  Cavour),  per  opera 
delle  monache  orsoline,  già  conviventi  colle  Clarisse. 

'  Sostituì  essa  un  oratorietto,  come  tutti  gli  altri  claustrali 
dell'ordine  feminile  di  S.  Benedetto  favorito  da  privilegi  pon- 
tifici (1684),  e  rimasto  aperto  fino  quando  un  chiostro  e  la 
chiesa  si  prepararono  alle  suore  (28  ottobre  1723). 

L'erezione  della  chiesa,  del  coro,  del  campanile  e  di  parte 
del  collegio  furono  affidate  al  conterraneo  architetto  Clemente 
Tranchinati  (1723-1726);  e  la  facciata  fu  dipinta,  secondo  il 
gusto  dell'epoca,  dal  piacentino  sacerdote  Giovanni  Carlo  No- 
vati  (1740),  con  sfondo  prospettivo,  come  egli  stava  dipingendo 
pure  la  facciata  del  coro  nella  chiesetta  del  seminario  locale. 
Anche  il  bel  lavoro  architettonico  del  Novati  —  che  noi  ricor- 
diamo d'aver  visto  nella  nostra  fanciullezza  —  è  scomparso  sotto 
la  tinta  volgare  dell'imbianchino,  che,  nel  gretto  andazzo  dei 
tempi,  deve  forse  parere  ad  alcuno  fior  di  esteta... 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  //. 


I30 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Edificata  per  bisogni  spirituali  del  chiostro,  la  Visitazione  era 
ristretta  assai  più  che  oggi;  perocché,  oltre  l'aitar  maggiore  si 
inalzava  la  parete  che  tagliava  in  due  il  presbitero,  serbandone 
il  fondo  a  sede  corale  delle  religiose.  La  muraglia,  ora  abbat- 
tuta, esamplia  ed  allunga  la  sola  navata,  che  corre  tra  i  muri 
laterali  nel  sommo  ad  archi  non  ponderosi,  ed  è  questo  pregio 
abbastanza  raro,  in  giusta  armonia  col  resto  dell'  austero  oratorio. 

Un  solo  quadro,  il  patronimico,  è  degno  di  menzione,  opera 
di  Carlo  Vimercati,  milanese,  che  —  a  giudizio  di  critici  illustri  — 
compiè  in  Codogno  le  sue  opere  migliori. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


NOTE  AL  CAPO  XLIV. 

^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 
^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

^  Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno. 
*  Da  un  rame  antico. 
"  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

^  Si  legge  sulla  facciata  della  Madonna  di  Caravaggio  la  seguente  epigrafe  : 

D.  o.  M. 

MAGNO  DEIPARA  NOMINI 
PROPE  AQVAS  MIRACVLIS  AFFLVENTIS 
INDIGENIS  ET  FINITIMIS  CERTAtiM  CONFLVENTIBVS 
OBSEQVI  MONVMENTVM 
IN    ANGVSTIS  PERFVGIVM 
ANNO  MDCCXI  INCHOATVM 
ANNO  MDCCXIV 
ABSOLVEBATVR 

'  Una  smussatura  nel  centro  di  questa  iscrizione,  e  che  si  dice  fatta  da 
un  proiettile,  ha  la  sua  leggenda.  Si  narra  che  ad  un  soldato  condan- 
nato nel  capo  fosse  promessa  la  salvezza,  se  coli' arma  avesse  imberciato 
il  giusto  foco  della  lettera  o  campeggiante  in  prima  linea  dell'epigrafe.  A 
quanto  pare  la  buona  mira  non  arrise  all'infelice  archibusiere. 

Altri  raccontano  di  una  pacifica  scommessa  tra  amici,  di  bersagli  ad 
iperboliche  distanze. 


CAPO  XLV. 


Un  pio  romeaggio  sul  finire  dello  scorso  secolo  —  Chiese  ed  oratori 
dell'agro  e  dei  borghi  circostanti. 


ISALIAMO  colla  imaginazione  al  finire  del  secolo  scorso,  * 
e  teniamo  dietro  ad  un  devoto  romeo  che  —  vi- 
sitate le  chiese  del  suo  borgo  —  intende  toccare 
altresì  la  soglia  dei  precipui  luoghi  sacri  onde  è 
ricco  il  Codognese. 

Avviandosi  dall'arco  del  Barattieri  verso  il  Po,  prima  di  en- 
trare in  Retegno,  e  proprio  a  sinistra  dell'imbocco  della  strada* 
per  Fombio,  il  peregrino  incontra  la  Madonna  del  Pilastrello,  sulla 
cui  fondazione  due  leggende  parlarono  in  diverso  senso.  Un 
contadino,  falciando  le  erbe,  urtò  inavvertitamente  colla  punta 
del  ferro  l' effigie  della  Vergine  dipinta  sopra  un  piccolo  pila- 
stro, e  l'imagine  diè  sangue;  il  miracolo  fu  all'istante  risaputo 
dal  popolo,  e  la  meravigliosa  icone  fu  trasferita  al  maggior 
altare  della  chiesetta  che  vi  si  fece  sorgere.  L'altra  tradizione 
—  d' accordo  colla  storia  in  quanto  che  la  chiesa  è  di  fonda- 
zione trivulziana  —  accenna  alla  erettrice  per  voto,  in  persona 
della  principessa  Olimpia  Pallavicino  Trivulzio,  che,  dopo  vi- 
vissime preghiere  innanzi  al  mistico  affresco,  avrebbe  vista  ri- 
sorridere la  luce  semispenta  negli  occhi  della  figlia  Caterina. 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


La  nuova  chiesa  ebbe  tosto  beneficio  da  lasciti,  come  quello 
di  don  Giuseppe  Bellone  (24  settembre  1649);  e  fu,  su  pro- 
posta dei  monaci  agostiniani  scalzi  (9  febbraio  1653)  loro  con- 
cesso, insistendo  il  cardinal  Trivulzio,  per  licenza  della  comunità, 
di  stabilirli  presso  il  Pilastrello,  pur  che 
l'amministrazione  non  avesse  a  ri- 
sentirne spesa  di  sorta  (16  gennaio 
1657)'- 

In  Retegno  il  peregrino  trova  l'ora- 
torio di  fronte  alla  zecca,  detto  la  Ma- 
donna dell'Impero  (1642);  e  la  antica 
e  rustica  chiesicciuola  di  S.  Isidoro, 
l'agricolo  protettore,  la  quale  sembra 
vegliare  sul  pendio  dello  scomparso 
lago  Barili  ;  essa  non  dipese  spiritual- 
mente mai  da  Codogno. 

Parimenti  di  ragione  spirituale  piacentina  è  la  chiesetta  della 
Mirandola,  al  santo  nome  di  Maria,  proprietà  prebendaria  della 
mensa  di  Fombio,  e  prospiciente  le  case  di  giurisdizione  codo- 
gnese,  qui  confinarie  colla  strada  Emilia. 

L'advena  scorge  da  lungi,  tra  i  floridi  campi,  la  chiesetta  di 
S.  Bernardo  alla  Trivulza,  beneficiata  dai  Calza  del  Molinetto, 
nella  seconda  metà  del  secolo  XVII;  della  qual  famiglia  esiste 
tuttora  ricordo  nel  rozzo  quadro  del  coro,  dove  è  tramandato 
il  miracolo  della  caldaia  ancor  colma  di  fior  di  latte,  dopo  che 
un  pio  Calza  ne  aveva  fatta  distribuzione  ai  poverelli  del  luogo 

Prosegue  il  viatore  per  Fombio,  la  cui  parochiale  —  distinta 
per  la  facciata  in  barocco  —  è  la  prisca  chiesa,  dai  monaci 
pavesi  fondatori  titolata  a  san  Pietro,  poi  anche  a  san  Paolo 
ed  a  san  Colombano,  in  memoria  della  cappella  eretta  verso 
San  Fiorano  dai  longobardi,  un  secolo  dopo  la  morte  del  grande 
abate  irlandese.  La  chiesa  di  Fombio  ha  l' interno  d' una  sola 
nave,  fiancheggiato  da  arconi  ed  archetti,  costrutti  con  assoluto 
oblio  delle  regole  estetiche  (1611)^.  Di  fianco  alla  canonica 
sorge  il  piccolo  oratorio  della  confratria. 

Guardamiglio  ha  una  bella  ed  ampia  chiesa,  dedicata  a  san 
Giovanni   Battista,   consacrata  dal  vescovo  piacentino  Giorgio 


134 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Barni,  essendo  rettore  Francesco  Viustino  (1690).  La  facciata 
e  le  sue  statue  decoratrici  sono  di  genere  barocco  ;  i  sei  archi 
dell'interno  poggiano  su  agili  colonne,  ed  ai  lati  della  cupola 
eccelsa  ottagonale  le  cappelle  del  Cristo  e  del  Rosario  accor- 
ciano le  due  tratte  della  incrociata.  Di  marmo  riccamente  fre- 
giato è  l'aitar  maggiore*,  dietro  cui  s'allunga  il  coro  con  stalli 
elegantemente  semplici,  memoranti  il  gusto  artistico  d'altri  dì. 
Attiguo  alla  chiesa,  da  sinistra,  un  modesto  ossuario  racchiude 
e  teschi  e  tibie  e  femori  umani,  ricordo  della  vecchia  pietà,  che 
non  sempre  nè  da  per  tutto  si  acconciava  a  sottrarre  l'ossa  dei 
trapassati  dallo  sguardo  dei  vivi. 

Spessa  di  asceteri  è  la  Lunga  del  Po:  Oltre  la  chiesetta  di 
S.  Rocco  al  Porto,  al  chiaro  confessore  di  Linguadoca  e  le 
altre  minori  di  S.  Pietro  in  Mezzana  Casati  —  dal  sacrato 
ameno,  dalle  linee  austere  e  dalla  nuda  architettura  che  risente 
lo  stile  lombardo  —  e  di  S.  Fermo  e  Maria  Nascente  in  Ber- 
ghente^,  il  viatore  può  salutare  colla  preghiera  gli  oratori  di 
S.  Domenico  nel  luogo  di  Valloria,  di  S.  Francesco  alla  Fitta- 
rezza,  di  S.  Benedetto  presso  S.  Rocco,  del  Casino  alle  Mez- 
zane e  di  S,  Carlo  Borromeo  all'Isolone. 

Abbandonando  la  plaga  subbietta  ad  Antonino  martire,  il 
nostro  peregrino  risale  il  corso  del  gran  fiume,  ed  eccolo  in 
presenza  di  Somaglia;  dove  l'ampia  chiesa,  onorante  l'Assun- 
zione di  Maria,  è  inspirata  a  ricchezza  e  fastosità  di  forma, 
pel  disegno  di  Giulio  Calieri  di  Milano. 

Vuoisi  che  a  costrurla  servissero  i  materiali  d' un  oratorio 
gentilizio  dei  Somaglia,  dicato  a  san  Giovanni  decollato.  La 
prima  pietra  fu  posta  da  monsignor  Andreani  (14  ottobre  1769), 
che  benedisse  il  tempio  compiuto  nove  anni  dopo. 

Bello  nella  sua  semplicità  è  il  pronao  a  traforo  d'archi,  in 
guisa  che  l'atrio  riesce  corretto.  All'interno,  e  per  le  alte  volte 
e  per  la  decorazione  di  buon  gusto  —  ma  non  egregiamente 
eseguita  —  l' insieme  del  tempio  ha  un  buon  carattere  d' arte. 
Decorano  l'aitar  maggiore  i  due  grandiosi  quadri  murali  di 
scuola  veneta  del  Rossi  (1729)  e  del  Trevisani  (1752). 

Fanno  corona  alla  parochiale  di  Somaglia  gli  oratori  della 
Immacolata  alla  Costa,  quello  della  Purificazione  al  Careggio,  e 


NEI^LA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


quello  di  S.  Bernardino  a  Mirabello.  Quest'  ultimo  nulla  per  certo 
offre  di  speciale  allo  imaginario  circumviatore  del  secolo  scorso, 
fuor  che  un  flessorio  per  le  ginocchia;  ma  oggi  al  contempo- 
raneo amator  d'arte  ben  altro  vi  si  presenta,  degno  obbietto  di 
ammirazione,  per  merito  dei  nobili  Mancini  milanesi,  proprietari 
e  patroni  dell'oratorio.  Il  cui  incremento  si  avverò  quando, 
raccolte  le  spoglie  opime  della  cappella  certosina  di  San  Co- 
lombano, Francesco  Mancini  le  fece  trasferire  a 
Mirabello;  il  che  dice  un'epigrafe  memorativa, 
fregiata  coli' inquartato  dei  nobili  Mancini,  pa- 
renti dei  feudatari  di  San  Colombano  e  patroni 
della  cappella  abolita,  principi  Barbiano  di  Bei- 
gioioso.  Oltre  gli  arredi  sacri,  l'organo  ed  i 
paramenti,  trovò  sede  in  S.  Bernardino  di  Mi- 
rabello —  trasportatovi  da  otto  paia  di  buoi  — 
il  fresco  di  Bernardino  Campi,  simboleggiante  l'augusta  Triade 

(1846)". 

Dilettosità  artistiche  non  rinviene  l'ascetico  visitatore  nè  pure 
nella  parochiale  di  Senna  —  bassa,  colle  cappelle  tozze,  con  due 
altari  laterali  —  posta  sopra  una  eminenza  da  cui  l'occhio  può 
scorgere  Corte  Sant'Andrea.  A  Senna  si  aprono  ai  preganti  gli 
oratori  di  S.  Maria  in  Galilea,  già  delle  monache  cistercensi,  e 
dell'Assunzione  della  Vergine. 

La  chiesetta  di  Corte  Sant'Andrea  —  appartenente  all' arci- 
diocesi  milanese  —  ha  una  sola  navata  e  due  altari  ai  lati.  Si 
vuole  eretta  colla  torre  e  colla  casa  rettoriale  al  principio  del 
secolo  XVII ''j  con  dicazione  a  sant'Andrea  ed  a  san  Rocco; 
del  qual  santo  il  luogo  —  presso  l'arco  Belgioioso  —  aveva  un 
oratorio.  L'ente  parochiale  fu  eretto  dal  duca  Belgioioso  sul 
finire  dello  scorso  secolo  ^. 

Il  nostro  viandante  trascorre  per  Orio,  dove  da  circa  otto 
secoli  sorge  la  chiesa  dicata  al  decollato  Battista,  e  s'aprono 
gli  oratori  di  S.  Antonio  abate  —  pure  antico  —  e,  poco  lungi, 
alla  Marmora,  quello  di  S.  Francesco  di  Paola  ®. 

*     .     .  . 

Non  è  possibile  frenare  un  senso  di  soddisfacimento  al  con- 
spetto della  parochiale  dell' Ospitaletto,  sovraneggiante  da  un' al- 


136 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


tura  colla  facciata  di  ricordi  bramanteschi,  e  consacrata  ai  due 
principi  degli  apostoli  dal  vescovo  cremonese  Cesare  Spedano 
(25  luglio  1599). 

Scorge  il  compagno  nostro,  con  intimo  diletto,  la  croce  che 
vi  si  apre,  cui  formano  le  tradizionali  cinque  scodelle  simbo- 
liche dei  vecchi  peregrini.  Son  convesse  le  mura  del  fronte, 
prospettanti  il  viale  di  acacie  che  conduce  all'ingresso.  È  ele- 
gantissimo il  pronao  a  portici,  sostenuto  da  colonne  cui  fa  da 
piedistallo  una  scalea  a  cinque  gradi.  Al  di  sopra  del  colon- 
nato, il  terrazzo  aperto,  fregiato  di  balaustra;  e  dal  terrazzo  al 
fastigio  si  spinge  il  cuspidale  frontispizio,  sull'architrave  leg- 
giadramente esornato  a  gruppi  rientranti  da  tre  torrette  Le 
ingiurie  dei  tempi  e  degli  uomini  hanno  guasta  la  stupenda 
prospettiva,  cui  compie,  correndo  nell'alto,  il  campanile,  di  pura 
maniera,  a  guglia.  La  porta  si  para  cimata  da  un  architrave  di 
fino  marmo. 

Il  tempio  è  internamente  dipinto  nella  volta  e  nello  sfondo 
del  coro  a  prospettive,  ora  scialbate,  e  certamente  eseguite  al- 
meno un  secolo  dopo  la  costruzione  architettonica.  E  ampio, 
quale  appunto  occorreva  alla  collegialità  monastica  che  lo  ofi- 
ciava;  e  vi  si  susseguono  ad  ognuno  dei  lati  tire  cappelle  ad 
altare,  delineate  e  decorate  con  ricca  squisitezza  in  bianco  e 
stucchi  dorati.  Belle  opere  d'arte,  di  scalpello  e  di  pennello 
stanno  in  questa  chiesa;  dove  tutto  si  risente  il  fascino  delle 
volute,  degli  ingegnosi  cartocciami  che  le  fantasie  esuberanti 
del  seicento  subivano  prepotentemente;  basti  ad  accusarlo  la 
vasta,  fastosa  cornice  a  statue  e  glorie  dorate  del  maggior  altare. 

La  chiesa  —  che,  in  onta  alla  commistione  capricciosa  di 
stili  diversi,  rende  sempre  una  visione  di  effetti  architetto- 
nici geniale  —  fu  restaurata  dal  romano  cardinale  bibliotecario 
Angelo  Maria  Quirino,  protettore  della  famiglia  girolamina,  e 
dall'abate  generale  Gian  Carlo  Galimberti  (1745) 

Visitati  i  sacrari  di  S.  Maria  al  Fontanone  e  del  Crocifisso, 
volgendo  dall' Ospitaletto  verso  Casalpusterlengo,  il  peregrino 
visita  la  chiesetta  parochiale  di  S.  Martino  del  Pizzolano  o  di 
Dario,  dedicata  essa  pure  a  san  Rocco.  Poi  posta  al  Pizzolano 
Vecchio  —  r  UipiBolano  del  notaro  Guala  (1261)  —  già  prò- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


prietà  dei  lodigiani  Vistarini,  e  da  questi  venduta  in  parte  alla 
contessa  di  Guastalla,  che  a  sua  volta  la  donò  alle  monache 
angeliche  da  lei  istituite  nella  contrada  di  S.  Paolo  in  Milano, 
d' onde  la  dicazione  dell'  oratorio  del  vecchio  Pizzolano  al  fiero 
convertito  di  Damasco. 

L'indefesso  camminatore  già  intravede  le  torri  di  Casale;  e 
più  verso  sè  il  campanile  del  santo  Salvatore  storica  chiesa 
le  cui  rudimentali  memorie  si  hanno  da  Ilderado  e  da  Rolenda 
di  Comazzo. 

E  diffusa  la  leggenda  della  processione  notturna  di  minori 
cappuccini  apparsa  ai  casalesi  nell'ultimo  trentennio  del  se- 
colo XVL  Nella  visione  quei  frati  sfilavano,  adoranti  innanzi 
alla  cappelletta  di  S.  Salvarlo,  dove 
la  pia  ma  inabile  mano  di  un  for- 
naciaro  aveva  figulata  una  statua 
rozza  della  Vergine,  alla  cui  vene- 
razione si  affollarono  le  circostanti 
campagne.  Era  la  statuetta  priva 
di  braccia  e  paludamentata,  doppia- 
mente coronata  e  dagli  angeli  e  dal 
serto;  e  pur  coronato  era  il  divino 
Infante,  sbucante  dal  manto  all'al- 
tezza del  sinistro  omero  della  Madre 
Nell'opera  scritta  dal  padre  cappuc- 
cino Onorato  da  Pavia,  intorno  al 
santuario,  è  minutamente  esposta 
la  serie  dei  casi  che  apparecchiarono  e  salutarono  la  costru- 
zione del  tempio. 

Lo  vollero  i  devoti  di  Casale,  e  con  esso  un  convento  pei 
cappuccini  che  lo  officiassero  e  diffondessero  nella  regione  frutti 
di  spirituale  carità.  Due  delegati  indussero  il  provinciale  cap- 
puccino, padre  Mattia  da  Salò,  ad  esaudire  la  comune  preghiera; 
ed,  ottenuta  da  Galeazzo  Lampugnano,  feudatario  del  borgo, 
la  concessione  del  necessario  terreno,  vennero  due  religiosi  ad 
inalzare  la  croce  sul  luogo  (26  settembre  1574);  e  pochi  giorni 
dopo  fu  solennemente  benedetta,  dal  delegato  dell'ordinario 
Scarampo,  la  prima  pietra  del  tempio.  Rapidamente  procedet- 


La  Madonna  di  Casale. 


138 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


tero  le  opere;  così  che,  chiusa  l'antica  cappella  nell'ambito 
della  nuova  chiesa,  due  anni  dopo  i  cappuccini  — vavendo  a 
priore  il  padre  Domenico  da  Brescia  —  apparvero  nel  chiostro, 
servendo  immantinente  al  culto  del  santuario. 

I  lavori,  troppo  limitatamente  condotti,  mal  potevano  soppe- 
rire alla  copia  delle  necessità  ascetiche  per  cui  s'erano  fatti. 
Gli  uomini  di  Casale  versavano  in  distrette;  del  che  volendo  il 
ricco  Codogno  per  sè  profittare  —  dopo  avere  lautamente  soc- 
corso quei  frati  di  elemosine  e  di  sussidi  —  ne  tentò  il  trasfe- 
rimento in  giurisdizione  propria  (1585), 
offrendosi  altresì  poi  di  provveder  loro 
un  più  ampio  e  onorevole  chiostro 
(1598).  Invano,  chè  gli  uomini  di  Ca- 
sale non  si  lasciaron  sfuggire  il  nuovo 
istituto  ;  r  altissimo  conto  del  quale  era 
commisurato  dalla  potenza  e  dalle  clien- 
tele che,  specie  dopo  la  peste  detta  di 
san  Carlo,  i  cappuccini  avevano  acqui- 
stato in  tutta  Lombardia. 

Altri  hanno  diligentemente  annotate 
le  restaurazioni  e  gli  ampliamenti  del 
chiostro;  e  noi  accenniamo  solo  che  successivamente  la  chiesa 
risorse  dalle  fondamenta  più  alta  e  più  vasta  (162 1),  riconsacran- 
dola monsignor  Seghizzi,  con  nuova  dicazione  al  gran  padre  san 
Francesco  ed  alla  Ascensione  del  Salvatore  (5  novembre  1624) 

Se  il  tempo  bastasse  al  comite  nostro,  lungo  soggiorno  egli 
avrebbe  a  Casale,  dove  ricchi  ed  anche  artistici  templi  hanno 
diritto  alla  sua  attenzione. 

All'entrata  del  borgo  ecco  l'oratorio  di  S.  Rocco,  presso 
l'ospitale  pur  dedicato  al  santo  francese,  che  fra  noi,  fin  da 
antichi  tempi,  con  san  Bernardino  divise  il  culto  popolare. 

L'oratorio  fu  costrutto  circa  il  1638,  perocché  testando  in 
quell'anno  (20  agosto),  a  rogito  Antonio  Rubiati,  il  sacerdote 
Zenone  Gavardo,  legava  a  S.  Rocco,  di  recente  inalzato,  una 
somma  che  fruttasse  per  una  messa  trisettimanale.  Nel  primo 
quindicennio  l'oratorio  fu  aumentato  e  decorato  con  buon  in- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


tento  d'arte;  ebbe  privilegio  di  celebrazione  di  messa  (13  agosto 
1650),  e  vi  continuò  la  confraternita  ospitaliera  preesistente  di 
S.  Maria  della  neve  e  di  S.  Rocco. 

Entra  il  pio  visitatore  nella  chiesetta,  che  sta  sopra  un  rialzo 
di  terriccio,  con  apparenze  esteriormente  più  che  modeste.  Ma 
r  interno  conforta  lo  sguardo  :  La  chiesa  è  divisa  a  piena  parete 
dal  coro,  forse  perchè  i  convalescenti  dell'attiguo  ospitale  non 
consorziassero  cogli  estrinseci  fedeli.  La  ricca  e  gemina  ba- 
laustrata, di  bel  marmo  rosso  e  nero,  sale,  e  quasi  abbraccia  le 
due  cappelle  laterali  all'aitar  maggiore.  Alla  volta  dell'abside 
sorridono  le  artistiche  stuccature,  fatte  compiere  dal  prete 
Gavardo  (11  ottobre  1641),  e  le  figure  dei  quattro  profeti  mag- 
giori, colla  «  Nascita  di  Gesù  »,  la  «Visitazione»  e  la  «  Incorona- 
zione della  Vergine»,  opere  del  cremasco  dipintore  Gian  Giacomo 
Barbelli.  La  confratria  ammessa  all'  oratorio  fece  eseguire  il 
cornicione  euritmicamente  girante  (7  gennaio  1642),  prodotto 
esso  pure,  come  il  restauro  dell'edificio,  del  gusto  secentista, 
ma  non  per  questo  del  tutto  rifuggente  dai  dettami  di  una 
seria  estetica. 

*  ■ 

La  chiesa  matrice  di  Casalpusterlengo  s'offre  al  viatore  dello 
scorso  secolo  colla  facciata  d'ordine  dorico  su  due  piani  e  col 
vestibolo  a  colonne,  lavoro  d'architettura  tranquilla,  che  smente 
il  suo  secolo  L'interno  del  tempio  non  ha,  ai  tempi  del  nostro 
peregrino,  quell'espressione  di  vastità  e  di  eleganza  che  acquistò 
poi;  pure,  essa  essendo  obbietto  perenne  delle  assiduità  e  delle 
benevolenze  non  tanto  dei  paroci  e  del  comune,  quanto  dei 
vescovi  —  come  lo  Scarampo,  il  Mezzabarba,  il  Visconte  — 
anche  nei  secoli  passati  andò  assumendo  un  carattere  degno 
di  chiesa  madre,  pei  continuati  restauri,  onde,  e  nelle  varie 
cappelle  e  per  gli  altari,  gareggiavano  in  novità  e  riforme  e 
sacerdoti  e  confraternite  e  privati. 

Non  erano,  infatti,  scorsi  cento  anni  dal  suo  perfacimento 
(16 io),  che  essa  veniva  nuovamente  consacrata  per  rifabbrica, 
dal  vescovo  Ortensio  Visconte  (i  maggio  1709). 

Di  essa  abbondevolmente  discorremmo  al  capo  XXXIV;  ed 
a  compire  l'argomento  soccorre  il  breve  e  riassuntivo  elenco 
delle  aggiunte  e  innovazioni  artistiche,  da  noi  compilato  nelle 


140 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


chiose  sulle  notizie  forniteci  da  Luigi  Alemanni  nel  suo  re- 
cente lavoro 

Dalla  parochiale  casalese  il  compagno  nostro,  passato  il  Brem- 
biolo,  è  in  conspetto  dell'oratorio  antico  di  S.  Antonio  abate, 
sul  cui  largo  sacrato  deducevansi  gli  armenti  per  la  tradizio- 


La  parochiale  di  Casalpusterlengo. 

naie  benedizione  nella  festa  del  santo,  fin  dalla  prima  metà 
del  secolo  XVI. 

Non  bastava  però  la  capacità  dell'oratorio,  e  nei  primi  lustri 
del  successivo  secolo  esso  fu  ampliato.  Ospitò  la  confraternita 
sotto  il  titolo  di  S.  Marta  e  di  S.  Rocco  ;  e  i  disciplini  dal 
verde  manto,  nel  costante  amore  pel  loro  oratorio,  conseguirono 
dalla  benevolenza  del  vicario  generale,  il  codognese  Antonio 
Bignami,  la  licenza  per  surrogare  al  vecchio  rovinante  un  nuovo 
altare  (17  agosto   16 19)  e  per  raccogliere  elemosine;  mercè  le 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


141 


quali  inalzarono,  su  proposta  di  Domenico  Galeano,  il  campa- 
nile della  chiesa  (1641) 

Percorrendo  la  navata,  fiancheggiata  dai  due  altari,  giunge 
il  visitatore  alla  balaustrata  marmorea  che  autista  al  santuario, 
e  che,  sebbene  di  gusto  barocco,  non  cade  nelle  disarmoniche 
iperboli  di  quello  stile.  Essa  sostituì  un'antica  inferriata  a  ra- 
strelliera (1752).  La  volta  intera  si  offre  coi  suoi  regolari  scom- 
parti Trescati  dallo  Zane  di  Cremona  (1752);  esornazioni  tutte 
che  preludevano  alla  gran  festa  inaugurativa  della  statua  di 
santa  Marta,  in  un  memorando  giorno 
pel  borgo;  che  vide  archi  di  trionfo, 
splendor  di  lumi  e  di  fuochi,  scorte 
d'onore  d'ussari  austriaci  e  rappre- 
sentazioni emblematiche  di  santi  e  di 
cardinali,  e  processioni  di  clero,  con- 
fratrie e  cappuccini  (29  luglio  1753). 

I  casalesi,  nell'anno  stesso  in  cui 
era  stata  comperata  la  statua  di  santa 
Marta,  ed  a  soli  tre  mesi  di  distanza, 
assistettero  ad  una  seconda  cerimonia 
non  meno  solenne,  e  decorata  anche 
da  un  intento  d'arte  consono  ai  tempi. 
Fu  quando  si  trasferì  processional- 
mente  la  statua  di  Gesù  —  con  indu- 
menti di  confratello  del  Riscatto  — 
dalla  parochiale  alla  chiesa  di  S.  Ber- 
nardino (21  ottobre  1753).  Musiche, 
macchina  pirotecnica,  recitazione  di 
poesie  per  cui  sudarono  i  fuochi 
dell'estro  arcadico,  pontificale  del  ve- 
scovo Gallarati,  quadri,  statue,  ori- 
fiammi,  corteggio  di  ecclesiastici  e  di 
civili  e  togati  e  militari,  pranzi  succulenti,  allietarono  la  solennità. 

S.  Bernardino  —  posto  in  fine  della  contrada  di  Rivadersa  — 
sostituì  nella  ospitalità  alla  confratria  del  Riscatto  e  della  Trinità 
la  propinqua  chiesa  di  S.  Zenone,  per  la  secessione  avvenuta 


La  chiesa  di  S.  Bernardino 
IN  Casalpusterlengo. 


142 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


tra  i  confratelli  e  l'arciprete  Quintini  (1670).  Se  si  dovesse 
credere  al  marmo,  uno  dei  feudatari,  Francesco  Castelli,  avrebbe 
posto  la  prima  pietra  dell' edilìzio  (17  novembre  1680),  come 
si  legge  nell'epigrafe  sotto  l'ancona  dell'aitar  maggiore;  però 
contrasta  a  ciò  la  cronaca  minuta  e  documentata  che  presenta 
di  S.  Bernardino  il  sacerdote  Alemanni.  E  ben  vero  che  il  cro- 
nista moderno  di  Casale  confonde  Camillo  con  Francesco  Castelli; 
ma,  a  sostegno  della  propria  indicazione,  egli  cita,  fra  gli  altri, 
documenti  reperti  nell'archivio  vescovile,  i  quali  darebbero  eretta, 
se  non  compiuta,  la  chiesa  anteriormente  al  1680 

Comunque,  Francesco  Castelli  fu  tra  i  maggiori  benefattori 
della  chiesa,  ch'egli  aveva  più  specialmente  voluto  dedicata  a 
san  Francesco,  suo  patrono,  e,  dopo  lui,  a  san  Bernardino.  Il 
popolo  —  che  in  queste  cose  si  tiene  all'antico  —  continuò  a 
nominare  in  secondo  luogo  il  santo  patronimico  del  feudatario. 

Molto  carica  per  le  statue  in  nicchia,  pei  frontoni  della  porta 
e  del  finestrone,  per  le  cornici  l'una  all'altra  sovrapposte,  e 
più  specialmente  per  l'attico  e  per  il  cimazio,  anch'essi  soste- 
nenti un  altro  gruppo  di  statue,  la  facciata  di  S.  Bernardino,  col 
bell'accordo  dei  suoi  tre  scompartiti,  ha,  però,  un  aspetto  piacente. 

Quadrata  nel  maschio  e  gugliata  sul  castello  delle  campane, 
domina  libera  e  snella  la  torre  dall'  alto  ;  e  l' effetto  generale 
del  tempio  sarebbe  superbo  se  troppo  non  lo  limitassero  alcune 
casipole  sul  lembo  del  fronteggiante  Brembiolo. 

L'unica  nave,  motivata  a  lesene,  ha  i  soliti  due  àltari  fian- 
cheggianti.  All'esterno  ingegnoso  ed  appariscente,  non  corri- 
sponde nell'interno  nessun  intento  d'arte. 

All'  imaginario  nostro  romeo  è  tuttavia  aperta  l' antichissima 
chiesa  di  S.  Zeno  —  in  piena  campagna  —  dove  la  tradizione 
faceva  passare  sotto  gli  androni  e  dietro  le  bastite  gli  uomini 
dal  bianco  mantello  crociato,  e  che  da  Baldovino,  re  di  Geru- 
salemme, ebbero  il  nome  di  templari,  fino  a  che  Innocenzo  X 
li  soppresse  (15  ottobre  1652). 

Quivi  stettero  pure  gli  eremitani  di  S.  Agostino,  lasciando 
poi  luogo  (metà  del  XVII  secolo)  a  cappellani  beneficiari  in 
perpetua  lite  col  paroco 


I 

NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


NOTE  AL  CAPO  XLV. 

^  La  chiesa  della  Madonna  del  Pilastrello  fu  demolita  nel  settembre  1802. 

-  Nell'archivio  parochiale  esiste  un  documento  (15  novembre  1609)  dato 
per  «la  memoria  più  antica»  sull'oratorio  di  S.  Bernardo  in  Trivulzia,  e 
nel  quale  il  cappellano  ed  i  fittabili  s' intendono  per  la  messa  festiva. 

Mentre  stiamo  scrivendo  queste  pagine,  il  proposto  di  Fombio,  Pietro 
Marchesi,  con  suo  non  lieve  sacrificio  pecuniario  sta  ampliando  e  ridu- 
cendo a  miglior  forma  la  chiesa,  costruendo  altresì  una  nuova  torre. 

*  La  inondazione  padana  invade  alle  volte  la  chiesa  di  Guardamiglio. 
Recentemente  l'acqua  si  spinse  fino  a  lambire  il  primo  gradino  del  mas- 
simo altare,  al  di  là  della  balaustra. 

'  La  umilissima  chiesa  del  Berghente,  esposta  alle  ingiurie  delle  pro- 
pinque acque  del  Po,  minava  la  mattina  del  24  agosto  1898,  fortunatamente 
in  momento  in  cui  nessuno  vi  si  trovava. 

®  L'oratorio  attiguo  alla  abitazione  dei  Mancini,  è  obbietto  di  causa  fra 
essi  ed  il  comune  di  Senna,  di  cui  Mirabello  è  frazione. 

^Archivio  parochiale  di  Corte  Sant'Andrea, 
Il  Botterone  —  dove  vuoisi  esistesse  un  convento  sulle  sponde  del- 
l'antico   Lambro,  dedicato  a  san  Leonardo  —  dipendeva  per  giurisdi- 
zione spirituale  dall' oltre  Po.  Fu  aggregato  a  Corte  Sant'Andrea  per 
dispaccio  governativo  del  16  agosto  1844. 

^  L' odierna  chiesa,  che  conserva  la  dicazione  all'  Esseno,  è  da  ascriversi 
al  novero  dei  più  ragguardevoli  edifizì  templari  sparsi  nelle  nostre  cam- 
pagne. Essa  ha  linee  maestose,  artistiche  volute  giranti  sugli  archi,  aitar 
maggiore  imponente.  La  cappella  del  Rosario  fu  inaugurata  il  31  agosto 
1879;  ma  tutta  la  chiesa  fu  successivamente  restaurata,  coli' opera  dei 
pittori  Federico  Chizzoli  e  Osvaldo  Bignami;  la  balaustrata  dorica  è  del 
Giudici.  La  inaugurazione  del  tempio  fu  nel  settembre  1895. 

Secondo  dati  che  l'oriense  dottor  sacerdote  Francesco  Bignami  ci  for- 
nisce, risulta  che  il  paroco  della  Bianca  restaurò  la  chiesa  pericolante  e 
pensò  di  far  più  alta  la  torre  (circa  la  metà  del  XV  secolo);  ma  morto  il 
della  Bianca,  rimase  incompiuto  il  campanile  fino  a  che  il  cavaliere  Giuseppe 
Laboranti,  l'arciprete  Alessandro  Bernardelli  e  la  comunità  non  posero  in 
opera  il  bel  disegno  del  milanese  Carlo  Villa,  a  finestroni,  balaustre  e 
colonnette  (1877). 

Parte  del  porticato  del  sacrario  fu  demolito  dal  De  Chevilly  circa  il 
principiare  di  questo  secolo. 


144 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


"  Soppressi  i  gerolamini  (1788),  per  la  funesta  tolleranza  dell'arciprete 
Pecchi  —  successore  dello  Stroppa  —  fu  deturpata  con  un  colossale  cassone 
ad  uso  organo  la  parete  interna  d' ingresso.  Nella  cappella  prima  a  destra, 
a  comodo  di  una  collocanda  nicchia  per  santo,  si  incise  barbarissimamente 
un  quadro  di  scuola  illustre,  rappresentante  sei  puttini  coronanti  un  trionfo. 
E  le  manomissioni  degli  inscienti  custodi  non  finiron  qui  ;  molte  e  molte 
se  ne  potrebbero  citare! 

A  titolo  di  lode  per  Carlo  Uggè  —  terzo  arciprete  —  ricordiamo  eh'  egli 
volle  restituire  l'estetica  degli  antichi  portali,  riacquistandone  alcuni  pezzi 
da  case  private  del  luogo. 

Promiscuamente  cronache  e  memorie  ricordano  il  santo  Salvatore, 
san  Salvatore  o  san  Salvarlo.  Pel  recente  restauro  (1895)  nello  specchio 
centrale  della  facciata  si  legge  «  Saiictissinio  Salvatori  eiusque  mairi  ». 

Luigi  Alemanni  nella  sua  Storia  di  Casalpusterlengo  fa  quasi  una 
storica  verità  di  questa  leggenda.  Stabilisce  la  processione  verso  il  1574; 
ne  chiama  testi  gli  annali  dell'ordine  cappuccino,  il  racconto  del  padre 
Salvatore  da  Rivalta  (1579),  le  dichiarazioni  di  parecchi  viventi  richiesti 
di  confirmare  le  loro  testimoniali  (1623).  Ma  Lorenzo  Monti,  a  sua  volta 
narratore  del  fatto,  insiste  pel  carattere  esclusivamente  leggendario  dello 
accaduto,  ed  il  «  sccpe  noctu  »  da  lui  riprodotto  da  Defendente  Lodi  —  che 
riferisce  pure  l' estasi  dei  veggenti  la  processione  —  indica  come  quel  fe- 
nomeno di  visione  più  e  più  volte  si  ripetesse  nelle  fervide  fantasie  devote. 

La  statua  del  fornaciaro  aveva  vinto  per  concorso  —  come  oggi  si 
direbbe  —  1'  onore  di  essere  fregiata  di  corona,  per  disposizione  testamen- 
taria del  cardinale  Alessandro  Sforza  Pallavicino,  istitutore  di  un  fondo 
'  cospicuo,  i  cui  redditi  servir  dovevano  ad  indiademare  le  più  celebri  ima- 
gini  miracolose  della  Vergine,  in  tutta  la  cristianità.  Il  capitolo  vaticano 
deliberò  con  decreto  del  suo  arciprete,  cardinale  duca  di  York,  l'incoro- 
nazione della  Madonna  e  del  Bambino  di  Casale  (29  aprile  1780).  La  ce- 
rimonia relativa  fu  fastosamente  eseguita  da  monsignor  Andreani,  delegato 
dal  capitolo  vaticano  (3  settembre). 

Il  Monti  osserva  che,  nè  prima  di  lui,  nè  al  tempo  suo,  la  nuova  e 
duplice  intitolazione  attecchì  nell'uso  popolare,  rimanendo  alla  chiesa  la 
denominazione  antica  di  IMadonna  di  S.  Salvarlo. 

L'ultima  restaurazione  fu  eseguita  sopra  disegno  dell' ingegnere  casalese 
Pietro  Grazioli.  Alla  vecchia  facciata  tinteggiata  a  strisele  di  marmo,  e 
che  era  sufficientemente  armonica  ed  elegante,  altra  ne  fu  sostituita  con 
considerevole  avanzamento  sulla  linea  precedente,  e  con  necessario  prolun- 
gamento del  tempio.  Due  gli  scomparti  della  fronte;  al  di  sopra  i  menso- 
loni curvilinei,  torri  celiati  agli  angoli  e  salienti  alla  cuspide  estrema, 
turrita  e  crociata:  nell'insieme,  una  facciata  di  linee  nè  slanciate  nè  elette, 
ed  in  disaccordo  di  stili. 

Migliore  impressione  si  ha  all'interno:  severa  ed  affatto  cappuccinesca 
è  r  architettura  e  la  disposizione  degli  altari  ed  ampio  e  bello  il  presbitero. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


^®  Non  è  possibile  trattenerci  dal  notare  che,  proprio  negli  ultimi  anni 
del  secolo  XIX,  ricostruendosi  la  facciata  del  massimo  tempio  di  Casal- 
pusterlengo,  sono  stati  rimessi  in  onore  tutte  quelle  compiacenze  di  gusto 
pravo  che  fecero  dire  aberrante  l'arte  del  seicento. 

Per  la  facciata  della  parochiale  casalese  fecero  proposte  gli  architetti 
Asti  di  Casalpusterlengo,  Pirovano  di  Milano  e  Pedrazzini  di  Codogno. 
Il  limitato  peculio  consigliò  di  affidare  ad  un  casalese  la  direzione  intel- 
lettuale dell'opera,  sopra  motivi  della  prisca  facciata.  Ma  come  fu  ridotto 
il  concetto  artistico  primitivo!  Noi  preferiamo  sottoporre  alla  ammira- 
zione dei  posteri,  colla  nostra  illustrazione  grafica,  l' antica  facciata  a  quella 
restaurata  or  sono  pochi  mesi,  dai  pesantissimi  ornamenti,  dalle  ponde- 
rosissime cimase  a  teste  d'angioli,  dalle  incomposte  statuette  paludamentate 
o  tubanti,  che  sono  una  delle  caratteristiche  più  spiccate  che  si  rimpro- 
verano ai  seguaci  iperbolicanti  del  Bernini. 

Nel  secolo  che  fu,  e  più  ancora  nel  presente,  e  specialmente  in  questi 
ultimi  anni,  la  parochiale  casalese,  per  lo  zelo  di  patroni  e  ministri  eccle- 
siastici, assurse  con  nuove  vigorie  a  migliori  destini.  Che  se,  per  verità, 

10  incremento  delle  dignità  spettanti  al  clero  canonico  di  Casalpusterlengo 
rimasero  indietro  dall'artistico  svolgimento  del  tempio  —  così  che  solo  nei 
presenti  dì  la  santa  sede,  su  proposta  del  vescovo  Rota,  concesse  in  per- 
petuo alla  parochia  l'uso  della  cappa  magna  e  degli  altri  distintivi  corali 
(luglio  1897)  —  invece  la  parte  artistica  fu  sempre  avviata  a  buona  meta, 
e  l'asserto  è  suffragato  dal  seguente  elenco: 

1808  -  Per  cura  precipua  dell'illustre  astronomo  abate  Giovanni  Angelo 
Cesaris  è  restaurata  la  chiesa. 

1822-1840  -  I  pittori  Ferrabini,  Fumagalli  ed  Argenti  frescano  il  batti- 
stero e  le  cappelle. 

1824 -L'abate  Cesaris  esercita  molte  liberalità  alla  chiesa,  e  le  dona 
l'altare  delle  Grazie  e  il  bel  dipinto  del  cavalier  Francesco  del  Cairo,  già 
appartenenti  alla  soppressa  chiesa  di  Brera,  e  il  quadro  del  Nuvolone, 
cui  fa  restaurare  dal  KnoUer. 

1838  -  Il  bergamasco  Carlo  Bossi  ricostruisce  l'organo. 

1845  -  Restauro  della  facciata  e  della  gradinata. 

1848  -  Per  consiglio  del  vescovo  Benaglia,  il  proposto  Venturini  inizia 
l'ampliamento  della  chiesa,  secondo  la  proposta  di  Carlo  Vizioli  di  Cre- 
mona, che  edifica  i  due  lati  ed  il  capo  di  croce  latina  sormontati  dalla 
cupola.  I  lavori  proseguono  lentamente  per  un  decennio,  ed  a  condecorare 

11  tempio  lavorano  il  pittore  Mariani  e  lo  stuccatore  Bolla. 
1850  -  Si  aggiunge  il  torrino  al  campanile. 

1863  -  Si  inaugura  la  cappella  di  S.  Bartolomeo,  coli' intervento  dei  ve- 
scovi di  Lodi  e  di  Crema.  Gli  episodi  della  vita  del  santo  protettore  di 
Casale  sono  dipinti  ai  lati  della  chiesa  e  nel  coro  dal  bergamasco  Cefis. 

1875  -  Il  proposto  Veneroni  affida  all'  architetto  Vizioli  l' incarico  del 
'  disegno  per  un  nuovo  ampliamento  del  tempio  ;  ma  esso  è  respinto  dalla 
commissione  d'ornato  comunale. 

Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  //.  3^ 


146 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


1877  -  Giuseppe  Vandoni  costruisce  il  monumentale  altare  di  S.  Giuseppe'. 

1885  -  Per  cura  del  proposto  Ottobelli,  si  rinnova  il  pavimento  mar- 
moreo del  presbitero,  il  pulpito  pure  di  marmo,  e  dal  Secchi  e  dal  Val- 
torta  si  decorano  di  stucchi  e  di  affreschi  le  cappelle  di  S.  Carlo  e  di 
S.  Lucia. 

1888  -  Luigi  Riccardi  costruisce  un  nuovo  organo. 

1898  -  Il  proposto  Ciceri  fa  erigere  un  nuovo  aitar  maggiore. 

Oggi  la  chiesa  —  escita  armonica  ed  ampia  da  così  tante  e  diverse  vi- 
cende—  si  offre  lunga,  alta,  spaziosa  nell'unica  navata,  colle  sei  cappelle 
simmetricamente  laterali  e  colle  due  più  ampie  alla  estremità  delle  due 
braccia  della  croce.  La  rotonda  della  cupola  e  la  semielissi  del  coro  a  foggia 
di  conchiglia  si  impongono  colle  pure  volute;  corrono  gravi  ed  austeri  i 
rettilinei  cornicioni  a  fregi  di  stucchi;  intarsi  di  fìnte  agate  screziano  le 
colonne,  e  gli  specchi  degli  occhi  di  pavone  sono  coloriti  a  freschi  vivaci. 

Il  campanile  di  S.  Antonio  ruinò  il  31  maggio  1869,  e  fu  riedificato 
nel  1878  su  disegno  dell'ingegnere  Pietro  Grazioli. 

Il  consiglio  del  comune  di  Casale  determina  la  somma  di  tremila  e 
seicento  lire  a  prò  dei  confratelli  del  Riscatto  «  per  perfezionare  la  chiesa 
di  S.  Bernardino  »  (29  aprile  1674). 

Monsignor  Menatti,  nella  sua  visita  pastorale,  raccomanda  alla  confra- 
ternita di  compiere  sollecitamente  la  chiesa  di  S.  Bernardino,  non  ancor 
finita  (22  ottobre  1676). 

La  chiesa  di  S.  Zeno  fu  sconsacrata  (17  aprile  1792)  e  demolita  per 
cedere  l'area  alla  costruzione  della  nuova  strada  mantovana,  anteceden- 
temente attigua  al  Brembiolo  in  più  basso  livello. 


CAPO  XLVI. 


Continua  il  romeaggio  per  le  chiese  e  gli  oratori  dell'agro  codognese. 


lATTRAVERSATO  Casale,  il  pedestre  viatore  s'avvia  verso 
Maiocca,  toccando  alla  Cigolona  l'oratorio  di  S.  Fran- 
cesco costrutto  dal  conte  Cristoforo  Landò,  patrizio 
milanese  (1725). 
Ecco  alla  Maiocca  —  cosi  dalla  omonima  famiglia  nominata  — 
la  più  vetusta  delle  chiesette  campestri  attorno  a  Codogno,  di 
cui  fu  sempre  considerata  membro  paro- 
chiale,  fondata  da  un  Dragoni,  instando 
il  rettore  Berinzago  presso  il  vescovo,  per 
ottenerne  concessione  (17  agosto  1595); 
ed  ecco  la  Schiavetta  —  che  vuoisi  deri- 
vare il  nome  dai  codognesi  Schiavi  — 
coir  oratorio  di  S.  Giuseppe,  non  più 
ampio  come  quando  fu  benedetto  (11  ot- 
tobre i6i6);  ed  ecco  ancora  S,  Giacomo 
Maggiore,  alla  Cascina  de'  Passerini,  al- 
lora fresca  di  restauro  (1781).  Sulla  vecchia 
torre  della  chiesuola,  in  una  campana, 
sta  un  granello  che  dicesi  miracoloso,  donato  dal  canonico  Gian 
Giacomo  Ferrari  (5  aprile  162 1),  e  già  appartenente  alla  cam- 
pana scongiuratrice  dei  turbini,  benedetta  da  Teodulo,  il  santo 


148 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


vescovo  di  Sion,  efìfìgiato  in  un  quadro  della  parochiale,  e  di 
questa  comprotettore  ^ 

Dalle  Cascine  è  breve  il  passo  al  Tesoro,  dove  è  fama  che 
un  grosso  peculio  fosse  scavato  di  sotterra  nel  secolo  XV.  Quivi 
il  sacerdote  Pompeo  Galleano  eresse  un  oratorio  con  dedica  al 
santo  di  Padova  (1660).  Toccati,  poi,  i  piccoli  sacelli  della 
Natività  di  Maria  alle  Fornaci,  di  S.  Antonio  a  Rovedaro,  dei 
SS.  Giovanni  ed  Ambrogio  alla  Biraga,  il  peregrino  nostro 
perviene  al  mistico  e  meschino  oratorietto  di  Terranuova,  tito- 
lato alla  Visitazione  della  Vergine. 

Poco  prima  del  popoloso  Castione  si  para  agli  occhi  del  viatore 
il  cimitero  colla  prospiciente  chiesa  di  S.   Bernardino.  I  dor- 


Il  cimitero  di  Castione. 


mienti  nelle  meste  zolle  qui  avevan  conforto  di  suffragi  dai 
confratelli  della  Morte  ed  Orazione,  che  avevano  edificato  per 
sè  e  pei  congiunti  il  cimitero  (luglio  17 10),  ed  erano  poi  stati 
canonicamente  istituiti  dal  vescovo  Visconte  (13  maggio  171 1). 

Il  campo  benedetto  è  cinto  sul  davanti  da  un  propileo  co- 
lonnato e  lesenato  ai  fianchi,  a  fregi  e  volute  barocche.  Alcune 
lapidi  sono  murate  nel  sottoportico,  il  cui  tetto,  anteriormente 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


149 


crociato,  ha  sul  retro  un  bulboso  capolino.  Molti  teschi  al- 
veolati  par  che  occhieggino,  funebre  decorazione  della  parete; 
e,  se  non  fosse  la  farragine  delle  ornamentazioni  e  delle  ag- 
giunte, il  cimitero  si  direbbe  di  artistico  aspetto.  Un  fresco 
della  «  Deposizione  dalla  croce  di  Gesù  morto  » ,  simbolo  quasi 
costante  nei  reposorì  del  cristianesimo  militante,  sta  nel  fondo 
della  cappella. 

Di  fronte  s'erge  il  santuario,  il  cui  prospetto  non  esce  dal 
comune,  pur  essendo  semplice.  All'interno,  di  stile  barrocchi- 
stico,  sono  due  cappelline  laterali  cogli  altari,  ai  quali  nuoce  il 
sistema  a  lesène  figurate  in  angeli  eccessivamente  allungati.  In 
uno  degli  altari  si  ammira  e  si  venera  una  «  Natività  »  di  buon 
pennello,  da  alcuno  attribuita  al  prediletto  discepolo  di  Leonardo, 
Marco  d'  Oggiono. 

Parecchi  cambiamenti  ed  ampliamenti  ridussero  com'è  pre- 
sentemente la  chiesa  ;  sull'  oratorio  di  cui  si  hanno  notizie  an- 
tiche (1595),  e  che  —  come  si  legge  sulla  fronte  sua  —  fu 
riedificato  e  continuato  nel  patrocinio  primitivo  del  santo  senese 
(16 13).  Il  campanile,  fu  inalzato  al  di  sopra  della  vecchia  cima, 
ultimo  residuo  della  vetustà  primitiva  (1738). 

Dall'eminenza  su  cui  sorge,  all'imbocco  del  casale,  si  mostra 
al  peregrino  la  parochiale  di  Castione,  ricostruita  dalla  comu- 
nità, concorrendovi  generosamente  il  feudatario,  marchese  Ge- 
rolamo Pallavicino,  e  dedicata  all'Assunta  (1570)^.  A  tre  navate, 
questo  bel  tempio  raffigura  una  grande  croce  latina,  che  im- 
pone per  l'armonia  e  pel  buon  partito  ricavato  dallo  strano 
accoppiamento  delle  colonne  di  sostegno,  in  parte  triple  e  cir- 
colari, in  parte  a  lesène  semplici  e  rettilinee^. 

Annuente  il  vicario  generale  della  diocesi,  Giacomo  Pozzo, 
(25  maggio  1528)  e  confermante  papa  Clemente  VII  (9  set- 
tembre 1531),  s'era  quivi,  all'altare  di  S.  Girolamo,  istituita  da 
dodici  sacerdoti  la  scuola  gerolamina,  che  fu  poi  soppressa  (28 
aprile  1786). 

Visita  poi  il  nostro  viandante  la  chiesa  dell'Annunziata,  la 
cui  prima  pietra  fu  posta  dal  rettore  Marco  Ghisalberti  (22 
maggio  1616),  dove  già  esisteva  l' oratorietto  colla  confraternita 
dell'Annunciazione  di  Maria,  dal  bianco  sacco  di  lino,  stretto 


150  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ai  fianchi  dalla  cordicella  e  col  flagello  pendente,  istituita  dal 
vescovo  Scarampo  (1572)*, 

Colle  ginocchia  della  mente  inchine, 

salutate  la  bella  chiesetta  del  collegio  orsolinò,  ai  santi  Giu- 
seppe ed  Orsola  —  costrutta  sulla  fine  del  milleseicento  —  ed  il 
tempio  dell'Incoronata  —  di  cui  dicemmo  al  nostro  capo  XXXIV  — 
prosegue  il  romeo  alla  volta  di  Camairago,  dove  la  potenza  bor- 
romea,  specialmente  nella  pietà,  impresse  orme  vaste  e  durature. 

Difettano  le  notizie  sulla  fondazione  della  parochiale  di  Ca- 
mairago, titolata  ai  santi  Cosma  e  Damiano;  e,  se  vuoisi  che 
l'antichissima  chiesa  sia  scomparsa  per  lungo  lavorio  di  cor- 
rosione nella  corrente  dell'Adda,  certo  è  che  sullo  scorcio  del 
XVI  secolo,  cresciuta  essendo  la  popolazione  della  plebania,  si 
dovette  aggiungere  alla  preesistente  e  meschina  navata  quella 
di  mezzogiorno  (1592)^. 

Non  è  dubbio  che  il  pio  viatore,  continuando  il  suo  cam- 
mino verso  r  oratorio  della  B.  Vergine  della  Fontana  —  già 
detto  di  S.  Maria  in  Regona  —  risenta  viva  impressione  della 
casa  turrita  degli  uomini,  che  sembra  imporsi,  colla  sua  ma- 
gnificenza estetica,  a  quella  semplice  e  povera  della  casa  di  Dio. 

In  alto,  fra  alberi  fronzuti,  sur  un  ridente  sacrato,  s'erge  la 
chiesetta  della  Madre  di  Dio  ;  la  cui  effige  miracolosa  —  che 
sull'altare,  in  una  pomposa  cornice  dorata,  è  ritratta  da  uno 
dei  Procaccini  secondo  alcuni,  dal  Borgognone  secondo  altri  — 
ebbe  ed  ha  tuttavia  omaggio  di  cuori  speranti  e  di  animi  ri- 
conoscenti, onde  sono  prova  i  moltissimi  ex  voto  della  fede 
degli  umili. 

La  chiesa  fu  eretta  —  vivamente  insistendo  Carlo  Francesco 
Abbiati,  rettore  di  Camairago  —  per  munificente  larghezza  di  casa 
Borromea,  e  per  laute  offerte  di  privati.  Ne  fu  posta  la  prima 
pietra  da  Marco  Antonio  Negroni,  rettore  e  vicario  foraneo  di 
Castione  (8  luglio  1682),  delegatovi  dal  vescovo  Menatti.  II 
disegno  è  di  Andrea  Biffi,  architetto  milanese. 

Due  anni  occorsero  perchè  la  chiesetta  si  aprisse  con  bene- 
dizione solenne  al  culto  (8  ottobre  1684);  ma  come  in  quel- 
l'epoca —  e  non  ostanti  gli  ausili  di  principesse  Farnesi,  divote 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


visitatrici  del  luogo  —  le  offerte  non  procedessero  oltre,  così 
l'edificio  rimase  incompiuto,  ed  in  luogo  della  facciata  si  ad- 
dossò al  tempio  una  breve  fabbrica  rusticana,  che  forma  una 
specie  di  avanticorpo,  con  materiale  prova  sconfortante  dei 
mal  riesciti  conati. 

Da  alcune  carte  archiviali  —  già  nella  parochia  di  Camairago, 
ed  ora  presso  casa  Borromea  a  Milano  —  risulterebbe  collegata 
la   costruzione    della   chiesetta   alla  celebrità   ormai  acquistata 


La  fontana  della  B.  Vergine  a  Camairago. 


dalla  sottoposta  fonte,  per  la  sanità  miracolosamente  riavuta, 
bevendo  la  sacra  linfa,  da  certo  Giovanni  Battista  Allocchio,  e 
per  altre  molteplici  grazie  congeneri. 

Quel  rivolo  santimoniale,  giusta  la  tradizione,  sarebbe  stato 
benedetto  da  san  Carlo  Borromeo,  allor  che  egli  si  condusse  in 
visita  pastorale  nei  suoi  domestici  possessi,  non  tanto  perchè 
curante  delle  temporalità  di  sua  casa,  quanto  delle  spiritualità 
della  sua  arcidiocesi,  che  si  spingeva  dai  colli  monferrini  sino 
alle  alte  vette  elvetiche  ed  al  Po. 

La  cappellina  —  che  il  Monti  attribuisce  ad  epoca  posteriore 
alla  morte  di  san  Carlo,  ma  certo  sorta  a  pensiero  e  ad  opera 
dei  Borromei  —  sta  fra  la  bassura  delle  risaie,  non  lungi  dal 
luogo  dove  un'altra  ne  preesisteva.  Il  peregrino  nostro  ricrea 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


lo  Sguardo  sul  prospetto  grecamente  euritmico  del  portico  qua- 
drato a  pilastri,  cimato  da  un'ampia  cuspide,  interamente  a 
giorno  e  girante  pei  tre  lati  del  sacello  ^.  Di  là  dalla  ferrea 
grata  egli  ammira  la  tavola  antica  di  scuola  giottesca,  rappre- 
sentante la  Vergine  col  Bambino  ;  poi  scende  a  sinistra  del 
portico  al  sacro  ninfeo  e  vi  si  abbevera. 

*  . 

Dall'  altare  di  «  Saius  infirmoruin  »  il  viatore  procede  ai  pic- 
■coli  oratori  della  Mulazzana  (1635)  e  di  Reghinera,  ambo  de- 
dicati ai  santi  Francesco  e  Carlo  ;  -poi  volge  il  passo  ad  oriente, 

ed  a  Cavacurta  sosta  al  sacello  del  se- 
colo XVI  dicato  a  san  Rocco,  già  sede 
della  omonima  confratria  nerovestita,  che 
aveva  pure  assunto  l' altro  titolo  del 
Crocifìsso. 

La  parochiale  del  luogo  —  rifabbricata 
dai  serviti  (1603- 1630),  che  vi  tenevano 
il  più  antico  e  ricco  lor  chiostro  di  Lom- 
bardia —  ha  buona  facciata;  ma,  benché 
quei  monaci  dedicassero  i  pingui  redditi 
conventuali  e  le  loro  rendite  private  al- 
l'abbellimento del  tempio,  questo  nulla 
di  notevole  presenta  all'occhio  del  visitatore,  che  si  rallegra 
soltanto  dell'ameno  sacrato,  sul  poggio  ricordante  il  biblico 
«  santiiarium  vieum  Ì7i  montibus  ». 

L'interno  ha  quattro  altari  per  lato;  in  alcuno  dei  quali,  e 
specialmente  in  quello  ricco  e  marmoreo  dell'Addolorata,  per- 
mangono negli  affreschi  barocchi  le  vecchie  decorazioni  servite. 
In  coro  havvi  un  pregevole  quadro  dell'  «  Assunta  con  due 
santi  » ,  certo  del  XVI  secolo. 

Il  leggendario  passante,  costeggiando  l' Adda  cerulea,  perviene 
alla  chiesa  di  S.  Pietro  apostolo,  fuor  dalle  mura  della  fortezza 
di  Gera,  al  luogo  detto  di  S.  Pietro  Vecchio;  dove  credesi  che 
anteriormente  al  secolo  Vili  esistesse  la  chiesa,  secondo  la  iscri- 
zione postavi  al  sommo  della  porta  nel  restauro  del  1747.  Poi 
trova  S.  Rocco  di  Gera,  ancora  subbietto  alla  parochialità  di 
Pizzighettone,  e  quindi  al  vescovato  di  Cremona®. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


All'estremo  limite  della  diocesi  di  Lodi,  ecco  S.  Pietro  in 
Pirolo,  dove  gli  antichi  laudensi  trovarono  requie  dalle  spietate 
ire  fraterne  che  li  cacciava  di  nido,  e  pace  nel  sepolcro  (1158). 
La  dignità  ecclesiastica  di  questa  chiesa  è  comprovata  da  pu- 
blici  documenti;  e,  se  la  combattuta  postura  di  essa  le  tolse 
così  di  importanza  che  da  signora  divenne  mancipia  spirituale 
di  Maleo,  da  questo  si  riscattò  in  parte,  per  opera  del  vescovo 
Seghizzi.  Un  rogito  del  cancelliere  Aurelio  Rossi  espone  che 
monsignore,  cedendo  alle  preghiere  vivissime  di  quei  subbietti 
alla  plebania  di  Maleo,  ne  li  tolse,  per  essi  costituendo  in  pa- 
rochia  S.  Pietro,  ma  ponendone  il  paroco  a  disposizione  dei 
deputati  dell'ospitai  Maggiore  di  Lodi,  ed  obbligandolo  ad  as- 
sistere annualmente  alla  festa  patronale  della  vicariale  matrice 
(18  gennaio  1624). 

La  chiesa  visitata  dal  compagno  nostro  non  è  più  l'antica, 
rasa  al  suolo  per  far  posto  a  fortilizi  militari  (1725);  bensì  è 
quella  di  cui  furono  solennemente  gittate  le  fondamenta  poco 
lungi  dalla  primitiva  (13  luglio  1727). 

Verso  Codogno,  lo  storico  convento  di  S.  Francesco,  domi- 
nante dall'alto,  richiama  il  peregrino  all'altare  della  sua  chie- 
setta a  Maria  delle  Grazie,  ed  il  Bosco 
all'oratorietto  di  S.  Pietro  martire  e  della 
B.  Panacea.  Maleo,  signoreggiante  pure 
dalla  sua  elevazione,  lo  attrae  alle  sue 
chiese,  sulle  quali  sovrasta  la  bella  pa- 
rochiale. 

Nella  seconda  metà  del  secolo  XVII, 
Maleo,  acquistava  una  importanza  spe- 
ciale fra  i  borghi  circonvicini,  per  po- 
tenza di  clero;  e  contando  sulle  due 
chiese  nel  borgo  e  sulle  cinque  esterne, 
sulle  sue  tremila  anime,  rette  da  ben 
diciotto  sacerdoti  e  sui  conventi  dei  minori  osservanti  e  delle 
terziarie,  credette  potere  in  gerarchia  ecclesiastica,  più  che 
gareggiare,  primeggiare  su  Codogno.  Ma  furono  poco  fortunati 
quegli  sforzi;  poiché  Codogno  allora  gagliardamente  fioriva, 
tanto  da  poter  apparecchiare  con  energie  pecuniarie  e  morali 


154 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


la  propria  redenzione  dal  feudo.  Così  che,  anche  in  materia 
ecclesiastica,  sul  simbolico  martello  sovraneggiò  il  ricco  e  fron- 
zuto melo  cidonio;  e  la  congregazione  dei  riti  decideva  in  favor 
di  Codogno  sulla  preminenza  di  questa  collegiata  al  confronto 
di  quella  di  Maleo  (28  gennaio  1682)^. 

Uno  fra  gli  argomenti  su  cui,  al  paragone,  Codogno  affer- 
mava la  propria  precedenza,  per  memoria  scritta  dell'avvocato 
Giuseppe  Folli  era  l'avere  la  parochiale  maleense  una  sola 
navata,  tre  avendone  invece  il  nostro  S.  Biagio.  Successiva- 
mente quei  di  Maleo  scossero  questa  loro  inferiorità  architet- 
tonica, aggiungendo  le  due  navi  laterali  al  tempio,  eccettuato 
il  punto  di  intersezione  delle  braccia  della  croce  latina  (1774), 
che  è  per  vero  il  punto  più  estetico  della  chiesa;  cui,  invece 
danneggia  lo  zoccolo  del  campanile,  fabbricato  nell'interno,  al 
primo  pilastro  di  manca. 

Tra  le  opere  d'arte  il  tempio  di  Maleo  vanta  un  grande  e 
lodato  quadro  di  Cesare  Poggi,  «  san  Sebastiano  »,  il  guer- 
riero invocato  contro  le  pestilenze,  festeggiato  in  Maleo  fin  dal 
secolo  XV,  per  voto  della  comunità. 

E  pure  notevole  l' aitar  maggiore  in  marmi  fini  (4  ottobre  1778). 

La  chiesa  madre  di  Maleo  è  dedicata  ai  santi  Gervasio  e 
Protasio;  pure  non  v'ha  conterraneo  nostro  il  quale,  richiesto 
chi  sia  il  santo  patrono  di  essa,  non  risponda  essere  san  Sul- 
pizio;  la  cui  festa,  celebrantesi  fino  dal  1661  alla  quarta  do- 
menica d'ottobre,  è  una  delle  più  caratteristiche  e  rumorose 
sagre  tra  noi  sorviventi. 

La  festa  e  l'iperdedica  del  tempio  dipendono  dal  dono  —  im- 
portantissimo in  quei  giorni  —  fatto  dal  cardinale  Trivulzio  alla 
collegiata,  del  corpo  di  san  Sulpizio  martire,  di  cui  fu  ricono- 
sciuto canonicamente  il  culto  per  decreto  del  vicario  lodigiano. 
In  un  loculo  dell' aitar  maggiore  fu  posta  la  salma  del  beato 
sotto  chiusura  di  due  chiavi,  l'una  affidata  all'arciprete,  l'altra 
ad  un  deputato  della  comunità.  Dalla  processione  pel  trasferi- 
mento delle  sacre  spoglie  (23  ottobre  1661),  trasse  origine  la 
maggiore  solennità  ecclesiastica  di  Maleo. 

Nella  stessa  parochiale  ha  culto  speciale  sant'  Ireneo,  uno  dei 
patroni  prò  imbribus\  il  corpo  del  quale,  e  un'ampolla  del  suo 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


sangue,  furonvi  fastosamente  trasferiti  (30  giugno  1726),  e  tut- 
tavia sono  di  proprietà  comunale. 

L'Annunciazione  di  Maleo  è  un  oratorio  con  qualche  pretesa 
ad  eleganza.  Nel  suo  interno  s' apre  una  grande  ogiva  sorretta 
da  colonne,  nell'alto  della  quale  stanno  gli  evangelisti;  due  dei 
quali,  assai  barocchi,  in  istucco,  e  gli  altri  frescati,  con  singo- 
lare effetto  di  antitesi  pel  ravvicinamento  dell'affresco  e  del 
rilievo;  opera  dovuta  alla  pietà  di  Pietro  Tensino  (1695),  come 
dicono  le  due  iscrizioni  laterali. 

In  gran  copia  gli  oratori  campestri  aspettano  il  nostro  romeo 
lungo  la  sua  strada:  E  la  Vergine  di  Caravaggio,  appena  fuor 
di  Maleo;  ed  i  SS.  Carlo  e  Teodoro  al  Moraro  Giovane  (1659), 
dal  nome  di  Carlo  Galli  e  di  Teodoro  Trivulzio,  questi  a  quello 
predecessore  nella  signoria  del  luogo  ;  più  avanti  S.  Anna  alla 
Sigola,  di  parochialità  codognese;  e  la  Natività  di  Maria  Ver- 
gine e  di  S.  Felice  alla  Zoccola,  beneficata  dai  Toninelli;  e 
S.  Teresa  al  fianco  della  Cavarezza  Giovane;  e  dell'Immacolata 
e  di  S.  Pietro  Celestino  alle  Case  Nuove;  e  di  S.  Margherita 
alle  antiche  case  di  Larderà,  già  pertinente  all'abazia  cremo- 
nese di  S.  Sigismondo  (1173-1186),  atterrato  per  ampliar  l'aia 
(1770),  e  riedificato  tosto  più  presso  il  cascinale 

Alla  zona  fra  oriente  e  mezzogiorno  —  ora  attraversata  dal 
pio  viatore  codognese  —  fa  difetto,  come  alla  sponda  del  mar 
Morto,  la  benedizione  che  il  re  profeta  chiama  nei  suoi  salmi 
<^  de  rore  coeli  et  de  pinguedine  terree  y>  \  e,  difatti,  colà  vivono 
le  genti  forse  più  povere  delle  nostre  campagne.  E  non  sugli 
uomini  soltanto  imprime  l'inopia  le  stigmate  sue,  ma  altresì 
sui  miseri  abituri  e  sulle  case  di  Dio. 

La  pietà  privata  mantiene  il  culto  dell' oratorietto  di  S.  Carlo 
alla  cascina  Castellina,  dei  conti  Laudi;  ma  la  chiesa  della 
Purificazione  a  Corno  Vecchio  —  già  derelitta  dal  pastore  per 
insufficienza  di  redditi  plebani  (1627)  —  risente  tuttavia  della 
sua  istorica  povertà. 

La  parochiale  di  Maccastorna,  dedicata  a  san  Giorgio  mar- 
tire, vede  continuamente  decrescere  il  numero  delle  anime  sue; 
destinata  a  sepolcreto  dei  signori  Bevilacqua,  è,  nella  sua  par- 


156 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


vità,  schiacciata  al  confronto  dell'immane  castello,  simbolo  at- 
tuale della  possanza  del  gladio  su  quello  della  stola. 

E  povero  parimenti  è  l'oratorio  —  ora  transpadano  —  di 
S.  Maria  Maddalena  de'  Pazzi  alla  Bonissima,  in  cui  a  celebrare 
la  messa  festiva  il  cappellano  applicava  il  reddito  di  cinquan- 
tacinque pertiche  annessevi  (12  giugno  1679).  Al  dire  del  Monti, 
questo  oratorio  sarebbe  stato  eretto  nel  1667,  ciò  deducendosi 
da  una  relazione  nella  quale  il  rettore  di  Castelnuovo,  Gio- 
vanni Andrea  Carenzi,  riferisce  alla  curia  di  Lodi  d'aver  visi- 
tato coi  periti  il  luogo  dove  l' oratorio  della  Bonissima  dovevasi 
costrurre;  intanto  che  Francesco  Maria  Erba,  cancelliere  vesco- 
vile, consegna  in  un  istromento  la  fondazione  del  marchese 
Camillo  Antonio  Stanga  d'altra  messa  festiva  per  vantaggio 
spirituale  di  quei  contadini  (12  giugno  1667)^^. 

Castelnuovo  alla  foce  dell'Adda  sta  presidio  d'agiatezza  sulla 
mesta  proda  digradante  al  Po.  Maggior  numero  di  sacri  edifizì 
esso  vantava  nei  tempi  andati  ;  ma  non  tutti  può  salutare  il 
nostro  peregrinante.  S.  Pietro  —  campestre  ed  antichissimo  — 
fu  rovinato  dal  Po  e  poi  demolito  per  ordine  del  vescovo  Sca- 
rampò  (1572),  quantunque  e  paroco  e  parochiani  tirassero  le 
cose  a  lungo  talmente  da  impiegare  ben  sedici  anni  nell'ob- 
bedienza al  precetto  vescovile;  ed  infatti  esiste  ancora  la  chiesa 
di  S.  Pietro  nella  carta  bolzoniana  (1588). 

Oltre  la  parochiale  —  incorporante  l'antica  chiesa  (147 1)  — 
in  Castelnuovo  si  aprono  all'ospite  pio  S.  Stefano  protomartire, 
l'Annunciata  e  S.  Antonio  abate,  sulla  via  di  Meleti;  ed  egli 
giunge  forse  tra  quelli  che  assistono  alla  profanazione  della 
chiesa  di  S.  Rocco,  dove  è  voce  avesse  sede  la  prisca  matrice. 
Fatta  ergastolo  temporaneo,  di  forzati  tratti  dalla  fortezza  di 
Pizzighettone  alle  sponde  abduane,  per  far  ghiaia  alla  nuova 
strada  mantovana  (1790),  la  vetusta  chiesa  vide  perire  i  freschi 
della  «  Crocifissione  » ,  della  «  divisione  d' indumenti  » ,  dei 
profeti  e  dei  patriarchi,  opere  del  valoroso  Giulio  Campi  che 
l'abbellivano  nel  suo  interno  e  nel  presbitero. 

Di  là  dal  Po,  i  santi  Innocenti  avevano  culto  nell'oratorio 
del  Bosco,  rialzato  in  mezzo  al  palude  dal  patrizio  Nicola  Croi- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


lalanza,  paroco  di  S.  Uldarico  in  Piacenza  (1727).  Esso  fu  sosti- 
tuito da  un  altro  sacro  edifìcio,  a  cura  e  spese  del  marchese 
Camillo  Stanga,  che  lo  volle  dicato  al  barnabita  B.  Alessandro 
Sauli,  e  che  accolse  i  fedeli  nell'ultimo  trentennio  dello  scorso 
secolo  (15  novembre  1770). 

Più  antico  di  quello  degli  Innocenti  è  l' oratorio  nel  luogo 
di  Zerbio,  titolato  a  san  Nicola  da  Tolentino.  Avulso  quel  ter- 
ritorio dal  Cremonese  per  una  enorme  piena  del  Po  —  e  così 
riunito  alla  diocesi  nostra  —  fu  Bernardino  Rastelli  che,  a  rogito 
del  rettore  di  Castelnuovo,  Giovanni  Andrea  Carenzi,  dotò  l'e- 
rettovi oratorio  del  fondo  necessario  perchè  vi  fossero  assicurate 
la  messa  festiva  ed  altre  feriali  (10  novembre  1657)^*.  A  sua 
volta  la  curia  vescovile  concesse  che  per  le  necessità  religiose 
dei  vivi  e  dei  morti  un  battistero  ed  un  cimitero  servissero  allo 
inizio  ed  al  domani  di  quella  combattuta  esistenza  che  su  quel 
lembo  desolato  di  terra  traevano  i  tapini  coloni 

,.     ^ . 

Il  tratto  percorso  dall'  instancabile  romeo  gli  fa  toccare  Meleti 
e  l'isolato  oratorio  dei  SS.  Quirico  e  Giulitta,  il  cui  territorio 
circostante  a  mala  pena  serba  ricordi,  più  che  vestigia,  degli 
scomparsi  santuari  di  Monte  Giusto,  di  S.  Dionisio  e  di  S.  Martino. 

Sempre  camminando  sulla  «  piarda  » ,  il  peregrino  attraversa  il 
delta  sabbioso  del  Po,  e  perviene  alle  sparse  Caselle  Laudi,  volgendo 
dirittamente  il  piede  alla  prepositurale,  sacra  a  Maria  Assunta. 

Il  tempio,  nella  imponenza  della  sua  costruzione  estesa,  con- 
trasta coir  umile  sfondo  del  paesello,  discontinuo,  quasi  disse- 
minato nella  bassura,  dove  —  vincolate  dall'affetto  del  luogo 
natio  —  si  succedono  le  generazioni,  non  sicure,  per  altro,  di 
una  stabilità  di  sede,  loro  minacciata  e  contesa  dagli  sdegni 
strani  e  divoratori  dell'infido  fiume  vicino. 

Sopra  un  vasto  sacrato  erboso  si  innalza  maestosamente  la 
facciata  della  Assunta,  di  patronato  landiano,  e  quasi  in  pro^ 
spicienza  dell'antica  casa  feudale.  Ben  cinque  porte  immettono 
nel  tempio,  il  cui  esterno  prospetto  appartiene  alla  maniera 
lombardesca,  deviata  pur  troppo  dalle  lauretane  volute  che  alla 
maggiore  e  corretta  cuspide  allacciano  le  due  minori  :  disaccordo 
sfatto  più  ingrato  dalla  bellezza  del  fregio  a  stucchi  sovraneg- 
giante  alla  porta  principale,  che  ha  l' impronta  della  migliore 


158 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


età  del  barocco.  L'interno  è  ampio  ed  ha  otto  cappelle,  ed 
alcune  con  balaustra  riescono  dall'  unica  navata. 

Molto  imperfette  sono  le  note  storiche  giunte  fino  a  noi  in- 
torno alla  parochiale  delle  vecchie  Caselle  di  Po.  Ricordano  in 
luogo  che  sull'area  del  tempio  odierno  esisteva  un  oratorietto, 
ampliato  ed  inalzato  di  dignità  allor  che  l'antica  matrice  —  pre- 
sunta al  Mezzanone,  e  presso  la  casa  ora  dei  signori  Parenti  — 
dovette  essere  abbandonata  per  le  assidue  ingiurie  del  Po 
Certo  è  che,  conforme  allo  sviluppo  materiale  del  tempio,  pro- 
cedette l'ecclesiastico,  tanto  che  dalla  dignità  di  curato  paroco 
con  Ludovico  Casorati  (6  agosto  1605),  si  pervenne  a  quella 
di  arciprete,  nuovo  titolare  essendone  Bernardo  Botti  (14  ot- 
tobre 17 18). 

Nell'ultimo  tratto  della  peregrinazione,  il  nostro  viandante 
saluta  poplite  flexo  il  sacello  squallido  dei  Morti  della  Porchera, 
ed  i  nudi  oratorietti  della  Concezione,  tra  le  case  unite  del 
Cerone;  di  S.  Francesco  alle  Bruselle,  ed,  in  plaga  meno  triste, 
dei  SS.  Giovanni  e  Caterina  al  cascinale  del  Colombarone.  Passa 
per  Corno  Giovane,  e  vi  sosta  nel  bel  tempio  parochiale  di 
S.  Biagio;  poi  nel  non  lontano  oratorio  di  S.  Rocco,  già  degli 
eremitani  di  S.  Agostino,  cui  papa  Linocenzo  X  sopprimeva 
{15  ottobre  1652),  passando  l'oratorio  in  possesso  alle  conver- 
tite di  S.  Leonardo  in  Lodi;  le  quali,  a  volta  loro,  lo  cedevano 
ai  terrieri  del  Corno  per  un'annua  retribuzione  (23  giugno  1708). 

Fra  le  case  coloniche  e  la  strada  che  avrebbero  formato  il 
nuovo  villaggio  di  S.  Stefano  al  Corno  —  ad  opera  di  Catalano 
Trivulzio  e  di  Michele  Bonelli,  cardinali  commendatari  nel  se- 
colo XVI  —  sorgeva  l'antichissima  chiesa  parochiale  di  S.  Fe- 
dele ;  da  cui  il  sacerdote  in  cura  d' anime  —  nominato  e 
stipendiato  dall'abate  commendatario^^  —  esercitava  il  proprio 
ministero  spirituale  anche  su  Corno  Vecchio  e  su  Corno  Giovane. 

La  chiesa  di  S.  Maria  in  S.  Stefano  —  che  sottentrò  a  quella 
di  S.  Fedele  —  fu  eretta  dal  popolo  (metà  del  secolo  XVI),  e 
colla  erezione  di  essa  la  rettoria  diventò  vicaria  perpetua  Ma 
anche  questa  seconda  parochiale  risentendo  avanie  grandissime, 
perchè  subbietta  ai  disalvei  padani,  ^  riescendo  troppo  angusta 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


pel  concorso  dei  fedeli,  si  procedette  allo  inalzamento  di  una 
terza  chiesa,  sopra  un  fondo  di  spettanza  dell'abazia,  detto  la 
Possessione  di  S.  Maria. 

Favente  ed  aiutante  il  commendatario  d'allora,  l'eminentis- 
simo  d'Oria  di  Genova,  fu  deposta  proces^ionalmente  la  prima 
pietra  dal  vicario  prò  tempore  Mariani  (19  settembre  1756).  Se 
non  che,  la  morte  del  cardinale  d'Oria  ed  il  diminuire  dei 
mezzi  sospesero  le  opere  appena  fuori  terra.  Si  ripresero  dal 
vicario  Beolchi,  codognese,  validamente  aiutato  dal  commenda- 
tario cardinale  Giuseppe  Maria  Castelli,  milanese,  ed  interve- 
nienti publiche  offerte  (25  maggio  1767). 

Fugace  appare,  per  altro,  l'entusiasmo  di  quel  principe  della 
chiesa,  poiché  in  alcune  lettere  al  paroco  egli  duolsi  del 
concetto  troppo  grandioso  cui  i  lavori  si  erano  ispirati;  ed, 
accennando  alla  ristrettezza  della  pecunia,  dispone  che  il  di- 
segno originale  —  di  cui  è  ignoto  l'autore  —  venga  ridotto  dal- 
l'architetto romano  Cosimo  Morelli,  dal  porporato  detto  «molto 
valente....  che  sa  il  vero  gusto  dell'architettura  romana».  Il 
Morelli  di  poco  variò  la  primitiva  proposta  architettonica;  ma 
ne  soppresse  una  seconda  torre,  la  quale  doveva  essere  con- 
giunta alla  prima,  a  mezzo  d'una  loggia  esterna. 

La  chiesa,  compiuta  dal  vicario  Manara,  fu  consacrata  dal 
vescovo  Andreani  nella  festa  patronale  di  S.  Ignazio  di  Loyola 
(4  agosto  1776),  che  è  tuttavia  festeggiata  in  S.  Stefano,  nella 
prima  domenica  di  agosto. 

La  facciata  del  tempio  —  nel  centro  delle  casette  di  S.  Ste- 
fano —  si  para  agli  occhi  dell' advena  grave  e  maestosa.  Le  sue 
rigide  e  sobrie  linee  annunziano  che  quando  essa  sorgeva  vol- 
gevano al  tramonto  le  indisciplinate  fantasie  barocchistiche,  di 
cui  soltanto  qui  rimane  traccia  nella  lieve  incurvatura  prospet- 
tica. La  sola  nave  interiore  è  limitata  da  quattro  cappelle,  delle 
quali  solo  due,  ampie  e  profonde,  hanno  altari.  Sul  fronte  in- 
terno della  porta  mediana  è  rappresentata  da  buona  mano 
r  «  Adorazione  dei  magi  a  Betlemme  » 

L'ultima  chiesa  sulla  via  del  ritorno  dall'ascetico  peregrino 
visitata  è  quella  di  S.  Fiorano,  che  noi  vedemmo  già  eretta  per 


i6o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


volere  dei  Trivulzio.  I  frequenti  restauri  di  essa  e  le  variazioni 
conseguenti  —  specie  ad  opera  del  titolare  Giovanni  Cigolini 
(1641)  e  de*  suoi  successori  (1739  e  1794)  —  non  poterono  però 
togliere  a  quel  tempio  la  caratteristica  degli  edifici  accresciuti 
sotto  il  regno  delle  iperboli  artistiche.  La  parte  migliore  di 
esso  è  certamente  la  facciata,  con  un  pronao  di  gusto  ellenico 
e  di  eletta  fattura. 

Presso  la  chiesa  s'apre  l'oratorio  dell'Addolorata,  compiuto 
in  un  anno,  e  di  cui,  per  decretale  del  vescovo,  poneva  la  prima 
pietra  l'arciprete  locale  Carlo  Federico  Peroni  (1750),  poi  sa- 
lutato primo  proposto  di  S.  Fiorano  (1756)^^. 

«  Votum  feciy  fidem  servavi  »  può  ripetere  a  ragione  il  nostro 
imaginario  peregrino.  Il  quale,  nella  lunga  e  faticosa  via  se- 
guita, battè,  ospite  grato,  al  convento  ed  al  tugurio,  alla  pie- 
bania  ed  all'ospizio,  e  posò  sotto  l'ombra  amica  degli  alberi 
nella  campagna  virente,  o  sulle  arsiccie  ghiaie  del  greto  padano. 

Reduce  al  domestico  focolare,  egli,  deponendo  bordone  e 
sanrocchino,  narra  ai  suoi  le  pie  leggende,  le  estatiche  visioni, 
i  voti  ferventi,  rugiada  alle  anime  di  fede.  E  noi  —  deponendo 
la  penna  —  ci  compiacciamo  della  sua  umile  ed  affettuosa  com- 
pagnia, riescita  per  certo  al  leggitore  meno  sgradita  di  un'arida 
enumerazione  dei  santuari. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


i6r 


NOTE  AL  CAPO  XLVI. 

*  La  parochiale  delle  Cascine  de'  Passerini  fu  restaurata  e  riconsacrata 
nel  1890.  Il  pittore  Luigi  Prada  di  Casalpusterlengo  vi  eseguì  alcuni  freschi. 

^  Secondo  il  già  citato  lavoro  del  sacerdote  Settimo  Ghizzoni,  la  pri- 
mitiva chiesa  di  S.  Maria  misilrava  non  più  di  cinque  o  sei  metri  di 
larghezza  e  quattordici  in  lunghezza. 

'  La  parochiale  di  Castione  ha  corretta  prospicienza,  pure  oftrendo  al- 
l'occhio il  raro  esempio  di  due  attici  sovrapposti  a  distanza,  il  primo  co- 
ronante la  facciata ,  il  secondo  a  cimazio  del  tempio.  Il  campanile ,  a  tre 
modanature  —  quadrilatera,  circolare  ed  ottagona  —  è  del  1840. 

Nel  coro  sfilano  gli  artistici  sedili  del  milanese  Antonio  Uslenghi  (1735). 
Nella  sacrestia  è  da  osservarsi  un  armadio  sculturale  in  legno,  che  porta 
la  data  certa  di  costruzione  1691.  Dal  Cristo,  nella  nicchia  mediana, 
appare  una  strana  dissimetria  per  chi  dai  lati  lo  riguarda,  illusione  ottica 
che  si  dilegua  se  lo  si  osserva  da  esatta  direttiva,  dipendendo  l'apparente 
difetto  dall'accentuazione  dello  stile  barocco,  e  più  specialmente  dallo 
sporto  esagerato  dei  due  capitelli  della  nicchia. 

Notevoli  restauri  si  operarono  nel  tempio  dal  1818  al  1820.  Ora  vi  hanno 
cappelline  ben  condotte  ed  eleganti,  come  quella  di  S.  Orsola,  un  grande 
organo  di  fabbrica  Serassi,  con  ricchezza  di  dorature,  ed  una  bella  balaustra 
marmorea  recentemente  eseguita  dai  fratelli  Monti  di  Codogno. 

*  Per  rendere  meno  angusto  il  sacro  luogo ,  i  consobrini  dell'  Annun- 
ziata lo  allungarono  (1739),  ed  eressero  nel  tempio  la  propria  sepoltura. 

La  chiesa  fu  restaurata  nel  1835,  e  cinquant' anni  dopo,  ritoccandosene 
la  facciata,  ne  fu  cancellata  l'effigie  della  Vergine,  dipinta  sulla  porta. 

Presentemente  la  chiesa  sotto  l'unica  navata  ha  sei  altari,  oltre  l'altare 
maestro,  dal  quale  appare  prospetticamente  molto  lunga. 

^  La  terza  navata  fu  aggiunta  alla  chiesa  di  Camairago,  paroco  essendo 
Bartolomeo  Cremonesi  (1855),  e  fu  riconsacrato  il  tempio  dal  vescovo 
Benaglia  (26  aprile  1856). 

*  Questo  sacello  fu  restaurato  nel  1847  e  nel  1896. 

'  Questa  tavola  fu  posta  poi  in  una  nicchia  a  sinistra  della  chiesa  ; 
ma,  non  si  sa  perchè,  grossolanamente  coperta  con  una  tela,  rozzamente 
tinta  a  nubi,  lasciando  vedere  soltanto  il  viso  della  Madonna  e  del  Fi- 
gliuolo. Ci  dicono  che  nell'ultima  visita  pastorale  il  vescovo  Rota  abbia 
esortato  i  fabbricieri  a  togliere  quello  sconcio. 

Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  //.  39 


l62 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


^  La  chiesa  di  S.  Rocco  in  Gera  fu  poi  disoggetlata  da  Pizzighettone 
ed  eretta  in  parochia  (28  giugno  1808). 

^  La  collegiata  di  Maleo  fu  soppressa  il  6  luglio  1798. 

Archivio  parochiale  di  Codogno. 
"  1  documenti  del  secolo  XII  riguardanti  Larderà  nominano  costantemente 
S.  Margherita  e  non  accennano  a  S.  Maria,  come  sarebbe  parso  al  Monti, 
Arroge  che  non  poteva  nè  meno  la  S.  Margherita  di  Larderà  identifi- 
carsi nella  penitente  di  Cortona,  perchè  questa  santa  nacque  verso  la  metà 
del  secolo  XIIL  La  chiesa  di  Larderà  è  quindi  indubbio  fosse  dedicata 
all'omonima  martire  di  Antiochia. 

'^Archivio  parochiale  di  Castelnuovo  Bocca  d'Adda. 
Per  alcun  tempo  la  chiesetta  della  Bonissima  continuò  in  giurisdizione 
della  diocesi  lodigiana;  da  cui  materialmente  staccatasi  poi,  passò  nella 
piacentina  (6  febbraio  1819). 

Archivio  parochiale  di  Castelnuovo. 

Con  decreto  6  febbraio  1819  lo  Zerbio,  il  Borgone  e  la  Bonissima 
venivano  aggregati  alla  diocesi  piacentina. 

Alessandro  Riccardi  nota  che  «  negli  anni  1807  e  1810  i  due  salti  del 
Po,  in  memorabili  sue  piene,  al  Mezzanone,  tra  Caselle  Laudi  e  Castel- 
nuovo  Bocca  d'Adda,  produssero  un  accorciamento  di  12  sopra  i  16  kil.  del 
primitivo  andamento  ».  ; 

"  Un  nucleo  di  codeste  case  detto  cantone  di  S.  Fedele  nello  stato 
d'anime  del  1655  si  vede  all'oriente  estremo  di  Santo  Stefano  al  Corno. 
Esse  hanno  traccia  di  fondamento  della  vetusta  chiesa,  i  cui  ruderi  furono 
descritti  dal  rettore  Francesco  Bergamaschi. 

Il  commendatario  eleggeva  e  stipendiava  il  sacerdote  di  S.  Fedele,  e 
quale  patrono  spirituale  del  luogo  de  jure  e  perchè  a  lui  toccava  prov- 
vedere alle  temporalità,  avendo  il  Po  ingoiato  i  terreni  dell'antico  rettorato. 

La  qualifica  del  titolare  ecclesiastico  di  Santo  Stefano  al  Corno  fu  prima 
di  curato,  poi  di  rettore,  vicario  perpetuo,  e  finalmente  preposto  (25  aprile 
1855)»  dignità  onde  il  primo  investito  fu  Gaetano  Bignami. 

Archivio  parochiale  di  Santo  Stefano  al  Corno. 

Oggi  sull'altare  a  destra  havvi  pure  un  «san  Mauro»,  quadro  di 
provenienza  dall'abazia  cistercense.  Dalla  sacrestia,  dove  l'avevano  col- 
locato, fu  per  cura  del  preposto  Luigi  Ardemagni  fatto  ristorare  da  Luigi 
Valtorta  (1886). 

Esiste  pure  in  parochia  di  Santo  Stefano,  ma  chiuso  al  culto,  l' oratorio  di 
S.  Carlo  Borromeo,  nella  frazione  Casoni,  eretto  da  Carlo  Cattaneo  di 
Codogno  (1846). 

L'arciprete  di  San  Fiorano  Carlo  Federico  Peroni  sedeva  in  palazzo  ad 
un  pranzo  di  nozze  marchionali,  quando  il  vescovo  Gallarati,  presente, 
lo  dichiarò  preposto  del  hiogo  (15  settembre  1756). 


CAPO  XLVII. 


Codogno  continua  a  fiorire  —  Il  castello  —  La  loggia  comunale  —  L'arco 
del  Cristo  —  Una  grande  cerimonia  nuziale  —  Lo  sfeudamento  della  terra. 


L  secolo  XVII  trovava  il  nostro  comune  fortemente 
costituito,  a  seconda  delle  leggi  filippine  che  già 
sullo  scorcio  del  XVI  gli  avevan  data  fisionomia  ed 
individualità  speciali.  Con  quella  sincerità  gagliarda 
che  viene  dalla  coscienza  dei  diritti  è  dei  doveri,  il  comune 
—  pur  tenendo  fede  a'  suoi  impegni  politici  e  verso  la  corona 
e  verso  il  feudo  —  mai  tralasciava  di  afférmarsi  sentitamente, 
quando  dal  suo  istituto  dipendeva  l'insieme  degli  svolgimenti 
intellettuali,  morali  ed  economici  sottopósti  alla  sua  giurisdizione. 

Alla  politica  che  si  faceva  a  Madrid  e  che  passava  per  Mi- 
lano, nessuna  partecipazione  ;  alla  signoria  feudale,  già  per  àltro 
sminuita  dalla  antica  preponderanza,  rendevasi,  come  nel  biblico 
tributo,  quanto  dovevasi;  ma  saremmo  per  dire  che  essa  gelo- 
samente sorvegliava  sè  stessa  per  non  apparire  soverchiamente 
corriva,  allor  che  la  opposizione  dei  suoi  cogli  interessi  spe- 
cialmente finanziari  del  signore  si  trovavano  in  dibattito.  E  se 
si  pensi  che  il  potestà  ministrava  altresì  giustizia,  è  facile  coin- 
prendere  come  si  stendesse  la  personalità  del  comune,  e  come 
sotto  di  sè,  a  protezione  di  tutti,  esso  accumulasse  la  somnia 


164 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


dei  piiblici  sentimenti.  Da  Madrid  a  Milano;  da  Milano  a  Co— 
dogno  ;  ma  qui  doveva  il  comune  suggellare  colla  propria  im- 
pronta, consentanea  ai  luoghi  ed  agli  uomini,  le  provvisioni 
imposte. 

Così,  di  giorno  in  giorno  si  allargava  irraggiando  l'istituto 
comunale;  quei  giorni  e  quelle  leggi  non  vi  creavano,  è  vero, 
quella  indipendenza  a  cui  già  molti  aspiravano,  ma  ne  deter- 
minavano r  esercizio  di  un  potere  che  non  indietreggiava  punto 
al  confronto  degli  altri  due.  E  non  si  creda  piegasse  nè  meno 
al  cospetto  della  inframettenza  religiosa,  imperocché  in  Codogno 
il  proposto,  non  in  opposizione,  ma  in  osservanza  del  buon 
volere  e  dell'autorità  potestativa,  procacciava  il  cammino  con- 
corde delle  spiritualità  e  dei  diritti  amministrativi;  e  va  notata 
l'applicazione  fra  noi  del  vecchio  e  tradizionale  concetto  ita- 
liano, per  cui  il  comune  volle  e  seppe  ognora  mantenersi  saldo 
€  quasi  considerarsi  consignore  nei  rapporti  della  propria  chiesa  ; 
e  se  le  antiche  e  profonde  consuetudini  dei  secoli  facevan  larga 
parte  alla  comunità  nostra  in  quelle  funzioni  ecclesiastiche  che 
poi  ebber  nome  di  uficiali,  non  per  questo  la  casa  del  popolo 
si  lasciò  mai  soverchiare  dalla  prepositurale.  Gli  interessi  co- 
muni ne  facevano  consentire  i  vicendevoli  rapporti;  un  carattere 
perenne  di  decorosa  fermezza  vegliò  però  sempre  ed  inconcusso 
sulla  condotta  dell'autorità  civile,  che  non  si  fermava  alla  soglia 
del  tempio,  ma  che  —  come  ne  è  testimone  una  serie  di  note 
nell'archivio  parochiale,  specialmente  della  prima  metà  del  se- 
colo XVII  —  quando  era  mestieri,  la  oltrepassava,  forte  nella 
coscienza  dei  propri  diritti. 

Tutto  ciò  vedremo  ancor  meglio  colla  narrazione  dei  fatti. 
Valga  intanto  un  veloce  accenno  a  notizie  per  le  quali  emerge 
come  fra  le  massime  cure  cui  il  comune  dava  le  proprie  energie, 
nè  pur  le  minute  trascurasse  affinchè  a  grado  a  grado  venisse 
a  perfezionarsi  la  vita  materiale  dei  borghigiani,  facendo  sì  che 
essi  camminassero  in  quel  progresso  di  civili  costumi  che  già 
da  tempo  erano  esciti  dalle  rozze  ed  oscure  latebre  del  passato. 

L'indole  di  buon  governo  massaio  sulla  quale  il  comune  di 
Codogno  recò  sempre  la  sua  provvidente  attività,  mai  dilungava 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


165 


dai  suoi  occhi  la  diligente  vigilanza  su  una  delle  precipue  sue 
proprietà  locali:  il  castello.  Fin  dalle  prime  pagine  nostre  ne 
esponemmo  notizia,  e  l'epoca  alla  quale  si  riflettono  le  osser- 
vazioni che  andiamo  facendo  trova  pericolante  quel  secolare 
munimento  a  cui,  se  venne  meno  l'oficio  suo  di  guerresco  ba- 
luardo, non  pertanto  rimane  presidio  imponente  nei  torbidi 
dell'età  e  memoria  storica  eloquente. 

Era  cinto  di  ampie  fosse,  e  queste  affittate  per  uso  d'erbatico, 
costituivano  altresì  privilegi  di  pescagione 

Il  comune  dalle  ingiurie  del  tempo,  che  pure  non  risparmia- 
vano il  castro,  traeva  altresì  suo  prò  atterrando  muraglie  ca- 
denti, ponendone  in  vendita  i  materiali  e  i  pioppi  che  ne 
ingombravano  i  pressi. 

Quando  la  guerra  funestava  di  ruine  e  di  sangue  le  nostre 
campagne,  ed  il  feudatario  codognese  qui  coacervava  i  bellici 
manipoli,  a  spese  di  lui  e  del  comune  una  caserma  soldatesca 
fu  costrutta  nel  castello,  verso  mezzodì  (1650),  provvedimento 
che  le  nostre  narrazioni  provano  di  qual  necessità  fosse;  fugace 
ricorso,  poiché  la  njutata  arte  della  guerra  venne  segnando  la 
fine  di  quei  mezzi  un  giorno  formidabili  per  difese  ed  offese. 

Soddisfaceva  il  comune  alle  insistenze  del  feudatario  per  prov- 
vedere il  quartiere;  ed  il  feudatario  provvedeva  prò  rata  alla 
edificazione  della  loggia  che  era  nel  desiderio  dell'universale. 

Negli  evi  precorsi  erano  minime  le  pretese  dei  publici  mer- 
catori, a  guardia  delle  loro  derrate  accampati  sulla  piazza  ed 
irridenti  alle  pioggie  incresciose  ed  ai  torridi  sollioni  ;  poi  si 
raffinarono  le  consuetudini  e  si  ricercò  qualche  miglior  agio; 
e  di  conseguenza  si  dimandò  che  un  luogo  si  assegnasse  dove 
la.  compra  vendita  convenisse,  e  colla  gara  della  concorrenza  e 
con  quelle  comodità  che  viemeglio  richiamassero  agli  acquisti. 
Non  aveva  chiuse  le  orecchie  il  comune  alla  proposta,  e  diede 
mano  all'opera  (23  giugno  1652). 

Giusta  il  disegno  vagheggiato  e  dai  municipali  e  dal  feuda- 
tario, l'edificio  mercatizio  avrebbe  dovuto  prolungarsi  dalla 
piazza  antistante  alla  contrada  Scacca,  prospiciendo  al  convento 
francescano,  e  fu  per  la  morte  del  cardinale  Teodoro  (1656)  che 


i66 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


la  loggia  non  ebbe  il  decretato  sviluppo.  Comunque,  servì  al- 
l'uficio  suo;  ma  non  così  efficacemente  come  l'avrebber  voluto 
i  mercanti  ;  chè  più  volte  si  memora  '  V  angustia  di  essa  negli 


La  loggia  comunale  prima  del  1896. 


atti  del  comune,  e  si  citano  editti  penali  contro  quelli  che  senza 
ragion  mercantesca  ingombrano  il  nundinario  coperto 

E  prossima  la  fine  del  potere  di  casa  Trivulzio  in  Codogno; 
e  non  sono  malinconici  come  di  chi  discende  gli  ultimi  bagliori 
di  quell'astro  politico  la  cui  luce  tranquilla  da  ben  centotren- 
tasette  anni  splendeva  in  questa  nostra  zona  di  cielo. 

La  sovranità,  di  Teodoro,  non  menomata  dalla  assurgente  co- 
mune, si  esplica  ad  essa  concorde  nella  creazione  di  perspicue 
opere;  al  principe  Antonio  Teodoro  Trivulzio,  nepote  del  car- 
dinale, perdura  la  simpatia  dei  subbietti,  sì  che  un  pregievole 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


167 


monumento  ediMzio  ricordava,  ancor  pochi  anni  sono,  le  sue 
compiacenze  domestiche;  e,  fatta  eccezione  per  le  menti  pre- 
corritrici di  nuovi  fati,  il  popolo,  nella  sua  primitiva  semplicità 
viveva  sicuro  dell'avvenire  di  quella  casa,  che  d'un  tratto  rin- 
novava antichi  splendori. 

Con  quale  slancio  di  publica  esultanza  vidersi  elevati  i  fastigi 
dell'arco  del  Cristo,  perchè  alla  testa  del  corteo  nuziale  la  no- 
vella sposa  di  Antonio  Teodoro  Trivulzio  vi  passasse,  entrando 
trionfalmente  in  Codogno  (26  luglio  1688)!  E  come  furono  am- 
mirati i  codognesi  di  quel  lusso,  di  quel  sussiego,  di  quegli 
strascichi  feminei,  di  quei  fulgidi  cavalieri  in  tocco  d'oro,  di 
quella  scorta  scintillante  di  creados ,  che  scortavano  i  cavalieri 
invitati,  fra  i  quali  nereggiava  la  tonaca  barnabitica  del  padre 
Aimo  Corio,  che,  quale  procuratore  del  principe,  aveva  levato 
dalla  casa  paterna  la  sposa.  Gli  academici  saccheggiarono  di 
fiori  tutti  i  praticelli  d'Arcadia,  le  magistrature  beneaugurarono 
gravi  e  solenni  nei  vellutati  roboni,  e  le  soldatesche  feudali  si 
disposero  nella  acie  prestabilita  dall'ordine  a  stampa  reso  a 
publica  notizia  (26  luglio  1668). 

Era  la  sposa  donna  Giuseppa  Maria  Velez  di  Guevara,  del 
conte  Inigo  di  Onate  ;  e  —  seguendo  la  sua  fastosa  indole  di 
aragonese  —  aveva  bramato  che  la  entrata  nel  capoluogo  dei 
suoi  feudi  fosse  raccomandata  al  secolare  linguaggio  della  pietra. 

Esprimere  al  fidanzato  quella  brama  era  vederla  compiuta  ;  ed 
il  principe  Antonio  Teodoro  affermasi  partecipasse  alla  spesa, 
concorrendovi  con  cento  scudi.  Giovanni  Battista  Barattieri  di- 
segnò l'arco  imponente  e  semplice,  sebbene  ideato  in  un'epoca 
artistica  nella  quale  tiranneggiavano  l'iperbolico  senza  grandezza, 
lo  stravagante  senza  novità. 

S'arrotondava  esso  al  centro;  sullo  stipite,  e  prolungata  al 
mezzo  dello  dittico  cimazio,  sovraneggiava  in  medaglione  l'effigie 
dell'  Immacolata.  Tre  piccoli  trionfi  compievano  l' esornamento 
dell'attico.  Altri  due  in  basso,  e  raccorciati  da  obelischi  a  globo 
sulle  fiancheggianti  volute,  rialzavano  il  cornicione  mediano; 
più  sotto,  a  destra  e  a  manca,  dipinti  san  Biagio  e  sant' Erco- 
lano  ;  a  terreno  due  ingressi  fra  gli  sproni  addossati  alle  case 
ed  i  pieritti  dei,  massimi  pilastri  sostenenti  la  costruzione,  che 


i68 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ritraeva  speciale  vaghezza  dallo  investimento  marmoreo  a  ritagli 
e  scanalature  regolari^. 

Dietro  il  macchinoso*  traino  nuziale  della  vaga  spagnola  s' in- 
calzarono per  due  secoli  sotto  il  pronubo  arco  le  pacifiche  carra 
dell'industria  e  gli  «attiragli  »  gravi  delle  artiglierie  di  diverse 
insegne;  passarono  bestemmiando  in  disforme  favella  genti  di 


Il  portone  del  Cristo. 


-duchi,  di  re  e  d'imperatori,  e  turbe  scarmigliate  di  sansculottes 
inneggianti  alla  republica;  e  quando  i  campi  propinqui  desta- 
ronsi  al  sibilo  frequente  della  vaporiera,  l'arco,  gigantesco  rap- 
presentante di  tempi  trascorsi,  cedeva  al  piccone  municipale, 
che  reclamava  pei  tempi  nuovi  maggior  elatere  per  la  civiltà 
del  borgo  (1867). 

Anche  il  progresso  passa  distruggendo,  ma  non  sempre  e  incon- 
dizionatamente gli  si  debbono  alleare  gli  uomini.  Che  se  ciò  i  reg- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


169 


g"itori  della  publica  cosa  non  avessero  dimenticato,  dimenticando 
insieme  —  e  con  maggior  debolezza  —  che  il  più  illustre  dei 
codognesi  aveva  creato  quell'  insigne  monumento  e  la  chiesa  di 
S.  Bernardino  (pur  demolita  nello  stesso  anno),  tanta  iattura 
non  ci  avrebbe  offesi,  e  di  Giovanni  Battista  Barattieri  rivi- 
vrebbe nel  cuore  del  popolo  il  ricordo,  oggi  soltanto  racco- 
mandato ad  una  indicazione  di  una  infima  e  remota  strada. 

Nella  lunga  espositiva  delle  case  patrizie  investite  di  dominio 
sulle  nostre  terre,  toccammo  della  successione  mancata  in  linea 
maschile  del  principe  Antonio  Teodoro  Trivulzio,  fatto  gene- 
tliaco che  —  mentre  in  ogni  altro  luogo  di  feudo  trivultino  non 
apportò  modificazione  alcuna  di  stato  politico  —  a  Codogno 
schiantò  la  vecchia  feudalità  inalzando  sulle  sue  rame  divelte  il 
regime  del  libero  comune. 

Sapevamo  che,  pervenuti  al  momento  storico  dello  sfeudo  di 
Codogno,  ci  saremmo  trovati  in  conspetto  di  una  pagina  splen- 
dida e  felice  nella  cronaca  nostra.  Quel  raggio  di  coscienza 
comunale  che  brillava  improvviso  nella  semioscurità  civile  del 
municipio  italiano  sul  tramonto  del  secolo  XVII,  ne  confortava 
e  ne  stupiva  ;  e  se  per  una  parte  un  sentimento  grato  ci  ri- 
congiungeva a  quei  nostri  proavi,  che  in  terra  modesta  avevan 
concepito  e  tradotto  in  atto  così  alta  azione,  per  l'altra  cresceva 
la  meraviglia  nostra,  misurando  quale  fede  e  quanta  grandezza 
di  accorgimenti  dovevano  averli  guidati,  sorretti  e  condotti, 
traverso  ostacoli  formidabili  al  compimento  della  loro  redenzione. 
Perocché  quella  liberazione  dal  passato,  meditata  e  compiuta 
come  fu,  rimane  prova  suprema  di  intelletti  e  di  sentimenti  che 
non  impallidiscono  ai  confronti.  Nè  ci  esalta  l'affetto  del  paese 
natio,  nè  ci  travolgono  gli  entusiasmi  manierati  —  ora  spesso 
risorgenti  —  di  persone  e  di  eventi  che  furono;  ma  siamo  per 
contro  condotti  nella  nostra  persuasione  dalla  fortuna  di  fermare 
lo  sguardo  sopra  il  testimonio  scritto  e  simultaneo  di  quella 
nostra  liberazione  politica. 

Non  è  un  ricordo  soltanto  d' un  fausto  avvenimento  ;  e  nè 
meno  è  un  inno  di  gonfio  lirismo  pel  conseguimento  di  un 
condiviso  desiderio.  L' autografo  di  cui  è  parola  va  invece  ascritto 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


fra  quelli,  cui  anche  la  critica  positiva  dell'oggi  chiama  aurei: 
non  le  turgidezze  del  secolo  suo,  non  le  immoderate  compia- 
cenze di  volgari,  sè  adoranti  per  esser  giunti  alla  meta;  ma 
una  grave,  diligente,  minuta  esposizione  diaria  di  quanto  fu 
imaginato,  meditato  e  fatto,  per  ricercare  affannosamente,  e 
strappar  quasi  colla  industria  e  collo  ingegno  la  vittoria  del 
proprio  diritto.  Volgevano  nemici  i  tempi  ;  interessi  di  potenti 
sollevavano  intorno  barriere  presso  che  insormontabili;  fioca  e 
mal  sicura  era  la  speranza  nel  potere  sovrano,  e  subdola  e  ve- 
nale la  magistratura;  eppure  d'ogni  cosa  doveva  aver  ragione, 
e  l'ebbe,  il  saldo  cuore  di  chi  si  dava  e  consacrava  tutto  al 
bene  della  sua  terra. 

Dimesso  nella  forma  bonaria,  ispiratore  della  più  larga  con- 
fidenza, ma  luminoso  nelle  sue  premesse,  ferreo  nelle  sue 
conclusioni,  il  documento  anche  nel  titolo  rinuncia  ad  ogni 
appariscenza  pomposa,  ed  è  intestato:  Nota  delle  spese  fatte  da 
Noi  Carlo  M."'  Bellone,  Bernardmo  Dragone,  Gerolamo  Marti- 
nengo ,  e  Domenico  Bignami,  come  Procuratori  eletti  dal  conseglio 
generale,  e  da  tutti  gli  habitatori  di  Codogìio  biella  causa  della 
Redentioìie  dell'  In feudatione  del  d°  Borgo,  et  altri  e?nergenti^. 
La  memoria  dal  21  agosto  1678  perviene  al  4  maggio  1680,  e 
da  essa  balza  così  viva  la  fisionomia  della  grave  controversia, 
da  non  saper  noi  meglio  ripresentarla  che  attingendo  diretta- 
mente a  questa  caratteristica  fonte. 

I  procuratori  su  citati  dipartonsi  da  Codogno  per  Milano 
(21  agosto  1678),  e  voglion  seco  il  chiaro  giureconsulto  codo- 
gnese  dottor  Giuseppe  Maria  Folli,  residente  a  Lodi,  sulle  cui 
«  direttioni  »  fanno  essi  assai  conto  ;  e  a  lui  pongono  allato 
l'altro  giureconsulto  conterraneo,  abitante  in  Milano,  dottor 
Giuseppe  Goldaniga  «  ad  effetto  di  mostrare  l' animo  uniforme 
di  tutta  la  Terra  di  uoler  il  Demanio  ».  Consci  dell'arduo  com- 
pito, e  pertanto  circospetti  e  prudenti,  da  prima  soggiornano 
normalmente  all'albergo  delle  Due  Spade,  a  porta  Romana;  poi, 
giustamente  diffidando  dei  parziali  di  casa  Trivulzia  e  del  pa- 
rentado consanguineo,  si  trasferiscono  all'osteria  del  Falcone, 
poi  in  camere  arredate  domesticamente  vivendo  da  massari  e 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


provvedendo  da  sè  alla  frugale  mensa,  ed  infine  in  una  «  do- 
zina  »  di  certo  Giuseppe  Gilardi  detto  Stampa,, 

La  modicità  delle  esigenze  di  quei  maggiorenti  —  provata 
anche  dalle  cifre  consegnate  nella  «  nota»  —  non  toglieva  ch'essi 
degnamente  rappresentassero  l'insigne  borgo  che.  li  aveva  man- 
dati quasi  alle  prese  coli' astuzia  del  fisco,  colla  potenza  di  una 
vedova  Trivulzio,  per  soprassello  castigliana,  colla  tiepidezza 
corrotta  dei  funzionari,  e  colla  «  impressionabilità  »  degli  spa- 
gnuoli  ligi  ad  un  rito  cerimonioso  e  fastoso.  E  di  ciò  erano 
essi  così  convinti  che  nella  relazione  riassuntiva  della  loro  mis- 
sione dicevano  al  consiglio  compaesano  :  «  che  se  per  fortuna 
a  prima  faccia  parerà  che  ci  sia  qualche  eccesso  in  materia  delle 
spese  cibarie  in  Milano,  spese  di  carozze.  et  honorarij  distribuiti 
con  qualche  largheza,  deuano  considerare,  che  frà  le  altre  cose, 
che  dai  Tribunali,  e  superiori  si  considerano  in  materia  di  douer 
concedere  ó  nó  la  Redentione  una  delle  Principali,  è  l'osseruare 
se  la  Communità  e  bene  stante,  e  perciò  e  stato  neccessario  lo 
stare  ancora  con  qualche  splendore.  Oltre  di  che  se  si  fosse 
proceduto  con  auaritia  molte  uolte  per  sparagnar  un  Filippo 
se  ne  perdono  cento  e  non  riescano  i  negotij.  Et  anche  non  è 
da  omettere  che  nelle  angustie  dell'Animo,  nelle  quali  tante 
uolte  si  trouauamo  nei  frangenti  pericolosi,  e  della  riputatione, 
e  del  resto  sarebbe  stato  un'atto  tiranico,  il  pretendere,  che  si 
douesse  aggiongere  stretezze  a  stretezze,  et  angustie  ad  angustie». 

In  omaggio  a  questi  sani  principi,  e  forti  nella  coscienza 
della  propria  onestà,  si  che  ninno  nè  meno  sospetti  che  le  lor 
persone  fosser  credute  capaci  di  «  frode  di  uoler  trufare  il  sangue 
dei  poueri  »  si  condussero  agiatamente,  con  bastevole  numero 
di  domestici,  con  non  interrotto  servizio  di  cavalli  padronali 
—  come  quelli  del  Bellone  —  e  da  nolo,  per  recarsi  onorevol- 
mente ai  publici  ufizì  in  Milano,  e  per  rifare  quando  occorreva 
il  viaggio  a  Codogno.  Ai  compensi  procurati  pei  paggi,  per  gli 
staffieri,  per  gli  uscieri,  pei  cancellieri  e  per  quanti  altri  delle 
aule  del  governo  e  delle  anticamere  della  nobilea,  si  aggiunge- 
vano elargizioni  di  derrate  onde  andava  famoso  il  nostro  terri- 
torio; e,  per  non  parlare  del  celebre  cacio  e  delle  cotognate 
elegantemente   disposte   in   vasi   adornati   di   «  bindelli  e  rose 


172 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


d' oro  » ,  erano  il  lino  cremasco  ed  il  torrone  cremonese  i  pre- 
senti più  graditi  ai  fautori  della  causa  codognese,  specie  nelle 
augurali  solennità  del  decembre. 

Solleticando  gli  umani  appetiti,  non  trascuravano  «  gli  ag- 
giuti  divini  »,  per  il  che  facevan  celebrar  messe,  oltre  che  a 
Codogno,  a  Lodi  dai  carmelitani  scalzi,  ed  a  Milano  in  S.  Gio- 
vanni alle  Case  rotte. 

I  due  causidici  propugnatori  dello  sfeudo  prestarono  V  opera 
propria  con  un'attività  ed  un  acume  mirabili.  Il  Folli  assistette 
alla  causa  precipua  ed  alle  connesse  che  ne  rampollavano  «  non 
solamente  come  Auuocato  »  ma  in  guisa  da  essere  considerato 
come  «  il  Principale  Promottore,  et  Auttore  di  questa  impresa, 
essendosi  la  cosa  tutta  così  nella  sostanza  come  in  tanti  diuersi 
accidenti,  in  essa  nati,  incominciata,  proseguita,  e  terminata 
sempre  con  la  direttione  de  suoi  ricordi,  e  consigli]  »  tanto  che 
se  la  comunità  «  non  hauesse  hauuto  il  suo  Patrocinio,  et  as- 
sistenza la  cosa  non  haurebbe  hauuto  il  suo  effetto».  Il  Gol- 
daniga,  da  valido  cooperatore  «  si  adoperaua  nella  detta  causa 
della  Communità  con  un'ardore,  e  fedeltà  molto  considerabile  ». 

E  non  meno  della  parte  morale  s'era  presentata  difficile  la 
giuridica;  perocché  fin  da  bel  principio  —  appena  trapassato 
l'ultimo  feudatario  —  era  insorta  lite  col  prestino  del  borgo, 
cessando  in  lui,  per  liberalità  della  comune  verso  il  popolo,  il 
privilegio  di  vendita  esclusiva  della  farina  «  ciò  che  fu  di  gran- 
dissimo consolatione  e  soglieuo  alli  poueri,  li  quali  prima  non 
la  poteuano  comprare  se  non  à  caro  prezzo  dal  Prestinaro  ». 
La  protesta  di  questi  al  regio  magistrato  straordinario,  sotten- 
trato al  feudatario  nell'amministrazione  delle  regalie  (fra  cui 
appunto  quelle  annonarie),  sorti  esito  contrario  al  suo  promotore, 
e  la  comunità  si  avvalse  della  vinta  ragione. 

Ma  a  meglio  tener  dietro  alle  vicende  che  illustriamo  sarà 
pregio  dell'opera  il  riferirci  costantemente  al  manoscritto  se- 
condo l'ordine  suo  di  data. 

Appena  mancato  Antonio  Teodoro  Trivulzio  (26  luglio  1678), 
le  comuni  dei  feudi  suoi  resero  omaggio  condolente  alla  ve- 
dova: Maleo  mandò  Giovanni  Battista  Schinchino,  Codogno  il 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


dottor  Folli,  e  solenni  espiazioni  si  persolsero  alla  salma.  Il  ma- 
gistrato straordinario  di  Milano  inviò  il  questore  don  Ortensio 
Cantone  ed  altri  uficiali  in  Codogno  per  apprendere  il  feudo, 
che  defunto  il  principe  improle ^  ricadeva  nella  regia  camera. 

Risoluzione  immediata  dei  nostri  maggiorenti  recatisi  a  Mi- 
lano fu  quella  di  far  presentare  al  re  Carlo  II  un  forbito  memo- 
riale, steso  con  buon  valore  storico  e  giuridico  dal  Folli  confortato 
da  documenti  accuratamente  ricercati  dal  dottor  Benaglia,  ar- 
chivista dello  stato  «  affine  di  trouar  esempij  di  altre  Communità 
redente  »  e  comunicato  altresì  al  governatore  Claudio  Lamoraldo, 
principe  di  Ligne,  ed  al  magistrato  straordinario  —  per  essere 
indemaniati,  ed  operarono  non  solo  per  invalidare  le  formali 
pretensioni  della  vedova  donna  Giuseppa  Maria  —  ma  «  anche 
per  trattare  con  diuersi  Personaggi,  che  pretendeuano  il  Feudo, 
chi  per  ragioni  fidei  commissarie,  chi  per  Priuilegij,  e  Capitoli 
Matrimoniali,  e  chi  anche  per  acquisto,  che  pretendeuano  farne». 

Anche  Maleo  —  ad  imitazione  di  Codogno  —  promosse  causa 
di  sfeudo  (8  gennaio  1679),  incaricandone  lo  Schinchino  con 
altri  due  deputati;  ma  senza  verun  risultato,  perocché  mancò 
l'accordo  fra  i  maggiori  estimati  del  luogo  i  quali  avrebbero 
dovuto  riproporre  la  dimanda  ufìciale  pochi  giorni  dopo;  e 
—  come  vedemmo  —  Maleo  passò  ai  Trecchi. 

Intanto  gli  agenti  della  principessa  Trivulzio,  vigili  e  solerti, 
s'adoperavano  vivamente  perchè  Codogno  rimanesse  feudo  della 
loro  signora;  e,  intanto  che,  cooperati  artatamente  dal  questor 
Cantone,  tentavan  sobillar  la  borgata,  offrendo  agli  occhi  della 
gente  i  presunti  danni  dello  sfeudo,  a  Milano  esibivano  con 
isfoggio  curialesco  i  capitoli  nuziali  di  donna  Giuseppa,  pei 
quali  risultava  che  re  Filippo  IV  aveva  concesso  alla  sposa  che, 
morendo  il  principe  con  o  senza  prole,  la  vedova  potesse  tra  i 
feudi  lasciati  sceglierne  uno  a  piacer  suo  «  purché  non  fosse 
il  capo,  del  quale  ella  douesse  godere  in  quanto  all' honorifico , 
restando  essa  uedoua,  e  nello  stato  di  Milano  ».  E  gli  agenti 
trivultini,  in  nome  della  loro  rappresentata,  prescelsero  Codogno, 
di  cui  chiesero  il  rilascio. 

Il  governatore  provocò  l'avviso  del  magistrato  straordinario; 
ma,  risaputosi  ciò  dai  procuratori  del  comune,  questi,  preve- 


174 


codOgno  e  il  suo  territorio 


dehdo  da  una  concessione  eventuale  il  croHo  d'ogni  loro  spe- 
ranzà!v  avanzarono  una  duplice  opposizione  e  siccome  essi 
erano  uomini  accorti  e  prudènti,  tosto  si  avvidero  essere  pe- 
ricoloso impegnare  una  lite  colla  principessa  vedova  «  per  le 
grandi  aderenze  sue,  hauttorità,  e  rispetto  della  sua  Persona 
tanto  in  Milano  quanto  in  Madrid».  Volendo  però  non  venir 
meno  ai  riguardi  pur  sempre  dovuti  a  colei  che  aveva  condivisa 
resistenza,  col  loro  signore,  reputarono  opportuno  tentar  vie 
conciliative;  e  per  mezzo  del  Folli  e  del  padre  Aimo  Corio 
—  barnabita,  confessore  della  principessa  e  già  procuratore  del 
principe  defunto  nella  stipulazione  del  suo  matrimonio  —  pro- 
curarono indurre  la  signora  a  scegliersi  il  reliquato  feudale 
fuor  di  Codogno. 

^  A  nulla  valsero  queste  cure  ingegnose.  Gli  agenti  della  spa- 
gnuola  stavano  irremovibili,  ed  a  palliare  l'ostica  questione, 
addiicevario  la  precarietà  della  infeudazione,  intendendo  la  loro 
signora  di  rimpatriare  per  non  più  tornare  in'  Lombardia,  sì 
che  per  la  clausola  limitativa  dei  capitoli  nuziali,  la  signoria 
codognese  sarebbe  stata  naturalmente  caduca.  E  le  parvenze 
davan  aria  di  verità  a  questi  armeggi,  chè  don  Beltrame  di 
Guevara,  era  venuto  di  Biscaglia  ostentando  di  voler  riaccom- 
pagnar la  sorella  al  castello  nativo,  sulle  rive  della  Zadorra;  e 
già  facevansi  gli  apprestamenti  pel  viaggio  e  le  visite  di  con- 
gedo ;  e  difatti  ognuno  stimava  prossima  la  partenza. 

A  queste  speciosità  non  lasciaronsi  prendere  i  codognesi 
commissari.  Essi  subodorarono  la  simulazione;  e  ad  ogni  modo 
paventando  la  possibilità  di  altre  frammettenze  —  e  sopra  tutto 
considerando  come,  una  volta  insediata  feudataria ,  re  Carlo 
avrebbe  potuto,  lei  instaate,  rivocare  le  clausole  restrittive  «  e 
così  da  Padrona  conditionale  diuenirne  assoluta  »  —  perdura- 
rono «  sempre  fissi,  sempre  saldi,  sempre  constanti  ».  E  la  in^ 
dovinarono :  don  Beltrame  tornò  solo  in  patria,  ed,  essi,  una 
volta  di  più  convinti  della  doppiezza  avversaria,  un  po'  per  oro, 
e  un  po'  per  processura  giudiziaria  avanzarono  i  passi  sulla 
buona  strada.  Ostacolo  grande  fu  il  parere  loro  contrario  datò 
dal  magistrato,  e  maggiore  ancora  quello  contro  essi  appellanti 
pronunciato  dal  governatore.  Decideva  questi,  in  via  precaria, 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


17.5 


e  salva  la  parola  reale,  di  rilasciare  alla  principessa  il  possesso 
del  feudo,  ed  all'uopo  il  questor  Cantone schierato  tra  i 
partigiani  più  risoluti  della  vedova  —  ed- il  conte  Bernardino 
Gavazzo  della  Somaglia,  delegato  speciale  dèlia  signora,  si  con- 
ducevano in  Codogno .  per  la  cerimonia  della  presa  di  possesso, 
accompagnati  dai  nuovo  potestà  nominato  dalla  feudataria.  - 
Non  smarrironsi  d'animo  i  nostri;  che —  fatta  dichiarazione 
esplicita  in  Milano  nessun  codognese  voler  giurare  fedeltà,  alia 
Guevara  —  qui  tornarono  frettolosamente  precorrendo  il  Can- 
tone, ed  esortarono  il  popolo  a  fermamente  respingere  i  decreti 
«come  ingiusti,  e  contra  la  libertà,  che  hanno  i  Popoli  di  re- 
:  stare  nel  Demanio  immediato  del  loro  sourano  Padrone  ».  A 
Codogno  fu  esposto  sulla  porta  principale  della  chiesa  il  ritratto 
di  Carlo  II,  acquistato  da  Giuseppe  Bellone  «  ad  effetto  di  ec- 
citare il  Popolo  a'  diyotione  verso  la  M.  S.  »  ;  ed  i  dottori  Folli 
e  Goldaniga  da  Lodi,  come  luogo  intermedio,  vigilavano  le 
mosse  oppositrici  di  Milano. 

Nei  quattordici  giorni  in  cui  il  Cantone  stette  in  Codogno 
incalzarono  gli  avvenimenti. 

Radunatosi  il  popolo  nel  cortile  del  castello,  dopo  una  con- 
cione  del  dottor  Folli,  durata  un'ora  e  mezza,  sui  vantaggi 
supremi  dell'emancipazione,  al  grido  di  «  viva  la  libertà!  viva 
re  Carlo!  »  chiese  la  propria  rivendicazione  dal  feudo,  insor- 
gendo spontaneo  contro  Ja  minacciata  violenza.  Il  solo  libero 
giuramento  che  ogni  capo  di  famiglia  fra  le  publiche  acclama- 
zioni prestò  fu  di  voler  esser  redento. 

E  come  la  religione  cogli  adiutori  divini  era  serbata  a  forti- 
ficare le  speranze  degli  umani,  così  anche  in  quella  occasione 
si  ricorse  al  santuario.  Fu  dato  ordine  che  ad  un'ora  di  notte 
tutte  le  campane  della  collegiata  suonassero  a  distesa,  e  il  di 
appresso  dalla  porta  spalancata  si  scorse  eretta  a  destra  del- 
l'altare sotto  l'aureo  baldacchino  dei  giorni  solenni  la  statua 
della  Madonna  del  Rosario,  tolta  dal  suo  sacello  e  posta  alla 
destra  dell'altare.  Dalla  sua  teca  in  cristallo  appariva  dall'altro 
lato  la  sacra  reliquia  corporea  del  comprotettore  santo  Ercolano, 
prima  d'allora  non  mai  rimosso  dal  loculo  sottoposto  all'altare. 
Su  questo  raggiava  la  gloria  del  suo  corallo  il  prezioso  osten- 


176 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


sorio,  e  tutto  intorno,  sullo  sfondo  del  vasto  conopeo,  riflette- 
vansi  sug^li  ori  e  sugli  argenti  dei  ricchi  arredi  le  luci  delle  faci 
e  dei  ceri,  disseminati  pure  sugli  altri  dieci  altari  del  tempio, 
le  cui  pareti  scomparivano  sotto  magnifici  parati. 

Procuratori,  deputati,  popolo,  religiosi  e  monache,  tutti  prò- 
cessionalmente  dimostrarono  il  proposito  concorde;  d'ora  in  ora 
succedevansi  i  preganti,  ed  in  tutte  le  chiese  del  borgo  rinno- 
vavansi  le  sacre  invocazioni  di  un  popolo  confidente  e  credente. 
«  E  perchè  frà  tutte  le  orationi,  quelle  de  poueri  sogliono  es- 
sere più  accette,  perciò  si  fecero  assistere        alla  detta  esposi- 

tione  dieci  poueri  tutti  uniti  »  ai  quali  si  diedero  poi  elemosine. 

Il  generoso  plebiscito  fu  di  sgomento  al  questore;  il  quale, 
con  editti  penali  precettò  della  loro  pervicacia  i  procuratori,  i 
dieci  deputati,  il  cancelliere  e  il  tesoriere  della  comunità,  di 
mille  scudi  per  capo,  e  gli  altri  singoli  abitanti  di  cento.  E 
non  bastava,  chè  di  simili  persecuzioni  eran  fatti  segno  in  Mi- 
lano i  mandatari  :  persone  ad  essi  «  pocco  affette  »  tentavano 
metterli  in  pessima  vista  così,  presso  uomini  di  curia  e  del 
magistrato,  che  persuaser  questi  a  proporre  processuali  provve- 
dimenti a  pregiudizio  di  quegli  invitti  patrocinatori  dei  patri 
interessi.  Li  accusavano  «  di  non  uoler  obedire  ai  decreti  di  S.  E. 
e  del  Magistrato  »  e  di  aver  fatto  «  conventicoli,  unioni,  con- 
federationi,  e  lighe,  ciò  che  uiene  dalle  none  constitutioni  prohi- 
bito  sotto  graui  pene,  ancora  sino  alla  morte  ad  arbitrio  del 
Prencipe,  e  del  senato  ». 

Di  questi  editti  surrettizi  trionfò  l'autorevole  parola  del  Folli, 
che  seppe  anche  impedire  l'occupazione  militare  del  borgo,  ed 
ottenne  dal  consiglio  secreto  che  il  questor  Cantone  ed  il  po- 
testà feudale  facessero  la  via  del  ritorno 

Vuota  stringendo  la  terribil  ugna. 

$ 

Sebbene  le  sentenze  di  Milano  dessero  arra  di  favorevole 
risultato  alla  causa  dei  codognesi,  questi  non  istettero  queti 
nella  capitale  dello  stato,  dove  si  doveva  assolutamente  definire 
la  lite.  Ed  a  Madrid  Adriano  Frigeri  sollecitava  la  rivendica- 
zione feudale  e  scriveva  ai  procuratori  del  comune;  i  quali  a 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


177 


Milano  ricevevano  le  missive  all'indirizzo  di  un  Pietro  Alloti, 
nome  imagi  nato  per  torcere  ogni  sospetto  dalla  loro  corrispon- 
denza ;  e  dall'  Italia  partivano  nuove  e  più  calde  istanze  dettate 
dal  Folli  in  forma  di  memoriali  alla  maestà  regia,  dichiaranti 
irrite  le  ragioni  feudali. 

Finalmente  «  ecco  che  uenne  la  felice  nona  della  lettera  Reale 
di  S.  M.  nella  quale  scriueua  a  S.  E.  il  signor  Conte  di  Melgar 
che  la  M.  S.  disapprouaua,  annullaua,  e  riuocaua  quanto  dal 
signor  Prencipe  di  Ligne  suo  Antecessore  nel  gouerno,  e  dal 
Magistrato  era  stato  ordinato,  et  operato  a  fauore  della  signora 
Principessa  Triuulzia  contro  la  Communità  in  materia  del  feudo 
di  Codogno  ».  La  letizia  dei  procuratori  fu  molta  e  se  ne  ac- 
corse lo  scritturale  del  secretario  Velasco,  signor  Bindone,  che, 
per  aver  data  copia  della  lettera  regale  ebbe  di  profenda  sei 
lampanti  Filippi.  Conoscendo  gli  umori  spagnoli,  i  delegati  della 
comunità  —  i  quali  sulla  somma  pattuita  pel  riscatto  avevan  pur 
molto  parlamentato  —  spedirono  sollecitamente  a  Madrid  il  val- 
sente di  duecento  doppie  d'oro,  più  lire  quarantasei  e  soldi 
dieci  per  cadauno  dei  settecentonovanta  focolari  del  luogo  (marzo 
1679);  ed  allor  quando  il  tesoriere  generale  del  supremo  con- 
siglio d'Italia  in  Madrid,  il  colendissimo  don  Gomez  de  Cavas 
y  Solis,  cavaliere  di  spada  di  S.  Giacomo,  toccò  il  perspicuo 
marsupio,  re  Carlo  spacciò  il  bramato  decreto  (6  giugno  1679). 

Il  re  cattolico  —  premessa  la  soddisfazione  recatagli  dai  «  fe- 
deli e  diletti  uomini  della  comunità  e  borgo  di  Codogno»  di 
darsi  immediatamente  a  lui  ed  alla  sua  regia  e  ducal  camera 
e  costituendosi  suoi  vassalli  diretti  —  osserva  che  l'importanza 
del  borgo  sul  confine  del  suo  principato  in  Italia  ne  ha  sempre 
fatto  un  antemurale  di  difesa  nelle  guerre;  espone  che  all'amore 
ed  alla  fedeltà  antica  aggiunsero  a  suo  «  beneficio  e  servizio  »  , 
versando  il  determinato  canone  di  redenzione  del  feudo,  e  de- 
termina per  sua  volontà  e  grazia  speciale  di  acconsentire  nella 
migliore  e  più  ampia  forma  a  quanto  gli  è  chiesto.  Da  allora 
in  poi  Codogno  e  il  suo  distretto  saranno  in  perpetuo  esenti 
da  ogni  infeudazione  publica  o  privata,  signoriale  od  ecclesia- 
\  stica;  ma  invece  riterrannosi  incorporati  strettamente  e  per 
sempre  nel  dominio  di  Milano,  colle  clausole  usate  in  sì  fatte 
Codogno  e  il  suo  territorio  y  ecc.  —  //.  40 


178 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


concessioni  e  che  vuole  osservate  come  se  nella  patente  fossero 
singolarmente  accennate.  Infine  ammette  la  comunità  di  Co- 
dogno  a  qualsiasi  licitazione  di  dazi,  privilegi  o  regalie  perti- 
nenti alla  ducal  camera  in  occasione  di  alienazione,  e  dà  alla 
concessione  reale  la  più  ampia  e  regolar  forma,  derogando  a 
qualsiasi  pretesa  o  ragione  in  contrario,  supplendo  a  qualsiasi 
deficienza  vi  potesse  per  avventura  rinvenirsi,  e  tutto  ciò  «  non 
ostanti  qualsivoglia  Leggi,  Statuti,  Costituzioni  e  Decreti  del 
dominio  di  Milano  ». 

Il  decreto  era  giunto  a  Milano  ed  il  senato  ne  aveva  tosto 
ordinato  l'esecuzione  (5  settembre  1680),  mentre  a  Codogno  si 
persolvevano  publiche  novene  in  onore  della  Immacolata  per  la 
grazia  dell'ottenuta  redenzione.  Ma  —  scrivono  amareg'giati  i 
commissari  —  «  perchè  non  erano  finite,  anzi  perchè  più  che  mai 
durauano  le  persecutioni  contro  la  nostra  Communità  l' 111.'""  Ma- 
gistrato metteua  difiìcoltà  di  passare  esso  Privileggio  adducendo 
molte  eccettioni  in  contrario,  e  frà  le  altre  diceua  il  fisco,  che 
la  reggia  Camera  era  stata  lesa  nel  prezzo  concertato,  e  sbor- 
sato in  Madrid  si  à  riguardo,  che  questa  era  stato  solamente 
di  L.  46:  io:  —  al  fuoco,  mentre  la  Tassa  era  di  lire  72:  si 
perche  ci  imputauano  che  nell'  informar  il  Magistrato  haueuamo 
esibita  somma  molto  maggiore,  si  perche  se  questo  Feudo  si 
fosse  uenduto  la  Reggia  Camera  si  haurebbe  canato  un  prezzo 
assai  maggiore  della  tassa,  attese  l' insignità,  honoreuolezza, 
commodità,  e  richezza  del  luogo.  E  inoltre  allegaua  il  Magi- 
strato, che  non  era  da  Noi  stato  espresso  con  uerità  il  numero 
de  fuochi,  e  che  perciò  S.  M.  era  stata  ingannata  ». 

Promossa  una  nuova  revisione,  con  proteste  di  buona  fede 
nei  nostri  rappresentanti,  si  rilevò  che  ventun  fuochi  risultavano 
in  più  di  quelli  prima  denunciati,  ed  in  onta  ai  cavillosi  pre- 
testi accampati  dagli  uficiali  governativi,  anche  questa  ver- 
tenza si  appianò,  mercè  la  costante  avvedutezza  del  dottor  Folli, 
pagando  la  comunità  la  differenza  dei  fuochi  in  più,  in  ragione 
del  tasso  già  pagato. 

Ed  altre  infinite  animadversioni  ed  angherie  si  paravano  sul 
cammino  dei  nostri,  compresi  un  processo  alla  comunità  «  per 
causa  di  moneta  » ,  le  violenze  dei  daziari  contro  i  linaroli  che 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


179 


venivan  da  Gera,  e  le  istigazioni  e  subornazioni  avversarie  con- 
tinue; e  l'oro  paesano  continuò  a  varcare  porte  illustri,  a  sa- 
ziare bramose  canne,  a  suscitare  eloquenti  parole  od  a  produrre 
meditati  silenzi.  Ora  è  il  signor  Airoldi,  cancellier  del  marchese 
Rosales,  fiscale,  che  ricusa  infondatamente  la  registrazione  del 
privilegio,  esigendo  l'anticipazione  del  quindennio^;  ora  è  il 
tesoriere  del  senato  che  avanza  «  gagliarde  pretensioni  »  per 
levare  l'interinato  del  privilegio,  ed  i  nostri  corrono  diligente- 
mente a  Varese,  per  informarsi  su  analogo  caso  di  quell'oppido; 
poi  si  ha  da  vincere  la  cupidigia  del  secretarlo  alla  cancelleria 
secreta,  sopra  la  precedenza,  in  conflitto  coi  secretar!  del  senato  ; 
e  si  fa  tacere  il  questor  Cantone  per  gli  onorari  suoi,  non 
perchè  gli  fosser  dovuti,  ma  «  perchè  non  stava  bene  alla  Com- 
munità  questa  disputa  »  ;  e  così  di  continuo,  fra  triboli  e  fa- 
stidì sempre  nuovi. 

La  spesa  del  riscatto  fu  di  lire  settantasei  mila  e  seicento 
ottanta,  a  procurarsi  le  quali  soccorse  la  vendita,  già  accennata, 
della  possessione  del  Bosco,  al  conte  Carlo  Orazio  Cavazzo  della 
Somaglia  per  cento  mila  lire  imperiali  (17  gennaio  1684);  e 
con  istromento  del  notaro  Paolo  Gerolamo  Ferrario  la  comune, 
esaminate  le  pezze  documentali  dei  procuratori,  li  dichiarò  libe- 
rati da  ogni  obbligazione  incorsa  nel  mandato  (11  giugno  1688). 

Intanto,  un  ostacolo  dalla  parte  di  Lodi,  minacciava  la  iattura 
totale  del  beneficio  conquistato  a  così  grande  fatica. 

Fin  da  quando,  per  beneficio  della  reale  patente,  Codogno 
ebbesi  propria  personalità,  i  decurioni  lodigiani  dispettarono 
naturalmente  la  fortuna  del  borgo,  e  diseppellendo  titolarità 
viete  e  disusate,  volevano  arrogarsi  la  supremazia  politica  e  ci- 
vile sul  borgo  sfeudato.  Da  Codogno  nessuno  mostrava  inten- 
dere le  loro  rimostranze  ;  ed  anzi  agli  atti  giurisdizionali  di 
don  Geromino  Sagaraga,  potestà  di  Lodi,  e  degli  altri  giudici, 
che  a  Codogno  avevano  all'uopo  cavalcato,  i  deputati  della 
comunità  avevan  fatto  chiudere  le  botteghe;  laonde  essi  reca- 
rono il  proprio  piato  in  conspetto  del  senato,  sostenendo  a 
loro  prò  il  conoscere  in  materia  di  sanità,  di  vettovaglie,  di 
pesi  e  misure. 


i8o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Questa  allegazione  non  era  però  la  principale,  chè  con  essa 
veniva  pur  dai  lodigiani  presentata  richiesta  che  Codogno 
e  il  suo  distretto,  esciti  di  potestà  feudale,  venissero  per  ciò 
solo  riconosciuti  di  dominio  giudiziario  di  Lodi,  rendersi  quindi 
illegittima  la  presenza  in  Codogno  del  pretore. 

Annuì  il  senato  (9  giugno  1689);  ma  a  ben  altre  vicende  si 
erano  temprati  i  nostri  proavi,  nelle  secolari  gare  tra  la  regia 
città  e  l'indomito  borgo,  sempre  fidente  nelle  sue  forze  vive  e 
reali  ;  così  che  con  maggior  gagliardia  rintuzzarono  nella  curia 
dello  eccelso  magistrato  la  domanda  avversaria,  sfidandola  a 
provare  l'asserto  della  propria  antica  soggezione,  e  dimostrando 
con  copia  lussuosa  di  argomenti  che,  fino  dai  tempi  viscontei 
e  sforzeschi,  in  rebus  controversis  Codogno  dipese  sempre  di- 
rettamente da  Milano;  e,  fra  l'altro  provarono  la  necessità  del 
giudice  in  luogo,  dall'essere  questo  in  postura  confinaria  e  sede 
di  dazio,  troppo  lungi  da  Lodi  per  dedurne  alla  giustizia  gli 
inquisiti,  e  così  circoscriventi  le  terre  infeudate  che,  le  usurpa- 
zioni di  confine  essendo  quasi  quotidiane,  richiedevano  imme- 
diato giudizio.  D'altronde,  come  nessuno  pensava  a  disturbare 
i  cittadini  di  Lodi,  obbligandoli  a  trasferirsi  in  Codogno  per 
avere  giustizia,  così  non  dovevasi  nè  potevasi  in  modo  alcuno 
fare  l'opposto,  obbligando  i  codognesi  a  recarsi  in  Lodi. 

Replicarono  i  decurioni  di  Lodi  —  tra  i  quali  il  celebrato  in 
Arcadia,  conte  Francesco  de  Lemene  —  alla  forbita  memoria 
dei  codognesi,  non  priva  di  ironia  sapiente  ;  controrisposero  gli 
agenti  della  comunità  nostra.  Per  anni  parecchi  viva  e  serrata 
procedette  la  controversia,  e  fu  solo  per  la  prudenza  del  Folli 
se  si  evitarono  in  quel  tempo  seri  guai  da  parte  della  giusdi- 
cenza  senatoria,  massime  quando  certo  Gabanello,  arrestato  in 
un  subbuglio  a  Codogno,  rimase  morto  nell'atto  di  sua  ap- 
prensione. Il  sonnolento  senato  di  Milano  lasciava  dire,  e  per 
due  volte  accordò  un  biennio  di  pretorato  locale  a  Codogno 
(i 689-1 691);  poi  i  lodigiani,  defatigati  dalla  fermezza  di  quei 
di  Codogno,  loro  offrirono  capitoli  di  transazione  su  tutte  le 
differenze  insorte,  dichiarando  fra  l'altro  di  riconoscere  il  di- 
ritto di  Codogno  alla  libera  elezione  del  proprio  pretore,  pur 
che  la  giurisdizione  di  questo  magistrato  non  esorbitasse  da 
quella  già  determinata  dal  senato  (1680).  Anche  sulle  differenze 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


l8l 


per  le  annone  e  per  la  sanità  publica  fu  offerto  ed  accettato 
l'accordo,  salva  l'approvazione  del  senato  e  del  re  cattolico  per 
la  giuridica  deroga  e  le  opportune  dispense  inerenti  alla  validità 
dell'atto  conciliativo. 

Carlo  II  mandò  lettere  patenti  al  magistrato  straordinario  del 
ducato,  compiacendosi  della  proposta  cui  ampiamente  accoglieva 
e  voleva  fosse  accettata.  Ed  il  governo  di  Milano  si  affrettava 
alla  omologazione  del  dignitoso  compromesso,  inviandone  agli 
interessati  il  legale  documento  (i8  marzo  1695). 

Ebbero  pieno  diritto  i  reggitori  di  Codogno  di  lasciare  nel 
memore  fascicolo  della  malagevole  impresa  ricordo  della  pro- 
pria compiacenza  pel  conseguito  felice  avvenimento  ;  in  quel 
fascicolo  essi  dimostrano  come  e  quanto  era  stata  difficile  opera 
quella  redenzione  fatta  «  contra  la  volontà  delli  stessi  superiori, 
e  supremi  Ministri,  e  col  contrasto  di  Personaggi  potenti,  che 
anhelano  all' Infeudatione  »  ;  affrontano  serenamente  tranquilli  il 
giudizio  anche  di  coloro  che  li  avrebbero  biasimati  per  la  di- 
sobbedienza ad  ordini  di  governatori  e  di  magistrati,  ed  insi- 
stono sul  convincimento  che  «  il  negotio  era  disperato  »  senza 
l'unione  e  la  costanza  che  gli  uni  agli  altri  rinsaldava.  Richia- 
mano il  pensiero  sulla  causa  che  distrasse  concorrenti  all'acquisto 
del  feudo,  e  non  è  possibile  sottacere  queste  sentenziose  linee 
che,  velate  dal  più  discreto  riserbo,  mettono  in  sodo  una  fra 
quelle  verità  politiche  le  quali  furon  dette,  e  sono  da  vero, 
scottanti:  «Si  deue  pensare,  che  questi  miracoli  non  si  fanno 
oltre  alla  diligentissima  attentione  di  chi  opra,  se  non  con 
molto  danaro,  e  quello  che  e  più  si  deue  pensare  che  di  molte 
partite  bisogna  esprimere  una  causa,  e  pure  è  un'altra,  poiché 
non  è  douere,  che  siano  registrati  nei  libri  publici  alcune  ri- 
cognitioni  fatte  per  conseguir  giusti  arbitrij  da  chi  puoteua 
fare  del  male  e  del  bene  assai  ». 

E  concludono  :  «  Nel  rimanente  quando  potesse  hauer  luogo 
la  tacia  di  qualche  inconsideratione,  che  non  si  crede,  rififletino, 
che  habbiamo  messa  per  la  Patria  a'  sbaraglio  la  nostra  quiete, 
la  nostra  riputatione,  la  nostra  ulta,  e  che  habbiamo  diffesa,  e 
ottenuta  la  libertà  commune,  che  à  niun  prezzo  d'oro  si  può 
pagare  ».  wwwww^i 


'182 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  XLVII. 

*  Filippo  IV  dovette  intervenire  con  solenne  grida  da  Milano  a  minac- 
ciare severissime  pene  a  quanti  osavano  turbare  il  privilegio  piscatorio 
concesso  al  dottor  canonico  Giovanni  Battista  Martinengo  (5  maggio  1648). 
Questo  notevole  personaggio,  molto  bene  innanzi  nel  favor  del  governo» 
non  s'era  ritenuto  di  ricorrere  al  re  cattolico  quando  i  pesci  delle  sue 
acque  diventavan  preda  alle  mani  rapaci  di  notturni  ladroni.  Per  costoro 
era  comminata  pel  semplice  danno  alle  peschiere  la  multa  di  trecento 
scudi,  e  se  i  danni  fossero  stati  accompagnati  da  violenze,  la  pena  di  tre 
anni  di  galera  o  più  all'arbitrio  del  governatore  del  ducato. 

^  Nel  restauro  del  1896  la  loggia  comunale  fu  creduta  da  alcuno  luogo 
sufficiente  ad  un  uficiale  spaccio  di  merci  ;  ma  non  prevalse  quest'  opinione 
nel  consiglio  del  comune. 

'  Leggevasi  sull'arco  del  Cristo: 

ANTONIAE    DE  GUEVARA 
MATRITENSI  ANTONII 
THEODORI    TRIVULTII  CONIUGI 
PRAESTANTISSIMAE  POPULUS 
COTONEENSIS    DONUM  DEDIT. 

JO.  BAPTISTA  BARATTERIO 
ARCHITECTO    VII.    KAL.  AUG. 
MDCLXVIII. 

*  Biblioteca  Comunale  di  Lodi. 

^  I  feudi  che  redimevansi  solevano  pagare  anticipatamente  il  quindennio  ; 
ma,  parendo  ai  codognesi  che  il  regolamento  dello  stato  si  riferisse  sol- 
tanto ai  feudi  che  alienati  passavano  a  mano  morta  e  non  in  redenzione, 
in  cui  non  segue  alienazione ,  essi  stimaron  bene  «  aprire  li  occhi  più  di 
quello  fino  ad  hora  aueuano  fatto  gli  altri  ».  E  il  privilegio  fu  registrato 
senza  gravezze  fiscali. 


CAPO  XLVIII. 


Lo  sviluppo  monastico  —  I  serviti,  le  orsoline,  le  Clarisse  ed  i  france- 
scani a  Codogno  —  I  francescani  e  le  orsoline  a  Casalpusterlengo 
—  I  gerolamini  all'  Ospitaletto  —  Gli  agostiniani  a  Castione  —  I  ser- 
viti a  Cavacurta  —  I  francescani  a  Maleo  —  I  cistercensi  a  Santo 
Stefano  —  I  piccoli  monasteri. 


N  fine  del  secolo  XVI  e  in  parte  del  XVII  l'aumento 
delie  chiese  va  di  pari  passo  con  quello  dei  conventi 
e  dei  claustri  addettivi.  Sono  parecchie  le  ragioni 
storiche  di  quello  incremento;  e,  fra  le  altre,  che 
sotto  Clemente  VII  e  Paolo  V  furon  molti  i  nuovi  ordini  reli- 
giosi riconosciuti  ecclesiasticamente  come  esercito  militante. 
Inoltre,  se  i  pontefici  così  apertamente  favorivano  la  costitu- 
zione del  clero  regolare  presso  i  tempi,  ciò  era  inspirato  dal 
fatto  che  il  lustro  spirituale  ed  anche  estetico  del  culto,  più 
che  da  uno  o  da  pochi  sacerdoti  secolari,  da  una  collegialità  sacra 
riceveva  importanza  liturgica  e  svolgimento  ascetico  maggiori. 

Anche  i  principi  non  furon  sordi  alle  esortazioni  dei  papi. 
Tutti  procacciarono  aumentare  le  temporalità  degli  ordini  ;  e 
questi  —  fatti  ancora  più  forti  —  poterono  insieme  alla  vita 
contemplativa  dedicarsi  alla  custodia,  allo  abbellimento  ed  allo 
accrescimento  delle  case  di  Dio;  così  che  in  Italia  le  chiese 
più  in  fama  ebbero  a  ministri  di  religione  monaci  regolari. 


i84 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Il  rimbalzo  cattolico,  col  concilio  di  Trento,  colla  guerra 
rinfocolata  contro  le  confessioni  riformate,  e  lo  sviluppo  ga- 
gliardo preso  dalle  missioni,  in  particolar  modo  nelle  Indie,  fu 
anch'esso  causa  poderosa  del  ripopolamento  di  celle  solinghe, 
di  salmodianti  cori,  di  lunghi  ed  oscuri  corridoi  conventuali. 

In  Lombardia  specialmente.  Spagna  aveva  portata  la  nota  fosca 
dei  suoi  lugubri  «  in  pace  » ,  costrutti  a  similianza  del  cupo 
Escurial;  ed  aggiungeva  tutto  il  suo  presidio  politico  e  civile 
alle  monacazioni  feminili.  Il  culto,  feroce  più  che  rigoroso,  alla 
primogenitura,  affinchè  per  gli  eredi  plurimi  non  si  diminuissero 
i  tondi  retaggi,  e  sopra  tutto  la  «  condizion  di  famiglia  nobile  ». 
—  per  la  quale  generalmente  meno  la  primogenita  tutte  le  altre 
figliuole  dovevano  lasciare  il  secolo  —  facevan  sì  che  le  voca- 
zioni fossero  imposte,  e  che  le  giovanette  fornite  di  tenue  dote, 
anche  se  di  cospicua  famiglia,  dovessero  adombrare  del  velo 
quella  fronte,  su  cui,  seguendo  l'impulso  del  cuore,  sarebbe 
stata  assai  meglio  deposta  una  ghirlanda  nuziale. 

Sulla  metà  del  XVII  secolo  il  convento  servita  di  Codogno 
consideravasi  senza  dubbio  fra  i  più  eletti  dell'ordine;  poiché 
vi  si  tenne,  presente  il  padre  generale,  il  capitolo  provinciale 
di  Lombardia  (7  maggio  165 1);  al  quale  intervennero  i  precipui 
di  quei  religiosi,  tra  i  quali  il  padre  Giovanni  Pietro  Puricelli 
da  Gallarate,  filologo  e  storico  illustre,  uomo  d'insigne  pietà. 

Durante  le  sessioni  del  sesto  sinodo  diocesano  (1689)  la  casa 
servita  codognese  contava  nove  sacerdoti  ;  ma  uomini  di  non 
poca  fama  essa  dava  alla  famiglia  propria:  Il  padre  maestro 
Cornelio  Padio,  da  Codogno,  provinciale,  amico  del  suo  grande 
correligioso  Paolo  Sarpi,  il  quale  abbandonò  Mantova  perchè 
il  duca  Gonzaga  aveva  imprigionato  il  servita  codognese,  autore 
del  memoriale  con  cui  un  illegittimo  del  cardinale  Ercole  Gon- 
zaga domandava,  recisamente  vivace,  i  beni  già  di  pertinenza 
del  padre  suo.  Altri,  pure  provinciali  di  quell'ordine,  furono 
i  codognesi  Cornelio  Porri,  onorato  d'altre  cariche,  e  un  padre 
maestro  Anselmo;  e  non  meno  venerato,  quantunque  morto 
appena  trentenne,  il  servita  Gian  Battista  Ugone,  addottorato 
in  scienza  teologica. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


185 


Giovati  dalla  publica  estimazione  —  sia  per  la  loro  corretta 
esistenza,  tutta  consacrata  alle  scienze,  alle  lettere  ed  alle  arti, 
sia  perchè  inspiratori  di  viva  fiducia  e  di  affetto  riverente  — 
i  serviti  di  S.  Giorgio  attraversarono  incolumi  il  turbine  della 
soppressione  giuseppina,  e  solamente  per  la  legge  republicana 
francese  cessarono  dalla  loro  personalità,  abbandonando  il  con- 
vento e  ritirandosi  nel  locale  seminario  (20  giugno  1796). 

Il  vescovo  Ortensio  Visconte,  accondiscendendo  ad  istanza 
di  alcune  pie  fanciulle  di  Codogno  (18  agosto  1724),  dava  loro 
facoltà  di  raccogliersi  in  conservatorio  comune  sotto  il  titolo  di 
S.  Giuliana,  o  suore  del  terz' ordine  dei  servi  di  Maria,  le  quali 
furon  chiamate  anche  mantellate  di  S.  Giorgio.  Giulio  Antonio 
Grilli  aveva  promosso  quest'istituto  che  tosto  veniva  aperto, 
colla  vestizione  di  sette  suore  (prima  domenica  d'ottobre  1724), 
stabilite  nel  casamento  ancor  detto  delle  Monichine  (via  Benefi- 
cenza), che  in  proseguo  di  tempo  fu  anche  ampliato  (1765-17 70). 

Riconoscevano  le  novelle  suore  la  spirituale  direzione  dei  padri 
serviti,  ed,  atteso  il  privilegio  del  proprio  ordine,  ricusarono 
—  come  le  terziarie  francescane  —  di  sottomettersi  alle  ordi- 
nanze vescovili  e  parochiali.  Venne  l'antistite  lodigiano  a  visi- 
tarne il  convento  (maggio  1743);  ma  il  conflitto  durò  fin  che, 
intervenuta  minaccia  d'interdetto,  le  mantellate  accettarono  la 
soggezione  fino  allor  rifiutata  (1746). 

Quando  il  loro  conservatorio  si  trasformò  in  caserma,  esse 
trasportarono  la  propria  casa  nel  collegio  delle  orsoline  (13 
ottobre  1805). 

Erano  queste  una  comunità  di  vergini  cistercensi  istituite 
sotto  il  titolo  di  S.  Orsola  in  Codogno  dal  vescovo  Antonio 
Scarampo  (1575),  le  quali  avevan  dovuto  alla  munificenza  della 
contessa  Deianira  Trivulzia  la  casa,  che  in  numero  di  sette 
sollecitamente  occuparono  (15  novembre). 

Per  ben  quarant'anni  vissero  congregate  senza  obbedire  a 
monastiche  regole;  ma  dopo  vollero  vivere  in  clausura,  chie- 
dendo d'essere  iscritte  all'ordine  di  S.  Chiara;  e  siccome  una 
bolla  di  papa  Pio  V  vietava  la  istituzione  di  nuovi  chiostri  se 
sprovvisti  dei  redditi  necessari,  così  il  comune  mallevò  a  favor 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


delle  supplicanti  (3  giugno  16 15).  Avrebbe  esso  del  proprio 
provvisto  al  mantenimento  di  quindici  di  esse,  fino  a  quando 
si  fossero  ridotte  a  condizione  migliore.  E  queste  non  tardarono 
troppo;  poiché,  validamente  sussidiando  quelle  vergini  alcuni 
generosi,  fra  cui  la  predetta  contessa  Trivulzia  —  che  fece  loro 
dono  di  alcune  terre  —  e  la  vedova  Innocenza  Gaza  col  padre 
suo,  esse  cominciarono  ad  inalzarsi  l'oratorio,  ampliando  poi  il 
monastero  recinto  di  giardino. 

Un  breve  di  Paolo  V  concedeva  la  domandata  clausura,  e 
poco  dopo  giungeva  in  patria  monsignor  Gerolamo  Scacchi, 
codognese  e  vicario  generale  della  diocesi,  che  alle  volontarie 
recluse  conduceva  le  due  sorelle  di  S.  Chiara  in  Lodi  Brigida 
Bisnati  e  Brigida  Varesi,  affinchè  ammaestrassero  le  nuove  re- 
ligiose nella  regola  Clarissa.  La  cerimonia  della  vestizione  fu 
celebrata  dal  vescovo  Ludovico  Taverna,  già  sulla  via  della 
tomba.  Alla  messa  conventuale  fece  seguito  la  processione  del 
clero  e  del  popolo  ;  poi  il  presule  impose  l' abito  alle  sedici 
monache;  si  diè  publica  lettura  della  bolla  di  Paolo  V;  un 
notaro  apostolico  registrò  l'atto,  e  finalmente,  chiuse  tutte  le 
porte,  le  Clarisse  furono  lasciate  sotto  la  direzione  delle  due 
professe  lodigiane,  coli' invito  alla  rigorosa  osservanza  del  loro 
terz' ordine  (4  maggio  i6i6)^ 

S'accrebbe  in  .breve  il  numero  delle  suore;  nel  sinodo  di  tre 
anni  dopo  la  loro  vestizione  ne  sono  annoverate  nel  convento 
di  Codogno  ben  trentadue,  e  in  quello  del  1689  quarantotto, 
di  cui  quaranta  professe.  Giovanni  Battista  Rabbia,  vescovo 
lodigiano,  emetteva  decreto  di  erezione  canonica  a  prò  delle 
orsoline  (167 1),  e  il  rito  fu  celebrato  da  Carlo  Francesco  Fasoli, 
che  reggeva  la  diocesi  in  sede  vacante. 

Di  preclaro  esempio  fu  tra  quelle  suore  Antonia  Maria  Bel- 
loni,  della  Trivulzia,  vergine  pia  che  passò  sulla  terra  com- 
piangendo tutte  le  sventure  e  porgendo  la  destra  aiutatrice  a 
tutti  i  percossi  della  sorte  (1635-17 19). 

Abbiamo  accennato  alla  scissione  dalle  orsoline  delle  Clarisse 
propriamente  dette  (1695),  queste  lasciando  il  loro  primitivo 
convento  —  che  aveva  tre  fronti  sulle  quattro  contrade  di  Val- 
cella,  Guggirolo,  Salarani  e  Maleo,  corrispondendo  all'area  del 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


187 


teatro  sociale  e  dell'  albergo  attiguo  —  per  trasferirsi  là  dove 
oggi  è  il  collegio  Ognissanti  ;  e  la  nostra  cronaca  finisce  colla 
notizia  della  soppressione  giuseppina  (9  febbraio  1782),  notifi- 
cata (22  marzo)  ed  eseguita  (19  novembre),  compensandosi  colle 
pensioni  d'annue  lire  cinquecento  le  madri  coriste  e  di  lire 
trecento  cinquanta  le  conversi. 

Espulse  dalla  loro  casa  monastica  di  Codogno,  esse  ripararono 
presso  altre  consorelle,  sfuggite  per  allora  alla  soppressione  ;  ma 
l'abolizione  napoleonica  (181 1)  le  allontanò  definitivarhente. 

.     .         .  ^ 

I  riformati  delle  Grazie  —  che  un  po'  da  per  tutto  esercita- 
vano la  questua  delle  derrate,  fino  nei  paesi  della  destra  del  Po  — 
a  stabilire  un  magazzino  delle  collette,  che  quasi  fosse  il  centro 
della  zona  peregrinata,  vollero  ed  ebbero  un  edificio  succursale 
in  Castelnuovo  Bocca  d'Adda  (1690);  nel  quale  più  special- 
mente deponevano  i  carichi  del  vino  e  le  leguminose,  di  queste 
la  maggior  parte  tratta  dal  basso  Lodigiano. 

A  mano  a  mano  il  convento  codognese  dei  francescani  au- 
mentò di  religiosi,  in  guisa  che  nel  1689  essi  ascendevano  a 
trenta.  Svolgevano  vita  tranquilla,  nonostante  qualche  nube  pas- 
saggiera  insorta  fra  loro  e  il  comune,  come  quella  per  l'altare 
di  S.  Biagio  (1703)  e  l'altra  dei  berrovieri,  per  l'asilo  prestato 
ai  prigionieri  fuggiti  dalle  publiche  carceri  (6  gennaio  1740). 
Quella  notte  i  carcerati  nel  castello  di  Codogno  tentarono  la 
fuga,  ma  alcuni,  ancora  in  ceppi,  furon  condotti  dai  compagni 
al  convento  delle  Grazie,  come  a  luogo  inviolabile  per  dritto  di 
immunità.  I  birri  ad  alte  grida  ridomandavano  i  captivi,  ma  i 
francescani  non  li  ascoltavano  e  ricorrevano  anzi  al  governo  di 
Milano,  che  loro  diè  ragione,  facendo  allontanare  dai  pressi 
del  chiostro  i  famuli  della  polizia.  Col  favore  della  notte  po- 
terono così  i  prigionieri  prendere  il  largo  al  confine 

Alle  Grazie  era  pure  il  noviziato,  con  catedra  di  filosofia, 
dalla  quale  lesse  per  primo  il  padre  Giovanni  Battista  da  Gen- 
tilino  di  Lugano;  ma  le  insanie  dei  bassi  circostanti  produs- 
sero tali  infermità  che  il  noviziato  fu  trasferito  altrove  (1705). 

Già  i  terziari  francescani  addetti  a  questa  comunità  avevan 
^  dovuto  deporre  l'abito  religioso  (20  giugno  1798)^,  quando 
anche  i  conventuali  delle  Grazie  corsero  la  sorte  comune  del 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


famoso  decreto  napoleonico  di  soppressione,  e  su  intima  del 
potestà  Giovanni  Folli  (ii  maggio  1810)  lasciarono  il  cenobio, 
che  da  poco  meno  di  due  secoli  li  ricoverava. 

Quando  le  terziarie  francescane  di  Codogno  riunironsi  in 
congregazione  (1666),  si  tolsero  per  residenza  la  casa  di  fronte 
al  convento  dei  riformati,  dietro  via  Scacca,  oggi  di  proprietà 
comunale  pel  lascito  Ricca  e  ad  uso  di  publica  biblioteca.  Due 
anni  dopo  la  loro  comunità  veniva  ecclesiasticamente  fondata, 
e  la  Aasita  sinodale  del  1689  contò  una  comunità  di  ventotto 
«  pizzocche  » ,  come  venivano  chiamate.  La  regola  conventuale 
fu  loro  prescritta  dal  padre  minorità  Gerolamo  da  Casale  (30 
aprile  1690),  che  le  aveva  assistite  nella  fondazione;  e  subito 
(169 1)  le  terziarie  inalzarono  un  nuovo  e  più  comodo  collegio 
lungo  la  strada  detta  dietro  la  roggia  (via  Lodi),  estendendola 
per  un  tratto  anche  di  fianco  ai  riformati  (via  Unione).  La 
contessa  Francesca  Maria  Crivelli,  nata  Ferrari,  vi  fece  co- 
strurre  un  oratorio  (1724),  pel  quale  il  milanese  pittore  Tomaso 
Bellotti  condusse  egregiamente  la  dipintura  di  una  pala  d'altare. 

Come  le  mantellate  di  S.  Giorgio,  ed  anzi  più  di  esse,  le 
terziarie  resistettero  agli  ordini  vescovili  e  parochiali,  accam- 
pando privilegi  poi  in  effetto  non  riconosciuti  (1746). 

La  soppressione  giuseppina  minacciava  il  collegio  terziario 
codognese,  ed  il  ministro  generale  dei  francescani  scrisse  a 
Vienna  per  sventare  il  decreto  relativo  (1776);  ma,  se  non 
Giuseppe  II,  fu  il  Bonaparte  quello  che  cancellò  la  congrega- 
zione terziaria  francescana  dal  novero  degli  ordini  religiosi. 

Troppo  vive  e  recenti  sono  le  memorie  che  riguardano  le 
varie  vicende  della  soppressione  e  della  riapertura  del  convento 
cappuccino  di  S.  Salvano  presso  Casalpusterlengo  ;  e  non  sen- 
tiamo debito  alcuno  di  rifare  il  già  fatto  da  altrui,  sebbene, 
giudicando  con  criteri  che  da  noi  —  pure  ossequienti  alla  sto- 
rica imparzialità  —  non  possono  certo  essere  del  tutto  accolti. 

Il  sacerdote  Alemanni,  nella  sua  Storia  di  Casalpusterlengo  più 
volte  citata,  ha  con  polemico  ardore  ricordati  tutti  i  casi  di 
quel  convento,  dalle  leggi  napoleoniche  che  non  lo  risparmia- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


vano,  alla  ricostituzione  della  famiglia  francescana  (22  maggio 
1844),  in  conseguenza  della  patente  sovrana  di  Francesco  I  im- 
peratore —  per  la  quale  concedevasi  il  ripristino  di  parecchie 
congregazioni  conventuali  —  e  via  via,  rinfocolando  le  proteste 
per  la  novella  chiusura  di  S.  Salvarlo  (1848),  lamentando  ma 
insieme  scusando  l'atteggiarsi  dubbio  dei  paroci  di  Casale,  i 
quali,  gelosi  delle  loro  prerogative,  non  giovarono  certo  alla 
causa  di  chi  voleva  riaperto  il  convento. 

Oggi  questo  è  nuovamente  in  fiore,  e  ne  son  prova  i  re- 
centi restauri  alla  chiesa,  di  cui  abbondevolmente  parlammo 
al  capo  XLV. 

In  Casalpusterlengo  avevano  stabilita  casa  le  orsoline  (1574), 
seguendo  la  regola  di  sant'  Angela  Merici,  solennemente  appro- 
vata da  san  Carlo  Borromeo.  Quella  prima  congrega  di  reli- 
giose si  sciolse. 

Più  tardi  tre  pie  donne  ne  ottennero  dal  vescovo  Gera  il 
ripristino  (11  dicembre  1626),  ed  a  beneficio  dell'istituto  le 
postulanti  cedevano  i  propri  beni,  mettendoli  in  comune;  e, 
siccome  un'altra  consororia  erasi  costituita  sotto  lo  stesso  titolo 
di  S.  Orsola,  portante  il  velo  bianco,  questa  protestò  al  vescovo 
perchè  le  altre  orsoline,  imitando  le  loro  antecedenti  consorelle, 
coprivansi  il  capo  dello  stesso  velo  nero.  Il  vescovo  da  prima 
vietò  formalmente  l'uso  del  bruno  zendado;  ma  poi,  vinto  dalle 
giustificazioni  delle  antiche  orsoline  —  dette  del  Monastero  dal 
luogo  abitato  —  concesse  di  portare  il  velo  che  loro  piacesse. 

Si  sa  che  il  dissidio  aveva  causa  ben  differente  da  quello  di 
un'umile  questione  di  apparenza  esteriore.  Comunque,  anche 
per  le  orsoline  casalesi  —  regolari  o  semplici  consorelle  —  ar- 
rivò il  dì  supremo  nel  fatale  181 1;  e  le  salmodie  monacali  ce- 
dettero alle  liriche  ed  alle  declamazioni  di  un  teatro,  in  cui 
fu  trasformato  il  chiostro,  venduto  ad  Antonio  Maria  Cavalli 
(23  gennaio  1813). 

Molti  fra  gli  ordini  monastici  già  divinavano,  lungo  il  secolo 
XVII,  che  la  società  nuova  non  si  sarebbe  per  l'avvenire  ap- 
pagata, per  parte  dei  regolari,  d'un  subbiettivismo  semplice- 
mente ascetico,  e  ne  avrebbe  richiesto  l'aiuto  ed  il  presidio 


igo 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


altresì  nei  bisogni  materiali  della  vita.  Infatti,  l'istituzione  dei 
monaci  di  S.  Giovanni  di  Dio  —  volgarmente  fatebenefratelli  — 
proprio  allora  in  Toscana  e  in  Lombardia  assurgeva  a  nobili 
destini.  Rinvennero  essi  imitatori  solleciti  e  valorosi  anche  in 
altre  famiglie  religiose;  e  così  nei  conventi  benedettini  e  fran- 
cescani spesseggiarono  le  «  farmacie  della  povertà  »  ministrate 
da  regolari,  a  lor  volta  licenziati  dalle  facoltà  universitarie  e 
dalle  chimiche  apoticarie  nei  publici  ospitali. 

Fra  gli  altri  che,  compresa  questa  nuova  missione,  conversero 
i  loro  sforzi  per  attuarla,  furono  i  gerolamini  dell' Ospitaletto.  ^ 

Il  milanese  padre  Angelo  Francesco  Porro,  abate  generale 
dell'ordine,  fondò  nel  chiostro  dell' Ospitaletto  una  publica  far- 
macia, ponendola  sotto  la  protezione  di  san  Pietro,  cui  egli, 
con  monacale  antonomasia,  chiamò  —  nella  memorante  epigrafe 
esistente  tuttora  sur  una  pietra  del  palazzo  dei  novizi  —  antico 
sanatore  degli  infermi  (1680). 

Non  visite  di  illustri  personaggi  —  quali  Maria  Luisa,  infante 
di  Spagna  (1765)  e  Ferdinando  re  delle  due  Sicilie  e  Ferdinando 
d'Austria  (1785)*  —  non  partecipazione  allo  sviluppo  delle  in- 
dustrie agricole,  non  copie  aumentate  di  dovizie,  mancarono  ad 
allargare  la  fama  e  l'importanza  del  chiostro;  il  quale  all'epoca 
della  sua  soppressione  —  per  rescritto  del  generale  Kilmain 
(1797)  —  aveva  ben  centocinquanta  mila  lire  di  rendita,  con  soli 
diciotto  religiosi,  dei  cinquantadue  che  aveva  al  tempo  del  sesto 
sinodo  diocesano  (1689)  e  dei  settanta  sul  principio  del  secolo 
XVIII  (17 13),  secondo  le  memorie  manoscritte  rinvenute  dal 
muratore  Lorenzo  Carani,  che  riparava  la  chiesa  (10  dicembre 
1868).  Benché  fatti  pochi  di  numero,  quei  frati  dei  beni  terreni 
eran  però  rimasti  fervidi  prosecutori  ;  la  pensione  vitalizia  asse- 
gnata dal  governo  era  di  lire  tremila  per  l'abate  generale 
Ermenegildo  Serrati,  a  duemila  quattrocento  pel  paroco  Eurosio 
Carrara,  a  mille  ottocento  per  gli  abati,  e  ad  ottocento  per  gli  altri. 

Pure,  non  furono  soddisfatte  le  cupidità,  perchè  fra  abate  e 
frati  fieramente  si  abbaruffarono  per  la  divisione  del  contante 
esistente  nella  cassa  conventuale;  e  don  Ermenegildo,  stretto  da 
ogni  parte,  dovette  fuggire  per  la  finestra,  contendendogli  i 
suoi  subbietti  l'uscita  per  la  porta. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


191 


Prima  dell'editto  bonapartesco  era,  del  resto,  già  suonata  l'ora 
della  soppressione  della  casa  suprema  gerolamita,  fin  da  quando 
Giuseppe  II  aveva  decretata  quella  della  casa,  pure  dei  gerola- 


La  parochiale  dell' Ospitaletto. 


mini,  di  Brembio  (18  ottobre  1772).  Il  padre  Carrara  —  ultimo 
dei  sessantanove  paroci  dell'ordine,  nell' Ospitaletto  (22  aprile 
1788-17  gennaio  1798)  —  prima  di  ritirarsi  in  S.  Sigismondo 
di  Cremona,  trovò  opportuno  erigersi  coi  laterizi  di  parte  del 
convento  una  privata  abitazione  (1795),  che  è  quella  oggi  con- 
tenente la  farmacia  e  l' uficio  di  posta. 

I  soldati  francesi,  dal  canto  loro,  spogliarono  la  chiesa  dei 
ricchissimi  addobbi  ed  arredi,  e  li  vendettero  alla  fabbriceria 
di  S.  Colombano  al  Lambro. 


192 


CÒDOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Per  la  compera  fatta  dell'abbandonato  chiostro  dal  cittadino 
Giovanni  Battista  De  Chevilly  di  Marsiglia  (maggio  1798),  la 
casa  ed  i  terreni  gli  restarono  meno  di  un  anno;  ma,  passata 
la  bufera  austro-russa  —  che  aveva  di  nuovo  riuniti  alla  am- 
ministrazione del  culto  i  possessi  del  luogo  —  lo  Chevilly  li 
ricuperò  (11  luglio  1800),  e  fece  costrurre  all'ingresso  del  ter- 
razzo su  cui  s'erge  la  chiesa,  l'arco  della  Pace,  dedicandolo  a 
Napoleone  (1804). 

Passati  quei  beni  per  vendita,  prima  ai  nobili  Litta  Arese,  poi 
a  Riccardo  Holt,  fu  parzialmente  demolito  1'  edificio,  che  —  colla 
superstite  eloquenza  della  architettura,  colla  eleganza  suprema 
delle  esili  colonne  e  delle  terrecotte  che  sormontano  gli  archi, 
e  dei  medaglioni  interstiziali  —  afferma  tuttora  d'essere  stato 
un  colosso.  E  le  vecchie  muraglie  fra  le  quali  in  bianca  zi- 
marra solevano  passare  lenti  e  gravi  i  gerolamini,  si  rinnova- 
rono nel  filatoio  d'Orio  o  seppellironsi  nelle  acque  lambrane  a 
contrafforte  della  Mezzana. 

Scomparsi  i  frati,  la  dignità  parochiale  —  già  de  jtire  gero- 
lamita  —  passò  in  un  sacerdote  secolare,  nella  persona  del 
codognese  Luigi  Stroppa  (i 798-1 835). 

*  . 

Durò  per  ben  cento  trent'anni  la  combattuta  vicenda  degli 
eremitani  scalzi  di  S.  Agostino,  per  aprire  un  loro  convento  in 
Castione.  Le  loro  prime  avvisaglie  cominciarono  quando  dal 
monastero  loro  di  S.  Francesca,  fuor  di  porta  Orientale  a  Mi- 
lano, vennero  ad  occupare  quelle  case  che  stavan  presso  al- 
l'antico oratorio  di  S.  Bernardino,  loro  donate  dalla  comune 
con  rogito  di  Baldassare  Dordone  (principio  del  secolo  XVII). 
Li  favorì  il  vescovo  Vidoni,  ma  s'opposero  fieramente  ad  essi 
i  serviti  di  Turano  e  di  Cavacurta,-  gli  osservanti  di  Maleo,  i 
riformati  di  Codogno  ed  i  cappuccini  di  Casalpusterlengo,  forti 
delle  bolle  papali  che  limitavano,  per  ragion  di  luogo,  l'istitu- 
zione di  nuove  case  monacali. 

Questa  lite  fra  regolari  ebbe  risultati  opposti  :  ora  è  Roma 
che  aderisce  alla  dimanda  agostiniana  e  poi  la  nega  ;  ora  è  il 
comune  che,  dopo  averla  favorita,  la  impugna;  ora  sono  i 
Serbelloni  e  l'ospitai  Maggiore  di  Milano  che  si  fanno  protet- 
tori degli  eremitani.  È  intanto  ferma  e  costante  l'avversione 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


del  paroco  di  Castione  e  degli  altri  ordini  mendicanti  della 
regione;  le  dispute,  gli  arbitrati,  i  deliberati  si  incalzano  e  raf- 
fittiscono; i  religiosi  combattuti  s'avvalgono  dell'eredità  di 
Barbara  Ghisoni  (1687)  per  riprender  piede  in  Castione;  i  ve- 
scovi lodigiani  non  sanno  di  chi  esser  fautori,  e  finalmente  si 
dirime  la  vertenza  collo  sgombero  definitivo  degli  agostiniani 
da  quella  terra  (1732).  La  vittoria  del  clero  opponente  si  do- 
vette in  gran  parte  ad  un  minore  osservante  lodigiano,  certo 
padre  Fulgenzio. 

L'eremitaggio  castionese  di  quegli  avversati  monaci  fu  sem- 
plice e  severo  quale  lo  voleva  la  regola,  e  male  si  può  rico- 
struirlo oggi  coir  imaginazione.  L'archetipo  è  scomparso  per  le 
demolizioni  e  le  ricostruzioni  ad  uso  colonico  ;  e  soltanto  la 
forma  della  chiesetta  resta  ad  attestare,  in  un'umile  casara, 
quello  che  fu  il  luogo  degli  altari  eremitani.  Alcuni  affreschi, 
ritinti  di  recente  (1867),  rammentano  le  prische  decorazioni 
del  lungo  porticato. 

I  serviti  di  Cavacurta  —  che  noi  accompagnammo  attraverso 
le  peripezie  della  vetusta  S.  Maria  d'  Arasia  —  sul  principio  del 
secolo  XVII  profondevano  larga  pecunia  ad  abbellire  e  chiesa 
e  convento;  al  quale  non  mancò  l'onore  d'esser  sede  di  un 
capitolo  (1655),  che  diè  la  nomina  di  provinciale  per  la  Lom- 
bardia del  padre  Curti. 

Costui  fu  tra  i  più  larghi  di  liberalità  per  fregiare  artistica- 
mente non  solo  gli  altari  della  chiesa  (or  fatta  meschina),  ma 
altresì  l'interno  del  convento,  che  ha  tuttora  nelle  ampie  ca- 
mere sullo  scalone,  fin  nei  granai,  bei  freschi  di  soggetto 
biblico,  alcuni  vagamente  corniciati  a  stucco.  I  dintorni  del  mo- 
nastero per  la  discesa  del  poggio  ebbero  amenità  di  giardino  e 
di  viali  per  opera  e  spesa  del  padre  Maria  Asti  (1687).  In 
questo  torno  di  tempo  i  monaci  s'erano  ridotti  al  numero  di 
tredici  (sesto  sinodo,  1689). 

Escito  con  gravi  danni  dalle  guerre  di  successione,  che  rumo- 
reggiarongli  intorno,  fu  il  convento  in  gran  parte  riattato  (1760), 
ed  accolse  i  religiosi  fino  alla  loro  soppressione  (25  giugno 
1798).  La  cura  spirituale  rimase  al  servita  Vincenzo  Bocconi, 
\%  lui  morto  (4  febbraio  1804),  fu  eletto  un  prete  secolare. 
Codof^no  e  il  suo  territorio .,  ecc.  —  //.  41 


194 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITÒRIO 


Nella  vendita  operata  dallo  stato  dei  beni  staggiti  —  ammon- 
tanti ad  oltre  mille  seicento  pertiche  ed  a  quattordici  casamenti  — 
i  terreni  e  tutto  il  convento,  meno  piccola  porzione  che  venne 
stralciata  ad  uso  di  parochia,  caddero  in  possesso  del  conte 
Carlo  Archinti  ;  le  case,  per  rogito  del  notaro  Giuseppe^Crociolani 
vennero  in  potestà  del  conte  Giberto  Borromeo  Arese  (7 
maggio  1803). 

Giovata  da  legati  e  da  donazioni,  negli  ultimi  anni  del  se- 
colo XV  e  nei  primi  del  XVI,  la  fabbrica  del  convento  fran- 
cescano a  S.  Maria  delle  Grazie  in  Maleo,  fu  —  come  si  disse  — 
compiuta  in  breve  volger  di  tempo,  e  tosto  gli  osservanti  ne 
presero  formale  e  legittimo  dominio,  a  rogito  di  Gian  Matteo 
Melignano,  notaro  in  Pizzighettone  (1511). 

La  bellezza  della  chiesa,  l'ampiezza  del  monastero,  l'amena 
postura  del  luogo,  lo  rendevano  soggiorno  prediletto  a  non 
pochi,  e  fra  questi  amanti  della  pace  silenziosa  della  natura, 
santificata  dalla  religione,  vuoisi  ricordato  il  cardinale  Ercole 
Teodoro  Trivulzio,  che  soleva  visitare  il  convento  ed  ospitarvi 
frequentemente.  Ed,  a  perpetuare  la  soddisfazione  procuratagli 
da  quella  tranquilla  dimora,  volle  il  porporato  erigervi  del 
suo  un  vasto  chiostro  (1645),  cui  lo  storico  Monti  vide  ancora 
ai  di  suoi,  ma  non  compiuto,  essendosi  dipartito  da  noi  il 
Trivulzio  per  Napoli,  dove  lo  chiamava  la  fiducia  del  re  di 
Spagna,  dopo  la  insurrezione  di  Tomaso  Aniello. 

Col  sussidio  di  una  età  tutta  rivolta  all'aumento  di  clero  e 
di  fraterie,  doveva  necessariamente  anche  il  monastero  di  Maleo 
fiorire  e  accrescersi.  E  come  la  sua  fama  aveva  richiamato  be- 
benefizì  e  sussidi  da  tutte  le  terre  circumvicine,  così  venne  da 
Castelnuovo  un  lascito  ai  padri  osservanti,  per  parte  di  Giovanni 
Battista  Ariberti  (15  febbraio  17 18),  il  quale,  a  ministero  di 
Orazio  Bracco,  notaro  cremonese,  testava  in  loro  favore  casa, 
corte  e  giardino  nella  sua  terra.  Ed  i  religiosi,  imitando  gli 
zoccolanti  di  Codogno,  colà  istituivano  e  tenevano,  sino  alla 
soppressione  del  loro  ordine,  un  deposito  di  vittovaglie  elemo- 
sinate nella  plaga. 

Quando  i  claustrali  di  Maleo  furon  colpiti  dalla  legge  napo- 
leonica (8  giugno  1805),  la  loro  escita  da  S.  Francesco  si  fece 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


d'accordo  fra  il  padre  provinciale  ed  il  ministro  del  culto.  Pietro 
Mola,  capo  del  comune  di  Maleo,  delegato  dal  prefetto  dell'Alto 
Po,  lesse  l'intima  ai  monaci  convocati  (15  luglio);  tutti  dovet- 
tero firmare  l'atto  di  abolizione,  di  cui  compilò  rogito  il  notaro 
codognese  Camillo  Gregorio  Albino  ;  e  gli  osservanti  abbandona- 
rono il  loro  vecchio  chiostro,  gli  uni  ricoverandosi  a  S.  Francesco 
in  Lodi,  gli  altri  a  San  Colombano  (5  agosto). 

Subito  dopo,  intendendo  lo  stato  disporre  la  vendita  dell'in- 
tero edificio,  lo  volle  sgombro  anche  dei  pochi  monaci  rimastivi 
per  le  funzioni  chiesastiche  in  servizio  dei  coloni  circostanti;  e, 
per  ingiunzione  del  vescovo  di  Lodi_,  l'arciprete  di  Maleo,  dottor 
Paolo  Milani,  dissacrò  ritualmente  il  tempio  francescano.  Con- 
vento e  chiesa  vendette  lo  stato  a  Carlo  Rigotti,  ingegner  Mi- 
chele Mezzadri  e  condomini  cremonesi,  che  fecero  atterrare  la 
vetusta  fabbrica  (23  febbraio  1807). 

Alla  commenda  cistercense  di  S.  Stefano  aF  Corno  fu  nomi- 
nato —  in  sostituzione  del  rinunciante  Carlo  Borromeo  —  il  car- 
dinale Michele  Bonelli,  di  famiglia  patrizia  alessandrina  trasferitasi 
in  Roma.  Questi  si  adoperò  con  energia  di  intendimeiiti  a 
rafforzare  l'antico  lustro  dell'abazia.  Ne  ricostrusse  il  tempio 
(1583)^,  lo  fornì  di  campane  e  di  libri  corali,  l'arricchì  di 
parati  sacri,  soccorse  i  poveri,  liberò  le  contrade  infestate  dai 
malandrini,  e  conseguì  il  titolo  di  vicario  perpetuo,  con  cento 
scudi  di  congrua  annuale,  pel  rettore  della  chiesa. 

Da  Michele  Bonelli  si  inizia  una  serie  di  commendatari  ne- 
potisti, a  cui  sono  di  raffaccio  le  mortificazioni  e  le  volontarie 
strettezze  di  Carlo  Borromeo.  Pio  V  —  il  domenicano  Ghisleri 
di  Tortona  —  canonizzato  santo,  ma  pur  ligio  ai  costumi  del- 
l'epoca —  aveva  dato  la  commenda  al  Bonelli,  figlio  di  una  sua 
sorella;  ed  un  altro  Bonelli  fu  il  successor  di  Michele  nel  lauto 
beneficio  di  S.  Stefano.  Paolo  V  —  un  Borghese  di  Roma  —  Io 
conferiva  a  suo  nepote,  il  cardinal  Scipione,  che  lo  teneva 
per  più  di  cinque  lustri  ;  ed  Urbano  Vili  lo  manteneva  a 
Pietro  Maria  Borghese,  suo  agnato  (1634). 

L'antico  lustro  del  chiostro  andava,  però,  presentando  i  primi 
^  sintomi  della  decadenza.  L'abazia,  nei  secoli  antecedenti  flori- 
dissima, raggiungeva  ancora  quaranta  mila  lire  annue  (1641), 


196  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


cifra  cospicua  ancora,  ma  inferiore  agli  enormi  bisogni  di  quegli 
sfondolati  doviziosi,  pei  quali  la  vita  cardinalizia,  col  fasto  po- 
litico spagnoleggiante,  non  era  che  una  successione  di  piaceri 
e  di  soddisfacimenti  terrestri.  Anche  il  numero  dei  cistercensi 
andava  vieppiù  assottigliandosi,  così  che  sul  finire  del  secolo  XVII 
essi  non  eran  più  di  cinque. 

Seguirono  tre  commendatari  della  casata  genovese  dei  Donghi 
—  di  cui  il  secondo  Bartolomeo  e  il  terzo  Tomaso  —  il  milanese 
cardinale  Ferdinando  d'Adda,  il  cardinale  Giorgio  d'Oria  ge- 
novese, Carlo  Mezzabarba,  ed  il  cardinale  milanese  Giuseppe 
Maria  Castelli. 

Pel  decreto  che  toglieva  l'esistenza  d'ogni  convento  reso  in- 
capace al  mantenimento  d'almeno  dodici  religiosi  (6  maggio 
1774),  la  congregazione  cistercense  dimise  la  sua  comunità  di 
S.  Stefano;  e,  preannunciata  dagli  squilli  del  publico  banditore, 
seguì  la  vendita  per  licitazione  del  monastero  (16  maggio  1797),- 
ora  fatto  comune  cascinale. 

Sarebbe  qui  da  toccare  di  altre  minori  fraterie,  che  noi,  però, 
nel  corso  del  testo  già  notammo,  quali  gli  eremitani  di  S.  Agostino,, 
distribuiti  in  due  conventi  a  Corno  Giovane,  di  S.  Rocco  poi 
soppressi  da  Innocenzo  (15  ottobre  1652)  e  di  S.  Michele  ed 
al  Pilastrello  presso  Retegno.  Ma  a  chiudere  questo  elenco  di 
claustrali,  soccorre  la  visione  dei  pallidi  volti  precinti  di  bende 
e  di  soggoli  d'alcune  comunità  muliebri. 

Le  orsoline  di  Castione  erano  da  principio  una  riunione  di 
donne  devote,  raccoltesi  in  una  casa  in  via  delle  Fucine  (ora 
via  Silvio  Pellico),  da  esse  acquistata  da  Camillo  Bordone,  pa- 
gandola cinque  mila  lire,  in  soldi  di  rame  accumulati  lavorando. 

Dalla  costituzione  del  loro  collegio  (10  gennaio  1683),  a  cui 
seguì  tosto  la  vestizione,  ed  alla  erezione  formale  con  intervento 
del  vescovo  (1685),  andarono  così  aumentando  di  mezzi  finan- 
ziari e  di  numero,  che  i  loro  poderi  misurarono  un  dì  fino  a 
seicento  ottantacinque  pertiche,  e  ben  cinquanta  erano  tra  pro- 
fesse e  converse  le  consorelle.  Esse  durarono  fino  alla  soppres- 
sione governativa  (18 11). 

Alle  pinzocchere  —  come  esse  medesime  si  chiamavano  — 
appartennero  da  prima  anche  le  cappuccine  castionesi,  fin  che 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


197 


la  comunità  —  che  s' era  esercitata  negli  stenti  e  nelle  fatiche 
avvicendati  alle  preghiere  costanti  —  ebbe  sanzione  formale  dal 
vescovo  Mezzabarba,  che  loro  concesse  la  regola  desiderata.  Il 
suo  successore  Gallarati  delegò  il  paroco  di  Castione  ad  inaugu- 
rare la  chiesa  costruttasi  dalle  monache  (1742),  e  ad  assistere 
alla  vestizione  delle  professe,  non  più  come  prima  costrette  a 
condursi  all'uopo  in  Codogno  presso  i  francescani.  Finalmente 
la  curia  sottopose  il  convento  a  formale  clausura  (13  aprile  1747); 
ma  esso  durò  solo  quarantacinque  anni. 

La  codognese  Maria  Teresa  PoUaroli,  già  terziaria  di  S.  Fran- 
cesco, pensò  di  costituire  in  Maleo  una  famiglia  della  sua  re- 
gola; e  con  alcune  compagne  vi  si  condusse,  ricoverando  nella  j 
casa  del  dottore  Alessandro  Lugo.  Acconsentirono  gli  osservanti 
di  S.  Francesco  in  Maleo  a  considerarle,  come  esse  avevan  chiesto, 
loro  dipendenti  spirituali,  ed  a  vestirle  in  numero  di  otto  del 
serafico  saio  terziario  (26  novembre  169 1).  Esse  fecero  poi  tutte 
professione  di  voto  (i  novembre  1696).  Per  ragioni  di  angustia, 
essendo  accresciute  di  numero,  si  trovarono  altra  residenza  (15 
ottobre  1697),  e  vennero  in  seguito  riconosciute  in  collegio 
sotto  il  titolo  di  S.  Chiara;  ma,  per  ragioni  di  lontananza  dal 
chiostro  dei  loro  direttori  di  spirito,  chiesero  ed  ottennero  di 
essere  direttamente  assoggettate  alla  curia  vescovile  (13  maggio 
17 io)  e  di  erigere  insieme  l'oratorio  conventuale,  che  fu  subito 
consacrato  (16  febbraio  171 1).  Il  convitto  delle  fanciulle  loro 
affidate  procacciò  alle  maestre  i  mezzi  della  vita,  che  colletti- 
vamente per  esse  ebbe  fine  nella  soppressione  (11  settembre  181 1). 

Seguaci  fedeli  dello  spirito  dei  tempi,  non  potevamo  esimerci 
dall'  indicare  minutamente  tutte  le  espressioni  caratteristiche  di 
quei  dì,  in  cui  il  monachismo  era  —  diremmo  quasi  —  la  precipua 
delle  funzioni  sociali  ;  ed  il  laico  dei  cappuccini  di  Pescarenico,  ' 
quando  paragonava  gli  ordini  mendicanti  al  mare  che,  ricevendo 
acqua  da  ogni  parte,  per  cento  rivi  la  rende  là  d'onde  venne, 
esprimeva  rozzamente  il  concetto  virtuale  della  beneficenza  a 
^  lui  contemporanea.  Nelle  città,  e  più  ancora  fra  i  campi,  era 
un   vincolo   di   provvidenza   materiale   quello   che   ai  conventi 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Stringeva  la  infinita  clientela  dei  bisognosi,  cosi  che  assai  più 
delle  preghiere  monastiche,  erano  i  residui  del  refettorio  che 
interessavano  le  folle. 

Gli  sbracciati  e  grembialuti  laici,  quotidiani  dispensieri  nelle 
ciotole  protese  del  cibo  gratuito  ai  famelici,  stavano  a  piè  della 
scala,  dai  cui  eccelsi  fastigi  scendeva  direttamente  sulle  classi 
popolari  la  forte  influenza  dei  capi  regolari;  di  guisa  che  la 
questione  alimentare  serviva  col  soddisfacimento  del  corpo  ad 
avvincere,  almeno  in  apparenza,  gli  spiriti.  E  non  paia  questo 
paradosso  vulgare,  poiché,  a  rettamente  giudicare,  è  d'uopo 
risalire  alle  condizioni  d'allora,  quando  la  provvidenza  ultra- 
mondana sola  combatteva  nell'agone  delle  necessità  terrene, 
senza  che  ancora  accennasse  a  sè  stessa  la  previdenza  degli 
uomini.  * 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


199 


NOTE  AL  CAPO  XLVIII. 

^  Giacomo  Antonio  Porro  -  Storia  diocesatm  di  Lodi. 
^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 
^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

*  Il  priore  Gandini  fece  porre  nel  convento  la  seguente  epigrafe  su 
marmo,  ricordante  questa  visita: 

FERDINANDO  BORBONIO 
UTRIUSQUE  SICILIA  REGI 
ET 

FERDINANDO  AUSTRIACO 
INSUBRI^   CISPADANA  GUBERNATORI 
OPTIMIS  PRINCIPIBUS 
QUO  A 

XV  KAL.  AUG.  ANNO  MDCCLXXXV 

HOC  COENOBIO 
SUI  PRiESENTIA  ILLUSTRAVERINT 
ET 

LAUDENSEM    AGRUM  PROSPECTURI 
AD   SUPREMAM    TECTORIAM  CONTIGNATIONEM 
DIFFICILI  ASSUMPTU  PORREXERINT 
D.  VALERIANUS  GANDINI  CONGREGATIONIS  PR^SES 
ET  MONACI  OBSEQUENTES 
M.  P. 

^  Ciò  risulta  dalla  seguente  epigrafe  apposta  sulla  facciata  della  chiesa 
<lì  S.  Stefano: 

MICHAEL  BONELLUS  CARD.  ALEXANDR.  FIERI.  ET  PUNDARI  FECIT 
MDLXXXIII. 


CAPO  XLIX. 


La  guerra  per  la  successione  di  Polonia  —  La  presa  di  Gera  e  di  Pizzi- 
ghettone  —  I  Morti  Lazzaretti  —  La  guerra  per  la  successione 
d'Austria  —  L'arco  di  Maleo  —  La  battaglia  di  Sigola  —  L'attacco 
di  Codogno  —  Spagna  vinta  —  Lombardia  dell'Austria. 

BBIAM  veduti  contesi  coli' armi  in  terra  nostra  i  diritti 
I  e  le  pretese  altrui  alla  sovranità  anche  di  paesi  non 
nostri;  ora  vedremo  l'Adda  ed  il  Po  bere  il  sangue 
versato   per   conflitti   successori   sorti   sulle  remote 
sponde  della  Vistola  e  dell' Oder. 

Muore  a  Varsavia  il  sassone  re  di  Polonia  Augusto  II  (i  feb- 
braio 1733).  Austria  e  Russia  intendono  gli  succeda  Augusto, 
principe  elettor  di  Sassonia  ;  Francia  vuole  imporre  Stanislao 
Leschinski,  suocero  di  re  Luigi  XV.  Formidabili  schiere  impe- 
riali e  moscovite  danno  in  Polonia  causa  vinta  al  sassone,  anche 
perchè  gli  uomini  e  la  pecunia  impegnati  da  re  Luigi  a  prò  di 
Stanislao  furono  così  meschini  ed  insufficienti  che  la  vittoria 
dell'  avversario  non  ebbe  nè  ritardo  nè  ostacolo. 

Dal  settentrione  i  fati  della  guerra  conducono  gli  eserciti 
imperiale  e  francese  in  Italia.  Carlo  Emanuele,  re  di  Sardegna, 
s'allea  a  Francia,  e,  congiunto  il  proprio  allo  esercito  francese 
comandato  da  Luigi  Ettore  marchese  di  Villars,  fa  punta  nel  Mi- 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


20I 


lanese,  dove  l'esercito  dell'imperatore  è  pronto  a  tenergli  fronte; 
mentre,  terza  nel  ludo  mavorzio,  s'apparecchia  ad  entrare  Spagna, 
perennemente  aspirante  a'  suoi  antichi  domini  cisalpini. 

Gli  ultimi  mesi  del  1733  vedono  il  nostro  territorio  diventare 
grande  e  rumoroso  campo  militare,  dove  gli  eserciti  s'incro- 
ciano, si  sfuggono  e  rifanno  testa,  con  primo  e  funesto  detri- 
mento delle  popolazioni  tranquille  sulle  quali  comincia  a  gravare 
tormentosamente  la  iattanza  prepotente  delle  milizie  di  Francia. 

Lodi,  sgombrata  dagli  austriaci  (23  ottobre),  primamente  fu 
occupata  dai  franco-sardi  (7  novembre),  e  la  feroce  insanie  e  la 
metodica  rapacità  dei  soldati  francesi  furono  tali  che,  a  serbar 
le  vite  e  le  robe,  si  chiuser  le  osterie;  ma  se  fra  le  mura  della 
città  questi  stranieri  s'abbandonavano  impunemente  ai  più  tristi 
eccessi,  quella  supina  rassegnazione  non  era  imitata  dai  forensi  ; 
essi  alle  dissennate  violenze  con  violenze  rispondevano,  e  quanti 
francesi  coglievano  tanti  ripagavano  con  eguale  moneta  ^  Orio 
fu  tra  i  paesi  più  travagliati. 

Scosso   dal   coro   generale   di  queste  lamentele,   il  re  sardo 

—  che  in  terra  amica  non  voleva  essere  nemico  —  s'adoperò 
energicamente  per  reprimere  dove  gli  fu  possibile  e  rapine  e 
robalizi,  dannandone  alle  forche  gli  autori;  e  Codogno  potè 
ottenere   che   cessassero   i   delitti,   avendo   il   proposto  Campi 

—  confortato  dall'azione  dei  deputati  dell'estimo,  recatisi  con 
lui  al  campo  di  Maleo  —  perorata  al  re  la  causa  dei  parochiani 
oppressi  (12  novembre)'"^. 

I  quali  più  che  gli  altri  corregionali  trovavansi  a  disagio, 
perchè  li  affliggevano  le  scorribande  francesi  che  già  attornia- 
vano il  borgo,  e  dovevano  insieme  — ■  memori  del  saccheggio 
minacciato  a  Lodi,  dai  tedeschi,  prima  che  la  sgombrassero 
(23  ottobre)  —  far  buon  viso  alle  loro  imposizioni  che  da  Piz- 
zighettone  intimavansi.  Infatti,  mentre  il  capo  del  nostro  clero 
ed  i  proceri  del  paese  si  recavano  al  convento  di  S.  Francesco 
presso  Maleo,  ad  intercedere  e  ad  ottenere  da  Carlo  Emanuele  III 
il  rispetto  alle  persone  ed  alle  masserizie,  le  carra  dei  magazzini 
nostrani  trasportavano  al  principe  di  Lobkowitz,  comandante  di 
Gera  e  di  Pizzighettone,  duecento  ventuna  forme  di  cacio  ^ ,  e  fa- 
scine e  legno  d'opera,  accompagnati  da  un  armento  di  giovenche. 


202 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Il  convento  di  S.  Francesco,  fra  Maleo  e  Gera  —  dove  ac- 
campava col  quartier  generale  Carlo  Emanuele  *  —  era  stato 
scelto  con  fine  tatto,  come  quello  che,  elevato  sopra  una  specie 
di  pog-gio,  offriva  i  migliori  mezzi  di  speculazione  strategica  di 
fronte  ai  due  formidabili  munimenti.  Già  il  cardinal  Trivulzio 
aveva,  colla  diversione  dell'Adda,  fattene  cadere  contro  il  forte 
di  Pizzighettone  le  acque,  per  renderne  più  sicura  la  difesa  (1639); 
e  Pizzighettone,  infatti,  munito  da  cento  cannoni  di  bronzo, 
dopo  le  aggiunte  ed  i  rafforzamenti  comandati  dall'imperatore 
Carlo  VI,  ed  eseguiti  dal  conte  di  Daun  —  nei  quali  era  stata 
demolita  l'antichissima  chiesa  di  S.  Pietro  in  Pirolo  (1725)  — 
a  detta  del  Muratori  era  dagli  ingegneri  dato  per  inespugnabile. 
Ma  —  come  nota  il  principe  degli  storici  italiani,  contemporaneo 
agli  eventi  che  narriamo  —  essi  non  avevano  avvertito  che  una 
volta  presa  Gera,  questa  si  sarebbe  ritorta  a  decisive  offese  e 
ad  irremediabile  iattura  dell'opposto  Pizzighettone. 

Ben  sicuro  alle  sue  spalle,  poiché  a  Milano  aveva  lasciato 
circa  diecimila  soldati,  ed  a  Codogno  s'erano  aperti,  anche 
a  cura  della  comunità  ed  in  case  private,  ben  dieci  ampli 
ospitali  militari,  potè  Carlo  Emanuele  darsi  tutto  agli  approcci 
dell'assediato  baluardo;  senza  per  questo  rinunziare  a  pernot- 
tare qualche  volta  a  Codogno,  dove  gli  continuavano  liete  ed 
oneste  le  accoglienze  nel  palazzo  Folli,  in  contrada  del  Sole 
(via  Ognissanti). 

Spiegata  oste  davanti  a  Gera,  un  trombetta  sardo  procede 
alle  mura,  ed  intima  al  comandante  nemico  la  resa,  prima  del- 
l' arrivo  delle  grosse  artiglierie.  A  sua  volta,  l' irlandese  Luigston, 
comandante,  colla  sua  isolana  fierezza  risponde,  dichiarando 
l'araldo  degno  d'impiccagione,  solo  per  essersi  assunto  quello 
incarico;  dicesse  pure  al  suo  padrone  di  sollecitare  il  tiro  dei 
cannoni;  egli  avrebbe  difeso  fino  all'estremo  la  bandiera  di 
Cesare  (10  novembre). 

Il  giorno  seguente  l'ottantenne  maresciallo  Villars  —  il  cui 
nome,  bello  per  tante  e  tante  vittorie,  doveva  ancora  per  un 
anno  risonare  alto  sui  campi  di  battaglia  —  compariva  sotto 
Gera  con  quindici   mila  de'  suoi,  seguito  dopo  cinque  giorni 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


203 


dai  tormentari  di  lunga  portata;  e  con  lui  il  re  sardo  deliberò 
d'investire  tosto  il  forte  di  Gera,  mentre  ai  danni  di  Pizzighet- 
tone  inviava  il  conte  di  Broglio. 

Prima  cura  degli  assedianti  è  il  prosciugamento  del  terreno 
artificialmente  allagato  dal  nemico,  col  mé^zo  delle  chiaviche. 
Protetti  dalle  tenebre,  cinquanta  soldati  austriaci  tentano  una 
sortita  la  notte  del  18,  contro  i  franco-sardi  incumbenti  alle 
trincee;  ma  infelicemente,  poiché  o  cadon  morti  o  son  presi 
dai  granatieri.  Con  maggior  vigoria  rinnovansi  le  offese,  al  21, 
contro  il  baluardo  abduano ;  la  trincea  è  spinta,  sotto  il  fuoco 
micidiale  degli  imperiali,  sino  al  piè  del  pendio;  e  non  giova  a 
quei  di  dentro  una  seconda  ed  ancor  più  valida  escita  dal  forte. 
La  zuffa  si  accalora;  sopra  la  strada  coperta  Carlo  Emanuele 
raggruppa  sedici  pezzi  su  due  batterie,  e  perdura  intrepido  per 
otto  ore  sul  luogo  del  pericolo.  Indarno  il  maresciallo  francese 
lo  consiglia  a  ritirarsi;  indarno  tre  uficiali  ed  uno  dei  paggi 
reali  gli  cadono  colpiti  al  lato  ;  il  re  prode,  già  miracolosamente 
scampato  ad  un  proiettile  di  cannone  che  quasi  lo  aveva  tocco,^ 
non  si  dà  per  inteso  di  precauzione  veruna,  e  così  alle  strette 
prende  il  nemico,  che  questo,  il  28,  batte  la  chiama  e  chiede 
capitolare.  Consegnansi  reciprocamente  gli  ostaggi,  e  re  e  ma- 
resciallo,  ritti  sulla  trincea,  odono  le  proposte  di  resa.  Quelli 
di  dentro  chiedono  T escita  cogli  onori  di  guerra  e  l'impegno 
che  i  franco-sardi  non  avrebbero  assalito  Pizzighettone  dalla  parte 
dell'Adda.  Ma  il  Villars  —  che  sa  come  il  forte  versi  in  gravi 
angustie,  e  come  già  dal  23  trovisi  investito  dalle  milizie  del 
Broglio  —  respinge  la  domanda,  dichiarando  che  nulla  concederà 
ai  rinchiusi  in  Gera,  se  non  dietro  promessa  che  simultaneamente 
ad  essa  s'arrenda  Pizzighettone. 

Vista  la  mala  parata,  il  capitano  del  forte,  venuto  a  più  miti 
consigli,  ne  apre  le  porte  e  si  costituisce  co'  suoi  prigioniera 
di  guerra  (28  novembre). 

Tosto  gli  alleati  impongono  al  principe  di  Lobkowitz  la  resa 
anche  di  Pizzighettone  ;  il  governatore,  esposta  bandiera  bianca,, 
risponde  gli  si  permetta  l'invio  d'un  uficiale  suo  a  Mantova 
per  ricevere  disposizioni  del  principe  Darmstadt.  L'invio  è  con- 
N  cesso,  ma  coli' uficiale  austriaco  parte,  delegato  degli  alleati,  il  , 
marchese  di  Boissieux.  Si  replica  di  là  ordinando  al  governa— 


204 


CODOGNO  E   IJL  SUO  TERRITORIO 


tore  di  Pizzighettone  di  insistere  per  una  tregua  sino  ai  i6 
gennaio;  Carlo  Emanuele  la  limita  ad  una  settimana;  dopo  la 
quale,  infatti,  è  firmata  la  capitolazione,  concedendosi  all'esiguo 
presidio  del  forte,  grandemente  falcidiato  per  le  fami  e  per  le 
inferniità,  l' escita  a  vessilli  spiegati,  a  tamburi  rullanti  e  con 
certa  provvista  munitiva  ad  ogni  soldato. 

Colla  resa  di  Pizzighettone  —  che  costò  agli  eserciti  alleati 
alcune  centinaia  di  morti  e  di  feriti,  fra  cui  il  generale  sardo  d'ar- 
tiglieria marchese  Mussus  ed  il  colonnello  cavaliere  Dampìere  — 
Carlo  Emanuele  si  sentì  padrone  del  Milanese,  solo  resisten- 
dogli, ma  per  poco  tempo,  il  castello  di  porta  Giovia,  tenuto 
dal  vecchio  e  fiero  marchese  Annibale  Visconte.  Il  suo  ritorno 
alla  capitale  lombarda  fu  una  festa  soltanto  uficiale,  non  j^erchè 
egli  fosse  sgradito  alle  nostre  popolazioni,  bensì  perchè  lo  at- 
torniavano quelle  schiere  francesi  le  cui  barbare  orme  il  nostro 
territorio  tuttavia  conservava. 

Se  i  maggiorenti,  per  debito  d'uficio,  facevano  intonare  i 
«  Te  Deum  »  nelle  parochiali,  quella  vittoria  franco-sarda  nulla 
di  veramente  utile  apportava;  che,  anzi,  era  tutto  un  triste  corteo 
di  uccisioni,  rovine,  depauperamenti.  Campagne  disertate,  vio- 
lenze d'ogni  fatta,  stenti  inauditi,  scarsezza  di  cibi,  epidemie 
spietate,  formano  la  mesta  cronaca  di  quei  giorni,  benché  —  al 
dire  del  Muratori  —  il  verno  fosse  dolce  ed  asciutto. 

Infermi  e  vulnerati  trasportavansi  in  Codogno,  e  le  chiese  di 
S.  Giorgio\  della  Trinità  e  delle  Grazie,  ed  i  chiostri  servita  e 
francescano,  e  molte  case  trasformaronsi  in  nosocomi.  Col  solito 
buon  cuore  i  borghigiani  s'improvvisarono  infermieri,  e  nella 
espressione  della  carità  umana  contemplaronsi  del  pari  vincitori 
e  vinti.  Il  peggio  fu  che  per  tutte  quelle  morti,  produttrici  di 
miasmi  letali,  e  per  le  braccia  deficienti  dei  seppellitori,  più 
grandi  il  terrore  e  X  orrore  incumbevano  sulle  nostre  campagne. 

E  noto  che  tutti  i  morti  del  reggimento  piemontese  di  Mon- 
dovì  interraronsi  nell'antico  cimitero  trivultino,  a  mattina  del 
paese  e  le  altre  salme  si  deposero  in  pace  in  un  lembo  di  ter- 
reno presso  la  Divizia,  dove  qualche  anno  prima  era  stata  co- 
strutta una  cappelletta,  oggi  ancor  chiamata  i  Morti  Lazzaretti 
e  rinnovata  nel  1793. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


205 


Lombardia  non  aveva  requie  ;  paventava  il  ritorno  nelle  sue 
plaghe  del  flagello  guerresco,  e  nella  sua  vecchia  fede  supplicava 
a  Dio  perchè  le  passasse  lontano  dal  labro  Tamarissimo  calice. 
Preci  per  questo  intento  si  elevavano,  e  volle  il  vescovo  squil- 
lassero tutte  le  campane  a  segnale  delle  publiche  supplicazioni 
perchè  fra  noi  la  pace  non  fosse  turbata  (31  luglio  1734). 

Carlo  Emanuele  s'era  assiso  a  Milano,  assumendone  titolo  di 
duca;  e,  fermo  nella  sua  alleanza  con  Francia,  aveva  condotto 
il  proprio  esercito  alle  vittorie  di  Parma  e  di  Guastalla.  Ma 
quel  sangue  italiano  fu  inutilmente  sparso,  poiché  i  preliminari 
d'una  pace  tra  Francia  ed  Austria  (ottobre  1735),  poi  conver- 
titi in  pace  formale  detta  di  Vienna  (8  novembre  1738),  deter- 
minarono al  valoroso  re  sardo  il  circoscritto  compenso  nel 
ducato  di  Tortona,  di  Novara  e  delle  feudalità  sulle  Langhe, 
ed  all'imperatore,  col  ritorno  del  Milanese,  i  ducati  di  Parma 
e  Piacenza,  dimessi  dall'infante  di  Spagna  don  Carlo,  assunto 
in  quel  tempo  a  re  delle  due  Sicilie. 

A  mano  a  mano,  dopo  il  re,  piemontesi  e  francesi  abbandona- 
rono le  terre  così  prestamente  conquistate  e  perdute.  Ci  ritornarono 
così  gli  austriaci,  i  quali  —  durante  tutte  quelle  peripezie  di  paci 
e  di  guerre  improvvise  —  non  pensavano  punto  ad  instaurare, 
come  fecer  dopo,  una  legislazione  propria;  ma  lasciarono  in 
vigore  le  leggi  di  Spagna,  inasprite  ultimamente  da  tutti  i  re- 
golamenti per  contribuzioni  militari,  nel  frattempo  escogitati. 

Non  desti  stupore  ^  perfetta  immobilità  dei  padri  nostri  allo 
incalzarsi  così  rapido  di  nuovi  padroni;  poiché,  se  è  vero  che 
la  figura  di  cavaliere  del  re  sardo,  e  le  sue  gesta  gli  avevano 
procurate  non-  dubbie  simpatie,  è  altrettanto  indiscutibile  che 
di  tutte  quelle  mutazioni  i  subbietti  non  avevano  ritratto  van- 
taggio alcuno;  l'abitudine  a  questo  o  a  quel  signore  era  fatta 
dall'oggi  al  domani;  perocché,  qualunque  fosse  il  vincitore,  per  le 
popolazioni  non  albeggiava  speranza  di  miglioramento. 

Moriva  Carlo  VI  a  Vienna  (20  novembre  1740),  e  la  sua 
scomparsa  arrestò  ad  un  tratto  tutte  le  disposizioni  comprese 
nella  pace  di  due  anni  prima.  Inoltre,  avendo  Carlo  VI  con 
prammatica   sanzione  derogato  alla  legge  salica,  e  chiamata  a 


2o6 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


succedergli  sul  trono  la  figlia  Maria  Teresa  —  disposata  al  duca 
di  Lorena,  Francesco  Stefano,  e  diventata  così  granduchessa 
di  Toscana  —  il  re  di  Prussia,  quello  di  Sassonia,  l'elettore  di 
Baviera,  e  la  regina  di  Spagna,  si  fecero  innanzi  avanzando 
pretese  sui  domini  imperiali. 

Parve  che  Carlo  Emanuele  III  sull'  inizio  mostrasse,  sperando 
vantaggi  per  sè,  di  voler  partecipare  alla  lega  contro  Maria 
Teresa;  ma  il  suo  fu  effimero  consiglio,  chè  —  comprendendo 
come  più  assai  dalla  imperatrice  che  da'  suoi  avversari  avrebbe 
conseguito  in  tutto  o  in  parte  il  ricupero  dell'agognato  Mi- 
lanese —  si  legò  strettamente  alla  giovane  discendente  degli 
Absburg,  che  gli  garantiva  a  guiderdone  l'annessione  del  du- 
cato Piacentino  dalla  Bardoneggia  al  Nure;  e  così  in  Italia  la 
guerra  per  la  successione  di  Carlo  VI  venne  circoscritta  fra 
franco-ispani  per  l'una  ed  austro-sardi  per  l'altra  parte;  perfetto 
e  continuo  scambio  di  aspirazioni  coronate,  di  lotte  fra  popoli 
e  di  delusioni  comuni. 

Le  forze  franco-ispane  erano  capeggiate  dal  principe  di  Conti, 
sostituito  poco  dopo  dal  maresciallo  di  Maillebois,  e  dal  duca 
di  Montemar,  che  risaliva  da  Napoli  con  un  esercito  di  dodici 
mila  soldati.  Gli  austro-sardi,  a  lor  volta,  obbedivano  al  giovane 
principe  di  Liechtenstein  ed  al  re. 

Non  c'  importa  tener  dietro  partitamente  alla  serie  delle  pugne 
e  degli  sbaragli  che  contrassegnarono  altrove  la  terribile  guerra 
impegnatasi  fin  dal  1744  fra  i  quattro  eserciti;  ma  diciamo 
soltanto  di  quella  che  si  è  combattuta  proprio  sul  nostro  suolo, 
a  cui  non  bastò  la  sventura  d'essere  parte  integrante  del  con- 
teso ducato,  ma  dovette  altresì  risentire  gli  effetti  miserandi 
della  attinenza  al  Piacentino,  dove  l'episodio  della  successione 
al  duca  si  innestava  al  generale  sommovimento. 

Dal  Pavese,  per  Sant'Angelo  che  saccheggiarono  (11  no- 
vembre 1745),  la  cavalleria  ed  i  granatieri  spagnoli  si  congiun- 
sero alle  milizie  che  stavano  in  Piacenza  agli  ordini  del  generale 
marchese  di  Castellar  (13  dicembre),  e  in  Codogno  si  rafforza- 
rono con  sei  reggimenti,  sotto  il  comando  del  duca  Giovanni 
di  Vialba,  che  anche  dal  palazzo  Trecchi,  in  Maleo,  teneva 
specialmente  d'occhio  i  tedeschi,  rinchiusisi  a  Pizzighettone. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


207 


In  Codogno  gli  spagnoli  rimasero  circa  quaranta  giorni,  vie- 
tando l'uso  delle  campane,  per  tema  non  isvegliassero  l'attenzione 
degli  austriaci^,  e  fecero  benedire  con  insolita  pompa  nella 
chiesa  della  Trinità  le  nuove  bandiere  dei  reggimenti  di  Toledo 
e  di  Lombardia.  E  intanto  spingevano  in  avanguardia  nel  ca- 
sale di  Sigola  trecento  moschettieri  e  centocinquanta  fanti, 
sbarrandone  subito  dopo  con  tre  impedimenti  la  strada. 


il  duca  generale  loro  comandò  la  taglia  immediata  di  diecimila 


scudi,  annunziando  insieme  incendio  e  sacco  se  alla  sua  impo- 
sizione non  si  fosse  tosto  obbedito.  Non  si  smarrì  d'animo  il 
marchese  Antonio  Trecchi,  signore  di  Maleo ;  e  com'egli  non 
poteva,  colto  all'impensata,  disporre  di  tanta  pecunia,  mosse 
intorno  a  richiederla  dai  più  ricchi  del  luogo.  L'incetta  fu  me- 
schina, e  gli  stremiti  borghigiani,  ben  sapendo  che  il  duca 
spagnolo  era  tal  uomo  da  accompagnare  alle  parole  i  fatti,  si 


L'arco  di  Maleo. 


2o8 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


diressero  supplici  e  piangenti  al  marchese  perchè  da  così  gran 
pena  li  sollevasse.  Al  generoso  gentiluomo  lombardo  non  sa 
rifiutare  il  duca  di  Vialba  la  chiesta  proroga  di  un  dì  al  sod- 
disfacimento dell'iniquo  balzello;  sì  che  per  Adda  e  Po  il  Trecchi 
è  a  Cremona.  Raduna  in  palazzo  quanto  denaro,  gemme  e  pre- 
ziosi possiede;  e  il  giorno  appresso  tutto  consegna  all'ingordo 
generale.  Costui  da  prima  respinge  il  valsente,  perchè  appena 
di  duemila  scudi  ;  ma,  paventando  una  repentina  mossa  austriaca, 
si  induce  poi  alla  accettazione,  e  di  sè  e  de'  suoi  soldati  libera 
immediatamente  Maleo. 

Di  questo  fatto  —  che  torna  indubbiamente  a  grande  onore 
del  marchese  Antonio  Trecchi  —  espressergli  quelli  di  Maleo 
gratitudine  viva,  e  qualcuno  fu  anche  d'avviso  che  a  ram- 
memorare il  munifico  dono  si  erigesse,  secolare  testimone, 
il  grande  arco  verso  Codogno  che  tuttodì  si  vede.  Questo  è 
pure  tramandato  a  mezzo  di  una  lunga  epigrafe,  dipintavi  nel 
recènte  restauro  (1883).  Ma  —  senza  venir  meno  all'ossequio 
dovuto  ad  un  benefattore  insigne  ed  al  rispetto  per  un'alta 
compiacenza  domestica,  del  pari  lodevole  —  non  pare  abbia  ad 
essere  inopportuno  il  voto  di  chi  ama  la  fedeltà  storica  alle 
memorie  paesane,  che  il  dente  edace  del  tempo  e  le  vicende 
della  temperie  stendano  il  velo  dell'oblio  su  quella  iscrizione. 

Sorge  bensì  in  onor  dei  Trecchi  l'arco  di  Maleo,  ma  ciò 
avvenne  circa  sessant'  anni  prima,  quando  il  marchese  Manfredo 
Trecchi  acquistò  il  borgo  coi  diritti  inerenti,  allontanando  altri 
aspiranti  forestieri  (18  luglio  1685)^  e  provocando  così  la  pu- 
blica  riconoscenza  onde  l'arco  originò. 

.  * 

Gli  austriaci,  sotto  gli  ordini  del  generale  Braun,  dal  Cremo- 
nese muovevano  a  sbrattare  dai  franco-ispani  il  contado  di  Lodi  ; 
e  come  Codogno  si  presentava  quale  prima  meta  nella  opera- 
zione militare,  così  dal  forte  di  Pizzighettone  dipartivansi  i 
generali  Berenclau,  Kimering,  e  Roth,  disponendo  di  tre  bat- 
taglioni preceduti  da  seicento  croati  e  da  trecento  ussari  dello 
Spreker  (17  marzo  1746). 

Pervennero  così  a  Sigola,  feudo  dei  conti  Vaini.  Per  due  ore 
vivissima  si  combattè  la  mischia,  e  l'armi  di  Spagna,  schiac- 
ciate dall'urto,  scamparono  a  Codogno,  dove  i  loro  commilitoni, 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


209 


atterriti  dalla  ritirata  precipitosa,  e  pensando  d'aver  di  fronte 
un  esercito  formidabile  per  numero,  levaron  le  tende,  ed  a  loro 
volta  fuggirono  verso  Piacenza,  travolgendo  seco  i  quattro  reg- 
gimenti del  duca  di  Carambula,  che  da  Fombio  s'avviava  in 
rinforzo  per  Codogno;  e  tutti  ripararono  nella  città  fòrte  al  di 
là  del  Po. 

Ebbero  gli  austriaci  nel  fatto  di  Sigola  soltanto  cinque  morti 
e  dodici  feriti  ;  molto  maggiori  furono  le  perdite  degli  spagnoli, 
quantunque  favoriti  nella  fuga  dalla  notte  cadente. 

Le  forze  d'Austria  avevano  in  Codogno  fatto  quartier  gene- 
rale, ed  il  Goldaniga  ne  ricorda  le  sfilate  di  parata  davanti  alla 
collegiale.  Da  qui  le  armi  loro,  con  fortunati  badalucchi,  si 
spinsero  e  a  Lodi  e  verso  Pavia,  così  che  l' infante  don  Filippo 
di  Borbone  partì  precipitosamente  di  notte  da  Milano  (19  marzo), 
tentando  ricongiungersi  pel  Ticino,  pel  Po  e  pel  Taro  al  grosso 
dei  trentamila  spagnoli;  e  di  fronte  a  Piacenza,  essi  gittavano 
un  ampio  ponte  in  chiatte,  cui  soccorreva  sulla  sponda  sinistra, 
alla  Ca  Rossa,  un  acconcio  fortino  (6  aprile). 

Da  Codogno,  intanto,  gli  austriaci,  volendo  procedere  verso 
Piacenza,  decisero  di  condursi  presso  Fombio,  dove  li  aspet- 
tava l'apparecchiato  campo.  Per  ciò  rimunirono  i  canali  interce- 
denti degli  opportuni  pontili,  già  tolti  per  lo  avanzarsi  degli 
spagnoli,  e  liberarono  il  cammino  dalle  barricate  prima  erettevi. 
Subodorando  gli  spagnoli  in  Piacenza  lo  avvicinarsi  dei  cesarei, 
mossero  di  celato,  con  finta  mossa,  in  ben  diecimila,  per  Co- 
dogno, obbedendo  al  generale  principe  Pignatelli  (6  maggio). 

Mancava  in  Codogno  il  conte  Platz,  comandante  austriaco; 
ed  i  suoi  cinquemila  militi,  sotto  gli  ordini  dei  generali  Cross 
e  Cavriani  stavano  manovrando  presso  il  castello.  La  zuffa  si 
accese;  ma  ebbero  buon  gioco  gli  spagnoli,  che,  sorpresi  i  posti 
avanzati,  si  impadronirono  a  punta  di  baionetta  dei  capi  delle 
strade.  Perdurò  due  ore  il  cannoneggiamento  ;  ma  buona  parte 
degli  assaliti  non  resistè,  ritirandosi  quasi  tosto  alla  volta  di 
Pizzighettone  e  di  Lodi,  scompigliati  com'erano,  abbandonando 
le  artiglierie. 

Tennero  fermo  i  rimasti,  battagliando  vivamente  per  le  vie, 
uccidendo  due  donne  e  ferendo  un  uomo  del  popolo.  Case  e 
Codogno  e  il  suo  territorio ,  ecc.  —  //.  42 


2  IO 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


conventi  furono  ricetto  ai  perseguiti,  due  battaglioni  dei  quali 
ripararono  nel  palazzo  Folli.  Indarno  per  ben  quattr' ore  resi- 
stettero, fin  che  si  dieder  prigione. 

Per  tre  dì  gli  spagnoli,  scemati  di  ben  seicento  dei  loro, 
tennero  il  borgo  ;  poi  rifecer  passo  a  Piacenza  con  opima  preda 
di  guerra  :  cinque  cannoni,  dieci  bandiere,  due  grandi  stendardi, 
due  mila  prigionieri  capitolati,  di  cui  mille  quattrocento  feriti, 
e  captivo  tra  gli  altri  il  generale  Cross.  Seguendo  poi  il  con- 
sueto talento,  si  condussero  dietro,  forzosamente  requisiti,  viveri 
abbondanti  e  numeroso  armento  di  buoi 

Se  n'erano  essi  appena  andati,  che  più  forti  di  numero  gli 
austriaci  tornavano  nel  borgo,  occupandolo  con  vigorosa  copia  di 
munizioni,  e  procedendo  oltre  col  generale  Roth,  al  campo  di 
Fombio,  per  meglio  rintuzzare  le  quotidiane  e  rapaci  scorrerie 
spagnole  a  spese  di  Codogno. 

Quella  mossa  risolveva  don  Filippo  ad  una  nuova  azione,  vo- 
lendo ad  ogni  costo  scacciare  gli  imperiali.  Ripassava  egli  il 
Po  con  tre  schiere,  varcava  la  Mortizza  improvvisandovi  un 
ponte,  faceva  suo  Santo  Stefano,  minacciando  le  spalle  au- 
striache a  Fombio  (28  maggio).  Due  giorni  dopo  Codogno  e 
Lodi  tornavano  in  potere  di  Spagna,  ed  a  Pizzighettone  si 
trinceravano  gli  austriaci,  che,  malgrado  le  vessazioni  nemiche, 
s'eran  levati  da  Fombio. 

Rapidamente  il  generalissimo  de  Cages  li  inseguiva,  erigendo 
a  Maleo  le  cune  rialzate  pei  cannoni,  e  battendo  Cera.  Degli  ozi 
forzati  suir  Adda  ricreavansi  i  capitani  supremi  in  Codogno, 
qui  ospiti  nel  palazzo  Trivulzio  ;  e  di  qui,  uoco  delle  opera- 
zioni militari,  irraggiavano  gli  ordini  e  le  disposizioni  nella 
zona  guerreggiata.  E  naturalmente  nella  esagitazione  degli  spiriti 
risentivano  i  borghigiani  lo  eccitamento  dell'ora  ed  a  lor  modo 
traevano  gli  oroscopi,  e  nei  crocchi  s'almanaccava  chi  avrebbe 
vinto.  Ma  se  si  avesse  dovuto  interrogare  gli  intimi  sentimenti, 
ben  poca  parte  vi  si  sarebbe  rinvenuta  di  entusiastico  voto  per 
il  successo  felice  di  questi  o  di  quegli  ;  chè  se  l' Austria  non 
esercitava  fascino  veruno  sulle  genti  nostre,  Spagna  e  Francia 
venivano  a  loro  volta  in  abborrimento ;  perocché,  da  qualunque 
banda  si  volgesse  l'occhio,  non  era  che  triste  e  funesto  lo  spet- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


2  11 


taccio  di  quella  loro  militaresca  signoria  che  seminava  dovunque 
il  disinganno  e  la  disperazione. 

Ma  nè  meno  poteva  durar  molto  nella  penosa  incertezza  sui 
moti  del  nemico  quella  fastosa,  per  quanto  ristretta,  corte  sol- 
datesca, che  i  regi  condottieri  avevano  estemporaneamente  rac- 
colta nel  borgo.  Spesseggiavano,  tosto  contraddette,  le  notizie;  si 
incalzavano  gli  avvisi  su  questo  o  quel  tentativo  ;  dovevano 
essere  pronti  a  tutto;  e  così,  in  varia  vicenda,  or  qui  or  là 
trasferi vansi ,  dove  più  l'urgenza  richiedeva  fosser  presenti  per 
rialzare  gli  spiriti  e  per  antivenire  gli  astuti  accorgimenti  del 
nemico. 

L' infante,  il  duca  di  Modena  ed  il  Maillebois  —  risaputo  che 
gli  austriaci  hanno  passato  il  Po  a  Parpanese,  ed  occupato 
Chignolo  e  San  Colombano  —  si  spingono  all' Ospitaletto  per 
tenerli  in  soggezione  (24  luglio);  ma  a  lor  volta  son  presi  alle 
terga  da  Pizzighettone,  che  spinge  le  sue  scorribande  contro  di 
essi  per  terra  e  per  barche  militari.  Tolgonsi,  quindi,  dalla 
sinistra  del  Lambro  (5  agosto),  tosto  valicato  dal  tedesco  a 
Sant'Angelo.  Maillebois  abbatte  i  ponti  sul  Lambro,  presso  la 
sua  foce  in  Po  ;  altri  due  ne  gitta  sul  gran  fiume  a  Corte 
Sant'Andrea,  di  fronte  a  Veratto  ed  al  Boscone,  ed  è  questo  il 
primo  passo  dell'esodo  da  Lombardia  della  potenza  di  Spagna. 
Nulla  vale  che  l' infante  raccolga  le  sue  forze  fra  Codogno  e 
Casalpusterlengo,  nè  che  le  appunti  a  S.  Francesco  di  Maleo 
per  tener  fronte  a  Pizzighettone.  I  fati  hanno  segnato  l' istante 
supremo,  e  dopo  tanti  e  tanta  sequela  di  trambusti,  di  miserie 
€  di  violenze,  Spagna  è  costretta  a  strappare  orifiammi  e  pen- 
doni dal  nostro  suolo  (5  agosto)  ed  a  trovare  nell' oltre  Po 
l'epilogo  delle  battaglie  di  San  Lazzaro  e  di  Rottofreno,  cruento 
fine  dei  fasti  e  dei  nefasti  iniziati  nella  storica  giornata  di  Pavia. 

Non  più  disertati  i  campi  dall'onda  dei  cavalli,  non  più  arsi 
gli  abituri  dalle  fiamme  dei  saccomanni,  non  più  disalveate  le 
acque  irriganti  per  rinforzo  di  manieri,  colla  usata  rassegna- 
zione aspettavano  i  nostri  maggiori  i  benefici  della  pace.  Già 
i  cuori  porgevano  azioni  di  grazie  a  Dio  e  lo  esaltavano  col- 
l'inno   d'Ambrogio    per   averli   finalmente   liberati    «da  quella 


212 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


buona  gentina  »  degli  spagnoli  ^  ;  mentre  ai  suoni  dell'  organa 
davan  risposta  letiziante  dal  castello  di  Lodi  i  mortaletti  avuti 
in  prestito  per  la  fausta  occasione.  E  per  quanto  ancora  vi 
fossero  «geniali»  o  spagnoleggianti ,  certo  tutta  Lombardia 
salutò  con  sincerità  profonda  la  fine  di  un  periodo  così  oppri- 
mente e  così  esiziale  a  tutte  le  manifestazioni,  non  pure  della 
libertà,  ma  della  vita  civile.  Il  trattato  d' Aquisgrana  ricono- 
sceva a  don  Filippo  di  Borbone  i  ducati  di  Parma,  Piacenza  e 
Guastalla,  e  sotto  lo  scettro  di  Maria  Teresa  veniva  raccolta 
tutta  Lombardia  (23  ottobre  1748). 

E  fu  gran  sorte  che  —  dissipati  alcuni  nembi  accompagnanti 
i  primi  anni  del  governo  imperiale  in  Lombardia  —  il  conte  di 
Kaunitz,  primo  ministro,  sollecitasse  a  prò  dei  lombardi  i  be- 
nefici della  pace  assicurata;  così  che  da  quel  momento  rifiorì 
il  paese  nostro  di  nuove  vigorie,  acquistò  l'amministrazione 
forme  regolari,  e  lentamente,  ma  in  modo  sicuro,  ci  riallietò 
quel  prisco  benessere  che,  nei  tumulti  di  guerra,  nelle  fami 
inclementi,  nelle  morie  spaventose,  pareva  per  sempre  dileguato. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


213 


NOTE  AL  CAPO  XLIX. 

'  Anselmo  Robba  -  Le  cose  del  militare  Ì7i  Lodi. 
Archivio  parochiale  di  Codogno. 

^  Fu  detto  e  ridetto,  scritto  e  ricopiato  che  quelle  duecento  ventuna 
forme  rappresentavano  un  peso  complessivo  di  trecento  sessanta  mila  libre, 
€  sembra  che  nessuno  sia  stato  colpito  dalla  enormità  di  questa  indica- 
zione. E  invece  da  osservarsi  che  per  rispondere  a  quel  peso  ogni  forma 
-civrebbe  dovuto  essere  di  odierni  chilogrammi  mille  e  duecento  cadauna 
in  media,  il  che  sarebbe  inaudito.  Se  poi  osserviamo  che  la  forma  oggi 
pesa  normalmente  dai  venti  ai  sessanta  chilogrammi,  dobbiamo  accettare 
<:on  moha  riserva  anche  la  riduzione  di  un  decimo  del  peso  totale  su  ac- 
cennato ;  poiché,  pur  tenendo  buona  la  cifra  di  trentasei  mila  libre,  una 
forma  avrei )be  avuto  il  peso  mediano  di  centoventi  chilogrammi. 

'  Alcune  nuovissime  cronistorie,  scambiando  di  persona,  attribuiscono  a 
Vittorio  Amedeo  III  la  parte  del  padre  suo  Carlo  Emanuele  III  nella  im- 
presa di  Lombardia.  Basti  il  ricordare  —  a  rettifica  dell'  errore  —  che  Carlo 
Emanuele  III  fu  gran  capitano  e  partecipò  a  tutte  le  guerre  del  suo 
tempo  (1701-1773),  e  che  Vittorio  Amedeo  III  (1726-1796)  soltanto  a  di- 
<^iotto  anni  fece  la  sua  prima  campagna,  di  fianco  al  padre  suo. 

Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno. 

*  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  1821. 

'  Lodovico  Antonio  Muratori  -  Annali  d' Ltalia. 

■*  Anselmo  Robba  -  Le  cose  del  militare  in  Lodi. 


CAPO  L. 


La.  riforma  del  comune  codognese  —  Una  diceria  e  una  satira  sconcia  — 
Benefico  risveglio  —  Il  nuovo  censimento  delle  terre  —  Nuove  riforme 
comunali  a  Codogno,  Casalpusterlengo,  Maleo  e  Castione  —  Il  pretorio 
codognese  —  Le  giudicature  —  L'incendio  dell'archivio  connmale  di 
Codogno  —  11  culto  dell'Immacolata  —  Visite  illustri. 


oll' indole  nuova  che,  per  la  rimozione  del  potere 
feudale,  assumeva  la  comunità  codognese,  questa 
abbisognava  di  più  semplici  congegni,  affinchè  più 
pronti  e  più  rapidi  riescissero  i  suoi  provvedimenti. 


E  siccome  soverchia  parve  la  falange  dei  legiferatori  del  co- 
mune, così  —  non  ancora  paghi  alle  modificazioni  apportate 
lungo  il  secolo  XVII  al  patrio  consiglio  —  i  codognesi  sotto- 
posero al  magistrato  politico  di  Milano  una  generale  riforma 
del  corpo  e  dei  regolamenti  municipali. 

La  serietà  della  proposta  trovò  vivo  favore  presso  il  governo, 
e,  poco  dopo  la  sottomissione  del  rinnovamento,  ne  giunse  nella 
forma  più  ampia  e  migliore  la  approvazione  (i  gennaio  1693). 

Furon  ridotti  i  consiglieri  a  quaranta  ed  a  sei  i  deputati.  Tutti 
dovevano  impreteribilmente  aver  avuti  i  natali  in  Codogno,  ed 
esserne  pure  originari.  Imposta  la  diligenza  ai  «  convocati  »  e 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


215 


paragonate  a  colpa  le  assenze.  Per  ciascuna  di  queste  che  scu- 
sata non  fosse,  erano  dodici  lire  di  multa  al  consigliere,  se 
appartenente  all'ordine  dei  ricchi,  sei  se  all'ordine  dei  poveri. 
Prima  ancora  della  preghiera  introduttoria,  era  prescritta  la 
«  recita  ad  alta  voce  »  dei  consiglieri  ;  pei  mancanti  non  iscusati 
nell'adunanza  la  irrogazione  dell'ammenda  non  ammetteva  ecce- 
zioni, e  l'annotazione  nel  «  quinternetto  del  tesoriere»  costituiva 
titolo  esecutivo  pel  pagamento.  Veniva  insieme  limitata  la  com- 
petenza, pel  passato  maggiore,  dei  deputati,  dei  quali  nessuna 
decisione  consideravasi  valida  senza  l' intervento  di  quattro  fra  i 
maggiori  estimati  del  borgo  ;  e  la  elezione  di  questi  e  di  quelli 
fatta  dal  consiglio  generale  ogni  anno,  colla  scelta  di  persone 
rispondenti  alle  esigenze  regolamentari  che  loro  imponevano 
molteplici  incompatibilità. 

L'ottenuto  riscatto  rinvigorì  negli  ascendenti  nostri  non  solo 
la  coscienza  dei  propri  diritti  comunali,  ma  accrebbe  altresì  le 
speranze  in  più  luminoso  e  meritato  avvenire.  Non  ci  par  quindi 
nè  bizzarro  nè  strano  che  li  movesse  qualche  ambiziosa  brama 
ad  onorificenze  future;  e  forse  è  dipeso  da  ciò  se  ad  alcuno 
piacque  asserire  ch'essi  chiedessero  a  re  Filippo  V,  la  procla- 
mazione a  città  del  loro  borgo. 

Passava  egli  da  Codogno  (5  ottobre  1702),  venendo  dal  Mo- 
denese; ed  i  nostri  reggitori  si  condussero  a  lui  in  fastosa 
visita  di  sudditanza,  largamente  donandolo  di  derrate  terriere 
in  cui  facevan  bella  mostra  gustosissime  forme  di  cacio,  olle  di 
vino  ghiacciato,  rubicondi  salati  a  dozzine,  e  canestre  ricolme 
di  mele  cotogne.  Perfino  le  donne  curiosamente  intervenute  al 
ricevimento  furono  ammesse  al  baciamano  regale. 

Della  presunta  richiesta  non  si  hanno  —  che  si  sappia  a  Co- 
dogno—  documenti  di  sorta;  i  cronachisti  anche  contemporanei 
riferiscono  la  cosa  come  una  vulgar  diceria,  e  soltanto  una 
sucida  celia  sotto  forma  di  sonetto  caudato  esiste  nella  biblioteca 
comunale  di  Lodi,  di  penna  lodigiana,  stillante  il  «  sapor  di 
forte  agrume»  che  sempre  fluì,  nei  passati  giorni,  dall' Eghez- 
zone,  quantunque  volte  esso  si  trovò  di  fronte  a  questa  nostra 
^  terra,  modestissima  ma  a  contraggenio  d'alcuni  prospera  ed 
invidiata. 


2l6  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Il  soffio  ricreatore  —  che  anche  su  Lombardia  spirava  da 
Vienna  —  agitò  gli  spiriti  di  più  vivi  desideri.  Tutto,  appariva  di 
vantaggiosa  e  facile  conquista  in  quell'aurora  onde  il  governo 
di  Maria  Teresa  pareva  si  circonfondesse;  così  che  dovunque 
si  diressero  le  energie  dei  volenti  a  mutar  tutto  in  meglio. 

Ai  quali  —  per  una  fortuna  che  parrebbe  anomalia  nel  con- 
sorzio dell'evo  —  andava  incontro  con  mano  poderosamente 
amica  lo  stesso  governo,  in  ogni  branca  delle  umane  esplica- 
zioni. L'ingegno  facevasi  rifiorire  nelle  academie,  non  piti  vacue 
e  tronfie,  ma  produttrici  di  opere  d'arte  eletta  e  di  scienza 
profonda;  si  sopprimeva  il  vieto  privilegio;  la  giustizia  rialzava 
il  suo  delubro,  e  la  sapienza  economica  si  fondeva  in  una  retta 
amministrazione  colla  filosofia  pratica. 

Sopra  tutto  la  terra  si  redimeva;  non  più  preda  alle  voglie 
dei  conquistatori  che  per  sè  1'  usufruivano  col  sudore  dei  captivi 
di  guerra,  o  perduta  nella  vastità  patrimoniale  dei  ricchi  prelati 
a  cui  non  bastavan  le  braccia  servili  ;  non  più  esagitata  da  ma- 
nipoli in  armi,  da  saccheggi  e  devastazioni  di  masnade,  fossero 
quelle  imperiali  o  signoriali  ;  nè  rapinata  dalla  ingorda  avidità 
straniera  affamatrice  di  genti  sul  suolo  che  ad  esse  aveva  sempre 
ministrata  la  vita. 

Così,  dalla  terra  si  dipartì  il  concetto  ricreatore  del  governo 
imperiale,  intimamente  convinto  che  il  ritorno  di  essa  a  fun- 
zioni normali  significasse  l'incrollabile  fondamento  di  tutto  il 
nuovo  edificio. 

Il  censimento  del  Milanese  —  compiuto  sotto  la  domina- 
zione spagnola  (1552)  —  ofieriva  il  corpo  topografico  del  Lodi- 
giano  rurale  in  pertiche  novecentosessantasei  mila  e  ventuno, 
ventidue  tavole  e  tre  piedi  ;  ma  la  misura  non  corrispondeva  a 
realtà,  poiché  —  secondo  scrisse  Carlo  Girolamo  Cavazzo  della 
Somaglia  —  eran  state  preterite  nel  compartito  non  poche  zone 
montuose  o  possedute  dai  signori  feudali  o  dall'alto  clero,  su 
cui  non  doveva  gravare  e  non  gravò  imposta  di  sorta.  A  cor- 
reggere queste  vecchie  risultanti  intervenne  il  compartimento 
nuovo,  principiato  dalla  giunta  istituita  da  Carlo  VI  (7  settembre 
1718),  interrotto  per  vicissitudini  guerresche  (1733)  e  finalmente 


NELLA  CRONACA  E   NELLA  STORIA 


ripreso  dalla  giunta  stessa  per  dispaccio  dell'imperatrice  (19 
luglio  1749).  L'estensione  del  contado  emergente  da  questo 
secondo  estimo  fa  ascendere  il  perticato  alla  somma  di  un  mi- 
lione trentotto  mila  ottantaquattro  e  tavole  quattro.  Erano  stati 
eletti  a  sindaci  legali  per  la  provincia  di  Lodi  Domenico  Grazioli 
di  Codogno  e  Pietro  Francesco  Folletti  di  Casalpusterlengo  (1721). 

Non  bisogna  credere,  per  altro,  alla  esattezza  matematica  di 
questo  secondo  calcolo  ;  i  tempi  non  permettevano  ancora  una 
rigorosa  e  assoluta  applicazione  dell'  estimo  a  tutti  i  fondi  di 
pertinenza  chiesastica;  tanto  che  il  testo  della  riforma  cui  rife- 
rivansi  gli  ordinamenti  teresiani  è  accompagnato  da  prudenti 
osservazioni  sulla  necessità  tuttavia  impellente  di  delineare  in 
«  stati  separati  »  quei  beni  di  collegialità  religiose  mai  prima 
d'allora  contemplati  nelle  antiche  provvisioni. 

Senza  profonderci  in  ispeciali  disamine  è  d'uopo  limitarci  ad 
una  precipua  considerazione  :  che  l' imperatrice  regina  edificava 
sui  criteri  dell'estimo  lombardo,  poco  prima  compiuto,  la  grande 
innovazione  degli  istituti  municipali;  e  con  illuminata  prudenza 
non  assoggettava  tutti  i  comuni  alle  identiche  discipline — con- 
cetto posteriore  che  fu  imposto  dalla  rivoluzione  francese  —  ma 
sì  invece  adattava  i  regolamenti  de'  municipi  singolarmente,  caso 
per  caso,  a  seconda  che  parlavano  nella  loro  persuasiva  elo- 
quenza i  dati  finanziari  e  demografici  del  compartito. 

Ed  una  dolorosa  ma  necessaria  prova  se  ne  ebbe  allorché, 
per  coprire  il  deficit  del  Lodigiano,  furon  tassati  i  mercanti 
di  Codogno  in  lire  sessanta  mila,  e  quei  di  Casale  in  lire  ven- 
ticinque mila  (1762). 

Basta  gittar  gli  occhi  sulle  provvisioni  che  traducono  in  legge 
la  riforma  dei  quattro  comuni  più  importanti  de)  nostro  ter- 
ritorio, pretermettendo,  per  parte  nostra,  le  modificazioni  degli 
altri  comunelli  che  —  o  staccandosi  o  fondendosi,  in  tutto  o 
in  parte,  coi  finitimi  —  andavano  acconciandosi  al  movimento 
evolutivo  impresso  agli  stati  di  Maria  Teresa. 

Le  costituzioni  tutte  dei  comuni  dello  stato  hanno  riferimento 
alla  riforma  generale  del  30  dicembre  1755.  Però,  come  abba- 
^  stanza  sensibili  riscontriamo  alcune  diversità  nell'ordinamento 
•dei  quattro  su  accennati  maggiori  comuni,  così  ci  sembra  op- 


2l8 


portuno  rilevarne  le  più  importanti.  Intanto  è  a  notarsi  che  la 
riforma  si  afferma  fondata  —  come  abbiam  detto  —  sui  criteri 
dell'estimo,  ma  il  numero  dei  consiglieri  e  dei  deputati  varia 
secondo  i  luoghi. 

Codogno  ha  ventiquattro  consiglieri,  di  cui  sedici  di  primo 
estimo  (almeno  mille  scudi),  otto  di  secondo  estimo  (cinquecento 
scudi)  e  sei  deputati  ;  e  cade  in  acconcio  osservare  che  tanto  la  in- 
duzione quanto  la  deduzione  dell'estimo  per  la  capacità  di  nomina 
è  in  dipendenza  perfetta  dalle  risultanze  dell'ultimo  censimento. 

La  formazione  del  consiglio  di  Codogno  segue  indicazioni 
particolari.  Si  stabilisce  che  se  il  consiglio  attuale  riconosce, 
giusta  la  regola  dell'estimo,  che  i  suoi  membri  abbiano  la 
idoneità  al  nuovo  oficio,  siano  a  preferirsi  nella  nomina;  se 
invece  i  capaci  a  restare  oltrepassino  le  cifre  segnate  per  le 
due  classi  d'estimo,  debbano  ricjursi,  a  mezzo  di  voto  secreto, 
al  numero  legale  di  ventiquattro;  se,  invece,  non  lo  raggiun- 
gono, siano  senz'altro  compresi  tutti  nel  nuovo  consiglio,  il  quale 
nella  successiva  adunanza  si  compirà  sulle  norme  generali  che 
regolano  la  nomina  dei  primi  estimati.  Inoltre  il  consiglio  co- 
dognese  sceglierà  dodici  aggiunti  cui  spetterà  il  diritto  di  membri 
consulenti  in  materia  d'imposte;  fermo  stante,  per  altro,  che, 
o  quali  consiglieri  o  quali  aggiunti,  i  tre  maggiori  estimati  del 
luogo  debbano  far  parte  del  consiglio.  Di  questi  e  di  quelli  sia 
l'oficio  vitalizio,  se  non  ne  divengano  incapaci  per  diminuzione 
di  censo  o  di  mente. 

Con  un  procedimento  differente  si  eleggono  i  diciotto  con- 
siglieri di  Casalpusterlengo  :  dei  quali  i  tre  estimi  graduati  (di 
scudi  due  mila,  mila,  e  cinquecento)  determinano  la  nomina, 
per  ogni  terzo  di  consiglio,  fatta  da  un  convocato  dei  venti- 
quattro primi  estimati  del  comune.  I  tre  deputati  annuali  non 
hanno  voto. 

Maleo  ha  quattordici  consiglieri  :  otto  di  primo  estimo  (mille 
scudi),  sei  di  secondo  (cinquecento  scudi).  Di  essi  due  possono 
anche  non  risiedere  nel  territorio  comunale,  ma  hanno  il  diritto 
di  farsi  rappresentare  da  un  delegato  di  loro  fiducia,  purché 
risiedente  in  luogo  e  che  abbia  «  in  testa  propria  »  non  meno 
di  duecento  scudi  di  estimo. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


219 


Castione  elegge  nella  forma  di  Codogno  i  suoi  dodici  consi- 
glieri, otto  di  primo  estimo  (mille  scudi)  e  quattro  di  secondo 
(quattrocento  scudi),  ed  ha  tre  deputati.  Ad  essi  vanno  aggiunti 
otto  estimati  per  l'elezione  ex  novo,  ed  altri  sei  estimati  sono 
chiamati  ad  interloquire  ogni  qual  volta  trattisi  di  imposizioni 
fiscali.  Qui  sono  multati  di  sei  lire  per  ogni  seduta  i  consiglieri 
assenti  senza  giustificazione,  ed  a  Maleo  la  multa  è  di  soldi 
venti  milanesi,  in  un  luogo  e  nell'altro  devolvendosi  essa  a 
beneficio  dei  componenti  il  consiglio  più  assidui  prò  rata.  A 
Codogno  la  ammenda  è  di  dodici  lire,  di  cui  beneficia  la  cassa 
del  comune. 

Le  norme  logiche  e  precise  che,  giusta  l'ordinamento  dei 
nuovi  comuni,  fissava  il  dispaccio  imperiale,  fra  i  moki  altri 
conseguirono  anche  questo  provvido  intento:  di  separare  dalla 
giurisdizione  del  comune,  sottentrata  già  a  quella  del  feudo, 
la  distribuzione  della  giustizia.  L'aveva  ministrata  per  secoli 
il  pretore  feudale;  la  rendeva,  nei  minimi  gradi  anche  il  ma- 
gistrato potestariale  ;  ma  giunse  l'ora  in  cui  la  regia  camera 
tutto  a  sè  avocò  il  ministero  del  giudizio  civile  e  penale,  che 
si  resero  nel  solo  nome  del  sovrano  e  che  costituirono  così 
l'embrione  di  quello  che,  sotto  il  nome  di  giudiziario,  è  oggi 
salito  fra  i  poteri  supremi  della  nazione. 

E  difatti  bella  ed  interessante  la  pagina  del  pretorio  codo- 
gnese,  e  noi  l'abbiamo  scorsa  fugacemente.  Persona  viva  e 
vitale  ci  si  offrì  il  pretore  nei  folti  momenti  della  feudale  ri- 
vendicazione ;  alta  e  sicura  la  sua  voce  echeggiò  in  retribuire 
a  ciascuno  il  suo  a  nome  del  comune,  reduce  alla  sua  vecchia 
potestà;  lo  vedemmo  circondato  di  simpatie  e  di  guarentigie 
solenni,  allor  che  l' opera  sua  doveva  concordare,  coi  diritti  dei 
cittadini,  quelli  dello  stato;  infine  sulla  scomparsa  e  prona  pre- 
toria feudale,  volle  e  seppe  Codogno  nostro  innestare  il  ga- 
gliardo tallone  d'una  pianta  nova,  che,  pur  sorta  da  regio  seme, 
doveva  anzi  tutto  raccogliere  e  proteggere  sotto  l'egida  sua  i 
nostri  compaesani. 

Cessata  la  feudalità  di  Casalpusterlengo  —  per  morte  di  Antonio 
Tolomeo  Trivulzio,  ultimo  di  sua  stirpe  (30  dicembre  1767)  —  la 


220 


CODOGNO   E  IL  SUO  TERRITORIO 


camera  ducale  non  vi  collocò  il  pretore  regio  in  sostituzione 
dello  scomparso  feudale,  ma  invece  ne  sottopose  il  territorio 
alla  giurisdizione  del  regio  pretore  di  Codogno,  che  vi  ebbe 
autorità  di  giudice  sino  al  1807. 

L'accresciuta  giusdicenza  di  Codogno  vieppiù  si  svolse  e  finì 
per  allargarsi  ad  una  imponente  estensione.  Una  risoluzione 
sovrana  sottoponeva  alla  competenza  pretoriale  del  nostro  borgo 
quarantadue  comuni  formanti  nove  delegazioni,  con  ventotto 
parodile,  spingendola  fino  a  Secugnago,  a  Vittadone,  a  Mele- 
gnanello,  a  Turano,  eccettuandosi  quelli,  rimasti  feudali,  di 
Sant'Angelo,  di  San  Colombano  e  d'Orio  (18  giugno  1774). 
Al  proclamarsi  della  Cisalpina,  vennero  poi  in  giurisdizione  di 
Codogno  anche  i  paesi  della  lunga  del  Po  (9  luglio  1797),  da 
quasi  sei  secoli  pertinenti  al  Piacentino.  In  questa  guisa  due 
pretori  regi  soltanto  dividevansi  il  Lodigiano. 

L'aumento  della  competenza  recava  necessariamente  seco  anche 
quello  delle  criminalità  represse  e  delle  case  di  pena,  tanto  che 
due  lapidi  furono  apposte  a  perpetuare  la  memoria  di  quello 
esampliamento:  la  prima  sulla  torre  delle  carceri  (i 774)  * ,  l'altra 
sulla  scala  del  pretorio  (1786)  —  ora  caserma  dei  carabinieri  — 
dove  esiste  tuttora 

La  pretura  costituivasi  del  pretore,  di  un  suo  luogotenente  e 
del  cancelliere;  l'esecuzione  dell' oficio  contava  un  protocollista 
degli  esibiti  tanto  civili  che  criminali  ed  un  aggiunto;  un 
attuaro  processante  ed  un  aggiunto  disimpegnavano  il  ministero 
dell'  usciere. 

Il  primo  pretore  della  larga  circoscrizione  fu  il  conte  Giovanni 
Battista  Porro,  feudatario  di  Santa  Maria  della  Bicocca,  escito 
dal  ramo  domestico  di  Incino  Olona  (9  luglio  i774)-  Nel 
volgersi  di  un  dodicennio  sei  pretori  si  successero  :  don  Fran- 
cesco Landreani,  milanese  (1777),  il  marchese  Antonio  Olivazzi 
(1779),  don  Gerolamo  Calcaprina  (1780),  don  Curzio  Cauzzi 
Pozzi  (1783),  e  don  Gian  Fedele  Alfieri  (1786);  ed  era 
così  viva  in  quei  nostri  magistrati  giudiziari  la  coscienza 
della  loro  dignità  che  uno  di  essi,  il  Calcaprina,  provocò  dal 
conte  di  Firmian,  ministro  austriaco,  l'ordine  al  cancelliere  del 
comune  di  rimettere  in  vigore  la  consuetudine  dello  accompa- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


221 


gnamento  d'onore  dei  deputati  alla  persona  del  pretore,  allor 
che  questi  si  conduceva  dal  pretorio  al  comune  pei  convocati 
ed  alla  chiesa  per  le  cerimonie  di  rito  (5  giugno  1781). 

La  solerzia  del  governo,  elevando  a  maggior  dignità  il  foro 
criminale  di  Codogno,  non  poteva  trascurare  qual  centro  esso 
fosse  di  negoziazioni  e  di  contrattualità.  Il  perchè  colla  rinvi- 
gorita pretura  qui  volle  stabilita  la  regia  camera  dei  mercanti 
—  corrispondente  al  moderno  tribunale  di  commercio  —  la  quale 
giudicava  come  collegio  di  prima  istanza  ed  aveva  la  giu- 
risdizione intera  della  pretura.  La  costituivano  commercianti  e 
curiali  ;  dei  primi  quattro,  detti  abati,  e  tre  del  personale  giudi- 
ziario ;  un  assistente  legale,  un  protocollista  e  registratore  degli 
esibiti,  ed  un  protocollista  delle  sessioni. 

La  enorme  somma  degli  affari,  la  cui  risoluzione  dibattevasi 
e  risolvevasi  qui,  aveva  per  conseguenza  la  bizzarra  creazione 
di  un  piccolo  mondo  litigioso;  gli  uomini  di  toga,  di  tocco  e 
di  tabellione  non  iscarseggiavano  per  certo  negli  ambulatori 
del  nostro  pretorio;  e,  ad  esempio,  nel  1790  si  contavano 
residenti  in  Codogno  sei  notari,  un  avvocato  ed  undici  pa- 
trocinatori, di  cui  dieci  con  laurea  dottorale. 

E  facile  comprendere  che  la  numerosa  falange  di  queste  per- 
sone magistratali  rispondeva  alle  molte  bisogna  ed  era  tenuta 
per  ciò  in  grande  e  meritata  considerazione;  mentre  della  stessa 
fiducia  e  riverenza  godevan  i  mercanti  giudici.  Ed  allor  che  il 
convocato  '  generale  di  Codogno  nominò  il  suo  rappresentante 
alla  famosa  consulta  costituente  di  Lione,  lo  scelse  in  persona 
di  Gaetano  Bignami,  uno  fra  gli  abati  della  camera  mercantile 
(16  novembre  1801).  E  il  modesto  negoziante  sedette  nelle  grandi 
assise  lionesi  fra  i  quattrocentocinquanta  convenuti,  al  conspetto 
del  primo  console  fiancheggiato  dal  Tayllerand  e  dal  Melzi,  e 
tra  uomini  che  si  chiamavano  Barnaba  Oriani,  Alessandro  Volta, 
Antonio  Cagnoli,  Giuseppe  Bossi  e  Giuseppe  Longhi. 

I  nuovi  ordinamenti  politici  ed  amministrativi  applicati  in 
^Lombardia  dalla  Cisalpina  e  dall'impero  produssero  alcuni  ra- 
dicali mutamenti,  quali  l'istituzione  del  maire  —  in  Italia  detto 


222  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


potestà  all'antica  —  con  attribuzioni  più  late  anche  politiche  sulle 
antecedenti  dei  capicomune.  Il  primo  della  serie  a  Codogno 
fu  Giovanni  Folli,  nominato  direttamente  dal  viceré  Eugenio 
Beauharnais  (12  agosto  1808).  11  secondo  Carlo  Giuseppe  Gra- 
zioli (i  luglio  18 II). 

Per  le  modificazioni  alla  giurisdizione  forense,  Casalpuster- 
lengo  cessò  di  obbedire  al  regio  foro  pretoriale  di  Codogno 
(13  ottobre  1807),  e  diventò  sede  di  una  giudicatura  di  pace 
di  seconda  classe.  Il  Monti  nota  che  ciò  avvenne  «  con  somma 
allegrezza  »  di  quella  popolazione,  espressione  umana  di  quei 
tristi  ma  storici  antagonismi  contro  i  quali  lo  stesso  Monti, 
chiudendo  la  sua  ultima  compilazione  di  cronache,  scriveva 
fraterne  e  generose  parole  ^.  Alla  giudicatura  di  Casale  si  asse- 
gnava un  distretto  di  ventitre  mila  persone. 

La  regia  pretura  codognese  decadeva  per  legge,  diventando 
giudicatura  di  pace,  ad  essa  preponendosi  il  titolare  avvocato 
Cesare  Dansi  ;  il  quale  iniziava  le  proprie  funzioni  ricevendo  la 
prestazione  di  giuramento  dai  suoi  ofìciali  (14  ottobre).  E  tras- 
sero lor  corso  regolare,  fin  che  durò  il  regime  francese,  le 
giudicature,  succedendo  in  quella  di  Codogno  al  Dansi  il  dottor 
Antonio  Cortese,  coli' assessorato  di  un  altro  oficiale  (10  feb- 
braio 18 12). 

Per  lo  sfacelo  napoleonico,  la  Lombardia  ridiventò  provincia 
austriaca,  e  le  costituzioni  comunali  si  rifoggiarono  alla  tere- 
siana.  L'imperatore  Francesco,  a  mezzo  del  suo  rappresentante 
Bellegarde  e  della  sua  consulta  di  governo  in  Milano,  diè  opera 
febbrile  a  rimanipolare  ogni  cosa  che  sapesse  di  F^rancia,  e  le 
giudicature  furono  condannate  a  cambiar  nome,  riprendendo 
quello  di  preture  (18 15).  Codogno  ebbene  una  di  seconda 
classe;  fino  a  che  essa  —  per  notificazione  del  governo,  obbli- 
gato a  riconoscere  l'importanza  del  luogo  —  fu  elevata  alla 
classe  prima  (185 1). 

Dobbiamo  ritenere  che  normali  ed  ordinati  corressero  i  rap- 
porti del  comune  di  Codogno  col  governo,  dopo  che  la  perso- 
nalità giuridica  di  questo  municipio  aveva  assunte  linee  cosi 
spiccate  in  virtù  della  imperiale  riforma.  Non  meno  ci  cruccia, 
per  altro,  la  deficienza  di  documenti  oficiali  i  quali  ci  condu- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


223 


-cano  attraverso  la  seconda  metà  dello  scorso  secolo,  cioè  a  dire 
sino  al  1772,  per  ciò  che  si  riferisce  allo  ingrandito  potere, 
alle  più  espanse  relazioni  ed  alla  maggior  vastità  della  giusdi- 
cenza  municipale.  La  maggior  parte  della  suppellettile  litterale 
di  quel  tratto  d' età  fu  distrutta  dal  grave  incendio  più  volte 
ricordato  (18  gennaio  1772). 

Sul  fare  della  notte  il  fuoco,  acceso  in  un  camino  della 
sala  dei  reggenti,  si  appiccò  all'attiguo  monte  che  racco- 
glieva le  segeti  pei  poveri;  e  tanto,  divampando,  s'allarga- 
rono le  fiamme,  che  ne  andarono  consunti  cento  sacchi  di 
frumento  e  tutte  le  più  antiche  carte  custodite  nell'archivio 
municipale.  L'elemento  distruttore  fu  domato  non  così  solleci- 
tamente, però,  da  non  rimpiangerne  le  iatture  prodotte.  Non 
mancarono  il  pretore,  Gian  Giuseppe  Marone,  di  accorrere  coi 
suoi  birri  per  conservar  l'ordine,  nè  il  prevosto  Forni,  esor- 
cizzante le  vampe  colla  reliquia  del  protettore  san  Biagio  ;  ed 
il  popolo  —  con  quella  rassegnata  filosofia  quasi  fatalistica,  che 
allora  specialmente  costituiva  la  sua  ingenua  semplicità  —  volle 
celebrato  lo  scampo  da  maggiore  sciagura  con  un  solenne  triduo 
alla  Immacolata. 

Senza  riassumere  la  secolare  cronaca  della  pia  credenza  cat- 
tolica in  Maria  Immacolata  —  che  scende  dai  padri  della  chiesa 
orientale  sino  alla  proclamazione  dogmatica  di  Pio  IX  —  torna 
acconcio  ricordare  che  la  Spagna  s'affrettò  di  trasferire  il  culto 
alla  «  tutta  pura  »  dal  suo  regno  nei  domini  italiani  del  mez- 
zogiorno e  del  settentrione.  Si  ode  in  tutte  le  chiese  il  mistero, 
si  giura  in  tutte  le  scuole  il  «  Sine  labe  »,  e  lo  stato  tien  fermo 
nei  decreti,  malgrado  le  proteste  dei  vescovi,  ributtanti  lo  in- 
gerirsi civile  in  religione;  e  dopo  i  diocesani  sono  i  padri  di 
S.  Domenico  che  si  oppongono  al  simbolo  nuovo  ;  protestano 
i  maestri,  dichiarando  menomata  la  libertà  didattica;  Roma, 
infine,  respinge  nei  governi  la  potestà  teologica. 

Ciò  non  ostante,  o  forse  appunto  per  questo,  la  adorazione 
novella  trovò  generale  ed  entusiastico  ricetto  nel  cuore  del  po- 
polo ;  essa  ebbe  regno  suddito  e  devoto,  ed  un  fervido  plebi- 
\ scito  collegò  città  e  campagne  nel  sacramento  di  fede,  giurato 
davanti  alla  sacra  imagine  calpestante  il  capo  del  maligno. 


224 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Il  comune  di  Codogno  acquistò  la  grande  statua  marmorea  della 
Immacolata,  che  dicesi  fosse  stata  sculta  per  una  chiesa  ligure, 
e  che,  qui  giunta,  richiamasse  a  luce  di  pensiero  un  Mozzanica 
demente  (167 1).  E  quando  si  adunarono  gli  incoli  del  basso 
Lodigiano  per  giurare  la  opinione  pia  nella  Concezione,  fu 
scelto  Godogno,  come  luogo  più  importante  della  plaga,  per  la 
celebrazione  della  cerimonia.  Diedero  sacramento  i  deputati  del 
comune,  al  momento  dell'evangelio  nella  messa  solenne,  e  sulla 
piazza  gran  folla  di  popolo  lo  ratificò  (6  giugno  1672).  L'ima- 
gine  dell'Avvocata  celeste  scelta  allora  dai  codognesi,  fu  dipinta 
sul  pieritto  di  mezzo  della  loggia  comunale  prospiciente  la 
chiesa,  e  durò  fino  al  recente  restauro  (1896). 

Non  è  a  dire  che  si  voglia  rilevare  il  decoro  e  la  fama  del 
borgo  nostro  per  ciò  solo  che  nel  corso  dei  secoli  uomini  po- 
tenti ed  illustri  vi  abbiano  dimorato  nei  loro  passaggi  per 
Lombardia  ;  però  à  certo  che  la  postura  a  cavaliere  della  strada 
fra  Milano  e  Cremona,  l'attiguità  al  passo  del  Po,  e  sopra 
tutto  l'aver  servito  di  scena  a  guerre  lunghe  e  micidiali,  con- 
dussero fra  noi"  a  legioni  cospicui  visitatori.  Qui  agi  di  abita- 
zioni e  comodità  di  residenza;  qui  luogo  insigne  del  ducato  e 
fatta  castrametazione  nei  giorni  guerreschi;  qui  indole  onesta- 
mente ospitale  di  abitatori,  fra  tutti  gli  altri  corregionari  assai 
inclini  e  proclivi  alla  affettuosa  gentilezza  dei  costumi. 

Come  per  incidenza  abbiamo  già  notati  i  passaggi  fra  noi  di 
incliti  personaggi,  così  non  vuol  essere  ora  trascurato  l'accenno 
alle  visite  nuove,  elemento  di  cronaca  locale  che  rialzava  nei 
tempi  il  carattere  peculiare  di  questo  buon  popolo  e  tornava 
di  conseguenza  —  particolarmente  per  le  cerimoniosità  di  allora  — 
decoroso  per  la  nostra  comunità. 

Passò,  venendo  da  Cremona  per  visitare  Piacenza,  Filippo 
d'Austria,  poco  più  che  ventenne  (18  giugno  155 0»  ^  cui  era 
serbata  cinque  anni  dopo  la  pesante  corona  sui  due  mondi. 
Varcava  il  Po  alla  Mezzana,  sur  un  ponte  espressamente  co- 
strutto dai  piacentini,  e  pochi  giorni  dopo  tornava  per  la  via 
di  Milano. 

Attraversano  il  nostro  territorio  gli  arciduchi  Rodolfo  ed 
Ernesto,  figli  di  Massimiliano  II.   Da  Piacenza  fanno  ad  essi 


NELLA   CRONACA  E  NELLA  STORIA 


22 


scorta  d'onore  il  duca  Ottavio  Farnese  e  i  patrizi  piacentini, 
conducendosi,  per  un  ponte  gittato  in  chiatte  sul  Po,  a  Fombio 
(27  dicembre  1563). 

Il  generoso  e  prode  don  Giovanni  d'Austria  transita,  prove- 
niente da  Lodi,  per  Piacenza,  ad  ossequiarvi  Maria  di  Portogallo, 
sposa  d' Alessando  Farnese.  Il  vincitore  di  Lepanto  col  drap- 
pello de'  suoi  cavalieri  aurati  s'incontra  alla  Mirandola,  confine 
estremo  del  Lodigiano,  col  duca  Alessandro,  suo  nepote,  circon- 
dato dalla  camera  de'  suoi  gentiluomini  (27  luglio  1574). 

Venendo  di  sua  patria,  trascorre  per  Codogno  la  nuova  regina 
spagnola  Margherita  d'Austria,  sposa  del  giovane  Filippo  III, 
e  diretta  a  Madrid  per  Milano  (26  novembre  1598). 

Tocca  le  Caselle  Laudi,  dove  pernotta  alloggiato  da  Nicolò, 
Galvano  e  Francesco  fratelli  Laudi,  il  cardinale  Maurizio  di 
Savoia  (4  giugno  1635).  Il  turbolento  porporato,  che  tanta  parte 
aveva  nei  dissidi  della  sua  casa,  si  reca  a  Modena  padrino  di 
un  neonato  del  duca  Francesco  d' Este  suo  nepote. 

Per  due  volte  è  in  Codogno  presso  il  palazzo  dei  Trivulzi 
—  non  più  feudatari  ma  sempre  magnifici  ospiti  — •  Elisabetta 
Cristina  principessa  di  Brunswich,  prima  nel  suo  viaggio  quale 
sposa  di  Carlo  III  re  di  Spagna  (25  maggio  1708);  poi  se- 
guendo in  Austria  il  consorte  (9  maggio  1713),  diventato  per 
le  sanzioni  prammatiche  Carlo  VI  imperator  d'Austria.  All'im- 
peratrice si  persolsero  in  Codogno  splendide  onoranze;  essa  era 
accompagnata  da  una  eletta  di  gentiluomini  milanesi  e  seguita 
da  stuoli  di  armati;  i  poveri  del  borgo,  dove  permorò  due  dì, 
ebbero  dalla  carità  di  lei  larga  copia  di  elemosine.  Soltanto  i 
piacentini,  per  divieto  del  loro  duca,  in  rotta  coli' imperatore, 
mancarono  a  quel  ricevimento  solenne,  certo  commentando  il 
capriccio  del  loro  signore,  che  poco  meno  di  due  anni  prima 
s'era  recato  a  complimentare  in  Secugnago  il  nuovo  Cesare 
(11  novembre  171 1).  Questi  era  passato  da  Codogno,  in  com- 
pagnia di  un  cardinale  a  latere  diretto  a  Vienna  da  Barcellona 
ed  i  codognesi  lo  avevano  accolto  fustibus  et  lanternis. 

Il  maresciallo  di  campo  austriaco  Giuseppe  Venceslao  prin- 
cipe di  Liechtenstein  giunge  in  Codogno  e  vi  dimora  nel  pa- 
lazzo Folli,  onusto  degli  allori  che  le  sue  forti  artiglierie  gli 
Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  //.  43 


226 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


hanno  dì  recente  procurato  sui  francesi  presso  Piacenza  (1737). 
Ed,  ospitato  nel  palazzo  Trivulzi  (26  maggio  1738),  soggiorna 
per  quasi  un  mese  fra  noi  anche  il  metropolita  milanese  conte 
Carlo  Gaetano  Stampa,  ed  in  quell'anno  la  processione  del 
Corpus  Domini  ha  importanza  eccezionale,  decorata  come  è  dalla 
sua  persona  di  celebrante.  Egli  è  in  aspettazione  dello  zuc- 
chetto cardinalizio,  e  quando  l'anno  successivo  si  sa  della  sua 
assunzione  al  principato  ecclesiastico  (8  marzo  1739),  e  che 
tutta  Milano  preparagli  una  festa  di  trionfo,  anche  Codogno 
dà  in  tutte  le  sue  campane  e  fa  brillare  una  luminaria,  dimo- 
strando così  il  suo  benevolo  ricordo  dell'ospite  gradito. 

Conducendosi  da  Milano  in  Toscana  col  marito  Francesco 
Stefano  di  Lorena,  nuovo  granduca,  Maria  Teresa,  ventiduenne 
e  sposa  da  tre  anni,  è  di  transito  a  Codogno  (8  maggio  1739). 
Alla  giovanetta  —  a  cui  la  sorte  riserba  una  schiera  di  sedici 
figliuoli  —  segue  in  seconda  luce  il  novello  signor  della  To- 
scana, e  sono  ancor  lungi  i  tempi  nei  quali  essa,  diventata 
imperatrice,  dirà  a  lui  di  «  non  mescolarsi  in  affari  di  cui  non 
si  intende  ». 

Visite  e  feste  militari  ricordano  di  nuovo  Maria  Teresa  ai  codo- 
gnesi  di  qualche  lustro  appresso.  Aveva  voluto  l'imperatrice  donare 
al  serenissimo  ereditario  di  Modena  Ercole  Rinaldo  il  decimo- 
terzo reggimento  cavalleria  già  Holly,  presidiante  in  Codogno. 
Quei  cavalleggeri  avevano  una  elegante  uniforme  a  mostre  bleu 
e  a  bottoni  bianchi.  L' immissione  in  possesso  del  reggimento 
nel  suo  nuovo  proprietario  si  compie  con  una  splendida  parata 
militare,  presenti  il  duca  di  Modena,  il  principe  ereditario  e  il 
generale  Lieden  (13  luglio  1756);  i  quali  —  albergando  presso  i 
Trivulzi  —  qui  rimangono  per  quattro  giorni.  Nel  dì  della  cerimonia 
marziale  i  principi  e  i  prelati  assistono  da  apposito  padiglione 
agli  esercizi  militari,  in  uno  dei  campi  della  strada  per  Casale. 

La  infante  di  Spagna  Maria  Luisa  avviata  da  Genova  pel 
Tirolo,  transita  per  Codogno  (26  luglio  1765),  fidanzata  a 
Leopoldo,  arciduca  d'Austria,  poi  imperatore,  e  pernotta  nel 
monastero  dell' Ospitaletto,  ossequiata  dal  vescovo  Andreani. 

E  prima  che  sorga  l'astro  rutilante  di  Napoleone  passa  e 
ripassa  frequentemente  tra  noi  la  pleiade  austriaca  degli  impe- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


227 


ratori,  dei  re  e  degli  arciduchi  ;  e  qui,  compiacentemente  e  lar- 
gamente donati,  soffermansi;  e  presenziano  alle  fatture  manuali 
delle  industrie  e  della  agricoltura;  e  lodano  le  iniziative  filan- 
tropiche paesane,  e  plaudono  all'incremento  artistico  che  nella 
nuova  era  teatrale  qui  si  annuncia  e  si  afferma  poderosamente. 

Varcata  la  Bormida,  il  generale  Bonaparte  annunzia  di  voler 
spoltrire  duecento  mila  italiani;  e,  vincendo  la  sorte  in  sedici 
combattimenti  difilati,  entra  trionfalmente  in  Milano  tenendo 
Lombardia  in  pugno  (15  maggio  1796). 

Come  fatale  e  fulminea  meteora  i  nostri  contadini  lo  scorgono 
passare  per  l'agro,  piccolo,  magro,  pallido,  ma  con  quell'occhio 
d'aquila  che  lo  Chateaubriand  dichiarava  degno  del  cielo. 

Lo  rivedono  i  codognesi  (10  giugno  1805),  non  più  ma- 
cilento e  segaligno  condottiero,  prudente  nel  consiglio  ed  audace 
nell'opera;  ma  impinguato  nelle  membra  e  glaciale  ed  altiero, 
e  già  ravvolto  nelle  spire  della  politica,  per  la  quale  fra  lo 
stupore  dell'universo  era  sceso  sul  suo  capo,  annuente  la  chiesa, 
quel  ferreo  serto  di  re  d'Italia  che  un  millennio  prima  aveva 
cinte  le  tempia  di  Carlo  Magno. 

Dopo  lui  (16  giugno)  passa  la  imperatrice  regina  Giusep- 
pina Tascher  de  la  Pagerie,  vedova  del  ghigliottinato  visconte 
di  Beauharnais,  bella  ma  frivola  creola,  che  sola  fra  le  donne 
ha  un  potere  indiscusso  sulla  mente  e  sul  cuore  del  più  grande 
fra  i  viventi. 

Waterloo  e  Sant'  Elena  spensero  il  corrusco  ma  cruento  astro 
napoleonico.  Lombardia  fu  data  ad  Austria,  e  l'imperatore  ed 
ed  i  suoi  luogotenenti  in  Italia  —  «  les  nègres  de  l' Autriche  »  *  — 
corsero  e  ripercorsero  in  grandi  gale  politiche  e  militari  le  vie 
dalla  capitale  del  regno  a  Mantova  ed  ai  ducati.  Fino  a  quando, 
al  raggio  dell'italico  sole,  rinverdirono  le  fronde  delle  nuove 
speranze,  e  non  più  si  aggravò  la  tristizia  del  giallo  e  del 
nero;  ma  rifulse  l'aurora  del  tricolore  con  Carlo  Alberto,  e  ne 
sfavillò  il  meriggio  con  Vittorio  Emanuele  e  con  Garibaldi. 


228 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  L. 


'  Lapide  delle  carceri  : 

PRiETORIA  AUCTA  JURISDICTIONE  : 
NOVI  CARCERES 
MDCCLXXIV 

^  Lapide  del  pretorio  : 

NOVA  AC  AUCTA  JURISDICTIONE 
PR^TORIIS   ^DIBUS  COMUNITATIS  MUNIFICENTIA  LAUTIUS  ILLUSTRATIS 
REGIUS  SJ^  M.*  FEUDATARIUS,  JO.  BAPTA  COMES  PORRUS  PR^TOR 
PERPETUUM    POSUIT    M  E  M  O  R I        ET    GRATI    ANIMI  TESTIMONIUM 

MDCCLXXV.  ANNO  II 

'  Lorenzo  Monti  -  Abnanacco  codogiiese  pel  1823. 
*  Adolfo  Thiers  -  Consulat  et  empire. 


CAPO  LI. 


Florilegio  benefico  —  L'ospitale  di  Codogno  —  Gli  istituti  della  congre- 
gazione di  carità. 


AREBBE  ripetere  notissime  cose  fermarci  a  dimostrare 
come  gli  istituti  civili  della  filantropia  odierna  ram- 
pollarono direttamente  dalla  caratteristica  religiosa, 
che  sola  ed  esclusiva  inspirava  ed  animava  in  altri 
giorni  l'ausilio  agli  inopi  ed  ai  sofferenti.  Di  ciò  abbondevol- 
mente  testimoniano  gli  istituti  da  noi  ricordati  nelle  osservazioni 
sugli  evi  che  furono.  Soccorre,  quindi,  alla  esposizione  dell'ar- 
gomento il  riassunto  degli  accenni  riferentisi  alla  consolante 
copia  dei  mezzi  applicati  dalla  industre  generosità  del  cuore 
lombardo  a  sollievo  delle  profonde  infelicità  e  miserie. 

Non  è,  pertanto,  chi  non  veda  competere  diritto  supremo  di 
priorità  nella  trattazione  al  civico  ospitale  nostro. 

Anche  in  Codogno  —  come  abbiam  visto  —  la  istituzione  ospi- 
taliera  procedette  naturalmente  per  gradi.  Gli  ospizi  per  i  romei 
accennarono  al  rudimentale  concetto  della  publica  pietà.  Intorno 
al  looo  non  ci  fu  regione  d'Italia  la  quale  difettasse  di  publici 
reposorì  serventi  a  due  intenti  del  pari  importanti:  la  sosta 
tranquilla   per  tutti  gli  entusiasti  avviati  a  Terra  Santa  o  da 


230 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


essa  reduci,  e  la  cura  fisiologica  —  quale  allora  si  intendeva  — 
per  g-li  infermi  scampati  a  quella  specie  di  naufragio  peripate- 
tico che  inghiottiva  tanta  parte  di  credenti,  la  cui  vita  rappre- 
sentava spesso  il  solo  uficio  di  persolvere  un  voto.  In  questa 
guisa  ricovero  ed  ospitale  si  andarono  lentamente  ma  necessa- 
riamente confondendo,  e  arrivò  un  giorno  in  cui,  fra  peregrini 
e  malati,  una  distinzione  assoluta  parve  quasi  impossibile.  Il 
perchè  abbondano,  specie  nei  primi  secoli  dopo  il  looo,  gli  atti 
fondativi  ed  i  documenti  concomitanti,  dai  quali  risulta  il  fine 
duplice  e  costante  del  pio  luogo  elemosiniero  ;  e  —  trascorso  il 
lungo  ed  agitato  periodo  delle  crociate  e  delle  visite  di  genti 
su  genti  al  paese  di  Gesù  —  il  ricovero  perde  a  mano  a  mano 
della  sua  prima  ragione  d'essere,  avviandosi  alla  logica  tramu- 
tazione in  nosocomio. 


Manfredino  Gibello  sino  dallo  scorcio  del  secolo  XV  affidava 
alla  tutela  celeste  di  san  Tomaso  una  casa  di  presidio  ai  pere- 
grini ed  ai  malati  poveri  del  borgo 
(1462);  la  quale  soppressa  (1775),  fu 
rivolta  a  prò  della  dotazione  di  un 
letto  in  più  nell'ospitale  civico. 

Per  istromento  di  Giuseppe  Maria 
Folli,  notaro  in  Lodi,  il  dottore  Carlo 
Maria  Belloni,  di  Codogno,  del  proprio 
asse  faceva  lascito  per  fondare  un 
ospitale  di  poveri  (8  novembre  1681)» 
Furono  da  lui  destinati  all'uopo, 
una  casa  presso  l'oratorio  della  Trinità, 
ed  alcuni  fondi.  In  apposito  codicillo 
il  benefattore  riservava  l'amministra- 
zione del  pio  luogo  allo  investito  del 
giuspatronato ,  il  suo  primogenito,  e  dopo  lui  a  tutti  i  primo- 
geniti successivi  della  famiglia. 

Così  è  la  costante  narrazione  di  quanti  ci  hanno  preceduti 
nel  compilare  le  storiche  memorie  locali;  ma  dobbiam  pure 
indubbiarne  la  esattezza,  perocché  Defendente  Lodi,  morto  nel 
1656,  annoverava  nella  sua  Tavola  degli  ospitali  della  diocesi 
lodigiana  anche  quello  della  SS.  Trinità  in  Codogno. 


Carlo  Maria  Belloni. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


231 


Comunque,  il  domestico  esempio  di  virtù  efficace  e  feconda  fu 
tosto  imitato,  e  pochi  anni  dopo  il  canonico  Giulio  Francesca 
Belloni  Barlanfani,  della  Schiappetta, 
fece  legato  del  proprio  per  gli  am- 
malati poveri  nati  e  domiciliati  in 
Codogno,  degenti  nell'ospizio  e  giusta 
le  disposizioni  prese  dall'ascendente 
suo  Carlo  Maria  (19  febbraio  1698). 

Liberalità  questa  che  al  munifico  da-  ^^^mssus^^^^'i^ 
tore  costò  la  vita;  poiché  una  fan- 
tesca  che  reputavasi  defraudata  dal 
testamento  del  padrone,   una  notte, 
fattogli   cerchio  al  collo  delle  mani,  ^ 
lo  strozzò  (20  gennaio  1700).  Giulio  Francesco  Belloni. 

Poco  dopo,  ad  opera  di  Francesco  Maria  Brambati,  un  nuovo 
lascito  si  aggiunse  ai  precedenti,  il  quale,  risentendo  dell'epoca 

nova,  modificava  l'orbita  della  prov- 
videnza, allargando  i  concetti  delle 
ammissioni  e  conferendo  l'ammini- 
strazione di  questo  ente  alla  con- 
fraternita della  Trinità  (11  maggio 
17 15).  Don  Giovanni  Dragoni  con- 
tinuò il  nobile  arringo  (28  ottobre 
1722),  successivamente  percorso  da 
I  benefici  insigni,  che  nel  migliore  e 
più  umano  dei  modi  consacrarono 
la  loro  memoria  all'ammirazione  ed 
all'affetto  della  posterità,  dei  quali 
chi  legge  troverà  meno  sommario 
accenno  nella  nota  che  illustra  così  simpatico  retaggio  di 
civiche  virtù 

Il  lodigiano  Camillo  Beza  era  diventato  proprietario  delle  case 
già  pertinenti  al  vecchio  ospitale  Belloni  (17  luglio  1778),  sotto 
la  condizione  che  per  tre  anni  si  continuasse  la  accettazione 
dei  malati  sino  al  giorno  in  cui  potesse  ricoverarli  l'edificio  del 
nuovo.  La  carità  paesana  concorse  con  offerte  perspicue  a  sol- 
lecitare l'impianto;  e  il  paroco  Forni  solennemente  celebrò  la 


Francesco  M.  Brambatl 


232 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


deposizione  della  prima  pietra  angolare  dell'edificio  (29  aprile 
^779).  egregiamente  pensato  e  condotto  dal  regio  architetto 
milanese   Felice  Soave.   Pochi   mesi  bastarono  al  perficimento 

dell'opera,  e  presto  potè  aprirsi  il 
ricovero  (11  novembre  1781),  la  cui 
chiesa  interna  —  dicata  ai  santi  Giu- 
seppe e  Carlo  —  fu  ritualmente  bene- 
detta dal  canonico  Giovanni  Antonio 
Fontana,  espressamente  delegato  dal- 
l'ordinario diocesano  (3  novembre  1798). 

Intanto  l'amministrazione  faceva  o- 
pera  vivissima  al  Governo  affinchè 
obbligasse  l'ospitale  Maggiore  di  Lodi 

a  sussidiare  regolarmente  il  nostro  (28 
Carlo  Maria  Belloni.  •         o  n     •        •    v     1  n 

gennaio    1780),   in  virtù  della  antica 

aggregazione  di  piccoli  ospitali  diocesani  iniziata  dal  vescovo 

Pallavicino  (1466),  com'è  accennato  al  nostro  capo  XXVIIL 

Con  una  prospettiva  signorilmente  vasta,  alludente  ai  greci 
intercolonni,  coronata  dal  duomo  a  bulbo,  l'edificio  del  ci- 
vico ospitale  raccoglie  armonicamente  i  caratteri  architetto- 
nici del  classicismo;  e,  mentre  l'ingresso  arieggia  il  portico 
d'Academo,  la  eccelsa  e  crociata  rotonda  riporta  l'alata  fantasia 
alle  pure  reminiscenze  dell'aureo  secolo.  Eretto  quando  l'arte 
ridiventava  austera,  disposò  la  felice  simmetria  delle  linee  alla 
gravità  elegante,  così  che  corrispose  pienamente  sia  ai  precetti 
della  estetica,  sia  alle  esigenze  imperiose  dell'uso  pel  quale 
sorse.  Ha  ampie,  luminose  ed  arcate  le  incrociate,  servizio 
idroterapico  razionale  e  moderno,  dispensari  capaci,  giardino  e 
viali  cortesi  d'ombre  o  di  raggi.  Fu  detto  che  sopra  terra  il 
lavoro  compiuto  è  di  troppo  minore  di  quello  che  scende  nel 
sottosuolo;  altri  si  dolse  pel  numero,  a  suo  credere  inferiore 
alle  necessità,  di  stanze  appartate.  Ma  la  critica  all'opera  del 
Soave  perde  il  diritto  di  imporsi  se  si  riflette  che  la  parte  co- 
strutta è  la  metà  del  disegno  quale  integralmente  fu  da  lui  pre- 
sentato all'approvazione,  e  che  in  quei  giorni  non  era  ancora 
scienza  accettata  la  edilizia  sanitaria  che  scrupolosamente  oggi 
vien  fatta  sovraneggiare  in  ogni  concettualità,  tradotta  in  co- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


234 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


struzione,  della  terapeutica.  I  progressi  sarebbero  stati  il  portato 
del  tempo  che  mai  non  resta  e  che  scientificamente  muta  a  detta 
dell'illustre  Panzeri,  di  quinquennio  in  quinquennio  i  bisogni 
degli  edifici  per  l'egra  umanità.  Oggi  potrà  dirsi  antico  il  di- 
segno compiuto  del  nosocomio  nostro,  ma  non  per  questo  esso 
è  imperfetto  o  manchevole:  ed  illustri  ne  corrono  gli  annali  nelle 


Proposta  architettonica  di  Felice  Soave 
PER  l'ospitale  di  Codogno. 

discipline  e  nelle  chimiche,  ed  un  publico  persistente  sentimento 
di  simpatia  circonda  quella  casa  del  dolore,  monumento  in- 
signe di  quella  bene  intesa  civiltà  onde  Codogno  può  a  buon 
dritto  andare  altiero. 

Non  avventiamo  nè  una  data  nè  una  asserzione  sul  modo  e 
sull'epoca  precisi  in  cui  la  fusione  dei  vecchi  ospitali  si  fece^ 
instaurando  il  nuovo.  Nei  cenni  che  l'amministrazione  ospita- 
liera  publicò  recentemente  ^  si  conferma  la  mancanza  assoluta 
di  indicazioni  esatte,  e  le  epigrafi  che,  per  lodevole  divisamento,. 
ricordano  i  meriti  dei  benefattori  Belloni  e  Brambati,  sotto  la 
loro  efiìgie,  sono  pur  esse  tanto  generiche  da  causare  dubbi 
non  pochi  sul  procedimento  economico  e  cronologico  dell'av- 
venuto concentramento.  Certo  è  che  la  vita  individua  dell'istituto 
comincia  ad  esprimersi  publicamente  in  virtù  dell' istromento 
celebrato  dai  notari  Angelo  Maria  Bignami  e  Giuseppe  Valerio 
(i  luglio  1768).  Per  questo  atto  statuivasi  una  congregazione 
amministrativa  di  sei  membri,  dei  quali  tre  scelti  dalla  confra- 
ternita della  Trinità,  già  condomina  del  vecchio  ospitale,  e  tre 
eletti  nella  famiglia  Belloni,  come  quelli  che  da  sì  gran  tempo 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


avevan  promosso  la  espansione  ospitaliera  del  borgo.  Ed  allor 
che,  seguendo  suoi  fati,  la  confraternita  della  Trinità  giuridica— 
mente  fu  spenta,  il  governo  ne  assunse  i  redati  diritti  (1786),. 
cui  poi  passò  al  comune  (7  giugno  1793). 

Le  munificenti  elargizioni  avevano  rinforzati  a  mano  a  mano 
i  mezzi  efficienti  dei  due  ospitali  Belloni  e  Brambati,  e  le  aspi- 
razioni generose  dei  fondatori  erano  procedute  nella  filantropica 
missione.  Se  non  che  anche  le  necessità  dei  borghigiani,  accre- 
sciute, avevano  reclamata  la  fusione  dei  due  enti:  la  cui  am- 
ministrazione, a  misura  che  incalzavansi  la  republica  cisalpina, 
l'italiana,  il  regno  italico  e  l'impero,  soggiacque  a  varie  modi- 
ficazioni ;  fin  che  —  instaurata  1'  unità  della  patria  —  si  costruì 
il  consiglio  amministrativo  di  sette  membri  :  tre  di  nomina 
prefettizia  su  terne  esibite  dal  consiglio  comunale,  uno  di  casa 
Belloni,  altri  due  nominati  da  questa  famiglia  in  virtù  del 
patronato  attivo,  e  l'ultimo  scelto  ad  iniziativa  del  capo  della 
provincia,  rappresentante  il  governo;  limitata  l'azione  di  quest'ul- 
timo membro  alle  sole  votazioni  di  persona,  e  in  tutto  il  resta 
chiamato  a  pronunciarsi  nel  solo  caso  di  parità  di  suffragi  (14. 
luglio  1867). 

Il  nuovo  ospitale  —  come  i  precedenti  Belloni  e  Brambati  —  do- 
veva aprirsi  pei  soli  abitanti  interni  del  borgo,  affetti  da  morbi  acuti. 
Però  mercè  alcune  munificenze  intervenute  —  prima  delle  quali 
quella  di  Giuseppe  Maria  Rescali  per  un  infermo  di  Castione 
(5  settembre  1770)  —  s'aggiunsero  poi  alcuni  letti  per  cronici 
e  per  altri  malati  pure  di  comuni  diversi.  Pari  alla  privata  noa 
fu  la  munificenza  imperiale,  che  per  parte  di  Giuseppe  II 
—  trascorrente  per  Codogno  —  non  superò  la  forza  di  dodici 
zecchini,  largiti  dallo  strano  monarca  durante  la  sua  visita  alla 
novella  fabbrica. 

All'ospitale  non  poteva  a  lungo  mancare  l'organismo  regolare 
del  dispensario  farmaceutico,  sì  che  non  ci  fu  mestieri  tra  noi 
della  imposizione  legislativa  napoleonica  (1809)  perchè  il  nostra 
ospizio  di  malati  dovesse  corredarsene.  Ci  aveva  pensato  sei 
anni  prima  la  illuminata  pietà  di  due  pie  signore,  Anna  Maria 
Mola  vedova  Milani  (9  luglio  1803)  ed  Elisabetta  Dumiani  (14 
ottobre  1803). 


.236 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


La  consistenza  patrimoniale  sorpassa  oggidì  quella  di  molti 
altri  istituti  congeneri  di  parecchie  città.  Son  compensate  dai 
comuni  le  cure  prestate  ai  rispettivi  amministrati  in  ricovero. 
Temporaneamente  vi  si  accolgono  anche  i  pazzerelli  fin  che  il 
manicomio  provinciale  non  li  ospiti.  La  razionalità  terapeutica 
non  teme  confronti;  l'igiene,  i  presidi  medici,  le  cliniche  ma- 
nualità, nulla  vi  manca,  e  nè  meno  l'azione  sperimentale  del 
igabinetto  bacteriologico.  Così  è  che  anche  da  questo  lato  Co- 
dogno  non  invidia  lo  sviluppo  ospitaliero  d'altrove. 

Il  publico  interessamento  non  ha  mai  abbandonato  nella  sua 
vita  secolare  la  nostra  casa  degli  egri;  ed  ogni  anno,  con  in- 
distruttibile simpatia  si  accorre,  nella  festa  del  patrocinio  di 
S.  Giuseppe,  a  rivedere  sotto  l'atrio  la  parata  dei  benefattori 
in  ritratto.  L' età  scettica  non  ha  menomata  l' espressione  gen- 
tile della  costumanza  antica,  vieppiù  eccitante  allor  che  qualche 
nuova  efiìgie  di  filantropo  si  aggiunge  alla  benedetta  galleria  ^. 

Fra  gli  innegabili  benefici  arrecati  dalla  legislazione  del  primo 
Napoleone  emergono  la  trasformazione  ed  il  raggruppamento 
delle  più  disparate  opere  pie  ;  di  molte  fra  le  quali,  se  il  carat- 
tere religioso  di  fondazione  dileguò,  nuova  vitalità  fu  immessa 
per  le  provvidenze  civili  cui  vennero  indirizzate. 

L' Austria  —  che  nel  Lombardo  Veneto  raccolse  le  eredità 
politiche  del  Buonaparte  —  fu  pur  essa  rispettosa  verso  la  espan- 
sione legale  e  collettiva  della  beneficenza  nova,  e  —  secondo 
scrisse  lo  statista  compianto  Stefano  Jacini  —  la  Francia  bor- 
ghese del  1830  chiese  ed  ottenne  dal  governo  austriaco  il  re- 
golamento generale  che  governava  i  pii  luoghi  elemosinieri  di 
Milano,  di  Brescia  e  di  Venezia.  La  unificazione  politica  della 
penisola  impose  per  suprema  necessità  la  uniformità  legislativa 
per  tutti  gli  istituti  che  hanno  tratto  col  publico  bene;  e  se  la 
cronaca  che  andiamo  tracciando  non  si  arrestasse  prima  di 
questi  ultimi  tempi,  potremmo  agevolmente  ricordare  le  ripetute 
codificazioni  concernenti  l'applicazione  delle  ricchezze  ausiliatrici 
degli  umili,  non  dimenticando  la  novissima  norma  giuridica, 
la  cui  esecuzione  nè  pure  ora  si  può  considerare  interamente 
perfunta. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Ma  non  è  questo  campo  riserbato  alle  presenti  ricerche  nostre^ 
e  troppo  dovremmo  deviare  dal  retto  cammino  se  qui  facessimo 
osservazioni  filantropiche  sulla  via  percorsa  e  sulle  varie  vi- 
cende della  previdenza  e  della  provvidenza  publiche.  I  tempi 
trascorsero;  mutarono  gli  uomini;  le  viete  idee  cedettero  alle 
moderne;  ma  nè  pur  oggi  è  assolutamente  scomparsa  quell'ombra 
di  dissidio  secolare  che  ha  sempre  armato,  contro  il  principia 
dello  stato,  lo  ecclesiastico,  nell'assegnazione  di  ciò  che  un  tempo 
era  l'elemosina  e  che  oggi  è  la  beneficenza. 

La  prima  comparsa  negli  annali  paesani  della  congregazione 
caritativa  data  dall'impero.  Il  pietoso  consesso  —  che  compren- 
deva le  aziende  di  tutti  i  luoghi  pii  riuniti  —  si  adunò  nella 
maggior  sala  del  civico  ospitale  (8  aprile  1808). 

Suir  organismo  primigenio  della  nostra  congrega  sarebbe  vana 
insistere,  perocché  quella  più  che  altro  fu  una  vana  parvenza. 
Determinavasi  il  principio  giuridico  civile,  più  tardi  adottato, 
ma  la  sua  applicazione  veniva  meno  in  quei  di  per  le  vicende 
onde  doveva  crollare  il  colosso  riformatore. 

Posteriormente  alla  legge  riformatrice  del  1889  la  congrega- 
zione di  carità  in  Codogno  amministra  dicianove  opere  pie, 
e  per  le  anzidette  ragioni  ci  restringeremo  a  parlare  di  quelle 
soltanto  tra  esse  che  hanno  un  titolo  storico. 

La  pia  opera  Poveri,  radicata  embrionalmente  nell' istituto 
ospitaliero  di  Manfredino  Gibello,  svolse  gradualmente  il  suo 
ente  per  irradiazione,  accrescendosi  nel  procedere  dei  tempi 
colla  distribuzione  di  sussidi  a  cronici  e  vegliardi,  col  fornire 
ricovero  a  fanciulli  deserti  d'ogni  aiuto,  e  con  somministrazione 
di  baliatici,  di  presidi  medici  e  chirurgici,  e  di  sportule  dotali 

A  queste  vollero  recare  aumento  Bortolo  Martinengo  (4  di- 
cembre 16 18)  e  il  sacerdote  Francesco  Maria  Mariani  (2  giugno 
17 16);  preferendo  il  primo,  fra  le  nubende,  le  abbiatiche  sue; 
il  secondo  le  eventuali  consanguinee.  Antichissima  ed  universale 
è  la  concessione  dotale  a  maritande  fanciulle  di  doti  regola- 
mentari ;  concetto  ricordante  lontanamente  il  morghegabio,  dono 
^mattutino  degli  sposi  longobardi,  ma  dalla  corruzione  dei  tempi 
inquinato  così  che  pare  non  risponda  per  intero  alla  filosofia 


238 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


-etica  della  modernità.  Pertanto,  nel  giorno  successivo  al  Natale, 
il  publico  sorteggio  delle  nubende  si  eseguisce  con  abbondante 
■concorso  di  interessate  e  di  loro  amiche,  nella  sala  grande 
degli  ufici  congregativi,  con  rito  speciale. 

Essendo  la  protezione  dei  fanciulli  il  precipuo  dei  doveri 
■sociali,  riconosciuto  in  tutte  le  civiltà,  non  poteva  trascurarla 
un  paese  avviato  a  buoni  destini,  e  —  con  sapiente  antiveg- 
genza —  fu  preposta  V  assistenza  delle  fanciulle  a  quella  dei 
maschi  derelitti.  Così  che  due  orfanotrofi  sorsero  nello  stesso 
:secolo,  ma  quello  per  le  femine  anticipò  di  ben  dodici  lustri  la 
congenere  casa  per  l'altro  sesso. 

Fu  Domenico  Mattia  il  primo  benemerito.  Egli,  non  pago 
del  legato  fatto  per  i  medicamenti  a  povere  donne  inferme, 
dispose  buona  parte  del  suo  asse  per  un  rifugio  delle  zitelle 
orfane,  e  per  sussidiarle  di  una  dote  allora  quando  si  fossero 
accasate.  L'eccellente  uomo  —  che  affrontava  da  tre  lati  l'im- 
portante problema  dell'  assistenza  muliebre  —  consacrava  le  sue 
volontà  in  publico  testamento  (21  giugno  1726),  aperto  dal 
notaro  Bassiano  Ferrari  nel  giorno  della  morte  di  lui,  di  anni 
ottantaquattro  (16  novembre  1727). 

L'orfanotrofio  si  stabilì  nella  casa  del  defunto  presso  la  loggia 
■comunale,  sulla  metà  a  sinistra  della  strada  Gariverta,  che  dalla 
piazza  metteva  alle  Grazie,  e  fu  detta  del  Conventino.  Non  più 
di  quattro  furono  le  prime  ricoverate,  salite  poi  a  sedici,  le 
quali  «  secondo  la  mente  del  testatore  »  domesticamente  vesti- 
rono di  celeste  e  fuori  di  nero. 

A  sovvenire  il  nascente  istituto  intervenne  Bassiano  Dumiani 
-detto  Coccone,  che  le  disposizioni  dell'ultima  volontà  sua  volle 
■espresse  dal  nepote  frate  Pier  Luigi  Goldaniga,  poi  rogate  in 
forma  testamentaria  dal  notaro  lodigiano  Amos  Villa  (28  di- 
cembre 1769).  La  salma  del  Dumiani  fu  tumulata  in  S.  Bernar- 
dino, dotata  d'una  messa,  il  cui  legato  però  fu  invece  destinato 
-ad  una  distribuzione  elemosiniera  tra  i  parenti  del  defunto. 

L'educandato  mutò  sede,  trasferendosi  nella  nuova  casa,  di 
fronte  a  S.  Bernardino,  della  quale  avevan  poste  le  pietre  fon- 
damentali il  proposto  Forni,  l'amministratore  del  luogo  pio 
•Giuseppe  Bignami  Zelli,  ed  il  sopraintendente  alla  fabbrica  inge- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


gnere  Giovanni  Battista  Ferri  (23  marzo  1771).  A  due  a  due,  le 
orfanelle  lasciavano  processionalmente  la  casa  vecchia;  comuni- 
caronsi  nella  parochiale,  e,  seguite  dal  pretore  e  dal  notaro  della 
mensa,  si  ridussero  nel  nuovo  convitto  (i  settembre). 

Pare  che  nè  pure  l'abitacolo  trascelto  bastasse  al  normale 
sviluppo  del  collegio,  poiché  resta  negli  archivi  la  ripulsa  del 
conte  di  Wiltzech,  ministro  plenipotenziario  austriaco,  il  quale 
si  rifiuta  di  cedere  alle  orfane  il  monastero  soppresso  di  S.  Chiara 
(io  settembre  1785)^. 

^Avversa  fortuna  toccò  all'orfanotrofio  pel  decreto  governativo 
che  riunivalo  a  quello  di  Lodi  (2  gennaio  1789).  Delle  ventisei 
convittrici  dieci  soltanto  ritennersi  in  quel  conservatorio  ;  ab- 
bandonate tutte  le  altre.  Non  per  questo  la  terra  nostra  fu  di 
rassegnati,  e  —  come  pel  seminario  locale,  aggregato  al  collegio 
Tamburini  di  Pavia  (1786)  —  si  tentò  e  si  ottenne  il  ripristino 
fra  noi  dell'istituto.  All'uopo,  avevano  il  proposto  Forni  e  la 
comunità  fatta  viva  istanza  al  governo  (25  luglio  1790),  che 
finì  per  consentire  nel  giusto  richiamo  e  regolò  i  nuovi  destini 
dell'istituto  a  mezzo  di  un  compromesso  tra  le  comuni  di  Lodi 
e  di  Codogno  (6  aprile  1796),  attuato  quattro  anni  dopo  (10 
dicembre  1800).  Tra  i  patti  dovette  l'amministrazione  codognese 
subire  la  perdita  della  casa  Dumiani,  venduta  dai  lodigiani  per 
sei  mila  lire;  il  che  obbligò  le  reduci  fanciulle  —  in  numero  di 
cinque  —  ad  accasarsi  nella  foresteria  del  soppresso  collegio 
delle  orsole,  cui  lasciarono  pel  convento  di  S.  Giorgio,  rimasto 
vuoto  dei  serviti  (1796)  e  da  esse  acquistato  dalla  delegazione 
dei  beni  nazionali  (5  dicembre  1803). 

Per  testamento  del  sacerdote  Apollonio  Bignami  Bertoletti  si 
disponeva  un  legato  di  lire  dieci  mila,  l'intero  corredo  di  bian- 
cheria, non  che  la  quota  ereditaria  pervenuta  al  testatore  dal 
defunto  Giuseppe  Bignami  Zelli,  per  la  instituzione  in  Codogno 
di  un  orfanotrofio  maschile,  sotto  la  condizione  risolvente  che 
se  fosse  scorso  un  triennio  dalla  morte  di  don  Apollonio  senza 
che  il  convitto  fosse  aperto,  il  lascito  intero  doveva  rivolgersi 
^a  beneficio  del  collegio  delle  orfane  (27  settembre  1797).  La 
idea  umanitaria  ebbe  il  favore  immediato  della  municipalità,  la 


240 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


quale  inaugurava  l'orfanotrofio  con  cinque  fanciulli,  in  una  casa 
presso  la  Madonna  di  Caravaggio  (i  gennaio  1801). 

Nuovi  cespiti  affluirono,  e  dalla  casata  dei  benefici  Bignami, 
Però  gli  eredi  di  costoro,  non  per  sottrarre  al  publico  bene  i 
lasciti  domestici,  bensì  sulla  loro  precisa  finalità,  corsero  vie 

litigiose;  alle  quali  pose  fine  la  tran- 
sazione intervenuta  fra  l'orfanotrofio 
dei  maschi  ed  i  Bignami  Bertolettì 
(26  marzo  1806).  In  progresso  le 
sorti  dell'orfanotrofio  maschile  furono 
saldamente  assicurate  dalla  generosità 
del  sacerdote  Carlo  Guaitamacchi, 
e  per  liberalità  fra  vivi  (13  aprile 
1867)  e  per  atto  d'ultima  volontà 
(4  dicembre  1866). 

Il  procedere  di  queste  due  istitu- 
Carlo  Guaitamacchi.  2Ìoni,  intese  a  fare  ottimi  e  labo- 
riosi operai  e  buone  ed  industriose  massaie,  ha,  tra  gli  altri, 
il  merito  di  essere  consono  a  quei  sistemi  pratici  dai  quali 
l'età  positiva  suol  trarre  la  sua  applicazione  migliore.  Maschi 
e  femine  frequentano  le  publiche  scuole  del  comune  e  così  fino 
dai  primi  anni  affrontano  con  sentimento  compiaciuto  il  con- 
sorzio delle  classi  sociali  più  fortunate,  e  possono  rallegrarsi 
al  confronto  di  altri  cui,  ancora  più  amaro  che  per  essi  si  svolge 
il  destino. 

Come  tutti  gli  ospizi  che  ad  oriente  del  paese  formano  il 
quartiere  della  carità  publica,  anche  i  preservatorì  della  gioventù 
si  giovano  di  salubri  ed  appropriate  sedi.  L'educazione  dello 
spirito  è  confortata  dalla  fisiologica,  ed  il  simbolo  della  umana 
esistenza  non  potrebbe  essere  più  efficacemente  espresso  dal- 
l'adolescenza che  si  prepara,  accanto  alla  tarda  vecchiezza  in 
tranquilla  e  confortata  aspettativa  dei  suoi  ultimi  giorni. 

L'ospizio  dei  vecchi  è  situato  in  comodo  ed  imponente  pa- 
lazzo, eretto  all'uopo,  ed  al  quale,  se  non  mancano  linee  ar- 
chitettoniche di  buona  classicità,  s'aggiungono  i  pregi  reali  e 
pratici  della  ampiezza  e  della  aereazione.  I  dormitori  special- 
mente  son   degni   di  qualsiasi  primario  geroncomio,  ed  ogni 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


241 


Domenico  Mattia. 


servizio,  dal  dietetico  al  sanitario,  risponde  a  tutte  le  esigenze 
che  son  proprie  della  età  caduca.  La  virtualità  rettrice  di  questo 
consiste  nel  beneficio  del  ricovero  concesso  agli  impotenti  al 
lavoro,  di  almeno  settant'anni,  il  peso 
della  cui  esistenza  non  può  essere  so- 
stenuto dalle  famiglie  strettamente  in- 
digenti; laonde  la  beneficenza  publica 
non  è  mai  rivolta  ad  esonerare  da 
un  sacro  debito  i  disamorati  dei  propri 
ascendenti. 

L'istituzione  dell'ospizio  è  tutta  do- 
vuta a  quell'esimio  Giuseppe  Gandolfi, 
la  cui  vita  tracciammo  al  capo  XLI 
del  libro.  Fu  egli  che  alla  nepote  ed 
erede  Rosa  Gandolfi  raccomandò  con  un 
documento  fosse  istituito  un  ricovero 
pei  settuagenari  del  comune  (8  luglio  1830);  e  la  fedele  in- 
terprete dello  zio  benefattore  vi  dava  sollecita  esecuzione. 
Così  con  atto  testamentario  la  pia  signora  rivolgeva  al  no- 
bilissimo fine  il  retaggio  toccatole, 
statuendo  insieme  che  l'ospizio  sareb- 
besi  aperto  allor  quando  il  reddito 
della  somma  capitale,  redata  in  oltre 
sessantadue  mila  lire,  bastasse  al 
mantenimento  di  almeno  dieci  ve- 
gliardi (27  luglio  1833). 

In  quattordici  anni  le  condizioni 
richieste  poterono  avverarsi,  e  dieci 
ricoverati  furono  gli  incoli  primi  del- 
l' umanitario  istituto  (22  settembre 
1847).  Ad  imitazione  dei  beneficati 
dal  luogo  pio  Trivulzio  di  Milano, 
i  nostri  del  Gandolfi  portarono,  e  portano  tuttavia,  marsina, 
calzoni  e  panciotto  in  panno  marrone,  col  mezzo  cilindro  nero 
e  la  canna  a  pomolo  nero.  Il  seniore  della  prima  schiera  fu  un 
Giacomo  Tansini,  di  settantotto  anni,  del  quale  si  racconta  che, 
non  adattandosi  alla  vita  in  comune,  chiese  ed  ottenne  di  la- 
sciare il  refugio.  Tornò  alla  libera  miseria,  e  potè  assistere  alla 
Codogno  e  il  suo  territorio  ^  ecc.  —  //.  44 


Apollonio 

BiGNAMI  BeRTOLETTI. 


242 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


premorienza  di  tutti  i  suoi  compagni  d'ospizio,  spegnendosi  a 
circa  novant'anni,  due  anni  dopo  la  scomparsa  dell'ultimo  della 
vecchia  falange.  Generosità  successive  rafforzarono  l'asse  anche 
di  questa  casa  dei  senescenti,  nella  quale  altri  sei  posti  si  crea- 
rono mercè  la  splendida  carità  di  Antonio  Ferrari  (6  luglio  1847). 


Parallela  all'  opera  Gandolfi  sta  —  ancora  nello  stato  inten- 
zionale —  quella  per  cui  l'avvocato  Clemente  Pizzamiglio  de- 
stinava dieci  mila  lire  a  prò  delle 
vecchie  appartenenti  alla  parochia  di 
Codogno  ed  incapaci  di  lavoro  (26 
giugno  1870).  Non  nascondeva  a  sè 
stesso  per  certo  il  benefattore  le 
difficoltà  di  costituire  l'ente  bramato 
col  proprio  contributo.  Infatti  da 
quasi  sei  lustri  il  fondo  da  lui  de- 
terminato va  accumulandosi  colle  in- 
teressenze proprie,  ma  nessuna  nuova 
oblazione  lo  ha  finora  reso  sufficiente 
Rosa  Gandolfi.  all'  intento. 


Intanto  —  tramite  alla  più  larga  e  più  agiata  condizione  di 
assistito  nella  vecchiaia  —  provvede  la  casa  di  ricovero  e  lavoro 
Ricca,  espressione  contemporanea  del  diritto  sociale.  L'inizio 
di  una  casa  di  lavoro  e  di  ricovero  in  Codogno  si  deve  a  Carlo 
Cattaneo,  che  formava  a  prò  dei  luoghi  pii  elemosinieri  la 
somma  capitale  di  otto  mila  svanziche,  da  servire  alla  deposi- 
zione del  sasso  inaugurale  per  la  casa  di  industria  nel  borgo 
(22  aprile  1856).  E  il  titolo  solo  per  allora  comparve.  Al  tempo 
ed  allo  slancio  di  una  bene  intesa  filantropia  si  lasciava  il  com- 
pimento dell'opera. 

Per  la  nuova  legislazione  impressa  all'espandersi  della  con- 
gregazione di  carità  (3  agosto  1862),  l'opera  del  monte  da  grano 
—  la  cui  memoria  più  certa  risale  al  terzo  sinodo  diocesano 
(1619)®  —  e  la  Toninelli  —  originata  da  Michele  di  questa  fa- 
miglia, con  intento  religioso  ed  elemosiniero  (17  maggio  1765)  — 
vennero  concentrate.  Il  monte  da  grano,  inerte  da  tempo,  recò 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


243 


l'ausilio  di  lire  cinquantacinque  mila;  l'opera  Toninelli  dei  red- 
diti della  Cavarezza  vecchia,  la  cui  consistenza  patrimoniale 
veniva  calcolata  in  circa  centoquaranta  mila  lire.  Le  offerte 
publiche  e  private  non  si  lesinarono,  e  tra  esse  cospicue  furono 
quelle  di  lire  due  mila,  per  parte  dell'avvocato  Luigi  Ricca,  in 
memoria  del  defunto  fratello  ragioniere  Giuseppe  (26  aprile 
1866),  e  di  lire  sei  mila,  testate  dal  precitato  Clemente  Pizza- 
miglio  (26  giugno  1870). 

La  casa  fu  aperta  (6  gennaio  1874),  ed  anche  in  piccola 
parte  trae  mezzi  dal  prodotto  dei  lavori  che  vi  si  eseguono  ;  però 
troppo  a  fidanza  si  era  fatto  sulla  generosità  paesana,  la  quale 
—  pur  non  venendo  meno  al  suo  passato  —  pel  mutare  dei 
tempi  non  poteva  miracoleggiare.  E  comune,  e  cassa  di  ri- 
sparmio provinciale,  ed  altri  corpi  morali  furono  e  sono  i  co- 
stanti sovventori  ;  se  però  l' istituto  si  regge  affermando  una 
speciale  forma  benefica,  si  deve  a  Luigi  Ricca,  del  quale  tutto 
il  patrimonio  passò  in  eredità  ad  una  istituenda  casa  di  lavoro, 
escluso  qualche  legato,  tra  i  quali  notevole  quello  al  comune 
per  una  biblioteca. 

Forse  l' ultima  volontà  di  lui,  non  fu  esattamente  interpretata, 
tanto  che  le  due  istituzioni  che  agiscono  per  l'unico  fine,  sono 
tenute  distinte  nella  personalità  giuridica.  Intendeva  il  Ricca 
col  suo  testamento  «  applicare  i  suoi  redditi  al  lavoro,  aumen- 
tarlo col  prodotto  del  lavoro  stesso  a  favore  del  povero  della 
comunità  di  Codogno,  e  di  dispensare  tale  lavoro  anche  a  do- 
micilio, ma  colle  debite  cautele,  e  più  specialmente  a  persone 
di  famiglie  decadute,  o  ad  artisti  di  conosciuta  probità  cui  manchi 
lavoro  e  di  corrispondere  pel  medesimo  un'equa  mercede  »  (10 
dicembre  1877).  La  finalità,  invece,  della  casa  di  ricovero  è 
quella  di  «  agevolare  l' eseguimento  delle  disposizioni  di  legge 
che  aboliscono  l'accattonaggio  »  col  ricoverare  vecchi  e  cronici 
miserabili  d'ambo  i  sessi,  non  obbligati  permanentemente  a 
letto,  ed  accogliere  come  intervenienti  ai  lavori  durante  il  giorno 
tutti  i  poveri  al  di  sopra  degli  anni  dodici,  che  siano  inabili  a 
mantenersi  da  sè. 

Comunque,  la  causa  pia  Ricca,  fatta  contrafforte  alla  casa  di 
\  ricovero  per  regio  decreto  (8  febbraio  1885),  rileva  senza  dubbio 
uno  speciale  carattere  di  modernità  nelle  sue  funzioni,  in  quanto 


244 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


che  soccorre  colla  richiesta  di  mano  d'opera  chi  ne  è  sfornito, 
combattendo  così  con  mezzo  immediato  la  miseria  incolpevole. 
E  tanto  meglio  al  fine  proprio  riesce,  quanto  più  la  indu- 
stria che  sempre  vi  ha  sovraneggiato,  ed  oggi  vi  regna  unica, 
quella  dei  fiammiferi,  è  di  pronto  e  facile  smercio,  partecipando 
all'elenco  delle  regalie  dello  stato,  onde  la  regolare  continuità 
del  lavoro  e  della  rimunerazione. 

Anche  qui  la  fatica  e  il  riposo  si  alternano;  un  cibo  sano 
e  sostanzioso  ripara  le  forze  impegnate,  ed  una  retta  disciplina 
presiede  all'opificio.  Vi  sono  due  categorie  di  lavoranti:  i  ri- 
coverati e  coloro  che  rimangono  nello  stabilimento  per  le  sole 
ore  del  lavoro  e  dei  pasti. 

Dopo  quanto  fu  esposto  trattando  delle  beneficenze  medievali, 
non  ci  rimane  che  sfiorare  il  ricordo  del  monte  di  pietà,  isti- 
tuito già  dopo  le  missioni  di  Bernardino  da  Siena  (1493), 
rievocato  alle  pietosissime  sue  ragioni  di  essenza  da  Antonio 
Ferrari  (6  luglio  1847),  ed  aperto  quattro  anni  dopo  la  scom- 
parsa dell'uomo  egregio  (i  settembre  1856). 

Fra  la  corona  delle  istituzioni  care  all'umanesimo  ed  alla  mo- 
dernità doveva  splendere  naturalmente  fra  noi  di  precoce  ful- 
gore quella  degli  asili  infantili.  Prossimi  a  Cremona  —  d' onde 
primamente  brillò  in  Italia  il  raggio  aportiano  per  la  educazione 
dei  bimbi  popolari  —  si  ebbe  la  fortuna  di  essere  fra  i  primi  a 
confortarci  di  tanto  sole.  Poco  importa  discuter  qui  se  Ferrante 
Aportì  traesse  da  uno  spirito  profondamente  italico  l'attuazione 
della  grande  riforma,  o  se  invece  l'idea  primigenia  ce  ne  venisse 
dalla  scandinava  Fionia;  è  sufficiente  il  ricordo  che  di  terra 
lombarda  spiccò  robustamente  l'ala  attraverso  tutta  la  penisola 
quello  che  fu  l'asilo  infantile. 

Che  se  altrove  gli  sforzi  generosi  dell'abate  novatore  suscita- 
rono timori  e  resistenze  d' ogni  genere  —  compreso  il  politico  — 
fra  noi,  per  contrario,  la  grande  conquista  democratica  rinvenne 
favorevolissimo  suolo.  Già  l'iniziativa  di  Rosa  Gandolfi  col  suo 
testamento  olografo  (27  luglio  1833)  dava  facoltà  al  proprio 
esecutore  testamentario,  ingegnere  Francesco  Quattrini,  di  so- 
stituire  uno  stabilimento  pio  di  publico  beneficio  allo  ideato 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


245 


pel  ricovero  dei  vecchi.  Ed  il  probo  e  valente  esecutore  seppe 
utilmente  profittare  del  mandato;  e,  gravando  l'opera  pia  del- 
l'ospizio d'un' annua  somma,  apriva  una  scuola  infantile  di 
carità  pei  fanciulli  poveri  del  borgo.  Successivamente  una  com- 
missione di  notabili,  consigliati  specialmente  dall'abate  Angelo 
Volentieri  —  già  israelita,  che  reggeva  in  quei  dì  il  collegio 
Ognissanti  —  ottenutane  licenza  dal  governo  (12  agosto  1836), 
e  compiaciutasi  del  propizio  ed  efficace  responso  datole  sotto 
forma  di  copiosi  sussidi  dai  caritatevoli  conterranei  —  circa 
quattrocento  sessanta  azioni  da  un  fiorino  per  le  spese  di  im- 
pianto, ed  altrettante  per  la  conservazione  seiennale  —  inaugu- 
rava il  primo  asilo  infantile  in  Codogno  (novembre  1837)'. 

Il  programma  —  sia  per  la  istruzione  sia  per  la  educazione 
morale  e  fisica  del  fanciullo  —  si  inspirava  ai  concetti  direttivi 
esciti  dalla  lucida  mente  dell' Aporti,  precursore  —  non  v'ha 
dubbio  —  anche  delle  odierne  creazioni  scolastiche  che,  escendo 
dal  semplice,  oficio  didattico,  assicurano  in  parecchie  guise  la 
esistenza  materiale  degli  impuberi  alunni  poveri.  Via  via  si 
venne  costituendo,  per  somme  consacrate  alla  rigenerazione  del 
fanciullo,  il  fondo  necessario.  Gli  interessi  reddituali  delle  offerte 
e  di  altri  e  numerosi  cespiti  di  contributo,  formarono  il  fonda- 
mento finanziario  dell'  istituto,  la  cui  direzione  ed  azienda  furono 
affidate  alla  congregazione  di  carità,  in  virtù  di  un  deliberato 
del  consesso  civico  (12  giugno  1863),  confermato  da  un  decreto 
del  principe  (23  dicembre  1873). 

I  prospetti  dell'asilo  offrono  colle  loro  cifre  largo  campo  a 
considerazioni  ed  economiche  e  didattiche;  sulle  quali,  non  es- 
sendo qui,  pei  confini  del  libro,  luogo  di  insistere,  diremo 
sommariamente  che,  l'affluenza  toccando  cifre  altissime,  varie 
e  non  sempre  liete  furono  le  vicende  delle  scuole  infantili; 
sino  a  che  la  famiglia  del  defunto  Gaetano  Gatti,  interpretando 
il  desiderio  generosamente  espresso  da  lui  vivo,  donava  la  splen- 
dida liberalità  di  lire  quaranta  mila  pel  restauro  economico 
dell'istituto  (24  dicembre  1888). 

Morto  Giuseppe  Garibaldi,  la  rappresentanza  del  comune  non 
credette  miglior  monumento  alla  memoria  di  lui  che  la  fonda- 
zione di  un'opera  pia.  E  questa  —  per  l'aumento  della  fre- 


246 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


quenza,  per  la  postura  del  vecchio  asilo,  e  per  nuovi  bisogni 
determinatisi  —  fu  un  asilo  nuovo,  titolato  al  nome  dell'eroe 
popolare  (19  giugno  1882).  Ed  insieme  fu  dedicato  al  nome 
del  primo  re  d' Italia  l' asilo  sorto  circa  mezzo  secolo  innanzi. 

Tosto  una  commissione  di  volonterosi  si  accinse  a  raccogliere 
le  oblazioni,  che  furono  per  vero  dire  cospicue,  ma  non  baste- 
voli  all'intento,  che  con  soverchia  fretta  d'entusiasmo  erasi 
creduto  poter  presto  materialmente  raggiungere.  Fra  il  muni- 
cipio —  che  nei  suoi  bilanci  stabilì  un  egregio  contributo  per 
l'erigendo  pedagogio  —  e  la  congregazione  caritativa,  interven- 
nero lunghi  e  disformi  pareri.  Si  approvò  fra  altre  la  massima, 
discussa  a  sazietà,  della  unicità  dell'asilo,  con  due  sezioni, 
l'una  dedicata  a  Vittorio  Emanuele,  l'altra  a  Garibaldi;  mas- 
sima finalmente  abrogata. 

Scriviamo,  e  procede  l'opera  per  l'asilo  Garibaldi,  in  via 
Cavour,  sull'area  delle  antiche  case  di  tramontana  circoscriventi 
il  giardino  che  fu  dei  Trivulzi,  E  fra  breve  anche  quest'altro 
voto  sarà  compiuto  felicemente.  Continuano  così  le  splendide 
prove  di  Codogno  benefico,  sempre  eguale  nei  secoli  a  sè  stesso 
e  sempre  pronto  alla  sapiente  ed  energica  previdenza,  ed  al  con- 
nubio della  carità  illuminata  col  vecchio  e  costante  patriotismo  ^. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


247 


NOTE  AL  CAPO  LI. 

^Benefattori  dell'ospitale  civico  di  Codogno: 
Bellohi  Carlo  Maria  (1681)  —  Belloni  Giulio  (1698)  —  Brambati  Francesco 
Maria  (1715)  —  Dragoni  Giovanni  (1722)  —  Rescali  Giuseppe  Maria  (1770) 

—  Seghizzi  Premoli  Giuseppe  Maria  (1771)  —  Belloni  Carlo  (1772)  —  Bi- 
^nami  Francesca  (1774)  —  Manfredi  Domenico  (1774)  —  Bignami  Giuseppe 
(1775)  —  Zeno  Francesco  (1775)  —  Bianchi  Giovanni  Antonio  per  incognito 
benefattore  (1777)  —  Maffoni  Bartolomeo  (1781)  —  Dumiani  Cosma  (1789) 

—  Cornetti  Marco  Antonio  (1791)  —  ZafFerri  Marianna  (1797)  —  Cornetti 
Maria  Luigia  (1801)  —  Regoreri  Bassano  (1803)  —  Dumiani  Elisabetta 
(1803)  —  Belloni  Angelo  (1813)  —  Bignami  Santi  Giuseppe  (1816)  —  Ra- 
vetta  Filippo  (1819)  —  Belloni  Francesco  (1825)  —  Peroni  Giuseppe  (1826) 

—  Vei  Angelo  (1828)  —  Gandolfì  Giuseppe  (1830)  —  Quattrini  Michele 
(1832)  —  Gandolfì  Rosa  (1833)  —  Pizzamiglio  Luigi  (1836)  —  Viaroli  An- 
tonio Secondo  (1837)  —  Tonani  Pasquale  (1838)  —  Tonani  Antonio  (1841) 

—  Gandelli  Giuseppe  (1843)  —  Ferrari  Pietro  (1845)  —  Folli  Pietro  (1847) 

—  Ferrari  Antonio  (1847)  —  Bignami  Saverio  (1855)  —  Cattaneo  Carlo 
(1856)  —  Vignola  Giuseppe  (1857)  —  Villa  Rosa  Francesca  (1858)  —  Vi- 
taloni  Pietro  (1866)  —  Ravini  Carlo  (1871)  —  Guaitamacchi  Carlo  (1866) 

—  Grazioli  Rosa  (1867)  —  Ramelli  Francesco  (1873)  —  Zambelloni  Giosa- 
fatte  (1895)  —  Gargioni  Angelo  (1896). 

^  Memorie  storico  statistiche  sulle  opere  pie  di  Codogno  (1873).  —  Brevi 
cenni  sul  civico  spedale  (1883). 

*  I  ritratti  che  si  publicano  furono  tolti  da  quelli  esistenti  nella  galleria 
accennata  dell'ospitale  e  nelle  aule  degli  istituti  pii. 

*■  Benefattori  dell'  opera  pia  Poveri  : 
Gibelli  Manfredino  (1462)  —  Malocchi  Antonio  (1595)  —  Ugoni  Paolo  (1596) 

—  Lombardi  Cesare  (1639)  —  Belloni  Paolo  Carlo  (1671)  —  Ferrari  Fon- 
tana Giacomo  (1703)  —  Dragoni  Francesco  Maria  (1744)  —  Forni  Giu- 
seppe (1794)  —  Bignami  o  Bignamini  N.  (1808)  —  Aleardi  Giovanni  Bat- 
tista (1828)  —  Gandolfì  Rosa  (1833)  —  Tacchini  Giosafatte  (1834)  —  Car- 
dazzi  Giovanni  Battista  (1845)  —  Folli  Pietro  (1847)  —  Longhi  Francesco 
(1847)  —  Ruggeri  Lorenzo  1847)  —  Cesari  Giovanni  (1854)  —  Cattaneo 
Carlo  (1856)  —  Ruggeri  Teresa  (1866)  —  Pollaroli  Antonio  (1873)  —  Gan- 

\     zinelli  Giuseppe  (1882). 

^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 


248 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


^  Nel  terzo  sinodo  diocesano,  parlandosi  dello  stato  della  chiesa  di  Co- 
dogno  si  accennava  «  finalmente  al  monte  di  pietà  sotto  il  governo  di 
cinque  laici,  del  numero  di  ventiquattro  deputati,  sotto  quattro  conserva- 
tori ».  Aveva  per  fine  la  somministrazione,  in  tempi  di  carestia,  di  farine 
ai  poveri  del  comune,  e  con  ribasso  di  prezzo. 

^  Erano  membri  della  commissione  per  l'asilo  il  dottor  Ottavio  Belloni, 
il  dottor  Filippo  Dansi,  Carlo  Asti  Magnò,  l' ingegner  Francesco  Quattrini, 
il  canonico  Pietro  Spelta,  e  i  sacerdoti  Giovanni  Pietrasanta  e  Angelo 
Volontieri;  secretarlo  Dell'Era.  Anche  l'imperiale  regio  delegato  cavaliere 
Giovanni  Tamassia  e  il  commissario  distrettuale  nobile  Prospero  Ghirin- 
ghelli  ftirono  efficaci  fautori  del  nuovo  asilo. 

*  Benefattori  dell'  orfanotrofio  feminile  : 
Mattia  Domenico  (1726)  —  Coniugi  Dragoni-Lupatini  e  Premoli  (1744)  — 
Belloni  Francesco  (1748)  —  Dumiani  Bassano  (1767)  —  Mola  Ottavio  (1771) 

—  Maggi  Rosa  (1778)  —  Ferrari  Agostino  (1779)  —  Calvi  Antonia  Maria 
(1779)  —  Tonani  Giovanni  Pietro  (1779)  —  Riboni  Amadio  Giacomo  Gi- 
rolamo (1781)  —  Caccialanza  Angela  e  Francesca  (1785)  —  Bignami  An- 
tonio Maria  (1786)  —  Bignami  Zelli  Teresa  (1801)  —  Archinti  Carlo  (1805) 

—  Zilieri  Ignazio  Maria  (18 10)  —  Bignami  Bertoletti  Giuseppe  (1820)  — 
Bignami  Giuseppe  (1824)  —  Gandolfi  Rosa  (1833)  —  Sant'Agostino  Gio- 
vanni Battista  (1870)  —  Grazioli  Teresa  (1873)  —  Ratti  Marianna  (1876). 

Benefattori  dell'orfanotrofio  maschile: 
Bignami  Bertoletti  Apollonio  (i797)  —  Bignami  Zelli  Teresa  (1801)  —  Bi- 
gnami Bertoletti  Orazio  (1804)  —  Morosini  Pietro  (1805)  —  Bignami  Giu- 
seppe (1824)  —  Gandolfi  Rosa  (1833)  —  Valdemi  Giovanni  (1848)  — 
Bignami  Luigi  (1861)  —  Guaitamacchi  Carlo  (1866). 

Benefattori  dell'ospizio  Gandolfi: 
Gandolfi  Rosa  (1833)  —  Ferrari  Antonio  (1847)  —  Valdemi  Giovanni  (1848) 

—  Paini  Giovanni  Battista  (1851)  —  Cattaneo  Carlo  (1853)  —  Quattrini 
Francesco  (1853). 


CAPO  LII. 


Le  altre  opere  pie  del  territorio  —  I  cimiteri  di  Codogno  e  di  Casalpu- 
sterlengo. 


gislazione  del  regno  (1889).  E,  soffermandoci  a  Casalpuster- 
lengo  —  di  cui  abbiamo  già  accennato  al  monte  di  pietà  — 
registriamo  la  istituzione  della  dote  che  ha  nome  dal  gesuita 
Vincenzo  Galleani  (14  febbraio  1635).  La  dote  in  verità  direb- 
besi  insignificante,  onerata  come  fu  anche  da  spese  di  culto;  ma 
di  essa  è  doverosa  menzione  speciale  perchè  antichissima  fra  le 
congeneri  casalesi.  Quasi  altrettanto  singolarmente  esigue  da- 
tano quelle  di  Domenico  Cremonesi  (2  marzo  1779),  di  Fran- 
cesco Maria  Leoncini  (6  giugno  1804)  e  di  Sebastiano  Bignami 
(9  novembre  1805);  alle  quali  fecero  seguito  le  altre  di  Antonio 
Galleani,  che  delegò  l'ospitale  al  conferimento  (4  luglio  1809), 
e  del  già  benedettino  poi  cappuccino  Tomaso  Forata,  di  fa- 
miglia ligure  (1831);  quest'ultima  opera,  ora  non  del  tutto  rein- 
tegrata, per  quanto  il  paroco  Ottobelli  avesse  cercato  anche 
con  pecunia  propria  di  rifonderne  gli  ammanchi  avveratisi  per 
disordini  amministrativi  K 


OMPIENDO  l'esposizione  elencare  delle  pie  opere  be- 
neficamente rampollate  nel  vicinale  territorio,  è  certo 
opportuno  ripetere  come  la  rassegna  precorra  in 
genere   i    raggruppamenti   arrecati    dall'  ultima  le- 


250 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Il  sussidio  a  domicilio  dei  poveri  infermi  parochiani  di  Ca- 
sale ha  genesi  e  vita  nel  legato  di  Bartolomeo  Borsa  (5  maggio 
1850),  per  cui  provvedono  la  rendita  in  lire  ottanta  di  lire 
duemila  consolidate  e  l'avanzo  annuo  della  distribuzione  rela- 
tiva al  legato  del  frate  Forata  pei  convalescenti. 

Trent'anni  fa  un  gruppo  di  generosi  —  camminando  sull'orme 
di  terre  vicine  —  apriva  per  isforzo  di  personali  contributi  l'asilo 
per  la  povera  infanzia  (3  gennaio  1870).  L'istituto  fiorisce  tut- 
tora; il  numero  dei  ricoverati  da  quaranta  si  portò  al  centinaio  ; 
rigoglio  cui  ebbero  ed  hanno  parte  sia  l'oculato  regime  finan- 
ziario, sia  l'aumento  di  patrimonio  per  contemporanee  liberalità'^. 

Servirono  gli  asili  infantili  ad  apparecchiare  la  soluzione  di 
una  vertenza  giudiziaria  accesasi  in  conseguenza  della  fonda- 
zione dell'orfanotrofio.  L'anima  pia  del  sacerdote  Bartolomeo 
Schiavi  stabiliva  nella  sua  disposizione  per  ultima  volontà  che 
un  legato  pari  a  lire  italiane  tremila  quattrocento  cinquantasei 
e  ottanta  andasse  a  prò  dell' «  istituto  degli  orfani  deL  borgo 
di  Casalpusterlengo  »  (22  settembre  1857).  L'erede  non  si  arrese 
alla  parola  del  suo  autore,  e  —  chiesto  ed  ottenuto  il  beneficio 
dell'  inventario  —  fece  sì  che  il  lascito  si  riducesse  a  lire  duemila 
cinquecento  venticinque.  Si  corsero  le  sorti  litigiose,  rappresen- 
tando r  istituto  il  sindaco  del  borgo  ;  e  la  congregazione  di  ca- 
rità, per  distruggere  l'obbiezione  dell'erede  ch'egli  non  doveva 
nulla  perchè  l'istituto  non  era  ancora  eretto,  determinò  che 
una  sezione  dell'asilo  infantile  si  componesse  di  orfanelli.  Per 
sentenza  la  disposizione  testamentaria  dello  Schiavi  fu  convali- 
data, ma  fu  assolto  l'erede  dallo  immediato  pagamento  del  suo 
debito,  non  esistendo  ancora  giuridicamente  l'opera  beneficata 
(13  luglio  1879). 

Per  successivi  accordi  e  pei  legati  del  maestro  Luigi  Pilla 
(1891)^  e  dell'ingegnere  Luigi  Cesaris  (1894)  l'asse  dell'orfa- 
notrofio salì  ad  oltre  quindici  mila  lire;  nè  la  benefica  fonte  è 
oggi  essiccata,  perocché  i  casalesi  vi  continuano  il  loro  efficace 
ausilio.  Oggi  alcune  fanciulle  si  giovano  dell'ente  benefico, 
collocate  presso  il  convitto  salesiano  (16  aprile  1896). 

Non  è  per  anco  costituito  il  ricovero  di  mendicità  il  cui 
fondo  di  lire  ottomila  circa  —  oggi  giacente  ed  accumulantesi 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


presso  la  congrega  caritativa  —  venne  iniziato  dal  pensiero  be- 
nefico dell'ingegnere  Luigi  Cesaris,  al  cui  legato  di  quattro 
mila  lire  si  aggiunsero  quelli  che  la  nuova  legge  toglieva  dalla 
ecclesiastica,  di  Lazzaro  Fugazza  (20  marzo  1817),  del  predetto 
Forata,  e  di  Luigi  Tansini  (7  luglio  1845)  ^ 

L'ospitale  casalese  è  senza  dubbio  la  eminente  fra  le  opere 
pie  del  borgo.  Abbiam  veduto  come  l' antica  ospitalità  lombarda 
dovunque  incominciasse  a  regnare  sotto  il  duplice  carattere  di 
sosta  peregrinatoria  e  di  nosocomio  ;  nè  diversamente  poteva 
avvenire  in  Casale,  dove,  verso  la  fine  del  secolo  XVI,  mon- 
signor Antonio  Scarampi  prescriveva  che  entro  tre  mesi  il  co- 
mune, giovandosi  delle  rendite  dell'ospizio  per  romei  e  per  gli 
infermi,  e  delle  offerte  publiche,  venisse  ridotta  a  ricovero  per- 
manente di  malati  una  casa  speciale  (1572):  quella  stessa,  sulla 
piazza  maggiore,  prima  aperta  a  tutti  gli  adveni,  dov'erano 
abitati  i  vecchi  paroci  ;  così  che  regolarmente  avesse  vita  e 
continuità  la  istituzione  ospitaliera  di  Casale. 

L'opera  dell'ordinario  trovò  inaspettato,  per  quanto  tardo  • 
ausilio,  nella  munifica  liberalità  di  un  modesto  salsamentario 
casalese,  trasferitosi  da  circa  otto  lustri  in  Roma:  Girolamo  Canale. 
Costui,  nel  suo  testamento  a  rogito  del  notaro  apostolico  Ago- 
stino Teulo,  testava  parecchie  beneficenze  a  prò  del  paese  natio, 
disponendo  fra  l'altro  di  mille  scudi  romani  perchè  s'acqui- 
stasse lo  stabile  destinato  in  Casale  alle  necessità  dei  malati  e 
dei  peregrini  (19  aprile  1646).  L'ospitale  sarebbesi  chiamato  di 
S.  Rocco,  e  se  dopo  sei  anni  dalla  sua  morte  il  sanatorio  non 
fosse  compiuto,  il  reddito  di  quei  mille  scudi  avrebbe  dovuto 
pervenire  alla  compagnia  del  Sacramento. 

Attiva  e  solerte,  la  sanrocchina  confratria  del  Confalone  per- 
seguì la  esecuzione  di  quel  nobile  pensiero  dopo  la  morte  del 
Canale  (23  settembre  1646),  e  collettivamente  all'antistite  laudense, 
cardinale  Pietro  Vidoni,  avanzò  istanza  affinchè  le  desse  fa- 
coltà di  edificare  la  casa  dei  malati  vicini  al  proprio  oratorio 
di  S.  Rocco  (29  giugno  1649).  Annuì  largamente  il  cardinale, 
concedendo  immunità  e  diritti  alla  confraternita  edificatrice, 
ponendole  al  lato  per  l'amministrazione  il  paroco  temporaneo, 
e  riservando  a  sè  la  suprema  direzione  dell'opera  pia.  L'ospitale 


252 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ben  presto  fruì  di  larghi  benefici  e  di  numerosi  benefattori  ; 
prima,  cronologicamente,  fra  questi  Anna  Felice  Canale,  pro- 
nipote del  fondatore  (1652)^. 

Dai  manoscritti  della  confraternita  e  dalle  memorie  del  Monti 
si  deduce  che  i  deputati  all'amministrazione  mantenevano  spe- 
cialmente al  ricovero  il  suo  vecchio  carattere  di  reposorio  pei 
viandanti  sacri;  ma  più  tardi  (1750)  la  terapeutica  si  svolse 
efficace  e  proficua,  giovata  com'era  dai  nuovi  cespiti  di  redditi 
pervenuti  da  una  lunga  5erie  d'  uomini  pii.  E  medici  e  chirurghi 
assumevano  il  regime  sanitario;  i  regolamenti  vennero  mano 
mano  riformandosi  a  seconda  che  lo  stato  rassodava  la  potestà 
civile  in  tutti  gli  istituti  di  carità,  e  fra  le  pagine  della  stati- 
stica ospitaliera  son  delineate  le  numerosissime  ed  importanti 
vicende  per  cui  l' organismo  sanitario  e  tecnico  passò  per  rag- 
giungere ed  ottenere  il  grado  perspicuo  d' oggi.  E  se  qualche 
speciale  nota  torni  gradita  a  chi  legge,  è  doveroso  rammentare 
che  spesso,  ed  in  contagi  pericolosi,  l'ospitale  di  Casalpuster- 
lengo  coraggiosamente  affermò  la  propria  ragione  d'essere. 

Dal  principio  del  secolo  v'ebbero  ricetto  a  volta  a  volta  e 
contagiosi  e  pazzi  e  cronici.  Nè  la  beneficenza  del  nosocomio 
si  chiude  colle  sue  porte  alle  spalle  dei  tornati  a  salute;  pe- 
rocché si  conseguì  una  nova  e  civile  provvidenza:  quella  del 
paroco  Andrea  Asti  Magno,  che  donava  all'istituto  lire  mi- 
lanesi diecimila,  affinchè  gli  interessi  venissero  ripartiti  fra  i 
poveri  convalescenti  che  dalle  crociere  dolorose  si  dipartivano. 
Ridotto  oggi  il  capitale  di  codesta  oblazione  ad  oltre  settemila 
seicento  lire,  la  rendita  viene  distribuita  ai  guariti  in  sussidi 
mensili,  a  seconda  della  stagione. 

Fra  le  parecchie  opere  di  carità  del  territorio  merita  speciale 
attenzione  una  branca  della  congregazione  di  Maleo  che  volge 
un  fondo  del  suo  istituto  elemosiniero  (1794)  ad  eventuali  as- 
segni per  l'istruzione.  Pel  resto  l'opera  benefica  si  esplica  nelle 
consuete  forme  di  sussidio  per  assistenza  ai  malati,  cronici  e 
pellagrosi,  per  doti  e  per  baliatici. 

L'ospitale  di  Maleo  —  fondato  da  Luigi  Corazza  (7  gennaio 
1847)  ed  inaugurato  da  poco  più  di  cinque  lustri  (i  dicembre 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


1873)  —  ha  postura  favorevolissima  al  suo  fine.  Le  linee  ar- 
chitettoniche dell'edificio,  coli' attico  a  cuspide  ed  il  colonnato 
supposto,  attraggono  lo  sguardo  per  una  eleganza  non  comune. 
Delle  due  nicchie  aperte  nel  prospetto  quella  a  manca  ha  la 
statua  del  fondatore,  l'altra  aspetta  il  prosecutore  di  codesta 


L'ospitale  di  Maleo. 


illuminata  beneficenza,  cui  per  ora  non  rispondono  ancora  i 
mezzi  opportuni  per  elevare  la  popolazione  dei  ricoverati. 

Dello  stesso  Corazza  è  un  legato  che  allo  stabilimento  otote- 
rapico di  Villanova  concede  mediante  un  reddito  di  vecchie  lire 
austriache  cinquecento  una  borsa  per  un  sordomuto  di  Maleo, 
o,  questo  mancando,  d'altro  del  distretto  di  Codogno. 

Tranne  il  piccolo  ospitale  di  Somaglia  —  istituitovi  dal  conte 
Carlo  Augusto  Cavazzo  (1844)  —  e  i  molti  asili  d'infanzia  sparsi 
nel  territorio  —  dei  quali  notevoli  in  ispecial  modo  quelli  di 
San  Fiorano  e  di  Senna  —  nessun' altra  opera  pia  con  forma 
convittuale  esercita  beneficio  nel  contado  Codognese.  L'asilo  di 
San  Fiorano  è  fondazione  del  patriota  Giorgio  Pallavicino  Tri- 
vulzio  (1873)^,  e  quello  di  Senna  del  senatore  Angelo  Grossi 
(1887)  per  cinque  legislature  deputato  di  Codogno"^.  Questi 
aveva  pure  deliberato  che,  annesso  all'asilo  infantile,  fosse  aperto 


254 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


un  ricovero  pei  vecchi  poveri;  ma  il  talento  di  indipendenza, 
naturale  nelle  nostre  popolazioni  agricole,  frustrò  il  provvido  di- 
visamento,  a  tal  che  —  modificando  l' attuazione  del  lascito  —  fu 
al  meditato  convitto  surrogata  una  giornaliera  distribuzione  di 
minestre  ad  undici  indigenti. 

Ricca,  per  altro,  è  in  tutta  la  plaga  la  assistenza  caritativa 
ad  ogni  necessità  delle  classi  diseredate;  e  se  il  filosofo  può 
osservare  —  non  senza  fondamento  di  logica  —  che  l' attuale 
sistema  elemosiniero  più  che  sopprimere  crea,  per  la  debolezza 
umana,  la  urgenza  del  soccorso,  noi  esulando  dalle  considera- 
zioni scolastiche  e  spesso  utopistiche,  agitatrici  violenti  del 
pensiero  moderno,  non  possiamo  venir  meno  al  debito  nostro 
di  ricordare  alla  publica  gratitudine  i  nomi  e  gli  atti  di  quanti 
sentirono  in  cuore  il  trasporto  per  la  causa  degli  umili 

La  santa  poesia  dei  sepolcri  ebbe  sempre  fra  noi  il  culto 
della  pietà  profonda  e  collettiva.  Abbiamo  accennato  —  nel  corso 
dell'opera — ai  piccoli  cimiteri  del  borgo  e  ad  altri  campestri, 
perduti  negli  ermi  silenzi,  nella  fosca  solitudine  dei  vérdi  piani  ; 
cosi  che,  nelle  loro  caratteristiche  modeste  —  senza  la  vanità 
dei  lussi  academici,  non  subbietti  alle  strettoie  regolamentari  — 
si  direbbero,  più  che  le  necropoli  fastose  delle  città,  atti  ad 
imporre  colla  mistica  voce 

Che  dai  tumuli  a  noi  manda  natura 

l'invincibile  idea  della  maestà  della  morte. 

Gli  uomini  del  medio  evo  considerarono  come  il  supremo 
dei  conforti  poter  dormire  l'alto  sonno  dell'eternità  sotto  i  por- 
tici claustrali  o  nelle  cripte  chiesastiche;  e  così  il  cimitero  non 
fu  sostanzialmente  che  l'appendice  del  tempio  cristiano,  che,  o 
sul  davanti,  o  nel  centro,  o  nel  fondo  del  recinto  sovraneggiava 
sempre,  come  l'angelo  della  fede  allargante  le  sue  candide  ali 
sulle  salme  della  terra  benedetta;  e  nel  diritto  ecclesiastico,  in- 
fatti, cimitero  indica  le  terre  limitrofe  alla  chiesa.  I  morti  illustri 
non  erano  però  deposti  in  pieno  campo:  i  mausolei  nobiliari, 
gli  arcosolì  delle  confratrie  e  dei  sacerdoti,  gli  ipogei  dei  ma- 
gistrati sorgevano  presso  gli  altari  o  nei  sacrati,  onusti  di  alate 
colonne,  di  stipiti,  di  fregi,  di  lapidi  elogistiche.  In  piena  terra 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


scendevano  solo  le  anonime  moltitudini  dei  poveri  e  degli  umili 
che  per  abnegazione  disponevano  per  sè  d'essere  solo  rammen- 
tati da  una  croce;  ma  non  sempre  era  accordata  sosta  a  quei 
compianti.  Quando  la  morte  chiedeva  nuovi  spazi,  gli  scheletri 
venivano  disotterrati;  e  dai  muri  del  camposanto,  appesi  alle 
vòlte  o  esposti  in  nicchie  di  legno,  guardavano  i  teschi  spolpati 
dalle  vuote  occhiaie  e  dai  denti  digrignanti,  e  i  femori  si  appun- 
tavano, e  le  scapole  e  le  tibie  si  incrociavano  a  gruppi,  este- 
tica macabra  di  cui  fino  a  pochi  anni  fa  dava  triste  spettacolo 
anche  il  cimitero  di  Codogno,  e  tuttodì  lo  danno  quello  di 
Castione,  l'oratorietto  di  Guardamiglio  ed  altri  reposorì  della 
regione. 

L' igiene  —  questa  pacifica  rivoluzionaria  —  intervenne  a  to- 
gliere, almeno  in  apparenza,  anche  quella  sparificazione  nel  di- 
ritto della  tomba.  Giuseppe  II  cominciò  a  vietare  le  sepolture 
nelle  chiese  e  nei  luoghi  chiusi  (aprile  1776);  ma  a  questa 
prescrizione  diede  sanzione  decisiva  la  legge  del  regno  italico 
(1809),  contro  la  quale  il  poeta  di  Zante  lanciò  il  suo  carme 
immortale.  E  se  l'alloro  poetico  fu  di  Ugo  Foscolo,  la  ragione 
fu  di  Ippolito  Pindemonte  che  non  gli  menò  buona  la  pietosa 
retorica:  tutti  i  popoli  civili  costrussero  i  propri  cimiteri  fuori 
dagli  abitati. 

Codogno  aveva,  però,  saputo  anticipare  sulle  esigenze  dei 
costumi  e  delle  leggi  :  Il  primo  campo  di  riposo  —  anche  pei 
ricchi  e  illustri  suoi  —  era  stato  costrutto  già,  per  persuasione 
del  padre  Carlo  Maria  di  Caslino,  minor  cappuccino  qui  in  mis- 
sione. Il  paroco  Besozzi  ne  fece  proposta  al  comune,  che  di 
sentimento  l'approvò,  confortando  il  suo  appoggio  coli' offerta 
di  mille  novecento  lire  e  di  molto  materiale  d'opera.  Il  paroco 
versò  all'uopo  le  seicento  ottantuna  lire  prodotte  dalla  questua 
annuale  pei  morti;  il  sacerdote  Antonio  Maria  Masserotti  diede 
lire  trecento  ;  quattrocento  e  un  ventennio  d' interessi  di  credito 
Giuseppe  Raspi  da  Rivoltella;  altre  cospicue  elargizioni  face- 
vano il  sacerdote  Pietro  Antonio  Cairo,  Giovanni  Battista  Grecchi, 
Ottavio  e  Francesco  Maria  Belloni  e  l'ospitale  della  Trinità; 
^proprietar) ,  fittabili,  manuali,  carriolanti  profersero  l'opera  loro 
gratuitamente. 


256 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


In  breve  tempo  si  raccolsero  così  diciotto  mila  lire;  il  ve- 
scovo Gallarati  diede  tosto  la  licenza  canonica,  ed  il  paroco 
Besozzi  poneva  la  prima  pietra,  il  sindaco  Andrea  Canino  la 
seconda,  dell'edificio  (io  giugno  1744),  secondo  il  disegno  del 
Foppone  dell'  ospitai  Maggiore  di  Milano  ^. 

Esso  fu  eretto  a  mezzogiorno  della  chiesa  maggiore,  fra  la 
canonica  e  la  casa  dei  Belloni.  Era  in  forma  elittica  con  ven- 
totto  braccia  di  lunghezza,  ventiquattro  di  larghezza  e  centodo- 
dici  di  periferia.  La  porta  prospettava  la  chiesa,  ed  aveva  ai 
lati  due  finestre.  Attorno  girava  un  porticato  a  vòlte  inchia- 
vardate e  sostenute  da  dieci  colonne  di  miarolo  e  da  doppi 
pilastri  in  cotto  agli  angoli.  Il  porticato  aveva  sette  cappelle, 
tre  di  fronte  e  due  per  ciascuna  parte,  dedicate  ai  Dolori  di 
Maria.  Girolamo  Guerrini,  egregio  pittor  cremonese,  ne  colorì 
sei  a  fresco,  e  il  varesino  Carlo  Magatti  ne  decorò  mirabilmente 
una  colla  «  Deposizione  dalla  croce  ».  Gli  emblemi  funebri  in- 
terstiziali furono  condotti  da  Giuseppe  Zanni  di  Bergamo  e  da 
Gerolamo  Pezzoni  di  Casalpusterlengo.  Il  pavimento  d'ogni 
cappella,  in  mattoni,  aveva  il  suo  meato  per  cui  si  discendeva 
nella  cripta,  e  dodici  usciali  ponevano  in  comunicazione  le 
sepolture. 

La  quiete  suprema  di  quei  sepolcri  non  durò  che  un  tren- 
tennio. Per  le  prescrizioni  giuseppine  sopra  accennate,  dovette 
il  comune  apparecchiare  fuori  del  borgo  un  recinto  novello,  che 
fu  tracciato  ad  oriente,  e  benedetto  dal  proposto  Forni  (9  ot- 
tobre 1785).  Il  cimitero  parochiale  diveniva  così  scheletro  di 
scheletri,  e  su  quell'area  dissacrata  il  comune  chiese  al  prefetto 
del  dipartimento  licenza  di  tenervi  mercato  (1804).  Annuì  il 
prefetto,  ma  il  publico  sentimento  dei  codognesi  respinse  la 
concessione;  essi  non  si  sentirono  in  grado  di  mercatare  sulle 
ossa  dei  padri  loro,  e  lasciarono  quel  funebre  foro  nundinatorio 
del  tutto  deserto;  il  perchè  gli  rimase  l' antonomastica  designa- 
zione di  piazza  Morta. 

Il  comandante  francese  del  genio,  residente  a  Pizzighettone, 
si  lasciava  sfuggir  di  bocca,  qualche  anno  dopo,  che  pel 
restauro  di  quel  castello  si  sarebbe  servito  delle  pietre  del 
camposanto  soppresso  (18 11).  Allora  i  fabbricieri  chiesero  ed 


Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  //. 


45 


258 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Ottennero  di  demolirlo  del  tutto,  e  di  usarne  i  materiali  per  eri- 
gere una  cappelletta  mortuaria  e  per  restaurare  la  parochiale. 
Il  sacerdote  Giulio  Gobbi,  cedendo  ad  una  pia  ispirazione,  of- 
ferse mille  lire,  pur  che  il  piccone  demolitore  non  ismantellasse 
il  sacro  luogo.  La  sua  esortazione  non  fu  accolta,  e  in  meno 
d'un  mese  si  dovette  offrire  alle  autorità  " francesi  quell'area 
vasta,  atta  alle  manovre  soldatesche. 

Una  nota  dell'archivio  parochiale  accenna  al  «grande  senti- 
mento »  del  popolo  al  principiare  dei  lavori  di  demolizione 
(28  settembre  18 13).  Tutto  fu  sconvolto  e  disperso.  Le  dieci 
colonne  di  miarolo  furon  vendute  per  cinquanta  zecchini  ;  due 
ciascuna  ne  acquistarono  le  chiese  di  Camairago,  di  Meleti,  di 
Santo  Stefano  al  Corno.  Fu  segato  il  lembo  di  muraglia  deco- 
rato dal  cavalier  Magatti  e  trasferito  a  forza  d' argani  nella 
cappelletta  mortuaria  (29  ottobre),  dove  ancor  oggi  si  venera. 
Si  vuotarono  i  sotterranei  (27  gennaio  1814),  e  ci  vollero  nove 
lunghe  rtotti  invernali  perchè  le  sette  cripte  venissero  monde 
dai  cadaveri;  nel  gelido  rovaio  si  compirono,  fra  grande  con- 
corso di  fedeli,  la  esumazione  ed  il  riseppellimento  nel  novello 
cimitero. 

Il  campo  delle  tombe  nuove  non  fu  da  principio  ordinato  a 
prescrizioni  d'arte  e  di  igiene.  Nel  centro  di  esso  fu  eretta  una 
cappella  molto  modesta,  senza  audacie  architettoniche,  senza 
ricchezza  di  marmi  o  di  pitture.  Una  muraglietta  circondava 
l'angusto  spazio,  e  tardi  si  diè  principio  alla  fabbrica  del  ca- 
pitello di  entrata  {1806),  tuttora  esistente. 

Quando  F  arte  diede  alle  tombe  un  linguaggio  divulgatore,  e 
i  simboli  da  semplicemente  religiosi  divennero  filosofici  e  civili, 
anche  nel  piccolo  cimitero  codognese  le  umili  croci  di  legno  e 
di  ferro,  i  brevi  cippi,  le  tavole  murate  non  bastarono  più.  Si 
cominciò  a  costrurre  qualche  sepolcreto  a  foggia  di  monumento  ; 
primo  dei  quali  fu  quello  a  Margherita  Pinchiroli  vedova  Sta- 
bilini  (31  ottobre  1812),  benefica  e  pia  donna;  e  fu  mole  im- 
ponente in  ordine  ionico  (ora  addossata  al  muro  di  cinta  destro 
dell'ingresso).  Seguì  Terma  marmorea  dei  Ferrari,  e  l'elegante 
stipo  dei  Lamberti,  nell'ultimo  trasporto  del  quale  fu  reperta  la 
salma  di  ulia  Ballabio,  una  morta  gentile  al  cui  cadavere  la 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


leggenda  attribuiva  una  mutilazione  di  arti  per  poter  essere 
collocato  nell'urna  angusta,  leggenda  che  fu  sfatata  dall'opera- 
zione del  trasferimento  (1870). 

Intanto  il  campo  veniva  portato  a  centun  metri  di  larghezza, 
conservandogli  la  lunghezza  di  metri  sessantasette  (1849);  ed 
il  concetto  dell'euritmia  governò  la  costruzione  delle  altre  cap- 
pelle. Attorno  al  sacello  centrale  —  dove  esisteva,  e  per  con- 
venzione tuttora  esiste,  il  sepolcreto  pel  clero  —  su  disegno  in 
istile  toscano  dell'  ingegnere  Francesco  Quattrini,  approvato  dal- 
l'uficio  tecnico  della  delegazione  di  Lodi  —  furono  costrutte 
dieci  arcate  uniformi  colle  cripte  ad  uso  sepoltura*^;  in  prose- 
cuzione delle  quali  altre  se  ne  aggiunsero  (1860),  compiendosi 
così  il  campo  funerario  colla  fuga  dei  portici  simmetrici  con 
ottanta  archi  per  tre  lati 

Fra  i  proprietari  degli  avelli  si  accese  una  nobile  gara  per 
abbellire  i  domestici  sepolcreti.  Nella  espressione  dell'arte  più 
decorosa  —  coi  vialetti  dei  tristi  cipressi,  colle  aiuole  fiorite, 
cogli  ornamenti  accessori  d'ogni  funebre  asilo  —  crebbero  le 
lapidi  eleganti,  i  sarcofaghi  monumentali,  i  busti,  le  statue;  e, 
se  anche  l'idea  ispiratrice  di  qualche  valoroso  artista,  dovette 
nell'esecuzione  delle  opere  passar  sempre  pel  rigoroso  cribro 
dei  regolamenti  uficiali  —  assoggettanti  il  concetto  estetico  alla 
stregua  di  brevi  spazi  —  pure  furono  molti  i  pregievoli  monu- 
menti eretti. 

Il  camposanto  codognese  non  fu  più  sufficiente  all'interra- 
mento dei  trecento  ai  trecentocinquanta  falcidiati  d'ogni  anno, 
e  nuova  superficie  occorse.  Il  suolo  sotto  i  cui  strati  si  appa- 
recchiavano i  letti  dell'estremo  riposo  non  era  vorace  così 
da  consumare  le  spoglie  affidategli,  nel  termine  opportuno  ad 
un  rivolgimento;  esso  era  saturo  di  materia  organica,  l'evapo- 
razione avveniva  lenta  per  la  .scarsità  dei  sali,  e  la  legge  im- 
poneva vincoli  sulla  postura  delle  tombe  e  sulla  abitabilità  delle 
case  da  esse  lontane  meno  di  tre  ettometri. 

Fu  dunque  deliberata  l'erezione  di  un  nuovo  cimitero  a  le- 
vante di  quello  esistente  (1883);  e,  deviate  le  acque  del  Fos- 
\  sadazzo,  s'apprestò  un  campo  largo  centodue  metri,  e  lungo 
ottantasette.    Due   concorsi    si    indissero    per   la    parte  orna- 


26o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


mentale,  nel  secondo  dei  quali  —  giudici  essendo  gli  architetti 
Colla,  Giachi  e  Magriglio  —  riesci  vittorioso,  sopra  i  tredici 
proponenti,  l'ingegnere  Antonio  Palizzoli  di  Milano,  col  suo 
disegno  dal  motto  «Ara  maxima»,  di  stile  severo,  alquanto 
modificato,  però,  nella  esecuzione. 

Il  cimitero  di  levante  ha  presentemente  una  quarantina  di  cap- 
pelle, le  quali  dovrebbero  essere  continuate  in  linea  per  ogni  lato. 

Non  possono  preoccupar  noi  —  estensori  di  fatti  non  recen- 
tissimi —  le  critiche  e  le  deliberazioni  del  patrio  consiglio  sul- 
r  aumento  così  tecnico  che  artistico  del  cimitero  attuale.  Molto 
si  è  osservato,  studiato,  proposto,  discusso  in  questi  ultimi  anni, 
e  molto  si  è  pur  fatto  in  proposito.  A  noi  basta  il  semplice 
rilievo  che  —  pur  facendo  parte  alla  voga  —  nella  nostra  terra 
fu  sempre  fervida,  costante,  generale  la  religione  delle  tombe; 
la  qual  cosa  va  considerata  come  uno  degli  indici  migliori  per 
misurare  la  civiltà  delle  genti 

Il  comune  cimitero  di  Casalpusterlengo  sorgeva  fuor  dalla 
contrada  dei  Morti,  e  la  cappelletta  di  esso  esiste  tuttavia.  Un 
ordine  del  vescovo  Mezzabarba  —  rievocante  il  divieto  di  un 
concilio  medievale,  quando  la  poesia  del  camposanto  parve 
perduta —  proibì  l'entrata  nel  recinto,  così  di  giorno  che  di 
notte  (1743).  Colla  usata  diligenza  Lorenzo  Monti  ricorda  i 
vari  stadi  della  cripta  eretta  sulla  strada  di  Borrasca  presso 
Casale,  per  i  pestilenziati  coevi  di  Carlo  o  di  Federico  Borromeo; 
ed  accenna  poi  alla  designazione  di  quel  sito  a  cimitero  (1770). 
Soggiunge  che,  fattosi  angusta  ai  bisogni,  quella  abitazione 
mortuaria  fu  trasferita  al  bivio  della  strada  piacentina  e  cre- 
monese (1787). 

Anche  il  cimitero  casalese  fu  ampliato  di  recente  (1883),  ma 
—  ci  sembra  —  con  ben  poca  felicità  di  gusto  architettonico. 


201 


NOTE  AL  CAPO  Lll. 

^  Per  le  venti  doti  stabilite  da  detti  legati  la  congregazione  caritativa 
amministratrice  ha  un  capitale  di  23345,76  lire;  i  frutti  del  quale,  colpiti 
da  imposte  per  103 1  lire,  sono  convertiti  per  lire  921,20  in  doti,  per 
lire  12,96  in  ispese  di  culto,  per  lire  17  in  reintegrazione  di  capitale,  e 
per  lire  80  in  elemosine  oggi  riferite  al  ricovero  di  mendicità. 

^  La  congregazione  di  carità  ricevette  l' amministrazione  dell'  asilo  con 
un  erario  di  lire  12000,  e  col  reddito  netto  di  lire  510  (12  marzo  1876). 
Oggi  ha  un  patrimonio  di  lire  481 10,  26  colla  rendita  lorda  di  lire  2092,  50, 
a  cui  concorsero  specialmente  i  legati  del  sacerdote  Angelo  Beza,  del- 
l'ingegnere Luigi  Cesaris  e  del  dottor  Angelo  Croce. 

^  Il  maestro  Luigi  Pilla,  disponendo  delle  sue  sostanze  —  riservato  l' u- 
sufrutto  alla  moglie  —  a  favore  della  congregazione  di  carità  qual  fondo 
per  l'istituzione  dell'orfanotrofio  di  Casale,  desiderava,  nel  suo  fervore 
ascetico,  che  vi  fosse  «impartita  un'educazione  informata  ai  principii  cri- 
stiani cattolici  ».  Intendeva  altresì  che  si  assegnassero  quindici  lire  annue 
alla  chiesa  dove  nei  giorni  festivi  gli  orfanelli  sarebbero  stati  condotti  ad 
ascoltar  messa.  Così  il  Pilla  —  per  uno  strano  ritorno  all'antico  —  fa  pen- 
sare alla  notizia  che  troviamo  registrata  nell'Alemanni,  e  risultante  dagli 
atti  di  visita  del  vescovo  Bossi  (1584),  che  nella  chiesa  parochiale  di 
S.  Martino  «  aprivasi  una  grata  rispondente  coli'  ospizio  delle  fanciulle 
orfane,  che  di  lì  assistevano  alla  Santa  Messa  ». 

Non  è  pertanto  implicito  in  questo  rilievo  il  fatto  della  nostra  assoluta 
credenza  in  un  orfanotrofio  feminile  a  Casale  sullo  scorcio  del  secolo  XVI. 

*  Annibale  Riboni  -  Inaugurazione  della  lapide  dei  benefattori  delV  ospi- 
tale di  Casalpuster tengo. 

^Benefattori  dell'ospitale  di  S.  Rocco  in  Casalpusterlengo,  dopo  i 
due  Canale: 

Parmigiani  Gio.  Battista  (1656)  —  Pozzi  Francesco  Maria  (1695)  —  Betti 
Giulio  (1701)  —  Gariboldi  Marco  Antonio  (1723)  —  Lampugnani  Giorgio 
(1725)  —  Tedesco  Lorenzo  (1732)  —  Salvaderi  Della  Scala  Francesco  (1733) 
—  Perini  Gerolamo  (1750)  —  Borsa  Gio.  Battista  (175 1)  —  Fioroni  Gio. 
Battista  (1765)  —  Incognito  (1766)  —  Lucchini  Carlo  (1771)  —  Licognito 


262 


èODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


(1771)  —  Bruschi  Giovanni  (1774)  —  Pollidori  Barbara  (1776)  —  Cesaris 
Gio.  Angelo  (1777)  —  Cremonesi  Domenico  (1779)  —  Bozzona  Maria  (1779) 

—  Rossi  Bonaventura  (1780)  —  Incogfiito  (1780)  —  Grandini  Carlo  (1783) 

—  Rossini  Giovanni  (1785)  —  Bignamini  Antonio  Maria  (1786)  —  Pezzoni 
Gerolamo  e  Monica  (1802)  —  Acerbi  Domitilla  (1805)  —  Cassinelli  Pietro 
(1805)  —  Bignami  Sebastiano  (1805)  —  Galleani  Antonio  (1809)  —  Rosa 
Alessandro  (1816)  —  Fugazza  Lazzaro  (1817)  —  Gamia  Francesco  (1817) 

—  Cremonesi  Carlo  (1820)  —  Tiboldi  Maria  Rosa  (1829)  —  Cesaris  Angelo 
(1832)  —  Badagnani  Francesco  (1841)  —  Tanzini  Luigi  (1845)  —  Viglioni 
Fabrizio  (1849)  —  Seminerio  Angelo  (185 1)  —  Cesaris  Giovanni  (1854)  — 
Franceschini-Conca  Bianca  (1855)  —  Viglioni  Carlo  (1857)  —  Oldani  Cri- 
stoforo (1858)  —  Contesi  Giuseppe  (1864)  —  Comizzoli  Pietro  (1864)  — 
Lodigiani  Vincenzo  (1869)  —  Germani  Giuseppe  (1875)  —  Moro  Marianna 
(1881)  —  Croce  Giuseppe  (1885)  —  Vida  Giuseppe  (1890)  —  Pedrazzini 
Davide  (1890)  —  Viglioni  Rosa  (1894)  —  Cesaris  Luigi  (1894). 

L' opera  pia  Giorgio  Pallavicino  Trivulzio  ha  pure  la  distribuzione  di 
pane  ai  poveri. 

^  L' edificio  dell'  asilo  Grossi  in  Senna  fu  appositamente  costrutto  presso 
la  chiesa,  aerato  ed  ameno,  fra  cortile  e  giardino.  Vi  si  distribuiscono 
quotidianamente  centoquaranta  minestre.  I  fanciulli  dividonsi  in  due  classi 
elementari  inferiori,  a  doppia  sezione  ciascuna. 

^  La  statistica  delle  opere  pie  e  dei  lasciti  di  beneficenza  del  quin- 
quennio 1881-85,  ordinata  dalla  apposita  commissione  reale  d'inchiesta 
(1887),  oltre  agli  istituti  particolarmente  ricordati  nei  nostri  capi  LI  e  LII, 
annoverava  nel  nostro  territorio  : 

Caselle  Landi  —  D'amministrazione  laica:  Opera  doti  (1771).  D'am- 
ministrazione ecclesiastica:  Opera  Stefanoni,  per  doti  e  medicine  (1853); 
opera  Landi  per  soccorsi  in  natura  e  vesti  nei  mesi  invernali  (1849). 

Castelnuovo  Bocca  d'Adda  —  D'amministrazione  laica:  Opera  Pe- 
roni, per  soccorsi  ai  parenti  poveri  del  benefattore  e  sussidi  di  baliatici, 
medicinali,  elemosine  ed  educazione  infantile  (1826).  D'amministrazione 
ecclesiastica:  Opera  Caperdoni,  per  doti  (1783). 

Castiglione  d'Adda  —  D'amministrazione  laica:  Opera  Ceppi  per  soc- 
corso in  denaro,  medicine,  doti  e  istruzione  (1750);  luog'o  pio  elemosiniero, 
costituito  dei  legati  dell'Incoronata  (di  fondazione  ignota),  Serracchi  (1704). 
Zaino  (1804),  Pozzi  (1834),  Palazzi  (1838),  Dragoni  (1860),  Dragoni-Mi- 
lani (1865). 

Cavacurta  —  D'amministrazione  laica:  Opera  Bocconi  per  doti  (1802). 

Corno  Giovane  —  D'amministrazione  laica:  Opera  Poli,  per  medici- 
naH  (1853).  D'amministrazione  ecclesiastica:  Opera  Vignati,  per  doti  (1844). 

FoMBio  —  D'amministrazione  ecclesiastica:  Opera  Ponti,  per  doti  (i795)- 

GuARDAMiGLio  —  D' amministrazione  ecclesiastica:  Opere  Fasoli  (i753) 
e  Roverselli  (1786),  per  doti;  opera  Vignola,  per  elemosine  (1827). 

Maleo  —  D'amministrazione  laica:  Opere  Anelli-Bianchi  (1848)  e  Bo- 
nomi  (1846)  per  elemosine,  doti,  medicine,  baliatici  e  istruzione.  D'ammi- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


nistrazione  ecclesiastica:  Opere  Pavesi  (1836),  Bignami  (1823)  e  Cippellettì 
{1823),  a  prò  dei  cronici  e  degli  indigenti  della  parochia. 

Meleti  —  D'amministrazione  laica:  Opere  Zaini  (1808),  Calza  1816)^ 
per  elemosine  ;  opera  Uggetti,  per  medicinali,  vitto,  indumenti  e  una  dote^ 
che  viene  erogata  dal  paroco  (1854).  D'amministrazione  ecclesiastica:  Opera 
Cavenago  (1854)  e  Comizzoli-Mola  (1828),  per  far  curare  i  poveri  nel- 
l'ospitale di  Codogno  ;  opera  Ferrari  per  sussidi  (1829). 

Orio  Litta  —  D'amministrazione  laica  ma  con  erogazione  del  paroco: 
Opera  Porzio  per  elemosine  (1844). 

OsPEDALETTO  —  D' amministrazioue  laica:  Opera  Balbi,  per  doti  (15 16); 
opera  Carrara  per  soccorsi  di  medicinali  (1833).  Ad  esse  partitamente 
accennammo  nei  capi  XXVI  e  XLVIIL 

San  Fiorano  —  D'amministrazione  laica:  Opere  Pallavicini  Trivulzio,. 
per  doti  e  cure  mediche  (1605-1635-1764)  ;  opera  Polenghi-Borsa ,  per  ele- 
mosine (1852). 

San  Rocco  al  Porto  —  D' amministrazione  ecclesiastica  :  Opera  Ber- 
nardelli,  per  doti  alle  parochiane  (1783). 

Santo  Stefano  al  Corno  —  D' amministrazione  laica  :  Opera  Rebotti 
per  elemosine  e  medicinali  (1866). 

Senna  —  D'amministrazione  laica:  Opera  elemosiniera  (1750).  D'am- 
ministrazione ecclesiastica:  Opera  Sebastiani,  per  elemos^ine  e  culto  (1869). 

SoMAGLiA  —  D'amministrazione  laica:  Opera  Tarra»  per  una  dote  (1844). 
D'amministrazione  ecclesiastica:  Opera  Alloggi,  per  elemosine  ai  paro- 
•chiani  (1803). 

^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno. 

Le  prime  cappelle  uniformi  erette  furono:  due  degli  Stabilini  Scotti^ 
una  dei  fratelli  Folli,  una  di  Carlo  Cattaneo,  una  dell'ingegnere  Quattrini, 
a  sinistra  della  cappella  centrale;  ed  a  destra  due  ancora  degli  Stabilini 
Scotti  (col  pregievole  bassorilievo  della  «  Pietà  »  e  il  magnifico  lacrimario 
di  Angelo  Pizzi,  allievo  del  Canova),  una  dei  Ferrari,  una  dei  Lamberti 
ed  una  dell'avvocato  Gatti. 

Le  prime  cappelle  costarono  seicento  lire  austriache;  poi,  in  causa 
della  maggior  costruzione  pel  fatto  della  demolizione  del  muro  di  cinta, 
costarono  lire  novecento  italiane,  più  la  tassa  di  ottanta  lire  cadauna,  ob- 
bligandosi il  comune  alla  manutenzione  perpetua. 

"  Secondo  la  proposta  Palizzoli  all'angolo  nord-est  del  nuovo  campo 
di  levante  dovrebbe  costrursi  il  crematoio,  pel  quale  fin  da  una  ventina 
d'anni  sono  si  costituiva  in  Codogno  una  società;  all'angolo  sud-est  do- 
vrebbe erigersi  la  camera  mortuaria,  con  tre  riparti  quadrati  ed  un  peri- 
stilio accedente  all'aula  anatomica. 

Le  modificazioni  recate  alla  proposta  architettonica  tolsero  la  gradinata 
•d'accesso  al  corpo  centrale,  quella  di  accesso  all'ossario,  e  spostarono 


264 


GODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


l'aliare,  in  guisa  da  addossarlo  alla  parte  chiusa  del  pronao,  verso  il  re- 
cinto; cosa  questa  che  ..non  a  tutti  piacque.  Nella  corsia  delle  cappelle 
nuove  la  prescrizione  tirannica  sulla  sporgenza  dei  monumenti  fu  di  poco- 
allentata;  pure  vi  si  eressero  elegantissimi  monumenti. 

Con  una  recente  deliberazione  il  consiglio  del  comune  dava  facoltà  di 
erigere  altre  cappelle  sul  lato  occidentale  del  vecchio  cimitero,  e  ciò  ar- 
restò la  continuazione  delle  cappelle  nel  nuovo  campo.  Le  ultime  cappelle 
hanno  maggiore  profondità  di  arcate,  e  sono  atte  alle  cubature  dei  graniti,, 
ai  quintali  di  bronzo....  La  costruzione  di  esse  recherà  necessariamente 
la  demolizione  del  capitello  di  accesso  e  l'erezione  di  un  più  degno- 
edificio. 

^*  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  1823. 


CAPO  LUI. 

Napoleone  —  Cerimonie  politico-religiose  —  I  fatti  d'arme  di  Fombio, 
di  Codogno  e  di  Lodi  —  La  republica  cisalpina  —  Le  impertinenze 
dei  «  republicanti  »  —  Gli  alberi  di  libertà  —  Il  paroco  De  Micheli  — 
La  guardia  civica  di  Codogno. 


CCAMPATO  come  il  colosso  dellia  modernità  sui  due 
secoli,  il  titano  corso  apre  la  sua  colossale  paren- 
tesi di  un  onnipotente  ventennio,  nel  quale  rias- 
sume, colla  gloria  delle  armi  invincibili,  la  supremazia 
politica  e  dispotica  del  regime  europeo. 

Sulla  sua  fronte  splende  il  sole  del  genio,  cui  per  disavven- 
tura è  la  forza  che  fa  da  unico  fulcro;  ma  non  pertanto  il 
mondo,  spaurito  ed  ammirante,  s'arresta  innanzi  a  lui  e  lo 
contempla,  elevandosi  in  un  orizzonte  di  gloria,  predestinata  a 
scomparire  dentro  una  nube  di  sangue. 

Per  quanto  vasto  l'umano  pensiero,  per  quanto  profondo  il 
sentimento,  quest' uomo  esorbita  dal  quadro  michelangelesco, 
nel  quale  i  geni  dell'arte,  colla  robustissima  loro  ala,  vol- 
lero comprenderlo,  e  qualche  cosa  di  oscuro  resta  tuttavia 
^  intorno  a  lui.  Sul  mare  tumultuoso  dell'età  sua,  stette  eccelso, 
e,    se   gli    entusiasmi   furono,    come   gli   odi,   indomati,  non 


266 


CODOGNO   E   IL   SUO  TERRITORIO 


per  questo  ancor  oggi  le  linee  maestrali  di  quel  carattere  sto- 
rico si  sono  smarrite  o  attenuate.  Settantotto  anni  ci  separano 
dal  giorno  in  cui  egli  disparve,  eppure  rammentiamo  noi  stessi 
che  egli  permaneva  immoto  e  quasi  intangibile  nelle  cocenti 
memorie  degli  avi  nostri ,  che  avevan  veduto  il  fulgore  della 
sua  aquilina  pupilla.  Per  essi  la  macra  fisionomia  del  pallido 
generale  dalle  chiome  fluenti,  cui  bastavano  pochi  giorni  a  pro- 
fligare  nella  italica  terra  i  vecchi  e  consumati  generali  cesarei, 
s'accordava  perfettamente  collo  indiademato  re  d'Italia,  che, 
vestito  di  ermellino  e  di  porpora,  dalla  catedrale  milanese  lan- 
ciava simultaneamente  un  grido  di  sfida  agli  uomini  ed  a  Dio. 

Dopo  le  apoteosi  sublimi  del  più  credente  fra  i  poeti  italiani 
del  secolo  che  si  spegne,  dopo  gli  studi  dei  più  eletti  scrittori, 
susciterebbe  compatimento  qualsiasi  attentato  monografico  alla 
persona  di  colui,  cui  parvero  insufiìcienti  i  fini  dell'universo.  Più 
modesto  è  il  compito  di  chi  —  come  noi  —  scontra  il  fulmineo 
capitano  scagliatosi  giù  per  l'Alpi  in  terra  nostra,  alla  distru- 
zione di  tutto  quanto  aveva  fino  allora  costituito  per  noi  la 
ragion  di  vivere. 

Le  ansie  però  e  le  irrequietudini  s' eran  già  manifestate,  spe- 
cialmente al  confine.  Al  porto,  infatti,  prospettante  Piacenza, 
sempre  gremito  di  barconi,  sempre  onusto  di  merci,  risvegliato 
dal  canto  dei  carrettieri  salutati  in  partenza  dagli  amici,  fra  il 
via  vai  degli  imprenditori  e  dei  numerosissimi  navichieri,  già 
s'eran  veduti  sin  dai  giorni  del  Terrore  parigino  approdare 
continuamente  imbarcazioni  di  nobili,  di  frati,  di  monache  e  di 
sacerdoti,  che,  sferrati  da  Torino  pel  cammino  eridanio,  si  in- 
ternavano negli  stati  della  penisola  meno  scossi  dall'uragano 
rivoluzionario,  riparando  specialmente  negli  stati  papali.  Ed 
erano  molti  e  paurosi  i  loro  parlari;  l'odio  alla  rivoluzione  ed 
il  fervor  religioso  infoscavano  anche  più  i  racconti  e  i  presagi. 
Bevevan  grosso  le  plebi,  ma  un  senso  di  malessere  penosissimo 
abbatteva  le  genti.  Sospese  le  publiche  e  le  private  letizie, 
smessi  i  domestici  giuochi,  disanimate  Glori  e  Fillide  sulla  cui 
bocca,  seminascosta  dal  compiacente  ventaglio,  più  non  fioriva 
l'arguzia  salace;  e  nello  spirito  tranquillo  dei  lombardi,  dolce- 
mente riposanti  in  quella  prosperità  che  è  sorella  della  rasse- 


NELLA   CRONACA  E  NELLA  STORIA 


267 


gnazione,  si  faceva  a  mano  a  mano  strada  la  paura.  Assueti  alla 
remissività  di  fronte  ai  principi  reggitori,  disamavano  il  nuovo, 
e  sentivansi  fiacchi  in  faccia  all'invasione  degli  annunciati  ico- 
noclasti che  venivano  a  scardinare  troni  ed  altari. 

Indi  l'appello  diretto  al  cielo,  cui  si  deprecava  fausto  alle 
armi  federate,  benedette  già  dal  vescovo  di  Lodi,  della  Berretta 
(4  gennaio  1793);  mentre,  a  ringagliardllè  il  sentimento  re- 
ligioso e  politico  insieme,  in  ,Codogno,  come  altrove,  moltipli- 
cavansi  i  tridui  e  le  novene,  e  cantavasi  nella  parochiale  un 
solenne  Te  Deum  per  una  vittoria  dei  tedeschi  e  «  prussi  »  sui 
francesi.  Splendido  era  l'apparato,  coll'assistenza  del  reggimento 
ulano  Giuseppe  d'Orosz,  qui  di  presidio,  le  cui  mostre  giallo 
imperiale  ed  i  bianchi  bottoni  della  divisa  lo  rendevano  caratteri- 
sticamente elegante  (21  aprile  1793).  Due  anni  dopo  papa  Pio  VI 
ordinava  il  giubileo,  accolto  con  grato  animo  dall'imperatore, 
€,  come  da  per  tutto,  lo  si  celebrava  pur  qui  (3  maggio  1795), 
con  una  lunga  processione  visitatrice  delle  chiese  delle  Grazie, 
di  S.  Giorgio  e  di  Caravaggio  «  impetrando  da  Dio  aiuti  contro 
i  francesi  *  ». 

Invano  e  sacerdoti  e  militi  e  popolo  si  prosternano  ai  sup- 
plicati altari,  invano  le  auliche  letterature,  mentendo  alla  realtà, 
s'argomentavano  impicciolire  il  fulmineo  intervento  di  Napo- 
leone; le  storie  ad  usum  delphini  che  qui  dilagavano  dagli 
annali  publici  sino  alle  sinossi  degli  almanacchi  di  corte,  si 
spezzavano  al  cospetto  della  folgore  che  scoppiava;  e  fu  nello 
atterrito  stupore  di  tutti  che,  mentre  ogni  giorno  trascorrente 
segnava  nei  diari  arciducheschi  una  nuova  disfatta  dell'  «  omett 
dal  cappe llin  »  e  de'  suoi,  l'esercito  d'Italia  —  lacero,  scalzo, 
ma  eroico  —  ci  portava  e  ci  imponeva  il  fatidico  trinomio  sul 
quale  s'imperniava  la  dichiarazione  dei  diritti  dell'uomo. 

La  valle  del  Po  è  repentinamente  irta  delle  schiere  sanculotte; 
non  hanno  armi,  ma  le  tolgono  ai  nemici;  non  hanno  scarpe, 
ma  le  provvederanno  le  schiere  boeme  e  croate  dei  Beaulieu, 
dei  Melas  e  dei  Wiirmser. 

Contro  essi  avanzano  i  francesi  per  passare  il  Po.  Gli  impe- 
riali sono  decepiti  dalle  mosse  avverse  ;  ma  con  cammino  forzato 
•così  che  direbbesi  fantastico,  il  generale  Bonaparte  si  getta  nel 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ducato  piacentino,  e  varca  il  fiume  (7  maggio  1796).  Così  il 
fragore  di  guerra  desta  le  popolazioni  della  nostra  plaga,  con 
repentino,  doloroso  sgomento, 

L' avanguardia  francese  di  quattromila  granatieri  —  immemori 
delle  fatiche  per  le  quaranta  miglia  percorse  il  dì  prima  — 
toccò  la  sponda  lombarda  alla  Ca  Rossa  con  piccole  barche, 
scendendone  prima  il  generale  Lannes,  e  dopo  lui  i  generali 
de  la  Magne  e  Lanusse.  L'austriaco  Beaulieu  —  che  quantunque 
già  ottuagenario  era  ancora  considerato  buon  capitano  —  s'era 
dilungato  verso  Valenza,  di  guisa  che  a  Lannes  riesci  sbarat- 
tare facilmente  i  pochi  squadroni  austro-napoletani  —  coman- 
dati dall'illustre  colonnello  Federici  —  che  avevan  fatto  punta 
scoperta  sin  verso  il  porto.  Il  capitano  republicano  diè  campo 
a  tutta  la  sua  brigata  di  valicare  sicuramente  il  fiume,  e  di 
seguirlo  per  Valloria  e  la  Mirandola  a  Fombio  ;  dove  un  corpo 
di  austriaci,  tardivamente  inviatovi  da  Beaulieu  e  comandato 
dal  generale  Lipthay,  tentò  di  far  argine  allo  irrompente 
nemico. 

Nè  il  simulacro  di  resistenza,  nè  l'appostamento  di  alcuni 
cannoni,  valsero  a  frenare  l'impeto  di  Lannes,  che  tolse  ai 
cesarei  le  male  usate  artiglierie,  danneggiandoli  aspramente  ed 
obbligandoli  alla  fuga  verso  Pizzighettone,  senza  che  un  solo 
uomo  dell'esercito  di  Beaulieu  giungesse  in  tempo  di  parteci- 
pare all'azione.  A  tutto  questo  si  riduce  la  «  battaglia  »  di 
Fombio,  da  alcuni  decantata  sullo  stile  dei  commentari  romani, 
e  per  la  quale  anche  il  calmo  Gualtiero  Scott  —  che  pur  scri- 
veva in  odio  di  Napoleone  : —  dettò  una  pagina  assai  più  fan- 
tasiosa che  storica. 

Il  giorno  dopo,  una  domenica,  monsignore  della  Berretta 
impartiva  in  Codogno  la  confirmazione  ;  e  siccome,  a  compierla 
gli  bisognava  fermarsi  anche  il  lunedì,  egli,  in  quel  grande 
trambusto  degli  austriaci  in  ritirata  e  dei  francesi  sorvenienti 
—  una  ventina  dei  quali  già  fr^  noi,  perchè  fatti  prigionieri 
alla  scaramuccia  di  San  Rocco  —  mandò  lettere  al  generale 
Lipthay,  chiedendogli  se  poteva  tranquillamente  proseguire  il 
suo  ministerio  ;  ma  «  il  prode  generale  »  —  scrive  Gian  Battista 
Lampugnani,  secretano  del  vescovo  —  rispose  negativamente^. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


269 


Da  Guardamiglio ,  dove  teneva  il  campo,  lo  svizzero  Amedeo, 
Emanuele  La  Harpe,  generale  francese,  muove  difilato  per 
Codogno,  e  per  la  via  del  Guadò  vi  arriva  nel  pomeriggio 
(8  maggio).  Alberga  in  casa  dei  Lamberti,  e  l'ufficialità  e  i 
soldati  si  disseminano  a  strame  sotto  la  loggia  e  per  le  vie  del 
borgo,  spaventato  al  cospetto  di  quelle  genti  scarmigliate  e 
impennacchiate,  di  cui  s'erano  udite  narrare  feroci  nefandità  e 
per  le  invasioni  néi  negozi,  e  per  le  ebrezze  abituali,  e  per  la 
eccessiva  galanteria,  e  per  le  spogliazioni  fatte  a  mano  destra 
sui  cittadini. 

Nel  cuor  della  notte  uno  scalpitio  di  cavalli  giunge  dalla 
strada  di  Casalpusterlengo,  sulla  quale  eran  di  scorta  ad  un 
carro  di  salmerie  medicinali  avviate  a  Cremona  da  Pavia.  De- 
stansi  di  soprassalto  i  francesi,  dan  di  piglio  all'armi,  e  il  ge- 
nerale La  Harpe  li  raccoglie  spingendoli  contro  il  nemico.  Questo 
s'arretra,  e  mentre  i  francesi  si  stendono  per  la  contrada  Grande, 
gli  austriaci,  seguendo  la  linea  parallela  delle  Terziarie,  svol- 
tano celatamente  nel  vicolo  Cardazzi  (vicolo  I  di  via  Roma), 
sbucando  sotto  il  voltone  della  maggior  via.  S' impegna  la  mi- 
schia, e,  ferito  a  morte  da  una  salva  di  moschetteria,  il  La 
Harpe  procombe  cadavere  da  cavallo.  Non  è  del  tutto  disperso 
il  velo  enigmatico  che  precinge  la  realtà  dell'episodio  cruento; 
poiché,  se  alcuni  cronisti  affermano  esser  lui  caduto  vittima 
d'una  scarica  degli  austriaci,  altri  accertano  invece  —  come 
Gualtiero  Scott  e  Giovanni  Battista  La  Cecilia  —  che  fu  piombo 
francese  quello  che  tolse  di  vita  quel  prode,  così  insigne  pei 
fatti  guerreschi  in  Piemonte,  e  pel  suo  senno  e  valore  così  caro 
al  generale  in  capo  ;  il  cui  dolore  per  la  repentina  perdita  parve 
inconsolabile. 

Dodici  altre  vittime  boccheggiarono  al  suolo  nello  scambio 
delle  fucilate;  e  francesi  e  tedeschi;  e  tutte  le  salme  infelici, 
con  quella  del  La  Harpe  furono  piamente  composte  a  sepoltura 
nel  nuovo  cimitero,  tra  il  gemito  delle  chiarine  ed  il  rullo  ma-- 
linconico  dei  tamburi  a  corruccio. 

\        All'indomani   del   fiero   badalucco   di   Codogno,   il  generale 
Bonaparte  lo  attraversa  dirigendosi  verso  Lodi,  disposte  le  sue 


270 


coDOGNo  e;  il  suo  territorio 


genti  su  tre  ali,  e  spiccando  una  colonna  a  Pavia  per  minac- 
ciare Milano,  e  cosi  distrarre  l'attenzione  del  nemico  dalle  sue 
operazioni  immediate  pel  passaggio  dell'Adda.  Invano,  guar- 
dando il  Po,  il  giovane  capo  dell'esercito  d' Italia  aveva  aringati 
i  suoi,  premonendoli  d'esser  riservati  e  vigili  di  sè  stessi,  mi- 
nacciandoli di  severissimi  castigi.  La  predica  fu  presto  dimen- 
ticata, ed  il  contado  nostro  s'ebbe  al  passaggio  dei  transalpini 
angherie  e  danni  non  pochi.  L'ala  destra  dell'esercito  percor- 
reva la  vecchia  strada  cremonese  da  Castione  per  Lodi,  ed  a  Ca- 
stione  il  generalissimo  alloggiò  nella  casa  dei  Carenzi.  La  sinistra 
procedeva  da  Borghetto,  il  centro  per  Casalpusterlengo.  Era  un 
cuneo  la  cui  estremità,  allargatasi  al  Po,  conficcavasi  a  mano 
a  mano  nella  regione  lombarda. 

Seguì  —  conquistata  specialmente  dallo  ardimento  di  Bona- 
parte  e  de'  suoi  luogotenenti  Lannes,  Massena  e  Berthier  —  la 


Medaglia  commemorativa  delle  battaglie  di  Lombardia. 


vittoria  al  ponte  di  Lodi  (11  maggio),  per  la  quale  —  sebbene 
decantata  ed  illustrata  in  opere,  quadri  e  medaglie  molto  oltre 
le  sue  proporzioni,  a  detta  non  tanto  dei  critici  recenti,  quanto 
di  nostri  vecchi  che  da  fanciulli  ne  furon  testimoni  —  tutta 
Lombardia  fu  aperta  ai  transalpini. 

Fatto  memorando,  del  resto,  nel  quale  i  granatieri,  per  deli- 
berazione collettiva,  affibbiarono  al  loro  duce  supremo  lo  storico 
nomignolo  di  «petit  caperai  ».  Cadeva  subito  dopo  Pizzighettone, 
e  a  grado  a  grado  le  respinte  schiere  dell'Austria  riparavano, 
coacervandosi  in  Mantova,  poi  in  Verona,  e  via  via. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Non  è  memoria  che  gravissimi  danni  pervenissero  a  Lodi  in 
conseguenza  del  fatto  d'arme  sul  ponte,  e  ben  altre  turbe  ar- 
mate vide  in  quei  dì  la  regia  città  radunate  sotto  le  proprie 
mura.  La  ribellione  di  Pavia  aveva  suscitato  un  contracolpo 
nell'agro  lodigiano,  e  ben  diecimila  contadini  da  Chignolo, 
San  Colombano,  Livraga  e  Casalpusterlengo,  apparvero,  esercito 
disordinato,  ai  limini  dell' Eghezzonio ;  armati  di  falci  e  d'altri 
rusticani  stromenti.  Là  per  alcuni  giorni  taglieggiarono  con 
requisizioni  i  mal  capitati  colleghi  dell'agro,  sino  a  che  i  fran- 
cesi, escendo  da  Lodi,  sovr'essi  irruppero,  alcuni  spegnendone, 
buon  numero  facendone  prigionieri,  ed  il  resto  inseguendo  e 
fugando  così  che  quei  riottosi  d' un  giorno  —  pallida  e  monca 
imagine  della  brettona  Vandea  —  si  sbandarono,  reduci  peno- 
samente alla  spicciolata  ai  luoghi  nativi. 

La  occupazione  francese  così  si  rassodò  fra  di  noi,  che  anche 
i  paesi  subbietti  al  ducato  piacentino  caddero  sotto  di  essa, 
parendo  il  fatto  così  naturale  che  quando  il  generale  Alessandro 
Pino  partì  da  Codogno  per  impossessarsene  (5  novembre  1796), 
tutti  credettero  ad  un  tacito  accordo  intervenuto  e  mantenuto 
in  articolo  secreto  tra  il  duca  F'erdinando  e  il  Bonaparte. 

*     .  .  . 

S' allontanavano  fra  i  lieti  e  festanti  oricalchi  i  conquistatori 
venuti  di  Francia,  ma  dietro  sè  lasciavano  la  sequela  ben  peg- 
giore delle  avide  e  sempre  più  tormentose  requisizioni  ;  e  come 
non  bastassero  le  imposizioni  in  pecunia,  reclamate  colla  solita 
e  genealogica  burbanza  dell'antico  brenno,  colpivano  al  cuore 
il  paese  nostro,  cui  derubavano  dei  capolavori  e  delle  preziosità 
d'arte,  o  al  culto  servissero  o  ad  academie  o  a  scuole.  Così  lo 
sfacciato  rubalizio  diventò  norma  di  governo,  e  fu  lotta  aspra, 
perchè  e  le  città  e  i  borghi  fremevano  alla  rapina  di  quegli 
svaligiatori  in  veste  di  magistrati. 

Anche  il  nostro  contado  fu  del  triste  novero;  e  tele,  e  gioielli, 
e  quant'  altro  mai  di  peregrino  o  di  costoso  rallegrava  le  nostre 
pievi,  fu  costretto  ad  emigrare  dalle  umili  sponde  dell'Adda  e 
del  Po  a  quelle  della  trionfale  Senna.  Per  ordine  episcopale 
(27  maggio)  le  campane  tacevano  in  tutta  la  diocesi;  e  le  chiese 
subivano  le  ripetute  consegne  dei  sacri  argenti.  A  Codogno  la 


272 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


sola  parochìale  diede  la  prima  volta  ben  duemila  quattrocento 
venticinque  oncie  di  preziosi  (11  giugno)^;  e  l'anno  successivo, 
paventando  i  codognesi  una  nuova  irruzione  di  «  citoyens  » , 
credetter  buona  cosa  nascondère  in  una  cripta  della  cappella 
del  Rosario  sei  lampade  e  sei  candellieri  argentei.  Invano,  chè 
l'olfatto  straniero  e  l'indigeno  spionaggio  trionfarono  della  vana 
cautela  ;  riseppe  il  comandante  francese  dell'  occulto  insepol- 
cramento;  scovò  gli  oggetti,  li  fece  sterrare  e  li  portò  seco. 

Nè  le  persecuzioni  soltanto  riferivansi  ad  uomini  ed  a  cose 
di  chiesa,  ma  colpivano  senza  misericordia  tutto  quanto  aveva 
tratto  nella  società  civile  d'allora  ad  antichi  privilegi  ed  a  pre- 
rogative di  casta. 

Così  non  bastava  che  il  vescovo  della  Berretta  nei  vespri 
solenni  della  vigilia  di  S.  Bassiano  (18  gennaio  1797)  sapesse 
che  alla  sua  catedra  era  stato  soppresso  il  baldacchino  ;  e  che 
gli  fosse  comandato  dalla  municipalità  di  Lodi  di  sopprimere 
il  suo  titolo  di  conte,  apposto  al  manifesto  delle  rogazioni  (20 
maggio).  Anche  i  paroci  erano  assoggettati  ai  decreti  innova- 
tori delle  autorità  ;  poi  che  furon  costretti  a  togliere  dalle  chiese 
ogni  insegna  gentilizia  e  «  la  memoria  di  ogni  articolo  indi- 
cante aristocrazia,  dispotismo  o  tirannia  »  (5  maggio). 

In  Codogno  si  abrasero  dalla  loggia  gli  stemmi  dei  Trivulzi 
e  delle  famiglie  loro  agnatizie,  e  quanto  altro  nelle  chiese  e  nei 
palazzi  avvenne  ai  furibondi  innovatori  di  ritrovare. 

; 

Queste  persecuzioni,  veramente  acerrime,  commossero  di 
grande  dolore  gli  amici  della  religione,  e  quanti  dall'altare  ne 
erano  i  riconosciuti  ministri.  Da  per  tutto  alla  proclamazione 
della  libertà  s'accompagnavano  publiche  gazzarre;  e,  se  da  un 
lato  gli  amici  dei  giorni  trascorsi  eran  tutto  Cesare  e  tutto 
Pietro,  così  che  per  costoro  i  «  nostri  »  significavano  gli  au- 
striaci, dall'altro  —  e  specialmente  dopo  la  giornata  di  Lodi  — 
il  turbine  dei  Bruti  e  degli  Scevola  rinnovellati  imponeva  reci- 
samente la  letizia  uficiale;  e  così  anche  fra  noi  le  concitate 
menti  risalirono  agli  eroismi  di  Grecia  e  di  Roma,  dopo 
proclamata  la  republica  cisalpina  (29  giugno.  1797).  Diventava 
un   Marcello   chiunque  venisse  parteggiando,   pur  che  avesse 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


raso  il  capo,  la  carmagnola  sulle  spalle,  e  gli  indumenti  costel- 
lati di  coccarda  tricolore,  che  poi  fu  fissata  sul  cappello  e 
perfin  sulle  tonache  dei  frati,  di  colore  bianco  e,  rosso  e  verde, 
con  legge  speciale  (settembre). 

Si  urlava  in  coro  una  serie  di  evviva  eteredossi,  baccanando 
con  scioltezza  insolente,  e  sgambettando  in  gran  ridde,  cui 
misuravano  il  tempo  la  Marseìllaise  ed  il  Ca  ira/ 

Resistettero  a  questo  sconvolgimento  di  idee  e  di  sentimenti 
gli  spiriti  saldi;  ma  non  fu  così  delle  anime  deboli  e  pavide 
cui  la  bufera  politica  infranse  ed  an- 
nientò; mentre  gli  eccitabili  seco  tra- 
volse.  Di  questa  duplice  condizione 
morale  fu  prova  il  clero  ;  molti  re- 
sistettero, stretti  al  loro  delubro  ;  altri, 
pur  mantenendo  la  vecchia  fede,  pie- 
garono come  succisi  dalla  falce  del 
destino.  Scoronato  il  loro  Iddio,  poi- 
Iuta  la  loro  chiesa,  sconvolti  i  car- 
dini  della    loro    credenza,    male  si 
acconciarono  alle  violenze  della  era        p^^.^^^  Francesco 
novella;  così  che,  sopra  sè  stessi  ri-  Micheli 
piegandosi,  soventi  per  amarezza  e 

crepacuore  sì  spensero.  E  fu  uno  di  questi  Pietro  Francesco 
De  Micheli,  venuto  da  Gera  —  dove  era  arciprete  —  a  mini- 
strare la  parochialità  codognese  (26  marzo  1795)  dopo  Giuseppe 
Antonio  Forni. 

Anche  tra  noi  fiorì  la  piantagione  dei  simbolici  alberi  della 
libertà,  affermazione  altrettanto  emblematica  quanto  vegetal- 
mente pagana  dell'evo,  rifatto  nel  calendario  republicano,  filo- 
sofico studio  dell'  illustre  Fabre  d' Eglantine.  Alto  di  fusto  ed 
incappellato  dal  metallico  berretto  rosso  di  Frigia,  sorse  l'albero, 
come  un  vero  istituto,  dovunque  fra  noi  ;  mentre  tutto  il  vecchio 
se  ne  andava,  compresa  l'avita  moda  dei  codini,  che,  recisi 
alla  nuca  di  qualche  misoneista,  stettero  a  dispregio  del  mondo 
vecchio  appiccicati  ai  muri  delle  case,  ancor  raccolti  nei  pettini 
di  tartaruga.  In  ogni  largura  interna  di  borghi  e  di  casali  le 
lunghe  e  poderose  aste  della  libertà  ferirono  i  cieli,  ed  innanzi 
Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  //.  46 


274 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


a  questo  legno,  signifero  della  rivoluzione,  le  publiche  feste,  ed 
i  riti  cittadini  doverosamente  compievansi  :  e  la  parodìa  della 
infusione  battesimale,  e  la  indissolubilità  delle  promesse  tra  i 
fidanzati,  se  a  braccetto  l'un  dell'altro  eran  due  volte  almeno 
passati  accanto  all'albero;  la  affermazione  coniugale  pronunciata 
dal  magistrato,  ed  il  convegno  indispensabile  delle  funzioni 
inerenti  al  reggimento  dei  popoli  e  le  stipulazioni  di  contratto. 
A  chiusura  di  ciascun  avvenimento  si  danzava  dai  popolani 
commisti  ai  deblasonnès,  dal  cappello  a  due  pizzi,  dall'abito  a 
giustacuore  turchino  o  rosso,  dall' attilato  calzone  lungo;  si 
danzava  da  religiosi  che  avevano  smessa  la  tonaca  e  da  soldati 
dalle  uniformi  sgargianti,  da  monache  senza  velo,  da  dame  e 
da  perdute,  tuttavia  cincischiate  il  viso  della  mosca  o  «  pas- 
sionata »  o  «  civetta  »  o  «  sfrontata  »  o  «  assassina  ».  Stringe- 
vansi  mano  a  mano,  in  comunanza  «  fraterna  »,  e  in  giro  tondo 
cantavano  : 

Ecco  l'arbor  trionfale 
A  cui  scritto  intorno  sta 
In  carattere  immortale: 
Eguaglianza  e  Libertà. 

Parecchi  furono  codesti  alberi  interrati  in  Codogno;  ed  il 
primo  fu  quello  della  maggior  piazza,  scavato  dalla  piena  cam- 
pagna presso  la  Divizia.  Fra  un  tuono  d'applausi  ne  era  stata 
aperta  la  fossa,  ed  i  nostri  proavi  gli  volsero  gli  sguardi  o  fe- 
stanti o  corrucciati  ;  e,  non  essendo  ancora  in  quella  brava  gente 
soverchiamente  distinte  le  idee  «  razionalistiche  »  dal  sentimento 
religioso,  reputaron  buona  cosa  che  all'albero,  al  berretto  ed 
al  vessillo  tricolore  non  dovesse  mancare  la  sanzione  ecclesia- 
stica. Il  perchè  premettero  così  sul  loro  pastore,  che  il  buon 
De  Micheli,  fece  di  necessità  virtù,  ed,  induti  i  paramenti  so- 
lenni, si  condusse  obtorto  collo  in  piazza,  benedisse  l'albero, 
inviando  in  cor  suo  chi  sa  quali  e  quanti  anatemi  alla  «  pianta 
del  diavolo  » ,  intorno  a  cui  i  regicidi  di  Parigi  avevan  carolato 
in  figura,  con  stuoli  di  fanciulle,  ignude  come  le  vergini  di 
Sparta,  ma  non  come  esse  rivestite  del  triplice  usbergo  del  pudore. 

Simile  emozione  —  e  più  violenta  —  s'aggravò  sulla  tenue  fibra 
di  quel  povero  prete  che  dovette,  per  delegazione  del  preposto 
presente,  pronunciare  il  sermone  analogo,  all'inaugurazione  del- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


l'albero  piantato  sul  sacrato  di  S.  Bernardino,  e  che  s'ebbe  le 
disapprovazioni  di  molti  astanti,  per  aver  egli  dato  saggio  di 
soverchio  civismo  nella  sua  orazione.  Neil'  atterrita  coscienza 
gli  giganteggiò  il  rimorso  d'essersi  prestato  alla  insana  ceri- 
monia, e  travide  per  l'opera  sua,  sebbene  forzata,  le  tremende 
ire  del  cielo.  Rincasò  affranto,  ed  al  suo  morale  disfatto  s'ag- 
giunse un  indefinito  malessere;  così  che  la  mattina  dopo  lo  tro- 
varono morto;  altra  e  non  ultima  vittima  della  rivoluzione  feroce. 

Anche  il  paroco  De  Micheli  —  tormentato  dalle  luttuose  e 
fiere  scene  per  cui  dovette  la  chiesa  vestire  gramàglie,  rotto  di 
salute,  e  deperendo  sì  nel  fisico  che  nel  morale  —  vide  ben  presto 
l'estremo  suo  giorno  (15  maggio  1797);  e  non  parvero,  pertanto 
fuori  proposito  le  parole  panegiriche  del  cardinal  Giulio  della 
Somaglia  che,  ricordandolo,  gli  attribuì  il  predicato  di  martire. 

Quegli  alberi  artificiali  non  dovevano,  per  altro,  aver  lunga 
fortuna.  Vegliavano  nell'ombra  costanti  ed  accaniti  avversari;  e 
ben  presto,  contro  la  visibilità  di  quel  segno  infierì  l'animadver- 
sione  dei  retrivi  o  almeno  di  coloro  che  —  come  il  romano 
Pasquino  —  pensavano  esser  quello  un  albero  senza  radice  e  un 
berretto  senza  testa.  Nel  cuor  di  una  notte  un  uomo  di  Retegno 
riparò  tempestivamente  dalle  unghie  dei  birri,  dopo  intaccato 
coir  accetta  l'  arbore  invisa  (13  maggio  1798).  Per  rintrac- 
ciarlo vennero  qui  i  giudici  di  Lodi  coi  propri  famuli  ;  esami- 
narono la  pianta  e  la  sua  «  ferita  »  che  non  trovaron  «  mortale  » , 
e  intorno  al  palo  fecero  erigere  un  riparo,  non  molestando  l'au- 
tore dello  sfregio,  fuggito  a  salvamento  alle  Cascine  dei  Passerini. 

E  le  peripezie  dell'emblema  giacobino  di  S.  Bernardino  non 
eran  finite;  perocché  pochi  dì  dopo  il  muratore  Nicolini  s'ar- 
rampicò audace  sino  al  berretto,  e  via  seco  lo  portò,  sfuggendo 
su  per  la  scala  della  torre  ai  birri  che  lo  inseguivano.  Credet- 
tero questi  averlo  così  meglio  fra  mani;  ma  l'ardimentoso, 
tratta  a  sè  una  lunga  corda  delle  campane,  per  essa  calò  in 
tempo  di  sottrarsi  alla  cattura;  e  le  risa  furono  generali. 

Come  accade  degli  imitatori  in  genere,  così  avvenne  dei  re- 
publicanti  nostri,  allor  che  non  avevano  altro  mandato  fuor 
quello  di  conformarsi  sull'esempio  che  giungeva  dalla  ^tragica 


276 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Senna;  e  la  esagerazione  si  seguiva  come  unica  norma,  e  se 
Parigi  era  andata  poco  prima  tutta  a  sangue,  non  mancavano 
tuttavia  i  predicatori  nazionali  auspicanti  alle  meravigliose  im- 
prese della  ghigliottina. 

Rumorose  le  discorse  dei  fanatici,  atroci  propositi  d'esemplari 
castighi  a  preti  ed  a  nobili;  ma  in  realtà  un  terrore  esclusiva- 
mente parolaio,  e  pel  quale  nessuno  si  prendeva  grave  inquetu— 
dine.  Sangue  di  sacerdoti,  lacerti  di  prelati,  teste  di  aristocratici, 
cadaveri  di  tiranni  non  escivano  dai  soliti  confini  delle  frasi 
fatte.  Tutt'al  più,  aboliti  i  santi,  e,  vuotato  il  paradiso; 
scempiaggini  teatrali  simbolico-politiche,  onde  la  giusta  opi- 
nione d'Ugo  Foscolo  sugli  uomini  allora  più  in  vista,  che 
«  morte  e  sangue  gridavano,  feroci  di  mente  mostrandosi,  prodi 
in  parole  e  ad  ogni  impresa  impotenti  ». 

In  Francia  la  rivoluzione  esciva  spontanea  ed  inesorabile,  pro- 
dotta dalle  peculiari  condizioni  del  paese;  da  noi,  si  sviluppava 
per  contrario  un  plagio  drammatico.  Alla  verità  fiammeggiante 
oltre  Alpi  rispondeva  per  parte  nostra  l'ampolla  retorica.  In 
Francia  si  decapitavano  i  re,  qui  i  simulacri. 

Si  elevavano  fra  noi  grida  gagliarde  alla  eguaglianza;  ma  si 
raccomandava  ai  nobili  ed  ai  facoltosi  di  non  licenziare  i  dome- 
stici, e  di  non  smettere  il  cocchio  per  non  orbar  di  guadagno  il 
lavoratore.  Infinite  palinodie  erano  nel  paese  cisalpino  dedicate 
alle  virtù  del  civismo,  mentre  nel  transalpino  quattordici  eserciti 
varcavano  i  confini  per  la  salvezza  della  patria.  Novanta  quattro 
mila  della  guardia  nazionale  francese  formavano  l'esercito  del 
Reno,  là  dove  pochissimi  e  condizionali  eran  gli  inscritti  alla 
nazionale  italiana.  Argomentazioni  queste  per  le  quali  è  dimo- 
strato che  variazioni  capitali  di  aspetto  e  di  sostanza  non  at- 
traversarono i  paesi  nostri. 

Anche  Codogno  vide  in  marziale  divisa  la  sua  guardia  civica, 
vestita  alla  francese,  il  pennacchio  al  cappello  e  la  fusciacca 
tricolore  ai  fianchi  (i  febbraio  1798).  Di  essa  è  fatta  menzione 
nel  catalogo  che  il  Von  Leber  publicò  sull'arsenale  di  Vienna 
(1846)  \ 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


277 


NOTE  AL  CAPO  LUI. 
'  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

'  La  lettera  del  Lipthay,  esistente  nell'archivio  vescovile  di  Lodi,  è  questa: 
«  Eccellenza, 

In  riscontro  al  pregiatissimo  foglio  ho  l'onore  di  dirle  il  mio  parere 
sarebbe  che  V.  E.  ritornasse  a  Lodi,  non  posso  sapere  come  le  cose  an- 
deranno,  sono  di  fretta  con  tutta  la  stima  D.  V.  E.  umilissimo  servitore 

Fombio,  8  maggio  1796.  Lipthay,  Generale  ». 

A  tergo: 

«  A  sua  Eccellenza  il  signor  Vescovo  di  Lodi  a  Codogno  ». 
^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 

*  Dal  catalogo  che  il  Von  Leber  publicò  nel  1846  dell'arsenale  di 
Vienna  appare  che  si  conservava  colà  una  bandiera  cosi  descritta: 

«  Rossa,  bianca  e  verde  chiaro.  Magnifica  e  grande  bandiera  di  taffetà, 
•coperta  di  dipinti  e  scritte  in  oro.  Sul  davanti,  tra  due  rami  d'alloro,  l'occhio 
<ii  Dio  entro  a  triangolo,  e  davanti  un  fascio  da  littore  sormontato  da 
berretto  frigio,  colla  scritta: 

DIPARTIMENTO  DEL  PO  —  BATTAGLIONE  1 

Sul  nastro  rosso  che  annoda  i  rami  d' alloro  si  legge  : 

GUARDIA  NAZIONALE  —  SEDENTARIA  DI  GODOGNO 

Sul  rovescio  eguale  disegno,  e  sui  nastri: 

LIBERTÀ  EGUAGLIANZA  —  SOSTEGNO  DELLE  LEGGI  ». 


CAPO  LIV. 


La  reazione  austro-russa  —  Gli  andirivieni  dei  belligeranti  —  Feste  e 
disagi  popolari  —  Napoleone  imperatore  —  Il  regno  italico  —  La 
vita  sociale  —  La  caduta  del  colosso  —  Il  dominio  austriaco. 


VPOLEONE  Bonaparte  è  chiamato  dai  fati  guerreschi 
oltre  mare,  e  basta  il  suo  improvviso  allontanamento 
perchè  Francesco  I,  imperatore  d'Austria,  ed  i  suoi  co- 
stanti alleati  —  d'Inghilterra,  di  Russia,  di  Napoli  — 
appronuino  della  opportunità  per  stringersi  un'altra  volta  a 
fiaccare  la  cervice  della  Francia  vittoriosa. 

Nel  quadro  immenso  della  reazione  che  torna  in  armi,  ci 
basti  arrestare  lo  sguardo  sul  piano  più  propriamente  nostro, 
che  certamente  è  il  più  grandioso  e  cruento  nella  storia  di 
quell'anno  terribile. 

Il  Bonaparte  era  in  Egitto,  e,  meditando  la  rivincita,  l' impe- 
ratore d' Austria  disponeva  fra  l' Adige  e  il  Brenta  un  primo 
esercito  al  comando  del  vecchio  Melas;  un  secondo  radunava 
nella  valle  dei  Grigioni,  pronto  a  sboccare  in  Lombardia,  guidato 
da  Bellegarde;  e  lo  czar  Paolo  I,  inviava  a  sostegno  dell'Au- 
stria il  conte  Pietro  Alessandro  Suvaroff  Rimnikskii,  genera- 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO  279 


lissìmo  di  quaranta  mila  fra  moscoviti  e  cosacchi,  coi  quali 
egli  aveva  già  vittoriosamente  combattuto  guerre  semiselvaggie, 
specialmente  in  Polonia  e  contro  i  turchi. 

Col  pretesto  della  «  buona  causa  »  e  della  difesa  del  trono 
e  dell'altare,  i  reazionari  avevano  naturalmente  preparato  ter- 
reno, aizzando  la  incipiente  ribellione  contro  la  Cisalpina;  e 
Vincenzo  Monti  scriveva: 

Vidi  chierche  e  cocolle  armar  la  plebe. 

Quando  alla  rinfusa  si  riversarono  fanti  e  cavalieri  alleati,  dalle 
più  strane  e  smaglianti  uniformi,  nella  nostra  regione,  se  ne 
videro  gli  effetti  nella  effervescenza  popolare. 

Suvaroff  s'era  già  creata  una  propria  leggenda.  Di  sangue 
tartaro,  mezzo  soldato  e  mezzo  pontefice,  altrettanto  mistico 
quanto  feroce,  nascondeva  la  smilza  e  segaligna  figura  sotto 
un  lunghissimo  camice  bianco,  sul  quale  pendevano  dal  collo 
bizzarri  amuleti  e  reliquarii.  Era  brutto,  aveva  gli  occhi  di 
fuoco  ;  si  narrava  che  non  mangiasse  altro  che  carne  cruda  e 
facesse  morire  di  tossico  i  soldati  infermi.  Dormiva  sul  nudo 
terreno.  Voleva  presso  un  servo  che  gli  intimasse  di  cessare 
dal  bere  nei  pasti.  Girava  per  l'accampamento  e  dava  la  sveglia 
cantando  il  verso  del  gallo.  Irremovibile  sul  basso  cavallino 
d'Ucrania,  galoppava  furiosamente  alla  testa  de'  suoi,  scaglian- 
dosi sull'inimico,  cui  abbatteva  a  colpi  di  pistola  od  a  grandi 
fendenti  della  sua  sciabola  senza  guaina.  Asceticamente  con- 
fondendo il  potere  sopranaturale  di  Dio  e  quello  della  già  ben 
amata  czarina,  da  tempo  era  esagitato  da  un  odio  furente 
contro  Francia,  e  rimase  storica  la  sua  deprecazione  a  Caterina: 

—  Mamma  mia,  fammi  marciar  contro  i  francesi! 

E  quando  il  suo  voto  fu  pago,  così  nei  soldati  che  lo  ado- 
ravano discese  il  suo  sdegno  politico,  che  ad  essi  pareva  far 
opera  meritoria  ferire  crudelmente  e  decapitare  i  feriti,  urlando 
in  un  pazzo  latino: 

—  Jacob,  Jacob!  caput,  caput! 

Stranissimo  teismo  al  postutto,  codesto;  perocché,  mentre  per 
un  impeto  religioso  Suvaroff  ed  i  suoi  reputavano  liberar  la 
terra  di  mostri,  uccidendo  i  nemici  della  chiesa,  e  da  per  tutto 


28o 


GODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


il  popolo  riconsacrava  altarini  nei  canti  delle  strade,  e  la  rea- 
zione procedeva  normale  colla  abolizione  dei  diritti  civili  negli 
acattolici  e  colle  confische  a  danno  dei  partitanti  di  Francia, 
viceversa  i  templi  ed  i  chiostri  dei  paesi  nostri  eran  fatti  segno 
di  stragi,  di  violenze,  di  ludibri  senza  nome  e  senza  misura; 
tormentati  e  preti  e  frati  a  strappar  loro  il  secreto  degli  oc- 
cultati preziosi;  ignominiosamente  oltraggiate  le  monache  per 
belluine  lascivie;  spezzati  i  tabernacoli;  sperperatene  le  ostie, 
usatine  i  sacri  crismi  ad  ungere  le  calzature,  come  si  narra 
facessero  i  cosacchi  nella  chiesetta  di  Retegno.  E  invano  gli 
ecclesiastici  oppressi  chiedevan  grazia;  chè  quei  barbari  ne  vo- 
levano, gittandosi  prosternati,  la  benedizione;  ed  il  loro  capo 
per  tutta  consolazione  ad  un  prelato  che  lo  supplicava  di  far 
cessare  le  orrende  imprese  de'  suoi,  rispondeva  sorridendo: 
—  Eminenza,  tutto  vien  da  provvidenza! 

Se  già  r  irruente  esercito  dei  «  figli  della  patria  »  aveva  pa- 
vefatti  i  nostri  borghigiani  pel  piglio  arcigno,  pel  risoluto  co- 
mando, infoscato  dalle  larghe  tese  degli  elmi  a  criniera  e  coperti 
di  pelle  d'orso,  e  per  le  rapine  abituali,  e  per  i  frodi  nelle 
bettole,  e  per  le  imprese  d'una  spavalda  galanteria,  maggiore 
d'assai  fu  lo  scompiglio  al  sopraggiungere  violento  di  quelle 
orde  irreggimentate,  ma  senza  freno  e  senza  legge,  che  il  fana- 
tico asiatico  guidava.  La  razza  mongola,  la  tradizione  nomade 
e  rapace,  la  più  fitta  superstizione  e  la  sensualità  bruta  conco- 
mitavano  spaventevolmente  l'accesso  di  quei  combattenti  dalla 
verde  palandrana  e  dalle  alte  mitre  a  spigoli  piantate  sui  piatti 
testoni,  normalmente  respiranti  l'eccidio,  il  saccheggio  ed  il 
latrocinio. 

Coi  pendenti  strappavano  i  lobi  auricolari  delle  contadine,  o 
l'orologio  dal  petto  dei  cittadini,  loro  mozzando  le  dita  se  ca- 
riche di  anella;  sprezzavan  l'oro,  di  cui  ignoravano  il  valore, 
rifacendosi  sull'argento,  che  solo  o  bottinavano  od  esigevano 
in  pagamento;  rapivano  donne  di  ogni  ceto  e  d'ogni  età,  cui 
abbandonavano  semivive  dopo  strazi  infiniti;  e  quando  sazi  di 
così  nefande  imprese  ristavano,  allora  lor  pigliava  vaghezza  di 
guerresche  fantasie,  ed  i  cosacchi  manipoli,  torneando  al  ga- 
loppo  come   nella  steppa  nativa,  si  eccitavano  sino  al  delirio, 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


281 


con  barbari  canti,  con  sonore  assicciuole  battute  e  ribattute 
fra  sè,  e  con  rauchi  e  stiriduli  suoni  di  pastorali  istromenti. 

Non  è  a  credersi  che  impuniti  restassero  gli  orrori  compiuti 
dai  moscoviti  fra  noi  ;  perocché  unanimi  le  cronache  del  tempo 
inscrivono  il  numero  imponente  di  quegli  sciti  che  lasciarono 
le  loro  salme  sul  suolo  così  malamente  taglieggiato.  Sotto  la 
falce  contadinesca  od  abbattuti  dal  randello  cadevano  alla  spic- 
ciolata e  clandestinamente  pei  campi,  e  solo  diecimila  dei  qua- 
rantamila venuti  in  Italia  rividero  le  brume  native,  e  non  tutti 
spenti  da  piombo  o  da  ferro  francese;  tanto  che  Suvaroff,  ca- 
duto in  disgrazia  del  suo  sovrano ,  fu  costretto  a  ritirarsi  in 
solitudine  e  ben  tosto  miseramente  si  spense  (18  maggio  1800). 

Contro  il  convergere  dell'esercito  austro-russo  e  le  possibili 
offese  delle  navi  anglo-napolitane  e  delle  corsare  turche,  un 
corpo  francese  comandato  da  Jourdan  stava  per  invadere  la 
Baviera;  Massena  nei  Grigioni  fronteggiava  Bellegarde;  Scherer 
in  fine  stava  a  capo  dell'esercito  d'Italia. 

Tra  quel  nembo  minaccioso,  i  duchi  di  Parma  e  di  Modena 
ed  il  granduca  di  Toscana  s'erano  affrettati  a  riparare  sotto  le 
ali  dell'Austria  amica,  mentre  il  vecchio  pontefice,  Pio  VI 
—  già  condotto  dai  francesi  prigioniero  fra  loro  —  toccava 
Parma,  ivi  bramando  sostare.  Non  gli  fu  concesso,  ed  il  dolo- 
roso calle  per  lui  continuò  al  Po,  cui  varcava  dirimpetto  a  Pia- 
cenza, procedendo  a  Fombio,  con  accenno  a  proseguir  per 
Codogno,  dove  gli  si  era  approntata  la  refezione  (16  aprile). 
Ma  i  francesi,  avuto  sentore  che  milizie  tedesche  si  avanzavano, 
ritorcevano  la  via;  e,  toccata  Piacenza,  per  la  strada  di  Pie- 
monte internavano  papa  Braschi  a  Valenza,  suo  luogo  d'esilio 
e  di  sepoltura. 

Mentre  gli  austro-russi  vincevano  i  francesi  sull'Adige  e 
sull'Adda  —  così  che  Milano  apriva  le  sue  porte  agli  alleati 
{28  aprile)  —  qui  le  apprensioni  vieppiù  si  facevan  gravi  e  le 
difese  s'andavano  approntando.  Sino  dai  primi  del  niarzo,  i 
giovani  del  borgo  per  la  prima  volta  estraevano  il  numero  dei 
coscritti  —  uso  già  adottato  con  poca  fortuna  dai  francesi  (1705) 
e  ritentato  con  egual  sorte  da  Maria  Teresa  (1759)  —  ed  in 


282 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ventuno  venivan  trattenuti  nella  chiesa  della  Trinità,  dove  il 
«  sorteggio  »  era  stato  fatto.  Vuoisi  che  la  imperizia  degli  im- 
piegati, per  la  prima  volta  chiamati  a  quell'uficio,  rallentasse 
cosi  le  registrazioni  che  gli  inscritti,  stanchi  della  forzata  attesa, 
si  spazientissero  e,  sfondata  la  porta  della  Trinità,  prendessero 
il  largo,  sfuggendo  così,  per  quella  volta  almeno,  all'onere 
militare. 

Con  molta  meraviglia,  alla  invasione  austro-russa  i  nostri 
videro  i  tedeschi  reduci  senza  coda  e  senza  toupè.  Tale  fu  il 
delirio  popolesco  che  si  baciavano  àgli  usseri  ed  ai  panduri  i 
dolmans  e  le  gambiere  degli  stivali;  si  ornavano  di  fiori  i  ca- 
valli dei  cosacchi  ;  le  dame  presentavano  sciarpe  ai  «  liberatori  » , 
il  popolo  offriva  paioli  di  castagne  e  secchielli  di  latte  e  di 
vino.  L'aquila  bicipite  era  «dell'Austria  invitta  l'augello  pre- 
diletto ».  E  le  canzoni  ispirate  al  «  gemino  valor  »  ed  al  «  russo  * 
Marte  »  non  finivano  più,  come  gli  epitaffi  umoristi  alla  Cisalpina, 

di  cotal  libertà  vestita 
Che  libertà  nomossi  e  fu  rapina. 

Ma  il  sorriso  sparve  ben  tosto  dalle  labra,  composte  ad  ironia 
quando  ai  nomi  popolarmente  terribili  in  Lombardia  dei  Ba- 
gration,  dei  Corsakoff,  dei  Kray,  dei  Wucassowich,  degli 
Schweicusky  e  dei  Suvaroff  tennero  dietro  le  nefaste  imprese, 
e  si  videro  i  cosacchi  penetrati  in  Milano  da  porta  Orientale 
accalappiare  a  nodo  scorsoio  alcuni  dei  più  noti  republicani, 
e  trascinarseli  dietro. 

Libera  era  ancora  la  via  per  Mantova,  ed  il  generale  Scherer 
—  disanimato  dalle  ire  della  folla  —  passava  per  Codogno  con 
un  intero  corpo  d'esercito  (21  marzo),  recandosi  difilato  sotta 
le  mura  della  celebre  fortezza;  non  più  arrestato  dalla  linea 
fortificata  dell'Adda,  poiché  diciassette  anni  prima  anche  Pizzi- 
ghettone  e  Gera  —  le  assidue  arrestatrici  di  quanti  intendevano 
ossidionare  Mantova  —  eran  state  da  Giuseppe  II  ridotte  più  a 
custodia  che  a  munimento  di  guerra.  Perduravano  da  Piacenza 
questi  diversivi  del  supremo  duce  francese;  ma  ben  più  tor- 
mentoso spettacolo  commoveva  i  nostri  concittadini,  poiché  in 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


283 


quella  tragica  primavera  il  borgo  parve  fatto  ospitale  vastissimo 
di  feriti  e  di  prigioni.  Cento  carra  di  vulnerati  francesi,  venuti 
dal  campo  di  Verona,  si  allogano  nel  conservatorio  delle  suore 
servite,  a  lor  volta  trasferitesi  alle  orsole  (30  marzo);  le  chiese 
del  Cristo  e  di  S.  Rocco  —  oltre  le  sei  altre  già  mutate  in  al- 
loggio —  e  perfino  il  teatro,  vengono  usati  come  provvisorie 
prigioni  militari.  Giungono  altresì  altre  ottanta  carra  di  feriti 
(11  aprile),  ed  è  uno  sfilare  continuo  in  ritirata  di  tutte  le 
salmerie  francesi,  mentre  il  loro  quartier  generale  con  Scherer 
riducesi  in  Lodi  (15  aprile);  e  sgombransi  perciò  i  nostri  ospi- 
tali militari,  mandati  al  seguito  delle  milizie  francesi,  che  il  dì 
successivo  ripiegano  su  Lodi.  Subito  la  prospettiva  è  intera- 
mente mutata:  coi  tedeschi  rientra  trionfante  in  Codogno  la 
reazione  ;  ed  —  abbattuti  e  resi  festuche  gli  alberi  della  libertà  — 
servon  quasi  faci  funeree  alle  esequie  della  republica  (29  aprile). 

Sull'atterramento  degli  alberi  republicani  in  Codogno  si  fece 
dell'umorismo;  i  più  caldi  fautori  delle  idee  giacobine  figurano 
in  una  satira  popolaresca,  quali  legatari  degli  avanzi  del  sim- 
bolo. La  musa  vernacola  cantava  così: 

Il  ramo  dei  più  belli  —  a  Gandelli, 
La  palaia  —  a  Brancaia, 
Il  berrettino  —  a  Bugarino, 
La  zecca  —  a  Balotta. 

Assalito  simultaneamente  da  quattro  lati,  Pizzighettone  non  può 
opporre  che  breve  resistenza  alle  forze  di  Kray  ;  ed  è  giocoforza 
che  dopo  soli  tre  giorni,  i  francesi  si  arrendano,  colla  sciagura 
di  dodici  dei  loro,  sacrificati  dalla  esplosione  d'una  bomba  nella 
polveriera  (10  maggio).  Così  seimila  francesi  e  quattrocento 
contadini  «  per  il  travaglio  »  debbono  darsi  a  discrezione.  Una 
luminaria  —  di  quelle  solite  che  i  governi  imponevano  ai  sub- 
bietti  —  «  festeggia  »  in  Codogno  il  successo  felice  degli  alleati. 

Il  corpo  di  Massena,  che  veglia  dal  ligure  Appennino,  obbliga 
gli  austro-russi  a  muoversi  per  quella  volta;  e  qui  formasi  il 
grosso  di  fanti,  cavalli,  artiglierie  e  parco  di  munizioni,  desti- 
nato per  Genova,  il  quale  si  pone  in  via  con  sicura  baldanza 
(21  maggio).  Parton  costoro;  ed  ancora  spaurito  dalle  fiere  avvi- 
saglie impegnatesi  fra  gli  imperiali  di  Ott  e  le  linee  di  Macdonald, 


284 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


che  avrebbero  poi  posto  capo  alle  battaglie  del  Trebbia  (15 
giugno),  Ferdinando  duca  di  Parma  passa  fuggente  per  Co- 
dogno,  e  ricovera  la  notte  alla  Sigolona.  Le  mutate  sorti  dei 
republicani  hanno  intepidite  le  simpatie  terriere,  e  la  sorte 
dell'armi  si  libra  ancora  sull'agro  trebbiense,  nel  centro  d'Italia 
e  sulle  sponde  del  Po  si  persiste  nelle  violenze  reazionarie.  Si 
vedono  pertanto  i  comunisti  di  Codogno  e  delle  vicinie  accor- 
rere a  migliaia  in  armi  —  guidati  da  un  Griffini,  da  un  Croce 
e  da  un  Pedroli  di  Casalpusterlengo  —  sulla  sinistra  padana, 
per  contrastare  iì  passo  del  fiume  ai  francesi,  se  per  avventura 
ne  tentano  il  varco  (17  giugno). 

Ma  appena  Suvaroff  ha  ragione  dell'esercito  di  Macdonald, 
già  s'adira  per  le  gelosie  dei  capitani  imperiali,  fin  dal  prin- 
cipio della  guerra  da  lui  dichiarati  Zerbini  ;  e  questi  dissapori 
valgono  ai  republicani  la  possibilità  di  una  sicura  ritirata  verso 
il  Genovesato,  ricongiungendosi  i  due  generali  transalpini.  Nè 
altre  more  vuol  subire  il  maresciallo  Suvaroff;  ed,  agendo  dì 
suo  capo,  pensa  torsi  di  mezzo  dalla  guerra.  Egli  è  perciò  che 
vedono  i  codognesi  le  salmerie  russe  avviarsi  sulla  strada  di 
Germania  (14  settembre),  dopo  staccatesi  dalle  milizie  tedesche, 
che  rimangono  accampate,  in  atteggiamento  di  vittoria  per  tutto 
l'agro  piacentino. 

Non  ebbe  agio  la  reazione  di  sdraiarsi  sulle  riconquistate 
plaghe;  perocché,  ratto  come  il  baleno,  Bonaparte  —  tornato 
dalle  Piramidi,  acclamato  primo  console  a  Parigi,  stringendo 
nel  pugno  fatto  ancor  più  formidabile  l'imperio  politico  e  mili- 
tare della  Francia  —  prorompe,  emulando  l'audacia  di  Annibale, 
in  Italia,  pel  valico  di  San  Bernardo.  Berthier  prima,  e  pochi 
giorni  dopo  il  generalissimo,  pongonsi  alla  testa  della  legione 
italica  (28  marzo  1800). 

Da  principio  gli  austriaci  conseguono  qualche  isolata  vittoria, 
e  prima  duecento  republicani  in  cattività  dell'Austria  (30  aprile), 
poi  altri  cinque  mila  (dal  25  al  30  maggio)  passano  per  Co- 
dogno. Fuochi  fatui  della  fortuna  austriaca!  Gli  imperiali,  re- 
spinti nelle  fazioni  piemontesi,  intendono  che  Napoleone  è  già 
entrato  in  Milano  trionfante  (2  giugno)  e  riproclamante  la  Ci- 
salpina; debbono  riparare  in  Mantova,  e  la  loro  ritirata,  resa 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


285 


ingombrante  da  copiosissimi  equipaggi  e  da  un  altro  migliaio 
circa  di  prigionieri  francesi,  che  traggono  seco,  si  svolge  sotto 
gli  occhi  dei  codognesi  per  quattro  giorni  ed  altrettante  notti, 
terminando  col  dileguarsi  della  retroguardia. 

All'indomani,  un  giovedì,  alle  ore  undici  compaiono,  venendo 
da  Casale,  i  due  primi  usseri  francesi,  colle  pistole  poggiate 
suir arcione,  e  trascorrono  il  borgo,  diretti  a  Pizzighettone  (5 
giugno),  precedendone  altri  dodici,  che  a  sciabola  nuda  entrano 
il  dì  dopo  in  Codogno,  volgendo  al  Po,  presso  Piacenza;  d'onde 
Murat,  con  una  divisione,  varca  il  fiume  presso  Noceto. 

Seguono  altre  forti  schiere  francesi,  in  miglior  assetto  di 
guerra.  Alla  loro  prima  venuta,  si  spargono  per  Codogno;  ma 
il  loro  incorporamento  si  para  sullo  stradale  cremonese,  ac- 
campandosi nelle  case  del  Lumino,  che  soffrono  per  ciò  avanie 
e  saccheggi  ^ 

Si  dirigono  all'assedio  di  Pizzighettone,  i  cui  abitanti  sono 
per  gran  parte  fuggiti.  Gli  austriaci,  non  stremati  di  coraggio, 
tentano  una  «  sortita  »  che  costa  agli  assedianti  morti  e  pri- 
gionieri (io  giugno);  ma  quello  sforzo  disperato  non  ritarda 
di  un'ora  la  resa  dell'antico  baluardo;  le  cui  spoglie  sono  di- 
vise amichevolmente  tra  i  due  eserciti  (11  luglio). 

Nella  convulsa  agitazione  di  quei  momenti  —  che  vietavano 
una  determinata  opinione  —  la  regione  passava  dall'  uno  al- 
l'altro  sgomento.  Come  l'anno  prima  in  Codogno  s'erano  accesi 
lumi  di  gioia  per  le  vittorie  tedesche,  ecco  ora  fiammeggiar  di 
bel  nuovo  per  le  felici  imprese  francesi  sul  Reno  (10  dicembre 
1800)  e  per  la  resa  di  Mantova  e  di  Venezia  (3  febbraio  1801); 
come  si  eran  cantati  solennemente  i  Te  Deum  ed  i  Veni,  Creator! 
e  fatte  le  processioni  con  ostentato  disprezzo  per  le  prescrizioni 
dei  francesi  fugati,  ora  timidamente  si  fa  escire  dal.  sacrario 
l'ostensorio  del  Corpus  Domini,  senza  pompa  d'arazzi  e  di  tele 
(12  giugno).  E  siccome  il  disagio,  oltre  che  morale  è  altresì 
annonario,  e  per  la  scarsezza  di  pane  e  di  farine  il  popolo 
tumultua  (13  luglio),  non  bastando  il  calmiere  per  tranquillare 
gli  spiriti,  si  fanno  venire  da  Crema  trecento  francesi,  che 
^  marni  militari  acquetano  le  cose,  arrestando  e  di  giorno  e  di 
notte  a  Codogno,  a  Retegno  ed  a  Castione  i  dichiarati  faziosi  ; 


286 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


e  si  locupleta  il  monte  di  pietà  di  sacchi  di  grano  donati  dai 
nostri  più  danarosi  compaesani. 

Le  vittorie  della  seconda  guerra  d'Italia  rassodavano  il  tri- 
colore fra  noi  ;  e  di  nuovo  piegavan  gli  animi  —  non  più  colla 
demagogia  di  prima,  ma  colla  coscienza  prudente  di  un  certo 
avvenire  —  alla  dominazione  di  Francia.  Interveniva  la  pace  di 
Luneville  tra  Francia  e  Germania  (9  febbraio  1801)  a  far  sì 
che  i  popoli  elevassero  inni  gratulatori  al  dio  degli  eserciti 
per  le  tranquillità  recuperate.  E  fra  interminabili  andarivieni  di 
tedeschi  arresisi  coli' onor  delle  armi,  e  per  Codogno  e  Man- 
tova riavviantisi  in  patria;  di  reggimenti  francesi  dalle  nume- 
rose fanfare,  dalle  scintillanti  corazze,  dagli  auricriniti  cimieri  e 
dai  drappi  ricchissimi,  si  rialzavano  le  allegoriche  piantagioni 
nel  nome  della  libertà  e  dell'Ente  Supremo,  tornato  in  auge 
per  decreto  della  republica  ;  e  il  santuàrio  faceva  dedizione  di 
sè  ai  nuovi  padroni,  cui  premeva  —  se  non  per  impulso  di  sen- 
timento, per  politica  arte  —  accattivarsi  l'appoggio  benevole  della 
gente  ecclesiastica.  Speranze  ed  aspirazioni  consacrate  giuridi- 
camente dal  successivo  concordato  (18  aprile  1802);  di  cui  nè 
pur  qui  mancò  una  immediata  applicazione  sotto  la  forma  ri- 
tuale di  un  battesimo  solenne,  impartito  dal  preposto  Pietro 
Mola  a  sei  adulti  del  reggimento  corazzieri  di  presidio,  non 
ancora  rigenerati  dalla  sacra  linfa.  Il  pretore  ed  altri  ragguar- 
devoli di  Codogno  ne  furono  i  padrini  (14  luglio  1805). 

Nella  sequela  degli  arrivi  e  delle  partenze  militari  è  notata 
da  un  vecchio  cronista  anche  quella  di  alcune  centinaia  di  mori 
«  nostri  soldati  » ,  che  alloggiarono  alla  caserma  di  S.  Giorgio 
colle  loro  donne  (11  luglio  1803);  inaudito  spettacolo  pei  co- 
dognesi  di  quei  dì,  così  che  l'annalista  ingenuamente  soggiunse: 

«Io  non  aveva  mai  veduto  donne  nere;  in  quest'occasione 
di  tanta  qualità  gli  ho  vedute,  le  più  nere  erano  le  più  belle, 
gli  uomini  vestiti  da  soldati  di  verde,  le  donne  vestite  corte 
alla  roica  (sic)  »  ^. 

Non  eran  tutte  rose;  e  del  nuovo  governo,  come  al  solito, 
i  subbietti  dovevano  affrettarsi  a  pagare  le  spese.  Ed  era  un 
di   una  requisizione  forzata  di  duecento  cinquanta  letti  e  di 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


287 


Ottocento  camicie  per  l'ospitai  militare  (9  agosto  1800);  o  erano 
contribuzioni  novelle,  ,  affliggenti  specialmente  il  commercio  (2 
settembre);  e  si  pretese  perfino  un'ingente  quantità  di  maiolica, 
per  servire  alla  mensa  del  general  Lebrun,  qui  soggiornante 
per  due  giorni  all'albergo  (i  giugno  1801). 

Si  svolge  su  altro  campo  il  gran  dramma  politico  militare 
che  prepara  il  senatusconsulto  proclamante  imperatore  dei  fran- 
cesi Napoleone  (28  maggio  1804)  e  la  sua  solenne  incoronazione 
come  re  d'Italia  (26  maggio  1805).  Seguendo  i  comuni  destini 
da  questo  giorno  la  Lombardia  fa  parte  del  regno  italico,  es- 
sendone viceré  decorativo  Eugenio  di  Beauharnais,  e  grancan- 
celliere o  guardasigilli  della  corona  Ludovico  Melzi  d'Eril,  già 
vice  presidente  della  républica  italiana,  e  titolato  duca  di  Lodi, 
entrambi  passati  nelle  memorie  del  popolo  come  saggi  ed  il- 
luminati. Godogno  è  compreso  nel  dipartimento  dell'Alto  Po, 
diviso  nei  quattro  distretti  di  Cremona,  dove  risiedeva  il  prefetto, 
di  Casalmaggiore,  di  Crema,  e  di  Lodi,  ripartiti  in  diciassette 
cantoni,  uno  dei  quali  costituito  dai  possessi  già  del  ducato 
piacentino  sulla  sinistra  del  fiume. 

Nel  viaggio  degli  imperiali  di  Francia  attraverso  l'italico 
dominio.  Napoleone  trascorse  anche  per  Codogno  (10  giugno 
1805).  Fu  in  questa  occasione  che  si  eresse  in  suo  onore  ad 
Ospitaletto  l'arco  adducente  al  sacrato  della  chiesa,  poi  dedicato 
a  Vittorio  Emanuele  (1859).  Dovunque  i  popoli  gli  andarono 
incontro  con  rinnovellati  entusiasmi,  resi  ancor  più  intensi  dal 
delirio  delle  fantasie  soldatesche,  raffiguranti  nel  vittorioso 
d'Arcole,  delle  Piramidi  e  di  Marengo  non  un  uomo  ma  un  nume. 

Il  novennio  che  seguì  alla  proclamazione  del  regno  d' Italia 
segnò  per  la  Lombardia  un  aureo  periodo;  ed,  accanto  alla 
tranquillità  ed  al  benessere  generale,  sviluppavansi  energicamente 
tutte  le  preclare  espressioni  della  vita  civile  nostrana. 

Era  quello  l'apogeo  della  potenza  imperiale,  colla  quale  Na- 
poleone tentava  sul  vecchio  mondo  crearne  uno  nuovo  a  propria 
sìmiglianza.  Non  più  vindice  della  rivoluzione  trionfante,  alla 
libertà  universale  sostituì  da  un  lato  la  gloria  militare,  dall'altro 
la  esaltazione  del  genio  ordinatore.  All'antica  aristocrazia  del 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


sangue  faceva  si  che  un'altra  affatto  soldatesca  e  politica  sot- 
tentrasse, in  guisa  da  moltiplicare  i  nobili  e  i  ciambellani  del- 
l'impero; e  intanto  imprimeva  un  impulso  potente  alle  arti, 
riconducendole  alla  corretta  eleganza  degli  evi  greco  e  romano, 
esagerati  nei  fanatismi  del  direttorio. 

Lo  spirito  del  secolo  XVIII  era  svanito.  I  madrigali  ed  i 
minuetti  non  destavano  più  suoni  dalle  spinette  sagomate  e 
festonate  a  roselline  ed  a  tralci  d'edera;  deserti  i  boschetti 
aulenti;  non  più  imprese  leggiadre  dei  cicisbei,  che  avevano 
tubato  languidamente  colle  belle  cipriate  in  guardinfante.  Spa- 
rite del  tutto  anche  le  eteroclite  foggie  del  Terrore  e  di 
Termidoro:  nè  turbanti  di  seta,  nè  abiti  à  la  guillotìne  e 
au  lever  de  V aurore^  veli  lievi  e  aderenti  al  plastico  tesoro  di 
dame  e  di  grisettes\  petti  ignudi  soffulti  dalla  zona  mitologica. 
E  scomparse  le  ridevoli  caricature  della  jeunesse  muscadine ,  gli 
incroyables  ciancottanti  senza  erre^  dall'enorme  croata,  dalle 
grandi  lenti,  dalle  clave  nodose  ed  attorte. 

L'arte  figurativa,  accettando  quanto  di  sobriamente  estetico 
aveva  il  secolo  caduto,  se  lo  appropriò,  e  fattasi  ancor  più 
lussuosa,  collo  splendore  del  secolo  d'Augusto,  trovò  modo 
di  essere  superba  e  non  barocca,  creando  lo  stile  che  fu  detto 
empire.  La  linea  rigida  architettonica  inquadrò  meravigliosa- 
mente le  tinte  tenere  del  Settecento,  e  gli  amorini  fecero  ca- 
polino tra  una  colluvie  di  scettri,  di  globi,  d'aquile  e  di  api 
d'oro,  tra  i  manti  d'ermellino  e  di  bisso,  non  vinti  in  fulgore 
che  dalla  ricchezza  delle  divise  uficiali  dell'esercito  e  della 
magistratura. 

Alle  rilucenti  corazze,  ombreggiate  dalle  fluenti  code  di  ca- 
vallo, facevano  pittoresco  contrapposto  le  uniformi  senatorie  ad 
auree  palme,  col  collare  pieghettato  ed  erto,  lambente  i  «  favo- 
riti »  ;  sul  petto,  costellato  dei  nuovi  ordini  cavallereschi,  spio- 
veva la  serica  lattuga,  pari  in  candore  alle  piume  cignee 
decoranti  il  cappello  frangiato;  ai  giustacuori  corsi  e  ricorsi 
dagli  alamari  multicolori,  ai  cosciali  con  soprappunto  a  fettuccie 
degli  usseri  dalle  sciabole  trascinanti,  facevan  fronte  i  costumi 
di  gala  dei  marescialli  di  Francia,  col  breve  e  purpureo  mantello 
agli  omeri,  il  berretto  circonfuso  d'una  nube  di  penne,  le 
snelle  spadine. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


289 


Le  donne  empire  —  strette,  rivelanti  le  forme  scultorie  sotto 
tuniche  e  stole  di  raso  e  di  porpora,  dal  busto  brevissimo,  colle 
pettinature  raccoglienti  sull'occipite  la  chioma  a  mo'  di  dia- 
dema, le  braccia  nude  ornate  di  armille,  coi  candidi  calzari  a 
lacci  intrecciati  sulla  gamba  —  erano  la  squisita  raffinatezza  dello 
sguaiato  costume  delle  merveilleuses  tramontate,  mal  riescita 
riproduzione  delle  classiche  etere. 

Come  di  consueto,  il  piccolo  si  foggiava  sul  grande;  e,  se  il 
proprietario  dovizioso  dell'impero  non  poteva  far  publica  pompa 
di  un  étalage  a  nivei  cavalli  ed  a  cocchi  dorati,  pure  parteci- 
pava gioiosamente  a  qualsiasi  giocondità  fosse  pretesto  di  lusso 
e  di  comparsa.  Non  estranea  a  queste  abitudini  fastose  fu  la 
rima  del  conterraneo  padre  Brini,  la  cui  satira,  celebre  tra  noi, 
riferiremo  in  parte  più  oltre;  perocché,  nella  modesta  efficienza 
propria,  anche  Codogno,  prospero  per  industrie,  potè  dirsi  nel 
novero  dei  paesi  più  goderecci. 

Pel  paese  nostro  —  prossimo  alla  capitale,  e  sulla  via  di 
Germania  e  di  Roma  —  passavano  principi  stranieri  e  della 
chiesa,  scortati  ad  onore  dalle  guardie  francesi.  Ad  ogni  anni- 
versario, o  fausto  avvenimento  aulico,  o  ad  ogni  vittoria  stre- 
pitosa (ed  eran  frequenti),  gareggiavano  le  autorità  civili  e  le 
religiose  nel  preparar  cerimonie  e  publici  gaudi.  O  assistevasi, 
quasi  a  nuova  solennità,  al  transito  di  centinaia  e  centinaia  dei 
tedeschi  fatti  prigionieri  a  Montebello  presso  Verona  (24  ottobre 
1805),  o  all'arrivo  dei  cavalleggieri  pontifici  per  Milano  (18  mag- 
gio 1808),  avviati  ad  incorporarsi  cogli  italiani,  o  al  frastuono 
degli  inni  genetliaci  per  la  nascita  del  re  di  Roma  (20  marzo 
181 1),  massimo  giorno  di  letizia  publica,  nel  quale,  per  cura 
del  governo,  i  panattieri  gratuitamente  diedero  a  tutti  il  pane. 

Obbedito  da  settantadue  milioni  dì  sudditi,  temuto  dai  re, 
guardato  fra  la  meraviglia  e  lo  spavento,  con  un  esercito  per  fama 
di  belliche  virtù  insuperabile,  dittatore  supremo  d'ogni  legge 
al  mondo  civile,  anche  Napoleone  entrò  lentamente  nel  fatale 
tramonto.  La  campagna  di  Russia  —  che  parve  la  vendetta  del 
cielo  (1812)  —  la  successiva  di  Sassonia  (1813),  il  crescente 
disamore  dei  popoli,  cui  la  volontà  del  despota  genioso  travol- 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  //.  47 


290 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


geva  in  guerre  cruente  da  un  capo  all'altro  d'Europa,  scossero 
una  potenza  che  pareva  incrollabile,  ed  un  senso  di  inefifabile 
stanchezza,  tosto  tramutatosi  in  generale  avversione,  diede  il 
tracollo  al  colosso  che  aveva  spadroneggiato  l' universo. 

Profonda  e  dolorosa  fu  l'impressione  per  quella  caduta  nei 
popoli  d'Italia;  ma  non  già  perchè  il  corso  avesse  morsala  pol- 
vere, ma  perchè  sui  campi  moscoviti  e  sulle  sponde  della 
Beresina,  a  migliaia  a  migliaia  giacquero  spenti  i  figli  d'Italia, 
tratti  al  macello  pel  capriccio  orgoglioso  d'un  solo,  senza  un 
perchè  patriottico  il  quale  giustificasse  in  qualche  modo  l' in- 
gente olocausto.  L'abdicazione  dell'imperatore,  stretto  in  un 
cerchio  di  ferro  dalle  armi  coalizzate  (11  aprile  18 14);  la  sua 
reclusione  all'isola  d'Elba;  il  suo  ritorno  miracoloso  in  Francia; 
i  «  cento  giorni  »;  la  disfatta  di  Waterloo  (18  giugno  18 15); 
il  trionfo  della  «  santa  alleanza  »  ;  il  crudele  confino  del  grande 
spodestato  sullo  storico  scoglio  perduto  nell'Atlantico,  crudele 
espiazione,  i  cui  inasprimenti  valsero  a  commuovere  il  publico 
sentimento  così  che,  vivo  ancora  l'illustre  prigioniero,  già  era 
cominciata  per  lui,  colla  appassionata  pietà,  l'ora  della  leggenda 
purificatrice  e  glorificatrice  ;  tutto  questo  passò  colla  rapidità 
d'una  meteora  nella  mente  e  nel  cuore  degli  avi  nostri;  i  quali 
già  aprivano  lo  spirito  a  gagliarde  speranze  di  futura  libertà, 
raccogliendo  le  proprie  aspirazioni  su  Gioachino  Murat,  re  di 
Napoli,  che  pareva  si  indicasse  da  sè  volonteroso  restitutore  della 
indipendenza  e  della  unificazione  del  paese,  escito  dalla  peri- 
gliosa ed  agitata  onda  di  tanti  guai. 

Ma  Francesco  imperatore,  e  per  lui  il  suo  Bellegarde,  si  af- 
frettarono a  lacerare  il  velo  di  queste  illusioni  e  dissero  con 
arcigna  solennità  alla  deputazione  dei  milanesi  che  da  allora  in 
poi  essi  dovevano  apparecchiarsi  alla  decadenza,  poiché  tutto  ciò 
che  emineva  s' aveva  ad  abbassare  e  viceversa.  Le  cose  furono 
rimesse  come  prima;  la  parentesi  napoleonica  venne  chiusa,  e 
la  pingue  Lombardia  —  pur  riadagiandosi  apparentemente  nel 
suo  vecchio  sonno  politico  —  non  perdette,  in  onta  alla  restau- 
razione austriaca,  nè  prosperità,  nè  ricchezza,  nè  fasto. 

Durante  l'agonia  dell'impero,  ed  al  par.i,  e  forse  più  d'altre 
terre  di  Lombardia,  Codogno  si  trova  spettatore  diretto  degli 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


armeggiamenti  estremi,  per  cui  giorno  per  giorno  l'esercito 
dell'Austria  vincitrice  procede  baldanzoso,  spingendosi  avanti 
in  ritirata  le  milizie  napoleoniche.  Così  la  divisione  del  gene- 
rale Grenier,  accorrendo  dal  suo  quartiere  di  Volta  a  Piacenza, 
per  proteggerla  dagli  austriaci,  fermasi  qui  due  giorni  (20  e  21 
febbraio  18 14).  Nel  marzo  successivo  trascorrono  in  melanconico 
corteggio  Amalia  di  Baviera  viceregina,  i  suoi  figli  e  la  sua 
corte-,  avviati  a  Mantova  dove  aspetta  i  fati  dell'  armi  Eugenio 
di  Beauharnais  (29  marzo). 

Occorrono  tredici  giorni  perchè  sia  risaputo  fra  noi  l'ingresso 
in  Parigi  degli  eserciti  collegati  (i  aprile);  e  su  tutta  la  linea 
occupata  dagli  austriaci,  che  sono  già  al  di  qua  del  Taro  dopo 
la  vittoria  presso  Reggio,  si  festeggia  l' evento  col  tuonare  delle 
artiglierie  (13  aprile).  A  loro  volta  prendon  la  via  del  ritorno 
i  capitani  di  Francia;  ed  il  generale  Miollis  —  già  custode  di 
Pio  VII  nel  suo  viaggio  forzato  a  Savona,  e  poi  cedente  Castel 
Sant'Angelo  ai  napolitani  —  s'avvia  per  Francia,  albergando 
in  Codogno  nella  casa  dei  Bignami,  già  palazzo  Trivulzio  (19 
aprile).  Lo  seguono,  rimpatriando  per  la  via  di  Piacenza  e  del 
Piemonte,  parecchie  schiere  transalpine,  con  due  generali  ed 
ottanta  carra  di  carichi  militari;  e  subito  dopo  per  tre  giorni 
sfilano  sullo  stesso  cammino  dodici  mila  soldati  già  pertinenti 
a  diverse  divisioni;  e  da  Cremona  diretti  a  Lodi  gli  ultimi  fran- 
cesi con  alla  testa  il  generale  Grenier  ed  il  suo  stato  maggiore. 

Tornano  i  reggimenti  italiani  di  cavalleria  dragoni  Napoleone 
e  dragoni  Regina,  che  hanno  dovuto  per  la  capitolazione  ab- 
bandonare l'esercito  napoleonico  (25  aprile);  e  la  sera  stessa 
scompaiono  d'ordine  superiore  tutti  gli  stemmi  del  regno  italico 
—  a  cui  si  è  per  sovrana  patente  (7  aprile)  sostituito  il  regno 
Lombardo  Veneto  —  e  quella  è  la  decisiva  espressione  uficiale 
del  cambiamento  di  stato,  già  virtualmente  in  atto  da  due  giorni, 
colla  riduzione  a  metà  del  prezzo  del  sale,  del  tabacco  e  del 
dazio  consumo,  per  notificazione  del  potestà  comunicante  la 
risoluzione  della  reggenza  provvisoria. 

I  primi  austriaci  ricomparsi  fra  noi  sono  quelli  di  un  reg- 
gimento di  ussari  e  due  di  ulani  ;  capeggiati  dal  generale  Adamo 
Alberto  conte  di  Neiperg,  destinato  successivamente  alle  morga- 


292 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


natiche  nozze  con  Maria  Luisa,  vedova  del  relegato  a  Sant'  Elena. 
Quella  splendida  cavalleria,  rallegrata  dai  concerti  delle  sue 
fanfare,  è  incontrata  fuori  del  borgo  da  una  deputazione  del 
comune,  troppo  conscio  del  momento  minaccioso  per  non 
mostrar  buon  viso  ai  difficili  ospiti  (26  aprile).  I  cavalieri  ven- 
gono seguiti  dai  fanti  di  Beaulieu  e  di  Chateler  e  da  due 
reggimenti  di  cacciatori  tirolesi  (27  aprile).  Ripartono  la  sera 
stessa,  e  loro  si  uniscono  altre  schiere  anche  dell'esercito  ita- 
lico, per  preparare  a  Milano,  nel  dì  successivo,  il  pomposo 
ingresso  di  Bellegarde  che  assume  la  presidenza  della  reggenza. 

Gli  ultimi  francesi  che  attraversano  Codogno  sono  quelli  già 
di  presidio  in  Venezia.  E  loro  comandante  in  capo  il  generale 
Serras,  con  altri  quattro  alla  testa  delle  brigate.  La  coccarda 
bianca  di  Luigi  XVIII  ha  preso  sul  loro  casco  il  posto  del- 
l'aquila napoleonica,  e  tutti  i  distintivi  imperiali  sono  stati 
strappati  dalle  loro  uniforme. 

Tredici  giorni  dopo  la  pace  di  Parigi  (30  maggio  18 14), 
un  solenne  Tedeum  di  felicitazione  è  cantato  nella  nostra  pa- 
rochiale  dal  proposto  Antonio  Cesari,  il  quale,  come  aveva 
sciolto  l'inno  ambrosiano  a  gloria  di  Napoleone,  deve  pure 
solennemente  intonarlo  a  gloria  onomastica  di  Francesco  I  im- 
peratore (4  ottobre). 

In  questa  guisa  i  francesi  ci  lasciarono  ripassando  le  Alpi, 
indarno  valicate;  ma  non  è  a  dire  che  fra  noi  rimanesse,  mal- 
grado i  giacobini  latrocini  e  la  naturale  iattanza  militare,  ri- 
cordo propriamente  odioso  di  essi.  Il  caleidoscopio  soldatesco 
austriaco  surrogava  il  francese;  ma,  fuoco  inestinguibile  sotto 
le  ceneri,  covava  il  pensiero  delle  grandi  cose  che  Napoleone 
avrebbe  potuto  far  per  l'Italia.  Eravamo  destinati  a  rivedere 
dopo  meno  di  mezzo  secolo  i  veri  liberatori  nostri,  nei  figli  di 
coloro  che  della  libertà  non  avevano  per  allora  qui  portato 
che  il  nome. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


293 


NOTE  AL  CAPO  LIV. 

^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 
^  Archivio  parochiale  di  Codogno. 


CAPO  LV. 

Usanze  e  costumi  —  La  figura  locale  —  Prescrizioni  ridevoli  —  Morale 
religiosa  —  Clero  —  Istruzione  —  Le  riforme  teresiane  e  giuseppine  — 
Usi  religiosi  —  Campane  —  Orologi  —  Sicurezza  publica  —  Giustizia 
punitiva  —  Igiene  —  Mendicità  —  Commercio  alimentare  —  Edilizia 
—  Viabilità  interna  —  Publici  servizii. 


ERI  «  momenti  storici  »  non  pretendiamo  avere  indicati 
nelle  pagine  nostre;  chè  la  cronaca  terriera  più  che 
d'avvenimenti  capitali  si  è  contessuta  di  fatti,  non 
creatori,  ma  coefficienti  del  pensiero  evolutivo.  Co- 


munque, dalla  loro  esposizione  è  emersa  la  nozione  logica  delle 
vicende  di  popolo,  nelle  peculiari  attitudini  corroborate,  aiutate, 
sviluppate  dallo  spirito  delle  leggi  e  dalla  vigoria  ancor  più 
forte  delle  consuetudini.  Così  non  ci  fa  difetto  il  quadro  del 
vecchio  consorzio  civile  nostrale,  che  addita  e  convince  nella 
sua  sintesi. 

Vale,  per  , altro,  ripetere  che  la  personalità  di  Codogno  as- 
sume forza  e  consistenza  solo  quando  esso  sta  capo  di  feudo, 
sulla  metà  del  secolo  XV.  Per  impulso  di  propria  iniziativa, 
sceverandosi  dalle  terre  vicine,  usando  energie  forse  prima 
insospettate,  esso  divina  nell'avvenire  il  giorno  in  cui  la  logica 
evoluzione  dei  tempi  ne  farà  fulcro  e  centro;  ed  allora  la  esistenza 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


di  Codogno  si  fa  regolare,  si  coordinano  le  sue  funzioni,  si 
espandono  le  sue  influenze,  ed  il  posto  ambito  è  da  esso  con- 
quistato nella  naturale  gerarchia  degli  organismi  civili.  Se  fu 
triste  e  pigro  il  verno  signoriale,  frazionante  il  paese  tenuto 
nell'algore  della  sudditanza,  la  forma  embriologica  al  contatto 
delle  nove  aure  a  mano  a  mano  si  fa  permeabile,  si  dilata, 
sente  serpere  tra  le  sue  filamenta  amorfe  come  un  brivido  di 
vitalità  incipiente,  si  riconosce,  ha  coscienza  di  sè  ;  i  suoi  rap- 
porti civili,  politici,  sociali,  si  raffermano  ;  la  religione  e  la  so- 
vranità lo  muovono.  La  campana  della  chiesa  richiama  cogli 
appelli  spirituali,  e  quella  del  comune  avverte  gravemente  il 
popolo  perchè  si  raccolga  a  discutere  il  bene  di  tutti.  Intorno 
al  monolito  feudale  —  simbolo  della  immobilità  —  si  traccia  e 
si  apre  la  rete  delle  vie  surroganti  i  romiti  e  fondi  sentieri, 
emblema  della  accessione  fra  terra  e  terra.  Le  case  si  raggrup- 
pano e  si  fronteggiano,  sottratte  ormai  all'incubo  della  mole 
patronale,  che  per  lo  addietro,  solitario  gigante,  appena  tollerava 
gli  umili  e  disseminati  tuguri.  Si  inalzano  le  anime,  e  si  sen- 
tono di  liberi  cittadini  in  libero  feudo.  I  padri  nostri,  paghi  al 
necessario,  più  che  ai  sensualismi  della  vita  fissi  all'onesto  lucro 
pei  traffici  estesi,  prisca  stirpe  ma  buon  sangue,  sè  tutti  river- 
sando sulla  gleba  riconoscente,  alle  arti,  alle  mercanzie,  alle 
industrie,  quali  escono  dal  suolo  o  vengono  di  fuori,  effi- 
cacemente convergono  a  conquistarsi  gli  agi  e  le  comodità 
dell'esistenza.  Vita  provinciale  oggi  direbbesi  ;  anzi,  assai  più, 
perchè  direttamente  alleata  alla  campestre.  Tutta  una  massa 
attiva,  vivida,  progrediente  dà  e  riceve  vitalità  dai  campi  che 
l'arricchiscono  coi  loro  prodotti  e  dalle  città  che  l'attraggono 
col  loro  commercio  e  se  la  conservano  stretta  con  quella  me- 
ravigliosa catena  dello  scambio  morale  e  materiale  di  interessi 
permanenti  e  capitali. 

Non  rumoreggia  qui  il  chiasso  cittadino  vuoto  ed  ingom- 
brante; ma  Milano,  ma  Piacenza  vivificano  il  paese  della  loro 
influenza  immediata.  E  perenne  e  cara  fra  noi  la  memoria  della 
casa  paterna;  ma  si  è  convinti  del  paro  che  qui  il  mondo  non 
finisce  ;  è  universa  la  conoscenza  fra  conterranei  ;  sono  onesti  e 
bonari   i   comuni   rapporti,   che   datano  dal  giorno  dei  sorrisi 


296 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


infantili;  ma  è  pur  lungo  e  meditato  il  pensiero  sulle  cose  che 
si  imprendono;  e  seria  riflessione  preludente  ai  contratti;  e  lente 
ed  intense  le  proposte,  come  vagliate  e  discusse  le  acccttazioni. 
Strada  maestra  che  guida  immanchevolmente  ai  successi  della 
fortuna  ed  allo  svolgimento  della  ricchezza  terriera. 

L'azione  piacentina  —  per  la  prossimità,  anche  più  feconda- 
mente sentita  —  la  gloria  delV Augzista  Flavia,  si  era  lasciata  dietro 
una  scia  luminosa  di  coltura  e  di  civiltà;  e  dal  celebre  cavipus 
ferics  dove  accanto  alla  vecchia  cittadella  ducale  convenivano 
d'oltre  monte  e  d'oltre  mare  i  visitanti,  il  nostro  buon  bor- 
ghigiano trovavasi  al  piacer  suo  in  quasi  diuturno  contatto  coi 
mercatanti  giungenti  fino  dalla  nebbiosa  Albione,  fino  dagli 
ultimi  scali  levantini;  e  di  là  l'ascendente  bonario  tornava  al 
modesto  suo  casale,  ogni  volta  saturo  di  cognizioni  nuove;  e 
così  di  giorno  in  giorno  la  sua  intelligenza  liberavasi  delle 
vecchie  dande  e  delle  inutili  gruccie,  e  da  sè  con  arti  sicuri 
oltre  procedeva.  Smessa  la  vieta  corteccia  di  suddito  episcopale, 
soleggiava  al  meriggio  ;  sul  mercato  di  Piacenza  parlava  a 
bottegai,  a  fantesche,  a  lavoratori,  a  rivenduglioli,  ad  ozianti  ; 
ma  era  per  converso  pur  tratto  ad  aver  consuetudine  mercan- 
tesca con  gentiluomini,  con  avvocati,  con  medici,  con  speziali. 
Passava  il  cavalluccio  del  mercatante  codognese  la  lunga  del 
Po,  soggetta  nel  secolo  XVII  a  governatore  speciale;  ed  il 
breve  «  sediolo  »  trionfava  ricolmo  nell'andata  per  formaggi, 
per  burri  e  per  ogni  maniera  di  latticini;  e  poche  ore  dopo, 
nel  ritorno,  non  meno  greve  era  la  soma,  tramutata  in  drappi, 
in  mobilie,  in  camangiari,  in  ninnoli  diversi. 

Così  il  gran  fiume,  nelle  relazioni  quotidiane  di  quei  vicini, 
cessava  quasi  di  essere  espressione  geografica;  e,  come  un  ri- 
flesso, come  una  emanazione  che  si  andava  allargando,  lo  evento, 
il  «  fatto  diverso  »  di  Piacenza  diventava  la  vespertina  novella 
del  borgo,  per  cui  dopo  cena  si  allietavano  intente  le  brigate 
al  dolce  tepore  delle  allegre  fiamme  o  alla  soglia  delle  case. 

Cade  qui  in  acconcio  richiamare  il  concetto,  ripetutamente 
indicato,  che  nel  concerto  delle  consorelle  lombarde  la  terjra 
nostra  per  virtù  propria  ha  forse  più  soventi  di  tutte  menomate 
le  deleterie  influenze  del  governo  di  Spagna,  specialmente  per 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


297 


ciò  che  riferivasi  alle  mutevoli  e  convulsionarie  disposizioni  di 
governo  e  di  annona  con  cui,  più  ancora  dai  luogotenenti  reali 
in  Milano  di  quello  che  dal  re  in  Madrid,  ebbesi  il  vecchio  du- 
cato miserando  scempio  e  tormentati  nuovi. 

Il  luogotenente  spagnolo  moltiplicava  le  più  ridevoli  grida; 
ma  un  corto  mese  bastava  alla  loro  prescrizione  di  fatto,  così 
che  il  pensiero  ritorna  alla  maliziosa  e  grottesca  discorsa  che 
al  povero  Tramaglino  dirigeva  l'Azzeccagarbugli,  quando  s'era 
fitto  in  capo  d'aversi  innanzi  non  uno  innocente  perseguitato, 
bensì  un  inclito  birbante.  Cantava  il  gridario  agonia  e  funebri 
alle  bande  malandrine  infestanti  il  territorio  ;  ma  queste  ripullu- 
lavano a  gran  dispetto  del  «senato  illustrissimo».  Ed  alla  esosa 
tolleranza  dei  furfanti  s'accoppiavano  la  iniqua  tirannia  fiscale, 
lo  strozzamento  della  negoziatura  e  la  folle  proibizione  della 
escita  graniera;  ed  il  burlesco  superava  ogni  grado  di  imagi- 
nazione in  conspetto  di  decreti  restrittivi  persino  dell'esercizio 
di  panatteria  e  vietanti  lo  scarico  delle  sacca  dai  muli  se  non  in 
certa  cotal  guisa  e  dato  luogo.  Imposta  agli  ostieri  la  distanza 
dalla  città,  oltre  cui  soltanto  era  loro  concesso  fornirsi  di  vini; 
inibita  inoltre  la  conservazione  dei  polli  e  dei  pesci  per  ausilio 
di  ghiacci;  comandamenti  pomposi  e  nocivi,  pei  quali  cresce- 
vano le  angherie,  diminuivano  i  traffici,  succedevansi  le  carestie, 
mentre  del  male  comune  facevano  loro  prò  contrabbandieri  e 
commissari  regi,  di  perfetta  intesa  in  abbominevoli  intrugli. 
Peggio  poi  se  c'era  guerra  in  casa:  unica  legge  la  mano  mili- 
tare, solo  dritto  l'arbitrio  dell'uomo  d'armi,  dal  grifagno  con- 
dottiero all'ultimo  micheletto;  e  sempre  funesti  e  spietati  i 
flagelli  che  colpivano  i  popoli:  epidemie,  violenze,  vessazioni, 
eccidi,  con  non  interrotta  serie,  qual  si  fossero  i  combattenti, 
amici  o  nemici. 

Più  fortunati  non  videro  i  nostri  antichi  il  gran  crollo  dei 
fastosi  e  voluttuosi  costumi  vagheggianti  il  vivere  elegante  e 
molle  prodotto  dal  rinascimento.  Qui  non  attrattiva  eccessiva- 
mente lusinghiera  di  amorose  corti,  come  a  Correggio,  ad  Este, 
a  Camerino,  a  Busseto,  dove  il  nome  dei  più  celebrati  artisti  e 
delle  più  lussuose  madonne  si  intrecciavano  nei  meandri  lubrici 
e  discreti  delle  ville  sontuose.  Qui,  invece,  vasto  orizzonte  di 


298 


CODOGNO  E  IL   SUO  TERRITORIO 


campì,  che  non  accascia  le  fibre  e,  se  non  suscita  il  genio,  non 
ratiepidisce  la  fede.  O  per  rispetto  alla  morale  delle  forme,  o 
per  tributo  alla  voga  della  virtù,  Codogno  si  sentì  di  essere 
e  di  valere  quando,  dopo  il  concilio  tridentino,  la  chiesa  tutti 
richiamava  a  più  corretti  costumi.  Da  quel  dì  si  allarga  l' oriz- 
zonte delle  aspirazioni  ;  e  si  estrinseca  nella  forma  che  la  vecchia 
pietà  consiglia  e  che  il  gusto  magnifico  dell'epoca  addita;  e  i 
templi  sorgono,  e  le  confratrie  e  gli  istituti  di  opere  pie  ram- 
pollano dovunque.  E  se  da  per  tutto  le  tendenze  egoistiche  e 
le  compiacenze  mondane  sovraneggiano  ed  apparecchiano  i  ne- 
fasti dell'individualismo  odierno,  non  però  esse  valgono  a 
distruggere  le  regole  severe  del  vivere  antico. 

Anche  qui  fa  presa  la  fatale  era;  ma  la  gioia  della,  esistenza, 
il  gaudio  dei  soddisfatti  appetiti  non  esorbitano  ;  qualche  spet- 
tacolosità  trae  i  borghigiani  fuori  dall'abito  famigliare,  e  li 
spinge  collettivamente  alla  ammirazione,  ma  ciò  è  dovuto  ad  una 
specie  di  paganità  rinascente,  da  cui  non  aborrono  le  nostre 
feste  religiose  e  delle  quali  l'archimandrita  locale  non  di  rado 
si  fa  promotore. 

Al  sentimento  religioso  —  che  in  moltissimi  perdurava  e  ri- 
nasceva pure  traverso  i  disordini  della  vita  —  non  rispondeva 
il  valore  intrinseco  della  fede  ;  cui  continuava  ad  obumbrare  la 
superstizione  più  cieca. 

La  suggestione  demonologica  lasciava  credere  alle  periodiche 
apparizioni  del  diavolo,  specie  presso  i  serviti  a  S.  Giorgio;  e 
la  stregoneria  mantenevasi  in  auge.  Ma,  se  anche  per  le  ac- 
cennate dissipatezze  del  clero  mestante,  e  più  che  mestante 
immerso  nei  mondani  interessi,  si  congiura  a'  danni  della  reli- 
gione altamente  sentita,  pure  era  manifesto  che  soltanto  per  la 
pratica  dello  ascetismo  più  fervente  riesciva  possibile  sgombrarsi 
la  via  per  gli  onori  e  per  gli  impieghi.  La  ipocrisia  cosciente 
inspirava  questa  o  quella  publica  azione;  interminabili  erano  le 
pratiche  chiesastiche  ed  i  fervorini  di  sacristia,  le  fantasie  così 
eccitavansi,  ma  tacevano  i  cuori;  le  reliquie  prendevano  il  posto 
dei  precetti  evangelici;  e  poiché  tutto  sonava  voce  di  santuario, 
così  anche  la  istruzione  e  la  educazione  risentivano  dell'  unico 
impulso  dominante,  e  venivano  impartite  dai  ministri  della  chiesa. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


299 


Quasi  nulla  era  la  istruzione  elementare  ;  tutta  fatta  in  latino 
e  di  latino  la  secondaria,  con  bando  rigoroso  a  qualsiasi  lette- 
rario ideale;  gli  studi  superiori  di  filosofia  in  gran  parte  gretti, 
spigolistri,  scolastici;  eppure,  malgrado  ciò,  anche  allora  e  dai 
ginnasi  e  dalle  superiori  facoltà  escivan  per  valore  proprio  for- 
tissimi discepoli  che,  fatti  uomini,  onorarono  l'età  loro. 

Fra  la  onnipotenza  del  clero  numeroso,  e  le  brighe  e  gli 
intrighi  dei  monaci,  seppero  e  vollero  resistere  quelle  elette 
intelligenze,  cui  invano  tentò  addormentare  il  letargo  nel  quale 
giaceva  il  paese  sotto  il  funebre  coltrone  della  Spagna  signora.  Così 
e  seminari  e  conventi,  e  confratrie  e  consororie  ebbero  in  pugno 
per  lunghissima  serie  di  anni  gli  ingegni  e  gli  spiriti  nostrani. 

I  primi  albori  di  più  chiaro  orizzonte  incumbevano.  L'impe- 
ratrice regina  Maria  Teresa  e  Giuseppe  II  imperatore,  sfrondando 
dal  calendario  le  soverchie  festività,  sopprimendo  immunità  e 
diritti  d'asilo  in  luoghi  sacri,  abolendo,  limitando  e  concen- 
trando conventualità  fratesche,  inflissero  i  primi  colpi  alla  stra- 
potenza chiericale.  Per  gli  innovatori  austriaci  il  potere  laico 
rialza  il  capo  e  la  società  religiosa,  a  palmo  a  palmo,  riottosa, 
resistente,  cedeva  terreno. 

Nel  corso  del  nostro  studio  abbiamo  assistito  alle  emule 
controversie  fra  congregazioni  di  chiesa,  a  liti  sempiterne  tra 
presuli  e  pastori,  fra  convento  e  convento,  fra  ordine  ed  ordine. 
Ma  l'urto  che  cominciò  a  sgretolare  la  millenaria  compagine  fu 
l'aspra  e  recisa  affermazione  dei  propri  diritti  da  parte  del- 
l' autorità  civile. 

Soppressa  e  incamerata  la  maggior  parte  dei  monasteri  di 
Codogno,  abolite  le  confraternite  di  S.  Rocco,  di  S.  Bernardino, 
del  Riscatto  e  Carmine,  del  Gonfalone,  della  Trinità,  dell'Ora-  ' 
zione  e  del  Rosario,  l' abolizione  delle  processioni  religiose  e  la 
proibizione  del  suono  di  campane  e  dell'uso  di  apparati  solenni 
e  di  musica  in  chiesa  nelle  feste  radiate  (1786),  trovarono  a 
Codogno  la  enorme  cifra  di  ottanta  preti  e  di  dieci  chierici,  di 
trentasei  a  Castione,  di  trentadue  a  Casalpusterlengo,  di  ventitre 
a  Maleo,  di  otto  a  Castelnuovo,  luoghi  tutti  capi  di  vicariato. 

Giuseppe  II,  infine,  recava  spiriti  così  radicali  nella  sua  ri- 
forma da   dar  facoltà  di   esistenza  alle  loggie  francomuratorie 


300 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


(21  gennaio  1786),  cui  Maria  Teresa  aveva  distrutte,  pena  ai 
disobbedienti  il  bando  e  l' interdetto. 

Non  per  questo  si  perdettero  di  fidanza  i  chierici,  e  sei  mesi 
dopo  la  morte  di  Giuseppe  II,  in  Codogno  girò  solennemente 
intorno  alla  piazza  la  processione  già  vietata  dal  Cesare  defunto 
(15  agosto  1790). 

Breve  respiro:  abbiamo  in  casa  i  republicani  di  Francia;  la 
laicità  rinvigorisce,  qui  si  spegne  per  crepacuore...  politico  un 
paroco  e  —  d'  ordine  transalpino  —  la  municipalità  diffida  tutto 
il  clero  secolare  e  regolare  ad  astenersi  da  qualsiasi  atto  del 
culto  fuori  del  sacro  recinto  (16  luglio  1798). 

Da  allora  in  poi  innumere  costumanze  religiose  spariscono. 
Prima,  il  dì  sacro  ad  Antonio  abate,  la  statua  del  santo  collo- 
cavasi  sotto  il  bel  pronao  della  parochiale.  La  mattina  del  17 
gennaio  i  proprietari  di  cavalli  conducevanli,  ripuliti  ed  arredati 
a  festa,  a  ricevere  colla  benedizione  il  simbolico  pizzico  di  sale 
«  buono  per  tutti  i  mali  »  ;  ma  la  statua  del  barbuto  anacoreta 
della  Tebaide  fu  conversa  in  quella  di  san  Francesco  da  Paola, 
fondatore  dei  minimi,  e  che  oggi  è  in  S.  Giorgio. 

Il  giovedì  santo,  quando  nel  coro,  fatto  oscuro  per  le  calate 
cortine,  i  preti  battono  il  «  tenibro  »  durante  l' oficio  della  set- 
timana di  passione,  riunivansi  in  piazza  dipendenti  e  domestici 
di  case  patronali;  tenevan  lunghe  pertiche  colla  punta  foderata 
di  pelle,  e  vigorosamente  percuotevano  il  suolo  come  i  contadini 
d'un  tempo  battevano  sull'aie  il  grano  coi  correggiati.  La  ru- 
morosa costumanza  fu  vietata  dalla  polizia  in  principio  del 
secolo  ;  ma  quelli  che  ancor  non  son  giunti  a  mezzo  l' età  ri- 
cordano i  coetanei  monelli  appressarsi  armati  di  pali  e  di  randelli 
alle  porte  del  tempio,  e  fieramente  tambussarle,  fugati  poi  dallo 
zelante  scaccino  improvvisamente  apparso,  a  cui  non  recavano 
diletto  quelle  memorie  eccessivamente  onomatopeiche. 

Ad  ogni  venerdì  santo  muoveva  dalla  Trinità  un  lungo  corteo, 
publica  espressione  dell'  «  oficio  delle  tenebre  »  portante  attra- 
verso le  vie  paesane  un  gigantesco  simulacro  di  «  Gesù  deposto 
dalla  Croce  ed  attorniato  dalle  pie  donne  dolenti  ».  Questa  ce- 
rimonia durò  fino  al  divieto  giuseppino  delle  processioni  reli- 
giose (1786);  poi  fu  ristretta  nell'interno  della  chiesa  ^ 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


301 


Nella  chiesa  dei  francescani,  all'altare  del  taumaturgo  Antonio, 
convenivano  a  folla  le  generazioni  che  furono,  poiché  ne  avevano 
fatta  sede  di  quella  che  potrebbesi  chiamare  la  religione  degli 
infanti,  da  che  la  vita  del  santo  fu  quasi  sempre  commista  alle 
gioie  ed  ai  dolori  dei  bambini.  Ed  anche  qui  —  nel  dì  solen- 
niale  dell'umile  frate  —  le  madri  porgevano  i  parvoli  all'altare, 
sul  quale  i  monaci,  sostenendoli,  facevan  loro  tentare  i  primi  passi. 

Non  parliamo  delle  noie  e  dei  reclami  fin  da  allora  causati 
dal  suono  dei  sacri  tintinnabuli  ;  non  delle  disposizioni  muni- 
cipali che,  anche  tra  quel  fervore  religioso,  trovavano  il  coraggio 
di  vietare  il  «  sonar  spesso  »  (30  marzo  1659);  nè  dei  dissidi 
che  ripetutamente  tra  campanaro  e  comune  ebbero  luogo  ;  perchè 
la  monografia  fastidiosa  delle  nostre  campane  —  e  che  tutta  ci 
sta  davanti  con  esposizione  cronologica  invidiabile  per  altri 
temi  —  ci  trarrebbe  assai  per  le  lunghe.  Era  un  avvenimento 
importante  la  fusione  e  l'impianto  dì  una  campana;  sebbene 
troppo  spesso  accadesse;  perocché,  quasi  non  bastasse  la  fre- 
quente sostituzione  di  campana  nuova  a  campana  fessa,  per  le 
furie  dei  campanari  energumeni,  cospiravano  altresì  cause  este- 
riori; fra  le  quali,  ad  esempio,  la  consuetudine  di  incendiare 
fuochi  di  gioia  sul  campanile  ;  fatto  accaduto  nell'  occasione  in 
cui  il  marchese  di  Caracena  prese  Casalmonferrato  (1652)  e 
tramandato  ai  posteri  in  un  sonetto  dei  poeti  Novelli  ^. 

Il  pericolo  dei  sacri  bronzi  ad  ogni  tratto  commossi,  era 
anche  aggravato  dalla  poco  saggia  omissione  dei  traversi  a  di- 
fesa ed  a  riparo  delle  arcate.  Ci  volle  la  morte  di  un  campanaro 
cieco,  che  soleva  salir  solo  al  castello  e  lassù  imprimere  alla 
tastiera  dei  batacchi  il  concerto  delle  festività,  perché  la  comu- 
nità facesse  porre  le  sbarre  di  sicurezza.  La  vittima  precipitò 
sul  tetto  della  chiesa  al  punto  di  mezzodì  nel  giorno  di  Pasqua 
(1835),  e,  come  il  popolino  rileva  tutto  colla  leggenda,  così 
fu  detto  che  col  campanaro  era  pur  morta  la  morte,  chè  da 
quella  Pasqua,  per  ventinove  giorni  di  seguito,  in  tutto  Co- 
dogno  non  una  persona  defunse. 

Sì  crede  che  l'orologio  della  torre  vi  fosse  apposto  dalla 
comunità,  eseguito  in  un  anno  da  un  meccanico  valente  recluso 


302 


CODOGNO   E   IL  SUO  TERRITORIO 


nel  forte  di  Pizzighettone  (1582).  La  campana  delle  ore  risulta 
preesistente  d'un  ventennio,  fusa  nella  casa  di  Pietro  Morando 
da  artefice  cremonese;  ed  oltre  i  rintocchi  orari  essa  scandeva 
con  triplice  ritornello  un'aria  meravigliosa.  Regolato  da  prima 
all'italiana,  l'orologio  lo  fu  successivamente  alla  francese  (2  di- 
cembre 1786).  Ventisette  anni  dopo  un  altro  orologio  comparve 
sulla  torre  del  collegio  laicale  (ottobre  1813). 

Non  i  soli  campanari  salivan  sulle  torri  ;  ma  là  su  in  vedetta 
stavano  di  fazione  guardie  speciali  per  tener  d'occhio  l'andiri- 
vieni dei  malviventi  scorrazzanti  le  campagne  all'  ingiro.  Vi 
sono  innumerevoli  gride  concernenti  codesto  servizio  di  polizia; 
e  per  esse  è  risaputo  che  la  fazione  sulle  torri  veniva  fatta  da 
ogni  uomo  atto  alle  armi,  toltine  i  nobili  che  potevano  e  so- 
levano farsi  surrogare  dai  loro  domestici. 

Non  sembra,  ad  ogni  modo,  che  all'appello  delle  scolte  sui 
campanili  troppo  volonterosamente  si  accorciassero  i  chiamati, 
se  un  ordine  comunale  (23  aprile  1600)  ed  una  grida  governa- 
tiva per  tutto  il  Lodigiano,  fatta  publica  molti  anni  dopo  (10 
maggio  1638),  riassumevano  minuziosamente  tutte  le  notifica- 
zioni e  tutti  i  regolamenti  diretti  all'  invio  dei  miliziotti  a  quella 
strana  ispezione  dall'alto. 

Se  questa  era  imposta  per  tener  d'occhio  i  dintorni,  anche 
più  grave  e  pericoloso  e  necessario  si  palesava  però  l' oficio 
dei  berrovieri  non  solo  sulle  vie  e  sulle  piazze,  ma  altresì  nelle 
vicinanze  dei  borghi.  Violenze,  liti,  colluttazioni,  battagliole  fra 
rione  e  rione,  giochi  d'invito,  offese  al  buon  costume,  tutto  ciò 
allora  come  ora  richiedeva  dal  governo  la  maggior  sorveglianza. 

Una  grida  del  governatore  marchese  di  Leganes  proibisce 
«  il  far  a  pugni,  sassi,  bastonate  o  perticate,  et  il  nuotare  e 
giocare  alle  ossa  nelle  strade  publiche  »  (16  febbraio  1636).  Ed 
aggiunge:  «Questa  prohibitione  dichiara  Sua  Eccellenza  che  da 
qui  avanti  sia  generale,  e  comprenda  gli  habitanti  di  tutte 
le  altre  Città,  terre  e  luoghi  di  questo  Stato,  et  che  si  usi 
maggior  rigore  contro  quelli  di  Picighetone,  e  Maleo,  dove  ha 
auuertito  il  Senato  esser  cresciuto  tanto  questo  disordine,  che 
particolarmente  nelle  Domeniche  di  Quadragesima  sogliono  unirsi 
molti  di  quelli  habitanti  nelli  campi  vicini,  formando  squadroni, 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA  303 


e  combattendo  con  sassi,  pugni,  bastoni,  et  altri  istromenti  con 
tanta  crudeltà,  che  spesse  volte  ne  resta  alcuno  d'ambe  le  parti 
morto,  ò  mortalmente  ferito  ». 

Questa,  come  altre  gride,  avrebbe  lasciato  il  tempo  com'era 
se  le  misure  di  polizia  giudiziaria  e  le  sentenze  dei  magistrati 
pretoriali  e  del  senato  non  ne  avessero  a  caratteri  di  sangue 
raffermate  le  fiere  sanzioni. 

Non  è  a  dimenticare  che,  reggendo  Spagna  —  sino  alle  sue 
prime  contestazioni  politiche  e  guerresche  con  Austria  —  il 
procedimento  ed  il  giudizio  penali  rivestirono  in  Lombardia 
autentici  caratteri  di  atrocità.  Nessuna  ombra  di  processo  ac- 
cusatorio o  publico;  tutto  facevasi  per  inquisizione  secreta,  e 
la  formula  definitiva  «  ad  arbitrio  di  Sua  Eccellenza  »  era  quella 
che  modificava,  mutava,  aggravava  la  pena,  senza  che  dal  suo 
disposto  fosse  possibile  ricorso  ed  autorità  veruna.  Dal  semplice 
attuaro  al  duca  governatore  era  libertà  intera  ed  assoluta  di 
accusa  e  di  sentenza;  e  quando  la  confessione  dell'inquisito 
non  rispondeva  sollecita  alla  richiesta  del  giudice,  l'istruttoria 
veniva  compiuta  nella  camera  tormentarla.  Solo  canone  criteriale 
era  l'arbitrio;  incerta,  ma  sempre  feroce  e  disumana  l'applica- 
zione della  pena,  secondo  le  persone  ed  avuto  riguardo  alla 
classe  cui  esse  appartenevano.  Fino  al  1790  circa  continuò  le- 
gale l'uso  dell' istromento  di  tortura;  e  gran  mercè  se  già  da 
tempo  lasciavasi  in  riposo  l'orribile  ruota  dilaniatrice  delle 
membra  del  condannato;  ed  anche  quando  la  tortura  s'abolì, 
non  lo  si  fece  con  publico  editto  per  le  stampe,  ma  soltanto 
per  circolare  di  carattere  interno,  sì  che,  malgrado  il  divieto, 
in  molte  terre  gli  esecutori  della  legge  seguitarono  impertur- 
babili neir  applicazione  della  frusta,  delle  tenaglie  e  degli  strappi 
di  corda,  pena  quest'ultima  largamente  eseguita  in  giurisdi- 
zione territoriale  di  Cremona.  Occorse  un  ordine  formale  del 
direttorio  francese  perchè  la  pena  capitale  si  compiesse  da 
allora  in  poi  colla  mannaia  della  ghigliottina,  e  non  più  colle 
esacerbazioni  regolarmente  inflitte  per  lo  addietro  alla  persona 
del  condannato. 

Tempi  di  miseranda  tristizie,  e  nei  quali  parve  pietosa  la 
ghigliottina,   sebbene  già  Cesare  Beccaria  e  Pietro  Verri  e  la 


304 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


coorte  illuminata  dei  filosofi  di  quei  dì  si  facessero  banditori 
di  un  nuovo  diritto  punitivo,  più  in  accordo  colle  leggi  della 
giustizia  e  dell'umanesimo. 

La  buona  idea  fruttifica  gagliardamente  nel  tempo,  ed  anche 
nella  amministrazione  della  giustizia.  Se  Vienna  non  reca  li- 
berissimi concetti,  porta  senza  dubbio  rimedi  a  mali  già  creduti 
irreparabili.  La  volontà  individuale  del  giudicante  deve  inchi- 
narsi non  solo  alla  parola  ma  allo  spirito  della  legge;  i  popoli 
rifanno  cuore,  e  mentre  si  sentono  migliorati  di  dì  in  dì  nei 
commerci,  nelle  industrie,  in  tutti  gli  sviluppi  della  propria  at- 
tività, lasciano  cadere  insieme  le  aspre  scaglie  delle  antiche  e 
facinorose  consuetudini.  Più  corretti,  più  sciolti  si  fanno  i  co- 
stumi, e  certo  più  rapida  sarebbe  la  rinascenza  del  sentimento, 
se  la  lunga  e  penosa  vicenda  fra  l'austriaco  ed  il  cattolico  non 
rallentasse  il  cammino  verso  i  nuovi  ideali.  E  per  ciò  che  qui 
ancora  trionfa  il  carnefice,  le  cui  sportule  orribili  tocca  volta 
per  volta  al  comune  di  soddisfare  a  suon  di  moneta. 

Qui  mozzavasi  il  capo  ad  un  soldato  del  reggimento,  cavalieri 
Palfy,  sulla  piazza  del  castello,  e  tre  suoi  commilitoni  passa- 
vano a  spalla  ignuda  sotto  il  flagello  della  verga  croata  (31 
agosto  1731). 

Ricordavano  i  padri  nostri  aver  udito  narrare  dagli  avi  loro 
una  duplice  impiccagione  nella  stessa  piazza.  Due  malfattori 
lasciavano  sul  patibolo  i  delitti;  ma,  o  per  loro  riottosità  al 
momento  estremo,  o  per  lo  atteggiamento  degli  spettatori  (fra 
cui  anche  lo  storico  Goldaniga)  il  mastro  delle  alte  opere  di 
giustizia,  temendo  per  sè,  impugnò  d'un  tratto  una  pistola,  e 
con  un  coltellaccio  fra  i  denti,  compiè  la  tremenda  opera  sua. 
A  sua  volta  il  panico  s'impadronì  della  folla,  il  serra  serra  fu 
generale,  e  fra  urti  e  spintoni,  la  fuga  degli  atterriti  travolse 
seco  persino  il  carnefice  (22  agosto  1744). 

Per  altra  doppia  esecuzione  il  comune  di  Codogno  pagò  al 
dottor  Zucchi,  tesoriere  in  Milano  del  regio  oficio  di  giustizia, 
lire  cinquecento  quarantaquattro,  soldi  tredici,  denari  nove  di 
spese  (15  marzo  1777). 

I  registri  comunali  hanno  nota  d'un' altra  espiazione  sulle 
forche  di  un  condannato  dal  potestà  (19  febbraio  1780). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA  305 


E  finalmente  V  ultima  condanna  nel  capo  —  che  tuttavia  è 
raccontata  dalle  avole,  e  che  pur  sulle  loro  tremule  labra  at- 
terrisce —  è  quella  del  facchino  Quattri,  detto  Lesna.  Presso  la 
Moientina  egli  minaccia  con  una  falce,  e  ad  intento  di  preda, 
una  povera  donna,  la  sua  vecchia  nutrice,  cui  toglie  in  oggetti 
d'oro  la  miseria  di  due  lire.  Denunciato,  confessa  il  delitto, 
fidente  nella  lusinga  fattagli  travedere  di  sfuggire  alla  pena 
andando  soldato.  Un  Grassi,  commissario,  vuol  conseguire  e 
consegue  della  colpevolezza  del  Quattri  la  prova  trionfale.  In 
Lodi  fa  travestire  come  il  Quattri  alcuni  soldati,  e  la  denun- 
ciatrice,  al  confronto,  parimenti  riconosce  il  suo  aggressore. 
Il  supplizio  estremo  vi  è  sentenziato  ;  respinti  i  ricorsi  ;  per  tre 
giorni  il  reo  aspetta  il  momento  fatale  negli  androni  del  sop- 
presso convento  di  S.  Chiara  (albergo  del  Teatro)  ;  e  innanzi 
a  lui,  discendente  le  scale,  vien  spezzata  la  verga,  simbolo  di 
sua  fine  imminente,  dal  carnefice,  che  alloggia  in  una  stanzuccia 
dietro  il  coro  della  parochiale.  Il  Quattri  sale  le  forche  in  un 
dì  nevoso,  accompagnato  fuor  di  Codogno  da  funebre  corteggio 
al  luogo  della  esecuzione,  detto  Monte  Nivello,  e  cessato  il  rullo 
dei  tamburi  velati,  la  salma  del  giovane  facchino  penzola  im- 
mota dalla  trave  sinistra  (febbraio  1828). 

*  . 

Al  risveglio  della  coscienza  dei  propri  diritti,  logico  s'ac- 
coppiava quello,  dello  istinto  raffinato  della  conservazione.  La 
seconda  metà  del  secolo  passato  può  a  ragione  additarsi  come 
l'incunabulo  dell'igiene  infante  che  diventa  scienza.  Dall'In- 
ghilterra prima,  dalla  Svezia,  dalla  Germania,  ed  infine  dalla 
Francia,  dove  la  sapienza  della  salute  era  maggiormente  sentita 
pei  contatti  cogli  «  amici  del  genere  umano  »  —  sezione  dei 
filadelfi  americani  della  scuola  di  Franklin  —  era  disceso  anche 
in  Italia  il  vangelo  che  ha  per  fondamento  la  sanità  della  mente 
nel  corpo  sano.  Le  scuole  terapeutiche  nazionali  s'erano  fatte 
pratiche,  e  la  fama  dei  «  pratici  meridionali  »  era  salita  a  così 
alti  fastigi  che  ogni  sultano,  ogni  califfo,  ogni  bey  non  dovesse 
tenere  a  proprio  archiatra  se  non  chi  fosse  escito  dallo  studio 
di  Napoli. 

In  ogni  regione  della  patria  fu  così  orgoglio  regolare  il  be- 
nefico  presidio  sanitario  a  seconda  degli  speciali  bisogni;  e 
Codogno  e  il  suo  territorio ^  ecc.,  —  //.  48 


3o6  CODOGNO  E  II.  SUO  TERRITORIO 


come  la  chimica  aveva  da  tempo  spodestata  l'alchimia,  così  la 
medicina  s'era  imposta  all'empirismo  ed  era  diventata  precipua 
branca  nei  servizi  publici  dei  comuni. 

Nè  Codogno  difettava  di  medici  con  accompagnamento  di 
minori  chirughi,  e  così  in  onore  e  nobilitante  era  tenuta  la 
salutifera  professione,  che  s'ebbe  fra  noi  il  non  comune  caso 
del  sacerdote  Giovanni  Battista  Carini,  che,  con  bolla  papale  di 
Clemente  XIII  (15  maggio  1764),  ebbe  facoltà  di  plenario  eser- 
cizio della  medicina. 

Cli  studi  esperimentali  e  patologici  avevan  sbandito  il  pre- 
giudizio ;  r  assistenza  medica  al  povero  salì  a  dignità  di  legge. 
Con  unanime  voto  del  civico  consesso  di  Codogno  il  reverendo 
Carini  è  eletto  medico  condotto  (24  giugno  1770)  —  sino  a 
che  Francesco  III  di  Modena,  governatore  cesareo  del  ducato 
milanese  lo  chiama  a  sè  (1778)  —  e  le  supreme  e  collettive 
necessità  dell'egra  indigenza  trovano  aita  e  conforto  nel  nostro 
ospitale,  dove  già  la  pietà  civile  raccoglie  gli  infermi. 

.  .       *  . 

Non  per  certo  indifferente  era  rimasta  la  terra  nostra  allo 
incalzante  svolgersi  della  medicina  estesa  ai  publici  bisogni. 
Nel  Milanese  il  poeta  dell'  Eupili  rimprocciava  verseggiando  gli 
speculatori  inquinanti  Milano  coi  miasmi  delle  marcite  e  col 
fermento  delle  concimaie  a  piè  dei  palazzi  illustri;  sermoneg- 
giava il  pittore  Giuseppe  Bossi,  fieramente  lamentoso  di  ogni 
lare  sacro  alle  restanze  degli  stabuli.  Ed  il  governo  aggiungeva 
la  pratica  opera,  indicendo  diligentissime  inchieste  sulla  igiene 
publica  per  tutte  le  regioni  del  ducato. 

Del  Lodigiano  ebbe  oficio  d'indagatore  e  relatore  il  medico 
Villa,  direttore  del  nosocomio  Maggiore  di  Lodi.  Resta  testi- 
mone degli  studi  compiuti  il  suo  rapporto  (novembre  1802),  che 
nella  parte  riguardante  l'agro  lamenta  miserie  antiche....  e  pur 
troppo  odierne:  la  soverchia  propinquità  delle  risaie,  onde 
l'umidissima  atmosfera;  la  macerazione  dei  lini,  producente  per 
le  acque  putride  moltitudine  di  microrganismi;  l'insufficiente 
escavazione  dei  pozzi  ;  la  tristezza  della  alimentazione  ;  la  defi- 
cienza del  vino;  le  infermità  denutrenti;  ed  allo  studio  delle 
epizoozie  bovine  pone  di  riscontro  il  flagello  della  pellagra  conta- 
dinesca, cui  definisce  «arduo  oggetto  d'indagini  presso  i  pratici  ». 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA  307 


Gli  ammaestramenti  che  la  scuola  inglese  chiama  «  ricreatori 
dell'uomo  »  espandono  anche  in  Lombardia  la  cura  dello  in- 
nesto vaccino.  L' eroico  preservativo  antivaioloso  —  già  noto  in 
Asia,  fatto  conoscere  in  Europa  dall'inglese  Maria  Wortley  Mon- 
tagu,  ambasciatrice  di  Costantinopoli,  cantato  dal  Parini,  regolato 
dal  sublime  Jenner  —  è  in  Lombardia,  con  energia  di  aposto- 
lato pari  alla  vigoria  della  opposizione,  diffuso  dall'illustre 
Sacco.  In  Codogno  il  primo  innesto  si  compì  ad  opera  del 
chirurgo  inviato  dal  governo  (23  giugno  1803).  Un  celebre 
decreto  della  republica  aveva  imposta  la  vaccinazione  a  tutti 
i  sudditi,  comandando  ai  paroci,  oficiali  dello  stato,  di  pro- 
mulgarne dall'altare  la  obbligatorietà,  con  minaccie  di  gravi 
pene  ai  refrattari.  E  così  in  quei  primi  anni  di  questo  secolo 
intere  generazioni  passarono  la  soglia  parochiale,  stabilita  oficio 
vaccinatorio. 

Assai  tranquilla  rendevano  la  vita  le  agiatezze  dei  molti  ;  così 
che  allo  elemosinare  dei  nativi  s' aggiungeva  l' assidua  questua 
dei  forensi  ;  ed  il  grande  esercito  dei  pitocchi  tanto  regolar- 
mente aveva  posto  fra  noi  suo  campo  che  fu  mestieri  interve- 
nisse spesso  la  potestà  comunale  per  arrestare  codesta  invasione 
della  miseria  fatta  mestiere. 

Fin  dagli  antichi  tempi  Codogno  era  specialmente  invàso 
dalla  mendicità  dell'  oltre  Po  ;  e  questa  piaga  era  grave  e  co- 
stante, se  si  giudica  dal  rimedio  che  gli  agenti  decurioni  del 
borgo  invocavano  dal  potestà,  col  documento  che  riproduciamo 
nelle  chiose  (26  ottobre  1591)^. 

Molte  furono  le  disposizioni  municipali  per  vietare  la  questua, 
e  nell'archivio  del  comune  se  ne  hanno  alcune.  Vi  è  tempo  in 
cui  l'affluenza  dei  mendichi  forestieri  è  grande  talmente  che  si 
è  costretti  all'applicazione  di  una  targa  di  ricognizione  per 
coloro  che  oggi  si  chiamerebbero  i  poveri  oficiali.  La  publica 
carità  fa  di  Codogno  domicilio  di  soccorso  ;  gli  elemosinanti 
sono  inscritti  in  un  elenco  speciale,  e  quelli  della  terra  vengono 
forniti  di  placche  d'oricalco  (circa  il  1772). 

Elettamente  provvedevano  alla  propria  alimentazione  le  classi 
borghigiane.  In  grande  favore,  precedendo  l'epoca  nostra,  te- 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


nevasi  la  dieta  plastica.  Quattro  beccherie  aveva  Codogno  a 
mezzo  il  secolo  XVII  (1650);  un  trentennio  dopo  ascendevano 
air  eccessivo  numero  di  trenta;  e  pare  che  tante  ne  richiedesse 
il  servizio  publico,  come  che  novant'anni  dopo  (3  marzo  1770) 
il  comune  esigeva  dai  macellari  formale  dichiarazione  che  i 
loro  venditori  non  avrebbero  subita  mai  penuria  di  carni,  e  che 
sempre  ne  sarebbero  stati  forniti  in  misura  sufficiente  pel  borgo. 

Allo  sviluppo  di  questa  industria  andava  compagno  quello  • 
della  panificazione.  Regnando  il  feudo,  il  signore  investiva  lo 
esercizio  del  prestino  in  una  singola  persona  per  Codogno,  per 
Maleo  e  per  altrove.  Caduto  quel  regime  i  forni  diventarono 
più  liberi  ;  ciascuno  potè  vendere  farine,  e  cuocere  e  commer- 
ciare pane,  soppresso  il  vecchio  ed  indegno  monopolio  (1678). 
Come  già  dicemmo  al  capo  dello  sfeudo,  il  prestinaro,  colpito 
nei  suoi  interessi,  si  oppose  alle  liberalità  del  comune;  ma  in- 
vano, perchè  una  democratica  sentenza  gli  diede  torto,  mentre 
per  ciò  che  si  riferisce  alla  gabella  daziaria  sul  pane  venale,  il 
comune,  per  rogito  di  Pompeo  Bellone,  la  affittava  ad  Antonio 
e  fratelli  Bignami ,  panattieri  nelle  vicinie  di  S.  Maria  alle  Nevi 
(3  gennaio  1699).  A  detta  poi  del  Goldaniga,  lui  vivente,  erano 
in  borgo  due  prestini  principali,  detti  prestini  capi,  ai  quali 
soggiacevano  e  tutti  i  minori  venditori,  ed  i  dodici  e  più  forni 
publici,  senza  contare  che  intorno  a  Codogno  giravano  perpetui, 
sotto  r  impulso  delle  abbondantissime  acque,  numerosi  mulini 
macinatori,  della  più  parte  dei  quali  ancora  rimane  il  nome. 

Abbiamo  toccato  a  suo  tempo  che,  a  somiglianza  del  dazio 
sul  pane  e  sulla  carne,  anche  quello  sul  vino  costituiva  regalia 
feudale;  così  che;  l'esercizio  di  una  osteria  finiva  per  essere  una 
vera  e  propria  investitura  del  signore.  Taberna  Pizleonis  è  pur 
oggi  nome  di  luogo  perduto  fra  Camairago  e  Pizzighettone  ; 
taverna  di  proprietà  del  conte  Vitaliano  Borromeo,  feudatario 
camairaghense  ;  il  quale  nei  capitoli  chiesti  e  concessi  dalla  re- 
publica  milanese  a  Lodi  (18  ottobre  1448),  aveva  confermato 
il  possesso  di  quella  popina,  con  facoltà  di  vendere  in  essa  al- 
tresì pane  e  carne,  e  con  formale  divieto  che  per  due  mirlia 
air  ingiro  altri  potesse  tenere  osteria,  albergo,  prestino  e  ma- 
celleria *. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA  309 


Quando  si  spense  il  feudatario  marchese  Gian  Giorgio  Lam- 
pugnano  (1665),  in  Casalpusterlengo  due  erano  le  osterie,  che 
tuttora  esistono  :  quella  di  S.  Giorgio,  che  dava  per  fitto  seicento 
lire  ed  altre  seicento  per  canone  di  dazio,  e  quella  della  Co- 
rona, affittata  pure  a  seicento  lire  e  gabellata  per  seicento  set- 
tanta a  prò  del  feudatario. 

L'osteria  di  Guardamiglio  appare  nelle  carte  del  tempo  com- 
putata nella  investitura  del  luogo  fatta  dalla  camera  ducale 
farnesiana  in  Giovanni  Nicelli  (22  settembre  168 1). 

In  Codogno,  finalmente,  fin  dal  1650  due  alberghi  accoglie- 
vano gli  ospiti:  i  Tre  Re,  nella  contrada  Grande,  e  quello  della 
Chiavica  o  di  S.  Antonio  (ora  Leon  d'oro),  in  contrada  di 
S.  Fiorano  ;  alle  quali  un  terzo  se  ne  aggiunse  anteriormente 
all'estimo  dell'Albino  (1691),  detto  del  Sole,  in  contrada  di 
Casale,  ed  ora  da  pochi  anni  scomparso.  E  però  evidente  che 
anche  fra  noi  i  feudatari  decaduti  non  si  acconciassero  alla  per- 
dita dei  dritti  sulle  osterie,  già  loro  assicurati  prima  dello  svin- 
colo dei  subbietti;  c'è  infatti  in  atti  dell'archivio  comunale  una 
dichiarazione  del  municipio  sull'acquisto  di  una  osteria,  che 
dicesi  fatta  a  favore  di  casa  Trivulzio  e  da  persone  che  le  erano 
sottomesse. 

Quanto  alle  abitazioni,  bisogna  convenire  che  i  codognesi 
si  contentavano  di  ben  poco. 

Le  case,  difatti,  eran  brevi,  basse,  dissimetriche,  non  orna- 
mentate e  nè  meno  sempre  intonacate.  Soltanto  i  pochi  palazzi 
avevano  le  finestre  munite  di  gelosie  alla  persiana;  ma  a  quelle 
delle  abitazioni  inferiori  la  carta  oleata  sostituiva  i  vetri,  sur- 
rogandoli altresì  agli  usciali  delle  botteghe,  che  quasi  tutte 
avevano  gli  stagionali,  di  cui,  non  sono  molti  anni,  rimanevano 
tuttavia  vestigia  sotto  la  loggia,  a  comodo  dei  formaggiari  al  mi- 
nuto. La  sera  si  chiudevano  a  mezzo  della  ribalta,  così  e  come  è 
in  uso  tuttavia  nelle  misere  botteguccie  del  prossimo  Appennino. 

Ma  lungo  il  secolo  XVIII  un  novello  impulso  edilizio  mutò 
r  aspetto  generale  del  borgo  ;  onde  la  meraviglia  e  la  com- 
piacenza del  buon  Goldaniga,  enumerante  nella  sua  cronistoria 
\  gli  iniziatori  delle  nuove  costruzioni.  A  non  parlare  degli  edifici 
publici   allora  sorgenti  ex  novo  —  quali  il  cimitero  di  piazza 


3 IO  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Morta  e  l'ospitale  civico  —  tra  i  privati,  il  ricco  e  dotto  Giuseppe 
Maria  Folli,  faceva  sorgere  in  contrada  del  Sole  un  dovizioso 
palazzo,  emulo  di  quello  dei  Trivulzio  nel  dar  ricetto  agli  ospiti 
illustrati  di  corona  e  di  spada  e  di  mitra  per  qui  trascorrenti. 
Sempre  lungo  il  secolo  scorso  i  Mola  e  i  Quadri  edificavano 
in  contrada  Scacca;  gli  Stabilini  in  Vallicella;  i  Grazioli  rim- 
petto  alle  Grazie;  i  Dragoni  a  S.  Maria;  i  Ferrari  in  contrada 
del  Cristo  o  di  Fombio;  i  Grecchi  e  i  Borsa  verso  Cittadella; 
i  Bignami,  il  sacerdote  Cairo  ed  altri  davano  opera  ad  altri 
stabili  ;  i  Belloni,  infine,  inalzavano  case  in  piazza  Maggiore. 

Il  palazzo  Trivulzio  in  piazza  —  che  fu  pure  compendio  di  tra- 
passo nei  Gallio  di  Como  (1678),  e  da  questi  al  pio  luogo  di 
Milano  (1766)  —  fu  acquistato  da  Vitale  Bignami  (1779),  che  lo 
ridusse  ad  abitazioni  comuni,  le  ampie  scuderie  trasformando  in 
casere,  antonomasticamente  dal  popolino  battezzate  le  «  caserone  ». 

Il  palazzo  Folli  —  cominciato  sul  finire  del  secolo  XVII  e 
soltanto  compiuto  nel  primo  decennio  del  successivo  —  fu  presto 
strappato  alla  sua  sorte  lussuosa  (1749).  Morto  il  suo  autore, 
l'edificio  venne  in  potestà  di  alcuni  compadroni  della  pia  con- 
gregazione dei  mercanti,  eretta  prima  nell'oratorio  di  S.  Tomaso 
(1728),  poi  nel  seminario.  Nel  palazzo  fu  accolto  il  vescovo 
Gallarati  che  vi  officiò  nell'oratorio,  erigendo  canonicamente 
la  congregazione  (22  luglio  1758). 

I  tempi  guerreschi  tramutarono  sgraziatamente  in  caserma 
quella  sede  di  domestico  fasto,  che  per  sè  aveva  costrutto  il 
chiaro  legista,  tolto  da  morte  ad  eccelsi  onori  politici.  Fu  ri- 
soluto però  dai  condomini  che  la  cessione  sarebbe  stata  pre- 
ceduta dalla  descrizione  del  palazzo  com'era  in  quel  momento 
(13  marzo  1794),  e  il  documento  tecnico  fu  opera  dell' ingegnere 
lodigiano  Antonio  Dossena. 

Alla  imponenza  del  ricettacolo  ospitale  del  Folli,  alle  reli- 
giose ed  industri  riunioni  dei  mercanti,  ai  clamori  incomposti 
della  caserma,  sottentrò  da  circa  un  quarto  di  secolo  la  rumo- 
rosa attività  delle  filande  e  dei  filatoi,  onde  oggi  trae  presidio 
e  lavoro  buona  parte  della  nostra  classe  operaia. 

Primitive  come  le  vecchie  case  furono  naturalmente  in  quei 
dì  le  contrade,  sepolte  nella  notturna  oscurità  più  fitta,  quando* 


NELLA  CROiSTACA  E  NELLA  STORIA 


311 


l'amica  luna  non  sovveniva  la  condiscendenza  de'  suoi  raggi, 
e  quando  l'insulto  del  vento  sopprimeva  il  fioco  lumicino  di- 
votamente  acceso  alle  imagini  sacre  di  qualche  canto  di  via. 
Indi  l'obbligo  al  viandante  di  recar  seco  una  lanterna  accesa 
■per  non  incorrere  nell'ammenda,  che  le  gride  (1775  e  1782) 
comminavano  gravissima.  Fra  i  publici  servizi  l' illuminazione 
stradale  fu  classificata  tra  noi  solo  quando  il  comune  illuminò 
il  borgo  intero  con  lampioni  ad  olio,  secondo  il  sistema  del 
ginevrino  Argand  (18  novembre  1834)  ;  lampioni  che  ebbero  poco 
meno  di  una  quarantenne  esistenza,  per  essere  sostituiti  dal  gas 
(1874),  oggi  divenuto  esso  pure  vecchiume®.  Non  per  questo 
di  quelle  tenebre  impensierivansi  i  signori  gaudenti;  ed  i  loro 
cocchi  correvano  notturni  a  briglia  sciolta  nell'aureola  fumigante 
delle  torcie  accese,  lampeggianti  per  le  scosse  loro  impresse 
dagli  agili  ed  aitanti  lacchè. 

Solamente  negli  ultimi  anni  del  seicento  le  nostre  precipue 
contrade  ebbero  qualche  regolarità.  Se  ne  cominciò  il  lastri- 
camento (169 1);  si  oppilarono  le  fosse  del  castello,  le  cui 
esondazioni  continue  avevano  causato  lamentele  infinite,  e  quattro 
piazze  delinearonsi  intorno  al  maschio  onde  si  erano  colmate 
le  fosse,  e  rasi  a  terra  gli  spalti,  inalzandovi  la  montagnola, 
cui  con  forse  troppo  lirici  rimpianti  accennavamo  fin  dall'inizio 
di  questo  libro.  Per  questo  modo  si  ottenne  un  progrediente 
risanamento  delle  contrade;  che  prima  pei  canali,  arieggianti 
incili  di  roggia,  eran  fatte  pozzanghera  o  lago  se  la  pioggia 
si  aggiungeva  alle  acque  sfrenate. 

Vivissimo  per  fortuna  fu  sempre  lo  interessamento  del  co- 
mune per  tutto  ciò  che  aveva  tratto  a  circoscrivere  le  linfe  di 
scolo.  I  reclami  dei  cittadini  non  trovarono  mai  sordi  i  reggi- 
tori della  publica  cosa 

Fra  le  novazioni  recate  dalla  conquista  francese,  quella  pure  ci 
fu  della  numerazione  delle  case  (3  luglio  1797);  e  furono  distinte 
in  numero  progrediente,  indifferentemente  alle  diverse  vie  ^. 

Se  le  condizioni  materiali  dei  borghi  ebbero  miglioramenti , 
non  diversamente  —  sebbene  in  guisa  più  lenta  —  avvenne  per 
quelle  delle  campagne. 


312 


Precessero  regolate  e  lastricate  le  contrade  dei  nostri  borghi; 
seguirono,  non  foss' altro  che  rese  pervie,  le  strade  forensi. 
Per  lo  addietro  le  frequenti  paludi,  le  polle  corroditrici,  gli 
alberi  invadenti,  la  mancanza  dei  ponti,  le  anguste  tortuosità  ed 
altre  cause  ancora  rendevano  questi  cammini  inaccessibili  lungo 
gran  parte  dell'anno,  e  mal  sicuri  sempre.  Il  perchè  il  viag- 
giare su  di  essi  significava  quasi  atto  audace,  e  passò  in  pro- 
verbio il  testamento  di  prammatica  allor  quando  da  Codogno 
facevasi  via  per  Milano. 

Nei  Viaggi  di  Gian  Vincenzo  Imperiale  ^  si  parla  di  quello 
compiuto  da  quell'advena  ormai  antico  (1609)  verso  Loreto, 
Roma  e  Napoli,  con  descrizione  del  percorso  in  Pavia,  Milano, 
Melegnano,  Lodi,  Pizzighettone,  Cremona,  e  di  altri  viaggi  a 
Piacenza.  E  curioso  il  commento  del  patrizio  genovese;  tra  le 
altre  osservazioni  egli  accenna  al  contado  abduano  che  per  la 
continua  vicinanza  del  cerulo  fiume  vien  detto  «  non  meno  di- 
lettevole che  dovizioso  ».  Rammenta  pure  la  folta  nebbia  «  che 
per  insino  al  nobil  luogo  di  Castione  »  non  si  disfece.  Il  ligure 
varca  l'Adda  con  barca  a  Pizzighettone,  e  scende  all'osteria 
della  Spada.  In  un  successivo  viaggio  da  Piacenza  a  Lodi  trova 
le  strade  assai  fangose. 

Noi  vedemmo  pure  i  nostri  egregi  conterranei  e  procuratori 
per  lo  sfeudo  staccar  soldati  da  Melegnano  a  Lodi  a  propria 
salvezza,  e  nel  loro  rapporto  con  pavide  e  gravi  frasi  rammen- 
tare i  pericoli  anche  materiali  della  impresa. 

L'opera  giuseppina  iniziò  validamente  la  riforma  stradale. 
Fu  r  imperatore  filosofo  che  con  ordinanza  speciale  dispose 
il  raddrizzamento  di  alcune  vie  della  bassa  Lombardia  (12 
maggio  1783);  fra  cui  dovevano  essere  «  rettifilate  »  e  rinno- 
vate quelle  da  noi  verso  Cremona,  e  fiancheggiate  con  quei 
paracarri  in  legno  che  quarantasei  anni  dopo  volle  il  governo 
sostituiti  con  altri  di  vivo  sasso  (1829). 

Nel  1783  appunto  Giuseppe  II  aveva  compiuta  la  strada  per 
Cremona,  già  obbietto  di  osservazioni  dai  compilatori  del  piano 
stradale  lombardo  (13  febbraio  1777  e  30  marzo  1778),  dal  quale  ^ 
così  tanto  benefizio  trasse  il  territorio.  Vale  però  in  proposito  il 
ricordo  che  quella  via  prima  era  stata  delineata  ed  aperta  infino 
a  Maleo  dal  cardinal  Trivulzio,  su  disegno  dell'esimio  Barattieri, 


313 


caduto  in  .  isfavore  dell' eminentissimo,  e  dovuto  fuggire  a  Pia- 
cenza, perchè  il  suo  Mecenate  non  avevagli  saputa  perdonare 
la  tortuosità  della  linea  nel  tracciato  della  strada  cremonese. 

A  compimento  delle  quali  notizie  sovvenga  T  accenno  che 
Ferdinando  d'Austria,  governatore  di  Lombardia,  con  suo  rescritto 
classificava  tra  le  vie  provinciali  quella  da  Lodi  a  Pizzighet- 
tone  per  Codogno,  da  Casalpusterlengo  a  Piacenza  per  la  Miran- 
dola, ed  a  Campo  Rinaldo  per  Ospitaletto  (23  settembre  1779). 

Non  mancò  poi  la  lenta  ma  efficace  opera  di  Leopoldo  II  al  re- 
golamento dell' aggere  per  la  strada  di  Mantova,  alla  quale  volle 
lavorassero  di  gran  lena  i  condannati  del  penitenziario  di  Piz- 
zighettone. 

Se  però  lo  stato  non  era  restio  ad  aprire  nuove  arterie  di 
comunicazione  nel  territorio,  anche  i  privati  non  gli  lesinavano 
il  sussidio  dell'opera  loro.  Quelli,  difatti,  ch'ebber  fin  da  allora 
nome  di  proprietari  «  frontisti  »  obbedivano  di  buon  grado  al- 
l'ordine  sovrano  pel  quale  essi  dovevano  mantenere  e,  in  caso, 
riparare  le  riattate  strade.  Peccato  che  questa  predisposizione 
civile  fosse  passaggiera  ;  e  se  i  lignei  colonnotti  sul  margine 
delle  strade  indicavano  quali  fossero  i  manutenenti  del  rispet- 
tivo tratto,  il  fervore  dei  finitimi  vigili  si  illanguidi  fino  a  scom- 
parire; così  che  si  spiega  pur  troppo,  come  caratteristica  dei 
rapporti  che  i  generali  francesi  dell'esercito  republicano  invia- 
vano al  direttorio,  l'uso  regolare  dei  più  foschi  colori  tutte 
le  volte  in  cui  erano  tratti  ad  accennare  i  passi  e  le  strade 
di  Lombardia. 

La  graduale  agevolazione  prodotta  all'abitato  da  queste  ar- 
terie di  comunicazione  che  s'andavano  regolando,  congiunta 
alla  serena  tranquillità  dei  luoghi  campestri,  non  tardò  ad  eser- 
citare una  sensibile  attrattiva  in  quanti,  provenienti  da  altrove, 
solìermavansi  nella  regione.  Per  la  confluenza  dei  forestieri,  dì 
per  dì  i  paesi  nostri  si  animarono;  vetture  giornaliere  echeg- 
giavano di  squillanti  sonagli  sotto  le  ombrie  dei  cinerei  salici; 
dai  ben  coltivati  campi  s'affacciavano  i  contadini  al  rumoroso 
e  sfavillante  trapassare  dei  cocchi,  tratti  rapidamente  oltre  dagli 
scalpitanti  destrieri;  e  gli  arrivi,  e  i  passaggi  e  le  soste  offri- 


314  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


vano  larga  messe  ai  ragionari  domestici,  alle  conversazioni  nelle 
patriarcali  spezierie,  al  convegno  degli  sfaccendati  dell'ora,  agli 
ufìci  delle  lettere. 

Da  lunge  s'udiva  lo  stridor  rauco  della  cornetta  con  accom- 
pagnamento rumoroso  dello  schioccar  degli  scudisci;  poi,  sal- 
damente montato  sul  cavallo  di  manca,  delineavasi,  ingrossavasi 
il  baldo  postiglione  dagli  stivaloni  ascendenti,  dal  gamurrino 
attilato  ed  alamarato,  dal  bordato  cappello  a  tuba  abbagliante 
sotto  il  sole.  Sollevando  nembi  di  polvere,  la  pesante  «  berlina  » , 
tra  squilli  rinforzati,  attraversava  come  una  festosa  visione  la 
via  massima  dei  borghi,  ed,  o  all'  albergo  di  sosta  o  nella  corsa 
proseguita  più  oltre,  le  erano  scorta  gli  sguardi  e  i  parlari 
della  gente  assueta  al  quotidiano  spettacolo.  E  già  varie  e  mul- 
tiformi erano  le  sagome  dei  veicoli,  tutte  stranamente  fornite  di 
un  color  regionale  non  per  anco  oggi  interamente  dissipato.  Fin 
dallo  scorcio  del  secolo  passato  il  «  battarro  »  era  in  voga  nel 
Cremonese,  mentre  il  cabriolet  o  la  «  bastardella  »  appartenevano 
ai  più  comuni  rotabili;  ed  avevano,  come  hanno  tuttodì,  nome 
di  «  codognine  » ,  specialmente  sul  Piacentino,  le  nostre  leggere 
carrettelle,  basse,  abbastanza  comode  e  senza  mantice,  delle 
quali  lungo  le  due  rive  del  Po  la  imposizione  diretta  espan- 
devasi  dalle  fabbriche  di  Codogno.  In  progresso  di  tempo  s'ac- 
crebbero i  mezzi  di  locomozione;  lo  stato  stese  la  mano  sul 
servizio  di  viaggio;  ed  una  vera  legislazione  publica,  promul- 
gata con  editti  speciali,  regolò  i  transiti  veicolari  fra  un  luogo 
e  l'altro,  colle  rispettive  tariffe,  coi  giorni  determinati  della 
settimana,  colla  introduzione  prima  delle  «  sedie  »  di  posta  al- 
l'italiana ed  assai  più  tardi  delle  «diligenze»  (1813);  coi  po- 
stiglioni classificati  e  colla  indicazione  dei  viaggi  postali  da 
compiersi  sui  diversi  stradali,  che  venivano  con  linguaggio  ofi- 
ciale  chiamati  «  rotte  » ,  e  fra  le  quali  la  più  importante  era  quella 
da  Milano  a  Mantova.  Ed  è  a  notarsi  che  il  diritto  ad  usu- 
fruire delle  stazioni  postali  nei  luoghi  minori  veniva  dal  governo 
investito  nei  privati  che  presentavano  le  opportune  guarentigie  ; 
si  che  emerge  da  un  rescritto  sovrano  come  il  codognese  Gian 
Maria  Mola  possedesse  il  diritto  perpetuo  di  posta  in  Codogno  e 
in  Zorlesco  (1770);  ed  i  Mola  stessi,  alle  porte  di  Lodi,  presso 
la  Gatta,  costruirono  il  palazzo  della  .posta  (177 1),  erigendovi 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA  3x5 


un  oratorio,  e  in  questo  collocando  il  gruppo  della  «  Pietà  » 
dovuto  a  Gerolamo  Cavana.  Quivi  il  commissario  francese  Cri- 
stoforo Saliceti,  che  seguiva  l'esercito  di  Bonaparte,  facendo 
man  bassa  sui  capolavori  dell'arte  italica,  passò  un  brutto 
quarto  d'ora,  allor  che  da  Piacenza  conducevasi  in  Milano  a 
colloquio  col  generalissimo,  e  fu  sorpreso  dai  contadini  del 
Lodigiano  ammutinati  (24  maggio  1796).  Ne  ebbe  svaligiata  la 
vettura  e  dovette  all'essersi  prontamente  rinchiuso  nell'osteria 
della  Gatta  la  sua  salvezza,  si  che  chi  gliela  procurò  ebbe  da 
lui  lauto  contrassegno  di  vitalizio.  Nel  1782  l'uficio  postale  da 
Zorlesco  fu  trasferito  a  Casalpusterlengo  ;  e,  per  fargli  posto, 
venne  abbattuto  il  bel  portone  dei  Lampugnani,  là  dove  sbocca 
la  via  che  dalla  piazza  guida  alla  strada  Rivadersa;  ed  un'antica 
caserma,  acquistata  dal  comune  casalese,  fu  dai  Mola  destinata 
a  stabulo  dei  cavalli. 


3l6  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  LV. 

'  Mentre  licenziamo  le  bozze  di  queste  pagine  apprendiamo  che  nel 
venerdì  santo  di  quest'ultimo  anno  del  secolo  verrà  ripristinata  la  pro- 
cessione per  le  vie  col  simulacro  della  «  Deposizione  ». 

^  Pier  Francesco  Goldaniga  -  Memorie  storiche  del  regio  ed  insigne 
borgo  di  Codogno. 

Mediolani  26  octobris  1591  —  Al  Potestà  di  Codogno 

111.'""  et  Ecc.  Signore.  —  La  terra  di  Codogno  siede  tanto  vicina  a'  luoghi 
del  Piacentino  che  è  quasi  una  porta  a  quelli  che  di  là  vengono,  onde  è 
tanta  la  turba  de  Montanari  et  de  poveri  mendichi  che  ogni  dì  da  quelle 
parti  scendenjdo  si  ricovrano  nella  detta  villa  cacciati  dalla  fame  che  pare 
che  in  breve  siano  per  ingombrarla  tutta.  Item  specialmente  che  dall'anno 
passato  in  qua  i  portinari  del  Po  passano  tutta  questa  misera  gente  molto 
prontamente  nel  venire  in  qua,  ma  non  lasciano  tornar  indietro  alcuno 
che  così  dicono  essere  commissione  de  loro  Principi.  Onde  i  Piacentini  a 
questo  modo  attendono  a  scaricarsi  di  questo  diluvio,  par  che  in  breve 
siano  per  inondare  et  la  detta  terra  et  altre  ancora....  etc.  omissis. 

Per  tanto  gli  agenti  et  decurioni  di  detta  terra  fideli  servitori  di  Vostra 
Eccellenza  veggendo  il  pericolo  che  sovrasta  hanno  preso  consiglio  di 
fare  da  lei  ricorso  supplicandola  che  si  degni  con  sue  lettere  dare  ordine 
et  commettere  al  Podestà  del  luogo  et  ad  essi  supplicanti  che  con  ogni 
più  pronta  via  facciano  sgombrare  da  detta  terra  si  fatti  forestieri  i  quah 
si  conoscono  inutili  et  dannosi....  omissis. 

*  Al  di  sopra  dell'  osteria  di  Camairago  si  protende  tuttavia,  retta  da 
ferreo  braccio,  l'insegna  «  humilitas  »  in  caratteri  gotici,  lavoro  in  ferro 
battuto  che  rivela  la  sua  origine  di  secoli  anteriori. 

^Giovanni  Battista  I^ikkxtyy^'^i  -  Catastro  dell'estimo  rurale  di  Co- 
dogno (31  dicembre  1650). 

^  Presentemente  si  sta  iniziando  l' illuminazione  elettrica  attuandola  alla 
stazione  ferroviaria. 

^  Fra  le  numerosissime  convenzioni  di  comune  e  privati  nell'intento  di 
convogliare  nelle  apposite  condutture  le  acque  spesso  disselciatrici ,  è  a 
tener  nota  di  quella  consegnata  a  publico  atto  colla  quale  si  fermò  accordo 
con  Giuseppe  Maria  Bellone,  proprietario  d'una  casa  presso  la  loggia,  pel 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


mantenimento  d'una  cisterna  accosfliente  lo  intero  deflusso  dei  colati /f 
(14  dicembre  1707). 

®  Riferiamo  alcuni  vecchi  nomi  delle  strade  codognesi  : 
Contrada  Grande  —  via  Roma  dalla  piazza  a  via  Garibaldi. 
»       di  Fombio  —  via  Garibaldi. 

»       di  Cittadella  —  vicolo  di  via  Garibaldi  a  sinistra. 

»       di  S.  Fiorano  —  via  Roma  da  via  Garibaldi  allo  stradale  di 

S.  Fiorano. 
»       di  S.  Giorgio  —  via  Ospitale. 

»       Soperchia  —  via  Beneficenza  da  S.  Giorgio  a  via  Cremona. 

»       Guggirolo  —  via  Beneficenza  da  via  Cremona  a  piazza  Mercato. 

»       Cantarana  —  via  Pizzighettone. 

»       di  Maleo  —  via  Cremona. 

»       Vallicella  —  via  Teatro. 

»       dietro  la  roggia  —  via  Lodi. 

»       dei  Favini  —  via  Unione. 

»       Scacca  —  via  Milano  dalla  piazza  a  via  Unione. 
»       di  S.  Rocco  —  via  Milano  da  via  Unione  a  S.  Rocco. 
»       di  Casale  —  via  Milano  da  S.  Rocco  allo  stradale  di  Casale. 
»       del  Guado  —  via  Po  da  S.  Rocco  alla  campagna. 
»       dello  Zocco  —  via  Po  da  vS.  Rocco  a  via  Vittorio  Emanuele. 
»       Lovera  —  via  Vittorio  Emanuele  dalla  campagna  alla  Trinità. 
»       Galliverta  —  via  Vittorio  Emanuele  dalla  Trinità  alla  piazza. 
»       della  Racchetta  —  via  Cavour  fino  a  S.  Bernardino. 
»       del  Sole  —  via  Ognissanti. 
»       di  Borgo  Rampino  —  via  Castiglione. 
»       dei  Molini  —  via  Cavour  da  S,  Bernardino  alla  campagna. 
»       dei  Bignamini  —  via  Barattieri. 
»       del  Lumino  —  via  Camposanto. 
Il  «  sitto  del  Castello  »  —  come  si  legge  nei  catastri  comunali  —  era 
circoscritto  verso  la  contrada  del  Lumino  da  quella  della  Fossa. 
*  Atti  della  Società  ligure  di  storia  patria  -  Fase.  I,  1898. 


CAPO  LVL 


Commerci  e  manifatture  —  Mercati  e  fiere  —  Spassi  privati  e  publìci  — 
Ville  —  Orio  —  Il  passeggio  —  Mode  —  I  caffè  Sferistica  — 
Musica  —  i  teatri. 


manifatture  che  per  ordine  di  anni  possono  considerarsi  più 
prossime  a  noi. 

Già  nel  memoriale  del  Folli  per  mantenere  la  preminenza 
ecclesiastica  di  Codogno  su  Maleo,  è  detto  che  sul  finire  del 
XVII  secolo  si  contavano  cinquanta  botteghe  nelle  venti  con- 
trade codognesi,  tre  speziali,  dodici  casare,  una  fabbrica  di  cera 
alla  veneziana,  indoratori,  intagliatori,  pittori  e  stampatori;  e 
si  pagavano  dai  terrazzani  ben  ventiquattro  cavalli  dì  tassa,  la 
maggiore  di  tutto  il  Lodigiano.  Il  Goldaniga,  circa  un  centennio 
dopo,  registrava  a  prova  dell'incremento  della  terra  l'istituzione 
della  casa  regia  del  dazio  o  dogana  che  dir  si  voglia,  l'ag- 
giunta di  una  spezieria,  tre  aromatari,  tre  cartari,  fabbriche  di 
cera  e  di  cappelli,  torchi  per  paste,  otto  tintorie,  tre  concerie 


3NZA  tornare  sul  quadro  delle  multiformi  industrie 
che  a  grado  a  grado  vennero  ad  imprimere  un  ca- 
rattere felice  al  nostro  borgo,  è  opportuno  illustrare 
con  qualche  nota  quei  commerci  e  quelle  speciali 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO  319 


di  cuoi,  una  fornace  figularia,  sellai,  pellicciai  e  via  dicendo, 
filande  e  filatoi  dei  Mola  e  dei  Folli. 

Nei  dintorni  rifletteva  efficacemente  il  movimento  industriale 
del  borgo.  A  Borasca  uno  Scotti  faceva  agire  una  folla  da  carta 
(1776).  Giuseppe  Antonio  Borsa,  fittabile  di  tutti  i  terreni  del- 
l'abazia di  Santo  Stefano,  vi  si  era  edificato  un  comodo  pa- 
lazzo, «  nobilitandolo  »  con  una  bene  architettata  filanda  da 
seta  (1748)  S  e  con  un  decoroso  oratorio,  privilegiato  per  cele- 
brazione di  messe  da  Benedetto  XIV  ;  e  fra  paese  e  paese  mol- 
tiplicandosi i  mercati,  gli  scambi  dei  prodotti  agevolavano  il 
soddisfacimento  intensivo  della  vita;  e  tra  casale  e  casale  i 
«  maiolini  »  peregrinavano  colle  loro  stoviglie,  percorrendo  l'alta 
e  bassa  Lombardia,  scontrandosi  gli  uni  gli  altri  su  pei  ronchi 
della  Bresciana  e  sul  Verbano;  formaggio  e  lini  costituivano 
buon  valsente  nei  vantaggi  della  esportazione  ;  i  nostri  carret- 
tieri, audaci  sfidatori  degli  erti  Appennini,  in  Liguria  ed  in 
Toscana  portavano  i  loro  carichi  di  pelli,  cappelli,  stoviglie, 
vetri,  pollami. 

Fior  di  mercati  susseguivansi  nei  dintorni  :  Il  giovedì  a  Gera, 
il  venerdì  a  S.  Fiorano,  antichi  e  floridi.  Anche  Maleo  ebbe 
concessione  sovrana  di  tenerne  uno  settimanale  (1776);  ma  fu 
vano,  chè  il  publico  non  corrispose  allo  zelo  di  quei  reggenti. 
Immanchevoli  coloni  traevano  incessantemente  dal  territorio 
circostante  il  lunedì  a  Casalpusterlengo  ed  il  martedì  e  sabato 
a  Codogno,  che,  per  speciale  rescritto  dell'imperiale  maestà  di 
Leopoldo  II  (20  agosto  1791)  ebbe,  colla  facoltà  della  celeber- 
rima fièra,  anche  quella  del  mercato  settimanale  dei  bestiami  in 
ogni  giovedì.  Il  primo  di  questi  mercati  tennesi  il  24  novembre 
di  quell'anno  sulla  piazza  ora  detta  del  Mercato,  non  ancora 
così  vasta,  e  che  pure  oggi  non  basta  quando  la  stagione  di 
Mercurio  si  apre  per  noi  trionfale  in  occasione  della  fiera 
d'autunno. 

Questo  mercato  per  moltissima  serie  d'anni  cadde  in  disusò; 
soltanto  riapparve  nel  1868,  su  proposta  del  compaesano  Gio- 
vahni  Battista  Lodigiani,  non  più  settimanale  ma  mensile;  e 
dal  quarto  martedì  d'ogni  mese  venne  pochi  anni  sono  trasfe- 
rito al  primo. 


320 


Il  fatto  commerciale  più  importante  per  Codogno  è  la  sua 
annua  fiera.  Le  mutate  condizioni  dei  popoli,  come  dovunque, 
anche  in  Italia  menomarono  il  lustro  di  quelle  famose  fiere  che 
un  dì  attraevano  in  patria  moltitudine  di  mercatanti,  venuti  non 
solo  da  ogni  regione  d'Europa,  ma  anche  d'Oriente.  Tra  le  fiere 
che  in  più  regioni  italiche  non  sono  sminuite  dall'antica  gran- 
dezza, tien  fermo  alla  sua  fama  anche  quella  di  Codogno  nostro. 
Ad  ogni  anno  nel  tardo  autunno,  dopo  san  Martino,  la  vita 
del  borgo  si  connatura  con  quella  dello  avvenimento  periodica- 
mente benefico.  La  fiera  preoccupa  di  sè  da  un  mese  prima, 
e  si  prolunga  negfi  effetti  e  nei  ricordi,  ad  uno  successivo.  A 
centinaia  di  chilometri  in  giro  è  un  peregrinaggio  industriale 
che  si  avvia  al  nostro  borgo,  e  forse  mai  così  a  proposito  può 
ripetersi  il  tassiano 

Tutti  convengon  qui  d'ogni  paese. 

La  fiera  ha  nella  operosa  e  popolosissima  campagna  di  Lom- 
bardia il  valore,  direbbesi,  d'una  antica  olimpiade;  al  felice 
evento  è  rinviata  la  risoluzione  di  molteplici  faccende  agricole; 
dalla  sua  data  si  dipartono,  reggenti  per  lo  svolgimento  dell'anno 
che  segue,  e  norme  e  patti  e  convenzioni  d'affari.  Sarebbero  tre 
dì  quelli  della  sua  durata  oficiale;  ma  ove  propiziino  le  clima- 
teriche condizioni,  suole  vivace,  affollata  e  produttrice,  prolun- 
garsi infino  ad  un;i  settimana.  E  non  solo  essa  eccede  i  suoi 
lìmiti  oficiali  pel  tempo,  ma  inoltre  si  espande  sempre  più,  così 
che  là  dove  da  suo  principio  bastavano  le  quattro  piazze  cir- 
costanti il  castello,  questo  demolito,  il  suo  spazio  fu  tosto  in- 
vaso da  bovìn'  e  da  equini  ;  e  da  un  settennio  circa  così  pur 
essi  si  annoverano  in  continua  crescita,  che  il  comune  risolse 
di  farne  esulare  gran  parte  fuori  dell'abitato,  e  pur  rimane  com- 
piutamente ingombra  l'antica  piazza. 

Nè  soltanto  codesta  fiera  debbesi  considerare  esposizione  di 
derrate  e  di  merci  con  fortunato  esito  di  contrattualità;  ma 
Godogno  —  nolle  condizioni  di  operosità  e  di  benessere  che  gli 
son  proprie  —  ne  profitta  per  crearsi  e  godere  in  quel  periodo 
solenne  civili  ed  onesti  spassi.  Indi,  una  florida  stagione  teatrale, 
e  l'ospitalità  è  largamente   esercitata  ai  visitatori,  ed  i  lieti 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


321 


convegni  del  parentorio,  e  gli  amichevoli  simposii,  e  tutto 
quanto,  infine,  risolleva  lo  spinto  dal  penoso  e  diuturno  la- 
voro di  tutta  un'annata. 

Sola  ormai  qui  regna  la  fiera  novembrina;  perocché  la  sua 
minor  sorella  dell'aprile  dopo  un  quarto  di  secolo  venne  così 
languendo  che  oggi  potrebbesi  senz'altro  classificare  come  im- 
portante mercatone  mensile  ^ 

Afferma  il  Monti,  che  una  delle  fiere  più  antiche  sarebbe 
stata  quella  di  Casalpusterlerlengo ,  per  il  santo  patrono  del 
luogo,  sul  finire  dell'agosto,  e  che  nel  1684  era  disusata.  Ciò 
sarebbe  comprovato  dalla  circolare  stampata  (14  gennaio  1684), 
con  cui  il  magistrato  camerale,  avendo  intimato  ad  ogni  comune 
la  denuncia  dei  propri  mercati  e  delle  proprie  fiere,  sentì, 
rispondersi  da  quello  di  Casale  che  non  si  teneva  punto  ob- 
bligato a  chiedere  facoltà  di  sorta,  o  per  mercati  o  per  quella 
specie  di  fiera  già  detta  di  S.  Bartolomeo,  essendo  questi  negozi 
de  jure  gentium. 

Ad  ogni  modo,  più  tardi  quei  di  Casale  si  ebbero  dal  go- 
verno l'invocato  permesso  di  tre  giorni  di  fiera,  con  rescritto 
imperiale  (1806);  ed  anc^e  quella  terra  si  animò  giovandosi 
dell'  insueto  movimento  di  traffici,  specialmente  in  questi  ultimi 
anni  nei  quali  è  per  lo  più  decoro  della  fiera  lo  spettacolo 
teatrale.  Ma  tutto  quanto  è  di  negozi  fruttiferi  si  riassume  nel 
terzo  mercoledì  di  ottobre,  che  è  il  primo  e  l'unico  importante 
giorno  del  movimento. 

Presso  che  tutti  i  comuni  del  nostro  territorio  istituirono  od 
istituiscono  tuttavia  fiere*;  ma  esse  assumono  piuttosto  la  sim- 
patica e  rumorosa  fisionomia  delle  sagre;  tra  le  quali  quelle 
di  Castione  (1801);  di  S.  Ignazio  a  Santo  Stefano;  di  Maleo 
in  onore  di  san  Sulpizio  (23  ottobre  1805),  e  che  l'anno  dopo 
il  suo  inizio,  per  evitare  pregiudizio  reciproco  con  quella  di 
Soresina,  fu  trasportata  di  una  settimana.  Essa  è  comunemente 
detta  della  sufon,  cioè  della  gallina  col  ciuffo,  che  viene  im- 
bandita nelle  mense  rusticane,  seguita  il  lunedì  dalla  sufin\  è 
caratteristica  per  ingenua  giovialità  dei  sollazzi  e  dei  ricordi 
popoleschi;  come  quella  di  Cavacurta,  nella  domenica  di  Pas- 
sione, quando  «  l'ora  prima  il  bel  tempo  rimena  ».  In  quella  è  \ 
Codogno  e  il  suo  territorio,,  ecc.  —  //.  49 


322 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


salutato  il  verno  che  se  ne  viene,  in  questa  il  verno  che  se  ne 
va;  l'emblematico  giro  dello  essiccato  frutto  del  castagno  vi  fa 
da  collana  ai  bimbi  chiassosi  ed  alle  felici  pulzelle,  ed  è  come 
fraterno  auspicio  arvale  alla  imminente  primavera  il  cavalle- 
resco dono  del  fiore  offerto  alla  fanciulla  piacente  dal  passag- 
giero,  anche  se  sconosciuto. 

Al  movimento  nuovo,  su  e  giù  pei  suoi  cammini  arteriali, 
come  una  febbre  esagita  lietamente  la  campagna  che  sembra 
sorrida.  Non  da  per  tutto  l'aria  è  balsamica,  nè  i  luoghi  sempre 
ameni  ;  ma  ivi  del  pari  i  profughi  dai  tumultuosi  fragori  delle 
città  conduconsi  a  cercare  serenità  e  pace.  La  villa  felice  sorge, 
più  o  meno  fastosa,  a  ricovero  dei  ricchi  gaudenti;  e,  smesso 
lo  scabro  ed  austero  aspetto  di  tempi  perduti,  anche  le  turrite 
castella  trasformansi  in  casamenti  campestri,  fatti  brulicanti  con- 
vegni di  blasonati  cacciatori,  di  placidi  e  ben  digerenti  prelati, 
di  academici  passatempi  letterari  e  scientifici,  quali  nel  suo 
palazzo  di  Somaglia  teneva  Rossane  Laudi,  circondata  dai  Frisi, 
e  dai  Carasi,  o  di  improvvisazioni  satiriche,  come  quella  sul 
re  di  Roma,  la  quale  tra  i  calici  fruttò  a  Jacopo  Sanvitale, 
ospite  dei  Laudi  alle  Caselle,  i  quattordici  mesi  di  prigionia 
nella  fortezza  di  Fenestrelle. 

Non  più  minacciose  macchine  da  guerra  alla  soglia  degli  au- 
steri manieri,  ma  invece  morbide  e  comode  portantine  per  le 
ammodernate  castellane,  le  quali  —  cinte  da  uno  stuolo  di  ca- 
valieri nastrati  e  ingioiellati  —  tradiscono  la  noia  dei  caldi  ed 
inerti  pomeriggi,  arrovesciate  sulla  spalliera  degli  sculti  sgabelli, 
e,  confortate  dalla  molle  ombria  dei  platani  non  meno  che  dalle 
leziosaggini  dei  cicisbei,  lungo  i  viali  fioriti. 

Innegabilmente,  dopo  la  lirica  invernale  della  capitale  e  delle 
città  sentivano  quei  favoriti  dalla  sorte  il  desiderio  dell' ecloga 
elegante  ;  e  così  i  palazzi  camperecci  *  —  come  allora  si  dice- 
vano —  sorgevano  come  luoghi  di  delizie.  Grandiosi  giardini, 
zampillanti  cascate,  basse  terrazze  con  rampe  e  scalee  salienti 
ai  pianori,  e  gradinate  gigantesche,  e  decorazioni  di  licheni 
serpeggianti  su  per  le  statue,  e  fitte  ed  alte  siepi  di  lauri,  di 
quercie,  di  carpini  a  foggia  di  arabeschi  e  di  stemmi,  ed  erme 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


troneggianti  dai  piedestalli,  e  scure  vallicelle,  e  grotte  incro- 
state a  tuffi  e  a  conchiglie  e  finte  stallatiti,  e  solitari  lavacri 
negli  oscuri  ninfei  a  verdi  riflessi.  Ben  tosto  però  aflermasi 
la  caratteristica  settecentista,  cioè  a  dire  la  intollerabilità  della 
solitudine.  La  vita  della  campagna  continua  ad  essere  quella 
della  città;  e  nelle  sontuose  ville  si  raccolgono  a  brigate  gli 
ospiti  della  «eccellentissima  casa».  L'ora  inganna  l'ora,  giusta 
la  frase  di  Adolfo  Karr,  il  più  esatto  descrittore  della  incipriata 
vita  rusticana  dopo  i  contemporanei  di  essa,  Antonio  Vatteau 
e  Francesco  Zuccherelli.  E  come  tutto  si  compone  all'esempio 
degli  eccelsi,  così  dai  regi  elisii  francesi  del  grande  e  del  pic- 
colo Trianon,  svolgesi  dovunque  la  irresistibile  voga  della  vita 
dorata  fra  i  campi. 

Oggi  in  quelle  ville  è  tutto  rovina  e  squallore;  interrate  le 
aiuole;  slabrati  e  rovesciati  i  marmorei  pilastrelli  delle  balaustre; 
caduti  per  incuria  i  fiori  metallici  delle  cancellate;  i  legumi 
mangerecci  sostituiti  ai  fiori  smaglianti;  si  sgretolano  gli  stucchi 
bizzarri  delle  facciate  barocche  ;  son  lividi  come  stagno  palustre 
i  cristalli  degli  specchi,  sconnessi  nelle  cornici,  cbe  han  perduto 
il  fulgore  degli  ori;  screpolati  e  semisepolti  gli  scalini  delle 
verande  insuete  al  contatto  delle  rosee  scarpine  Pompadotcr  ] 
silente  la  vasca  marmorea  dagli  essiccati  zampilli,  le  cui  linfe 
erano  un  dì  conforto  balneario  alle  nereidi  sfoggianti  la  «  ca- 
pricciosa »  e  r  «  appassionata  »  ;  l' erma  della  «  Primavera  »  non 
ha  più  il  suo  mazzolino  di  rose,  quella  dell'  «  Estate  »  non  più 
il  covone,  quella  del  «Tempo»  non  più  la  falce;  e  perfino  l'òra 
non  è  più  quella,  poiché  l'atmosfera  nitida  travolge  a  grosse 
nubi  i  fumi  degli  alti  camini  dell'  industria  nova. 

Questo  ricordando  il  nostro  pensiero  si  arresta  al  celebrato 
palazzo  di  Orio,  specimine  vero  di  quante  bellezze  ed  amenità 
ci  rimangono  radunate  —  pure  in  mezzo  allo  sfacelo  —  delle 
magnatizie  ville  dello  scorso  secolo. 

Verso  la  metà  di  esso  un  artista  d' ingegno,  il  romano  Gio- 
vanni Ruggero,  ed  il  ricco  signore  di  Orio,  conquistati  dal 
luogo  cui  tanta  aperta  di  cielo  e  l' eminenza  della  postura  da- 
\  vano  aspetto  piacente,  s' accordaron  nell'opera  e  nei  mezzi  per 
inalzare  la  splendida  villa  —  che  dal  lato  del  paese  presenta  il 


324 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


gran  cortile  d' onore  limitato  da  due  corpi  avanzati,  e  da  quello 
del  Po  il  giardino  digradante  —  mentovata  ne'  suoi  annali  fastosi 
perchè  tutto  le  sorrise:  lo  splendore  del  viridario,  la  sontuosità 
delle  ampie  sale,  l'arte  rappresentativa  sulle  domestiche  scene. 

Quivi  ai  ludi  ippici,  il  conte  signore  interpolava  i  cinegetici  : 
e  fu  forse  salutata  da  lui  con  soddisfacimento  di  cacciatore  ap- 


La  villa  d'Orio. 


passionato  la  mala  ventura  capitata  ai  terrazzani  dell'  invasione 
dei  lupi,  tra  cui  una  ferocissima  che  mandò  a  morte  ben  di- 
ciassette persone,  da  essa  orribilmente  azzannate  (1765).  Ed  il 
flagello  così  perseguì  che  per  ordine  del  governo  fu  comandato 
uno  esterminio  generale  di  quelle  belve,  diretto  e  compiuto 
appunto  dal  nobile  conte  Dati  della  Somaglia. 

La  magnificenza  del  luogo  era  tale  che,  trapassato  dalla  ve- 
dova Dati  Somaglia,  contessa  Camilla  Solaro,  all'eccentrico  in- 
glese Riccardo  Holt,  per  rogito  di  Giorgio  De  Castilla,  notaro 
milanese  (15  novembre  1824),  i  Litta  noi  credettero  indegno 
a  propria  residenza  ;  essi  che  —  testefacendo  Alessandro  Verri  — 
non  eran  secondi  per  ricchezza  e  per  pompa  di  dimora  ai  re 
di  Francia  (1766).  Per  eredità  Orio  passò  a  Giulio  conte  Litta 
Visconte  Arese  (19  novembre  1852),  e  dai  Litta  venne  ora  in 
possesso  del  signor  Guido  Corti,  che  quella  sede  di  letizie 
trasformò  in  operosa  filanda. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Dicemmo  come  durante  il  governo  di  Spagna  non  manca- 
vano di  tanto  in  tanto  le  occasioni  di  festività  a  rialzare  lo 
spirito  paesano.  Ma  erano  generalmente  rozze  espressioni  di  un 
giubilo  primitivo,  tradotte  ampollosamente  —  come  lo  compor- 
tava il  carattere  dell'epoca  —  in  solennità  religiose  o  politiche. 
Giungeva  tra  noi  donna  Giuseppa  Guevara,  e  le  dimostrazioni 
di  letizia  publica  si  affermavano  coi  fasti  feudali  e  coli'  accor- 
renza  delle  genti  avide  di  curiosità  ;  così  che  al  quadro  sma- 
gliante dei  caschi  scintillanti  e  delle  fulgide  alabarde  traevano 
tutti  ammirando.  O  saliva  trionfalmente  la  sua  catedra  un  nuovo 
proposto  mitrato,  e  la  luminaria  del  tempio  si  rifrangeva  sulle 
gemme  della  tiara  e  dei  piviali,  mentre  la  gloria  dell'organo 
penetrava  di  riverenziale  sentimento  la  enorme  folla  proster- 
nata agli  absidi.  O  signori  coronati  onoravano  di  loro  pre- 
senza la  casa  feudale,  e  paggi  e  valletti  e  scudieri  e  cavalieri 
occupavano  di  sè  la  fantasia  del  microcosmo  locale.  O,  infine, 
i  serti  d'alloro  venivano  disputati  in  cimento  dalle  nostre  aca- 
demie  calzanti  il  coturno,  ed  ecco  che  le  ansie  commovevansi 
e  l'incitamento  alla  prova,  e  la  compiacenza  della  vittoria  riem- 
pivano tutti  gli  animi. 

Se  non  che,  e  per  opera  di  Maria  Teresa  e  di  Giuseppe  II, 
ricompostesi  sensibilmente  le  publiche  cose,  anche  la  prosperità 
materiale  del  nostro  borgo  —  come  abbiamo  a  suo  tempo  no- 
tato —  riprese  sviluppo  e  consistenza.  Il  borgo  non  era  scaduto 
dal  decoro,  dalla  sua  fortuna  ed  importanza.  Industrie,  com- 
merci, opere  pie,  efficaci  e  rigogliosi  estendevansi.  Buoni  i 
costumi  e  costante  il  benessere  generale,  faceva  logicamente  passo 
al  «  rumor  mondano  »  che  sta  indice  indefettibile  del  grado  cui 
perviene  l'agiatezza  sufficiente  ai  bisogni. 

Lieti  spassi,  brigate  sollazzevoli,  sciali  e  mangiari,  diventa- 
rono mezzi  di  svago  onesto  dalle  operosità  diuturne.  La  sta- 
gione carnevalesca  ebbe  dilettosità  spirituali  di  maschere  e 
positiva  di  cene  e  di  balli  ;  e  se  perduravano  i  rigoristi  temporis 
acti  a  tuonare  contro  le  sceniche  rappresentazioni  fatte  a  tempo 
perduto,  non  per  questo  restavano  deserte  di  accorrenti,  prima 
timidi,  poi  volonterosi  spettatori,  quali  l'umor  gaio  e  il  buon 


326 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


gusto,  li  consigliavano.  Non  per  nulla  l'irto  Baretti,  nelle  sue 
Lettere  famigliari  (1762),  qualificava  in  genere  i  lombardi  «  forse 
l'unico  popolo  al  mondo  non  odiato  dai  vicini,  anzi  amato  per 
schiettezza  e  cordialità.  Sono  paragonati  ai  Tedeschi  per  la  buona 
fede,  ai  Francesi  pel  lusso  e  l'eleganza  degli  addobbi  e  degli 
equipaggi,  ed  aggiungerò  agli  Inglesi  pel  gusto  di  ben  man- 
giare, d'onde  il  titolo  di  lupi  lombardi». 

Non  bastava  più  la  messa  di  lusso  che  i  buoni  codognesi 
avevano   conseguito  da  papa  Pio  VI  (9  maggio  1775),  e  per 


Il  passeggio  di  levante. 

rispettiva  pastorale  del  vescovo  Andreani  (18  ottobre  1775); 
messa  da  celebrarsi  nella  parochiale  al  tocco.  Per  l'ora  inol- 
trata essa  offriva  modo  alle  belle  ed  ai  dami  di  sfoggiare  le  loro 
sete,  le  loro  acconciature,  le  loro  gemme.  Ma  presto  nè  pure 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


più  bastò  lo  spettacolo  dei  vasti  guardinfanti,  dei  busti  a  punta, 
delle  ondeggianti  Andriennes,  dei  farragginosi  toupés  onde  si 
caricavano  le  signore  ;  nè  delle  seriche  calze,  delle  brache  fiam- 
manti, dei  panciotti  a  roselline,  e  delle  giubbe  damascate  degli 
uomini,  eletta  falange  dei  facoltosi,  frammischiantesi  alle  tipiche 
figure  degli  adusti  casari,  il  cui  tipo  pervenne  fino  ai  giorni 
nostri,  in  calza  ed  in  grembialina  azzurra,  ed  aventi  lo  sfondo 
delle  popolane  in  gonna  festiva  a  strascico,  raccolta  per  vezzo 
sul  braccio  manco,  e  dei  buoni  e  modesti  borghigiani  dallo 
schiacciato  cappellino  a  tre  punte,  la  volgare  schizzeta,  dal  salone 
color  avana,  dalle  calze  in  refe  o  in  lana,  scarpe  fibiate,  ed  un 
misero  e  spelato  codinello.  Si  volle  un  più  largo  e  conveniente 
ambito  a  codeste  comparse,  e  più  tardi  l'apertura  di  quel  pu- 
blico  passeggio,  a  levante  del  borgo,  sul  quale  con  sale  attico 
doveva  poetare  bizzarramente  il  padre  Brini,  fino  conoscitore 
dell'  «  ambiente  ». 

Altro  convegno  ricercato  già  allora  era  la  bottega  detta  del 
caffè  Grande,  del  Ratti,  e  là  —  sorbendo  o  il  ratafià  o  il  re- 
frigerante gelato  o  più  comunemente 

La  nettarea  bevanda  ove  abbronzato 
Fuma  ed  arde  il  legume....  d'Aleppo 
Giunto  e  da  Moca, 

già  in  fiore  a  Venezia  sulla  metà  del  secolo  XVII  —  davansi 
la  posta  i  don  Marzi,  che  son  d'ogni  luogo,  a  far  lor  mormo- 
razioni, di  quando  in  quando  interrotti  dal  tintinnabulo,  onde 
il  publico  era  fatto  conscio  che  era  a  punto  di  cottura  l'aro- 
matica polvere,  così  come  tuttodì  si  usa  in  Germania,  quando 
si  pone  mano  a  spillare  una  nuova  botte  di  cervogia. 

Primo,  intanto,  anche  per  antichità,  degli  spassi  che  si  pro- 
cacciavano i  codognesi  era  la  sferistica.  Rileggendo  le  vecchie 
cronache,  entusiastiche  descrittrici  del  paesano  pallamaglio,  non 
è  facile  resistere  allo  stupore,  rilevando  come  questo  atletico 
giuoco  abbia  sempre  qui  avuto  non  solo  un  persistente  favo- 
reggiamento, ma  un  vero  ed  autentico  culto.  E  se  abbiamo 
notato  che  con  tal  ludo  si  tentò  alleviare  le  pene  della  cattività 
a  Francesco  re  di  Francia,  chiuso  in  Pizzighettone  (1525),  vuoisi 


328 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ora  aggiungere  che  in  tempi  anche  più  remoti  i  nostri  maggiori 
delle  emozioni  procurate  dal  getto  della  palla  solevano  grande- 
mente dilettarsi.  Lorenzo  Monti  ^  con  minuziosa  cura  e  con  rare 
cognizioni  tecniche  riassume  la  storia  del  nobile  esercizio,  e, 
considerandone  i  prodromi  locali,  rammenta  che  già  nel  se- 
colo XV  fervevano  in  Codogno  differenti  giuochi  di  palla,  fra 
cui  quello  detto  della  racchetta,  al  quale  prendevano  per  con- 
suetudine viva  parte  e  gentiluomini  e  dame;  osservando  che  ap- 
punto nella  contrada  Racchetta  (via  Cavour)  esistevano  tuttavia 
al  suo  tempo  i  ruderi  d'un  recinto  destinato  a  quelle  gare, 
oltre  la  roggia  Malpensata  (ricoperta  nel  1835).  Là  —  continua 
il  diligente  cronista  —  giuocavano  di  racchetta  i  feudatari  Tri- 
vulzi,  che  probabilmente  già  in  piedi  avevano  trovato  il  recinto 
fin  da  quando  sottentrarono  ai  Fagnani  nella  signoria  (1450). 
Ed  è,  quindi,  conseguente  —  afferma  —  che,  per  evidente  ana- 
logia a  quello  della  racchetta,  succedessero  gli  altri  giochi  di 
sferoidi,  quello  compreso  della  palla  a  vento. 

Però  data  certa  al  primo  gioco  di  pallone  non  può  il  Monti 
determinare,  rammentando  solamente  che  già  prima  del  1668 
era  denominata  del  Pallone  «  quella  parte  della  nostra  piazza, 
che  dal  palazzo  pretorio,  lungo  il  fianco  destro  della  chiesa 
parochiale  si  estende  fino  alla  publica  loggia,  che  vi  è  dirim- 
petto »  ;  poiché  in  quell'anno,  al  giunger  fra  noi  di  donna 
Giuseppa  Guevara,  sposa  del  principe  Antonio  Teodoro  Trivulzi, 
i  deputati  del  borgo,  oltre  gli  altri  onori,  riserbarono  pure  le 
salve  di  gioia  fatte  dalla  milizia  nazionale,  della  quale  una 
compagnia  —  come  da  libretto  indicatore  stampato  —  era  sfilata 
«  sulla  piazza  del  giuoco  del  pallone  ». 

Ciò  significa  —  segue  lo  storico  —  che  in  quel  luogo,  già 
antecedentemente  tenevasi  quel  giuoco,  così  caro  e  gradito  a 
tutti,  che  vi  partecipavano  appassionatamente  perfino  principi 
e  monarchi. 

E  non  solo  i  feudatari,  ma  anche  le  autorità  civili  raccol- 
sero da  essi  —  quando  scomparvero  (1678)  —  il  retaggio  di 
protezione  al  ginnico  esercizio.  Infatti,  cessato  il  feudo,  i  de- 
putati all'estimo  diedero  sempre  opera  attivissima  perchè  con- 
tinuasse ad  esso  il  tradizionale  favore,  sino  a  far  riattare  con 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


pecunia  comunale  i  tetti  danneggiati  dai  salti  prodigiosi  del 
cuoiato  proiettile. 

L' area  primitiva  non  parve  sufficiente  alle  prove  dei  cam- 
pioni; si  cercò  più  felice  e  più  ampio  sito,  e  lo  si  trovò  col- 
mando le  fossa  d'acque  stagnanti  (1752)  che  da  mezzogiorno 
a  tramontana  lambivano  il  castello,  usando  all'uopo  il  terriccio 
proveniente  dagli  scavi  dei  nuovi  magazzini  da  formaggio,  e 
dai  sepolcri  scavati  nel  cimitero  presso  la  parochiale  (1752). 

Le  partite  al  pallone  erano  richiamo  ed  elemento  di  grande 
concorso  di  fuorivia,  perchè  sei  deputati  ed  i  signori  del  borgo 
concorrevano  volonterosi  nelle  spese,  e  queste  erano  compensate 
efficacemente  dalla  affluenza  straordinaria  di  globifili  che  qui 
venivano  dalle  città  vicine  e  lontane,  e  per  misurarsi  e  per 
ammirare  gli  emuli  terrieri;  che  a  lor  volta,  o  in  gruppi  od 
isolati,  recavansi  altrove  a  competere  coi  più  rinomati  campioni. 
E  cosi  andò  crescendo  fra  noi  la  smania  sferistica  che  fino  in 
tre  piazze  simultaneamente  agitavasi  :  quella  detta  antonomasti- 
camente  del  Pallone,  riservata  ai  più  valenti  ed  alle  gare  coi 
forestieri  ;  quella  della  Fiera,  campo  ai  dilettanti,  e  quella  infine 
che  già  aprivasi  innanzi  alla  chiesa  dell'orfanotrofio  feminile, 
luogo  solingo,  dove  facevan  loro  prove  i  tirocinanti. 

Non  seguiremo  il  nostro  autore  nella  lunga  discorsa  da  lui 
dedicata  agli  eccelsi  cultori  della  palla  volante,  di  cui  egli  ci 
appronta  un  florido  elenco.  Valga  per  tutti  l'accenno  a  Ferdi- 
nando IV  di  Borbone,  re  di  Napoli,  che  tanto  in  Milano  quanto 
in  Codogno,  volle  assistere  a  partite  di  pallone  (luglio  1785). 
Fra  i  giocatori  più  valenti  del  borgo,  il  Monti  cita  Francesco 
Asti,  vero  campione  lombardo  ;  Giovanni  Battista  Volpi,  tessitore, 
sopranomato  Chinelli  ;  Alessandro  Scacchi,  grande  battitore  di 
colpi  diritti;  Antonio  Ferrari,  il  dottor  Carlo  Giuseppe  Albini, 
Bernardo  Dragoni,  il  dottor  Francesco  Zaffierri,  Luigi  Andreoli, 
Giuseppe  Antonio  Borsa,  Francesco  Gatti,  Giuseppe  Ruggeri, 
Pietro  Goldaniga  e  Andrea  Dansi.  Il  suo  opuscolo  è  poi  dedicato 
al  «  dolce  amico  »  suo  Giuseppe  Cairo  «  esimio  dilettante  ». 

A  diverse  riprese  questo  salubre  campionato  continuò  fra  noi; 
l'ultima  prova  è  di  questi  anni,  e  si  rividero  sulla  piazza  —  fatta 
più  ampia  per  la  demolizione  della  caserma  nel  castello  —  i 


330  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


forti  lottatori  romagnoli  dalle  brachette,  mescersi  ai  nostri  dilet- 
tanti in  lungo  calzone  bianco,  colle  fusciacche  rosse  od  azzurre, 
a  seconda  delle  schiere  contendenti  e  sempre  festeggiate  da  un 
publico  affollatissimo.  Ma  oltre  il  ricordo  del  caratteristico  gioco, 
non  va  l'obbligo  nostro,  perocché  non  ci  appartengono  gli  en- 
tusiasmi che  inspirarono  la  dotta  monografia  sferisterica  del 
Monti,  là  dove  intendiamo  che  oggidì  altri  fati  e  modalità  dif- 
ferenti seguono  le  lusorie  gare  della  palla. 

Altri  ad  altre,  meno  energiche  e  più  sentimentali  discipline, 
volgevano  lo  spirito.  Oltre  la  academia  accennata  al  capo 
XXXIV,  e,  che,  diretta  dai  maestri  piacentini  fratelli  Borghe- 
sani,  offriva  trattenimenti  musicali  con  intervento  del  principe 
academico  Giuseppe  Antonio  Borsa  e  di  numerosissima  udienza 
(1778),  r academia  dei  Rinascenti  più  tardi  (12  gennaio  1810), 
andava  distinta  per  le  cantate  estemporanee.  Un  concerto  ban- 
distico al  dileguarsi  di  essa  ne  prese  il  nome. 

Ma  questo  nè  era  nè  poteva  essere  tutta  la  manifestazione 
dell'arte  dei  numeri;  poiché  già  le  glorie  teatrali  di  Codogno 
erano  state  comperate  nella  memoria  dei  vicini  e  dei  lontani. 

I  prolegomeni  teatrali  di  questo  borgo  non  presentano  —  come, 
del  resto,  né  meno  altrove  —  la  unità  aristotelica  della  scena 
fissa  e  stabile,  costituente  la  essenza  dello  spettacolo  regolare 
e  continuato.  Qui  le  muse  rappresentative  ebbero  per  primo 
sorriso  quello  di  Marte,  perocché  la  culla  delle  rappresentazioni 
locali  erà  già  innanzi  al  1767  nelle  vecchie  caserme  del  nostro 
castello. 

Narra  frate  Goldaniga  che,  proprio  in  quell'anno,  vivacissimo 
e  «  brillante  »  erasi  svolto  il  carnevale,  malgrado  lo  intensissimo 
freddo  di  quell'  inverno.  Spettacolo  duplice  :  opera  e  tragedia 
con  artisti  venuti  di  fuori.  «  Civilmente  ornati  »  i  palchetti 
circondavano  la  platea,  ed  il  publico  soddisfatto  ammirava  sul 
palcoscenico  gli  eroi  metastasiani  di  Grecia  e  di  Roma,  che,  de- 
clamavano o  cantavano  le  epiche  strofette,  musici  ed  eroi,  bensì 
corazzati,  o  gladiati  e  clipeati  ;  ma  con  miscela  indescrivibile  di 
parrucca  ad  ala  di  piccione,  di  guanti  scamosciati  alle  mani. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


di  lucide  scarpette  a  rosso  tallone.  E  in  quelle  caserme  —  con- 
tinua il  Goldaniga  —  «  si  fecero  anco  feste  e  balli,  e  che  so  io, 
vanità  e  sporchezze  sempre  detestabili,  massime  in  tali' anno 
che  per  i  poveri  fu  di  somma  miseria  ». 

Altro  spettacolo  vi  si  ebbe  con  opera  in  musica  e  copioso 
concorso  di  forestieri  nel  carnevale  del  1775  ed  erano  tredici  i 
palchi  addobbati  e  posseduti  dai  facoltosi. 

A  ventisei  sommarono  codesti  palchi  cinque  anni  dopo,  quando 
una  capricciosa  figlia  di  Tersicore,  che  beava  il  publico  di  Ca- 
salpusterlengo,  dove  da  due  anni  s'era  eretto  un  teatro  —  e  lo 
dice  il  Monti  —  bruscamente  se  nè  diparti  e  «  per  fare  le  ficche 
a'  suoi  compagni  ed  a'  Casalini  »  venne  a  Codogno  al  finire 
dell'agosto  e  vi  danzò  sino  ai  12  di  ottobre,  compiendo  lo 
spettacolo  dei  balletti  di  sua  invenzione  con 'due  opere  liriche 
giocose,  L'italiana  in  Londra  ed  //  matrimonio  per  inganno. 

Se  il  monaco  cronista  redarguiva  fieramente  quelle  rappre- 
sentazioni per  la  procacità  delle  danze,  una  vera  e  propria  cro- 
ciata tuonava  da  tutti  i  pergami  d' Italia  contro  gli  spettacoli 
teatrali  ;  e  come  a  Novara  il  letterato  padre  Tornielli  dissuadeva 
dal  fabbricarvi  un  teatro,  ed  a  Como  il  predicatore  Salabue 
dimostrava  la  rovina  morale  prodotta  dalle  scene  (1762),  e  l'e- 
rudito Pier  Francesco  Faggini,  romano,  aveva  raccolti  (1753) 
tutti  gli  opuscoli  di  Filippo  Neri,  di  Francesco  di  Sales  e  di 
Carlo  Borromeo  contro  l'arte  rappresentativa,  così  fu  aspra  e 
dura  l'opposizione  teatrale  affermatasi  dai  rigoristi  in  Codogno 
nostro.  Abbiam  sott' occhi  un  vecchio  libretto  di  cinquanta  pa- 
gine fitte  ^,  il  cui  autore  —  un  modesto  e  coraggioso  quanto 
erudito  N.  N.  —  ribatte  gagliardamente  tutte  le  argomentazioni 
del  padre  Onorato  da  Pavia,  che  dal  pulpito  maggiore  codo- 
gnese  aveva  tenuto  un  fiero  sermone  (1780)  «  a  rimovere  gli 
abitanti  di  Codogno  dall' aprire  un  publico  venale  teatro  »  E 
l'autore  dopo  avere  con  sottile  ironia  presentato  il  suo  avver- 
sario in  modo  garbato,  afferra  la  sferza  aristarchea  e  percuote 
per  ogni  verso  l' antagonista,  dimostrando  il  vantaggio,  il  lustro, 
la  civiltà  derivanti  dalla  scuola  delle  scene,  e  concludendo  con 
una  calda  perorazione  a  Codogno  ^. 


332 


CODOGNO   E  IL  SUO  TERRITORIO 


Il  migliore  e  più  efficace  commento  che  i  codognesi  fecero 
all'apologetica  del  «professore  di  violino»  e  che  più  special- 
mente rispondeva  al  desiderio  unanime,  consistette  nella  costru- 
zione del  combattuto  teatro. 

Sull'area  del  chiostro  di  S.  Chiara,  soppresso  (22  marzo  1782) 
ed  acquistato  (19  marzo  1787),  i  sei  compatroni  acquirenti  pen- 
sarono erigere  il  tempio  codognese  alle  muse. 

Il  disegno  e  l'aspetto  di  quella  costruzione  non  hanno  la- 
sciato traccia  nelle  memorie  scritte;  ma  dobbiamo  accedere  alla 
convinzione  che  fossero  d'arte  eletta,  poiché  i  cittadini  di  Trani, 
per  ragioni  di  convenienza,  copiarono  per  il  loro  teatro  il  mo- 
dello di  quello  di  Codogno  (1792)^. 

Rapide  procedettero  le  opere  pel  teatro  codognese,  e  la  sua 
inaugurazione  si  ebbe  con  un  concorso  imponente,  del  quale 

fu  lustro  il  duca  di  Parma  e  Piacenza, 
Ferdinando  di  Borbone,  che  vi  inter- 
venne colla  propria  famiglia  (12  maggio 
1789). 

Prima  opera  fu  Enea  e  Lavinia,  con 
balli  figurati,  e  fra  gli  artisti  agi  la 
celebre  Brigida  Banti,  cremasca,  an- 
tonomasticamente  detta  la  Virtuosa 
(1757-1806).  Essa  ci  veniva  onusta 
degli  allori  colti  sulle  sponde  della 
Senna,  del  Tamigi  e  del  Sebeto  ;  ed 
Brigida  Banti  publico   così   vivamente  della  sua 

maestria  si  deliziò,  che  qui  trassero 
ad  ammirarne  il  trionfo  i  cittadini  delle  terre  finitime,  e  per 
ben  tre  volte  gli  arciduchi  di  Milano  Ferdinando  e  Maria 
Beatrice  d'Este,  e  la  sorella  di  Ferdinando,  Amalia  di  Lorena, 
principessa  di  Parma. 

Quell'inaugurazione  fu  compiuta  con  mai  più  vista  solennità, 
ed  il  teatro  non  bastò  a  far  paga  la  smania  dello  spasso  in 
quei  giorni  di  letizia.  «  Onde  divagar  sì  gran  moltitudine,  si 
davano  anche  publici  divertimenti  pel  paese,  come  corse  di 
lacchè,  caccie  al  toro,  ecc.  Eravi  manofesto  a  stampa  dei  di- 
vertimenti » 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


333 


Nello  stesso  anno  fu  rappresentata  l'opera  buffa  La  sposa 
contrastata  dai  ragazzi  napolitani  (i6  ottobre),  seguita  da  altre 
due  opere.  Nel  carnevale  successivo  il  publico  applaudiva  le 
musicali  composizioni  /  due  baroni  di  Rocca  Azzurra  ed  /  due 
castellani.  La  folla  sempre  immensa;  e  raffittita  dall'affluenza 
degli  estrinseci,  i  quali  nè  pure  trovavano  alloggi,  così  che  il 
proprietario  del  caffè  Grande,  Ratti,  affinchè  i  venuti  di  fuori 
potessero  alla  meglio  riconfortare  con  un  po'  di  riposo  le 
stanche  membra,  disponeva  lunghissime  file  di  scranne  lungo 
la  contrada  Grande,  fino  all'albergo  dei  Tre  Re. 

D' anno  in  anno  imperterriti  e  felici  continuarono  i  fasti  delle 
patrie  scene;  ed  ai  migliori  spartiti,  di  canto  e  di  danza, 
si  interpolavano  le  recite  dei  dilettanti  paesani.  L' imperatore 
Leopoldo  II,  passando  per  Codogno  volle  decorata  di  sua  per- 
sona una  serata  teatrale  (24  maggio  1791);  ed  i  carnevali  erano 
più  che  mai  fioriti,  anche  dopo  lo  spettacolo  che  accompagnava 
la  fiera,  accordata  dallo  stesso  sovrano.  Ripetutamente  «  impre- 
saro  »  nei  primi  anni  del  secolo  fu  Giuseppe  Ruggeri,  il  quale, 
publicando  dalla  tipografia  di  Luigi  Cairo  il  libretto  dell'opera 
—  sempre  di  maestri  illustri,  come  il  Cimarosa,  e  il  Paisiello  — 
e  del  ballo  —  di  coreografi  pure  celebri,  come  Giacomo  Serafini  — 
vi  premetteva  un  filosofico  fervorino  che  si  risolveva  nell'a- 
poteosi degli  spettacoli,  così  necessari  al  raggentilimento  dei 
costumi. 

Anche  il  vecchio  teatro  offriva  caratteri  di  comodità  e  di 
salvezza;  come  in  tutti  gli  altri  dell'epoca,  anche  nell'atrio  del 
nostro  i  moniti  delle  autorità  dirigevano  le  solite  paternali 
sull'introduzioni  nella  sala  di  cani,  di  lumi,  canne  fumanti  o 
di  pipe;  vivacissimi  durante  le  rappresentazioni  i  partiti  per 
questo  o  per  quell'artista;  interessamento  generale  alle  azioni 
diverse  studiate  sui  libretti  allo  scarso  lume  delle  lampade,  ca- 
late dal  soffitto;  battaglinole  interminabili  di  epigrammi,  di  sa- 
tire, di  «  bosinate  »,  in  cui  sfogavasi  tutta  quella  che  oggi 
vien  detta  polemica  di  pensiero  ;  l' arrivo  e  la  partenza  degli 
artisti  alla  «  piazza  » ,  era  un  vero  avvenimento,  onde  traevansi 
oroscopi,  e  formulavansi  presagi;  ed  Antonio  Ghislanzoni,  il 
baritono  letterato  —  che  qui  più  tardi  cantò  néX  Attila  e  nei 


334 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Lombardi  (1847)  —  per  raccontare  con  pittoresca  esattezza  la 
specie  di  un  moderno  carro  di  Tespi  in  trasferta,  trascrisse  la  ve- 
nuta sua  e  de'  suoi  colleghi  a  Codogno,  l'accoglienza  ricevuta  al 
suo  scendere  all'albergo  del  Teatro,  e  l'ansiosa  curipsità  dei  grandi 
e  dei  piccoli  affollantisi  intorno  alla  tanto  attesa  diligenza 

Malgrado  le  ordinanze  del  comune  e  le  precauzioni  contro  il 
fuoco,  questo  si  appiccò  con  spaventevole  violenza  all'edificio, 
dopo  una  felice  sera  di  spettacolo,  nelle  ore  antelucane  (29  gen- 
naio 1805).  Il  cumulo  del  legname  fornì  abbondantissima  esca 
alle  vampe,  e  tre  giorni  d'incendio  ridussero  quella  sede  arti- 
stica ad  un  cumulo  di  fumiganti  macerie. 

Da  quell'istante  suonò  l'ora  della  migrazione  dell'opera  e 
della  comedia  attraverso  gli  stanzoni  dei  soppressi  conventi 
codognesi  ;  primo  tra  gli  altri  quello  prossimo  al  combusto 
teatro  e  dedicato  a  S.  Chiara.  Finché,  sull'area  del  teatro  mede- 
simo, demolite  le  case  di  proprietà  di  Antonio  Mola  fu  Cristoforo 
—  delle  quali  anche  il  municipio  era  affittuario  per  le  scuole 
feminili  —  risorse  il  festevole  palazzo  dell'arte  nella  via  Valicella. 
Il  Mola  (to  marzo  1834)  vendeva  per  privato  rescritto  al  dottor 
Ottavio  Belloni  ed  a  Paolo  Ruggeri  il  corpo  di  casa  e  l'area 
dell'arso  teatro,  al  prezzo  di  milanesi  lire  quattordici  mila,  da 
toccare  però  le  sedici  mila  e  cinquecento  se  ivi  il  teatro  nuovo 
fosse  sorto  ;  ed  undici  giorni  dopo  —  per  rogito  del  notaro 
Pier  Paolo  Grassi  di  Castiglione  —  si  costituiva  formalmente  la 
società,  in  persona  del  dottor  Ottavio  Belloni  presidente,  inge-  / 
gnere  Francesco  Quattrini,  ingegnere  Giovanni  Pizzamiglio, 
Giuseppe  PoUaroIi  e  Tomaso  Negroni,  delegati  dai  soci  per  la 
ricostruzione  vivamente  desiderata,  e  retrotraevasi  il  possesso 
dei  condomini  al  novembre  del  1833. 

Del  disegno  e  della  sua  esecuzione  ebbe  incarico  Gaetano 
Besia,  architetto  di  Milano,  dov'egli  costrusse  pure  il  palazzo 
dei  conti  Archinti  presso  la  Passione.  Il  prezzo  complessivo 
ascese  ad  oltre  lire  centomila  austriache,  in  esse  comprese  lire 
tremila  e  quarantatre  per  sportula  e  spese  del  Besia  (16  giugno 
1836),  ed  il  prezzo  d'acquisto  dell'area.  Furono  dichiarati  con- 
domini, e  caricati  ciascuno  d'una  azione  da  lire  duemila  au- 
striache i  trentadue  palchettisti  di  prima  e  seconda  fila,  escluso 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


335 


il  palco  mediano  ;  i  diciasette  palchettisti  di  terza  fila  non  eb- 
bero allora  diritto  di  condominio. 

L'inaugurazione  fu  tutto  quanto  di  più  solenne  poteva  ri- 
chiedersi per  così  capitale  evento  (31  ottobre  1835).  La  esimia 
Elisa  Taccani  e  la  distinta  dilettante  codognese  Leonilde  Storti, 
circondate  da  una  eletta  di  artisti  —  quali  Giovanni  Basadonna, 
Felice  Varesì  e  Matteo  Ottolini  Porto  —  sollevarono  il  bublico 
ad  irrefrenabili  entusiasmi  coi  sospiri  della  Sonnambula,  colle 
ire  di  Norma  e  cogli  ardori  del  Furioso  all'  isola  di  S.  Domingo. 
Dirigeva  l'orchestra,  di  parmigiani,  piacentini  e  codognesi,  il 
maestro  Jona,  coimpresario  dello  spettacolo  coi  professori  Ma- 
loberti  e  Del  Maino.  La  Tersicore  comica  allietò  lo  spettacolo 
col  ballo  di  Giacomo  Piglia  //  barbiere  di  Siviglia,  uno  splen- 
dore di  sceneggio,  di  costumi  e  d'intreccio,  rafforzato  da  un 
forte  stuolo  di  danzatrici  e  ballerini  e  da  un  folto  drappello 
di  comparse. 

Questo  lo  scheletro  della  cronaca;  sarebbe  facile  rimpolparlo 
di  nervi  e  sangue  dal  punto  di  vista  estetico;  ma,  pur  limi- 
tandoci ad  accenni  sommari,  registrerémo  in  linea  generica  che 
ampio,  bello  e  capace,  è  il  «vaso»  dell'aula;  che  certo  giovereb- 
besi  assai  più  di  acustico  effetto,  se  il  grande  arco  sul  proscenio 
non  avanzasse  soverchiamente  sulla  platea.  Decoroso  ed  ele- 
gante l'atrio;  tre  gli  ordini  dei  palchi,  fastigiati  da  un  ampio 
loggione,  conveniente  lo  sfondo  del  palcoscenico  e  la  bocca- 
scena sfogata  ;  meccanismi  ed  armamentari  copiosi  ed  eleganti  ; 
scenario  tracciato  da  mani  abili  nel  diffìcile  magistero,  come  il 
sipario,  opera  anch'esso  dell'illustre  Alessandro  Sanquirico, 
grande  restitutore  della  prospettiva  teatrale.  Originalmente  la 
decorazione  esterna  dei  palchi  e  della  loggia,  si  presentava  nel 
felice  accoppiamento  del  bianco  coli' oro;  l'astrolampo  rifulgente 
nella  eleganza  squisita  dei  suoi  grappoli  cristallini  di  limpida 
acqua;  comode  le  corsie;  ricco  e  grandioso  il  ridotto. 

Il  teatro  fu  restaurato  trentanove  anni  dopo  la  sua  costru- 
zione, quando  i  codognesi  da  pochi  giorni  ammiravano  il  gas 
illuminante  nelle  case  e  sulle  vie  (5  novembre  1874).  Fra  le  in- 
novazioni recategli,  precipue  furono  quella  dell'illuminazione, 


336 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


creatrice  di  un  effetto  nuovo,  anche  per  la  magnifica  volta  a  serto 
di  genietti  e  di  emblematiche  figure  tra  fiori;  quella  della  uni- 
forme e  leggera  ornamentazione  dei  palchi,  a  candidi  stucchi 
ricorsi  da  ghirlande  e  da  mazzolini  ;  e  del  nuovo  telone  a  fastosi 
panneggi,  opere  tutte  del  valentissimo  Ferrarlo  di  Milano. 

Lo  spettacolo  d'inaugurazione  (io  novembre  1874)  fu  la  Fa- 
vorita^ che  costituisce  tuttavia  una  tra  le  più  fulgide  memorie 
artistiche,  anche  perchè  impartì  —  direbbesi  —  il  battesim'o  ar- 
tistico a  Gaetano  Ortisi,  tenore  dei  più  meritamente  fortunati. 

Intorno  al  teatro  nostro  si  è  andato  raggruppando  e  perdura 
l'insieme  delle  dolci  e  care  reminiscenze  nostrane.  Nel  teatro, 
qui,  lo  spirito  publico  si  connatura,  e  non  solo  aspira  ai  nuovi 
magisteri  della  musica  e  della  drammatica;  ma  ad  esso  ricorre 
con  simpatia  confidente  tutte  le  volte  in  cui  il  culto  del  fra- 
terno soccorso  o  l'ammirazione  pei  capolavori,  lo  guidano  alla 
sede  onorata  delle  bellissime  fra  le  arti  umane.  Qui  vive  cara 
ed  indimenticata  la  tradizione  dei  nostri  filodrammatici,  cui 
crebbe  altre  volte  a  squisita  scola  quel  didattico  esimio  che  fu 
Amilcare  Bellotti  ;  qui,  seguendo  il  talento  della  modernità,  a 
formare  fisicamente  solide  le  nuove  generazioni,  conviene  a  dar 
sàggio  ripetuto  di  sè  la  nostra  società  ginnastica,  le  cui  palme 
d'onore,  colte  sulle  palestre  delle  prime  città  d'Italia,  superano 
di  gran  lunga  gli  anni  di  sua  esistenza;  qui  la  civica  banda 
ha  tributo  dai  concittadini  di  quegli  onori  che  artistici  verdetti 
le  decretarono  altrove;  qui,  infine,  academie,  conferenze,  com- 
memorazioni, tutte  le  espressioni  dell'intelletto  e  del  cuore, 
rinvengono  gradita  manifestazione. 

Ed  è  per  ciò  che  del  proprio  teatro  va  Codogno  coscien- 
temente suberbo. 

Si  farebbe  qui  luogo  alla  enumerazione  di  altri  teatri  —  e 
grandi  e  piccini  —  che  ebbero  indole  di  stabilità,  specialmente 
per  le  rappresentazioni  diurne  ed  estive,  come  quelli  in  via  del 
Sole  e  dietro  il  teatro  Sociale.  Però,  a  non  esorbitare  dalla  giusta 
impresa  di  brevità  che  ci  siamo  prefissa,  concluderemo  —  senza 
preoccuparci  della  modernità  che  ormai  invade  il  nostro  campo  — 
coir  accenno  al  teatro  Sociale  di  Casalpusterlengo ,  apertosi  da 
pochi  lustri  (ottobre  1876). 


NELLA  CRONACA  E   NELLA  STORIA 


337 


Sorge  esso  a  ponente  della  maggior  piazza,  offrendo  la  fac- 
ciata cui  coronano  quattro  simboliche  statue.  La  sala  quadrata 


Interno  del  teatro  Sociale  di  Codogno. 


ha  un  elegante  assieme,  guastato  però  dalla  eccessiva  lunghezza. 
Due  sono  gli  ordini  di  palchi,  poggianti  sopra  una  loggia.  Poco 
profondo  il  palcoscenico,  angusti  i  camerini.  I  materiali  onde 
fu  costrutto  il  teatro  son  quelli  del  demolito  teatrino  milanese  di 
S.  Simone,  già  appartenente  al  tipografo  Silvestri,  che  l'aveva 
costrutto  per  rappresentazioni  meccaniche  (1840). 


Codogno  e  il  sito  territorio  ^  ecc.  —  //. 


50 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  LVI.  . 

'  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  i8ig. 
La  società  degli  esercenti,  di  recente  costituita  (1899),  ha  nel  suo 
programma  di  infondere  maggior  vitalità  alla  fiera  primaverile,  attraendo 
forestieri  con  trattenimenti  popolari. 

^  Le  fiere  che  si  tengono  nel  nostro  territorio,  oltre  quelle  di  Codogno, 
sono  le  seguenti: 

Casalpusterlengo.  —  Fiera  primaverile,  originariamente  fissata  (17 
settembre  1879)  nei  giorni  di  mercoledì,  giovedì  e  venerdì  della  terza 
settimana  di  maggio,  e  detta  di  San  Bernardino.  Si  tenne  per  la  prima  volta 
nel  1880  (19,  20  e  21  maggio).  Con  successiva  deliberazione  (15  giugno 
1894)  fu  anticipata  al  secondo  mercoledì  di  aprile. 

—  Fiera  di  San  Gallo,  regolata  da  rescritto  imperiale  (1806),  e  tenuta 
il  terzo  mercoledì  di  ottobre  e  successivi  giovedì  e  venerdì. 

Caselle  Landi.  —  Fiera  (11  novembre  1863),  cominciata  nel  1865, 
(22  settembre)  e  tenuta  il  giovedì  successivo  alla  seconda  domenica  di 
settembre. 

Castelnuovo  Bocca  d'Adda.  —  Fiera  della  Madonna  (26  aprile  1896), 
cominciata  nel  1896  e  tenuta  il  lunedì  successivo  all' 8  settembre  (festa 
patronale  del  Comune). 

Castiglione  d'Adda.  —  Fiera  di  San  Rocco  (19  luglio  1858),  comin- 
ciata nel  1858  e  tenuta  nei  giorni  16,  17  e  18  agosto. 

Cavacurta.  —  Fiera  di  bestiami  (11  gennaio  1888),,  cominciata  uficial- 
mente  nel  1888,  e  tenuta  il  lunedì  successivo  alla  domenica  di  Passione. 
La  fiera  di  merci  della  domenica  di  Passione  è  di  antica  istituzione  servita. 

Corno  Giovine.  —  Fiera  di  San  Michele  (28  aprile  1881),  cominciata 
nel  1881  e  tenuta  il  lunedì  successivo  alla  terza  domenica  di  ottobre. 

Guardamiglio.  —  Fiera  della  Madonna  del  Rosario  (5  ottobre  1878), 
tenuta  il  lunedì  successivo  alla  prima  domenica  d'ottobre. 

Maleo.  —  Fiera  di  San  Giorgio  (29  luglio  1895),  cominciata  nel  1896 
e  tenuta  il  lunedì  e  martedì  successivi  al  23  aprile. 

—  Fiera  di  San  Sulpizio  (23  ottobre  1805),  tenuta  il  martedì  e  merco- 
ledì successivi  alla  quarta  domenica  di  ottobre. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


339 


Maccastorna.  —  Fiera  o  sagra  di  San  Giorgio,  cadente  nella  domenica 
successiva  al  22  aprile,  se  scorso  il  tempo  pasquale,  ed  altrimenti  pro- 
tratta alla  domenica  successiva  a  quella  in  Albis. 

Meleti.  —  Fiera  di  giocattoli  e  dolciumi  alla  frazione  di  Santa  Giulitta, 
nella  quarta  domenica  di  luglio. 

—  Fiera  ò  sagra  di  Santa  Croce  alla  terza  domenica  di  settembre. 

Orio  Litta.  —  Fiera  di  San  Giovanni  Battista,  cominciata  uficialmente 
nel  1872,  e  tenuta  l'ultimo  martedì  d'agosto. 

OsPED ALETTO.  —  Fiera  di  San  Michele  (26  aprile  1874),  cominciata 
nel  1874,  e  tenuta  l'ultimo  mercoledì  di  settembre. 

San  Fiorano.  —  Fiera  di  San  Fiorano,  tenuta  il  5  e  6  maggio. 

San  Rocco  al  Porto.  —  Fiera  della  Vendemmia  (17  ottobre  1892), 
cominciata  nel  1893,  e  tenuta  il  lunedì  successivo  alla  festa  della  Madonna 
di  settembre. 

Santo  Stefano  al  Corno.  —  Fiera  di  Sant'Ignazio  (26  aprile  1871), 
tenuta  nel  lunedì  seguente  la  prima  domenica  d'agosto. 

SoMAGLiA.  —  Fiera  (2  novembre  1879),  cominciata  nel  1880,  e  tenuta 
il  mercoledì  e  giovedì  della  quarta  settimana  d'aprile. 

I  mercati  del  territorio  sono  a  Casalpusterlengo  il  lunedì  ;  a  Castelnuovo 
Bocca  d'Adda  il  mercoledì;  a  Codogno  il  martedì  e  il  sabato.  A  Casti- 
glione d'Adda  un  mercato  venne  istituito  insieme  al  riconoscimento  uficiale 
della  fiera  (19  luglio  1858)  per  ogni  giovedì,  ma  pel  poco  concorso  l'isti- 
tuzione andò  perdendosi. 

*  Marcantonio  dal  Re  -  Ville  di  delizia  o  siano  palagi  camparecci 
nello  stato  di  Milano  (iy4j). 

^  Lorenzo  Monti  -  Almanacco  codognese  pel  1818,  intitolato  La  sferi- 
stica  ossia  il  giicoco  della  palla  e  del  pallone. 

®  Riflessioni  di  un  professore  di  violino  sopra  un  discorso  morale  e  po- 
litico intorno  il  teatro. 

'  L' opuscoletto  è  accompagnato  da  cento  diffuse  note  per  le  quali  si 
aggiungono  a  quelli  esposti  nel  testo  infiniti  altri  ragionari  a  comprova 
della  eccellenza  di  pensiero  e  di  sentimento  che  guidavano  nella  loro 
idea  i  promotori  di  un  teatro  codognese. 

^  «  Ah  Codogno  mio  tu  hai  nel- tuo  seno  dei  virtuosi  abitanti,  che  pen- 
sano a  migliorare,  e  perfezionare  i  costumi,  a  farti  distinguere,  ed  a  no- 
bilitarti con  un  Teatro,  le  cui  Opere  sono  i  più  sicuri  sperimenti  sull'  uman 
cuore,  e  vorrai  ricusarlo,  meritandoti  la  taccia  d'ingrato  con  chi  proc- 
cura  {sic)  il  tuo  bene?  Tu  onorato  della  Cittadinanza  di  Piacenza  sdegnerà 
d'essere  a  parte  di  que'  virtuosi  trattenimenti,  che  gustano  di  sera  quei 
Cittadini?  Tu  sottratto  alla  giurisdizione  de'  Feudatarj,  potrai  conservarne 
ancora  la  barbarie,  e  la  ruvidezza?  Tu  sei  contraddistinto  con  Regio  Po- 
destà, e  ricco  d'oro,  e  di  gente,  e  non  godrai  di  quegli  Spettacoli,  cui 
tutti  intervengono  i  Popoli  inciviHti?  Tu  hai  un  esempio  recente  sotto 
gli  occhi  di  molti  altri  insigni  Borghi  dello  Stato,  che  hanno  eretto  un 


340 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Teatro,  e  lo  hanno  veduto  con  tenera  soddisfazione  illustrato  della  pre- 
ferenza, e  del  consolante  aspetto  de'  loro  Principi,  e  tu  solo,  o  Codogno 
mio,  per  secondare  il  capriccio  d'un  uomo,  e  i  suoi  fini  particolari  non 
invidierai  quest'onore?  Ho  detto». 

^  Il  teatro  di  Trani  fu  incendiato  dai  francesi  condotti  dal  generale 
Broussier,  nelle  orrende  stragi  contro  il  popolo  devoto  ai  Borboni  (2  aprile 
1799).  Fu  poi  restaurato  e  riaperto  (2  aprile  1804),  e  ridanneggiato  per  una 
scossa  di  terremoto  (1852).  Al  vecchio  fabbricato  fu  aggiunto  l'odierno 
prospetto.  Internamente  è  a  ferro  di  cavallo,  in  istile  barocco,  carico  d' ori 
e  di  stucchi,  con  quattro  ordini  di  diciassette  palchi  ciascuno. 

Dal  disegno  di  Antonio  Fedi  dei  «  Virtuosi  di  canto  celebrati  in  Italia 
tra  il  fine  del  secolo  XVIII  e  il  principio  del  secolo  XIX  »  inciso  nello 
studio  Rainaldi  di  Firenze. 

"  Archivio  parochiale  di  Codogno. 
Antonio  Ghisl:\nzoni  -  Gli  artisti  di  teatro. 


CAPO  LVII. 


La  vita  paesana  dopo  la  restaurazione  austriaca  —  I  ritrovi  del  popolo  — 
Cronachetta  —  Agi  e  spassi  —  I  primi  moti  per  la  libertà  italica  — 
I  carbonari  codognesi  —  Il  dominio  dell'Austria  —  Dal  1848  al  1860 
—  Garibaldi  e  Pallavicino  —  La  villa  di  San  Fiorano. 


sorrise  dalla  fortuna,  le  nostre  contadinanze,  le  cui  braccia, 
devote  ai  padroni,  non  eran  rimaste  inoperose  nè  pur  quando 
per  essi  avevano  aifrontato  Macdonald;  e  quel  lusso  che  con- 
segue dalla  agiatezza  e  che  non  s'era  nè  meno  perduto  fra  i 
torbidi  guerreschi,  si  andò  più  accrescendo  e  raffinando.  Agli 
istituti  necessari  —  come  scuole,  opere  pie,  opifrci  —  si  vollero 
aggiunte  quelle  comodità  ornamentali  della  vita  che  son  pure 
un  corollario  indispensabile  del  progresso  razionale. 

Oltre  il  teatro  —  di  cui  era  bensì  consunto  l'edificio,  ma  ne 
perduravano  qua  e  là  le  esercitazioni  —  oltre  i  convegni  del 
pallamaglio  e  gli  spettacoli  rappresentativi  delle  academie  ed 
i  saggi  della  società  filarmonica,  si  desiderò  determinare  un 
^  punto  di  convegno  e  di  ameno  svago  ;  d' onde  anche  per  offrire 
opera  e  mercede  ai  braccianti  (181 7)  l'idea  di  un  publico  pas- 


L  ritorno  dell'Austria  come  non  diminuì  la  prosperità 
materiale  di  Lombardia,  così  non  alterò  l'attività 
nelle  faccende  e  l' umor  geniale  del  nostro  borgo. 
Sempre   tranquille  mantenevansi,   quantunque  non 


342 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


seggio,  la  cui  postura  fu  per  vero  non  soverchiamente  felice. 
Sulla  vecchia  via  delineata  da  Cristoforo  Bignami  —  e  di  cui 
facemmo  parola  —  fra  il  santuario  della  Vergine  di  Caravaggio 
ed  il  nuovo  ospitale,  furono  tracciate  le  allee  dei  filari  di  pla- 
tani; e  le  vezzose  donne  della  nostra  ricca  borghesia  ed  i  po- 
polani formarono  su  quel  viale  la  sfilata  al  convegno  eletto 
dei  dì  festivi.  Non  mancarono  nè  eleganze  fastose,  nè  comodità 
apparecchiate  dai  publici  curatori:  cocchi,  cavalieri,  civili  e  mi- 
litari, uniformi  e  livree  vi  erano  abituali;  il  comune  provvida- 
mente faceva  inaffiare  col  sistema  dell'antica  bonza  il  suolo 
arenoso.  Ed  un  poeta  salace,  il  famoso  abate  Brini,  ci  ha 
lasciato  una  lunga  satira  descrittiva  dei  luogo  e  dei  tipi  che 
più  comunemente  lo  animavano,  con  accenni  ad  altre  carat- 
teristiche «  individualità  »  di  cui  tuttavia  pochi  ricordano  le 
strane  bizzarrie  ^ 

Ben  venne  quel  lavoro  ai  nostri  braccianti,  chè  la  penuria 
flagellava  aspramente  la  nostra  come  le  vicine  regioni.  Essa 
però  non  fu  fortunatamente  un  fatto  continuativo,  poiché  nel 
successivo  anno  le  derrate  e  le  granaglie  rinvilirono.  Allora, 
si  ebbe  il  popolo  tumultuante,  benché  al  monte  delle  farine 
quella  di  grano  turco  si  vendesse  ai  poveri  per  soli  venti  cen- 
tesimi ogni  libra  grossa  e  venissero  insieme  dispensate,  come 
surrogato  ai  cereali,  ragguardevoli  quantità  di  patate.  ' 

Ricorda  il  nostro  cronista  (anonimo  pei  lettori)  che  in  quel- 
l'occasione un  tal  calzolaro  Clemente  s'improvvisò  capopopolo, 
e,  fattosi  al  balcone  della  casa  municipale,  aringò  così  alfieria- 
namente  la  folla  sottostante  : 

—  Popolo,  a  quanto  vuoi  la  farina?  a  due  centesimi?  l'avrai! 

Le  turbe  risposero  con  entusiastiche  grida;  ma  la  polizia  s'im- 
padronì del  malcauto  oratore,  ed  i  riottosi  si  acquetarono  tosto. 

Queste  angustie  transitorie  non  avventuravano  affatto  la  con- 
suetudine della  vita  pacifica,  rallegrata  dal  sorriso  dei  pingui 
campi  circostanti  e  lietamente  svolgentesi  nella  naturale  fami- 
gliarità e  nel  ravvicinamento  quotidiano. 

La  gaiezza  a  quando  a  quando  chiedeva  e  dava  soddisfaci- 
mento di  passatempi  onesti.  Nel  carnevale  non  c'era  casa  ricca 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORL^  343 


o  povera  dove  non  si  ballasse  ad  oltranza.  Non  invano  nelle 
«  stufe  »  —  stanze  comuni  sostituenti  in  paese  le  stalle  cam- 
pestri —  dove  convenivano  i  popolani  —  le  filatrici  aspettavano 
che  venissero  a  loro  le  comitive  dei  giovinotti  a  «  prendere  il 


Collegio  Ginnasio  Ognissanti. 


ballo  ».  E  giungevano  i  desiderati  manipoli,  accompagnati  dai 
pizzicatori  di  chitarre  e  di  mandolini,  o  dai  tasteggiatori  dalle 
ansimanti  fisarmoniche;  mentre  nelle  lunghe  veglie  iemali  co- 
mari e  compari  popolavano  la  «  stufa  »  narrando  aneddoti  e  fiabe. 

Chi  più  ne  ha  più  ne  metta  !  Uno  rammenta  il  vitello  bicefalo 
e  bicolle  la  cui  nascita  mostruosa  con  quella  di  un  birostre 
tacchino  stupisce  quei  di  Castione  (17 14,  24  maggio)^.  Un 
altro  fa  trasecolare  l' uditorio  raccontando  della  infestazione  di 
biscie  quando  a  San  Jorio  c'  era  una  mucca  sempre  munta  perchè 
quei  rettili  acquitrinosi  ne  prosciugavano  golosamente  le  mamme  ; 
e  che  si  provò  far  brodo  di  quei  «  milò  »  e  fu  trovato  eccel- 


344 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


lente  (1773).  Chi  ragiona  dei  due  longevi  contadini  della  for- 
nace, uno  Stringhetti  di  centoquindici  anni  colla  moglie  di 
centosette,  conviventi  colla  figlia  di  ottantacinque,  publici  ac- 
cattoni (1800);  e  del  primo  aerostato  inalzato  nel  nostro  cielo 
e  sceso  poi  sul  cascinale  di  S.  Isidoro  presso  Somaglia  (3  aprile 
1805),  e  dell'altro  qui  veduto  successivamente,  dell' Andreoli, 
partito  dall'arena  di  Milano  e  caduto  dopo  poco  meno  di  sei 
ore  a  Castione  (18  ottobre  1807).  Chi  dello  storno  parlante  che 
stupefaceva  nostrani  e  foresti  per  la  chiarezza  e  precisione  onde 
ciangottava  il  rosario,  e  che  finì  miseramente,  compianto  da  chi 
ne  faceva  lucro,  in  una  caldaia  d'acqua  bollente  (14  marzo  1801). 

Gli  argomenti  di  giustizia,  le  esecuzioni  esemplari,  come 
quella  dei  cinque  soldati  francesi  fucilati  contro  il  muro  della 
chiesa  di  Caravaggio  (marzo  1801),  o  quella  del  facchino  Quattri 
detto  Lesna;  la  fine  del  vivandiere  Rolè,  grande  bestemmiatore, 
nel  cui  punto  di  morte  scoppiò  un  bolide  lontano  che  si  cre- 
dette dal  volgo  la  discesa  dell'inferno  del  defunto  (8  maggio 
1832);  la  scimmia  auriga  dell'avvocato  Gatti,  non  però  abba- 
stanza esperta  da  risparmiare  disgrazie  (1832);  le  temerarie 
imprese  di  Michele  Averino,  salito  sul  campanile  maggiore  dalla 
piazza  del  Pallone,  sopra  una  corda  senza  «  venti  »  (1827);  la 
resurrezione  del  muratore  Gionata,  comparso  di  notte  alla  moglie 
che  lo  aveva  già  pianto  e  sepolto,  e  via  via,  molteplici  e  infi- 
niti erano  i  subbietti  di  quelle  serali  cantafere,  nelle  domestiche 
comunelle  che  facevano  vicini  amici,  e  sulle  quali  alitava  uno 
spirito  di  cordialità,  oggi  scomparso  con  quei  luoghi  di  riunione. 

Nelle  cascine  era  più  ristretto  il  circolo  ;  e  il  letterato  della 
compagnia  intratteneva  i  veglianti,  leggendo  e  spiegando  le 
meravigliose  imprese  di  Guerrino  detto  il  Meschino  o  della 
Bella  Maghellona  o  la  Vita  dei  santi,  morali  ed  ascetiche  oc- 
cupazioni che  venivano  poi  tradotte  nel  carnevale  con  azioni  in 
maschera,  di  cui  si  ebbe  un  tenue  risveglio  in  questi  ultimi  anni. 

Vanno  ancora  codesti  rapsodi  del  melanconico  buon  umore 
contadinesco  peregrinando  per  le  strade  piene  di  silenzio  e  di 
neve,  per  le  osterie  e  pei  caffè;  seri,  impettiti,  severamente 
compresi  della  «  missione  dell'  arte  »  che  rappresentano.  Pas- 
sano i  matei  imberbi,  col  petto  artificiosamente  turgido,  colle 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


anche  poderose,  col  passo  corto,  paludamentati  in  veli  spioventi 
dal  capo  e  fregiati  di  «  regal  serto  » ,  trasformati  in  donnone 
aitanti,  senza  dovizia  di  chiome,  senza  grazia  di  curve,  cogli 
scatti  rudi  della  voce  virile;  passano  i  cavalantèi  colla  faccia 
tinta  di  carbone,  colle  gobbe  di  cenci,  imaginandosi  trasformati 
in  paggi  o  buffoni  della  corte  di  quel  qualunque  ipotetico 
soldano  o  barone  che  è  figurato  dal  barbuto  bergamin,  col- 
r  elmo  di  carta  dorata  e  colla  scimitarra  di  legno. 

Tra  una  parlata  e  l'altra,  nemica  del  ritmo  come  del  manie- 
rismo, tutti  codesti  personaggi  girano  a  capo  chino  nello  spazio 
loro  concesso  dall'uditorio,  mentre  la  fisarmonica  suona  il  ri- 
tornello nel  «  sei  e  otto  » ,  che  tien  posto  del  classico  inter- 
mezzo. Poi,  quando  la  catastrofe  —  o  lieta  o  triste  —  è  avvenuta, 
si  pongono  allegramente  a  fare  svenevoli  scambietti  e  morbide 
giravolte,  come  nelle  antiche  saltazioni  usavano  i  sacerdoti. 

Un  tempo  i  contadini  vestivano  uniformemente.  Sola  eccezione 
il  casaro,  specie  di  ottimato  nella  gerarchia  agricola,  dalle  brache 
corte,  dal  grembialino  azzurro,  e  dalle  grosse  scarpe  a  fibbiali. 
E  dal  vestire  tutti  ad  un  modo,  risultò  un  bizzarro  fatterello 
nella  nostra  parochiale:  In  un  carnevale  due  coppie  di  sposi 
si  conducevano  alla  celebrazione  del  rito,  ed  il  curato  don  Carlo 
Cardazzi  le  chiamò  insieme  alla  balaustra.  Nella  semioscurità 
dell'alba  invernale,  i  nubendi  non  si  disposero  rispettivamente 
accanto,  per  il  che  a  matrimonio  benedetto  risultò  che  sposi  e 
sposi  s'erano  scambiati  a  vicenda  (1839). 

.  .    .  ^ 

Certamente  assai  diversi  e  molto  più  eletti  erano  i  passa- 
tempi delle  classi  civili  della  borghesia  ;  ed  i  costumi  goderecci 
non  erano  come  oggi  —  per  le  accresciute  comunicazioni  —  di 
natura  randagia.  Oggi  stazioni  balnearie  e  climatiche,  esposi- 
zioni, commemorazioni,  viaggi,  richiamano  a  monti,  a  valli  ed 
a  metropoli  l'elemento  delle  grandi  e  delle  piccole  borse;  set- 
tant'anni  or  sono  invece  tutto  l'elatere  dello  svago  era  costretto 
a  svolgersi  in  luogo  ;  per  la  qual  cosa  —  se  il  popolo  minuto 
rinveniva  rumorosa  letizia  alla  baracca  di  Pampalughino,  nei 
pressi  della  loggia,  coi  vociferanti  monelli  sostenitori  dei  «  per- 
\  fidi  maganzesi  »  di  legno  —  frequenti,  ricche  e  geniali  erano 
le  feste  paesane  di  mascherate,  cavalcate  e  baldorie,  ad  opera 


346 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


di  Speciali  capi  ameni,  di  cui  ancora  oggi  non  si  è  perduta  la 
stirpe  e  che  rinnovano  i  fasti  lieti  e  provvidenziali  di  Antonio 
Ferrari,  dei  fratelli  Cairo,  di  Lorenzo  Monti  e  di  Luigi  Ferri. 

Furono  costoro  i  creatori  dello  splendido  spettacolo  per  cui 
le  gesta  degli  argonauti  veleggianti  per  la  Colchide  ripresen- 
tarono agli  accorrenti  il  vello  d'oro  conquistato,  e  della  ripro- 
duzione della  leggendaria  fiera  di  Sinigaglia  (1824),  fissata  poi 
sul  sipario  del  teatro  Sociale  dal  magistrale  pennello  del  San- 
quirico,  colla  effigie  di  alcuni  fra  gli  apparecchiatori  della  festa 
carnevalesca.  Folla  sempre  e  proficua  ai  commerci  minuti,  e 
splendori  di  feminee  bellezze,  troneggianti  sui  cocchi  dorati 
delle  mascherate  ed  esultanti  di  bellezza  e  di  gioventù. 

Si  conviene  ad  altre  ed  atletiche  penne  lo  svolgimento  delle 
speranze  e  delle  aspirazioni  italiche,  a  quel  rinnovamento  civile 
e  politico  della  patria,  la  cui  unificazione  —  tenuta  lontana- 
mente d'occhio  da  Napoleone  I  —  venne  più  d'appresso  e  più 
incalzantemente  voluta  da  re  Gioacchino  Murat.  Il  quale,  giovato 
nelle  provincie  del  mezzogiorno  dal  persistente  lavorio  dei  carbo- 
nari, sperava  pure  che  il  regno  italico,  con  Eugenio  Beauharnais 
alla  testa,  avrebbegli  confederati  i  propri  sforzi  coli' opera  en- 
tusiastica dei  «  buoni  cugini  ». 

Ma  ci  deve  essere  consentito  affermare  che,  se  la  filosofia  del 
trattato  di  Vienna  aveva  tutto  l'interesse  a  far  sì  che  l'Italia 
«  cantando  e  danzando  »  —  come  suona  la  frase  del  liberale 
Camerini  —  si  addormentasse  «  nel  queto  vivere  » ,  i  lombardi 
non  s'acconciavano  nè  poco  nè  punto  a  quel  torpore  artificioso. 
La  precipitosa  rovina  napoleonica  ed  il  ritorno  del  dominio 
austriaco  eran  valsi  a  reprimere  qui  meno  che  altrove  i  generosi 
aneliti  per  riunire  le  sparte  membra  d'Italia. 

Certo  che  l'orizzonte  del  domani  non  s'era  ancora  spogliato 
delle  linee  indistinte  del  fantasma,  nell'intelletto  e  nel  cuore 
dei  patrioti;  ma,  tanto  per  gli  ideologi  quanto  per  gli  uomini 
d'azione,  il  lontano  punto  luminoso,  indicante  l'approdo  della 
mistica  nave,  s'andava,  per  quanto  lento,  appressando.  Nella 
generazione  matura  non  spegnevasi,  infatti,  lo  scintillante  ba- 
lenio delle  gigantesche  imprese  del  còrso  ;  nè  pareva  che  dietro 
il  funebre  mar  di  Sant'  Elena  avesse  tutto  1'  avvenire  a  tramontare. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


347 


Rimaneva,  pertanto,  il  ricordo  dei  giorni  migliori,  e  uomini 
illustri  custodivano  gelosamente  la  poca  favilla  che  sarebbe  di- 
ventata gran  fiamma.  Non  si  eran  fatte  lugubri  sistematicamente 
le  già  liete  brigate;  sorridevano  ancora,  ed  irresistibili,  le  ita- 
liche fanciulle;  non  era  spenta  la  gioia  della  vita. 

Però  al  di  là  di  questa  fronte  seducente  e  lusinghiera,  si 
raffermavano  i  forti  propositi  e  maturavano  virili  le  azioni.  E 
da  qui  che  il  moto  iniziale  dell'ultima  riscossa  si  diparte,  per 
raggiungere  attraverso  lacrime  e  sangue  la  sua  meta  immortale. 

Nel  quadro  michelangiolesco  in  cui  campeggiano  le  figure 
colossali  della  rivoluzione  partenopea,  di  quelle  pontificia  e 
subalpina  —  figlie  dirette  delle  agi- 
tazioni di  Spagna  —  trovano  pure 
luogo  il  pensiero  e  l'azione  dei 
nostri,  tendenti  alla  liberazione  dallo 
straniero. 

Giorgio  Pallavicino  Trivulzio  — 
dell'  antica   progenie  di   San  Fio- 
rano —  ha   occupato   di   sè  oltre 
mezzo   secolo   di   storia  nazionale; 
non  qui,  dunque,  si  deve  rifare  la 
cronaca  delle  sue  alte  gesta.  La  me- 
moria di  lui,  legata  come  fu  al  su-         Angelo  Pollargli  ^ 
blime  martirio  degli  ergastoli  austriaci  ed  alla  contemporanea 
epopea  garibaldina,  sovraneggia  tuttora  nel  cielo  dei  forti  ricordi, 
e,  quando  nella  storica  villa  lo  vedremo  al  lato  di  Giuseppe 
Garibaldi,  riassumeremo  di  lui  quanto  è  doveroso  ricordo. 

Intanto  —  non  cosi  celebri,  ma  non  meno  operosi  ed  audaci  — 
furono  in  quei  dì  perigliosi  parecchi  dei  nostri,  militanti  nelle 
schiere  carbonare  e  in  quelle  più  recenti  della  Giovane  Italia. 
I  loro  diportamenti  inquetavano  non  solo  la  polizia  sinistra  del- 
l'Austria,  ma  altr'esì  la  reggia;  perocché  a  nessun  codognese 
del  1824  si  potè  torre  di  capo  che,  appunto  per  sorvegliare  più 
da  presso  i  carbonari  lombardi,  Leopoldo  granduca  di  Toscana 
si  scomodasse  a  venire  qui,  prendendo  residenza  nella  casa  di 
Luigi  Lamberti  ;  il  cui  figlio  Fabio  —  non  degenere  dal  dome- 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


stico  patriotismo,  e  uomo  dal  cuore  pari  all'ingegno  —  era 
notoriamente  ascritto  alle  «  vendite  ». 

In  casa  dell'  ingegnere  Angelo  Pollaroli  fu  Francesco  —  posta 
in  via  del  Collegio  —  convenivano,  durante  i  subbugli  del  1831, 
alcuni  cospiratori.  Di  quelle  congreghe  ebbe  sentore  l'autorità, 
che  dalla  sua  gente  d'armi  fe'  circondare  la  casa.  Ma  veglia- 
vano attenti  gli  arditi  radunati,  e  fecero  in  tempo  a  distrug- 
gere colle  fiamme  gelosissime  carte.  Il  medico  Francesco 
Stroppa  —  con  un  compagno  di  fede  —  si  calava  da  una  finestra, 
riparando  poi  in  Piemonte  ;  Fabio  Lamberti  e  Angelo  Pollaroli 
furono  meno  fortunati  :  in  ceppi  li  si  condus- 
sero a  Milano,  dove  pel  Lamberti  la  prigio- 
nia non  superò  i  quaranta  giorni  di  secreta. 

Strazianti  furono  gli  addii  del  giovine 
Pollaroli,  allor  che  gli  fu  concesso  di 
abbracciare  la  giovinetta  che  da  meno 
di  un  anno  gli  era  consorte,  Teresa 
Valeri.  E  fu  cosi  mirabile  il  sangue  freddo 
della  nobile  sposa,  che  il  marito,  fervi- 
damente baciandola,  potè  occultare  fra  le 

^  ^  labbra  di  lei  il  rotolino  di  carta  conte- 

Francesco  Stroppa  \ 

nente  i  nomi  dei  congiurati. 

Non  breve  falange  di  lombardi,  inquisiti  per  delitto  di  alta 
tradigione,  comparvero  col  Pollaroli  al  processo  dell'imperiale 
regio  tribunale  di  Milano.  E  tre  sentenze  pronunciate  nelle  tre 
istanze  giudiziarie  li  dichiararono  colpevoli.  Di  essi  divideva  la 
sorte  il  ventiduenne  Gabriele  Rosa  d' Iseo  —  cui  accenniamo 
come  ad  ultimo  fra  gli  scomparsi  di  quella  pleiade  esimia  — 
ed  il  dottor  Giovanni  Dansi  di  Codogno,  e  il  ragioniere  Giacinto 
Miglio  di  Gera.  La  pena  capitale  fu  deliberata  per  diciannove  su 
venti  inquisiti  ;  dei  quali  solo  Alessandro  Luigi  Bargnani  d' Iseo 
fu  condannato  ad  un  ventennio  di  carcere  di  secondo  grado. 

L' imperatore  per  «  grazioso  »  rescritto  ridusse  la  pena  di 
tutti;  e  pel  Dansi  a  sei  anni  di  prigionia  dura,  pel  Miglio  a 
quattro,  e  a  due  pel  Pollaroli,  che  li  scontò  allo  Spielberg. 

L'Austria  —  per  invito  di  papa  Gregorio  XVI  —  dopo 
avergli  prestata   man   forte   nel  ridurre  ad  obbedienza  le  tu- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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multuanti  città  di  Romagna,  strinse  con  lui  il  famoso  con- 
cordato di  Rimini  (1845),  e  le  terre  lombarde  videro  il  ritorno 
trionfale  dei  presidi  austriaci,  che  avevano  cooperato  alla  cruenta 
repressione  di  quelle  generose  popolazioni. 

A  Codogno  così  erano  reduci  i  partiti  per  lo  stato  pontificio, 
e  funzioni  ecclesiastiche  e  parate  militari  si  celebravano  in 
gran  pompa,  ad  onore  della  facile  vittoria.  S'elevò  in  piazza 
Morta  un  grande  altare  da  campo,  dal  piedistallo  di  cannoni 
e  di  fucili,  di  daghe  e  di  proietti;  e,  resevi  solenni  azioni  di 
grazie,  si  distribuirono  alle  milizie  copiose  medaglie  commemo- 
rative, già  benedette  dal  pontefice;  e  d' altra  benedizione  solenne 
venivano  muniti  i  vessilli  dello  straniero. 

Non  pare,  però,  che  al  popolo  quella  baldoria  bellicosa  en- 
trasse nelle  grazie;  poi  che,  se  appena  gli  veniva  fatto,  non 
era  la  parte  degli  oppressori,  ma  la  sua  di  oppresso  quella  che 
esso  sentiva.  Era  fuggito  dal  nostro  ospitale  un  militare  in- 
fermo, e  s'era  nascosto  nella  cascina  di  San  Teodoro,  condotta 
da  un  Livraghi.  Fu  scoperto  da  una  pattuglia;  ma  il  fuggitivo 
non  si  lasciò  vedere.  La  processura  militare  austriaca,  molto 
sommaria,  non  trovò  di  meglio  che  arrestare  la  signora  Livraghi  ; 
da  ciò  la  viva  indignazione  del  popolo,  che  proruppe  dissel- 
ciando parte  di  piazza  Morta,  e  tentò  in  aperta  ribellione  scar- 
cerare la  prigioniera. 

Vista  la  cosa  a  mal  partito,  si  intromisero  i  magistrati  ci- 
vili; la  donna  venne  restituita  a  libertà,  ma  per  breve  ora, 
essendo  essa  morta  di  paura  poco  dopo. 

Come  gli  spenti  spezzarono  risorgendo  le  tombe  nella  terribile 
visione  del  profeta,  così  gli  italiani  nell'albe  prime  del  1848 
destaronsi  dal  secolare  letargo,  aspirando  a  riprendere  maestà 
di  popolo  libero  e  forte. 

Fu  giustamente  quella  epopea  acclamata  nuova  crociata,  e 
difatti  religione  e  libertà  si  strinsero  la  mano  nel  patto  fraterno, 
e  le  riforme  di  Pio  IX  pontefice  e  quelle  degli  altri  principi 
d'Italia  preludiarono  alla  riscossa  per  l'armi  con  generoso  ar- 
dimento proclamata  da  re  Carlo  Alberto.  Doveva  da  quel  con- 
\nubio  di  energie,  che  presentavansi  invincibili,  prendere  inizio 
nuovo  ordine  di  tempi   e   di  cose.  In  fondo,  ancora  lontana, 


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CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


s'offriva  la  prospettiva  della  unificazione  della  patria;  ma,  frat- 
tanto, il  fine  prossimo,  immediato,  essenziale,  si  arrestava  alla 
indipendenza  dallo  straniero  contro  cui  s'appuntavano  i  ferri 
delle  genti,  penetrate  da  uno  irrefrenabile  bisogno  di  libertà. 
Alleanza  di  re  e  di  popolo  benedetta  dalla  chiesa,  era  questo  il 
momento  rudimentale  nello  splendido  moto.  Scomparse  le  dis- 
cordie, imposto  silenzio  ai  dispareri  dei  dottrinari,  Carlo  Alberto, 
Pio  IX,  Giuseppe  Mazzini,  avvinti  nello  stesso  pensiero  e  nella 
identica  volontà.  Il  perchè  a  buon  dritto  fu  quella  promulgata 
come  la  guerra  santa;  e  se  le  tre  colombe  battagliere  non  ispic- 
carono  nuovamente  il  volo  dall'antenna  del  carroccio,  pure  il 
sentimento,  ricorrendo  come  un  lampo  di  genio  a  sette  secoli 
addietro,  ci  ridiede  i  memori  entusiasmi  della  lega  lombarda, 
del  giuramento  di  Pontida  e  della  vittoria  di  Legnano  ;  così  che 
di  mutato  non  ci  fu  che  il  nome  del  Cesare  alemanno,  e  Ferdi- 
nando imperatore  apparve  sostituto  minore  del  fiero  Enobarbo. 

S' addensavano  i  rubesti  battaglioni  sabaudi  alle  sponde  del 
Ticino,  intente  le  orecchie  al  rombo  minaccioso  che  echeggiava 
dalla  oppressa  Milano;  ed  allor  quando  poche  migliaia  di  in- 
sorti —  a  cui  la  provincia  lombarda  diè  così  pronti  e  formida- 
bili aiuti  —  fugarono  miracolosamente  i  quaranta  mila  soldati 
del  feldmaresciallo  Radetsky,  il  grande  astro  per  così  lunghi 
anni  atteso  da  Carlo  Alberto  brillò  sulla  penisola  fatale  co'  suoi 
più  radianti  e  benefici  influssi. 

Piemonte,  Lombardia,  le  Venezie,  i  ducati,  la  Toscana  e  giù, 
sino  all'estremo  mezzogiorno  ed  alla  ultima  Tuie  sicula,  fu  un 
solo  sacramento  di  combattere,  vincere  o  perire;  un  balenare 
di  spade,  una  foresta  di  bandiere  e  di  croci,  una  fusione  di 
anime  e  di  cuori,  un  grande  esercito  di  fidenti  e  di  volenti,  in 
cammino  verso  l' ideale. 

Di  lunga  mano  apparecchiata,  la  insurrezione  milanese  che 
ebbe  nome  dei  Cinque  Giorni  propagò  istantaneamente  le  sue 
onde  sonore  attraverso  la  intera  regione;  e  nel  mistico  circolo 
fu  compreso  e  rispose,  con  accordo  audace  e  mirabile,  anche 
il  territorio  nostro. 

Parve  che  alle  prime  strofi  di  quel  poema  ponesser  mano  e  cielo 
e  terra,  e  fra  le  umili  popolazioni  dei  campi  sembrò  si  facessero 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


intendere  perfino  le  mistiche  voci  della  natura;  così  che  le  semplici 
fantasie  vieppiù  si  eccitavano,  come  se  un  impulso  oltremondano 
tutti  spingesse  sulla  strada  della  risurrezione.  Traggonsi  gli 
oroscopi  dai  più  comuni  avvenimenti;  i  firmamenti  parlano, 
e  l'aurora  boreale  dal  sanguigno  lume  indica  l'augurio  si- 
nistro per  le  austriache  sorti  (23  febbraio  1848);  e  l'ecclisse 
lunare  aggrava  colla  fitta  tenebria  estemporanea  il  pronostico 
celeste  (18  marzo), 

S' aggiunge  un'  immensa  agitazione  alla  nuova  dello  scoppio 
di  Milano,  dove  numerosissime  famiglie  nostre  tengono  i  loro 
figli.  Doloroso  è  il  pensiero  pei  cari  lontani,  e  non  meno  pe- 
nosa la  emozione  per  il  minaccioso  atteggiamento  degli  austriaci 
presenti.  Hanno  rotto  ogni  freno  di  disciplina  i  presidianti  di 
Pizzighettone ;  in  fretta  e  in  furia  s'è  sbarazzato  il  forte  d'ogni 
materiale  guerresco  e  portato  a  Cremona,  con  vessazioni  inau- 
dite agli  abitanti,  che  in  tanta  penuria  di  veicoli  e  di  somieri 
hanno  dovuto  provvederli  fra  le  bestemmie  ed  i  vilipendii  del 
rauco  oppressore  in  ritirata.  In  onta  a  ciò,  la  malagevole  im- 
presa non  del  tutto  riesce:  gittansi  ad  Adda  barili  di  polvere, 
lasciansi  sul  vecchio  spalto  molte  bocche  da  fuoco,  ed  un  messo, 
divorando  la  via,  vien  qui  ad  annunciare  che  a  Pizzighettone 
son  disponibili  per  la  santa  causa  i  cannoni  abbandonati. 

La  lieta  notizia  infiamma  gli  animosi  ;  alcuni  giovani  si  diri- 
gono verso  l'Adda,  e,  trovato  un  cavaliere  austriaco,  lo  assal- 
gono e  lo  uccidono.  Il  popolo  nostro,  riscaldato  dalle  patriotiche 
parole  di  Leopoldo  Gattoni,  segue  l'avanguardia  dei  giovani 
partiti,  e  le  notizie  di  Milano  combattente,  a  noi  pervenute 
per  aeree  vie,  maggiormente  incoraggiano  e  risolvono  alla  lotta. 

Si  disarma  il  gruppo  delle  guardie  doganali  qui  residenti,  e 
si  ritenta  il  colpo  anche  sui  gendarmi;  ma  costoro  —  chiusisi 
in  caserma  —  mutan  panni ,  ed  attraverso  il  doppio  meato  di 
un  pozzo  comune,  fuggono.  Si  sfonda  la  porta  del  castello, 
echeggiano  salve  di  gioia,  e  tutti  risolvono  di  partire  per 
Pizzighettone. 

Giunge   a   Maleo   il  drappello  di  quella  balda  gioventù  dai 
cappelli   piumati,   dalle  òlouses  a  sgonfi  di  velluto  nero,  cinti 
^  dalla  scarlatta  fusciacca,  la  sciarpa  tricolore  a  bandoliera  e  le 
medaglie  pontificie  a  catenella  sul  petto.  Per  sorte,  non  mancò 


352 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


il  consiglio  assennato  dei  maturi  a  quell'entusiastico  manipolo, 
e  furono  saggiamente  indotti  a  formare  più  salda  milizia,  con- 
giungendosi il  giorno  dopo  alla  colonna  dei  volontari  di  pas- 
saggio fra  noi,  guidata  verso  Mantova  da  Achille  Griffini,  il 
prode  terriero  che  lasciò  di  sè  così  larga  e  profonda  orma  su 
tutti  i  campi  delle  italiche  guerre,  e  che,  carico  d'anni  e  di  me- 
riti, si  spense  luogotenente  generale  in  Roma  (20  giugno  1878). 

Codogno,  da  alcuni  giorni  in  trambusto,  non  aveva  più  go- 
verno regolare;  in  guisa  che  i  maggiorenti  —  uomini  sopra 
tutto  pratici  —  costituirono  una  pattuglia  armata  di  benevisi  al 
paese  a  tutela  dell'ordine  publico.  E  fu  ottimo  provvedimento, 
poiché  passavano  e  ripassavano,  sfilando  in  ritirata,  milizie 
tedesche,  fra  cui  il  grosso  presidio  di  Piacenza,  diretto  a  difesa 
del  Quadrilatero. 

Come  di  solito,  codesti  soldati  si  avevano  requisiti  pel  tras- 
porto delle  salmerie  i  poveri  coloni;  ed,  a  passarsela  più  pos- 
sibilmente liscia,  s'erano  appiccicata  la  coccarda  tricolorata, 
nella  loro  ingenuità  creduta  talismano  ad  evitare  molestie.  Un 
colonnello  che  li  comandava,  passando  per  Codogno,  s'avvisò 
di  andare  alla  posta;  ma,  veduti  alcuni  manuali  intenti  a  ripa- 
rare il  tetto  della  loggia,  presunse  chi  sa  mai  quali  pericoli 
per  sè  e  pei  suoi  ;  ed  invece  di  andare  pensò  ripiegare  dal 
cammino,  mandando  in  sua  vece  una  schiera  di  fanti. 

Vedevano  così  i  nostri  dileguarsi  il  prudente  uficiale  superiore, 
ma  insieme  dolevansi  d'altra  e  sinistra  novella.  Il  generale  conte 
di  Benedeck,  lasciando  Pavia,  aveva  sostato  fra  Senna  e  So- 
maglia,  miseramente  disertando  i  campi  ed  i  prati  locupleti. 
A  lui,  per  altro,  ed  alle  sue  milizie,  volsero  vigorosamente  la 
fronte  gli  abitanti  (20  marzo),  e  capeggiati  da  Angelo  Grossi 
—  poi  deputato  e  senatore  —  s' armarono,  inseguendoli  all'  Adda. 
Passarono  per  Codogno,  proseguendo  per  Cavacurta,  dove  avreb- 
bero esplorate  le  sponde  del  fiume  e  probabilmente  raggiunto 
il  generale.  La  carrozza  di  questi  videro  trascorrente  per  Co- 
dogno in  contrada  Grande.  Animosamente  Luigi  Vercellesi  e 
Filippo  Arata  l'arrestarono;  Benedeck  ne  era  prudentemente 
sceso  prima;  cadde  quindi  soltanto  un  uficiale  del  suo  seguito 
fra  le  mani  dei  due  arditi  popolani. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


353 


Giunge  l'esercito  del  re  sardo  da  Milano,  ed  è  accolto  con 
vero  tripudio.  Abbracci,  baci,  fiori,  evviva,  nulla  manca  alle 
legioni  liberatrici,  incontrate  in  segno  d'onore  dalla  guardia 
civica,  poc'anzi  istituita,  e  dal  clero,  degno  nell'occasione  della 
patriotica  borgata. 

In  piazza  Maggiore  si  sono  soffermati  i  battaglioni  subalpini, 
escono  i  sacerdoti  dalla  parochiale,  condotti  dal  professore  don 
Alessandro  Olcelli,  la  cui  conclone,  dettata  a  nobili  sensi,  com- 
muove gli  animi  ad  esultanza;  mentre  un  altro  sacerdote,  don 
Bortolo  Mola,  rinnova  clamorosamente  il  grido  di  Giulio  II.  Si 
abbassano  dovunque  gli  stemmi  imperiali,  velettano  le  bandiere 
della  nazione,  ed  anche  il  proposto  don  Tomaso  Longhi,  pro- 
fessore di  matematiche  e  teologo,  sente  il  bisogno  di  far  cre- 
dere al  popolo  ch'egli  è  rinato  a  liberi  sentimenti.  E,  possedendo 
due  vecchie  bandiere,  già  fatte  sventolare  in  una  ricorrenza  fe- 
stosa di  casa  d'  Austria,  dichiara  formalmente  di  volerle  bruciare. 

Parole!  pochi  mesi  dopo  —  riumiliata  Italia  agli  Absburg  — 
i  vessilli,  reputati  dati  alle  fiamme,  mostravano  ancora  le  loro 
tinte  esecrate  dal  capitello  della  parochiale.  Don  Tomaso,  nel- 
l'intimo suo,  aveva  preveduto  i  tempi.  Egli  ridava  alla  luce  i 
segni  della  tirannia,  mentre  i  patrioti  —  sotto  la  distretta  an- 
gosciosa di  uno  stato  d'assedio  feroce  —  celavano  affrettatamente 
gli  emblemi  della  libertà  e  le  armi.  Di  queste  fu  pure  ricetto 
l'interno  d'una  statua  di  san  Biagio,  già  nella  sacrestia  di 
S.  Giorgio,  tuttora  nella  stessa  chiesa  e  convertita  in  Francesco, 
santo  della  Savoia.  Anche  il  soffitto  di  S.  Anna  alla  Sigola 
servi  da  nascondiglio  ad  armi  non  consegnate. 

Il  luminoso  periodo  di  quell'anno  augurale  fu  anche  per  gli 
episodi  terrieri  come  una  meteora  fuggente  pei  cieli  della  patria 
risorta.  Nella  espansione  generosa  di  quella  nova  giovinezza 
italica,  fra  quelle  anime  affinate  alle  fiere  visioni  della  lotta, 
molti  dei  nostri  parteciparono  alle  nobili  e  coraggiose  azioni 
intese  a  rifare  alla  patria  il  primato  civile.  Azioni  non  soltanto 
\Coraggiose,  ma  benefiche  e  modeste,  come  l'offerta  ad  opera 
di  privati  cittadini  e  di  artisti,  di  alcune  centinaia  di  lire  alla 
Codogiio  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  //.  51 


354 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


causa  nazionale,  a  beneficio  dei  feriti  e  degli  abitanti  dei  luoghi 
per  dove  lo  spettro  della  guerra  era  passato.  Una  compagnia 
drammatica,  diretta  dal  codognese  Cesare  Asti,  dedicò  al  nobile 
fine  il  prodotto  di  tre  recite  date  al  nostro  Sociale. 

Non  possiamo  esimerci  dall'accenno  alle  schiere  di  compaesani 
combattenti  nelle  memorande  fazioni  delle  Cinque  Giornate;  e 
per  non  vulnerare  negli  onorati  superstiti  quella  modestia  che  è  il 
profumo  d'ogni  virtù,  anche  militare,  circoscriveremo  il  ricordo, 
sostando  però  su  qualche  nome  fra  gli  altri  eminente. 

Pietro  Pietrasanta,  qui  nato  (27  luglio  1807),  dirigeva  in 
Milano  —  prima  ancora  del  1848  —  un  bene  inteso  collegio, 
del  quale  facevan  parte  persistente  parecchi  giovani  conterranei. 
Allor  che  la  grande  città  proruppe  in  sommossa,  e  sorsero  le 
barricate  allo  squillar  delle  campane,  gli  alunni  del  Pietrasanta, 
attratti  dalle  magnifiche  visioni  della  lotta,  impugnarono  il 
moschetto,  e  col  proprio  rettore  combatterono  sugli  asserraglia- 
menti,  Pietro  Pietrasanta,  fra  gli  educatori  di  quei  giorni  esimio, 
non  lo  fu  meno  qual  patriota,  e  tutto  questo  valse  a  collocarlo 
in  quella  lunga  schiera  di  cui  furono  ornamenti  preclari  anche 
i  Sacchi,  i  Baravalle,  i  Mauri,  i  Dell'Uomo,  i  Ravizza  e  via 
dicendo.  Moriva  compianto  dalla  folta  schiera  de'  suoi  giovani, 
i  quali  alla  parola  di  lui  avevano  inspirato  il  culto  alla  scienza 
ed  al  suo  esempio  quello  all'Italia  (11  agosto  1881). 

Michele  ed  Angelo  fu  Cesare,  fratelli  Belloni  dottori  in  leggi 
e  praticanti  notari  in  Milano  —  il  primo  defunto,  l'altro  su- 
perstite in  tutta  la  vigoria  dei  suoi  patriotici  ricordi  —  si 
contrasegnarono  nobilmente  il  18  e  il  19  marzo  nella  erezione 
delle  barricate  e  nella  lotta  presso  il  santuario  di  S.  Celso, 
contro  le  guardie  di  polizia.  Pugna  fiera  e  senza  quartiere;  e 
il  22,  dopo  una  viva  fucilata  contro  i  cacciatori  tirolesi,  parecchi 
ne  facevano  prigionieri  con  altri  cittadini  e  si  impadronivano  della 
caserma  di  S.  Francesco.  I  giornali  del  tempo  —  fra  cui  l' uficioso 
22  marzo  —  registrano  coraggiosi  e  ripetuti  episodi  compiuti  in 
quelle  memorande  battaglie  dai  fratelli  Belloni;  fra  cui  la  resi- 
stenza loro  agli  austriaci  sul  bastione  fra  porta  Ticinese  e 
S.  Calocero,  riducendo  in  propria  potestà  alcuni  soldati  del 
reggimento  Arciduca  Alberto.  Bella  parte  ebbero  altresì  i  Belloni 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


355 


nel  conflitto  di  via  S.  Bernardino  alle  Monache;  entrambi  ma- 
novrando un  cannoncino  di  proprietà  di  casa  Trivulzio  e  tolto 
dal  suo  palazzo  di  piazza  S.  Alessandro,  aprirono  con  esso  cosi 
larga  breccia  nel  quartiere  di  polizia,  da  farne  fuggire  tutti 
gli  agenti. 

L' ingegnere  Natale  Griffini  di  Ospitaletto  pagò  il  suo  debito 
di  sangue  in  quelle  gloriose  giornate;  e  questi  —  il  cui  nome 
va  associato  alla  meravigliosa  liberazione  di  Felice  Orsini  dal 
forte  di  Mantova  —  fu  col  superstite  dottor  Angelo  Belloni  de- 
corato della  cittadinanza  onoraria  milanese  (29  gennaio  1889). 

Il  culto  del  borgo  per  questi  suoi  signiferi  nelle  guerre  na- 
zionali ha  sempre  tratto  alimento  da  tali  forti  rimembranze. 
Vediamo  intanto  raccomandati  all'elenco  dei  volontari  dal  solo 
comune  di  Codogno  accorsi  a  difesa  della  patria,  negli  anni 
del  «  maggio  italico  » ,  copiosissimi  nomi  d' ogni  ceto  sociale  e 
di  ogni  grado.  Deserto  era  il  borgo,  perocché  i  suoi  figli  ac- 
campavano o  in  Lombardia  o  nelle  Venezie  o  nel  basso  Pie- 
monte o  all'assedio  di  Roma,  dove  Dragoni  Giovanni,  Grossi 
Alessandro  e  Zaini  Luigi  caddero  al  Vascello,  sotto  la  occidua 
luce  del  cielo  romuleo,  inebriati  dalla  voce  di  Giuseppe  Gari- 
baldi e  della  sua  pleiade  luminosa. 

Nel  triste  agosto  in  cui  le  schiere  piemontesi,  precipitosa- 
mente venendo  di  Verona,  attraversavano  l'Adda  a  Grotta, 
stanche,  finite,  afirante,  per  riparare  nella  vicina  e  munita  Mac- 
castorna,  gittavano  un  ponte  di  chiatte  sul  fiume;  ma  siccome 
alle  loro  spalle  premevano  gli  austriaci,  così  i  sabaudi  rinunciando 
al  loro  adito  per  Maccastorna  e  lasciandosi  dietro  qualche  morto 
e  ferito  —  mentre  un  drappello  della  divisione  della  I^occa  per 
Sant'  Angelo  e  Borghetto  entrava  nel  Pavese  —  si  affrettarono  al 
varco  del  Po  presso  Piacenza.  Dall'  i  al  2  agosto  re  Carlo  Al- 
berto, volgendosi  a  Milano,  permorò  al  nostro  albergo  del 
Teatro,  e  con  lui  il  suo  primogenito  duca  di  Savoia,  futuro  re^ 
per  la  fortuna  d'Italia. 

Di  squisite  garbatezze  furono  i  reali  colmati  da  questi  pa- 
triotici  borghigiani  ;  ed  è  ancora  memoria  di  certe  splendide 
pesche,  che  con  gentile  pensiero  volle  il  signor  Ottavio  Belloni 
offrire  al  giovane  duca,  pesche  che  diedero  origine  ad  un  aned- 


356 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


doto  salace,  che  noi  non  riferiremo,  benché  anche  i  frammenti  dei 
fatti  storici  concorrano  a  delineare  meglio  e  tempi  e  caratteri... 

Col  1849  ricadeva  il  negro  velo  della  reazione  politica  sulla 
nostra  regione,  come  in  tutto  il  resto  d'Italia.  Ma  non  per 
questo  la  suprema  rassegnazione  di  altrove  attecchiva  in  questo 
gagliardo  terreno;  e  sotto  diverse  forme,  e  con  vario  indirizzo, 
la  publica  irrequetudine  non  si  ristava  o  non  si  affievoliva  nel- 
l'opere nuove. 

Così,  esagerando  pericolosissimamente  i  privilegi  che  l'Austria 
aveva  conquistati  col  vecchio  concordato  papale,  una  vera  per- 
secuzione aggravava,  con  giuramenti  impossibili,  i  poveri  preti, 
di  tradire  a  beneficio  del  governo  il  proprio  ministero  in  cura 
d'anime.  Fra  questo  numero  di  perseguitati  fu  don  Angelo 
Negroni,  rettore  e  precettore  del  ginnasio  Ognissanti.  A  lui, 
cui  era  stata  data  facoltà  di  impartire  la  confessione,  si  fece  ca- 
pire che,  a  tempo  e  uopo,  di  ciò  che  udiva  doveva  fare  riferi- 
mento alla  politica  autorità.  Fece  egli  orecchi  da  mercante,  da  buon 
galantuomo;  allora  i  sopracciò  tornarono  fieramente  all'assalto, 
anche  perchè  avevano  buon  gioco,  trattandosi  di  colpire  un 
sacerdote  in  gran  dispetto  dei  maggiorenti  governativi,  per  la 
sua  antica  italicità.  Nè  disarmò  il  Negroni,  nè  i  tormentatori 
suoi;  e  così  amare  e  profonde  ed  ingiuste  spesseggiarono  le 
tirannie  su  lui,  che  lo  dimisero  dal  suo  uficio,  lo  minacciarono 
di  prigione,  e  gli  si  strinsero  addosso  con  tanta  inclemenza  che 
il  disgraziato  ammalò  di  crepacuore  e  ben  tosto  tra  il  rimpianto 
di  tutti  si  spense  (19  agosto  1854). 

A  lui  sopravvisse,  buona  ed  ignorata,  la  sorella  Luigia,  la  cui 
esistenza  travagliata  da  malori  e  deserta  di  ogni  felicità  terrena, 
viveva  però  ancora  nella  riconoscenza  generale;  perchè  nessuno 
mai  dimenticò  come  essa  tenesse  sempre  vivo  in  petto  l'amore 
del  paese  nativo  e  della  sua  libertà,  pel  quale,  continuando  il 
fraterno  legato,  nelle  ore  più  tristi  dell'odioso  servaggio  appa- 
recchiava ed  emblemi  e  coccarde  e  bandiere  con  cui  salutare 
nel  dì  del  riscatto  l'epoca  sospirata. 

Dopo  il  fallito  colpo  mazziniano  del  6  febbraio  1853,  Felice 
Orsini,   col   suo  intimo   Gerolamo   Induno  —  lustro  pittorico 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


357 


moderno  di  Lombardia  —  riparò  alla  Vanicella  in  casa  di  Luigi 
Folli,  dove  per  alcuni  giorni  stette  nascosto.  La  madre  di  Luigi 
Folli,  Eleonora  Lamberti,  donna  d'alti  sensi,  corse  in  quei 
giorni  gravi  pericoli  per  la  permanenza  dell'ospite  pericoloso, 
il  quale  pensava  di  vestire  la  divisa  di  uficiale  austriaco,  ed, 
accompagnato  dal  fedele  Pietro  Baggi  —  un  famigliare  dei 
Folli  —  si  avviava  a  Brescia,  d'onde  poi  venne  internato  nel 
terribile  forte  mantovano  di  S.  Giorgio. 

Ma  non  solo  le  classi  agiate  cospiravano  con  tutto  l'ardore 
contro  lo  straniero;  anche  il  popolo,  afferrando  quelle  armi  che 
il  furore  gli  amministrava,  dava  a  divedere  il  proprio  malcon- 
tento in  qualunque  occasione  che  più  opportunamente  gli  si 
presentasse.  La  scarsità  dei  viveri,  specie  del  frumento,  che 
desolò  nel  1854  le  regioni  circumpadane,  accrebbe  vigore  alle 
proteste  dell'universale,  tramutandole  in  aperte  sommosse. 

Già  il  comune  aveva  deliberato  che  la  spazzatura  delle  vie 
del  borgo  fosse  affidata  a  cottimisti,  lieve  lucro  questo,  tolto 
alla  massa;  indi  nuovi  cespiti  di  disordini,  non  più  raffrenati 
quando  giunsero  notizie  da  Piacenza  che  il  governatore  vi 
avesse  fatto  dare  ai  poveri  abbondanti  quantità  di  tritico.  In 
una  domenica  irrompono  sulla  piazza  disordinate  schiere  di  po- 
polani, che,  assaliti  i  depositi  frumentarì,  li  predano,  ruban- 
dosene poi  reciprocamente  le  spoglie  (2  luglio  1854).  Invano 
il  commissario  Mezzadri  tenta  ristabilire  la  calma.  Tosto  dalla 
turba  stretta  a  lui  d'intorno  esce  un  omicciattolo  caro  al  vulgo, 
che  lo  chiamava  Picciorlina,  ed  intima  all' uficiale: 

—  Neh,  commissario!  è  tempo  di  obbedire  e  non  di  co- 
mandare. 

Poi  voltosi  al  popolo  dal  balcone  del  commissariato,  emulando 
il  calzolaro  Clemente  (18 17),  lo  incita  a  perseverare  nel  sac- 
cheggio e  nella  protesta  contro  gli  spazzaturai  delle  vie. 

Mansuetamente  assistono  le  autorità  alla  scena  devastatrice. 
I  gendarmi  passivi  lasciano  sfogare  le  violenze  incruente.  Ma  ap- 
pena scendono  le  ombre  un  fitto  stuolo  di  ammanettati  —  primo 
di  essi  Picciorlina  —  sale  la  montagnola,  pel  triste  cammino 
della  prigione.  Il  dì  successivo  ci  vengono  più  di  cento  croati, 
staccati  da  Lodi,  e  già  da  Milano  un  altro  convoglio  marziale 
si  muove  a  questa  volta,  grandemente  impressionando  e  la  città 


358 


GODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


e  le  campagne,  ma  tosto  è  arrestato  da  un  contrordine  nei 
pressi  di  Melegnano.  Parecchi  giorni  durò  la  specie  di  ossidione 
in  paese,  ed  i  miseri  prigionieri  —  molti  dei  quali  innocenti  e 
catturati  per  vendetta  di  spie  —  non  rividero  la  luce  della  li- 
bertà che  alla  vigilia  del  Natale. 

L'esodo  notturno  di  Felice  Orsini  dalle  prigioni  di  Mantova 
(29  marzo  1856)  fu  apparecchiato  da  una  mano  di  audaci  ed 
intrepidi,  giurati  nel  fato  d' Italia.  Emulando  il  miracolo  evasivo 
di  Latude,  fuggitivo  dalla  borbonica  Bastiglia,  Orsini  potè  at- 
traverso mille  pericoli  ricevere  da'  suoi  amici  segnali,  corrispon- 
denze, stromenti  infallibili  per  affrettare  la  propria  liberazione. 
Le  sue  lime  stroncarono  le  sbarre,  per  le  lenzuola  ritorte  a  fune 
si  calò  egli  dall'alto  del  torrione  nelle  fonde  fosse;  e  il  già 
ricordato  Pietro  Baggi,  casaro  di  Codogno,  appostato  fra  i  can- 
neti e  seminascosto  nello  stagno,  lo  attrasse  sulle  fosse  dei 
terrapieni,  e  con  una  carrozza  dei  Folli  lo  allontanò  dalle  sponde 
del  Mincio.  Rasa  al  profugo  la  barba,  la  sua  identità  rendevasi 
vieppiù  malagevole,  ed  in  inganno  infatti  furon  tratti  gli  stessi 
gendarmi  appostati  presso  Cera,  che  con  funi  accorsero  per 
riacconciare  il  veicolo  su  cui  viaggiava  il  ricercato,  squinter- 
nato dalla  fuga  veloce.  Essi  non  conobbero  il  pregio  del  carico, 
cosi  che  il  cospiratore  romagnolo  potè  quetamente  ricoverare 
alla  Vanicella. 

La  settimana  successiva  Luigi  e  Natale  Griffini,  dell'isola  di 
San  Sisto,  ed  Edoardo  Guglielmetti  di  Piacenza,  con  un  sangue 
freddo  ammirabile  —  benché  sapessero  che  il  ponte  in  chiatte 
sul  Po  di  fronte  alla  città  fosse  sorvegliato  severamente  da 
commissari  austriaci,  disseminati  dovunque  per  rintracciare  il 
fuggitivo  da  Mantova  —  nella  propria  carrozza,  e  coli' Orsini 
fra  sè,  toccarono  la  destra  del  Po.  Per  porta  Borgheto  e  via 
S.  Bartolomeo  percorsero  la  parte  bassa  di  Piacenza;  sbocca- 
rono ad  angolo  retto  sulla  via  di  S.  Antonio;  escirono  dalla 
porta;  lasciaron  sulla  manca  la  via  Emilia,  e,  piegando  al  Po, 
per  Calendasco  e  Sant'  Imento  discesero  a  Sarmato  in  casa  di 
Guglielmetti.  Più  tardi  Orsini  procedette  verso  il  confine  sardo, 
ottenne  fraterne  accoglienze  dai  fratelli  Mansueto  ed  Alessandro 
Della   Noce;  indi  lo   scampato  pel  territorio  subalpino  se  ne 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


359 


andò  a  piccole  giornate  in  Genova,  onde  salpò  per  l'Inghilterra. 
Ma  la  vita  avventurosa  di  lui  doveva  spegnersi  sotto  la  ghi- 
gliottina napoleonica  per  la  congiura  detta  dell'  Opera,  a  mezzo 
delle  bombe  micidiali  (13  marzo  1858). 

Molto  maggiore  della  riconoscenza  fu  il  miracoloso  salva- 
mento dell'antico  patriota  italiano,  operato  da  pochi  uomini 
non  allettati  da  onori,  sì  bene,  tra  1'  apatia  universale  dei  sommi 
e  vari  agitatori,  anche  minacciati  nella  vita  e  negli  averi.  Essi 
tennero  fede  solo  alla  propria  ferma  ed  indiscussa  fede  di  illimi- 
tati servitori  della  italica  causa;  mentre  quest' audacia  temeraria 
voleva  dire  il  loro  assoluto  sacrificio. 

Le  operazioni  della  guerra  del  1859  in  Lombardia  si  svolsero 
assai  al  di  fuori  del  nostro  territorio,  e  teatro  belligero  servì 
ancora  una  volta  il  vecchio  scacchiere  lombardo  onde  il  genio 
di  Napoleone  fece  sul  principio  del  secolo  la  propria  scena. 
Non  per  questo  rumoreggiava  lontano  da  noi  l' uragano  degli 
eserciti  combattenti.  Dopo  una  fantastica  invasione  nel  Pie- 
monte —  massimo  errore  del  conte  generalissimo  Giulay  —  alle 
cui  schiere  si  erano  uniti  parecchi  battaglioni  ungheresi  qui  di 
presidio  —  gli  imperiali,  più  che  in  fretta  e  dopo  inutili  bar- 
barie, dovettero  sgomberare  la  Lomellina  e  il  Novarese,  riat- 
traversando le  nostre  regioni.  Passavano  moltitudini  di  ungheresi 
sopra  colossali  cavalli  e  vestiti  dell' attilato  giustacuore  dagli 
alamari  argentei,  misurando  i  passi  cogli  squilli  ininterrotti  delle 
loro  trombette.  E  i  reggimenti  croati  in  tunichetta  caffè  scuro, 
col  sermento  di  mirto  al  keppì,  dagli  occhioni  chiari,  tranquilli 
e  stracchi,  dai  baffi  e  dai  capelli  di  capecchio,  puerile  trucco 
di  una  mentita  virilità.  E  i  battaglioni  di  fanteria  in  bianca 
divisa^  mentre  le  musiche  militari,  prodigiose,  eseguivano  per 
ischerno  le  canzoni  popolari  d'Italia,  e  d'uno  in  altro  tempo 
la  catuba  seguiva  i  militi  trainata  dai  cani  di  trasporto. 

Non  avvenne  allora  fra  noi  l'episodio  crudele  dei  Cingoli, 
ma  poco  mancò  che  la  rabbia  tedesca  non  facesse  sua  vittima 
in  certo  Francesco  Ratti,  di  buona  famiglia  codognese,  il  quale, 
\  essendosi  opposto  all'occupazione  militare  di  suoi  campi,  fu 
arrestato  e  perquisito  dai  croati,  e  sommariamente  destinato 


36o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


alla  fucilazione,  cui  solo  potè  sventare  Carlo  Lamberti,  inter- 
cedente presso  il  Giulay,  suo  ospite  in  Codogno. 

Dovevano  gli  austriaci  togliersi  per  forza  da  terra  nostra, 
prementili  i  nemici;  ma  preoccupati  delle  crudeli  condizioni 
fatte  loro  dalla  fuga  precipitosa,  bottinarono  armata  mano  e 
stabili  e  mandre.  Ad  un  Beltrami  tolsero  d' un  colpo  un  centi- 
naio di  giovenche;  fna  anche  allora  intervenne  l'autorevole 
parola  di  Carlo  Lamberti,  il  quale  osservò  al  generalissimo 
l'impossibilità  di  sostentare  le  vaccine  nella  ritirata,  per  man- 
canza di  pascoli,  e  ciò  valse  a  restituire  il  mal  tolto  al  suo 
proprietario. 

Quattordici  giorni  intercorsero  qui  dalla  scomparsa  delle  tu- 
niche bianche  all'avvento  dei  rossi  calzoni;  due  settimane  di 
incertezze  e  di  ansie  indescrivibili,  anche  perchè  erano  deserti 
i  focolari  ed  il  fiore  della  nostra  gioventù,  condottosi  sotto  le 
bandiere  d'Italia  una,  contribuiva  ad  affrettare  la  grande  ora. 
Senza  milizie  e  senza  governo,  pure  il  borgo  stette  serenamente 
e  tranquillamente  cosciente,  affermando  ancora  una  volta  il 
proprio  diritto  di  essere  libero  allor  che  se  ne  mostrava  così 
degno  ^. 

Finalmente,  mercè  le  vittorie  di  Magenta  e  di  Melegnano, 
fu  aperta  la  grande  strada  da  Milano  al  Po,  e  Codogno  vide 
la  comparsa  della  prima  divisione  francese  (19  giugno  1859), 
diretta  a  Cremona. 

Più  facile  imaginare  che  descrivere  il  puro  e  santo  entu- 
siasmo che  accolse  i  liberatori.  I  lunghi  voti  sono  compiuti; 
l'alemanno  irto  ed  increscioso  volge  le  terga;  nessuno  manca 
a  celebrare  di  persona  quella  grande  pasqua  italica  ;  ed  in  tutte 
le  vie,  dai  balconi,  dai  negozi,  in  una  vera  e  propria  fantasma- 
goria tricolore,  si  rivela  come  una  novella  vita  di  popolo.  Quattro 
carabinieri  reali  seguono  la  marcia  francese,  rappresentando  il 
nuovo  dominio,  verso  il  quale  non  c'è  anima  che  non  si  dia 
tutta  ed  intera. 

E  le  cure  si  affollano  d'ogni  parte.  Il  comune  trova  pronta 
la  sua  schiera  nazionale  della  guardia,  a  capo  di  cui  è  posto 
come  maggiore  Pietro  Belloni ,  tosto  in  parte  «  mobilizzata  » 
ed  inviata  prima  a  Lodi  poi  a  Genova,  quale  presidio  militare. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


361 


Numerosissimi  permangono  sotto  le  bandiere  i  volontari  nostri, 
e  non  solo  gli  inscritti  a  matricola,  ma  altresì  i  vettori  volon- 
tari, allora  ribattezzati  treno  borghese,  prestando  servizi  rag- 
guardevoli. 

In  quei  mesi  una  affermazione  patriotica  non  aspettava  l'altra. 
Durante  la  stagione  autunnale  di  fiera  al  Sociale  le  note  della 
Maria  di  Rohan  si  scambiavano  col  balletto  di  mezzo  carattere 
Le  due  vivandiere  e  lo  zuavo,  furoreggiando  al  momento  del 
bivacco.  Ma  tutte  le  affermazioni  erano  vigorosamente  riassunte 
e  compiute  dall'  unanime  consenso  della  autorità  civile  e  di 
quella  ecclesiastica,  qui  impersonata  nobilmente  nel  proposto 
Giuseppe  Bianchi  di  Panilo,  che  resse  la  sede  di  Codogno 
quattordici  anni  (1849-1863). 

Quali  e  quanti  dolori  funestarono  la  vita  del  proposto  Bianchi 
non  è  chi  non  sappia  fra  coloro  che  tra  noi  hanno  varcato  il 
mezzo  secolo.   L'essere  cresciuto  non  solo  in  obbedienza  al- 
l'evangelio   ma   altresì   nell'amor  di 
patria,  lo  pose  perennemente  ai  ferri 
corti  della  intransigenza  curiale.  Egli 
doveva    nascondere   le    proprie  sim- 
patie;   non    poteva   sempre    a  volto 
scoperto  confessare  l'Italia,  e  non  lo 
risparmiavano  nè  ammonimenti  nè  re- 
primende nè  pene  canoniche.  Di  tanto 
in  tanto  l' ordinario  diocesano  sospen- 
devalo   a  divinis;   e  l'uomo  egregio, 
piuttosto  che  il  suo  superiore  diretto         Giuseppe  Bianchi. 
fosse   chiamato   in   colpa   dai  fedeli, 

preferiva  allontanare  con  sè  dal  paese  la  pena  inflittagli.  Leg- 
gendarie perfino  sono  le  sue  carità.  Nella  penuria  dei  viveri 
sacrificò  l' equipaggio  della  sua  dignità  a  soccorso  degli 
inopi.  Fu  amico  di  Garibaldi,  nelle  cui  schiere  militava 
un  suo  nepote.  Lui  accolse  il  duce  glorioso  e  fu  commoven- 
tissimo  r  amplesso  dell'  eroe  e  del  preclaro  sacerdote.  Semplice 
di  costumi,  nulla  mai  per  sè  chiese,  e  quando  fu  giunta  la  sua 
ora  estrema,  chiuse  tranquillo  gli  occhi  alla  luce  del  mondo, 
da  tutti  compianto,  e  fra  gli  altri  dall' antistite  (28  luglio  1863), 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


che  pure  gli  fu  più  volte  rigido  castigatore.  E  non  avendo 
potuto  il  vescovo  Benaglia,  malgrado  le  sue  insistenze,  bene- 
dirlo morente,  volle  essere  il  primo  a  versar  l'acqua  lustrale 
sul  suo  feretro  ed  a  gittare  la  molle  terra  nel  suo  sepolcro. 

In  quegli  incunabuli  di  vita  italiana,  anche  fra  noi  passarono 
i  precipui  fattori  della  patria  nova.  Vittorio  Emanuele,  Cavour, 
Garibaldi,  Cialdini,  Fanti,  Menabrea,  Cairoli  e  tutte  quasi  quelle 
figure  di  prima  e  seconda  grandezza  toccarono  il  nostro  suolo, 
fra  r  ebbrezza  dei  terrieri.  A  Vittorio  Emanuele  toccò  una  sin- 
golare avventura  :  quella  di  vedere  verberato  un  postiglione 
della  sua  carrozza  da  certo  Folletti,  renitente  alla  leva  ed  im- 
pazzito alla  vista  del  reale  equipaggio  (1867). 

Più  particolarmente  tra  i  codognesi  si  soffermavano  Garibaldi 
e  i  suoi  uficiali,  che  tra  i  nostri  compaesani  contavano  nume- 
rosi amici  —  come  il  venerando  Gaetano  Gandelli,  già  uficiale 
nel  grande  esercito  napoleonico  e  comandante  la  prima  batteria 
all'assedio  di  Zara  —  e  richiamati  abitualmente  da  Giorgio 
Pallavicino  Trivulzio ,  di  cui  è  tempo  tracciare  rapidamente 
qualche  linea. 

Sono  inscritte  nel  capo  XXXVIII  le  peripezie  della  casa 
Pallavicino,  e  là  dicemmo  come  Giorgio  Guido  nascesse  a  Mi- 
lano (26  aprile  1796),  sotto  la  parodila  di  S.  Pietro  in  Cam- 
minadella.  A  soli  sette  anni,  rimasto  orfano  del  padre,  Giorgio 
Pio,  cresceva  educato  dalla  madre  Anna  Besozzi,  nel  modo  più 
recisamente  spartano.  La  lettura  delle  ultime  Lettere  di  Jacopo 
Ortis  lo  allevava  a  maturi  sensi  di  patria  libertà.  Da  prima  fu 
alunno  nel  collegio  parmense  di  S.  Caterina,  dove  i  gesuiti  ten- 
tarono ridurre  —  ma  invano  —  la  fiera  natura  del  giovinetto, 
refrattario  ai  pregiudizii  di  casta.  Poi  fu  collocato  presso  i  bar- 
nabiti di  Milano.  Viaggiò  per  diletto  in  patria  e  fuori;  arcade 
del  bosco  Parrasio,  volle  esser  ricevuto  pastore.  Sorridendogli 
le  speranze  che  all'alba  della  riscossa  italica  attraevano  gli 
inesperti  e  ardenti  soldati  della  nuova  idea,  entrò  nella  Fede- 
razione^ una  società  secreta.  Ai  primi  moti  rivoluzionari  di 
Piemonte,  egli  —  specialmente  consigliato  dal  capo  dei  carbo- 
nari  lombardi,   il  conte  Federico   Gonfalonieri  —  e  Gaetano 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Castillia  varcarono  il  Ticino,  s'accontarono  a  Novara  col  San 
Marzano  e  col  La  Tour;  indi,  a  Torino,  furono  accolti  —  come 
deputati  della  redenzione  lombarda  —  da  Carlo  Alberto. 

La  terribile  polizia  austriaca  lo  fece  arrestare,  reduce  dalla 
Svizzera.  Il  Menghini  e  il  Salvotti  esosi  stromenti  d' inqui- 
sizione —  iniziarono  l'istruttoria,  che  durò  ininterrottamente 
due  anni.  Giorgio  Pallavicino,  condannato  a  morte  (9  ottobre 
1823)  e  posto  in  berlina,  s'ebbe  commutata  l'estrema  sanzione 
con  vent'anni  di  carcere  duro  (8  gennaio  1824).  Come  lui, 
Gonfalonieri,  Arese,  Borsieri,  Castillia,  Andryane,  Tonelli,  Foresti, 
Solerà,  Fortini,  Bacchiega,  Munari,  Argenti,  Albinola,  Manfre- 
dini,  Martinengo,  Pellico,  Maroncelli  e  Oroboni,  dalle  carceri 
di  S.  Margherita,  partivano  indrappellati,  coi  ceppi  ai  piedi, 
nel  crudo  inverno,  per  le  orride  mude  austriache. 

Lo  Spielberg  —  dove  i  fati  redentori  della  patria  fecero  ru- 
tilare prodigi  di  virtù  e  gloria  d'olocausti  —  tennero  più  di 
nove  anni  prigioniero  il  Pallavicino,  che  poi  fu  trasferito  a 
Gradisca,  fra  compagni  assassini  e  ladri,  tra  i  quali  il  facino- 
roso Tomaso  Ribberschegg.  Da  Gradisca  a  Lubiana,  e  da  gli 
ergastoli  illirici  a  quello  di  Praga  ;  dove  era  venuta  anche  per 
lui  l'ora  del  conforto,  nelle  trepide  gioie  dell'amore  di  Anna 
Kopmann  —  la  figlia  sedicenne  del  governatore  della  città  — 
non  già  l'ora  della  libertà,  poiché,  anche  liberato  dal  carcere 
per  l'amnistia  concessa  alla  morte  di  Francesco  I  (1835),  gli 
permase  la  opprimente  sorveglianza  del  precettato  politico. 

Fu  in  queste  condizioni  che,  condotta  in  moglie  la  Kopmann 
(1838)  —  donna  di  eletto  sentire  e  d'anima  italiana  —  solitario 
sdegnoso,  nella  domestica  pace,  ristorò  l'avito  soggiorno  di 
San  Fiorano®.  Il  1848  lo  trovò  primo  fra  i  primi  benemeriti  della 
patria.  Poi  battè  la  via  dell'esilio,  in  Piemonte,  in  Francia, 
nella  Svizzera,  dovunque  fosse,  sacerdote  austero  e  generoso 
dell'entusiasmo  italico  e  republicano,  due  termini  allora  inscin- 
dibili del  patriotismo  militante. 

Il  riaccamparsi  a  Milano  e  in  Lombardia  dei  battaglioni  im- 
^  periali  aveva  risolto  Giorgio  a  varcare  il  Ticino  e  nella  capitale 
del  Piemonte  —  di  cui  fu  ripetutamente  il  rappresentante  poli- 


364 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


tico  —  tutto  sè  Stesso  consacrò  ad  affrettare  la  nuova  era  italica. 
Il  vecchio  lievito  mazziniano  —  che  pur  fermentava  in  lui  — 
non  lo  ascrisse  tra  i  proseliti  ardenti  di  Camillo  Cavour,  così 
e  come  non  aveva  seguito  prima  le  parti  politiche  dell'abate 
Gioberti.  Ma  il  contegno  di  re  Vittorio  Emanuele,  che  lenta- 
mente andava  impersonando  le  audaci  speranze  della  nazione 
—  non  prostrata  nè  pure  dalla  catastrofe  di  Novara  —  persuase 

il  patrizio  lombardo  che  soltanto  nelle 
fortune  del  figlio  di  Carlo  Alberto  risie- 
deva l'avvenire  del  paese.  Il  perchè,  e 
colla  penna  e  colla  viva  parola  e  colla 
pecunia  munificamente  spesa,  Giorgio 
Pallavicino,  pur  non  rinunziando  a 
tutti  i  suoi  ideali  di  un  giorno,  pro- 
clamò che  la  unificazione  d'Italia  non 
poteva  altrimenti  conquistarsi  «  se  non 
col  mezzo  di  casa  Savoia  ».  Giuseppe 
Mazzini  ed  i  suoi  accoliti  non  gli  me- 
naron  buona  la  conversione;  ma  Da- 
niele Manin,  Giuseppe  La  Farina  e 
quel  grande  che  fu  Giuseppe  Garibaldi  stettero  unanimi  nel 
convincimento  e  nell'opera  di  lui,  che  cioè  il  programma  della 
rivoluzione  dovesse  applicarsi  e  perfezionarsi  all'ombra  del  tri- 
colore impugnato  dal  principe  sabaudo.  Così  —  in  un  intenso 
ed  assiduo  lavoro  di  apparecchio  —  vuoi  nella  stampa  subal- 
pina, vuoi  in  quella  estera,  specie  anglica  e  francese  —  Giorgio 
Pallavicino  accentuò  mirabilmente  il  proprio  apostolato  ;  capo- 
saldo del  quale  era  la  immediata  conquista  della  indipendenza 
e  la  cacciata  dell'Austria  dalle  fini  d'Italia. 

Il  governo  imperiale  staggiva  i  beni  del  Pallavicino  dopo 
il  temerario  —  per  quanto  generoso  —  movimento  milanese 
del  6  febbraio  1853;  ma  quell'uomo  di  Plutarco,  se  ebbe  un 
lamento,  lo  ebbe  il  giorno  in  cui  da  Vienna  di  quel  sequestro 
perveniva  il  comando  di  revoca. 

«  Italia  col  re  sardo.  »  Tale  il  sospiro,  tale  l'azione  del  grande 
patriota,  che  scriveva  a  Mazzini:  «Mazzini  mio,  siate  italiano 
innanzi  tutto!  ».  Da  lui  la  rifiorente  Società  Nazionale  ricevette 
impulsi  e  soccorsi  ineffabili;  e  nel  cuore  del  non  più  giovane 


Giorgio  Guido 
Pallavicino  Trivulzio. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


cospiratore  rinasceva  ancor  più  gagliardamente  la  religione  in 
una  patria  libera,  e  —  prima  ancora  —  una. 

All'indomani  delle  amarezze  incumbentigli  sull'anima  per  la 
cessione  alla  Francia  di  Savoia  e  di  Nizza,  gli  giunse  il  tele- 
gramma di  Garibaldi  da  Palermo  :  «  Venite.  Io  e  l' Italia  ab- 
biamo bisogno  di  voi  ».  Andò.  E  là  si  parve  tutta  la  grandiosa 
nobiltà  del  suo  carattere,  così  che,  nelle  minaccie  di  un  perni- 
cioso dualismo  alle  viste,  egli  volle  e  seppe  formare  l'anello  di 
congiunzione  fra  il  conte  di  Cavour  ed  il  liberatore  di  Sicilia, 
di  cui  era  stato  eletto  prodittatore.  Il  condottiero  del  popolo 
era  in  quei  dì  da  gravi  cure  inasprito,  e  gli  estremi  tentavano 
spingerne  l'impresa  al  di  fuori  del  voto  nazionale.  Ma  il  buon  genio 
dell'eroe,  ed  il  fermo  volere  del  popolo  scongiurarono  la  sciagura. 
Il  prodiftatore  stette  irremovibile  al  conspetto  di  qualunque  si- 
nistro influsso,  e  l'opera  sua  avviò  nel  porto  sicuro  della  fortuna 
la  periclitante  cimba  d'Ausonia.  Il  plebiscito  dell'ottobre  1861 
accese  tutti  i  fuochi  di  gioia  in  quella  gloriosa  festa  della  patria. 

Come  Garibaldi  si  ritrasse  a  Caprera,  così  il  suo  rappresen- 
tante più  eccelso  se  ne  venne  nella  quiete  dell'umile  paesello 
lombardo,  a  San  Fiorano,  alternando  gli  ozi  campestri  colle  fre- 
quenti residenze  sui  colli  vogheresi  di  Genestrelle,  e  sulle  sponde 
beate  del  mar  ligure.  Qui  vennero  ad  onorarlo  le  più  alte  af- 
fettuosità del  re  galantuomo,  che  a  mano  a  mano  lo  inalzò, 
prima  alla  camera  vitalizia,  poi  alla  sua  più  stretta  parentela, 
insignendolo  del  collare  della  suprema  Annunziata.  E  qui  —  di 
rincontro  —  venne  ad  assidersi,  ospite  entusiasticamente  gradita, 
la  tradizione  della  epopea  democratica,  nei  suoi  maggiori  cam- 
pioni, da  Garibaldi  a  Cairoli. 

Giorgio  Pallavicino  —  morto  a  Genestrelle  carico  d' anni  e 
d'onori  (4  agosto  1878)  —  vive  e  vivrà  nella  reverenza  e  nel  culto 
delle  generazioni,  e  se  è  vero  che  l'apatia  odierna  è  un  mor- 
dente che  tenta  —  per  fortuna  spesso  indarno  —  di  intaccare 
le  fame  più  salde,  è  vero  altresì  che  il  suo  ricordo  permane, 
monolito  mirabile,  di  autentica  gloria  italiana. 

^  Prima  che  la  villa  di  San  Fiorano  —  sorta  per  opera  di  Giorgio 
sull'antico  castello  feudale  della  grande  casata  —  venisse  tra-- 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


mutata  nel  vero  Walhalla  della  leggenda  garibaldina,  non  mai 
presentò  tranquillo  ed  assoluto  soggiorno  al  suo  nobile  castel- 
lano. Egli  vi  giungeva  colla  giovane  sposa  fra  le  trepidazioni 
infinite  e  le  supreme  pietà,  per  le  vessazioni  di  spietate  vigi- 
lanze. Ma  non  mai  quei  cancelli  ardì  varcare  la  sbirraglia,  e 
Giorgio  Pallavicino,  coli' occhio  aperto  sulle  cose  del  paissato, 
creava  nel  prediletto  soggiorno  quello  che  può  dirsi  tuttora  un 
museo  delle  sacre  memorie  non  pure  della  famiglia  sua,  bensì 
della  patria. 

Si  accede  alla  villa  per  un  vasto  ed  elegante  giardino  inglese 
ad  aiuole  ed  a  piante  di  alto  fusto.  Nelle  splendide  e  artistiche 


La  villa  Pallavicino  Trivulzi  a  San  Fiorano. 


sale  rivivono  tuttora  le  figure  di  Giorgio  e  di  Anna  Kopmann, 
la  generosa  boema  che  gli  allietò  le  ore  del  carcere  moravo, 
gli  fu  compagna  fedele,  e  divise  con  lui  la  vita  e  la  tomba. 
Gli  stili  classici  vi  sono  sfoggiati  con  saggia  moderazione  e 
disposti  correttamente.  Nell'alto  delle  pareti,  frescati  e  circolari, 
furono  riportati  i  quadri  dei  maggiori  della  casa,  dalle  mura 
vetuste  del  demolito  castello  ;  di  cui  le  lapidi  frequenti  forni- 
rono materia  pei  ricchi  pavimenti  a  mosaico.  Anima  gagliarda 
di  patriota  non  meno  che  di  artista,  il  marchese  Giorgio  ra- 
dunò pregievoli  dipinti  ed  opere  insigni  d'arte.  Per  non  par- 
lare dei  lavori  —  anche  raccolti  recentemente  dall' abbiatico  di 
Giorgio  —  accenneremo  alla  pinacoteca  domestica,  coi  ritratti 
del  primo  e  del  secondo  Gian  Fermo  Trivulzi  e  delle  loro 
mogli;    quello   di   Giorgio   Pio   bambino,   nudo,   a  cavalcioni 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


dì  un  grosso  cane;  una  galleria  di  ascendenti  incipriati,  e 
—  nella  sala  in  cui  osavasi  frescare  un'allegoria  colla  bandiera 
tricolore,  nel  1842  —  l'effigie  di  Giorgio  Guido,  con  aspetto  e 
con  foggie  byroniane  (1836);  quella  della  Kopmann,  in  costume 
rosa  di  gitana,  dallo  irresistibile  viso,  fra  ondate  di  veli  e  di 
nastri  ;  e  di  fronte  la  figliuola  loro  di  otto  anni,  futura  marchesa 
Anna  d'Angrogna,  in  fantasia  da  bersagliera,  sciarpa  tricolore, 
fucile  sull'omero,  spalline  d'oro,  e  i  biondi  ricci  spioventi  a 
cannelloni  sulle  rosee  guancie:  uno  splendore  evocativo  di 
un'epoca  indimenticabile. 

Dai  grandi  finestroni  di  queste  sale  l'occhio  spazia  sul  giar- 
dino da  un  lato,  dall'altro  sul  viale  a  doppio  filare,  che  —  co- 
steggiato dal  parco  —  mette  all'aperta  campagna. 

Nulla  di  più  spartanamente  semplice  che  il  piano  superiore. 
Qui,  lontano  dalle  «dure,  illustri  porte»  lo  spirito  austero  del 
democratico  marchese  assorbiva  del  tutto  l'uomo  così  semplice 
e  così  grande.  E  meglio  che  qui  non  poteva  a  Giuseppe  Ga- 
ribaldi ofi^rirsi  ospitalità.  Le  due  camerette  cubicolari  del  ge- 
nerale non  hanno  lusso  di  mobilie:  un  letto  modestissimo  di 
noce  per  camera,  ciascuno  sovrapposto  da  una  targa  indicante 
il  cognome  dell'eroe  e  la  data  del  suo  riposo  (marzo  1862  e 
1867),  Qualche  quadro  in  rame  ed  a  olio,  una  croce  arcivesco- 
vile, e  un  gran  busto  di  Vincenzo  Monti  finiscono  l'arredamento. 

Una  epigrafe  in  marmo  nella  seconda  camera  ricorda  Gari- 
baldi come  propugnatore  del  tiro  a  segno  nazionale. 

Quivi  morì  un  altro  fervido  amico  d'Italia,  il  generale  Fran- 
cesco Carrano  (ottobre  1892),  già  cospiratore  con  Giorgio,  co- 
mandante superiore  della  guardia  nazionale  napolitana  e  deputato 
di  Codogno. 

Nel  sacello  sotterraneo  della  parochiale  di  San  Fiorano  ripo- 
sano le  spoglie  del  prodittatore  di  Sicilia,  sulla  cui  arca  funebre 
si  leggono  alcuni  versetti  del  salmo  LXI,  riferentisi  al  decoro 
della  religione  dei  morti. 


\ 


368 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


NOTE  AL  CAPO  LVII. 


^  Gli  scritti  del  padre  Pietro  Domenico  Brini  erano  anni  sono  presso 
la  signora  Giuditta  Ratti,  morta  la  quale  di  essi  non  si  ebbe  più  notizia. 
La  celebre  satira  da  noi  ricordata  ci  è  giunta  in  varie  e  scorrette  versioni  ; 
di  cui  noi  rabberciamo  alla  meglio  alcune  partì,  perchè  i  lettori  giudi- 


chino più  che  il  lavoro  caustico 
codognese  del  1817: 
Egli  è  assioma  generale 
Nel  civile  e  criminale, 
Accettato  in  ogni  curia, 
«  Summum  jus  est  summa  injuria  ». 
Voi  avete  ben  ragione 
Che  da  tutte  le  persone 
Si  rispetti  quel  Passeggio, 
Che,  se  male  non  m'avveggio, 
Cominciossi  a  passo  lento 
Fin  dal  millesettecento, 
Circuni  circa,  quarantotto, 
E  da  noi  venne  ridotto. 
Già,  s'intende,  a  tutte  spese 
Di  quest'inclito  paese, 
Che  gareggia  in  nobiltà 
Colle  pessime  città. 
Quanto  lungo  ci  si  vede, 
Da  spazioso  marciapiede 
Al  sinistro,  al  destro  lato 
Esso  viene  fiancheggiato 
In  un  modo,  il  più  elegante. 
Da  due  ordini  di  piante. 
Ciascun  lato  fa  godere 
La  bell'ombra  al  passaggiere, 
E  perchè  la  densa  polve. 
Che  da  terra  s'alza  e  volve, 
D'ogni  intorno  non  si  stenda 
E  le  vesti  non  offenda. 


ma  ingenuo  del  poeta,  1'  «  ambiente  » 


I    Una  botte  d'acqua  piena 
Si  diffonde  sull'arena, 
Come  suole  in  sulla  sera, 
Scalzo  il  piè,  la  giardiniera  . 
E  talora  sul  mattino 
Inaffiare  il  suo  giardino:.. 
Questa  botte  vien  portata 
Sopra  un  carro,  ed  è  tirata 
Da  un  destrier,  qual  ci  descrisse 
Nella  nota  Apocalisse, 
Che  chiamare  si  potria 
Il  cavallo  di  Magia. 
Questa  botte  porta  appeso 
Un  salame  lungo  e  teso. 
Che  di  cuoio  cucir  seppe 
Il  bastaio  Roman  Beppe, 
Nè  fia  mai  che  tanto  insacchi 
Nè  Mondan,  Marema  o  Scacchi. 
Di  quel  turgido  salame 
Tutto,  dissi,  di  corame. 
Spiccia  l'acqua  a  poco  a  poco 
E  ne  versa  in  ogni  loco. 
Sì  che  invita  chi  si  sia 
A  passar  da  quella  via. 
Bel  veder  nei  sacri  giorni. 
Pettinati  e  ben  adorni. 
Giovinetti  e  Cavalieri 
A  spronare  i  lor  destrieri. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Ma  che  più  ferisce  l'occhio 

E  il  veder  le  Dame  in  cocchio 

Somigliar  la  dea  Giunone 

Colle  piume  del  pavone; 

Chi  par  Venere,  chi  Diana, 

Chi  rassembra  la  Sultana, 

Chi  pretende  apparir  bella 

Col  vestir  da  pastorella, 

E  ciascuna,  o  presto  o  tardo, 

Ferir  tenta,  con  lo  sguardo 

Ora  brusco  ed  or  benigno. 

Anche  un  cor  d'aspro  macigno. 

E,  frattanto,  il  popol  basso 

Stassi  ozioso  e  fermo  il  passo. 

Osservando  attentamente 

L'ondeggiar  di  tanta  gente. 

Per  trovare  ognor  pretesti 

Di  sparlar  di  quegli  e  questi. 

Havvi  pure  chi  ha  lo  stile 

Di  seder  su  d'un  sedile 

Circondato  da  sartori. 

Falegnami  e  muratori. 

Ciabattini  e  altra  genia 

Che  frequentan  quella  via. 

Poi,  tornando  sulla  sera, 

Batton  figli  e  la  mogliera. 

Questi,  in  mezzo  a  tai  perspne. 

Va  mettendo  in  derisione 

Con  sarcasmi  ed  ironia 

Chiunque  va  su  quella  via. 

Peggio:  un  dì  si  vide  attorno. 

Del  passeggio  a  grave  scorno. 

Chi  menava  una  carretta!... 

Tutto  il  popolo  s'affretta 

Perocché  credevan  tutti 

Che  vendessero  dei  frutti, 

E,  pensate,  vi  si  vide 

Entro  un  uom...  che  scherza  e  ride. 

La  carretta  era  tirata 

Da  un  antico  camerata, 


Qual  se  lungo  il  gran  Passeggio 

Si  volesse  far  corteggio 

Con  un  treno  così  vile 

Al  concorso  signorile. 

La  plebaglia  spettatrice 

Fece  plauso,  grida  e  dice: 

«  Stiamo  allegri,  è  manco  male, 

È  arrivato  il  Carnevale  !  » 

Mi  chi  ha  senno  e  buon  consiglio» 

All'udir  questo  bisbiglio, 

Ordinava  immantinenti 

Di  condurre  i  delinquenti, 

Custoditi  e  ben  sicuri, 

A  giocar  fra  quattro  muri. 

Se  dall'urne  i  vecchi  tuoi 
Risorgessero  a  vedere 
Aureo  il  cocchio  ed  il  cocchiere, 
E  te  assiso  in  gran  decoro, 
«  Ah  !  »  direbber  «  mentecati 
Certamente  noi  siam  stati. 
Consumando  i  nostri  giorni 
Or  nei  viaggi  or  nei  ritorni 
Colle  gambe  e  colle  dita. 
Logorandoci  la  vita. 
Per  veder  di  trar  vantaggio 
Dalla  seta  e  dal  formaggio  !  » 
Essi  andar  tra  il  canto  e  il  riso 
A  bearsi  in  Paradiso, 
Per  la  strada  che  conduce 
Dove  splende  eterna  luce; 
Ella  è  stretta  e  stretta  assai... 
Alla  fin  di  tutti  i  guai. 
Bada  ben  che  chi  si  abusa 
Troverà  la  porta  chiusa; 
Molto  più  che  in  questa  bassa 
Val  di  pianto  tutto  passa, 
E  le  cose  di  Codogno 
Passan  presto  come  un  sogno. 


"  Alessandro  Ciseri  -  Giardino  istorico  lodigiano. 
'  Dal  ritratto  di  famiglia.  Atto  Vannucci,  nei  Martiri  della  Libertà  Ita- 
liana indica  il  PoUaroli  per  un  «  Polardi  »  e  il  Dansi  per  un  «  Dranzi  », 
*  Dal  ritratto  di  famiglia. 


Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc. 


—  IL 


52 


370 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


®  Si  afferma  essere  Codogno  il  paese  d' Italia  che  proporzionalmente 
abbia  dato  maggior  numero  di  volontari  alle  guerre  dell'indipendenza. 

^  Sopra  una  parete  della  villa  di  San  Fiorano  si  legge  questa  epigrafe, 
dettata  da  Giorgio  Pallavicino: 

SOPRA . VETUSTO  . CADENTE . PALAGIO  . 
PROVIDAMENTE  .  ABBATTUTO  . 

GIORGIO  .  GUIDO  .  PALLAVICINO  .  TRIVULZIO  . 

EDUCATO  .  AI  .  PRECETTI  .  DI  .  LIBERALE  .  FILOSOFIA  . 
RELIGIONE  .  de'  .  TEMPI  .  IN  .  CUI  .  VISSE  . 
UN  .  MODESTO  .  ASILO  '.  COMPOSE  . 
NÈ  .  DI  .  PIETÀ  .  NÈ  .  DI  .  RICONOSCENZA  .  IMMEMORE  . 
VOLLE  .  QUI  .  TRASFERITE  . 
NELL'  .  ANNO  .  MDCCCXLII  • 
LE  .  SUPERSTITI  .  IMMAGINI  .  DEGLI  .  AVI  . 


CAPO  LVIII. 


I^e  glorie  artistiche  terriere  —  Un  po'  di  etnologia  —  L'architettura  — 
Giovanni  Battista  Barattieri  —  Carlo  Antonio  Albino  —  La  pittura  — 
Le  dipinture  celebri  della  regione  —  Angelo  Pietrasanta  —  I  gua- 
statori e  le  negligenze  delittuose. 


ARVE  a  taluno  che  fra  le  targhe  del  pantheon  artistico 
e  scientifico  della  patria  mancasse  quella  per  la 
terra  nostra.  Molto,  troppo  arrischiata  è,  pertanto, 
la  cruda  asserzione;  chè  —  se  veramente  il  posto 


nostrano  nelle  nobilissime  discipline  del  pensiero  non  è  fra  i 
più  elevati  —  ciò  non  dipende  minimamente  da  ineguaglianza 
di  natali  o  da  logica  di  eventi;  sì  bene  (ci  si  consenta  di  fare 
omaggio  al  vero)  dalla  consuetudine  apatica,  quasi  ereditaria, 
di  cittadini  e  di  autorità  nel  rilevare  tutti  i  sussidi  ed  i  presidi, 
che  mai  non  vennero  meno  all'intellettualità  della  terra. 

La  storia  di  non  pochi  paesi  italici  è  come  l'aurea  clamide 
;di  cui  gli  estranei  esaminano,  conoscono  e  studiano  ogni  fre- 
giato lembo,  là  dove,  chi  l'ha  per  giuridico  indumento  non  se 
ne  cura  e  quasi  sdegna  disporla  a  partito  sontuoso  sopra  di  sè. 
Pochi  —  ad  esempio  —  sono  fra  i  nostri  che  sappiano  come 
r  infelice  figlio  di  Guglielmo  il  vittorioso  —  Federico  III  impe- 
\  ratore  di  Germania  —  tuttavia  principe  ereditario,  colla  consorte 
Vittoria,    protetti   dall'incognito,    venisse   a   Codogno,   e  qui 


372 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


—  consultando  V  inseparabile  Baedeker  —  visitassero  ed  ammi- 
rassero alcuni  quadri  storici  delle  nostre  chiese  (1886).  Così 
r  ingegno  fine  ed  aristocratico  del  «  buon  Fritz  »  provocò  gli 
stupori  paesani,  cui  non  pareva  vero  che  i  coronati  d'un  grande 
impero,  più  che  alle  fortune  dell'industria  locale,  recassero  i 
loro  entusiasmi  a  discipline  artistiche  affatto  ignote  nel  luogo 
stesso  in  cui  sono.  Nè  si  creda  con  ciò  che  vogliamo  salire  ad 
iperboli;  ma  è  vero  che  la  nostra  cronaca  artistica,  pur  nella 
sua  umiltà,  non  è  indegna  delle  memorie  patriotiche  del  vera 
e  del  bello. 

La  scienza  positiva  dei  moderni  promulga  l'azione,  diretta 
sul  carattere  di  una  gente,  della  configurazione  del  suolo  e  delle 
tendenze  peculiari,  del  sistema  oroidrografico,  del  clima,  di 
tutta  la  suppellettile,  in  somma,  che  la  legge  dello  adattamento 
pratico  aggiunge  a  mano  a  mano  alle  costituzioni  atavistiche 
delle  stirpi,  sì  che  gradatamente  perviene  a  modificarne  le  tra- 
dizioni fisiche  e  psicologiche. 

Ora,  la  nostra  robusta  razza,  specialmente  chiamata  alle  lotte 
dell'industria,  è  dignitosa,  equanime,  e  —  sopra  tutto  —  inizia- 
trice, tale  e  quale  la  consistenza  dell'argilla,  la  uniformità  del 
paesaggio,  1'  «  ambiente  »  calmo  ed  eguale  impongono  sia,  giusta 
la  regione,  la  cui  voce  —  al  dire  di  Tito  Livio  —  è  tradotta 
dal  primo  vagito.  Non  è  quindi  a  pretendersi,  qui,  la  soave  ed 
amorosa  lirica  di  Lesbo  e  di  Sicilia,  nè  il  morbido  vellutato 
della  tavolozza  veneta,  nè  la  pletorica  imaginazione  d'un  indo 
fastoso.  Di  leggende  eroiche,  poche;  e  se  nei  giorni  oscuri  di 
cortine  e  di  baltresche,  di  manieri  e  d'altri  saggi  dell'era  feu- 
dale non  fu  penuria  —  come  non  fu  di  sinistri  e  torvi  mes- 
seri, pronti  dal  formidabile  nido  a  piombare  sui  sommessi  — 
nè  meno  per  analogia  di  realtà  storica  spazia  quell'insieme  di 
tradizioni  ferali  che  è  il  substrato  di  paurosi  ricordi  d'altre  genti. 

Nell'esistenza  della  nostra  regione  persevera  una  attività  ca- 
ratteristica per  cui  le  ataviche  indoli,  irrigidendo  nel  corso  dei 
secoli,  si  son  fatte  tipiche  per  fermezza,  resistenza  ed  iniziativa 
reale,  quantunque  una  parvenza  di  atteggiamento  apatico  e  fiacca 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


373 


per  tutto  ciò  che  sappia  di  intellettualità  trasvestisse  agli  occhi 
dei  superficiali  la  fortezza  e  la  efficacia  della  fibra  lombarda. 

Pertanto,  arte  ed  ispirazione  furono  nè  precipiti  nè  violente: 
non  baleni  di  audaci  prose,  nè  alate  strofe,  non  smaglianti 
concezioni  di  stupefacenti  pennelli,  nè  voli  verso  l'alto  di  edi- 
fici monumentali.  La  borghesia  commerciale  piantò  i  confini 
alla  espansività  dell'arte;  la  campagna,  cosi  a  lungo  trascurata, 
e  l'officina  —  che  per  tanto  tempo  andò  per  la  sua  via  tran- 
quilla, non  ancora  intontita  dalle  caldaie  a  vapore  —  ignare 
della  loro  forza,  dei  loro  diritti  e  del  loro  avvenire,  non  lascia- 
rono luminosamente  travedere,  nei  tempi  andati,  quello  sfavillio 
di  gloria  che  proviene  dal  concetto  della  forma  eccellente. 

Chi  —  come  noi  —  vuol  rivendicare  i  fasti  di  Lombardia, 
-che  son  quelli  d'Italia,  può  lamentare  la  penuria  dei  ricordi 
pittorici  dalla  rinascenza  al  risorgimento,  può  anche  lagnarsi 
della  sproporzione  delle  narrazioni  ecclesiastiche  e  soldatesche  di 
fronte  alle  reminiscenze  estetiche  consegnate  alle  vecchie  cro- 
nache. Non  bisogna  dimenticare,  però,  che  la  maestà  della  re- 
ligione e  del  culto,  la  fortuna  del  popolo,  e  la  potenza  dei 
principi,  conseguirono  pur  esse  perspicue  attestazioni  nella  re- 
gione, specialmente  collo  inalzare  edifici  destinati  alla  fede. 

Illustri  artefici  —  se  non,  per  avventura,  celebri  artisti  —  fu- 
rono i  costruttori  dei  templi  di  S.  Biagio,  di  S.  Bernardino  e 
della  Madonna  di  Caravaggio  in  Codogno;  di  S.  Bernardino  in 
Casalpusterlengo  ;  delle  parochiali  di  Ospedaletto  e  di  Somaglia 
e  della  Incoronata  di  Castione.  Non  batteranno  a  ruota  intera 
pel  cielo  della  fama  l'ala  poderosissima  codesti  maestri;  ma 
pure,  coi  loro  concetti  architettonici  e  colla  imponenza  delle 
costruzioni,  essi  mossero  —  non  v'ha  dubbio  —  le  fibre  degli 
intelletti  anche  mediocri,  colla  vigorosa  semplicità  delle  linee 
negli  interni  della  parochiale  di  Casalpusterlengo  e  di  quella 
di  Somaglia  e  delle  nostre  Madonna  di  Caravaggio  e  delle 
Grazie;  linee  nelle  quali  gli  arconi  semplici  poggiano  sugli 
epistili  dalle  fughe  ardite,  onde  una  espressione  sobria  ed  ar- 
moniosa che  rapisce.  Inoltre,  havvi  una  armoniosa  padronanza 
•d'ogni  mezzo  tecnico  e  d'ogni  dovizie  di  fantasia,  malgrado 
l'intervento  scapigliato  e  bizzarro  dell'esuberante  gusto  secen- 


374 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


tista,  negli  interni  del  tempio  gerolamino  di  Ospedaletto  e  di 
S.  Rocco  in  Casale,  ed  anche  nella  facciata  di  S.  Bernardina 
pure  casalese. 

Anzi  non  è  temerario  accennare  che  fra  i  titolari  di  queste 
opere  brilla  qualche  nome  destinato  alla  pleiade.  Principe  quella 
del  codognese  Giovanni  Battista  Barattieri. 

Egli  fu  uno  tra  i  più  grandi  cosmografi  del  secolo  XVII,  e 
non  tanto  nei  rapporti  esclusivamente  scientifici,  ma  anche  per 
ciò  che  concerne  la  geografia  politica;  tanto  che  il  nome  e  il 
valore  di  lui  compaiono  nei  regesti  peritali  su  quanto  ha  tratto 
ai  confini  —  oggi  barbaricamente  «  frontiere  »  —  fra  l' uno  e 
l'altro  degli  staterelli  ducali  della  Italia  superiore. 

Si  dà  Giovanni  Battista  Barattieri  nato  in  Codogno  (1601), 
da  Marco  Antonio  che  fu  poi  eletto  tesoriere  del  comune  (18 
gennaio  16 11).  A  quanto  ne  scrivono  cronisti  ed  annalisti  del 
Lodigiano,  lo  stipite  dei  Barattieri  sarebbe  indigeno  di  Lom- 
bardia fin  dal  secolo  XII.  Il  patrizio  di  Lodi  Giovanni  Battista 
Villanova  ^  accennando  al  vescovo  sant'  Alberto  della  sua  città 
(1179),  aggiunge:  «ne'  quai  tempi  fiori  Nicolò  Barattieri,  il- 
lustre ingegnerò  Lodigiano,  che  fu  quegli,  che  con  mirabile 
artificio  dirizzò  nella  famosa  piazza  di  S.  Marco  di  Venezia  quelle 
due  grandissime  Colonne  di  granito,  non  trovandosi  huomo,  cui 
desse  l'animo  di  accingersi  a  tanta  impresa;  onde  ne  riportò,, 
oltre  la  gloria  per  tutto  il  mondo,  honoratissimi  premii.  Egli 
ancora  fu  il  primo  che  nella  medesima  Città  fece  il  maravigliosa 
Ponte  di  Rialto  con  altre  macchine  per  le  pubbliche  fabbriche,, 
e  sotto  di  lui  s'allevarono  diversi  Mathematici,  et  Architetti». 
Anche  il  Milizia  ^  —  per  non  citare  molti  altri  celebrati  autori  — 
ricorda  Nicola  Barattiero  «  architetto  lombardo  »  il  quale  «  me- 
ritò dalla  Repubblica  una  considerabil  pensione  ». 

Se  non  che  la  Lombardia  dei  secoli  scorsi  era  intesa  con 
latitudine  di  confini  molto  maggiore  della  presente;  il  che  po-^ 
trebbe  modificare  la  restrittiva  qualifica  di  lodigiano  dal  Villanova 
apposta  a  Nicolò  Barattieri,  tanto  più  sapendosi  che  nel  Pia- 
centino, fino  dal  secolo  XVI,  era  celebre  nelle  scienze,  e  spe- 
cialmente nel  giure,  la  casata  dei  Barottyrio,  a  cui  i  Farnesi 
imposero  la  corona  di  conte,  come  a  nobiltà  di  toga.  Della 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


375 


quale  nobiltà  ed  antichità  danno  publica  attestazione  alcune 
composizioni  poetiche  del  più  puro  secentismo,  poste  come  a 
proemio  del  raro  wolnme  Architettura  d'acque  di  Gio.  Battista 
Baratteri  ingegnerò  collegiata  di  Lodi  et  approuato  dalla  Reg. 
Ducal  Camera  di  Milano  (Piacenza,  nella  stampa  Camerale  di 
Gio,  Bazachi  i6^6j. 

Un  teologo,  Lorenzo  Longhi  di  Parma,  scrivendo  in  esametri 
latini  l'encomio  dell'insigne  Giovanni  Battista,  dà  alla  famiglia 
sua  il  duplice  appellativo  di  piacentina  e  lodigiana.  Comunque, 
codognesi  per  certo  furono  gli  ascendenti  del  celebre  matema- 
tico Andrea,  vicario  gerente  della  diocesi  nostra  e  dottore  in 
leggi,  il  padre  Deodato  certosino  e  priore  del  cenobio  di  Avi- 
gliana,  Pier  Francesco,  storico  e  letterato,  menzionati  dal  Gol- 
daniga,   e  lo  stesso  Giovanni  Battista,  che  —  nella  prefazione 

«  a'  lettori  »   dell'  opera  citata  —  la  dice  «  scritta        con  l' ap- 

plicatione  assai  distratta,  perchè  fu  mentre  s'agitauano  le  tur- 
bolenze di  Cremona,  eh'  apportarono  anco  à  Codogno  mia  patria 
qualche  sconuolgimento  »  ;  modestia  tanto  più  meritoria  in  quanto 
che  le  laudi  2i\V  Architettura  d' acque  sorpassarono  il  secolo  del 
panegirico,  ed  oggi  le  sono  tuttavia  dai  tecnici  largamente 
retribuite. 

Giovanni  Battista  Barattieri  fioriva  tuttavia  nel  rigoglio  della 
gioventù,  che  già  la  sua  nomea  di  cosmografo  valente  e  di  ar- 
chitetto sonava  alto  dovunque;  e,  seguendo  la  consuetudine  di 
quei  dì,  si  fortificava  colla  protezione  del  Mecenate  conterraneo, 
che  fu  il  cardinale  Gian  Giacomo  Teodoro  Trivulzio.  Academico 
codognese  dei  Novelli,  e  piacentino  degli  Spiritosi,  peregrinò 
da  Codogno  a  Milano  e  da  Milano  nelle  precipue  città  del- 
l'Emilia,  in  esse  lasciando  opere  ed  edifici  ragguardevoli;  a 
Milano  fece  una  proposta  architettonica  per  la  facciata  del 
Duomo,  fino  da  allora  variamente  discussa;  a  Piacenza  costruì 
il  palazzo  già  Costa  (ora  Abate);  a  Codogno,  oltre  le  chiese 
di  S.  Bernardino  e  delle  Grazie  e  il  portone  del  Cristo,  edificò 
il  bel  palazzo  ora  Bono  (in  via  Garibaldi)  la  cui  concettualità,. 
sobria  e  geniale,  prova  tuttora  che  si  seppe  resistere  dai  sommi" 
alla  procace  smania  del  contorto  e  del  gonfio,  sventurata  ca- 
ratteristica dell'epoca.  Il  prospetto  che  domina  nel  corpo  edi~ 


376  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


lizio  del  palazzo,  lo  distingue  fra  i  più  puri;  la  balaustrata 
mediana  fra  i  due  membri  del  piano  superiore  gli  dà  un'aria 
di  greca  armonia;  il  doppio  cordonato,  gli  stipiti  a  triangolo 
aperto  che  coronano  le  finestre,  e  la  linea  delle  piccole  mensole, 
rincorrentisi  ai  fastigi  del  tetto,  rievocano  le  nobili  memorie 


Il  palazzo  Bono  a  Codogno. 


del  classicismo,  ed  è  tanto  maggior  pregio  questo,  in  quanto 
che  l'architetto  dovette  vincere  le  difficoltà  presentate  dall'area 
assimetrica,  ora  del  tutto  mascherate  per  la  perizia  di  lui. 

Ma  la  gloria  maggiore  onde  si  raccomanda  il  nome  del  Ba- 
rattieri fu  per  le  discipline  idrauliche.  Egli  primo  trattò  scien- 
tificamente della  natura  fluviale  e  delle  opere  difensive  delle 
sponde  corrose,  per  mantenere  gli  alvei  regolari  e  proteggere 
le  campagne  dalle  esondazioni,  principi  tecnici  codificati  ma- 
gistralmente nella  sua  opera  principe.  E  quando  egli,  caduto 
in  disgrazia  del  cardinal  Trivulzio  —  vuoisi  per  non  averlo  ac- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


377 


contentato  nel  tracciare  la  strada  commessagli  fra  Codogfio  e 
Maleo  —  dovette  chiedere  ospitalità  a  Piacenza,  quivi  diede 
opera  a  quei  tre  munimenti  volgarmente  detti  pennelli,  in  sassi 
e  calcestruzzo,  per  deviare  la  violenza  del  Po. 

Le  storie  piacentine  attribuiscono  il  compimento  di  questa 
grandiosa  opera  repellente  al  celebre  matematico  ed  idrometra 
bolognese  Domenico  Guglielmini  (1655-17 io),  in  onore  del  quale 
alcune  medaglie  commemorative  fecersi  coniare  dal  duca  Fran- 
cesco Farnese  e  serbansi  nel  civico  museo  piacentino.  Il  che 
parrebbe  togliere  al  nostro  conterraneo  gran  parte  del  merito 
che  gli  spetta;  ma  ciò  non  è,  risultando  lampante  —  anche  per 
ragione  cronologica  e  per  referti  di  contemporanei  —  che  il 
valido  tecnico  codognese  aveva  precorso  nell'opera  idraulica 
quella  del  creatore  della  cristallografia.  Questi  —  che  fu  il  pre- 
cursore delle  famose  e  pretese  scoperte  di  Hauy,  e  che  tenne 
catedre  a  Bologna  ed  a  Padova  —  non  ha  d' uopo  del  riflesso 
di  glorie  altrui,  come  che  la  sua  vita  venisse  decorata  d'ogni 
elevazione  ed  onore.  In  ogni  caso  resta  a  lui  razionalmente  il 
pregio  di  aver  continuato  l'opera  iniziata  dal  Barattieri,  sia 
per  la  difesa  di  Piacenza  come  per  la  cura  delle  acque  della 
bassa  Emilia. 

A  settantasei  anni  Giovanni  Battista  Barattieri,  moriva  in 
Parma  (27  settembre  1677).  La  salma  dell'amico  di  Galileo 
venne  deposta  nell'  «  in  pace  »  della  chiesa  dei  carmelitani  scalzi, 
S.  Maria  Bianca,  oratorio  in  parochia  di  S.  Ambrogio. 

.  * 

Carlo  Antonio  Albino,  già  da  noi  ricordato  più  volte  —  e  di 
cui  non  possiamo  con  precisione  accennare  la  data  di  nascita 
e  di  morte  —  dal  Barattieri  ebbe  i  primi  rudimenti  dell'arte, 
cui  egli  poi  diede  un'impronta  personale  in  opere  più  insigni, 
ad  esempio  nelle  chiese  codognesi  della  Madonna  di  Caravaggio 
e  dei  SS.  Gregorio  e  Sebastiano. 

Nè  la  fama  dell'Albino  stette  limitata  alla  nativa  regione. 
Lui  volle  a  Torino  Vittorio  Amedeo  II  re  di  Sardegna,  che 
gli  affidò  importanti  opere  di  idraulica  e  lo  pose  al  fianco  del 
celebre  abate  Filippo  Juvara,  quando  questi  erigeva  sul  colle 
,  di  Superga  quella  magnifica  basilica.  Carlo  Antonio  Albino 
mori  nella  capitale  subalpina. 


378 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Tra  le  opere  commendevoli  che  egregi  conduttori  di  pennello 
lasciarono  nei  paesi  nostri,  va  primo  per  cronologia  ricordato 
quel  quadro  giottesco  di  Camairago  a  cui  già  accennammo  nel 
capo  XLVI,  risalente  agli  esemplari  di  quei  crepuscoli  del- 
l'arte italica  che  —  dopo   Cimabue,  giovandosi  dell'elemento 


Il  giottesco  di  Camairago. 


cristiano  e  dei  ricordi  greci  —  fissarono  le  discipline  dell'arte 
pittorica  sulla  interpetrazione  della  natura,  concordante  il  vero 
al  bello.  Affermazione  di  quest'alba  è,  senza  più,  l'accennato 
giottesco,  raffigurante  la  Vergine  di  prospetto,  con  in  grembo, 
di  profilo,  il  divino  Infante,  emergenti  sotto  un  fregio  a  quin- 
dici archetti  interni  e  di  pura  concezione  orientale,  riposante 
sopra  due  snelli  colonnini  a  spirale. 

Senza  possedere  visibili  cimeli  per  discendere  gradatamente 
da  quell'epoca  al  principio  del  secolo  XVI,  non  ci  vien  meno 
un  tenue  filo  conduttore,  mercè  cui,  senza  poter  particolareg- 
giare,  è  reso  non  impossibile  lo  affermare  che  anche  prima  del 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


379 


38o 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


cinquecento  ha  data  la  testimoniale  del  culto  al  pennello  sacro, 
appunto  nella  parochiale  codognese.  E  lo  desumiamo  dalla  tela 
della  «Annunciata»,  cui  i  restauri,  più  che  giovare,  deterio- 
rarono, ma  che  si  manifesta  senza  dubbio  antecedente  al  gran 
secolo. 

La  lamentata  incuria  nella  illustrazione  delle  nostre  opere 
d'arte,  in  coloro  che  furono,  è  la  persistente  cagione  della 
nescienza  assoluta  di  nomi  e  di  date.  Quando  ci  troviamo  al 
cospetto  di  una  potente  esplicazione  artistica,  sentiamo  col 
commovimento  interno,  tutto  il  rammarico  di  non  potere  in- 
dicarne esattamente  l'autore  e  di  dover  soltanto  fare  gene- 
riche attribuzioni.  Quello  dell'  «  Annunciata  »  della  parochiale 
codognese  è  senza  dubbio  un  quadro  di  bella  tempra,  ma  come 
ci  umilia  la  coscienza  della  rinuncia  di  poter  tramandare  ai 
lettori  il  nome  del  suo  artista  antico! 

Anche  nella  chiesetta  della  B.  Vergine  della  Fontana  presso 
Camairago  —  dove  esiste  il  giottesco  preaccennato  —  splende 
di  pura  vaghezza  l' imagine  di  Maria;  ma  nè  pure  di  essa  si 
può  certamente  affermare  l'artefice,  disputandosi  fra  gli  intel- 
ligenti se  debba  egli  impersonarsi  nel  Borgognone  o  in  un 
Procaccini.  Del  primo  lo  farebbero  credere  la  grandiosità  della 
linea,  la  testa  che  rievoca  la  maniera  di  Leonardo,  ed  una 
espressione  parlante;  procacciniano  invece  lo  direbbero  la  vi- 
goria della  tavolozza  e  una  idealità  superiore  come  quella  che 
aleggia  nelle  felici  creazioni  del  Correggio. 

E  il  dubbio  continua  sulla  «  Natività  »  in  S.  Bernardino  presso 
Castione,  pittura  grandiosa,  suddivisa  in  più  riparti,  sovrapposti 
e  fiancheggiante  il  nucleo  principale.  Alcuni  ne  fecero  autore 
Marco  d'Oggiono. 

E  anche  strano  che  si  moltiplichino  le  incertezze  sulla  pa- 
ternità delle  opere  dei  Piazza,  sopranomati  Toccagni,  di  cui 
molte  si  ammirano  fra  noi,  suonandone  alte  e  perenni  le  lodi 
nelle  cronache  terriere.  La  mirifica  tavola  dell'Incoronata  di 
Castione  (152 1)  —  restaurata  dal  De  Antoni  (1822)  —  fu  obbietto 
di  persistenti  discussioni  così  giudiziali  come  artistiche,  intorno 
alla  mano  peritissima  che  ne  tracciò  le  numerose  scene  e  figure, 
raccolte  in   cornice  di  magistrale  eleganza.  L'Eterno  Padre  ai 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


fastigi,  nei  piani  sottoposti  il  Crocifisso  e  la  Vergine,  cinti 
e  conterminati  dal  cenacolo  degli  apostoli  in  mezza  figura. 
Questa  —  che  è  giudicata  la  migliore  dipintura  del  Lodigiano  — 
si  contende  ai  Piazza,  in  nome  della  maniera  e  del  sistema  di 
Bernardino  Luino  ^.  Di  questo  sommo  si  ravvisano  gli  artifizi 
delicati  di  pietà  e  di  modestia  ch'egli  imprimeva  nei  volti, 
quando,  lasciate  le  durezze  del  suo  giovane  pennello,  volgeva 
gli  sforzi  ad  emulare  Raffaello  e  Leonardo,  dai  quali  si  può 
dire  proceda  la  sua  «  individualità  »,  Pregi,  questi,  innegabili 
del  resto  in  Alberto  Piazza,  minore  di  fama  —  forse  anche  per 
limitata  copia  di  lavori  —  ma  non  inferiore  a  Luino  per  con- 
dotta squisita  e  signorile,  che  si  rileva  non  in  tutti  gli  operosi 
artefici  della  illustre  famiglia  lodigiana;  ma  spiccatamente  in 
alcuni  di  essi,  come  in  Callisto,  nepote  di  Alberto. 

A  capo  del  gruppo  tizianesco  lombardo  vollero  il  Lanzi  e 
r  Orlandi  appartenga  costui  ;  qualche  altro  lo  rassomiglia  per 
la  soavità  delle  figure  a  Guido  Reni.  Fatto  è  che  ognuno  prende 
a  modello  delle  migliori  opere  sue  il  quadro  dell'  «  Assunta  » 
della  chiesa  maggiore  di  questa  collegiata,  quadro  che  tiene  il 
confronto  d' altre  celeberrime  «  Assunte  » ,  quella  compresa  di 
Annibale  Caracci  e  di  Tiziano. 

L'  «  Assunta  » ,  circonfusa  di  vivissima  luce  si  eleva  come 
aliando  verso  il  cielo,  sebbene  le  sue  forme  matronali  la  dimo- 
strino quasi  cosa  viva  e  reale.  La  gloria  degli  angeli,  che  leti- 
ziando la  recingono,  pare  inneggi  alla  elettissima  fra  gli  eletti 
del  cielo.  Su  quel  volto  «più  che  mortai,  cosa  divina»,  ri- 
fulge il  sorriso  delizioso  dei  beati;  gli  occhi  si  sprofondano 
nell'alto,  le  mani  profilate  raccolte  al  seno  rivelano  la  intensità 
della  pietà  interna,  ed  il  minuscolo  piede,  più  che  suffólcere 
sfiora  il  capo  di  un  serafo  ardente  che  remeggia  colla  Vergine 
nelle  nubi.  Ai  lati  alcuni  apostoli  e  le  figure  dei  coniugi  Trivulzi: 
il  principe  genuflesso,  additantegli  la  «  tutta  santa  »  san  Gio- 
vanni Battista  ;  a  manca,  pur  ginocchioni,  la  principessa  Deianira 
orante  a  mani  giunte,  con  a  fianco  santa  Caterina,  calcante  uno 
spezzato  cerchio  della  simbolica  ruota  che  fu  barbaro  stromento 
^del  suo  olocausto.  Sembrano  quasi  mosse  al  soffio  del  vento  le 
foglie  della  palma  che  la  santa  da  Bologna  sostiene  fra  mano. 


382 


<:ODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


All'aspetto  vigorosamente  profetico  della  dottissima  teologhessa 
fa  antitesi  eloquente  la  persona  dell'  essenio,  sul  quale  il  dolore, 
senza  nuocere  alla  verità  del  colorito,  aggiunge  un'intima  vi- 
goria che  interstà  fra  la  disperazione  e  l'amore.  Fra  gli  apostoli 
circostanti,  san  Pietro,  che  della  destra  fa  schermo  al  raggio 
della  troppa  luce,  scruta  l'ascendere  della  Vergine  al  cielo. 
Giovanni  evangelista,  bionda  visione  della  giovinezza  trionfante, 
riguarda  il  vuoto  sepolcro,  come  per  assicurarsi  non  esser  quella 
una  visione. 

La  meravigliosa  abilità  di  Callisto  consiste,  in  particolar 
modo,  nel  tradurre  con  equa  lance  la  parte  sensibile  nei 
diversi  personaggi  agitanti  la  vita  del  quadro,  senza  che  vi 
abbia  sproporzione  di  sorta  nelle  espressioni  dei  volti  e  delle 
pose;  merito  perspicuo,  insito  nella  estetica  pittorica  di  Callisto, 
anche  in  quadri  minori,  di  Brescia,  di  Crema,  di  Lodi,  di 
Alessandria.  Chè  se  la  maggiore  attestazione  delle  meritate  laudi 
risiede  appunto  nel  giudizio  favorevole  dei  confratelli  in  arte, 
è  a  ricordare  che  per  Callisto  s'accesero  altresì  gli  entusiasmi 
dei  coscienti  :  sì  che  Giovanni  Paolo  Lomazzo,  eccelso,  scriveva 
intorno  al  «  Coro  delle  Muse  »  pinte  in  casa  Sacco,  a  Milano, 
da  Callisto  :  «  Io  posso,  senza  nota  di  temerità,  dire  che  non  sia 
possibile,  quanto  alla  bellezza  de'  coloriti,  fare  altra  pittura  più 
leggiadra  e  vaga  a  fresco  ». 

Altri  dipinti  del  grande  Callisto  emergono  nella  parochiale, 
fra  i  quali  un  «  san  Giovanni  Battista  » ,  dal  colorito  rialzato  e 
che  accenna  all'  istante  la  mano  maestra.  Alcuni  opinano  sia  pur 
suo  il  «  san  Lorenzo  » ,  ma  altri  lo  ascrivono  — •  e  forse  con  più 
di  ragione  —  al  Campi.  Del  figlio  di  Callisto,  Pomponio  o  Fulvio 
Piazza,  è  a  rammentarsi  un  «  sant' Ercolano  » ,  ma  inferiore 
ai  lavori  paterni. 

Nello  stesso  tempio  esistono  due  buoni  quadri  :  un  «  san  Gia- 
como minore»  e  un  «san  Sebastiano»,  pure  dell'epoca  felice, 
ma  dei  quali  resta  tuttora  ignoto  l'autore. 

Semplicissimi  narratori  e  non  critici  d'arte,  ci  limitiamo  —  i 
lettori  han  potuto  rilevarlo  —  a  raccogliere,  sulle  espressioni 
della  "pittura  nostrana,  le  diverse  ed  anche  contradditorie  opi- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


383 


nioni  dei  tecnici  ;  e  facciamo  nostro  l' insegnamento  che  padre 
Dante  ha  scolpito  nel  suo  verso  immortale: 

T'ho  messo  innanzi,  ed  or  per  te  ti  ciba! 

Il  che  significa  che  il  nostro  confine  è  la  pura  e  semplice 
espressione  dei  giudizi  altrui,  esulando  dalle  nostre  conclusioni 
qualsivoglia  subbiettività  di  criteri  dirimenti  il  dibattito  tecnico. 
E  questo  che  ripetiamo  ci  sia  scorta  eziandio  in  ciò  che  con- 
cerne il  celebre  quadro  della  «  Natività  » ,  altro  lume  e  decoro 
della  parochiale  codognese.  E  desso  —  come  ne  corre  insistente 
la  fama  —  opera  del  Luino  ?  La  è  invece  —  come  minor  falange 
ripete  —  di  Gaudenzio  Ferrari?  Non  noi  ci  sentiamo  di  formu- 
lare il  verdetto  ;  e  solo  ci  rimane  toccare  sommariamente  dei  ca- 
ratteri speciali  contrassegnati  la  scuola  di  Gaudenzio,  dai  quali 
si  mostra  spiegabilissima  l'opposizione  di  coloro  che  attribuirono 
la  nostra  «  Natività  »  al  pennello  dell'artefice  di  Valdugia. 

E,  per  vero,  specialmente  nella  figura  della  Vergine,  è  quella 
certa  tal  durezza  e  rigidità  che  distingue  la  mano  giovanile  di 
Gaudenzio,  e  l'esecuzione  dei  partiti,  minuziosa  com'è,  ne  ac- 
cuserebbe la  derivazione  medesima,  conservatasi  sempre,  anche 
dopo  che  il  genio  del  pittore  potè  camminare  solingo  nelle  vie 
della  bellezza  ideale. 

Come  non  fallì  ai  propri  destini  artistici  la  dinastia  artistica 
dei  lodigiani  Piazza,  cosi  vantano  i  cremonesi  quella  dei  loro 
concittadini  Campi,  di  cui  Giulio  è  capostipite.  Ed  è  precisa- 
mente l'ecl-etico  Bernardino  che,  nella  nostra  regione,  più  vasta 
stampò  la  propria  orma.  A  non  parlare  di  Pizzighettone  —  terra 
cremonese,  della  quale  a  suo  luogo  abbiamo  ricordate  le  glorie 
monumentali  dovute  al  Campi  —  questi,  innamorato  del  divino 
urbinate,  improntò  le  sue  concettualità  ai  segni  esteriori  eter- 
nati dal  Sanzio,  si  che  in  Lombardia  ne  fu  detto  il  più  felice 
imitatore. 

Maleo,  Codogno,  e  forse  anche  Ospitaletto  ebbero  di  lui  frutti 
geniosi.  I  Trecchi  —  non  ancora  feudatari,  ma  proprietari  in 
Maleo  —  lo  ebbero  esornatore  del  loro  palazzo  (1567).  A  Codo- 
gno vuoisi  lasciasse  vestigio  prestante  di  sè  con  quel  bel  quadro 
di   «  san  Lorenzo,  san   Giovanni  Battista  e  san  Genesio  »  che 


384 


I 

GODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


si  ammira  nella  cappella  dei  Mola  alla  parochiale;  a  parte  che 
anche  di  quella  tempra  si  discuta  da  molti  l'autore,  facendolo 
alcuni  Callisto.  Ad  Ospitaletto  pare  accertato  che  Bernardino 
lavorasse  in  quella  magnifica  sede  della  potenza  gerolamita;  ma 
nessuna  opera  può  con  tranquilla  coscienza  essere  indicata  come 
sua.  Indiscutibile  è  per  contrario  l'autenticità  della  «Trinità», 
dipinta  per  la  cappella  dei  principi  Barbiano  dei  Belgioioso  a 
San  Colombano,  e  poi  demolita  (1846),  e  trasportata  a  cura 
del  nobile  Francesco  Mancini  a  Mirabello,  nell'oratorio  di  suo 
dominio  (1846),  come  riferimmo  al  capo  XLV. 

Andrea  Mainardo  detto  il  Chiavicchino,  da  Cremona,  disce- 
polo di  Bernardino  Campi,  ma  pittore  festinante  ed  a  buon 
mercato,  dipinse  nel  tempio  di  Ospitaletto;  dove  pure  ci  nar- 
rano —  e  noi  ne  raccogliamo  la  voce  per  quello  che  vale  —  si 
rifugiasse  il  Luino,  in  un  frangente  causato  dalle  avventure 
della  sua  vita  scapigliata,  e  vi  lavorasse;  come  vi  lavorò  uno 
dei  Natali  cremonesi,  forse  quel  Carlo  detto  il  Guardolino 
(1590?- 1683?),  che  frequentava  il  Mainardo,  e  si  distinse  nel- 
l'arte prospettica. 

Di  Giulio  Cesare,  stimato  il  migliore  dei  bolognesi  Procaccini, 
si  assevera  sia  la  «  Maddalena  »  della  parochiale  codognese 
—  se  non  consunta,  molto  sciupata  —  però  tale  da  rammentare 
coir  impasto  vigoroso  e  col  disegno  grazioso  le  originali  fonti  del 
Correggio,  prediletto  dall'artefice  e  cosi  felicemente  da  lui  imitato. 

Di  uno  dei  Nuvoloni,  nobili  cremonesi  —  detti  genericamente 
i  Panfili  dal  nome  del  primo  di  essi  —  vanta  Casalpusterlengo 
una  sfoggiante  pittura  nella  cappella  di  S.  Pietro  martire  della 
parochiale;  sfoggio  che  può  dirsi  la  falsariga  anche  delle  altre 
pitture  nuvoloniane  disseminate  in  mezza  Lombardia.  Al  quadro 
di  Casale  fu  posta  mano  dal  restitutore  pittorico  Knoller,  per 
cura  dell'illustre  astronomo  Cesaris. 

Del  cavaliere  Pietro  Francesco  Mazzucchelli  da  Morazzone 
(1571-1626)  —  onde  già  fu  parola  per  quanto  si  riferisce  alla 
cappella  del  Rosario,  nella  matrice  codognese,  da  lui  decorata  — 
aggiungeremo  soltanto  che  sono  doti  speciali  una  bella  imita- 
zione del  Vecellio  e  del  Veronese,  l'energia  e  la  saldezza  degli 
angeli,  doti  continuate  poi  e  rinforzate  dal  suo  ammiratore  ed 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


imitatore,  il  Quercino  da  Cento,  e  che  rifulgono  ampiamente 
nei  «  Misteri  » ,  nella  «  adorazione  dei  magi  »  e  nella  «  strage 
degli  innocenti  »  di  qui.  Fu  affermato  che  il  Morazzone  frescò 
altresì  nel  «  mortoriino  »  di  S.  Fiorano,  oggi  così  malamente 
ridotto. 

Che  poi  di  Daniele  Crespi  (1590-1630)  sia  opera  il  quadro 
insigne  raffigurante  i  santi  Carlo  Borromeo  e  Francesco  d'Assisi, 
qualcuno  ha  asserito,  e  tra  gli  altri  il  Goldaniga  ;  là  dove  vuoisi 
che  non  Daniele,  ma  qualcuno  della  sua  scuola  illustre  —  e  forse 
il  padre  suo  Giovanni  Battista  detto  il  Cerano  (1557-1633)  — 
sia  stato  il  creatore,  o  l'imitatore  felice  di  una  tela  dello  stesso 
Daniele  (1620). 

Frate  Gerolamo  da  Premana,  che  chiuse  i  suoi  gioi'ni  in 
concetto  di  santità  nel  convento  delle  Grazie  a  Codogno  (28 
giugno  1628),  per  essere  un  modesto  laico  era  anche  buon 
pittore,  e  lo  citano  nel  Leggendario  francescano  il  Mazzara,  ed 
il  Martirologio  francescano,  e  Michele  Caffi  nella  sua  monografia 
Dell'arte  lodigiana.  Quest'ultimo,  però,  lo  dice  erroneamente 
appartenente  al  convento  di  S.  Giorgio,  che  non  era  di  zocco- 
lanti, bensì  di  serviti.  Di  lui  rimangono  le  tele  della  «  Vergine 
e  del  divino  assisiate  »  e  quella  —  presso  che  consunta  —  di 
«  san  Pietro  d'Alcantara  ». 

Trasportata,  dalla  soppressa  chiesa  milanese  di  Brera,  alla 
maggiore  di  Casalpusterlengo,  per  cura  del  citato  abate  Cesaris, 
tuttora  si  osserva  la  meravigliosa  tavola  rappresentante  la  prima 
comunione  amministrata  da  Carlo  Borromeo  al  giovinetto  Luigi 
Gonzaga.  La  dipinse  con  grande  studio  e  lungo  amore  il  cele- 
brato cavaliere  Francesco  Cairo  da  Varese  (i  598-1 674),  uno 
tra  i  più  fedeli  seguaci  ed  imitatori  del  suo  maestro  Morazzone, 
onde  poi  s'emancipò,  seguendo  i  migliori  esemplari  dell'arte 
in  Roma  e  in  Venezia,  e  traendone  effetti  grandiosi  e  per  A^a- 
stità  di  disegno  e  per  gentilezza  di  forme  e  per  grazia  ed  ef- 
ficacia sorprendente  di  colorito. 

Il  Seicento  colle  sue  stranezze  incumbeva  vieppiù,  quando  pare 
capitasse  fra  noi,  da  Cremona,  Luigi  Miradoro,  notissimo  sotto 
il  nome  di  Genovesino,  dalla  sua  patria.  Lasciò  alla  chiesa  delle 
Grazie  una  bizzarra  dipintura  a  fiori  ed  a  putti,  ma  così  disposti 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  IL  53 


386 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


che  le  parti  di  ciascun  putto,  riunite,  ne  formino  uno  solo, 
tanto  è  variata  e  complessiva  l'armonia  dei  singoli  nudi  (1652). 
La  graziosa  figurazione  —  ridotta  a  nicchia  di  un  ligneo  santo  — 
ha  un  che  di  caracciesco  che,  pur  non  essendo  sempre  nè  stu- 
diato nè  eletto,  rivela  grande  franchezza  nel  maneggio  del  co- 
lore e  nella  concordanza  degli  effetti. 

Sulla  volta  del  presbitero  di  S.  Rocco,  a  Casalpusterlengo,  di 
Giovanni  Giacomo  Barbello,  cremasco  (....-1656),  facevano 
bella  mostra  di  sè,  nel  pieno  splendore  dell'ardito  disegno  e 
delle  calde  tinte  i  «  quattro  profeti  maggiori  » ,  la  «  Visitazione 
di  Maria  » ,  la  sua  «  Incoronazione  »  e  la  «  Nascita'  del  Reden- 
tore ».  Ora  sono  sminuite  per  l'insulto  di  oltre  due  centurie 
d'anni,  ma  anche  quello  che  resta  di  esse  è  prova  della  bontà 
della  scuola,  nobile  per  la  sua  origine  da  Polidoro  di  Caravaggio. 

A  mano  a  mano,  e  malgrado  il  tentativo  di  un  nuovo  im- 
pulso artistico  di  Ercole  Procaccino  iuniore,  le  cose  dell'arte 
discendevano  rapide  al  loro  perigeo.  Dopo  i  Nuvoloni,  i  Cairo 
e  contemporanei,  la  virtù  dell' academia  —  come  centro  e  fuoco 
dello  sviluppo  pittorico  in  Lombardia  —  venne  scemando.  Af- 
fievolito, non  ostante  l'opera  di  Antonio  Busca,  il  metodo 
didattico;  scomparsi  i  Mecenati;  la  speculazione,  affrettata  e 
dozzinale,  pel  lucro  impulsivo  faceva  precipitare  ai  giovani  i 
lavori  commessi,  e  li  sospingeva  alla  vita  errabonda  correndo 
dietro,  più  che  a  nobili  chimere,  alla  sportula  promessa.  Questo 
importò  un  generale  ripiegamento  delle  forze  creatrici  ed  una 
desolante  uniformità  che  tradiva  il  fare  per  fare,  trascurando 
la  bellezza  delle  proporzioni,  la  vivacità  nei  visi  e  le  Veneri 
graziose  della  tavolozza.  Tutto  languiva,  e  tralignava  misera  e 
scarna  perfino  la  imitazione  dei  vecchi  modelli.  Molti  travolse 
il  naufragio,  eppure  taluno,  escito  dalla  scuola  milanese  del 
Procaccino  iuniore,  potè  afferrare  la  sponda.  Fra  questi  fu  Carlo 
Vimercati  (1660-17 15),  il  quale  erasi  fatta  la  mano  sulle  opere 
di  Daniele  Crespi  nella  certosa  di  Pavia.  Costui  —  a  detta  del- 
l'erudito  Lanzi  —  «  non  espose  in  Milano  alla  vista  publica  se 
non  poche  cose;  più  dipinse  in  Codogno,  e  nella  sua  miglior 
maniera,  e  in  una  diversa  che  riuscì  molto  inferiore  ».  Citiamo 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


di  lui  la  «Visitazione»  nell' omonima  chiesa,  con  grande  sa- 
pore di  pennello  crespiano;  i  quadri  alle  Grazie,  appesi  in 
cornu  epistolcB  citati  dal  Goldaniga,  ed  i  «  miracoli  di  sant'An- 
tonio da  Padova  ». 

Nel  tempio  della  Vergine  di  Caravaggio  si  impongono  i  due 
quadri  delle  cappelle  laterali,  «  l' arcangelo  Michele  »  e  il  «  san 
Giuseppe  » ,  fatture  tra  le  migliori  del  cavaliere  Giovanni  Angelo 
Borroni  da  Cremona  (1684-1772),  escito  dallo  studio  di  Bo- 
logna e  distinto  allievo  del  da  Longe.  Merito  squisito  del 
«  principe  degli  angeli  »  ritratto  dal  Borroni  è  la  perfetta  in- 
tonazione, malgrado  il  tematico  contrasto  tra  il  cherubino  e 
Lucifero  da  lui  abbattuto;  intonazione  che  esorbita  dalla  cor- 
nice, perchè  in  quella  chiara  e  bella  chiesa,  a  pitture  architet- 
turali, si  risente  tutta  la  potenza  del  quadro  come  una  nota 
saliente  e  dominante  senza  essere  stridente.  Migliore  ci  è  parsa 
l'impressione  del  «san  Michele»  che  dell'altro  quadro,  nel 
quale  i  periti  potranno  rinvenire  meglio  di  noi  quelle  lievi 
mende  che  al  Borroni  vengono  rimproverate  dalla  critica  classica. 

Delle  opere  eseguite  in  Codogno  —  e  specialmente  nella  chiesa 
della  Madonna  di  Caravaggio  —  da  Sebastiano  Galeotti  firentino 
(i676?-i746)  toccammo  nel  capo  XLIV.  Egli  non  lasciò  quadri 
fra  noi  ;  epperò  riescirebbe  fuori  di  luogo  un  qualsivoglia  esame 
critico  dell'opera  sua  di  figurista,  benché  quel  bizzarro  colori- 
tore e  disegnatore  sia  notevole  per  la  sua  evoluzione  dalla 
scuola  accentuatamente  coloristica  del  Ghilardini  e  di  del  Sole, 
a  quella  tenera,  dolce  e  ornamentale,  che  informò  l'arte  nella 
seconda  metà  del  Settecento.  A  Codogno  —  forse  durante  il  suo 
continuo  andirivieni  tra  Piacenza  e  Cremona  —  la  sua  maestria 
prodigò  studi  di  tinte  tenui  e  sfumate  nella  pittura  architetto- 
nica della  chiesa  detta  di  Caravaggio,  studi  per  vero  ammira- 
tissimi,  ma  che  —  per  quanto  citati  dai  trattatisti  d'arte  —  non 
lasciarono  vigorosa  impronta,  come  che  egli  appartenesse  a 
quelle  squadre  di  artisti  peripatetici  i  quali  —  girando  di  paese 
in  paese  —  imitavano  ciò  che  in  altre  discipline  fecero  i  me- 
nestrelli dell'età  di  mezzo,  distribuendo  qua  e  là  sempre  gli 
^  stessi  motivi,  mal  sopportando  loro  pigra  inerzia  lo  studio  e 
la  fatica  per  nuove  concettualità. 


388 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Il  varesino  cavaliere  Pietro  Antonio  Magatti  —  del  quale  sono 
numerose  fra  noi  le  opere  —  va  ricordato  fra  i  reputati  artefici 
del  suo  tempo,  specialmente  pei  suoi  freschi.  Quello  della  cap- 
pella mortuaria  dell'antico  cimitero  di  piazza  Morta  è  opera 
sua,  come  lo  devono  essere  quelli  della  «  Via  Crucis  »  alle 
Grazie,  sue  composizioni  giovanili  (1725),  e  il  «  san  Pellegrino 
Laziosi  »  di  S.  Giorgio.  Tra  i  quadri  facciamo  menzione  di  tre 
leggiadre  figurazioni  bibliche,  di  sapore  veneto:  «Rebecca», 
«  Agar  »  e  «  Rachele  » ,  ora  esistenti  nello  studio  notarile  del 
dottor  Angelo  Belloni,  patriota  antico  ed  appassionato  cultore 
delle  estetiche  memorie  del  luogo. 

Altro  randagio  della  tavolozza  fu  Sebastiano  Ricci  di  Civi- 
dale  di  Belluno  (i 660-1 734),  fattosi  sul  Tiziano  e  sul  Ve- 
ronese ;  e  del  suo  ingegno  facile  e  spiritoso  sta  testimone 
il  bel  quadro,  di  grandi  proporzioni,  dell' «  arca  santa»  nella 
chiesa  di  Somaglia  (1729).  La  storia  di  questa  vasta  tela  e  di 
quella  del  Trevisani  —  di  cui  diremo  successivamente  —  è  sin- 
golare. Le  due  pitture  erano,  in  origine,  collocate  nella  chiesa 
dei  SS.  Cosma  e  Damiano  alla  Giudecca  di  Venezia,  d'onde 
Napoleone  le  fece  trasferire  a  Parigi  (1808),  e  da  Parigi  a  Brera 
in  Milano.  Quivi  il  conte  Giovanni  Luca  Gavazzo  le  acquistò 
per  ornarne  i  lati  dell'aitar  maggiore  del  tempio  di  Somaglia, 
di  recente  costrutto  dal  Galieri. 

Del  Ricci  è  notevole  la  bellezza  delle  figure,  i  loro  atteg- 
giamenti, naturali,  pronti  e  svariati,  e  l'insieme  condotto  con 
verità  e  buon  senso.  Una  certa  misura  presiede  all'uso  del 
tratto,  e  le  figure  —  nobili  e  graziose  ed  arieggianti  la  maniera 
di  Paolo  Veronese  —  spiccano  precise  ed  evidenti  dai  fondi, 
così  che  meritamente  questo  lavoro  è  considerato  tra  le  cose 
migliori  del  pittore  cividalese. 

Angelo  Trevisani  —  veneto  di  patria  e  di'  scuola  continua- 
tore del  Canaletto  —  dipinse  la  «  cacciata  dei  mercatanti  dal 
tempio  » ,  tela  pur  essa  colossale  ed  in  cui  si  rilevano  tutti  i 
pregi  e  i  difetti  dell'ultimo  periodo  della  scuola  veneziana,, 
specialmente  nella  rafiazzonatura  scenografica,  e  secondo  la  Ve- 
nezia contemporanea,  dei  personaggi  e  dell' «  ambiente  »  anti- 
chissimo.  Un  ben   riescito  gioco   di  ombre  e  di  tinte  rialza 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


l'effetto  generale,  e  le  fisionomie  sono  movimentate  da  reali 
passioni;  nulla  di  oscuro,  nulla  di  confuso. 

Frate  Goldaniga,  nel  suo  claustrale  ottimismo,  cita  una  vera 
legione  di  dipintori  di  passata;  di  quelli  che  —  deposto  il  far- 
delletto  alla  soglia  del  cenobio  —  scambiavano,  colla  sportula 
del  cibo  e  del  modesto  compenso,  una  improvvisazione  del  loro 
pennello.  Molti  nomi  di  costoro  fa  il  minorità,  fra  i  quali  i  di- 
scepoli dei  Bibiena  Galli  (1760  circa),  Giacomo  Guerrini  ch'ebbe 
studio  a  Cremona  (1745  circa),  Arvieri  di  Bologna,  Giovanni 
Ferrini  (1728),  Tommaso  Bellotti,  e  un  Formentini  e  un  Pietra 
milanesi ,  Giovanni  Battista  Ronchelli ,  scolaro  del  Magatti 
{1776).  A  questo  aggiunge  i  nomi  di  non  pochi  corregionali, 
quali  Gasparo  del  Buffalo  (....-1790)  salito  all' onor  dei  beati, 
Pezzone  da  Casalpusterlengo,  Zanni  di  Pizzighettone,  Mariani 
di  Sant'Angelo,  il  giovane  Carlo  Milani  di  San  Fiorano  (1771), 
i  quali  specialmente  lavorarono  nel  convento  del  Goldaniga  e 
in  altre  chiese. 

Il  Goldaniga  stesso  ricorda  una  passata  di  scolari  dei  famosi 
Bibiena  bolognesi,  quali  dipintori  in  architettura  e  in  bo- 
schereccia degli  sfondi  nel  giardino  di  Giuseppe  Folli  (1770). 
Alcuni  di  essi  condussero  pure  i  freschi  della  cappella  dei 
SS.  Giovanni  Battista  e  Antonio  padovano,  nell'oratorio  dei 
Morti. 

Va  rammentata  la  pinacoteca  della  splendida  residenza  dei 
■d'Angrogna  Pallavicino,  a  San  Fiorano.  Della  galleria  terrena 
sono  notevoli  :  «  san  Carlo  penitente  »  di  Daniele  Crespi  ;  la 
«caduta  di  san  Paolo»  di  Giulio  Romano;  una  «  pitocchina  » 
del  Sebastianone  ;  «Sisara»  del  Morazzone;  la  «  sacra  famiglia  » 
di  Gaudenzio  Ferrari  ;  una  tela  fiamminga  della  «  cena  in 
Emaus  »  ;  la  «strage  degli  innocenti»  di  Matteo  da  Siena; 
«  quattro  fanciulli  »  —  forse  della  casata  trivultina  —  nell'an- 
tico abbigliamento  lombardo;  alcune  «battaglie»  del  Borgognone, 
ed  una  «  deposizione  dalla  Croce  »  di  ignoto.  Tra  i  moderni 
la  «scena  dell'inquisizione»  di  Carlo  Belgioioso,  senatore  e 
nepote  di  Giorgio  Guido  Pallavicino. 


390 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


A  questa  collezione  insigne  recentemente  si  aggiunsero  altre 
pregiatissime  opere,  quivi  trasferite  dalla  residenza  di  Torina 
dal  marchese  Giorgio  d'Angrogna  Pallavicino. 

In  essa  sono  tavole  di  speciale  valore  e  basti  il  registrarne 
l'autore  per  determinarne  la  preziosità:  tre  appartengono  a 
Leonardo  da  Vinci,  una  delle  quali  «Cecilia  Galleani  » ,  la  ce- 
lebre amica  di  Ludovico  il  moro;  un'altra  è  una  figura  di 
giovane  nobile;  la  terza  un  vegliardo  dal  purpureo  lucco;  tutte 
e  tre  in  dimensione  di  busto.  Tiziano  l'eccelso  vi  sfolgoreggia 
col  suo  superbo  ritratto  di  Francesco  II  Sforza,  cui  simmetri- 
camente risponde,  non  segnato  dal  nome  dell'autore,  quello  di 
Luchino  Visconte.  E  fra  gli  altri  è  pure  perspicua  l'effigie 
della  illustre  Sofonisba  Anguissola,  pittrice  cremonese,  opera 
della  sorella  sua.  , 

Compiamo  questa  rassegna  con  un  cenno  ad  Angelo  Pietra- 
santa,  doveroso  cenno  sebbene  sfugga  per  ragione  di  tempo 
all' àmbito  prefissato  al  compito  nostro. 

Da  Luigi  e  Margherita  Gelmini  egli  nasceva  a  Codogno  (13 
ottobre  1834).  Da  fanciullo  lo  distinse  quella  precocia  che  nei 

pittori  è  propria  dei  tempi  nostri,, 
come  dei  trascorsi.  Bassano  Tonani 
—  un  umile  maestro  della  matita  — 
gliene  impartì  i  rudimenti  primi 
(1849).  Dopo  due  anni  di  istruzione 
felice,  Brera  gli  fu  aperta,  e  da  al- 
lora la  sua  natura  artistica,  intel- 
lettuale e  delicata,  sbocciò  e  fiorì 
gagliarda  non  già  solo  come  una 
promessa,  ma  come  una  guarentigia 
infallibile  di  magnifico  risultato.  Il 
Angelo  Pietrasanta.       sorriso  della  speranza  sparve  d' un 

tratto  dal  suo  volto  gentile,  quasi 
in  estasi  permanente  nella  contemplazione  dell'arte;  e  fu  quando- 
l'età  stava  per  obbligarlo  a  deporre  il  pennello  pel  fucile.  D'un 
anno  ancora  dovettero  prolungarsi  le  sue  ansie,  perocché  la 
gracile  figura  ne  aveva  rinviato  la  chiamata.  Se  non  che  l'arte 
venne  in  soccorso  del  suo  prediletto.  Allora  appunto  agli  allievi. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA  39! 


di  Brera  venne  bandito  un  concorso  a  premio,  a  subbietto  fisso  : 
il  «  miracolo  dei  pani  e  dei  pesci  »  ;  al  vincitore  sarebbe  toccata 
la  esenzione  dal  servizio  militare.  Vinse,  e,  libero  della  sua  vita, 
seguì  coi  propri  studi  la  sua  stella,  vieppiù  rutilante  quando, 
l'anno  dopo  —  novissimo  e  non  mai  più  ripetuto  esempio  nei 
fasti  braidensi  —  strappò  con  cinque  lavori  ben  cinque  medaglie, 
due  d'oro  e  tre  d'argento,  accaparrandosi  insieme  il  pensionato 
artistico  che  gli  spalancò  i  luminosi  orizzonti  di  Venezia,  di 


Fresco  di  Angelo  Fietrasanta  nel  cimitero  di  Codogno. 


Firenze  e  di  Roma,  dove  —  al  cospetto  di  tutto  il  gloriosis- 
simo passato  artistico  della  patria  —  potè,  eminenza  per  emi- 
nenza, elevarsi  nella  ciclopica  scalea  della  pittura  nostrale. 

Da  quel  tempo  egli  appartenne  tutto  alla  sua  fama;  nè  è 
necessario  raccogliere  i  minuzzoli  della  cronaca  e  della  stati- 
stica, passaggi  che  poco  o  punto  hanno  a  che  fare  colla  «  per- 
sonalità »  dell'artista.  A  lui  premi  ed  onori  infiniti,  amicizia 
di  grandi,  visite  illustri,  incarichi  seducenti  e  lucrosi.  Da 
Francesco  Hayez  —  il  grande  romantico  della  pittura  moderna 
e  maestro  suo  amorosissimo  —  ritrasse  Angelo  Fietrasanta  il 
buon  fondamento,  la  correttezza  del  disegno,  il  garbo  fasci- 
nante, la  «vita»  della  figura  rievocata;  dovunque  il  suo  ver- 
satile ingegno  si  adoperò,  sostituì  alla  vieta  convenzione  d'altri 


392 


eODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


giorni  la  naturalezza  vitale;  e  tanto  più  questi  pregi  spiccano 
in  lui,  in  quanto  che  le  sue  creazioni  volsero  più  al  genere 
storico  nelle  sue  diverse  manifestazioni  :  o  fossero  le  dolci  ame- 
nità degli  studiosi  accorrenti  agli  Orti  del  Ruccelli,  o  le  feroci 
cupezze  delle  edi  borgiane,  o  le  grandiosità  tribunizie  risusci- 
tate per  un  dì  da  Nicola  di  Rienzo,  o  la  austera  fronte  di 
padre  Dante  che  gitta  su  Firenze  il  suo  torbido  sguardo,  o 
r  erma  pensosa  di  frate  Savonarola.  Firenze  ha  suppellettile  di 
cose  sue;  ne  ha  in  maggior  copia  Milano,  dove  —  oltre  i  quadri 
di  Brera  e  quelli  acquistati  dal  re  e  da  privati  —  sono  popolari 
i  freschi  dell'  «  Europa  »  e  della  «  Scienza  »  nella  galleria  Vit- 
torio Emanuele.  Lodi  ricercò  la  mano  di  lui  per  restaurare  e 
compire  le  magnificenze  dell'  Incoronata.  Codogno  suo  va  altero 
di  molti  lavori  di  lui,  tolto  bruscamente  ai  vivi,  appena  sor- 
passato l'ottavo  suo  lustro  (3  giugno  1876). 

Passato  da  Gera  nativa  alla  educazione  dei  gesuiti,  in  Cre- 
mona, un  Uggeri  (1773-1857),  poco  o  punto  profittando  nelle 
lettere,  ma  invece  portato  alla  meccanica,  predilesse  l'icono- 
grafia, la  geometria  e  la  decorazione;  poi  in  Milano  seguì  in 
prospettica  ed  in  architettura  le  lezioni  dell' Albertolli  e  del 
Bianconi, 

Rapidamente  progredì;  riesci  vittorioso  in  publici  concorsi, 
ed  architettò  il  primo  teatro  di  Codogno.  Gian  Rinaldo  Carli, 
suo  protettore,  lo  mandò  a  Roma;  egli  vi  studiò  le  antichità, 
ed  in  collaborazione  al  Fea  diè  in  luce  e  dedicò  a  Pio  VI 
pontefice  un  lavoro  Stci  circhi  del  Bianconi  (1789).  Sono  pur 
sue  le  Giornate  pittoriche  de^li  edijìzii  antichi  di  Roma  e  suoi 
dintorni;  trenta  ponderosi  volumi  storici  illustrati  da  seicento 
incisioni  e  da  trecento  vedute  monumentali  (i 800-1 825).  Accla- 
mata nella  academia  d'archeologia  romana,  fu  la  sua  disser- 
tazione Sulla  sovrapposizione  degli  ordini  neW  architettura  civile, 
cui  stampò  (1824);  rileggendola  publicamente  con  aggiunte 
undici  anni  dopo.  Pure  allora  diè  fuori  la  Illustrazione  della 
basilica  Ulpia,  ricca  di  quarantacinque  disegni  e  di  elette  no- 
tizie (1835).' 

Buona  parte  della  stampa  europea  e  degli  artisti  più  noti  a 
lui  contemporanei  ne  dissero  in  coro  le  lodi,  le  academie  an- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


393 


darono  a  gara  per  iscriverlo  nel  proprio  grembo,  e  l'unani- 
mità degli  elogi  ne  salutò  la  morte. 

Ed  ora  —  chiudendo  l'artistica  evocazione  e  contemplando 
il  non  lieto  presente  —  non  ci  riesce  difenderci  da  un  senti- 
mento di  indignazione  per  chi  prestasi  a  guastare,  chiamando 
complice  anche  la  legalità,  quello  di  buono  e  di  grande  che 
tuttavia  ci  rimane.  Se  questa  piaga  offende  gli  animi  lungo 
tutta  la  penisola,  geme  sangue  fra  noi  forse  più  che  altrove, 
e  le  nostre  pagine  —  soffulte,  se  non  da  altro,  dalla  bramosia 
dell'affetto  al  luogo  natio  —  ne  danno  la  prova. 

Dove  sono  le  antiche  glorie  del  claustro  gerolamino  del- 
l'Ospitaletto  ?  dove  quelle  per  cui  profusero  tesori  i  serviti  di 
Cavacurta?  dove  i  celebri  cimeli  della  biblioteca  abaziale  di 
Santo  Stefano  al  Corno,  rimpianti  dallo  spirituale  Mabillon? 

L'alluvione  brutale  dei  barbari  modernissimi  non  ebbe  limite 
nel  cancellare  le  traccie  terriere  dell'arte.  La  parochiale  di 
Codogno  vide  intonacati  i  bei  freschi  che  soltanto  il  buon 
senso  del  compianto  preposto  Serrati  ridiede  alla  luce,  allor  che 
nei  restauri  della  chiesa  si  manifestarono  sotto  il  martello  scro- 
statore  (1879).  Lorenzo  Monti  chiama  «  deplorabile  »  la  so- 
pressione  della  chiesa  di  S.  Rocco  a  Castelnuovo,  dove  —  per 
alloggiarvi  i  condannati  dall'ergastolo  di  Pizzighettone,  adetti 
allo  scavo  della  ghiaia  abduana  (1790).  si  mandarono  a  male 
le  rifulgenti  frescature  di  Giulio  Campi,  «  profeti  »  ,  «  patriarchi  » 
disseminati  nelle  volte  e  nel  presbitero,  la  «  Crucifissione  » ,  la 
«  divisione  delle  vestimenta  di  Gesù  »  e  via  via.  Ha  visto 
l'epoca  nostra  distrutti  dalla  plebaglia  i  freschi  delle  Grazie, 
condotti  dal  Magatti,  e  quelli  congeneri  del  piccolo  mortorio  di 
San  Fiorano;  e  tagliuzzate  mirabili  tele,  come  quella  attribuita 
al  valoroso  Callisto  nella  prima  cappella  a  destra  della  chiesa 
dell' Ospitaletto  ;  altre  empiastrate  da  pretesi  restauratori,  la  cui 
inscienza  toglie  l' impronta  dell'  antica  bellezza  ;  altre  ancora 
—  ed  è  il  male  minore  —  confinati  in  angiporti  oscuri  fra  i 
bric-a-brac,  preda  dei  rosicchianti. 

Visitando  il  cenobio  principesco  di  Cavacurta  —  mirabile  col- 
^  lezione  di  biblici  subbietti  frescati,  con  estro  signorilmente 
giocondo,  alla  tiepolesca  —  abbiam  sentita  una  stretta  al  cuore  ; 


394 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ci  siam  chiesti  quale  sia  l'uficio  delle  commissioni  conservatrici 
dei  monumenti.  Il  sacrestano  cuoce  la  polenta  sotto  uno  splen-^ 
dido  dipinto  —  ormai  affumicato  totalmente  —  raffigurante  la 
«costruzione  dell'arca».  Dove  appoggia  le  proprie  tessere  la 
filatrice  della  casa?  ad  un  chiodo,  profanatore  di  un  fresco 
eletto,  che  riproduce  la  «vigna  noetica».  All' Ospitaletto  le 
macchine  agrarie  si  accavallano  sotto  uno  snello  porticato  di 
sapor  bramantesco  che  va  in  isfacelo.  Non  parliamo  delle  de- 
molizioni, non  dei  restauri.  Del  Barattieri  più  nulla  ha  Codogno 
suo.  Il  castellare  di  Maccastorna  —  unico  «  monumento  na- 
zionale »  riconosciuto  uficialmente  nella  regione  —  si  agghinda, 
secondo  la  moderna  caricatura  architettonica,  di  persiane  verdi, 
e  nei  suoi  interni  l' imbianchino  scialba  di  tinta  immonda  una 
caminiera  intorno  a  cui  sedettero  forse  i  maestri  delle  ele- 
ganze e  le  dame  cortesi  della  piccola  corte  di  Cabrino.... 

Ma  qui  sostiamo.  Una  sbarra  da  noi  stessi  elevata  —  e  co- 
scientemente —  ci  vieta  di  proseguire  su  questa  via,  irta  e 
incresciosa.  Non  rinunciamo,  per  altro,  alla  tenue  speranza 
che  i  venturi  sappiano  far  argine  al  dilagare  di  tanta  iattura. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


395 


NOTE  AL  CAPO  LVIII. 

^  Giovanni  Battista  Villanova  -  DelV  istoria  della  città  di  Lodi. 
Francesco  Milizia  -  Dizionario  delle  belle  arti  del  disegno. 

^  È  opportuno  ricordare  al  proposito  che  nè  leggiera  nè  breve  fu  la 
questione  fra  la  congregazione  di  carità  di  Castione  e  V  ospitale  Maggiore 
di  Milano,  questo  impugnando  a  quella  l'esercizio  di  tutti  i  diritti  di  tu- 
tela per  la  miglior  conservazione  della  splendida  tavola;  dissidio  cui 
valse  a  dirimere  il  tribunale  civile  di  Lodi,  sentenziando  che  la  dimanda 
del  nosocomio  milanese  era  deficiente  in  diritto  ed  in  fatto  (1880^. 


CAPO  LIX. 


Le  lettere  umane  —  I  Novelli  —  I  Geniali  —  I  Fabbriarmonici  —  Alessandro 
Dragoni  —  Pier  Francesco  Passerino  —  Legisti  —  Bartolomeo  Luc- 
chini —  Scrittori  ascetici  —  Pergamisti  —  Massimiliano  Bignami  — 
Luigi  Bello  —  Angelo  Bignami  —  Pietro  Domenico  Brini  —  Pietro 
Asti  Magno  —  I  due  Gandolfi  —  Antonio  Zoncada  —  Storici  e  cro- 
nisti —  La  stampa  —  I  Bazacchi,  i  Balsami  e  i  Cairo  —  La  musica  — 
Franchino  Gaft'urio  —  Ambrogio  Minoia  —  Salvatore  Gandolfi  — 
Antonio  Caffi. 


ALLE  arti  rappresentative  è  logico  il  passo  all'espres- 
siva del  pensiero  scritto  ed  all'  esame  di  tutto  quanto 
rientra  nel  campo  sconfinato  delle  figurazioni  psi- 
chiche. Ci  par,  quindi,  consentaneo  a  giusta  ragione 
il  dire  subito  —  anche  precorrendo  ad  accenni  cronologici  che 
verranno  ordinatarnente  di  poi  —  di  un  corpo  letterario  e  scien- 
tifico- costituitosi  tra  noi  lungo  il  XVII  secolo,  e  che  ebbe 
buon  nome  e  non  minima  importanza:  l'academia  dei  Novelli 
o  dei  Nascenti. 

Riferendoci  a  quei  dì,  non  è  possibile  scindere  il  concetto  let- 
terario dal  elencato  —  nel  suo  significato  classico  —  e  così  è 
opportuna  l' affermazione  che  Codogno  mai  dovette  subire  le  sorti 
della  oscura  parochialità,  cui  il  grosso  latino  della  curazia  po- 
tesse bastare.  Qui  sacerdoti  di  ingegno  e  di  studio;  qui  nes- 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


397 


suna  commistione  con  una  rurale  plebania;  bensì  una  accolta 
di  eruditi  ministri  all'altare,  i  quali,  per  intima  incitazione  di 
spirito,  andavan  più  oltre  della  consueta  omelia  festiva  e  più 
in  là  degli  abituali  latinetti.  A  tale  che  nulla  parve  di  più  lo- 
gico e  naturale  che  proprio  un  sacerdote  —  Cesare  Berinzago  — 
fondasse,  sotto  il  predetto  titolo  di  Novelli  o  Nascenti,  un'aca- 
demia  di  dotti  in  Codogao,  evento  che  suggerisce  considera- 
zioni di  specie  diversa. 

Innanzi  tutto,  se  il  pio,  studioso  e  zelante  rettore  seppe  dar 
vita  al  novissimo  istituto,  dipese  essenzialmente  da  ciò,  che 
nel  borgo  a  sè  spiritualmente  subbietto  intravide  acconcio  e 
non  ingrato  campo  alla  esecuzione  del  geniale  disegno.  Evi- 
dentemente dal  luogo  spiravano  soffi  animatori  e  propizi.  Poi 
è  a  ricordare  che  se  l'academia  non  raccomandò  la  propria 
esistenza  storica  a  celebrità  indiscusse,  non  per  questo  essa 
tenne  meno  gloriosamente  il  suo  posto  di  fronte  alle  consimili 
delle  città  vicine.  Il  Seicento  premeva  colla  sua  denaturazione 
estetica,  nè  era  fattibile  che  i  Novelli  col  gusto  precorressero 
l'età  che  fu  loro;  comunque,  è  mestieri  insistere  sulla  modesta 
ma  efficace  eloquenza  del  fatto,  pel  quale  fra  noi  non  solo 
spuntò,  ma  gagliarda  e  duratura  permase  una  istituzione  esclu- 
sivaniente  poggiata  sulle  menti  raffinate  e  sulla  intellettuale 
educazione  dell'anima;  perocché  non  poteva  essere  in  terra 
analfabeta  che  —  senza  sforzo  veruno  —  da  un  giorno  all'altro, 
e  felicemente,  i  Novelli  assumessero  esistenza  viva  e  reale. 

Costituita  quasi  tutta  di  codognesi,  l'academia  vittoriosa- 
mente si  svolse.  Furon  noti,  lodati  ed  imitati  i  Novelli;  e 
—  pure  ammesso  l'evo  decadente,  in  cui  la  cortigianeria  spin- 
geva gli  encomi  fino  alla  adulazione  di  rigore  —  è  certo  che 
il  vecchio  sodalizio  percorse,  specie  sugli  inizi,  un  arco  saliente 
per  quanto  offijscato  più  tardi  dai  difetti  e  dal  grottesco  di  cui 
non  poterono  fatalmente  andare  scevre  tutte  le  congeneri  e  più 
famose  academie  del  secolo. 

Impresa  dell' academia  dei  Novelli  fu  un  tralcio  di  melo  co- 
togno, spoglio  di  fronde  e  frutti  ;  e  vegetò  il  ramoscello,  e  solo 


398 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


inaridì  allor  che  —  venuta  meno  la  potenza  trivultina  —  non 
più  l'umor  vitale  scese  per  le  aduste  rame. 

Uno  spirito  di  letizia  rallegrava  persino  i  nominativi  dei 
Novelli  :  il  fondatore  e  «  principe  »  Cesare  Belinzago  si  intitolò 
l'Avveduto,  Francesco  Moccini  l'Acceso,  Angelo  Cavana  il 
Trasformato,  Giulio  Cesare  Gimmi  il  Rinforzato,  Alessandro 
Dragoni  il  Ringiovanito  o  il  Risoluto,  Agostino  Baratieri  l'As- 
sentato o  rinvigorito,  Giuseppe  Tansino  il  Cupido,  Giovanni 
Battista  Belloni  l'Invaghito,  Bernardo  Belloni  il  Verdeggiante, 
Pompeo  Belloni  l'Emulo,  un  altro  Belloni  l'Allettato,  Cesare 
Lombardi  l'Unito,  Gerolamo  Bettinelli  l'Acerbo,  Paolo  Marti- 
nengo  l'Ardente  o  l'Insolito,  altri  due  Martinenghi  il  Germo- 
gliato, e  r  Eccitato,  Giulio  Antonio  Levi  l' Imperfetto,  Francesco 
Farina  il  Florido,  Cristoforo  Romani  l'Avvicinato,  ed  una 
academica,  Vittoria  Rugginenti,  la  Saggia  o  la  Cieca.  Nuge, 
in  apparenza,  ma  tali  da  far  convinti  che,  senza  predispo- 
sizioni o  meriti  speciali,  non  al  primo  venuto  era  dato  poter 
consiedere  in  quell'esedra,  per  cui  raggiungere  occorrevano  in 
gara  e  prove  di  studi  compiuti  e  d' abile  alacrità  ;  le  quali  nella 
plaga  diffondevano  calore  e  luce,  ed  anche  nelle  altre  regioni 
italiche,  in  varia  disciplina  come  pel  Passerino,  pel  Barattieri, 
pel  Cremonesi,  e  per  Luca  Scalvini  storiografo  della  stirpe 
sabauda  nella  capitale  subalpina. 

.  .    .      *  . 

Se  non  nei  primordi,  certamente  in  appresso,  sede  dell' aca- 
demia  era  il  palazzo  Trivulzio,  coli' alleanza  delle  fiorite  aiuole 
e  delle  chiostre  ombrose  del  vasto  giardino.  La  scena  del  con- 
vegno dei  Novelli  s'annunziava  col  mormorio  di  voci  tripu- 
dianti,  col  fruscio  delle  seriche  vesti  e  col  tintinnare  degli 
sproni  e  delle  spade.  A  poco  a  poco  l'adunanza  si  anima; 
sopraggiungono  dame  in  busto  a  fiorami  ed  in  lunghi  paluda- 
menti di  colori  tenui;  e  scolastici  nerovestiti,  tronfi  od  arcigni, 
eminenze  ed  eccellenze  dalla  veste  purpurea  o  pavonazza,  aba- 
tucoli  gareggiatori  di  madrigali  ed  anelanti  all'alloro,  e  sospirosi 
estemporanei  ;  al  magnifico  patrizio  s' aggomita  l' umile  nego- 
-ziante  di  sete  e  di  formaggi.  Nè  solo  s'avvicendano  le  figure 
nel  quadro  attraente,  ma  anche  i  detti  in  prosa  e  in  verso 
trovanti  la  rima  che  loro  consegna  la  palma.  Si  levano  e  can- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


399 


tano  improvvisati  Pindari,  patetici  Teocriti,  elegiaci  TibuUi; 
belano  o  gemono  inni  od  epicedi,  e  se  non  è  ancora  il  bosco 
Parasio,  e  —  se  non  compare  tuttavia  il  vincastro  di  Titiro 
e  di  Melibeo  —  l'amore,  l'eterno  amore,  fa  le  spese,  suffra- 
gato dalla  pietà  del  credente  e  del  praticante,  allo  spettacolo 
intellettivo. 

Verranno  poi  i  giorni  trasformatori  dei  Novelli  in  arcadi, 
subendo  il  fato  universo  selettivo  ed  innovatore.  Tutto  si  parrà 
fredda  convenzione,  aridità  concettuale,  forzosa  metastesi  e  con- 
torsióne inelegante;  pioveranno  a  migliaia  e  migliaia  i  sonetti 
per  la  cucciola  donata,  per  l'emicrania  della  dama,  per  la  rot- 
tura del  ventaglio,  per  la  prima  messa  o  pel  velo  assunto,  triste 
retaggio  non  pur  anche  del  tutto  perento.  Eppure,  se  l'Arcadia 
uccise  l'academia,  e  se  a  sua  volta  il  secolo  nostro  soppresse 
la  prima,  vuol  giustizia  si  rilevi  che  pur  da  quegli  istituti  prisci 
dì  lettere  e  d'arte,  molti  ed  inestimabili  beni  provennero;  e 
l'influenza  che  ne  risultò  potè  dirsi,  e  realmente  fu,  benefica. 

Non  acciecati  da  inconsulte  iperboli  di  patria  affettività,  non 
vorremo  noi  esagerare  l' impressione  storica  ed  intellettuale  delle 
academie  paesane.  Sebbene  ci  rimangano  —  e  non  inonorati  — 
i  cimeli  attinenti  alla  fama  produttrice  dei  sodalizi  —  ed  il 
Quadrio  ^  faccia  onorevole  menzione  dei  sodalizi  academici  co- 
■dognesi  del  secolo  XVII  —  non  osiamo  intonare  peani  mirifici 
per  togliere- dall' oblio  i  deposti  nell'in-pace  del  tempo.  E  però 
—  a  disegno  compiuto  —  conviene  far  pure  ricordo  di  altre 
•due  academie  che  allora  ebbero  degna  nomea,  e  che  rispon- 
devano al  titolo  di  Fabbriarmonici  e  di  Geniali.  Di  entrambe 
difettano  note  precise;  Ja  prima  però  sembra  —  dal  nome  — 
che  anche,  ed  in  ispecie,  dedicasse  l'opera  propria  ad  attesta- 
zioni liriche,  e  la  seconda  non  fosse  che  una  propaggine  dei 
Novelli.  I  Fabbriarmonici  lasciarono  orme  estese  anche  fuori 
del  borgo,  e  il  Poggiali  ^  racconta  che  —  a  festeggiare  la  revoca 
d'interdetto  che  aveva  colpito  Parma  e  Piacenza,  e  per  rendere 
più  solenne  il  ritorno  dell'ordinario  piacentino  Scappi  —  furono 
invitati,  e  recaronsi  a  Piacenza,  i  nostri  Fabbriarmonici,  che 
per  sette  volte,  nella  gran  sala  del  Gotico,  foggiata  a  teatro, 
rappresentarono  la   propria   tragicomedia   in   musica  La  finta 


400 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


pazza,  poi  stampata  a  Codogno.  Lo  spettacolo  riesci  magnifico 
e  dispendioso,  così  che  l'ingresso  nella  sala  costava  sei  lire  e 
quindici  soldi  per  persona,  prezzo  elevatissimo  per  quei  tempi 
(maggio  1644). 

Fatta  parola  delle  academie,  e  passando  alla  rassegna  dei 
singoli  egregi  di  Codogno  e  della  regione  che,  nel  magistero 
del  pensiero  parlato  o  scritto  più  si  contraddistinsero,  repu- 
tiamo giovevole  alla  chiarezza  proseguirne  cronologicamente 
l'elenco,  lumeggiandolo  concisamente  con  qualche  dato  bio- 
grafico. 

Alessandro  Dragoni  (1532-16 10)  —  di  lignaggio  venuto  ab 
immemorabili  da  Gonzaga  —  appartenne  alla  innumerevole  coorte 
dei  petrarcheschi,  e  nella  imitazione  del  canonico  d'Arquà  so- 
stituì alla  bionda  Laura  una  Silvia.  Il  canzoniere  che  fu  sua 
opera  apparve  postumo  in  publico,  per  cura  di  Vittoria  Rug- 
ginenti, la  Saggia  coacademica  sua  fra  i  Novelli.  Fu  ella  che 
publicò  le  Rime  del  signor  Alessandro  Dragoni,  dottore  di  leggi, 
nelV  academia  dei  Novelli  di  Codogno  il  Ringiovanito,  e  la  dedica 
dell'opera  fu  alla  signora  di  Codogno,  Caterina  Gonzaga  Tri- 
vulzio  (161 1). 

Splendore  di  sapienza  e  di  scienza  fu  Pietro  Francesco  Pas- 
serino, di  Stefano  e  Paola  Asti  (16 12-1680).  Escito  dall'anti- 
chissima progenie  mantovana  dei  Bonacolsi  —  il  cui  capo  Rinaldo 
per  r  agilità  delle  membra  s' ebbe  il  nome  antonomastico  di  Pas- 
serino ^  —  venuta  a  noi  per  isfuggire  alle  turbolenze  dei  Gon- 
zaga, emuli  ai  Bonacolsi  in  patria  (1328),  come  accennammo 
al  capo  XXIII  —  Pietro  Francesco  seguì  la  istruzione  prima 
in  Codogno,  poi  le  umane  lettere  in  Cremona,  ed  a  Milano 
nella  Braidense,  progredendo  pei  corsi  filosofici  e  teologali  sotto 
la  scorta  dei  professori  loioliti  Enrico  Giorgio  di  Pavia  e  Gio- 
vanni Luigi  Gonfalonieri  di  Milano.  Addottoratosi  in  ambo  le 
leggi,  fu  da  Urbano  Vili,  pontefice,  nominato  protonotario 
apostolico;  rimpatriato,  da  Codogno  acconsentì  al  trasferimento 
in  Piacenza,  là  invitato  dal  vescovo  Pisani  (1642).  Forte  in 
ecclesiastiche  discipline  e  nelle  divine  istituzioni,  rapido  fu 
assurto  agli  onori  primi.  Lo  ricevette  il  collegio  dei  teologi; 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


401 


fu  eletto  rettore  di  S.  Protaso,  esaminatore  sinodale  (1648)  e 
consultore  del  santo  uficio.  Il  meditabondo  duca  Ranunzio  II, 
lo  volle  lettore  publico  di  teologia  morale  nell'  «  alma  »  facoltà 
piacentina  (1652),  e  poi  di  Parma.  Più  tardi  fu 
elevato  ad  alto  uficio  civile,  e  da  consigliere  du- 
cale salì  a  presidente  del  consiglio  stesso  (1670). 
Nobilitato  dal  principe  riconoscente  col  titolo  e 
coir  investitura  comitali  di  Bilegno,  in  vai  Tidone, 
estese  per  tutta  la  provincia  piacentina  la  pro- 
pria giusdicenza  territoriale.  Venne  solennemente 
aggregato  al  magnifico  collegio  dei  dottori  e 
giudici  (1667)  e  a  quello  dei  fisici,  quale  arthun 
doctor  (1672).  Opere  sue  furono:  De  Cotonei  pestilentia,  De  usu 
et  abitsic,   De  polhitione  et  recoiiciliatione  ecclesìarum ,  Prosodia 

italiana,  De  absentia  juridica  prob ternata 
examinata,  Enciclopedia  viariana,  Sche- 
diasmata  achademica,  Anagramata  nu- 
merica, altre  opere  minori,  e  De  latina 
promziciatione ,  con  Jacopo  Vigeto,  let- 
terato lodigiano  (1580-1630).  L'uomo 
—  di  cui  tuttora  impersona  l' intellet- 
tuale ricordo  la  biblioteca  comunale 
piacentina  —  e  che  da  lui,  suo  fonda- 
tore, si  intitola  —  resta  nella  reverente 
ammirazione  dei  vivi  ;  ed  a  lui  ed  ai 
prodotti  del  suo  vigoroso  ingegno  re- 
sero ampio  e  profondo  tributo  nume- 
rosissimi  cultori   del   vero   e   del    bello,    quali   il   Pasculio,  il 


Pietro  Francesco 
Passerino  *. 


Chiusi,  il  Giulini,  l'Ug'helli,  il  Ventrilio, 


Lodi 


Molossi 


che  erroneamente  gli  dà  a  culla  la  vicina  Lodi. 

Un  padre  Teodoro  Finetti  (nato  circa  il  1560),  maestro  pro- 
vinciale servita  sul  Mantovano,  ed  un  frate  Innocenzo  Bignami, 
codognesi,  sono  menzionati  dal  Goldaniga  come  letterati  insigni. 

Sullo  scorcio  del  secolo  XVI  e  in  principio  del  XVII  fiori- 
rono pure:  un  padre  Pio  Rossi  di  Orio,  a  cura  del  quale  stam- 
paronsi  in  Como  i  commentarli  latini  alla  vita  di  san  Gerolamo; 
frate  Lelio  Marino  di  Maleo,  teologo  ed  abate  generale  cele- 
Codogno  e  il  suo  territorio,  ecc.  —  //.  S4 


402 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Stino  dell'ordine  di  san  Benedetto,  di  cui  si  apprezza  la  storia 
di  Pietro  Morone,  poi  papa  Celestino  V;  Gerolamo  Faballo 
da  Castione,  menzionato  dall' Arisi  ^,  trasferitosi  in  Cremona, 
poi  titolare  della  collegiata  di  S.  Lorenzo  in  Monticelli  d' On- 
gina,  letterato  egregio.- 

Giuseppe  Goldaniga  (1632-1691),  di  antica  famiglia  codo- 
gnese,  dettò  leggi  nell'  ateneo  pavese  e  poi  nel  parmense.  Diede 
in  luce  non  poche  e  pregevoli  opere  giuridiche,  fra  cui  l'opu- 
scolo De  jiire  prcBcedentics  juristarum  professorum  super  profess. 
medicis  (1690).  Fu  egli  il  massimo  collaboratore,  per  lo  sfeuda- 
mento  di  Codogno,  del  giurisperito  Giuseppe  Maria  Folli,  ora- 
tore e  letterato  di  bella  fama,  come  narrammo  al  capo  XLVIL 

Fra  i  legisti  dobbiamo  pur  ricordare  l'avvocato  Zeffirino 
Giovanni  Battista  Grecchi  di  Codogno,  editore  a  Venezia  d'una 
sua  opera  legale  lodatissima  (1790);  e  l'onorando  Carlo  An- 
tonio Pedroli  di  Casalpusterlengo,  primo  presidente  della  corte 
di  cassazione  del  regno  italico,  caro  a  Napoleone  —  che  l' inca- 
ricò di  tradurre  in  lingua  italiana  il  codice  france"^' —  e  tito- 
lato comitalmente  ad  personam. 

Il  prefato  academico  Novello  Giovanni  Battista  Belloni  in- 
segnò publicamente  lettere  umane  e  ad  Orzinovi  fondò  una 
academia,  pur  detta  dei  Nascenti. 

Un  altro  Novello,  il  canonico  Bartolomeo  Lucchini  —  anche 
di  prisco  stipite  paesano  —  dedicava  a  donna  Anna  Orsina 
Visconte  la  sua  favola  tragicomica  poetica  Africa  liberata 
(1643),  ed  al  cardinale  Teodoro  Trivulzio  la  sua  «  rappresen- 
tazione spirituale  »  della  Penitenza  di  san  Bonifacio  (1648). 

Il  prete  Giacomo  Zembre,  di  San  Fiorano,  consacrava  un  suo 
Martirio  di  san  Fiorano,  tragedia  spirituale,  al  marchese  Giorgio 
Pallavicino  (1668). 

La  direttiva  regolatrice  del  procedere  nostro  non  ci  concede 
un  elenco  analitico  di  tutti  i  nomi  emersi  nella  trattazione  di 
argomenti  —  specialmente  chiesastici  —  attraverso  i  passati 
centenni.  Per  ciò  fare  ci  toccherebbe  soffermarci  ad  un'arida 
ed  infinita  serie  di  puri  e  semplici  nomi.  Il  perchè,  raggrup- 
pando  e  coacervando  i  più  degni  e  i  più  noti,  intendiamo 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


esaurire,  con  una  sinopsi,  il  quadro  di  tutte  codeste  figure.  Ad 
esempio,  i  competenti  ci  additano  come  valorosi  pergamisti  frate 
Santo  Ferrari;  un  Francesco  ed  un  Gian  Bernardino  Bianchi, 
questi  morto  nelle  missioni  al  Cairo  d' Egitto  ;  un  Salvatore 
Gobbi,  minore  riformato;  un  frate  Clemente  da  Casalpuster- 
lengo;  Fulvio  Fontana  gesuita,  missionario  apostolico,  che  de- 
dicò «  air  illustrissimo  consiglio  del  regio  borgo  di  CodOgno  »  il 
suo  Quaresimale  edito  in  Venezia  dal  Poletti  (171 1);  Giuseppe 
Defendi  da  Maleo  di  famiglia  oriunda  veneziana,  il  quale  ga- 
reggiò a  lungo  col  celebrato  Barbieri;  e  Francesco  Malocchi 
(1820-1885)  nato  a  Lodi,  ma  lunghi  anni  vissuto  a  Codogno, 
sua  patria  adottiva,  che  lo  elesse  primo  suo  rappresentante  al 
parlamento  nazionale  (1860).  Egli  fu  pure  dotto  fisico  e  mate- 
matico, ma'  nella  predicazione  sacra  eccelse  sì  che  i  principali 
pergami  di  Lombardia  se  lo  contendevano,  ed  a  S.  Fedele  a 
Milano,  uditolo  Alessandro  Manzoni,  a  lui  il  principe  degli 
scrittori  italiani  volle  spontaneamente  rendere  onore  di  visite 
e  di  omaggi. 

Tra  i  teologi  ci  ricordano  i  nomi  di  Niviani,  codognese, 
morto  in  Piacenza  (1675);  del  padre  Agostino  Premoli  da  Co- 
dogno (i 624-1 680),  che,  favente  il  cardinale  Mazzarino,  fondò 
in  Parigi  la  casa  dei  teatini,  detta  di  S.  Anna;  del  padre  Ago- 
stino Seghizzi,  altro  teatino,  che  eresse  in  Ispagna  scuole  di 
lettere  e  fu  confessore  reale;  d'un  servita  Vianini,  pure  codo- 
gnese, penitenziere  del  duca  di  Modena;  del  padre  Stanislao 
Bertolazzi,  provinciale  di  Lombardia,  e  di  Sebastiano  Galli,  arn- 
bedue  di  Casalpusterlengo  ;  d'un  Bernardo  Tansino  e  d'un  padre 
Salvatore  da  Codogno,  noto  per  la  sua  poderosa  apologia  dei 
predicatori  apostolici  (17 10);  di  Carlo  Belloni,  di  Codogno,  ve- 
scovo di  Carpi  (1794);  d'Antonio  Novasconi  da  Castione,  bene 
amato  vescovo  di  Cremona  e  senatore  del  regno  (1798-1867); 
e,  sopra  tutti,  di  Massimiliano  Bignami. 

Massimiliano  Bignami  nacque  (1520)  di  famiglia  nostrana 
antichissima,  i  cui  rami  Santi,  Bertoletti,  Zelli  e  Annibali  ci 
vennero  —  a  detta  della  tradizione  —  profughi  dall'antica  Lodi 
distrutta.  Alla  branca  Bertoletti  era  ascritto  Massimiliano,  che 
—  vestito  l'abito  francescano  fra  i  minori  conventuali  in  Crema  — 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


ili 

J 

vi  crebbe  maestro  valentissimo  in  scienza  teologica  e  per  ven- 
tisei anni  funse  maestro  inquisitore  del  santo  ufizio  in  Padova. 
Di  lui  e  delle  opere  sue  quale  definitore  serafico,  oratore  sacro, 
poeta  e  prosatore  eletto,  dissero  mirifiche  laudi 
e  lo  storico  cremasco  Fino  e  Filiberto  Villani. 
Durante  le  sessioni  del  tridentino  concilio  (1561) 
alta  e  profonda  echeggiò  per  sua  bocca  la  pa- 
rola collettiva  dell'ordine  minorità,  e  forse  mai 
come  in  quella  occasione  sulle  sue  labbra  arse 
il  purissimo  fuoco  di  carità  del  poverello  d'As- 
BiGNAMi.  gjgj_  Elevato  da  Sisto  V  a  vescovo  di  Chioggia 
(1585),  governò  quella  diocesi  per  diciassette  anni,  e  dopo  una 
operosissima  esistenza  scomparve  dal 
mondo,  in  sede,  lasciando  di  sè  desiderio 
vivo  ed  incancellabile  (10  marzo  1601). 
Ferdinando  Ughelli  —  nella  sua  Italia 
sacra  —  conclude  la  biografia  dell'  anti- 
stite chioggiotto  con  queste  parole  : 
«  Extare  ajunt  Cotonei  in  patria  sepiilr- 
chralem  inscriptionem ,  qiLam  sibi  vivens 
Maxiììiilianus  paraverat,  itt  aliquandiun 
defender  e  tur  ut  ibi  inortalem  susceperat 
vitam,  ibi  reqtdesceret  a  novissima  tuba 
excitandus  ad  gloriavi  »  ,  affermando  così 
che  r  insigne  prelato  ricordava  tanto  il 
luogo  natio  da  bramare  il  sepolcro,  colà  dove  aveva  spirato  la 
prima  aura  di  vita. 


Massimiliano  Bignami. 


Cultori  di  lettere  civili  che  eminerono  durante  il  secolo  XVIII 
furono  Luigi  Bellò  e  Angelo  Bignami,  e,  nel  nostro,  Pietro 
Domenico  Brini,  Pietro  Asti  Magno,  i  due  Gandolfi  e  Antonio 
Zoncada,  tutti  di  Codogno,  per  non  toccare  che  dei  precipui. 

La  famiglia  Bellò  —  qui  giunta  da  Cremona  ed  ivi  ritrasfe- 
ritasi, dopo  essersi  fatta  tra  noi  una  condizione  eletta  —  vide 
dal  suo  giureconsulto  Ferdinando  e  da  Antonia  Rinaldi  na- 
scere in  Codogno  l'illustre  Luigi  (1750-1824).  Alunno  della 
compagnia  di  Gesù  —  che  indarno  tentò  inscriverlo  tra  i  suoi 
professi  —  licenziato  dallo  studio  cremonese  e  successivamente 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


ad  esso  preposto  come  reggente  del  ginnasio,  a  soli  ventitre 
anni,  non  fu  alieno  dal  mescersi  ai  publici  avvenimenti  prodotti 
dalle  milizie  di  Francia  republicana,  invaditrice  di  Lombardia. 
Rimase  famosa  una  discorsa  che  egli  pronunciò  all'albero  della 
libertà,  in  piazza  S.  Agata,  inneggiante  ai  principi  novi,  alla 
coscienza  restituita  a'  suoi  diritti,  ed  incitante  la  gioventù  al 
giuramento  di  morire  per  essa.  Se  non 
che  parve  che  quel  suo  fuoco  fugace- 
mente ardesse,  o  che  almeno  —  al  ri- 
torno della  reazione  austro-russa,  colla 
scorta  imponente  di  macchine  tormen- 
tarle e  d'apparati  marziali  —  copiosa 
cenere  soffocasse  l'antica  brace;  tanto 
che  il  libero  ed  alato  inno  di  tre  anni 
prima  si  cangiasse  in  una  prudente 
laude  pel  felice  ristabilimento  dell'au- 
striaco governo  in  Lombardia,  pur 
esso  transitorio.  Non  lieto,  ma  comune  Luigi  Bello 

esempio  dei  più  chiari  ingegni  offerto 

in  quell'epoca,  nella  quale  il  domani  era  la  negazione  dell'oggi, 
e  il  dì  appresso  del  domani.  E  a  riconoscere,  però,  che  se  i 
meriti  di  Luigi  Bellò  più  particolarmente  rilevavano  il  valente 
poeta  latino,  più  che  l'italico  prosatore,  i  suoi  contemporanei 
noi  vollero  per  ciò  meno  contraddistinto  di  dignità  e  d'onori. 

Inchinandosi  al  forbito  autore  delle  memorie  sulla  vita  e 
sugli  scritti  dell'abate  Isidoro  Bianchi  e  su  quelli  dell'abate 
Cosimo  Galeazzo  Scotti,  lo  salutarono  anzi  tutto  segretario  mu- 
nicipale appena  costituita  la  Cisalpina,  poi  capo  sezione  in 
Cremona,  prefetto  del  ginnasio,  e  negli  ultimi  suoi  anni  cen- 
sore provinciale  e  direttore  dei  liceo.  Abate  di  sua  condizione, 
traevalo  il  sacerdotale  talento  a  letteratura  pietista  ed  antica; 
di  lui  leggonsi  tuttavia  con  intenso  diletto  non  pochi  versi  di 
Vincenzo  Monti  e  gli  inni  sacri  di  Alessandro  Manzoni  recati 
in  carmi  latini,  con  tale  venusta  e  classica  fedeltà  da  meritarsi 
fama  di  primo  poeta  latino  vivente,  e  così  che  lo  stesso  autore 
della  Basvilliana  publicamente  si  augurò  —  e  lo  afferma  il  co- 
scienzioso Robolotti  ^  —  di  potere  in  molti  passi  sostituire  al 
proprio   originale   la  versione  latina  del  Bellò,   nitida  stampa 


4o6 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


bodoniana  (1812);  altre  rime,  melodrammatiche  e  sul  gifsto  del 
vecchio  amatore  di  Teo,  ne  attestano  la  squisita  purezza  del 
magistrale  ingegno.  Nè  si  tenne  estraneo  alle  compiacenze  su- 
preme dell'epigrafista,  e  le  sue  iscrizioni  nel  reposorio  cremo- 
nese affermano  tuttodì  il  suo  valore  di  emulo  dei  Muzzi,  dei 
Borda  e  dei  Giordani.  Archeologo  appassionato,  accumulò  tesori 
d'arte  in  un  museo  di  antichità,  da  lui  decimàto  perchè  tratto 
dall'innata  pietà  a  soccorrere  gli  indigenti  durante  la  carestia 
del  rigorosissimo  inverno  del  18 17.  A  lui  sorse,  per  opera  dei 
professori  liceali,  un  monumento  nell'istituto,  dove  egli  aveva 
per  tanti  anni,  colle  memorie  del  passato,  nobilmente  insegnato 
il  presente  (1836). 

Angelo  Bignami  (i 754-1 821)  fu  uomo  di  scienza  e  di  lettere, 
cui  professò  da  prima  nel  nostro  ginnasio,  indi,  trasmigrando, 
alle  più  alte  sedi  scientifiche  di  Bologna  e  di  Padova.  Accla- 
mato presidente  della  colonia  cremonese  degli  arcadi  —  il  cui 
bosco  Parasio  sorgeva  dal  172 1  nel  giardino  del  palazzo  ve- 
scovile —  lasciò  la  turrita  città  per  assumere  il  rettorato  del 
liceo  e  la  prefettura  del  collegio  barnabitico  di  S.  Alessandro 
in  Milano.  Ed  a  Milano  ed  a  Codogno,  non  dimentico  del  suo 
cittadino  illustre,  perdurò  la  bella  nomea  ;  ed  un  vivo  rimpianto 
lo  accompagnò  nella  quiete  del  sepolcro. 

Pietro  Domenico  Brini  (i 749-1 823),  di  Giovanni  Francesco, 
originario  bergamasco,  e  di  Girolama  Garini,  sorella  del  reve- 
rendo medico  Garini  —  da  noi  precedentemente  ricordato  — 
superate  le  scuole  terranee,  fu  a  quelle  di  Monza,  poi  a  Roma, 
dove,  col  lauro  dottorale,  volle  cingere  il  saio  domenicano.  Per 
la  teologica  perizia  e  per  la  vivacità  dell'intelletto,  attrasse  in 
breve  sopra  di  sè  la  preferenza  dei  superiori;  ed  —  inviato  a 
Perugia  per  accedere  alle  vette  della  scienza  di  Dio  —  trionfò 
per  dottrina  nelle  sessioni  del  capitolo  provinciale  dell'ordine 
suo,  e  nei  saggi  poetici  di  quella  celebre  academia  augusta  col 
nome  di  Parassidamante  Frigio  e  di  quella  colonia  arcadica  col 
nome  di  Dorifebo  Beotide  (1772).  L'anno  dopo  era  in  Roma 
nel  convento  della  Minerva,  e  tali  prove  offrì  del  suo  sapere 
che  gli  abbreviarono  gli  ultimi  corsi,  e  lo  inviarono  maestro 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


-di  filosofia  nello  studio  generale  perugino.  Nella  capitale  umbra 
rifulse  quale  professore,  predicatore,  poeta,  sacerdote;  e  quivi, 
-e  in  Viterbo,  e  di  nuovo  in  Roma,  perseguì  onor  della  catedra, 
più  volte  in  cospetto  del  pontefice  e  del  sacro  collegio,  latina- 
mente aringando,  e  correndo  di  pergamo  in  pergamo  nelle 
terre  più  perspicue  d'Italia.  Semplice  monaco,  dovette  alla 
propria  virtù  di  sapiente  i  guiderdoni  più  onorifici.  Ingegno 
pronto  ed  acuto,  spirito  allegro  e  motteggevole  e  tollerante, 
non  conobbe  rigorismi  di  teocrazia  formalista,  così  che  quando 
—  al  dire  di  Ugo  Foscolo,  nelle  Prose  politiche —  «  i  patrioti.... 
armati  di  ridicole  insegne,  di  sediziose  dicerie,  di  irritanti  mi- 
nacele; avventati  contro  i  sacerdoti,  i  patrizii  ed  il  volgo  in- 
<:urioso  ed  inerme  »  tanto  a  Milano  quanto  a  Roma  instaurarono 
il  regime  republicano  ed  il  culto  alla  iddia  Ragione  —  in  onta 
allo  sfratto  dei  religiosi  dalle  provincie  romane  —  fu  concesso 
al  padre  Brini,  allora  dirigente  la  celebre  biblioteca  Casana- 
tense  e  secretario  generale  della  famiglia  dei  predicatori,  di 
rimanersene  in  Roma;  concessione  da  lui  ricusata,  preferendo 
egli  la  pace  della  sua  oscura  condizione  di  prete  rientrato  nel 
secolo,  nella  residenza  del  suo  Codogno  (1798).  Austero  di 
costumi  e  profondamente  culto,  non  isdegnò  scritture  semplici 
e  snelle,  e  cantò  feminee  virtù  e  gioie  e  capricci  d'amore  e 
temi  tenui,  popolareschi,  ingenuamente  indulgente  alle  umane 
debolezze,  facendo  scintillare  la  face  del  satirico  genio  e  poe- 
tando con  attico  sale. 

Dal  triplice  genere  degli  Asti,  e  dal  ramo  che  tolse  a  suffisso 
l'epiteto  Magno,  accoppiandolo  stabilmente  al  prisco  cognome, 
€scì  il  canonico  Pietro  Asti  Magno,  altro  dotto  che  onorò  la 
patria  letteratura,  come  quello  che  nelle  sue  soavi  concezioni 
poetiche  comprese  morta  e  sepolta  essere  la  vecchia  ispirazione 
mitologica,  e,  senza  procumbere  nelle  iperboli  romanticistiche, 
accarezzò  le  attraenze  della  musa  cristiana,  facendo  numero 
non  trascurabile  nella  falange  dei  manzoniani.  Risiedente  per 
conseguita  dignità  canonicale  in  Parma,  amico  del  Mazza,  del 
Bertani,  dell'Adorni,  del  Sanvitale  e  di  quel  nucleo  che  origi- 
narono alla  gentile  città  dell'Emilia  il  titolo  di  piccola  Atene, 
Pietro  Asti  Magno  fu  apprezzatissimo  nel  clero  e  nel  laicato, 


4o8 


GODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


pel  contesto  copioso  de'  suoi  versi  soavi,  arieggianti  hi  limine 
sacro  il  gusto  vittorelliano.  Pietro  Fiaccadori,  guastallese,  ope- 
roso successore  del  grande  Bodoni,  dava  in  luce  un  volume  di 
Anacreontiche  ed  altri  poetici  componimenti  dell'inspirato  sacer- 
dote codognese  (1834),  cui  l'estro  e  la  innovazione  del  pensiero 
civile  diedero  ampia  e  meritata  rinomanza.  Nè  basta,  perocché 
lo  stesso  editore  altri  ed  altri  componimenti  dello  Asti  Magno 
raccomandava  ad  un  volume  della  sua  Enciclopedia  moderna, 
scientifica,  erudita,  intitolata  alla  sovrana  Maria  Luigia  (1843). 
In  essi  la  leggiadria  dello  stile  mai  si  scompagna  dalla  casta 
soavità  delle  imagini,  e  può  dirsi  a  ragione  che  il  loro  autore 
fu  attivissimo  e  seducente  apostolo  del  carme  moderno.  Vale  , 
ricordare  a  fama  di  lui  che  di  tale  stima  e  riverenza  circonda- 
vanlo  i  saggi,  da  venire  egli  annualmente  prescelto  dal  consiglio 
academico  dei  padri  barnabiti,  reggenti  il  celebre  collegio  con- 
vitto Maria  Luigia,  ad  esaminatore  di  umanità  e  retorica,  in 
concorso  d'uomini  valenti  come  il  Notari,  il  Cannobio  ed  il 
Capurro.  Morì  longevo  e  disse  di  lui  l'epicedio  monsignor 
Tamagni,  suo  illustre  collega  in  catedra  e  in  almuzia,  del  ca- 
pitolo parmense. 

Di  quello  che  fu  Giuseppe  Gandolfi  (1744-1830)  abbiamo 
fatta  larga  parola  ricordando  le  vicissitudini  del  ginnasio  Ognis- 
santi e  del  geroncomio  intitolato  al  suo  nome.  Poiché  «  la  via 
lunga  ne  sospigne  »  non  ci  soffermiamo  di  più,  ma  solo  ac- 
compagniamo di  nota  onorevole  il  nome  di  quel  chiaro  filan- 
tropo, non  meno  illustre  nell'esercizio  della  pietà  che  nelle 
scienze  filologica  e  matematica. 

Il  fratello  suo  Angelo  (i 747-1 829)  fu  pago  di  minor  onore, 
pure  prediligendo  le  identiche  discipline  e  specialmente  nella 
lingua  d'Omero  eccellendo.  Domenicano  anch' egli,  onorato  dai 
grandi,  ebbe  in  Milano  e  in  Bologna  schiere  di  discepoli,  av- 
viati alla  filosofia  ed  alle  matematiche.  Commendevole  é  la  sua 
biografia  latina  di  papa  Pio  VI.  Come  il  fratello,  morì  compianto 
dai  codognesi,  che  tuttodì  benedicono  al  nome  di  quella  famiglia 
di  generosi,  la  quale  fece  della  propria  esistenza  una  missione 
efficace  e  feconda  d'aiuto  e  di  misericordia  agli  umili. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Antonio  Zoncada  (1813-1887),  patriota,  maestro,  scrittore, 
in  memoria  universa  d'Italia  intera,  chiude  degnamente  il  ciclo 
letterario  dei  beneamati  terrieri,  e  riafferma  al  nostro  borgo  la 
fama  di  culla  d'uomini  dotti.  Dimessa,  ancora  adoloscente,  la 
veste  levitica,  s' addottorò  in  Pavia  in  magistero  di  lettere.  Ma, 
prima  che  a  Polinnia,  egli  aveva  reso  omaggio  alla  musa  batta- 
gliera d'Italia,  combattendo  a  fianco 
della  giovane  colonia  lombarda,  freme- 
bonda in  Milano  all'  appressarsi  del  fato 
nazionale,  sulle  barricate  della  insurre- 
zione. La  instaurazione  del  governo  im- 
periale soppresse  all'  operoso  ed  antico 
insegnante  di  Tremezzo,  di  Vimercate 
ed  ultimamente  di  Milano,  il  prosegui- 
mento del  suo  ministero  ;  e  soltanto  più 
tardi  (1853),  dopo  impartite  lezioni  pri- 
vate nel  collegio  convitto  Calchi  Taeggi, 

1.  ,  ,  Antonio  Zoncada. 

potè  salire,  supplente,  alla  catedra  di 

letteratura  greca  e  latina  nell'ateneo  di  Pavia;  e  scorse  un 
decennio  innanzi  che  Michele  Amari  —  glorioso  ministro  di 
publica  istruzione  del  novo  regno  —  lo  elevasse  a  professore 
ordinario  di  lettere  italiche  nello  stesso  ateneo. 

Pochi  come  lui  furono  così  fecondi  produttori  in  isvariate 
scritture;  i  suoi  canti  nazionali,  raccolti  nell'ii^^'  della  patria,  i 
suoi  saggi  filologici  sulla  Eccellenza  della  lingua  italiana,  sulla 
Concordaìiza  delle  lettere  colla  scienza,  sulla  Odissea  di  Omero, 
su  Dante,  sul  Teatro  Italiaìio  e  via  via,  testimoniano  insieme 
la  fede  unitaria  del  cittadino  e  la  sua  religione  nel  bello.  Svolse 
nei  Dieci  discorsi  di  estetica  applicata  alle  arti  concetti  di  nova 
-filosofia,  pei  quali  tradusse  a  miglior  conoscenza  le  dottrine 
superbamente  grandi  di  Leonardo  ;  del  bello  ideale,  del  sublime, 
del  grottesco  in  arte  ragionò  con  gusto  elevato  e  con  argo- 
mentazioni serrate.  Filocritico  di  storia,  monografò  intellettual- 
mente Leopoldo  II,  Ferdinando  VII  di  Spagna,  Mirabeau,  e  le 
Prigioni  di  Fraìicia  al  tempo  del  Terrore.  Ameni  e  piacevoli 
romanzi,  talora  di  storico  sapore,  quali  Giorgio  Scanderòeg, 
l'eroe  albanese,  escirono  dalla  sua  penna  che  non  conobbe  sosta. 


4  IO  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


e  Codogno  si  glorifica  di  quella  sua  Siciliana,  romanzo  che 
alla  terra  natia  egli  consacrava  colle  frasi  di  un  devoto  affetto  ^. 
Delle  opere  minori  sono  a  memorare  /  tre  racconti,  I  fasti  delle 
lettere  in  Italia  nel  corrente  secolo,  un  libro  di  novelle,  opuscoli 
e  studi  storici,  e  seguirono  una  versione  della  Storia  della  ci- 
viltà d' Europa  di  Guizot,  ed  un  Corso  di  letteratura  greca, 
quattro  volumi,  in  cui  seppe  rivestire  d'attrattiva  fine  e  gra- 
dita le  serie  discipline  della  filologia  e  della  erudizione.  Andò 
a'  suoi  dì  ammirata  la  conferenza  di  lui  su  Giuseppe  Pozzone, 
e  non  v'ha  dubbio  che  altresì  tra  i  venturi  il  nome  di  Antonio 
Zoncada  starà  singrafo  di  una  perfetta  corrispondenza  di  bel 
cuore  ad  intelletto  gagliardo.  I  codognesi  lo  hanno  ricordato 
colla  apposizione  di  una  modesta  lapide  alla  casa  della  via 
Lodi,  dov'egli  vide  la  luce  da  Luigi  e  da  Teresa  Bignamini  ^  ; 
e  Pavia  pure  lo  ricorda  in  una  bella  effìgie  marmorea,  nella 
sua  università. 

Condotti  ora  all'accenno  de'  nostri  storici,  annalisti  o  cro- 
nografi —  costanti  preparatori  delle  materie  prime  onde  le  nar- 
razioni coordinate  e  compiute  si  giovano  —  non  ci  si  concederà 
'una  ampia  estensione;  ciò  nulla  meno,  non  fievole  deve  mani- 
festarsi r  animo  grato  ad  essi,  i  quali  ci  posero  innanzi  affinchè, 
come  ne  consentivano  le  facoltà  modeste,  degli  apprestati  ele- 
menti ci  servissimo.  E,  per  venire  direttamente  alla  breve  ma 
coraggiosa  falange  cominciamo  dal  nome  di  Francesco  Berga- 
maschi o  Bergamasco,  secondo  almeno  l'appellativo  con  cui 
di  lui  ci  giunge  costante  notizia;  benché  il  vicario  di  S.  Maria 
in  Santo  Stefano  al  Corno,  oriundo  da  Bergamo,  lo  si  dicesse 
escito  dal  lignaggio  dei  Colleoni  e  Colleoni  chiamato.  Comunque 
fu  egli  il  riproduttore  della  cronaca  di  Bonifacio  Simonetta, 
ultimo  degli  abati  cistercensi  in  Santo  Stefano  (sul  finire  del 
secolo  XV),  ed  i  suoi  manoscritti  —  da  noi  più  volte  mento- 
vati —  si  conservano  nella  biblioteca  comunale  lodigiana.  Fu 
benefico,  zelatore  di  studi  locali  ;  ed  avendo  il  villaggio  di  Santo 
Stefano  molto  sofferto  e  per  le  guerre  della  successione  al  du- 
cato di  Mantova  (1637  e  1640),  e  per  le  inondazioni  padane, 
l'erario  di  lui  sovvenne  copiosaniente  alle  publiche  condizioni 
stremate,   e   il   casale  di  Noceto,  a  ponente  di  San  Rocco  al 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


411 


Porto,  potè  resistere  quasi  due  secoli  alle  furie  dell'indomito 
fiume,  per  un  argine  di  cui  si  fece  iniziatore  il  Bergamaschi 
(1643);  ma  la  successiva  trascuraggine  paralizzò  gli  sforzi  di 
difesa;  la  catastrofe  per  la  scomposta  arginatura  intervenne, 
e  in  una  enorme  piena  il  Po  travolse  nei  suoi  torbidi  flutti 
l'ameno  paesello  (1839). 

Di  Camillo  Cremonesi  troviamo  una  rapida  nota  nei  Cenni 
storici  di  Davide  Pa.Ì3iZzìna  —  altro  annalista,  sulla  cui  opera 
troppo  recente  non  è  da  noi  manifestare  apprezzamenti  di 
sorta  ®  —  e  del  Cremonesi  dice  l' egregio,  Palazzina  che  «  raccolse 
molte  memorie  del  nostro  paese  ».  Non  ci  è  dato  aggiungere 
notizie  più  minute  intorno  al  Cremonesi,  che  —  a  ragion  ve- 
duta —  precorre  certo  ogni  altro  cronachista  del  borgo  ;  nè 
questo  silenzio  è  esclusivamente  imputabile  a  noi,  ammessa  la 
pochezza  e  la  dispersione  dei  documenti  integranti. 

Ci  soccorre  soltanto  il  conforto  di  potere  con  tranquillità 
sicura  riposare  sulla  asseveranza  del  buono  e  mite  frate  Pietro 
Francesco  Goldaniga,  mancato  ai  vivi  (1787),  dopo  tutta  una 
lunga  vita  incarnatasi  per  lui  nella  meditata,  assidua  e  paziente 
illustrazione  delle  cose  paesane,  tanto  che  nel  popolo  stesso  era 
conosciuto  sotto  l'eloquente  nomignolo  di  «frate  del  borgo». 
Egli  fu  veramente  per  Codogno  quello  che  fu  per  Milano  il 
Burigozzo,  per  Piacenza  il  Guarino,  per  Cremona  il  Gavitello, 
per  Pavia  il  Grumello,  per  Parma  il  Salimbene.  Monaco  dei 
minori  riformati,  nella  solinga  povertà  del  suo  convento  si 
diede  con  intensiva  passione  e  meritoria  costanza  alle  indagini 
più  minuziose  intorno  alla  vita  borghigiana  dai  più  remoti 
giorni  ai  propri.  E  nulla  sfuggì  alla  sua  semplice  penna  de- 
scrittrice, per  la  quale  a  noi  giunsero  gli  eventi  tristi  e  lieti 
della  terra  nostra:  dai  guerreschi  ludi  ai  fenomeni  fisici,  tellu- 
rici, epidemici  ed  agricoli;  dalla  passata  di  monarchi,  di  capi- 
tani, di  milizie  alle  cerimonie,  alle  feste,  agli  spettacoli,  alle 
espressioni  dell'arte,  a  tutto  insomma  che  costituiva,  variandola 
sotto  mille  forme,  la  esistenza  terranea.  Gran  parte  de'  suoi  ri- 
cordi ed  appunti  mira  alle  notizie  gentilizie  ed  ataviche  del 
^  luogo,  ai  monumenti  litterali  ed  epigrafici,  ai  documenti  scavati 
un  po'  da  per  tutto,  e  più  copiosamente  alle  attinenze  chiesa- 


412 


stiche,  pur  esse  di  non  dubbia  importanza,  come  quelle  che 
imprimevano  il  carattere  più  spiccato  alla  vita  quando  la  laicità 
non  era  che  il  compimento  di  una  società  totalmente  sub- 
bietta alla  clerocrazia.  Due  sono  i  codici  lasciati  dal  Goldaniga: 
l'uno,  più  ristretto,  è  in  Milano  alla  Braidense;  l'altro,  com- 
piuto, è  in  proprietà  del  dottor  Angelo  Belloni,  successore  ed 
erede  nel  tabellionato  al  congiunto  dottor  Antonio.  Noi  pure 
dobbiamo  al  gentile  assenso  del  venerando  amico  nostro  Angelo 
Belloni,  se  ci  fu  dato  esaminare  e  studiare  sulle  ingiallite  pa- 
gine del  vecchio  annalista,  quasi  unico  faro  che  illumini  il  buio 
dei  secoli  della  storia  paesana,  dopo  che  l'archivio  comunale 
fu  consunto  dalle  fiamme  (1772). 

Lorenzo  Monti,  con  una  adolescenza  ed  una  gioventù  ecci- 
tate dalle  imprese  della  rivoluzione  francese  e  dell'impero,  ben 
presto  sentì  divampare  le  proprie  aspirazioni  al  bene  ed  alla 
civiltà  della  patrfa;  e  come  di  questa  la  storia  è  prima  e  pre- 
cipua personificazione,  così  egli  a  tale  severa  disciplina  volse 
per  tempo  le  facoltà  del  cuore  e  dell'ingegno.  D'indole  feste- 
vole, nella  quale  si  conciliavano  l'umore  gaio  e  l'abitudine 
della  meditazione,  si  prodigò  nelle  letizie  dei  verdi  anni;  e  le 
scene  carnevalesche  e  le  vernacole  poesie  lo  ebbero,  con  altri 
coetanei  suoi,  fra  i  più  geniali  campioni. 

Dotto  di  latino,  di  paleografia  e,  pertanto,  coscienzioso  indaga- 
tore di  pergamene  e  palimsesti,  di  sovente  prestavasi  volonteroso, 
chiamato  dal  vescovo,  da  paroci  e  da  curiali  a  decifrare  vecchie 
carte;  in  guisa  che  ottenne  pronto  e  facile  accesso  alle  aule 
polverose  di  plebanie  lodigiane  e  di  conventi,  onde  trasse  grande 
ed  eletta  copia  di  documenti,  che  gli  servirono  ad  arricchire  e 
rendere  d' uso  apprezzato  e  comune  quegli  Almanacchi  storici 
che,  con  umilissima  terminologia,  limitavasi  a  chiamare  lunari. 
Espone  egli  stesso  nella  prefazione  del  suo  secondo  Almanacco 
(18 17),  dedicato  ai  «  signori  deputati  comunali  di  Codogno  » 
che  egli  era  indotto  alla  publicazione  per  «  la  benigna  acco- 
glienza accordata....  dal  Pubblico  all'Almanacco  »  precedente 
«  colla  Serie  di  tutti  i  nostri  Vescovi  lodigiani  »,  sapendo  che 
«sin  dal  giorno  i  Gennaio  1663  i  Deputati  dell'Estimo  di 
quel  tempo  si   compiacquero  d'essere  stato  ad  essi  dedicato 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


r  Almanacco  di  quell'  anno  dallo  Stampatore  che  anche  allora 
esisteva  in  questa  Comune,  per  opera  della  nobilissima  Famiglia 
Trivulzi,  che  l'aveva  in  Feudo».  Negli  Almanacchi  del  Monti 
trovan  posto  coordinato  e  logico  molte  memorie  scrupolosa- 
mente ricavate  dagli  archivi  della  regione,  e  sono  ora  profane 
o  religiose,  ora  politiche  o  amministrative,  e  non  c'è  casale, 
non  c'è  cascina  i  quali  non  abbiano  avuto  in  lui  un  annotatore. 
Pur  troppo  tanta  copia  di  zelo  dileguò  per  trascuranza  dei 
rimasti,  ed  è  certo  che  se ,  poco  più  che  quafantenne  non  lo 
coglieva  la  morte  (1823),  egli  intendeva  l'alacre  animo  a  studi 
più  ampi  e  severi  per  una  Storia  locale. 

*    .  .  . 

Coevo  di  Lorenzo  Monti  fu  Giovanni  Pisani  Cortemiglia  (1781- 
186 1),  autore  di  Memo7'ie  storiche  del  basso  Lodigiano,  pervenute 
da  Brescia  —  dove  egli  s'era  condotto  a  dimora  —  alla  biblio- 
teca di  Lodi,  e  dall'oblio  tratte  per  cura  di  quel  solerte  che  è 
Giovanni  Agnelli.  Nulla  havvi  di  più  coscienzioso  della  critica 
storica  del  Pisani,  alla  quale  per  ben  vent' anni  di  ricerche  fornì 
così  gran  messe  da  sopravanzare  l' opere  anteriori.  Egli  pose 
pure  mano  ad  una  Storia  di  Codogno,  ma  vinto  dagli  acciacchi 
dell'  età  soccombeva  lasciando  incompiuti  vari  pregiati  lavori. 
Semplici  e  modeste  :  tale  è  il  doppio  carattere  saliente  delle  sue 
diligenti  elucubrazioni. 

Una  conferma  che  il  movimento  intellettuale  nel  secolo  XVII 
si  estendeva  fra  noi,  ci  è  data  dal 
l'istituto  della  stampa,  ad  opera  dei 
fratelli  Alessandro  e  Giovanni  Ba- 
zacchi  (1628).  Esistono  alcune  rare 
copie  di  opuscoli  che  primi  videro 
la  luce  per  tipi  a  Codogno,  e  noi 
li  abbiamo  sott'  occhi  e  li  troviamo 
egregiamente  impressi.  Sono  le  ope- 
rette da  noi  citate  già  e  del  Passe- 
rino (1629)  e  del  Lucchini  (1648), 
e  Maffaei  S.  R.  E.  Cardinalis  Bar- 
berini, mine  Urbaìii  Vili  Pont.  Max. 
poemata  (1628),  publicazione  che  pro- 
babilmente  consegue   alla   visita  ed 


414 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


al  sogg-iorno  in  Codogno,  presso  i  feudatari  dell'augusto  au~ 
tore  —  allora  cardinale  (1621)  —  per  la  salacità  e  la  leggiadria 
del  suo  stile  alla  ellenica  sopranomato  1' «  ape  attica». 

Scorrendo  la  biografia  brevissima  di  Lorenzo  Monti,  abbiamo 

sopra  riferito  com'egli  attribuisce 
ai  feudatari  Trivulzi  il  merito  di 
aver  qui  resa  stabile  l'arte  di  Pan- 
filo Castaldi,  in  esercizio  lungo  tutto 
il  secolo  XVII,  come  risulta  altresì 
dal  Catastro  dell'  Albino  che  segna 
la  «  bottega  della  stampa  »  sotto  la 
loggia  (1691).  Dopo  i  Bazacchi  —  di 
cui  si  estinse  la  famiglia  —  prose- 
guirono nell'industria  i  Balsami, 
antica,  civile  e  agiata  famiglia  del 
luogo,  pur  essa  estintasi  al  prin- 
cipiare del  secolo  XVIII.  Non  è 
certo  che  altri  abbiano  continuato 
r  esercizio  della  stamperia  locale  ; 
certo  si  è  che,  ai  tempi  del  Gol- 
daniga,  Codogno  non  aveva  officine 
tipografiche,  e  chi  definitivamente  imprese  la  produzione  ed  il 
commercio  editoriali  furono  i  Cairo  (1789)  che  tuttavia  li 
conservano. 

Un  riserbo  troppo  evidente  ci  impedisce  dilungarci  come  il 
caso  lo  meriterebbe  intorno  alla  genesi  ed  allo  sviluppo  seco- 
lare della  loro  tipografia.  Ma  siam  pure  costretti  dall'eloquenza 
dei  fatti  e  sulle  testimonianze  di  scrittori  tecnici  e  corografici 
a  rammentare  Luigi,  Giovanni,  Gaetano  ed  Alessandro  Gaetano 
Cairo,  i  quali  —  intrecciando  le  generazioni  e  continuandole  — 
crearono  e  mantennero  solidamente  il  buon  nome  nel  magistero 
dei  tipi.  Prova  irrefragabile  delle  attitudini  da  essi  dimostrate 
è  il  fatto  che  allora  quando  Napoleone  I  —  apprezzando  la 
somma  d' intelletto  e  di  criteri  necessaria  a  chi  guida  così  ge- 
losa e  potente  industria  —  limitò  il  numero  delle  stamperie 
ne'  suoi  stati,  e  volle  che  solo  le  esercitassero  abili  e  diplomati 
artefici  (i   marzo   1811),  sul  nome  dei  Cairo,  proclamati  unici 


Frontispizio  d'un' edizione 
DELL'  "  Africa  liberata  „ 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


nel  diritto  tipografico  in  Codogno  nè  meno  occorse  discuterne 
il  nome  o  sommetterli  a  gara  di  esperimento  (11  aprile  18 12). 

Sarebbe  erculea  fatica  l' annoverare  le  opere  importanti  escite 
dai  torchi  dei  Cairo  e  in  Codogno  e  in  Milano,  dove  alcuni  di 
essi  avevano  trasferito  un  filiale  opificio.  Basti  l' accenno  che 
per  così  lunga  serie  di  anni  il  nome  di  questa  tipografia  ap- 
pare in  edizioni  altrettanto  plurime  quanto  nitide  e  corrette, 
eco  persistente  dello  spirito  della  vita  di  pensiero  italica  e 
lombarda  in  ispecie.  Nè  qui  è  ad  insistere  su  tutte  le  migliorie, 
innovazioni  e  congegni  della  tecnica  a  mano  a  mano  trovati 
ed  applicati  nei  laboratori,  quale  ad  esempio  la  priorità  sulle 
tipografie  di  provincia  e  anche  di  grandi  città,  nell'adozione 
delle  macchine  Marinoni,  della  galvanotipia  e  d'altro.  Ma  ciò 
che  dà  carattere  di  progresso  evidente  e  reale  dell'arte  eser- 
citata da  questa  prosapia  di  lavoratori  consiste  nella  invenzione, 
celebrata  da  scrittori  contemporanei,  della  stereofeidotipia,  ad 
opera  di  Gaetano  Cairo,  nato  da  Luigi  e  da  Angela  Biadini 
(1777),  pure  inventore  del  tachimetro,  e  per  la  conquistata  fama 
voluto  in  Roma  alla  direzione  generale  delle  tipografie  pontificie. 

Con  egual  fede  ed  entusiasmo  il  successore  di  quei  maestri 
procura  tuttavia  che  la  tradizione  del  pensiero  e  dell'  opera 
non  cadano,  nè  pure  oggi,  prescritte. 

.  * 

Senza  divagazioni  generiche  sulla  storia  regionale  della  mu- 
sica, che  qui  —  come  altrove  —  accompagnò  la  logica  sequenza 
d'ogni  espressione  umana  e  sociale,  basti  limitarci  all'accenno 
che  non  indegno  di  ricordo  armonico  e  ritmico  si  appalesa  il 
periodo  contemporaneo  ai  nostri  arcavi.  Qui,  come  da  per  tutto, 
schiere  bellicose  incitate  dai  tubanti  oricalchi,  e  riti  sacri  traenti 
sensibile  inspirazione  dagli  organi  maestosi,  e  corti  feudali 
echeggianti  melodi  d'amore,  e  arpeggio  di  cetre  e  di  liuti,  e 
squilli  di  clarine  rusticane. 

Dopo  aver  a  suo  luogo  esposta  ogni  più  saliente  manifesta- 
zione dell'arte  dei  suoni  e  dei  canti,  e  descritti  i  fasti  lirici 
delle  academie  e  dei  teatri  nella  regione,  sarebbe  pleonastica 
una  particolareggiante  sequela  di  cenni  ai  quali  mancherebbe 
il  presidio  della  freschezza  che  meglio  le  farebbe  accettate.  Par 
quindi  necessario  restringere  il  nostro  dire  a  qualche  appunto 


4i6 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


sulle  persone  di  coloro  che  nel  magistero  dell'arte  musicale 
eccellerono,  portando  fuori  di  patria  il  loro  nome  onorato. 

Con  quale  autorità  l' archivista  lombardo  Damiano  Muoni 
asseveri  esser  nato  Franceschino  o  Franchino  Gaffurio  in  Ospi- 
taletto  (14  gennaio  1451)*^,  non  ci  è  dato  conoscere,  mentre 
la  comune  degli  scrittori  cittadini  di  Lodi  lo  dà  per  uno 
dei  suoi,  e  ciò  forse  per  quella  sineddoche  corografica  che  ri- 
fiuta sempre  ai  piccoli  luoghi  le  paternità  gloriose;  e  se  così 
pensiamo  si  è  perchè  l'autorevolezza  del  Muoni  è  di  quelle  che 
hanno  diritto  di  affidare  sulla  serietà  degli  asserti,  e  perchè 
anche  continua  una  discussione  tra  bergamaschi  e  lodigiani, 
nella  quale  i  primi  sostengono  il  Gaffurio  nativo  di  Ospitaletto 
presso  Bergamo,  e  Diego  Sant'Ambrogio  ricorda  in  proposito 
r  Ospitaletto  lodigiano. 

Figlio  di  un  milite  bergamasco,  Bettino,  da  Almenno,  e  della 
lodigiana  Caterina  Fissiraga,  da  principio  Franchino  stette  fra 
i  chierici,  e  da  un  monaco  del  Carmelo,  il  tedesco  Godendack, 
apprese  con  viva  esultanza  i  primi  rudimenti  dell'arte  divina. 
Di  questa  a  sua  volta  maestro,  la  professò  quinci  e  quindi 
—  per  le  capitali  dei  vari  stati  italici  —  fin  che,  chiamato  in 
Milano  dal  duca  Ludovico  Sforza  (1483),  fu  eletto  a  maestro 
di  cappella  del  duomo,  titolato  phonasciis,  e  posto  a  capo  d'una 
scuola  espressamente  instituita  per  lui  dal  duca.  A  Milano 
compiè  la  sua  vita  (1522),  e  lo  seguì  il  cordoglio  universale  e 
perchè  grande  artista  e  perchè  uomo  di  nobile  cuore. 

Franchino  Gaffurio  fu  sommo  teorista  non  solo,  ma  pratica- 
mente indisse  i  confini  e  gli  svolgimenti  del  ritmo  e  dell'in- 
tervallo, così  che  la  vecchia  «  battuta  »  vagante  dal  XII  secolo 
in  poi,  trovò  in  Franchino  chi  la  assodò  e  la  disciplinò.  Com- 
pito aspro,  difficile,  penosissimo,  che  lo  travolse  in  quell'evo 
transitorio  —  fra  la  rude  età  di  mezzo  ed  il  prossimo  ingom- 
brante decadimento  italico  —  in  polemiche  disperate,  tra  cui 
famosissima  quella  che,  ormai  settantenne,  dovette  sostenere 
contro  Giovanni  Spatario  «et  complices  musicos  Bononienses»  ] 
diatribe  in  cui  assalti  contumeliosi,  vilipendi  e  scherni  si  avvi- 
cendarono, non  solo  fra  i  due  rappresentanti  delle  scuole  di  Mi- 
lano e  di  Bologna,  ma  altresì  fra  le  due  coorti  che  lì  seguivano, 


NELLA  CRONACA  E   NELLA  STORIA 


intervenendo  a  rincarare  la  dose  a  danno  d'entrambe  la  solita 
albagia  spagnola,  in  persona  dì  Benedetto  Ramos  Pereira,  ar- 
rogante alla  sua  patria  il  primato  nello  studio  musicale. 

Ambrogio  Minoia  (1752-1825)  pure  di  Ospitaletto,  e  figlio  di 
un  fittabile  dei  monaci  Olivetani,  Sebastiano,  da  questi  fu  avviato 
per  le  discipline  dell'armonia  al  conservatorio  musicale  di  Na- 
poli. Fortificatosi  nel  difficile  aringo,  rivenne  in  Lombardia,  ed 
il  suo  Tito  nelle  Gallie  vinse  una  vera  battaglia  alla  Scala  di 
Milano  (1787).  L'anno  dopo  trionfò  in  Roma  colla  Zenobia,  e, 
fra  la  moltitudine  delle  sue  inspirazioni  vittoriose,  va  special- 
mente notata  la  sinfonia  elegiaca  in  morte  del  generale  Hoche, 
così  caro  a  Napoleone,  che  in  onore  del  diletto  suo  coopera- 
tore mosse  appello  alla  musa  cosmopolita  per  glorificarne  i 
funebri:  di  ventitre  componimenti  venuti  anche  di  Francia,  di 
Germania,  di  Ungheria,  e  tutti  eseguiti  alla  Scala,  quello  del 
Minoia  fini  per  essere  proclamato  trionfante  (1808). 

Degna  della  passione  moderna  per  la  musica,  sorse  —  e  si  man- 
tiene eletta  fra  noi  —  la  istituzione  del  civico  concerto,  e  primo, 
cronologicamente  scrivendo,  quello  da  noi  già  accennato,  diretto 
dai  piacentini  Borghesani,  poi  quello  che  assunse  il  nome  dei 
Rinascenti,  pure  ricordato  al  capo  LVL  Appartenente  alla  nota 
benemerita  famiglia,  fu  Salvatore  Gandolfi,  il  primo  e  segnalato 
capo  di  una  propria  academia  filarmonica  locale,  ed  a  lui 
—  quando  si  spense  (1820)  —  il  nostro  Brini  consacrò  uno 
de'  suoi  migliori  sonetti. 

Ma  il  culmine  della  vita  contemporanea  onde  va  lieto  il  no- 
stro concerto,  è  indissolubilmente  congiunto  al  nome  ed  alla 
memoria  di  Antonio  Caffi,  di  Castione  (i 829-1 879).  Quale  egli 
fu  e  quanto  valse  è  per  unanime  consenso  nella  coscienza  di 
tutti,  e  quel  grande  perduto  che  fu  Amilcare  Ponchielli  gli 
professò  un'ammirazione  ed  un'amicizia  oltre  ogni  confine 

Già  capo  musica,  colpito  di  leva  nei  kaiserjàger,  subito  si  fece 
largo  fra  quei  valorosi  direttori  di  bande  militari  ;  ma  allor 
\che  suonò  la  diana  della  patria  redenta,  Antonio  Caffi  si  salvò 
dalle  file  imperiali  e  nel  suo  Codogno  formò  una  valida  scuola 
Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  //.  55 


4i8 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


strumentale  per  cui  la  banda  civica  assurse  fra  le  prime  di 
Lombardia.  Esecutore  perito  d'ogni  maniera  d' istromenti ,  in- 
terprete esimio  di  partiture,  l' amore  della  sua  patria  d' adozione 
lo  fece  ricusante  agli  inviti  insistenti  perchè  egli  si  recasse  al- 
trove, ed  in  più  vasta  sfera,  alla  conquista  di  allori  ben  più 
rigogliosi  e  più  noti.  Ad  una  felicissima  fantasia  disposava 
l'abilità  magistrale  nello  svolgimento  del  poema  melodico,  e 
nella  musica  sacra  la  maestósa  sua  vena  largì  gagliardo  fluore. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


419 


NOTE  AL  CAPO  LIX. 

'  Francesco  Saverio  Quadrio  -  Storia  e  ragione  d'  ogni  poesia. 
^  Cristoforo  Poggiali  -  Memorie  storiche  di  Piacenza. 
^  L.  Tettoni  e  F.  Saladini  -  Teatro  a?'aldico. 

*  Dal  ritratto  esistente  presso  la  biblioteca  comunale  Passerini  Landi  in 
Piacenza. 

^  Francesco  Arisi  -  Cremona  liberata. 

^  Francesco  Robolotti  -  Cremona  e  sua  provincia. 

'  Ecco  la  dedica  della  Siciliana: 

A  TE  operoso  a  TE  INDUSTRE 

CODOGNO 

QUESTO  SEMPLICE  RACCONTO 
•     CHE    MOSTRI    s'altro    NON  PUÒ 
IL  DESIDERIO  d' ONORARTI 
CONOSCENTE  AL  DOLCE  NIDO  NATIO 
INTITOLA  E  CONSACRA 
CON    AFFETTO    DI  FIGLIO 
ANTONIO  ZONCADA 

Per  cura  del  municipio  di  Codogno  venne  apposta  alla  casa  in  via 
Lodi,  mmiero  4,  la  seguente  epigrafe: 

IN  QUESTA  CASA 
;  IL    IV    FEBBRAIO    MDCCCXIII  NACQUE 

ANTONIO  ZONCADA 

FECONDO    CIVILE    ELETTO  SCRITTORE 
LUME    E    DECORO    DELL*  ATENEO  TICINESE 
OVE  DOTTRINA  MENTE  E  PAROLA 
UGUALMENTE    IN    LUI  NOBILISSIME 
PARVERO  SOLO  SUPERATE  DALLE  SEMPLICI  MASCHIE  VIRTÙ 
DEL  CITTADINO 
IL  COMUNE  MDCCCLXXXX 

®  Il  sacerdote  Davide  Palazzina  (1833-1885)  fu  maestro  di  bella  mente 
\    -e  di  bel  cuore,  parlatore  elegante,  facile  compositore  di  versi,  cognito  di 
lingue  Straniere.  Morì  in  Parma,  dov'era  professore  nel  collegio  reale 


420 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Maria  Luigia,  direttore  della  casa  di  Provvidenza  e  delle  scuole  serali  e 
ispettore  degli  asili  d'infanzia. 

Damiano  Muoni  -  /  maestri  di  cappella  del  duomo  di  Milano  (1884). 

Un  Motta  xvs^'  Archivio  storico  Lombardo  fa  retrocedere  la  data  di 
nascita  del  Gaffurio  di  nove  anni,  avendo  reperto  il  suo  atto  di  morte 
nella  ex  parodila  di  S.  Marcellino,  a  porta  Comasina,  in  Milano,  il  quale 
attesta  essere  il  maestro  morto  ad  ottant'anni  il  22  gennaio  1522. 

Tra  le  cose  care  che  ci  appartengono  noi  abbiamo  una  lettera  auto- 
grafa di  Amilcare  Ponchielli ,  la  quale  —  mentre  onora  chi  la  scrisse  — 
rende  il  dovuto,  meritato  omaggio  alla  memoria  di  Antonio  Caffi,  che  del 
Ponchielli  fu  amico  ed  ospite  preferito,  in  quella  specie  di  eremo  artistico 
che  fu  allora  la  casa  presso  la  chiesa  della  Beata  Vergine  di  Caravaggio. 
La  lettera  è  data  da  Cremona  (27  settembre  1869),  ed  in  essa  l'illustre 
autore  della  Gioconda  risponde  al  Caffi  che  gli  aveva  chiesto  informazioni 
di  tale  Rossi  che  avrebbe  dovuto  surrogarlo  come  maestro  della  banda 
civica  codognese.  Dice  il  maestro  :  ' 

«  Con  tutto  ciò  però  ritengo  che  non  sarà  ancora  quel  successore  da 
far  dimenticare  un  Caffi,  e  i  signori  Codognini,  a  parlar  chiaro,  potranno 
aprire  concorsi,  ma  non  troveranno  così  facilmente  un  abilissimo  istru- 
mentatore  ed  istruttore,  non  che  suonatore  quale  tu  sei. 

«  Ho  parlato  così  perchè  ti  stimo  tanto  ;  ignoro  la  tua  abilità  come 
ortolano,  che,  dal  fratello,  risulta  famosa  —  ma  in  ogni  modo  il  tuo  ingegno 
non  permette  che  te  la  campi  come  un  passero  solitario  ». 


CAPO  LX. 


Le  scienze  —  Matematici  e  fisici  —  Prelati  —  I  Belloni  —  Antonia  Belloni 
—  Sante  Ferrari  —  Due  amici  di  Sarpi  —  Dignitari  civili  —  Uomini 
d' arme  —  Avventurieri  —  Licenza. 


ON  meno  che  ai  piaceri  del  sentimento  furono  le  terre 
nostre  disposte  a  gustare  quelli  della  profonda  ra- 
gione, ed  anche  tra  noi  ebbe,  quindi,  non  modesti 
cultori  l'albero  della  scienza.  Nei  secoli  in  cui  Co- 
dogno  andò  affermandosi  con  personalità  ben  distinta  —  spe- 
cialmente illustrandosi  per  dovizia  e  per  vastità  di  traffici  — 
gli  uomini  di  lettere  non  erano,  generalmente,  ancor  compresi 
di  spirito  filosofico.  I  più  di  essi  conservavano  nelle  qualità 
pur  vivaci  dell'  intelligenza  quell'  ingombrante  indole  pedantesca 
che  li  affiggeva  alle  ingrate  fatiche  della  erudizione  pura  e  li 
rendeva  sprezzanti  di  quanto  non  avesse  il  sigillo  della  clas- 
sica vetustà. 

Pertanto  —  raccogliendo  i  fasti  nostrali  —  è  doveroso  un 
encomio  alle  laboriose  vigilie  di  non  pochi  conterranei  che 
—  durante  i  secoli  bui  —  apparecchiarono  i  materiali  per  l'e- 
dificio del  gusto  e  della  ragione.  Ed  ora  —  a  logica  se  non 
analitica  classificazione  di  questi  preclari  terranei  ingegni,  che 
rialzarono  fra  noi  la  vita  di  pensiero,  a  questa  od  a  quella 


422 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


espressione  dedicata  —  torni  opportuno  presentare  per  rapidi 
gruppi  quegli  uomini  eletti  che  di  sè  hanno  lasciata  nel  natio 
luogo  rinomanza  benemerita  e  duratura.  E  facendo  punto  di 
partenza  dal  nucleo  più  accostevole  alle  scientifiche  discipline,, 
vuol  essere,  principe  fra  gli  altri,  nuovamente  annoverato, 
Giovanni  Battista  Barattieri  (1601-1677),  di  cui  basta  qui  il 
semplice  ricordo. 

D'altri  esimi  nel  magistero  della  sapienza  esatta  ci  soccor- 
rono i  nomi  del  francescano  riformato  Carlo  Giuseppe  Bignamini 
da  San  Fiorano,  poliglotta  stimato,  versato  negli  studi  positivi, 
filosofici  e  teologici,  e  illustratore  del  cilindro  inclinato  (1756). 
Del  suo  Nuovo  corso  di  filosofia  ^  la  cui  compilazione  gli  fu^ 
suggerita,  latinamente  descritta,  dal  padre  generale  dell'ordine 
suo,  già  erano  publicati,  lui  vivo,  due  tomi  (1760);  onde  a  lui 
somma  lode  derivò,  come  a  colui  che  vittoriosamente  adope- 
rava a  far  sì  che  la  metafisica  caledone  s'acconciasse  al  genio 
latino  della  vita  sperimentale. 

Giovanni  Giacomo  Tensino  o  Tansini  —  escito  d' antica  stirpe,, 
cui  crebbe  fama  la  perizia  degli  avi  nella  castramentazione  — 
già  sulla  fine  del  XVII  secolo  s'era  illustrato  per  la  direzione 
dei  forti  di  Pizzighettone  —  aggiungendo  nuove  opere  di  terra 
a  quelle  iniziate,  colla  deviazione  dell'Adda,  dal  cardinale  Tri- 
vulzio  (1639)  —  e  nei  munimenti  cesarei  ai  confini  militari, 
solidi  propugnacoli  contro  le  invasioni  ottomane.  Fu  colonnello 
di  Carlo  VI. 

Rammentiamo  pure  Cristoforo  Bignami,  valente  ingegnere 
camerale  ed  escavatore  di  roggie  irrigue,  e  il  suo  coevo  Gaetano 
Cairo,  dei  tipografi,  inventore  del  tachimetro;  i  già  mentovati 
Giuseppe  Gandolfi  e  l'architetto  Uggeri  di  Gera,  ed  infine 
—  per  non  dire  che  dei  maggiori  —  l'abate  Angelo  Cesaris  da 
Casalpusterlengo ,  di  famiglia  oriunda  di  Pizzighettone  (1749- 
1832). 

Costui,  allievo  in  Milano  del  collegio  Patellani  e  divenuto 
sodale  gesuita,  fu  presto  nella  stima  dei  superiori,  che  lo  vol- 
lero —  perfetti  ch'egli  ebbe  gli  studi,  vivamente  inclinati  alla 
matesi  —  adetto  all'  osservatorio  milanese  della  Braidense ,  go- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


vernato  dal  Lagrange  e  dal  Boscovich.  E  così  il  Cesaris  pel 
suo  ingegno  si  impose  che  —  soppressa  in  quei  tempi  da  papa 
Ganganelli  la  compagnia  di  Gesù  (1773),  ed  i  suoi  membri 
allontanatisi  per  ciò  da  Brera  —  Maria  Teresa  secolarizzò  spe- 
cula e  scuola,  assumendole  in  sua  protezione  diretta,  riaffer- 
mandone direttore  il  Lagrange,  cui  dava  a  colleghi  ausiliari  i« 
monaci  Cesaris  e  Reggio,  ed  ai  quali  si  unì  come  semplice 
allievo  quel  sommo  che  ebbe  nome  di  Barnaba  Oriani. 

La  maggior  parte  dell'opere  di  Angelo  Cesaris  vive  tuttora 
onorata  dalle  assidue  consultazioni  dei  tecnici,  e  quelle  special- 
mente  che   concernono  V  Allessa  mondiale  del  sole,  le  Ecclissi 
solari,  le  Scoperte  di  Herschel,  i  Monti 
vulcanici  della  luna  e  l' altra  ingente 
copia  di  monografie,  costituenti  le  Effe- 
meridi (i 775-1 834).  Pochi  —  forse  nes- 
suno —  tra  gli  astronomi  dei  suoi  dì, 
seppe  come  lui  indovinare  e  fissare  le 
nuove  teoriche  dei  fenomeni  selenitici 
e   delle    riverberazioni    dei    raggi  lu- 
nari. Nelle  matematiche  applicate  formò 
alunni  della  forza  di  Francesco  Brioschi; 
la  metereologia  e  la  topografia  lom- 
barda   lo    ebbero    famigliare;    e    fi-         Angelo  Cesaris. 
nalmente    il    compilatore    illustre  del 

Catalogo  delle  stelle  —  Agostino  Gagnoli  —  lo  tenne  prezioso  fra 
i  cooperatori  suoi.  Non  tanto  osservatore  profondo  quanto  felice 
scrittore.  Angelo  Cesaris,  elevato  ad  alti  onori  dal  principe  e 
dagli  istituti  più  celebri  d'Europa,  lasciò  delle  sue  virtù  mo- 
deste e  simpatiche  desiderio  imperituro  ;  ed  a  buon  dritto  la 
terra  che  gli  diè  i  natali  —  e  che  da  lui  fu  largamente  benefi- 
cata —  del  suo  ricordo  esulta  e  la  sua  memoria  cole  ed  onora. 

Fra  i  cultori  dell'  arte  salutare  sono  nominati  :  Girolamo  Ugoni 
dell'antica  schiatta  codognese,  addottorato  in  Padova  (1498),  e 
praticante  acclamato  fra  i  migliori  del  tempo  nel  territorio  della 
Serenissima;  Vincenzo  Eugenio  Legora,  dei  fratelli  ospitalieri 
di  S.  Giovanni,  a  lungo  chirurgo  del  maggiore  nosocomio  di 
Milano,  poi  istitutore  pietoso  e  previdente,  in  Zara  dalmata,. 


424 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


della  casa  matrice  del  suo  ordine  (secolo  XVII);  Giovanni  Bat- 
tista Carini,  sacerdote  e  medico,  di  cui  fu  nota  al  capo  LV  ; 
Francesco  Maria  Zafferri,  dottor  fisico  a  Villanova,  e  Pietro 
Bassano  Belloni,  egregi  soci  corrispondenti  alla  Patriotica  mi- 
lanese, in  cui  sedevano  uomini  quali  Giuseppe  Parini,  Barnaba 
Oriani,  Lazzaro  Spallanzani,  Alessandro  Volta,  Francesco  Soave. 

Senza  determinare  gradi  di  preminenza  per  questa  o  per 
quella  categoria  di  personaggi  cospicui,  ascriviamo  nella  falange 
dei  prelati  e  dignitari  della  chiesa  Massimiliano  Bignami,  Pietro 
Mola,  Antonio  Novasconi,  dei  quali  antecedentemente  si  disse. 
Anche  del  sacerdote  Carlo  Belloni  furono  d'infula  vescovile 
precinte  le  tempia,  chè  egli  fu  preposto  alla 
diocesi  di  Carpi,  instante  il  duca  Estense  Er- 
cole III,  ed  annuente  Pio  VI  (1794). 

L' antistite  carpigiano  —  dotto  di  lettere  clas- 
siche e  di  sacra  oratoria  —  era  degno  del  buon 
sangue  genetliaco,  appartenendo  alla  prisca  fa- 
miglia de'  Belloni,  da  ben  quattro  secoli  resi- 
dente in  Codogno.  Venuta  di  Toscana  la  vuok 
il  Goldaniga,  e  più  particolarmente  da  Borgo 
San  Sepolcro,  cui  lasciò  pei  soliti  tumulti  faziosi,  riparando 
nel  basso  Piemonte,  in  Vercelli.  Quindi  trasmigrò  in  Lombardia, 
ed  in  persona  d'uno  de'  suoi,  medico  fisico,  ebbe  locali  noto- 
rietà e  nomi. 

Erano  pure  Belloni,  detti  Scaramuccia  della  Gazza,  gli  omo- 
nimi dei  precedenti,  anch'essi  giuntici  da  Vercelli,  attraverso 
una  imprecisata  residenza  in  Cera  d'Adda,  nella  plaga  trevi- 
gliese;  dove  si  suddivisero  in  tralci  parecchi,  affermandosi  con 
uno  stemma  differente  da  quello  dei  Belloni  nostrani,  che  raf- 
figurava spaccato  in  quattro,  il  primo  e  il  quarto  fugati  in 
banda  scaccata  rosso  e  argento,  il  secondo  e  il  terzo  medesi- 
mamente pel  colore,  in  palo.  Soggiunge  il  Goldaniga  —  e  ri- 
portiamo a  titolo  di  complemento  —  che  dei  Belloni  della  Gazza, 
il  ramo  cadetto  si  ripropagginò  in  dignità  comitale  sul  Bolo- 
gnese e  marchionale  in  Roma.  Di  quella,  capostipite  surse 
Antonio,  proseguente  banco  in  Bologna;  di  questa,  Girolàmo, 
che  in  Roma,  nominato  banchiere  pontificio,  fu,  con  dispensa 


NELLA  CRONACA  E   NELLA  STORIA 


d'un  secolo  nobiliare,  creato  marchese  da  Benedetto  XIV  e 
tesoriere  di  santa  sede. 

Se  poi  son  parecchi  di  questa  stirpe  che  gioirono  dei  fasti 
terreni,  non  mancò  nel  genere,  chi  salì  alla  gloria  degli  ultra- 
mondani. Fu  dei  Belloni,  della  Gazza,  Antonia  Agnese  (5  no- 
vembre 1 635-11  gennaio  17 19),  nata  in  Trivulza  da  Giovanni 
Battista  e  da  Elisabetta  de'  Re,  mo- 
naca professa  Clarissa,  le  cui  semplici, 
austere  e  miti  virtù  ebbero  sì  fatta  vi- 
goria da  bastare  ad  imporre  un  freno 
alla  rilassatezza  delle  costumanze  clau- 
strali, allor  che  la  giovinetta  dei  Belloni 
cinse  e  soggolo  e  bende. 

Quale  esistenza  di  operosa  pietà  ed 
esempio  di  grazia  offrisse  la  monaca 
modesta  lungo  la  sua  contemplativa 
esistenza,  si  può  commisurare  dal- 
l' omaggio  capitale  che  le  fu  reso  Antonia  Belloni. 
quando  questa  combattente  nel  silenzio 

€  nella  oscurità,  a  beneficio  della  virtù,  non  appartenne  più 
al  mondo. 

Sarebbersi  stupiti  assai  i  due  buoni  coloni  della  Trivulza  se 
avessero  potuto  prevedere  l'apogeo  riserbato  alla  loro  figliuola; 
ma  è  altrettanto  legittima  la  meraviglia  dei  contemporanei,  i 
quali  in  suor  Antonia  riscontrano  non  già  il  solito  tipo  della  ina- 
ridita pietista,  accomodante  le  dolcezze  terrestri  colle  angeliche 
soavità;  bensì  la  forte  e  convinta  ministra  di  una  fede  che,  se 
va  fino  al  sacrificio,  nè  accetta  nè  subisce  la  impronta  violenza. 
Ed  è  ciò  così  vero  che  si  dovette  ad  opera  sua  se  fu  resa  al 
secolo  una  giovanetta  monacata  contro  sua  voglia,  e  se  uno 
scioperato  gentiluomo,  fuggitivo  di  Napoli,  e  di  disordine  in 
disordine  arrivato  fra  noi  allo  estremo  d'ogni  umana  speranza, 
potè  —  riconfortato  dalle  energie  efficaci  di  suor  Antonia  — 
rincuorarsi,  risollevarsi  nel  perdono  de'  suoi  e  ad  essi,  ribene- 
detto, fare  ritorno. 

Di  suor  Maria  Antonia  Belloni  permane  tuttavia  qui  il  sovve- 
nire soave  e  caro.  Fieramente  austera  con  sè,  fu  tutta  provvidenza 


426 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


e  carità  per  gli  altri  ;  ed  è  tuttora  in  benedizione  la  scarna  icone 
della  venerabile  serva  di  Dio,  beatificata  per  verdetto  pontificio 
di  Benedetto  XIV  (21  luglio  175 1).  Da  molti  anni  giaceva  il 
frale  della  monacella  nella  cripta  del  suo  chiostro,  allor  che  da 
questa  —  per  le  soppressioni  giuseppine  delle  Clarisse  (1782)  — 
fu  trasferito  nell'arca  in  coro  del  maggior  altare  parochiale 
(20  febbraio  1787).  Moltitudine  di  devoti  costituirono  il  funebre 
corteo,  che  fu  una  glorificazione  della  venerabile;  e  per  tre  dì 
ne  fu  esposta  la  salma,  le  cui  vesti  venivano  tagliuzzate  per 
reliquia  dagli  accorsi. 

In  Roma,  presso  Nicolò  e  Marco  Pagliarini,  fu,  a  cura  dei 
congiunti  della  beata  donna,  publicata  la  sua  vita  (1754). 

E  così  —  da  queste,  e  anche  più  remote  —  procede  la  ri- 
membranza di  un  altro  chiesastico  della  stirpe  Ferrari,  frate 
Santo  da  Codogno,  figlio  di  Alessandro  e  d'Antonia  Belloni 
(1560-162 1).  Già  al  secolo  Orazio,  vestì  l'abito  dei  chierici, 
cambiandolo  ben  tosto  col  saio  del  serafico  padre,  nel  convento 
di  Maleo,  onde  trapassò  a  quello  di  Milano  detto  del  Giardino. 
Letterato,  teosofo,  predicatore,  musicista  sacro,  stette  fra  i  lumi- 
nari della  famiglia  francescana,  di  pulpito  in  pulpito  girò  Lom- 
bardia, Emilia  e  Toscana,  ed  una  epigrafe  latina  nel  convento 
delle  Grazie,  gli  dà  a  termini  di  raffronto  i  semidei  e  gli  eroi 
della  vinta  mitologia.  Il  suo  ultimo  dì  fu  a  Camaiore,  castello 
del  Firentino.  Il  Goldaniga  registra  che  per  lui  s' introdusse  il 
procedimento  di  beatificazione. 

Alla  nota  pietista  sino  qui  echeggiante,  vivamente  contrasta 
—  ma  pur  nobilmente  —  il  ricordo  di  due  amici  di  frate  Paolo 
Sarpi,  il  formidabile  servita  che  ai  suoi  dì,  da  Venezia  —  la 
Roma  dell'acque  —  sosteneva  baldanzoso  e  vittorioso  l'urto 
disperato  della  Roma  dei  pontefici.  A  secoli  di  lontananza,  più 
luminosa  della  gloria  di  Arnaldo,  più  virtuale  dello  spirito  dì 
Bruno,  rimane  la  sintesi  figurata  del  consultore  di  S.  Fosca, 
come  quella  di  un  credente  e  di  un  filosofo,  animato  da  quel 
soffio  di  modernità  che  è  l'impronta  dei  precursori.  Fra  i  gre- 
gari di  lui  due  codognesi  sfilarono,  facendo  parlare  di  sè  e  per 
quelle  polemiche  dolorosamente  cruente  e  per  le  dimestichezze 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


427 


abituali  col  loro  grande  confratello.  Furono  il  padre  maestro 
Cornelio  e  il  padre  Giulio,  serviti. 

Guglielmo  Gonzaga,  duca  di  Mantova,  non  perdonò  al  primo 
la  compilazione  di  un  memoriale  in  cui  un  bastardo  del  cardi- 
nale Ercole  Gonzaga  vivacemente  reclamava  dallo  zio  duca  la 
bonitaria  sostanza  paterna;  e  lo  sdegno  della  serenissima  al- 
tezza significò  costrizione  nelle  carceri  di  padre  Cornelio,  già 
per  avventura  maleviso  al  duca,  memore  della  antica  amicizia 
con  Sarpi,  allor  che  questi  fungeva  da  teologo  ducale  nella 
corte  di  lui.  Padre  Cornelio,  stanco  di  guerra,  lasciò  Mantova, 
per  ridursi  in  Milano,  dove  lo  protesse  affettuosamente  Carla 
Borromeo,  cardinale  arcivescovo  e  poi  santo. 

Anche  l' altro  codognese  —  padre  Giulio  —  della  propria 
intimità  con  Sarpi  dovette  provare  la  mala  ventura.  Il  padre 
Gabriele  Dardano  lo  accusò  d' abuso  del  confessionale,  per  pre- 
sunti pettegolezzi  e  pretesa  eccitazione  a  rivolta  d'alcune  mo- 
nache, tenere  della  incolumità  del  proprio  direttore  di  spirito. 
E  padre  Giulio  —  già  settuagenario,  e  da  mezzo  secolo  risie- 
dente a  S.  Fosca  —  fu  per  comando  papale  tolto  al  soggiorno 
in  Venezia  e  come  in  bando  inviato  in  Bologna.  Se  non  che^ 
il  consultore  della  republica  non  patì  l'onta  dell'amico  e  sua, 
e  —  non  ostante  il  rigido  autunno  —  si  condusse  in  Roma  e 
da  papa  Aldobrandini  consegui  giustizia  per  l'amico,  che  felice 
ed  onorato  riportò  seco  sulla  laguna. 

*  .  .  . 

'  Se  dalle  cocolle  passiamo  ai  dignitari  civili,  e  successiva- 
mente agli  uomini  d'arme  e  d'avventure,  c'imbattiamo  anzi 
tutti  nell'accenno  del  Goldaniga,  dedicato  ad  un  Ottaviano  della 
cospicua  famiglia  Beniama  o  Bignama,  il  quale,  nominato  da 
Carlo  V  senatore  di  Milano,  fu  decoro  e  lustro  de'  suoi  dì 
(morto  il  7  aprile  1560). 

Pietro  Francesco  Belloni  fu  intimo  del  duca  di  York,  Carlo 
Edoardo,  pretendente  di  Gran  Bretagna,  e  suo  compagno  di 
viaggio  e  secretano  in  un  viaggio  per  Europa. 

Pietro  Francesco  Foletti  da  Casalpusterlengo  fu  sindaco  della 
provincia  pel  catastro  (172 1). 

Michele  Agostino  Dragoni  da  Codogno  (1760),  Antonio  Maria 
Arbusti  da  Maleo  (circa  il  1770),  e  Giuseppe  Bignami  Bertoletti 


428 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


(1776)  si  susseguono  nell'onorifico  uficio  di  risiedere  in  Lodi 
come  primi  sindaci  generali  della  provincia. 

Angelo  Smancini  da  Gera  (i 766-1 831)  fu  giureconsulto  e  ma- 
gistrato della  republica  cisalpina,  consigliere  di  stato  e  membro 
della  massoneria  uficiale  del  regno  italico,  durante  il  quale  resse 
pure  la  prefettura  di  Verona.  Gli  elogi  della  sua  condotta  pu- 
blica  non  furono,  però,  pari  a  quelli  prodigati  al  suo  ingegno. 

Per  la  diplomazia  estera  pontificia  s'avviava  Giulio  Bignami, 
quale  secretario  del  nunzio  apostolico  Visconte  di  Milano,  da 
prima  in  Polonia  e  poi  presso  Cesare  in  Vienna.  Finalmente 
seguì  il  nunzio  quando  dalle  sponde  del  Danubio  fu  mandato 
a  quelle  del  Sebeto,  ed  il  Bignami  da  secretario  del  nunzio 
venne  elevato  in  Napoli  a  secretario  della  regia  giunta. 

Ed  ora  fra  l'armi  e  l'avventure  si  affretta  alla  spiaggia  la 
navicella  che  reca  i  fati  ed  i  fasti  estremi  della  cronaca  nostra. 
Ultima  giornata  di  cammino,  cui  fa  lieta  e  geniale  la  iride- 
scenza delle  vivificanti  figure;  accostevoli  altresì  alle  locali  vi- 
cende, come  alle  maggiori  e  più  decantate  d'altre  terre.  Armi 
ed  avventure,  concettualmente  e  dirittamente  rampollanti  dal- 
l'italico periodo  del  Rinascimento,  onde  di  pianta  fu  mu- 
tata la  fisionomia  sociale  del  popolo  e  creata  quell'epoca 
evolutiva  e  selettiva  per  cui  i  susseguiti  centenni  hanno  come 
ringuainato  la  dura  e  tagliente  lama  degli  uomini  di  ferro, 
assorbendoli  nelle  ricreazioni  dello  spirilo  e  nelle  manifesta- 
zioni della  industria. 

Dal  fianco  dell'avventuriere  pendeva  ancora  e  costante  la 
vecchia  spada;  ma  non  più  quella  conquistante  del  feudo  e  per- 
cotente  sul  capo  del  «  volgo  disperso  »  ;  sì  invece  quella  che 
era  il  simbolo  complementare  della  nova  condizione,  integrante 
colla  forza  l'audace  che  per  altre  vie  —  specie  le  intellettuali  — 
febbrilmente  intendeva  al  tripudio  della  vita.  Così,  scoppiet- 
tanti per  versatile  ingegno,  non  amanti  della  «  specializzazione  » 
vulgare,  quale  fu  imposta  dai  tempi  nostri,  capaci  di  tutto, 
anche  del  bene,  mistici  e  stoici,  cinici  e  scettici,  superstiziosi 
ed  atei,  temerari  sempre,  quegli  uomini  avevano  eretto  a  pro- 
pria impresa  il  monito  fatalista  e  pagano  di  Fiacco  :  «  Carpe 
diem/ ».  Enciclopedici  per  indole  e  per  propositi,  e  seguendo 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


429 


i  disformi  talenti  naturali,  a  tutto  si  davano,  ad  ogni  espres- 
sione aspiravano.  Chi  faceva  suo  fulcro  della  estetica  in  lettere 
o  in  arti  o  nello  scibile  occulto  approntato  in  veste  academica; 
chi  sognava  i  trionfi  della  politica,  invadendo  anche  al  di  sopra 
del  sovrano  le  reggie  ;  del  sovrano  altri  battendo  bandiera  su 
potenti  galee,  aggiogavano  stirpi  antiche  a'  novelli  predatori 
d'oro;  altri  ciurmando  con  magici  filtri,  rifacitori  di  smarrite 
venustà,  passavano  onorati  e  danarosi  per  la  industria  nova; 
o  lucravano  nell'agguato  dalla  macchia;  o  impugnavano  la  man- 
naia, improvvisati  esecutori  della  giustizia  legale;  o  sfruttavano 
il  rito  egizio  e  scozzese  dei  sodalizi  muratori;  o  le  sceniche 
illecebre;  o  —  infine  —  tenevano  mercato  delle  altrui  o  proprie 
bellezze.  L' Aretino,  Giovanni  dalle  Bande  Nere,  Pizzarro,  Maz- 
zarino, Alberoni,  Renato  firentino  e  giù  giù  fino  a  Cagliostro, 
a  Mesmer,  a  Galliani,  a  Fiorilli  e  a  Casanova  di  Seingault 
personificano  gli  archetipi,  eletti  o  mostruosi  del  «momento», 
in  cui  le  corti  precipue  attraevano  ed  alimentavano  nella  im- 
mensa loro  varietà  tutti  costoro,  a  loro  volta  generati  e  gene- 
ratori di  quella  eteroclita  produzione  sociale. 

Non  iscevra  di  questi  personaggi  stranamente  romantici  va 
la  narrazione  nostra.  Una  folla  di  soldati  per  elezione  si  stacca 
dalle  mura  paterne  ed  emigra  là  dove  è  campo  aperto  peren- 
nemente ad  ogni  compenso  di  vita.  Appena  escito  d'adole- 
scenza, l'ignoto  staccava  dal  domestico  arpione  l'arrugginita 
lama,  e  s'imbrancava  nella  frotta  lanzichenecca  di  passaggio, 
gittandosi  così  al  mestiere  dell'armi.  In  questa  guisa  divennero 
leggendari  i  tredici  della  disfida  di  Barletta,  e  non  meno  famoso 
dev'essere  stato  a  quei  dì  il  codognese  Giacomo  Mola  Cattaneo, 
se  —  al  dire  del  Goldaniga  —  uno  dei  Giovio  narra  di  lui  che 
la  tracotanza  dei  navarrini,  campeggianti  ai  danni  del  Milanese, 
lo  provocò  a  sfidarne  sei  a  singoiar  certame  e  tutti  li  uccise. 

Il  più  delle  volte,  dei  partiti  non  s'avevano  novelle,  o  perchè 
lasciassero  l'ossa  sui  campi  delle  battaglie,  o  perchè,  elevati 
ad  onori  e  fortune,  dispettassero  il  ritorno  nell'umile  terra  na- 
tiva. Altri  invece  rivedevano  patria,  parenti  ed  amici  e  delle 
loro  gesta  non  tace  il  ricordo.  Il  codognese  Giovanni  Bruschi 
salvò  da  certa  morte  il  suo  capitano  e  signore  Gasparo  Trivulzi 


4  30  CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


nell'epica  giornata  di  Melegnano  (15 15).  Si  ricordano  i  castio- 
nesi  Orfeo  Galleano,  colonnello  del  duca  di  Lorena  e  Antonio 
Manara,  capitano  (secolo  XVI).  Appartennero  alle  pugne  ibero- 
fiamminghe  Bonaforte  Folli  e  Giacomo  Orecchi,  capitani  di  fanti. 
Cesare  Lodigiani,  luogotenente  colonnello  cesareo  di  Ferdi- 
nando III,  governò  parecchi  presidi  di  Ungheria,  dove  morì, 
legando  i  suoi  beni  al  parentado  di  qui.  Giacomo  Maria  Carlasca, 
d'antico  lignaggio  codognese  —  ora  estinto  —  governò  città  ve- 
nete ed  in  Francia  fu  luogotenente  d'  un  connestabile  del  regno. 

Simbolo  di  forza  battagliera  e  spavalda  —  cui  va  reso  omaggio 
di  qualche  più  ampia  notizia,  tanto  più  che  ci  sembra  caratte- 
ristico —  ci  giunge  il  nome  del  codognese  Pecorino  o  Toro, 
o,  più  propriamente,  di  Giovanni  Gnocchi,  indicato  col  primo 
nomignolo  dalla  ricciutella  cesarie  e  col  secondo  pel  mugghiar 
della  voce.  Molte  furon  le  imprese  de'  suoi  muscoli  d'adolescente, 
ma  represse  dalla  squadra  dei  berrovieri,  che  non  consentivano 
a  che  egli  turbasse  la  publica  quiete;  onde  fra  essi  e  lui  fre- 
quenti erano  gli  assalti,  le  fughe  e  le  riprese.  Famosa  fu  la 
fuga  del  Pecorino,  inseguito  oltre  la  soglia  della  chiesa  di 
S.  Giorgio.  I  famuli  gli  furono  d'un  balzo  a  tergo;  ma  l'agile 
giovane  rapido  si  dileguò  e  salì  ad  una  nicchia,  ivi  celandosi. 
Vane  le  ricerche  dei  birri,  che  retrocedettero  in  dirotta.  Dietro 
la  statua  del  santo,  l'astuto  Gnocchi  aspettava  l'ora  sua,  e 
quando  gli  parve  fosse  giunta,  si  calò,  e,  per  una  finestruola 
della  sacrestia,  riesci  in  aperta  campagna,  camminando  ininter- 
rottamente, fino  a  che  ebbe  posta  l'Adda  fra  sè  e  quelli  della 
sua  terra.  Ma  non  c'era  a  far  fidanza  colla  Serenissima,  ed  il 
fuggitivo  scantonò  su  per  l'Alpi. 

Fu  in  Vienna,  dove  s'ingaggiò  tra  i  soldati  avviati  dall'im- 
peratore Leopoldo  I  a  domare  l' insurrezione  ungherese  —  che 
procedeva  dai  moti  di  Tekcli  e  Rakoczi  —  insurrezione  i  cui 
signiferi  primi  erano  i  magnati. 

Chiede  il  Pecorino  gli  sia  affidato  un  drappello  per  tentare 
la  cattura  di  taluno  dei  nobili  nemici.  E  soddisfatto:  l'armi- 
gera brigata  si  accosta  di  soppiatto  e  si  dispone  imboscandosi 
intorno  al  castello  del  patrizio  rivoltoso.  Questi  esce;  ma  è  af- 
ferrato, tratto  di  carrozza,  deposto  sur  una  feluca  apparecchiata 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


al  guado  del  prossimo  fiume,  e  trasferito  al  campo  austriaco. 
Se  ne  allieta  Leopoldo,  e  nomina  Giovanni  Gnocchi  capitano 
delle  guardie  imperiali. 

Non  fallì  più  al  fortunato  la  intrapresa  carriera;  l'umore 
faceto,  disposato  al  coraggio  ed  alla  prestanza,  lo  fece  graditis- 
simo al  monarca,  che  se  lo  volle  diuturno  ospite  nella  sua  ri- 
fulgente Schoenbrunn  ;  ed  allor  che  don  Bartolomeo  Rota  offerse 
alla  apostolica  maestà  la  sua  ottava  rima  La  liberazione  di 
Vienna  dall'  assedio  dei  musulmani,  V  antico  Pecorino  ne  fu  ap- 
punto l'esibitore  a  Leopoldo;  e  questi,  a  compensare  il  poeta, 
insistette  presso  Innocenzo  XII  papa,  che  investì  il  sacerdote 
Rota  della  pieve  codognese  (1694). 

Da  vecchio  il  Gnocchi  resse  fortilizi  nell'arciducato.  Dovizio- 
sissimo si  spense,  e  del  suo  volle  eredi  i  non  obliati  congiunti 
codognesi,  ai  quali  il  pingue  beneficio  non  giunse,  come  che 
la  guerra  del  fisco  mai  loro  concesse  di  poterne  profittare. 

Minore  di  fama  —  e  forse  di  fortuna  —  fu  Cristoforo  Mac- 
cagni,  già  capitano  di  Rodolfo  II,  e  che  s'onorò  di  felice 
successo  neir  ossidione  e  nella  resa  intimata  d'un  forte  palatino. 
La  famiglia  di  lui  sino  alla  morte  di  Carlo  VI  (1743)  fruì 
della  lauta  pensione  servita  dall'Austria  al  suo  milite. 

Pietro  Agostino  Bignami  abbandonò  le  pandette  e  si  inscrisse 
nelle  milizie  cesaree;  morì  in  servizio  di  capitano  (17 12).  Gio- 
vanni Giacomo  Tansini  è  in  questo  nostro  capo  stesso  ram- 
mentato. Giovanni  Antonio  Dragoni  comandava  una  compagnia 
di  corazzieri  con  Maria  Teresa.  Due  casalesi  furono  Pietro 
Antonio  Perini,  tenente  colonnello  nel  reggimento  del  principe 
di  Parma  e  partecipe  alla  guerra  austro-ottomana,  e  Bartolomeo 
Folli,  colonnello  di  Spagna. 

Ultima  reminiscenza  della  schiera  di  compaesani  spiriti  biz- 
zarri è  per  noi  —  secondo  quanto  narra  frate  Goldaniga  — 
quella  di  Giovanni  Cairo  (i  727  ?- 1748)  ;  quattro  lustri  d'esistenza, 
convulsamente  affrettata,  al  di  qua  ed  oltre  i  mari,  dalla  plaga 
modesta  di  Codogno,  sua  patria,  alle  sponde  incantate  del  fio- 
rito Ellesponto.  Tutta  un'intima  lotta  interna  tra  la  religione 
degli  avi  e  la  seduzione  della  possanza  musulmana;  ed  a  capo 


432 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


della  oscillazione  perenne  d'un' anima  fra  Cristo  e  il  profeta, 
la  espiazione  del  martire,  colla  rituale  effusione  del  sangue, 
nobilissimo  lavacro  d' ogni  debolezza  e  sanzione  coraggiosa  del 
ritorno  assoluto  alla  propria  fede. 

La  smania  del  nuovo  ed  il  rigoglio  dello  spirito  pronto  tras- 
sero il  ventenne  dal  suo  borgo  alla  dominatrice  Venezia.  Fin  da 
allora  agevole  soleva  essere  il  trapasso  all'oriente,  perocché, 
dalla  riva  degli  Schiavoni,  normali  svolgevansi  —  ricordo  per- 
manente delle  crociate  —  le  spedizioni  di  milizie  arsenalotte 
verso  r antonomastico  turco.  Ad  una  di  queste,  soldato  vo- 
lontario di  S.  Marco,  s'aggiunse  il  Cairo,  che  —  accontatosi 
col  capitano  d'un  veliero  —  compì  la  traversata  fino  a  Pera. 

Non  felici  per  lui  trascorsero  le  eterne  giornate  di  bordo  ; 
r  irritabile  umore  lo  pose  in  urto  con  un  alfiere,  e,  nel  cospetto 
del  capitano,  non  fu  il  modesto  soldato  che  ebbe  ragione  di 
diritto.  Sbarcò  il  profugo  col  cuore  amareggiato,  e,  nell'acre 
istante  d' una  giusta  reazione,  prestò  orecchio  alle  offerte  di  un 
musulmano,  che  lo  trascelse  in  suo  servizio,  e  lo  indusse  a 
mutare  di  religione,  togliendolo  al  vangelo  e  presentandogli 
r  alcorano.  Non  senza  resistenza  si  compì  l' abiura,  e  ben  presto  il 
novello  credente  nell'  arabo  pastore  rivenne  alla  legge  nazarena. 

Ciò  bastò  perchè  il  giaurro  fosse  trascinato  in  cospetto  del 
cadi,  il  quale  —  fattolo  caricare  di  ceppi  —  lo  dichiarò  incorso 
nel  supremo  castigo.  Invoca  pietà  il  captivo,  e  pietà  gli  è  con- 
cessa; ma  alle  ire  maomettane  s'aggiungono  poco  appresso  le 
semitiche.  Un  vecchio  israelita  —  da  lui  nuovamente  scontrato 
in  nave,  che  guidavali  a  Stambul  —  appicca  lite  con  lui,  ed,  a 
corto  d'argomenti,  lo  minaccia,  quando  fosser  giunti,  di  de- 
nuncia al  visir  per  violata  fede  musulmana.  Al  mal  capitato  si 
offrì  nel  frangente  la  sola  via  d' escita,  rifacendosi  maomettano. 

Ma  l'anima  offesa  gli  rimorse;  non  trovò  più  requie,  ed, 
appena  presa  terra,  corse  ad  un  sacerdote  cattolico  —  il  loiolita 
italiano  padre  Monforte  —  e  fra  lacrime  e  singhiozzi  gli  narrò 
la  miseria  sua.  Il  religioso,  prudente  anzi  tutto,  raccomandò  al 
penitente  di  nascondersi,  impegnandosi  d'avviarlo  in  sicurezza 
a  Smirne.  Fu  indarno:  Giovanni  è  scoperto,  incarcerato  nelle 
prigioni  di  Giumberi,  martoriato,  straziato  dalla  punta  delle 
scimitarre,  oppresso  il  petto  da  enorme  peso,  e  sotto  le  inau- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


433 


dite  barbarie  trascinato  di  bel  nuovo  all'errore.  Dell'infelice, 
per  altro,  il  visir  prova  viva  pietà,  e  lo  benefica  dopo  gli  spa- 
simi, rivestendolo  di  splendide  divise  e  decorandolo  di  onori- 
fiche cariche,  nell'intendimento  altresì  di  elevarlo  a  tesoriere. 

Genioso,  attraente  e  facondo,  il  giovane  lombardo  conseguì 
autorità  e  dovizie;  solo  gli  faceva  difetto  la  pace.  Guardò  con 
terrore  gli  errori  della  percorsa  via;  volle  espiar  di  persona  le 
colpe  onde  aveva  contesti  i  suoi  ultimi  giorni  ;  rivide  così  lo 
spirituale  consigliere  suo,  monsignor  Imberti  veneziano,  il  ber- 
gamasco padre  Michele,  cappuccino  dell'ospizio  di  S.  Maria  in 
Pera,  e  recisamente  liberatosi  dagli  indumenti  turcheschi,  pro- 
clamò alta  ed  inconcussa,  in  Costantinopoli,  la  sua  religione 
cristiana.  Era  finita  per  lui:  soli  cinque  giorni  dall'ultima  pa- 
rola di  padre  Michele  bastarono  perchè  la  sua  querela  —  che 
quasi  aveva  durato  come  la  vita  sua  —  fosse  tronca.  Gli  ina- 
sprimenti più  atroci  delle  torture  esemplari  non  gli  furono 
risparmiati;  su  lui  il  carnefice  stese  irremissibilmente  la  mano, 
e  nelle  acque  azzurrine  del  Bosforo  fiorito  trovò  alfine  riposo 
la  sua  salma  contristata  (8  gennaio  1748). 

D'altri  e  d'altri  dovremmo  evocare  la  rimembranza,  i  quali 
vèdiamo  o  accennati  fuggevolmente  in  stampe  o  scritti  mono- 
grafici, ma  di  cui  non  ci  soccorre  un  documento  biografico 
consistente.  Ci  è  questo  tramandato  piuttosto  dall'orale  referto 
che  da  atti  probativi  ;  il  perchè  non  ci  è  fatto  asseverare  par- 
titamente  in  proposito;  come  —  ad  esempio  —  avviene  per  un 
Pasquale  Edoardo  Folli,  della  cospicua  famiglia  codognese,  e  di 
cui  è  detto  in  una  nota  dell'archivio  parochiale  che  questo 
«celebre  viaggiatore»  morì  all'isola  di  San  Domingo  (25  di- 
cembre 1802).  Di  lui  è  pure  noto  che  fu  quello  che  oggidì 
direbbesi  un  eccentrico,  ma  nella  assoluta  deficienza  lamentata 
non  possiamo  aggiungere  altro. 


E  qui  —  nel  prendere  commiato  dai  pazienti  e  benevoli,  che 
ci   seguirono   per   tanto   lunga  ala   di   tempi  —  siamo  spinti 
da  un  sentimento  di  intima  gratitudine  verso  di  essi.  Rian- 
Codogno  e  il  suo  territorio^  ecc.  —  //.  56 


434 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


dando  i  meandri  della  via  aspra  e  perigliosa,  se  non  ci  sod- 
disfa piena  la  coscienza  d'aver  compiuta  opera  superiore,  pure 
non   ci   turba   la   tema   di   aver  deviato   da  quella  linea  che 

—  air  infuori  di  amori  e  di  odi,  di  fiacchezze  e  di  iperboli  — 
segna  il  giusto  mezzo,  nella  congèrie  degli  avvenimenti  descritti 
e  commentati.  Ci  sorregge  compiacenza  modesta:  il  convinci- 
mento d' aver  corrisposto  —  se  non  con  fortuna  —  colla  vigoria 
del  buon  volere  al  malagevole  mandato.  Stretti  alla  giustizia, 
alla  verità,  alla  imparzialità  ed  al  costante,  affettuoso  desiderio 
di  un  avvenire  migliore  della  terra  e  della  gente  narrate,  consci 
di  ingenite  debolezze  e  di  limitate  competenze,  sappiamo,  però, 
che  una  falsa  modestia  non  deve  impedirci  di  deporre,  conso- 
lati, la  penna  che  ha  tracciato  il  meditato  volume;  e  —  se  d'un 
periodo  laborioso  e  coraggiosamente  affrontato,  ci  rimarrà  acuto 
e  soave  il  ricordo  —  sempre  come  oggi  ne  verrà  schiettamente 
attribuito  il  merito  qualsiasi  ai  cortesi  che  ci  incuorarono  al- 
l'impresa,  che  in  essa  del  loro  favore  ci  sostennero,  e  che  ora 

—  accogliendo  il  nostro  commiato  —  ci  affidano  di  conservare 
per  noi,  come  noi  per  essi,  cara  rimembranza. 


MODIFICAZIONI  ed  AGGIUNTE 


Capo  VII. 

A  proposito  di  Maleo  e  della  casata  di  Bariano,  il  Codice 
diplomatico ,  cremonese  di  Lorenzo  Astigiano  reca  documenti  e 
chiose  come  segue,  e  che  noi  letteralmente  riportiamo  éaX- 
V  Archivio  storico  lodi  giano-. 

I022  (?)  Enrico  imperatore  prende  sotto  la  guarentigia  di  sua  difesa 
Gonfalda  e  Rogerio  di  lei  figlio  col  castello  di  Maleo,  Bariano  e  Monte- 
sello  nei  contadi  di  Lodi,  di  Bergamo  e  di  Brescia.  —  L'Autore  pone  a 
questo  documento  la  seguente  nota: 

Questo  diploma  non  ha  nel  codice  Sicardo  nè  indicazioni  di  tempo  nè 
di  sito.  —  Il  Ruggero,  signore  di  Bariano  a  cui  Ottone  III  concesse  il 
diploma  nell'a.  998,  i  maggio  era  avo  di  quest'altro  Ruggero.  Lasciò 
un  figlio  di  nome  Lanfìranco:  questi  sposò  Gonfalda  o  Gonsolda,  figlia  di 
Guglielmo  di  Brembate  superiore.  Morendo  Lanfranco  in  giovine  età  lasciò 
la  vedova  con  un  bambino  di  nome  Ruggero.  È  probabile  che  Enrico  II, 
nella  sua  terza  discesa  in  Italia,  abbia  preso  sotto  la  sua  protezione  la 
vedova  ed  il  bambino,  perciò  ho  dato  al  diploma  la  data  del  1022.  Da 
questo  nuovo  diploma  si  scorge  che  la  casa  di  Bariano  aveva  già  perduto 
molti  dei  possessi  che  le  erano  stati  confermati  da  Ottone  III.  —  I  docu- 
menti ci  danno  altre  notizie  intorno  a  questa  famiglia.  La  vedova  Gon- 
falda sposò  in  seconde  nozze  Vinizone  signore  di  Rivaltella  (Ripalta 
Guerrina).  I  beni,  per  cui  i  signori  di  Bariano  erano  vassalli  del  vescovo 
di  Cremona,  si  trovavano  in  Moscazzano.  Ruggero,  figlio  di  Gonfalda, 
vendette  poi  i  suoi  possessi  a  Rotepaldo  di  Sergnano  (1037),  i  quali  pas- 
sarono poi,  in  massima  parte,  in  potere  del  vescovo  di  Cremona  (1040- 
1041).  Lo  stesso  Ruggero  si  stabilì  in  Cremona:  l'ho  trovato  menzionato, 
Rogerius  de  Bariano,  come  signifer  del  vescovo  Ubaldo,  nel  1046.  —  Morì 
prima  del  1097. 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


1028,  novembre  24;  in  Maleo  :  Giovanni  e  Lanfranco,  figli  del  fu  Lan- 
defredo  e  Ansaldo  del  luogo  di  Bariano,  viventi  a  legge  longobarda,  ven- 
dono a  Gonfalda,  figlia  di  Guglielmo  di  Brembate  superiore  e  vedova  di 
Bono  Lanfranco  di  Bariano,  per  il  prezzo  di  200  libre  di  denaro  d'argento, 
la  metà  del  castello  di  Maleo  e  la  cappella  dei  Santi  Gervaso  e  Protaso 
vicina  al  castello,  e  metà  di  tutte  le  cose  (jugeri  200)  che  hanno  nel  fondo 
di  Maleo,  Leudosa,  Campo  Androne,  Glariola  maggiore  e  minore,  e  altri 
luoghi. 

1036,  maggio  22;  nel  Castello  di  Gombito:  Gonfalda,  moglie  di  Guini- 
zone  figlio  di  Vidone,  col  consenso  del  marito,  giura  a  Ruggerio  di  Bariano 
figlio  del  fu  Lanfranco,  figlio  suo,  che,  se  fra  tre  anni  esso  Ruggerio  pa- 
gherà 200  libre  di  argento  di  denari  buoni  di  Milano,  rilascierà  a  lui  tutti 
i  diritti  che  le  appartengono  e  pei  quali  Ruggerio  deve  nello  stesso  giorno 
fare  a  lei  della  quarta  parte  delle  case,  cappelle,  castelli  e  d'ogni  cosa  in 
Maleo  e  Bariano  e  adiacenze,  come  pure  delle  case  e  cose  in  Maleo  e  in 
altri  luoghi  che  pervennero  alla  stessa  Gonfalda  per  scritto  da  Lanfranco^ 
padre  di  Ruggerio,  e  dai  figli  del  fu  Ansaldo. 

1037,  maggio  14;  in  Badaglo  (Baggio).  Rogerio  suddetto  vende  a  Rote- 
paldo,  figlio  del  fu  Addoldo  di  Sergnano  tutte  le  case  e  tutte  le  cose  mo- 
bili e  familias,  che  possiede  nel  regno  italico,  le  quali  sono  nel  luogo  e^ 
fondo  di  Bariano  con  cappella  e  castello;  nel  luogo  e  fondo  di  Monticelli, 
con  castello  e  cappella;  e  in  Maleo,  con  castello  e  cappella,  e  nel  contado 
di  Valcamonica  nel  luogo  di  Uberto,  sommanti  a  cinquemila  jugeri,  per 
il  prezzo  di  libre  mille  di  denari  buoni  di  argento. 

1043,  ottobre  16-31;  in  Grumo:  Rogerio  di  Maleo,  suddetto,  vende  a 
Ubaldo,  vescovo  di  Cremona,  per  il  prezzo  di  50  lire  di  denari  buoni  di 
argento,  le  case,  le  cose,  la  cappella,  il  beneficio  entro  e  fuori  il  castello 
di  Maleo  che  tiene  in  precario  dal  vescovo  cum  districtu  et  angaria. 

1059,  maggio;  in  Maleo:  Rogerio  suddetto  cede  allo  stesso  vescovo  altri 
diritti  in  Moscazzano  e  Cortegnano,  ricevendo  a  titolo  di  launechilde  ma- 
nicias  duas. 

1061,  marzo,  in  Maleo:  Rogerio  suddetto,  vende  a  Vidale  del  fu  Ogerio 
e  a  Ubaldo  vescovo  di  Cremona,  per  tutto  il  tempo  in  cui  dura  il  pre- 
cario, una  pezza  di  terra  con  edificio  nel  luogo  di  Maleo,  e  due  case,  una 
nel  castello  e  l'altra  fuori,  presso  la  basilica  di  S.  Gervaso  e  Protaso,  pel 
prezzo  di  soldi  38  di  denaro  d'  argento. 

1066:  Enrico  IV  re  conferma  a  Ubaldo,  vescovo  di  Cremona,  le  pos- 
sessioni vecchie  e  nuove:  tra  le  quali  Maleo. 

1066,  ottobre  30:  Alessandro  II  papa  conferma  a  Ubaldo  suddetto,  ed 
ai  suoi  successori  tutte  le  regalie  e  tutti  i  diritti  contenuti  nel  precetto 
di  Enrico  IV,  tra  cui  è  nominato  Maleo. 

1069,  dicembre  16:  Testimonio  in  un  atto  d'investitura  fatta  da  Arnolfo 
vescovo  di  Cremona  in  Baldo  e  Leone  fratelli  di  sei  pertiche  di  terra  in 
Braida  de  Pigna  vicino  a  Cremona,  trovasi  Rogerius  qui  dicitur  de  Maleo. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


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II 14,  marzo  10:  Vendita  fatta  da  Guarnerio  f.  q.  Ogerio  e  Splendore, 
€onjugi,  viventi  a  legge  longobarda,  a  Pietro  detto  Axilio  f.  q.  Leone,  della 
metà  di  jugeri  4  di  terra  aratoria,  nel  luogo  e  fondo  di  Maleo,  pel  prezzo 
di  libre  2  e  soldi  12  di  Milano. 

1114,  aprile  12:  Vendita  allo  stesso  Pietro,  fatta  da  Airolo  f.  q.  Ogerio 
e  Alegra,  conjugi,  e  alla  madre  di  Airoldo  e  vedova  di  Ogerio,  vivente 
a  legge  longobarda,  della  quarta  porzione  della  soprascritta  terra,  pel 
prezzo  di  20  soldi  di  Milano. 

II 14,  I  maggio:  Vendita  allo  stesso  Pietro  fatta  da  Ogerio  f.  q.  Ogerio 
ed  Euga  conjugi,  viventi  a  legge  longobarda,  della  quarta  porzione  della 
stessa  terra  pel  prezzo  di  21  soldi  e  otto  denari  di  Milano. 

1124,  febbraio  i;  in  Laterano:  Privilegio  di  Callisto  II  delle  regalie  e 
possessioni  del  vescovato  di  Cremona  nello  spirituale  e  nel  temporale:  è 
notato  la  corte  di  Maleo. 

1156,  marzo  3;  in  loco  S.  Bassiano:  Testimonianze  nella  controversia 
tra  Oberto  vescovo  di  Cremona,  e  Oddone  di  Melegnano,  date  da  nove 
testimoni,  che  Airaldo  padre  e  Guido  e  Alberto  suoi  figli  e  Lanfranco  suo 
fratello,  tutti  de  Melegnafto  fino  dal  tempo  di  Ugone,  eletto  vescovo  di 
Cremona,  e  al  tempo  di  Uberto  vescovo,  tennero  il  castello  e  la  corte  di 
Maleo,  come  feudo  dal  vescovado  di  Cremona,  e  che  così  fosse  più  volte 
garantirono  ed  affermarono.  Qui  l' A.  fa  seguire  la  nota  che  trascriviamo 
perchè  di  molta  importanza. 

Questo  documento  che  scopersi  fra  le  numerosissime  pergamene,  già 
conservate  nel  Myseo  Ponzoni,  è  tanto  più  importante,  perchè  finora  non 
se  ne  conosceva  alcuna  in  cui  fosse  ricordato  il  vescovo  Ugone  da  Noceto. 
Si  tratta,  secondo  ogni  probabilità,  di  una  contesa  fra  il  vescovo  Oberto 
e  i  Signori  di  Melegnano,  milanesi,  i  quali  negavano  al  vescovo  i  servigi 
e  r  omaggio  feudale  per  il  castello  di  Maleo  ;  quindi  le  testimonianze  rac- 
colte dal  vescovo  alla  presenza  dei  «  pai^es  curiae  »  fra  cui  Airaldo  e  Al- 
cherio  dei  conti  di  Bergamo.  Un  teste  depone  di  aver  udito  Airaldo  di 
Melegnano  a  dire  che,  se  il  vescovo  Ugone  eletto  l' ajutasse,  terrebbe  quel 
luogo  per  forza  da  Milano  e  da  Cremona.  Un  altro  dice  di  aver  sentito 
dire  da  Alberto  di  Melegnano  che  Maleo  era  del  vescovo  di  Cremona, 
quando  castrum  Salvaterre  murabatur,  cioè  quando  si  faceva  la  rocca  di 
Maleo  (infatti  questo  luogo  era  passato  ai  vescovi  di  Cremona  per  con- 
cessione dei  Signori  di  Banano^.  Un  altro  dice  che  fu  mandato  a  Milano, 
da  parte  di  Ugone  vescovo,  da  Airaldo  di  Melegnano,  perchè  venisse  in 
Fornovo  (possesso  vescovile)  a  un  placito  che  ivi  teneva.  Questo  rifiuto 
dei  signori  milanesi  di  riconoscere  l' autorità  del  vescovo  cremonese  in 
Maleo  ha  certamente  relazione  colla  lotta  impegnata  fra  Milano  e  il  Bar- 
barossa,  spalleggiato  dai  Cremonesi.  Avvi  ricordo.  Vignati,  St.  Dipi,  della 
Lega  Lombarda,  p.  42,  che,  partito  Federico  d'Italia  nel  1155.  i  Milanesi 
fortificarono  Maleo  fra  il  1155  e  il  1158.  Nel  lugHo  1158  Federico  ridi- 
scende in  Italia,  e  nel  poema  Gesta  di  Federico  /  in  Italia,  pubbli- 


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CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


cato  da  E.  Monaci,  Roma  1887,  versi  1842-43,  si  dice  che  appunto  nel 
luglio  1158: 

Distruitur  pulcra  fundatum  sede  Maleum 
Quod  vis  a  est  pritis  expiLgiiare  Cremona  (sic). 

Cremona,  adunque,  aveva  tentato  prima  di  risottomettere  alla  sua  chiesa 
Maleo,  e  Federico,  all'aprire  le  ostilità  contro  i  Milanesi,  aveva  abbattuto 
le  fortificazioni  di  Maleo.  Questo  luogo  Federico  tenne  per  sè,  come  quello 
che  era  anticamente  un  possesso  della  corona.  Solo  nel  11 64,  apr.  3,  per 
ingraziarsi  i  Cremonesi,  restituì  al  vescovo  Presbitero  di  Medolago  il  ca- 
stello e  la  corte  di  Maleo. 

1159,  novembre  26;  in  obsidione  Cremae:  Federico  imperatore  stabilisce 
che  i  Cremaschi,  i  Milanesi  e  i  Bresciani  che  sono  in  Crema,  perchè  ban- 
diti dall'impero,  perdano  i  feudi  e  tutti  gli  allodi.  In  conseguenza  di  questa 
costituzione  imperiale  anche  i  signori  di  Melegnano  sopra  detti  perdettero 
il  feudo  di  Maleo. 

II 64,  aprile  3.  Apud  S.  Salvatoretn  juxta  Papiam.  Federico  imperatore 
concede  a  Presbitero  vescovo  di  Cremona  il  castello  e  la  corte  di  Maleo,. 
con  pertinenze,  onore  e  distretto. 

II 67.  I  detrimenti  patiti  dalla  chiesa  Cremonese  per  opera  di  Presbitero 
di  Medolago,  defunto  vescovo  di  Cremona,  furono  molti.  Per  quanto  ri- 
guarda a  Maleo  è  detto  :  Item  in  curie  Malei  dedit  fratribus  suis  terram 
que  valet  ultra  64  libras  imperialimn. 

1177,  marzo  31:  Un  Vicecomes  de  Maleo  è  testimonio  a  una  sentenza 
di  Tedaldo  de  Vernaci  tra  Offredo  vescovo  di  Cremona  e  Bergondio  ab- 
bate del  monastero  di  S.  Lorenzo  di  Cremona. 

1182,  21  novembre;  sulla  lobia  del  vescovo  di  Lodi:  il  giudice  ed  as- 
sessore di  Alberico  vescovo  di  Lodi  in  presenza  dello  stesso  vescovo,, 
giudice  delegato  di  papa  Lucio,  nella  causa  tra  il  priore  di  S.  M.  di  Cal- 
venciano,  e  Guifredo  vescovo  di  Cremona,  per  alcune  pezze  di  terra  nel 
luogo  di  Maleo,  nomina  un  messo  che  mette  il  priore  nella  tenuta  delle 
dette  pezze  di  terra,  perchè  il  vescovo  di  Cremona  e  Malmantello  suo 
parrocchiano,  detentore  di  quelle  terre,  citati  non  vollero  rispondere. 

1183,  marzo  9,  in  palacio  Episcopi  Laudensis:  Guido,  priore  di  S.  Maria 
di  Calvenziano,  col  consenso  di  Balduino  di  Melegnano,  avvocato  del  mo- 
nastero, e  in  presenza  di  Alberico  vescovo  di  Lodi,  giudice  delegato  del 
papa,  fa  rinuncia  in  causa  di  transazione,  in  mano  di  Malmantello  Visconti, 
vicedomino,  di  undici  pezze  di  terra  nella  corte  di  Maleo. 

1185.  Apiid  Burgum  Sane  fi  Donnini.  Ido  di  Tortona,  giudice  dell'aula 
imperiale,  assistito  nel  giudizio  da  Bonifacio  vescovo  di  Novara,  e  da 
maestro  Metello,  vicario  dell'  aula  imperiale,  sentenzia  che  Offredo  vescovo 
di  Cremona,  deve  restituire  il  possesso  della  metà  del  castello  e  della  corte 
di  Maleo  a  Giordano  di  Melegnano  e  ai  figli  di  Arduino,  e  il  possesso 
della  quarta  parte  agli  eredi  del  q.  Alberto,  cioè  a  Guidone  e  ad  Alberto,. 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


439 


i  quali  reclamavano  la  detta  quarta  parte  per  la  ragione  che  il  fu  Oddo 
chierico  possedeva  a  titolo  di  usufrutto. 

1187,  novembre  2;  in  Ferrara:  Privilegio  concesso  da  Gregorio  VII  a 
Sicardo  vescovo  di  Cremona,  riguardante  le  regalie  e  i  possessi,  nelle  cose 
spirituali  e  temporali,  tra  cui  è  nominata  la  corte  di  Maleo. 

Capo  X. 

Dopo  le  nostre  osservazioni  —  che  non  vogliam  dire  studi  — 
sulla  topografia  di  Roncaglia,  interloquirono  ancora  Rodolfo 
Malocchi,  che  vorrebbe  il  luogo  nel  Pavese,  e  Giovanni  Agnelli, 
che  valorosamente  ribadì  1'  argomento  della  Roncaglia  lodigiana. 
Più  recentemente,  e  colla  consueta  copia  di  eletta  dottrina,  il 
canonico  Gregorio  Tononi  volle  confermare  l' ubicazione  pia- 
centina della  terra  in  cui  tenevansi  le  diete  imperiali. 

Capo  XI. 

Dal  Codice  diplomatico  cremonese  su  citato  rechiamo  i  seguenti 
documenti  attinenti  a  Castelnuovo  Bocca  d' Adda  e  alla  contesa 
pel  luogo  tra  piacentini  e  cremonesi  : 

879,  agosto  4  ;  in  Otinga,  curie  regia  :  Carlomanno  re  dona  al  mona- 
stero dei  Santi  Sisto  e  Fabiano  di  Piacenza  due  corti  in  vicinanza  del 
fiume  Adda,  Fagedo  e  Mutiaua,  non  lontane  dal  Fiume  Po  e  da  Waldo- 
meleto.  —  Queste  due  corti,  delle  quali  una  è  la  Mezzana  attuale,  e  l'altra 
è  sconosciuta,  al  dire  dell'  Autore,  formerebbero  il  territorio  di  Castelnuovo 
Bocca  d'Adda. 

981,  ottobre  15  ;  ijt  porto  vetere  (Piacenza):  Nel  placito  tenuto  da  Aistulfo 
giudice  e  messo  dell'imperatore,  vengono  confermati,  contro  Giselberto 
conte  palatino  e  conte  di  Bergamo,  e  Alsinda,  conjugi,  i  diritti  di  Alchinda, 
badessa  di  S.  Sisto  di  Piacenza,  sulle  terre  e  selve  (jugeri  3500)  nei  luoghi 
di  Gagio,  Cavado,  Augia,  tra  il  Po  e  l'Adda,  certamente  nei  pressi  di 
Castelnuovo  Bocca  d'  Adda. 

1150,  novembre  14;  in  Piacenza  nella  camera  dell'abate  di  S.  Sisto.  Si 
conviene  tra  Bernardo,  abate  del  monastero  di  S.  Sisto  e  i  consoli  di 
Piacenza:  i  consoli  danno  all'abate  500  libre  di  piacentina  moneta  per  la 
cessione  che  lo  stesso  abate  fa  al  comune  di  Piacenza  de  Castellonovo,  e 
lo  aiutano  in  tutte  le  querimonie  che  gli  pervenissero  dalla  romana  curia 
per  questa  cessione. 

1150,  dicembre  10;  in  Piacenza,  in  concilio'.  I  consoli  di  Piacenza  inve- 
stono i  messi  e  i  consoli  del  comune  di  Cremona  de  Castellonovo  e  della 
sua  corte  tra  il  Po  e  l'Adda,  a  titolo  di  livello  perpetuo,  col  patto  che  i 
Cremonesi  paghino  annualmente  due  bisantinos  al  monastero  di  S.  Sisto,. 


440 


CODOGNO  E   IL  SUO  TERRITORIO 


giurino  l'antico  patto  di  concordia  tra  Piacenza  e  Cremona,  e  sieno  con- 
tenti della  metà  della  loro  parte  della  corte  di  Soragna  che  aveva  il  mar- 
chese Pallavicino,  e  dalla  quale  era  lite  tra  i  Cremonesi  e  i  Piacentini. 

1150,  II  dicembre;  in  loco  de  Castellotiovo:  Malcoredo  Vicedomini,  con- 
sole di  Piacenza  ed  in  nome  del  comune  della  stessa  città  di  Piacenza, 
mette  in  possesso  il  comune  della  città  di  Cremona,  a  mezzo  di  Alberico 
Hermizone  e  Oddone  Sagittaclerico,  consoli  e  messi  della  stessa  città  di 
Cremona,  di  Castelnuovo  e  della  Corte  dello  stesso  luogo,  m  mtegrum 
per  catenacium  porte  castri  illius  Castelli  novi  et  per  socas  (sic)  campane. 
(Assistevano  tre  consoli  di  Cremona,  molti  uomini  di  Castelnuovo,  e  pa- 
recchi Cremonesi.) 

1151,  luglio  20;  in  Cremona,  nel  palazzo  del  vescovo:  Dichiarazione  dei 
diritti  e  dei  redditi  che  aveva  la  chiesa  di  S.  Sisto  in  Castronovo  fatta 
con  giuramento  da  Ugone  Mazabove  di  Castronovo  e  Marascotto  gastaldo, 
ai  consoli  di  Cremona,  come  erano  al  tempo  che  Cremona  ricevette  il 
castello  dai  Piacentini?.  Era  presente  Oberto  vescovo  di  Piacenza. 

1151,  agosto  8;  in  parlatorio  monasterii  S.  Systi  (Flacentice)  :  Rinuncia 
fatta,  pel  prezzo  di  lire  no  di  moneta  piacentina,  da  Lanfranco  Cavazola, 
da  Berardo  abate  del  monastero  di  S.  Sisto,  dei  loro  diritti  e  ragioni  in 
Castelnuovo,  acquistati  per  investitura  loro  fatta  dall'  abate  Pietro. 

II 55,  marzo  5-13;  in  campo  Mutinensium'.  Privilegio  di  Federico  impe- 
ratore al  monastero  di  S.  Sisto  di  Piacenza  e  a  Berardo  abate,  ai  quali 
conferma  tutti  i  diritti  e  le  possessioni,  tra  le  c[\12l\ì  Runcariola  qtcce  vo- 
catur  Castrimi  Novum,  ciun  ecclesia  S.  Mickcslis,  Sextum^  Tencariam, 
Guardastallam,  Luciariam,  eie. 

1157,  marzo  5;  in  Laterano:  Adriano  IV  conferma  a  Lanfranco  vescovo 
di  Lodi  la  composizione  fatta  tra  lui  e  Berardo  abate  di  S.  Sisto  di  Cre- 
mona circa  la  chiesa  di  S.  Michele  di  Castronovo. 

1162,  giugno  13:  extra  porta  civitatis  papiensis,  apud  S.  Salvator em 
uhi  capella  imperaforis  est.  L'imperatore  concesse  ai  Cremonesi  il  privi- 
legio «  faciendi  iustitiam  uniquique  infra  civitatem  et  totum  episcopatum 
secunditm  leges  et  bonos  mores  ad  concordiam  civitatis  »  e  nominativamente 
nei  castelli  di  Soncino,  S.  Bassiano,  Pizzighettone  e  Castellonovo  in  Epi- 
scopatu  Laudensi. 

1186,  ottobre  29;  nel  chiostro  di  S.  Sisto  di  Piacenza:  Atto  preliminare 
di  transazione  tra  il  comune  di  Cremona  e  il  monastero  di  S.  Sisto  circa 
il  fitto  di  Castelnuovo  Bocca  d'  Adda. 

1186,  novembre  2;  Cremona,  In  palatio  S.  Laurentii:  Il  podestà  di  Cre- 
mona nomina  Alberto  Strusio  procuratore  in  tutti  i  contratti,  le  compere 
o  le  permute  che  farà  con  Gandolfo  abate  di  S.  Sisto  di  Piacenza  e  con 
altre  persone  riguardanti  Castelnuovo  e  sua  corte. 

1186,  novembre  4;  in  Piacenza:  L'abate  di  S.  Sisto  confessa  di  aver 
ricevuto  dal  procuratore  di  Cremona  160  libre  per  transazione  nella  lite 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


441 


sopra  Castelnuovo  Bocca  d'Adda,  e  cede  allo  stesso  tutti  i  diritti  sulle 
possessioni  comperate  in  S.  Damiano  e  Fabiano  di  Rivalgario. 

1186,  novembre  4;  in  Piacenza,  nel  chiostro  di  San  Sisto:  L'abate  di 
S.  Sisto  nella  controversia  col  comune  di  Cremona  su  Castelnuovo,  e  per 
il  fitto  di  due  bisanti,  dei  vassalli  e  dei  loro  feudi,  fa  rinuncia  al  procu- 
ratore del  comune,  e  rinuncia  ad  ogni  pretesa,  cedendo  ogni  azione  e  di- 
ritto. E  per  questa  transazione  riceve  40  libre  pel  fitto  maturato  e  tutte 
le  possessioni  che  aveva  comperate  in  S.  Damiano  e  in  Fabiano  de  Ri- 
valgario, per  il  fitto  futuro,  cosicché  queste  possessioni  non  possono  venire 
infeudate  nè  in  alcun  modo  alienate. 

1192,  marzo  28;  in  Cremona.  Sicardo  vescovo  e  Bergondio  abate  di 
S.  Lorenzo  giudici  delegati  da  papa  Celestino  a  fare  eseguire  la  transa- 
zione già  avvenuta  tra  il  vescovo  di  Lodi  e  Berardo  una  volta  abate  di 
S.  Sisto  di  Piacenza  sopra  la  chiesa  di  S.  Michele  di  Castelnuovo  Bocca 
d'Adda,  dichiarano  che  debba  essere  osservata  qualora  abbia  avuto  luogo 
regolarmente. 

1194,  dicembre  13;  nel  monastero  di  S.  Sisto  di  Piacenza:  Vendita  dei 
beni  di  Castelnuovo  nella  corte  di  Meleti,  di  Larderà,  nell'episcopato  di 
Lodi,  fatta  da  Gandolfo,  abate  di  S.  Sisto,  alla  chiesa  di  S.  Agata  di 
Cremona. 

1194,  dicembre  14;  in  Piacenza:  Cambio  della  chiesa  di  S.  Michele  e 
Bartolomeo  in  Castelnuovo  Bocca  d'Adda,  con  altra  chiesa  e  pezza  di 
terra  sita  in  Piacenza,  tra  Gandolfo  abate  di  S.  Sisto  e  la  chiesa  di  S.  Agata 
di  Cremona. 

1198.  Condizioni,  usi  e  ragioni  che  il  comune  di  Cremona  ha  in  Castel- 
nuovo  (Documento  importante  per  Castelnuovo,  la  cui  lunghezza  ci  impe- 
disce di  trascrivere). 

1227,  28  ottobre;  in  Cremona:  Anselmo  Selvatico,  o  i  suoi  creditori, 
vendono  alla  chiesa  di  S.  Agata  quanto  possedeva  in  Castelnuovo,  nella 
curia  di  Meleto  e  nella  curia  di  Corno,  e  che  già  prima  aveva  comprato 
per  100  libre  dalla  detta  chiesa. 

1254,  novembre  11  ;  nella  chiesa  di  S.  Maria  di  Castelnuovo  Bocca  d'Adda: 
Donazione  inter  vivos  fatta  da  diversi  uomini  di  Castelnuovo  al  podestà 
del  medesimo  luogo,  rappresentante  il  comune,  di  un  mezzano  e  una  ghiaia 
con  diritto  in  paxolare  Ì7i  cazare  et  oxelare\  i  quali  ricevono  a  titolo  di 
Launechil  unam  pelem  agneli  coperta  de  uno  vergato  de  razo. 

1255,  gennaio  4;  in  Soncino:  Buozo  da  Dovaria  podestà  di  Soncino,  e 
il  comune  di  Soncino  per  mezzo  di  Saviolo  de  Albertazzi,  fanno  tenere 
ai  soldati  di  Castelnuovo  la  quota  parte  loro  dovuta  sulla  preda  fatta  in 
una  incursione  nell'  episcopato  di  Bergamo  su  persone  di  Bologna  ed  altri 
nel  dicembre  antecedente:  questa  quota  parte  consisteva  in  19  libre  e  17 
soldi  imperiali,  e  due  libri,  ossia  un  Inforziato  e  un  altro  delle  Istituzimii 
con  tre  libri  del  Codice  stimati  undici  libre  imperiali. 


442 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


1268,  aprile  17  (In  Lodi?)  Investitura  per  29  anni  fatta  dal  vescovo  di 
Lodi  in  Lanfranco  Capriolo,  console  di  Castelnuovo  Bocca  d'Adda,  della 
decima  e  decimarla  e  diritto  dei  novelli  delle  terre,  eccetto  quelli  del- 
l'Ospedale  di  S.  Mamerte  in  detto  territorio. 

1280,  aprile  3;  in  Castelnuovo:  Congregato  il  Concilio  generale  del  co- 
mune e  degli  uomini  di  Castelnuovo,  diocesi  di  Lodi,  sulla  piazza  del 
detto  castello  al  suono  di  campana,  Alberto  di  Ranenengo  podestà,  Zaicha 
de  Polixino  e  Venturino  Flangone  consoli,  e  quanti  erano  radunati  nel 
detto  consiglio,  eleggono  il  sindaco  a  dar  facoltà  all'abate  di  S.  Tomaso 
e  ad  un  prete  di  S.  Giorgio  di  Cremona,  come  ad  arbitri,  a  comporre  la 
lite  che  avevano  colla  chiesa  di  S.  Agata  di  Cremona,  sulle  decime,  pri- 
mizie ed  offerte  che  essa  vantava  a  nome  della  chiesa  di  S.  Michele  di 
Castelnuovo  ad  essa  appartenente. 

Note  al  capo  XII. 

La  corte  di  Ronco,  citata  nei  documenti  del  secolo  XII,  è 
l'antico  nome  di  Regina  Fittarezza. 

Capo  XV. 

Esiste  nell'archivio  episcopale  di  Lodi  un  autografo  di  An- 
selmo de  Mellese,  notaro  imperiale,  pel  quale  il  vescovo  Don- 
giovanni Fissiraga  conferiva  a  Giacomo  Basso  il  rettorato  della 
chiesa  di  S.  Maria  del  Corno  (10  marzo  1283). 

Capo  XX. 

Nel  Codice  diplomatico  cremonese  su  citato  vediamo  un  docu- 
mento pel  quale  papa  Innocenzo  III,  dal  Laterano,  incarica  il 
vescovo  Sicardo  e  l'arcidiacono  della  chiesa  di  Cremona,  di 
ingiungere  al  priore  ed  ai  frati  di  S.  Stefano  al  Corno  l'ele- 
zione di  idonea  persona  in  abate,  essendo  stato  dall'abazia  ri- 
mosso, per  diversi  crimini,  certo  abate  P.  (17  dicembre  1208). 

Capo  XXIL' 

Prevede  Gavazzi  —  poi  della  Somaglia  —  gentiluomo  di  Bar- 
nabò  Visconte,  e  vivo  ancora  nel  1371,  secondo  il  Teatro  aral- 
dico di  Saladini  e  Tettoni  «  scacciò  dal  Lodigiano  gli  Scotti, 
gli  Arcelli  ed  i  Laudi  di  Piacenza,  che  invadevano  lo  stato,  e 
scacciò  pure  i  Godognesi  sostenuti  dai  Fissiraga  e  Sommariva  ». 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


443 


Capo  XXIII. 

Il  Corio  parla  di  un  Guglielmo  Cavacci,  capitano  scaligero 
(1332).  Non  è  il  Giulini  che  accenna  a  Cuccio,  ad  Erasmo,  a 
Francesco,  a  Gian  Antonio  Gavazzi  e  a  Carlo  Gerolamo  Ga- 
vazzi. Egli  accenna  solo  a  Trinzano.  Cuccio  o  Cuccio  (1322)  è 
citato  da  Tristano  Calco  come  capo  dei  guelfi. 

Barnabò  Visconti  investiva  i  Gavazzi  del  feudo  nobile  e  gen- 
tile di  Somaglia,  con  rogito  di  Tonello  e  Giovanni  Suganapi 
notari  milanesi  (10  luglio  137 1).  Gli  investiti  furono  Ruggero 
e  Pietrino,  figli  di  Nicorolo  II,  figlio  di  Prevede. 

Tettoni  e  Saladini  afifermano  che  il  duca  mandò  appositi  in- 
caricati per  confermare  nei  predetti  Gavazzi  il  feudo,  per  sè  e 
successori  (investitura  10  settembre  1404);  più  li  fece  conti  e 
baroni  della  Somaglia,  ordinando  l'aggiunta  delle  tre  vipere 
viscontee  al  loro  stemma  (22  agosto  1407). 

I  su  citati  autori  aggiungono  che  furono  poi  investiti  di  So- 
maglia Bartolomeo  Gavazzo  (145 1),  e  i  suoi  due  figli  Pietrino 
e  Sanguinolo,  fatti  conti  e  baroni  da  Francesco  Sforza,  col 
privilegio  di  aggiungere  al  loro  antico  stemma  il  ritratto  dello 
Sforza  (3  febbraio  1452). 

— ■  Giovanni  Francesco  Federici,  detto  il  Tedeschino,  feuda- 
tario di  Casale  prima  di  Giacomo  Mola  da  Codogno,  ebbe  dal 
duca  Filippo  Maria  Visconte  la  terra  e  il  castello  di  Chignolo, 
poi  passato  nei  Cusani,  quando  l'ultima  dei  Federici  sposò 
Girolamo  Cusani,  morto  nel  1527.  (Felice  Calvi  —  //  Castello 
di  Milano^ 

—  Il  vescovo  della  Scala  investiva  di  Castione  Antonio  Fis- 
siraga  (13  marzo  1389),  e  il  vescovo  Bottigella  ne  reinvestiva 
Antonio  e  Bassiano  della  stessa  famiglia  (1396). 

—  Giovanni  Battista  Crollalanza  scrive:  «  I  figli  di  un  Lan- 
franco di  David  Scotti  formarono  nel  XIII  secolo  quattro  rami 
della  loro  famiglia,  che  poi  si  suddivisero  in  molti  altri.  Da 
Ruffino  vennero  i  signori  di  Mamago,  di  Magnago,  di  Castel- 
bosco,  di  Rezzano;  da  Rolando,  che  fu  signor  di  Voghera,  i 
signori  di  Muzzano,  Passano  ed  Aiguerra;  da  Giovanni  discesero 
i  signori  di  Vigoleno,  Sarmato  e  Fombio  ;  Rinaldo  fu  il  capo- 
stipite  dei   signori   di  Varso  e  di  Gravago  ».   La  terza  linea 


444 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


«si  suddivise  in  tre  rami:  di  Francesco,  Nicolò  e  Giacomo:  il 
primo  fu  capostipite  dei  conti  di  Sarmato,  di  Vigoleno,  di 
Agazzano  e  di  Gragnano  ;  il  secondo  dei  conti  di  Fombio,  di 
Guardamiglio,  di  Retegno  e  di  Casalecchio;  e  dal  terzo  ven- 
nero i  signori  di  Castel  San  Giovanni  e  delle  altre  terre  di 
Val  Tidone  ». 

Note  al  capo  XXIV. 

Giacinto  Romano  riporta  pure  gli  atti  :  di  giuramento  di 
Francesco  Bussone  di  Carmagnola,  «  z ^  Ecclesia  Majori  » ,  per 
i  feudi  delle  terre  di  Castelnuovo  e  Caselle  (ii  novembre  1414); 
di  giuramento  di  fedeltà  dei  procuratori  di  Codogno,  in  Pavia 
(20  ottobre  1414),  e  dei  procuratori  di  Maleo  (28  ottobre  1414). 

Capo  XXVII. 

—  Un  Geminiano  de  Molla  fu  notaro  in  Lodi  (novembre 
1295).  Un  Giovanni  Battista  Mola,  tesoriere  di  Filippo  il  bello, 
è  annoverato  dal  Palazzina  tra  i  codognesi  illustri. 

—  Carlo  V  confermava  il  feudo  di  Casale  a  Giovanni,  Gio- 
vanni Giorgio  il  giovane,  Alessandro,  Ottaviano  e  Giovanni 
Stefano  Lampugnani,  e  loro  progenitori  (11  marzo  1546). 

—  Giovanni  Francesco  Pusterla,  primo  marito  di  Polissena 
Bossi,  fu  investito  di  Meleti  da  Galeazzo  Maria  Sforza  (1470). 

—  Gli  Arcelli  —  ramo  dei  Fontana  —  presero  cognome  da 
una  terra  Arcella  da  essi  goduta  fino  dal  1192.  Di  essi,  Ghe- 
rardo ebbe  la  rocca  d' Olgisio  (1202),  Martino  fu  fatto  conte 
della  valle  Laretta,  e  Giacomo  fu  signore  di  Vercelli. 

Capo  XXXIV. 

La  facciata  dell'oratorio  di  S.  Tomaso  in  Codogno  fu  di- 
pinta da  Giuseppe  Zanni,  buon  pittore  architettonico  cremo- 
nese (1750  circa). 

—  Erroneamente  affermammo  che  un  Corio  non  poteva  avere 
eretto  il  castello  di  Meleti,  al  principio  del  secolo  XVI,  e  ne 
facciamo  ammenda.  Infatti,  nell'archivio  di  stato  di  Milano 
esiste  un  documento  di  investitura  feudale  di  Meleto  al  conte 
Giovanni  Corio,  per  parte  di  Filippo  Maria  Visconte  (1428). 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


445 


Francesco  Sforza  concedeva  poi  la  stessa  terra  a  Luigi  Bossi 
(i  maggio  1452). 

Si  riscontrano  traccie  della  signoria  di  Meleti  nei  Figliodoni 
non  sullo  scorcio,  ma  a  mezzo  del  secolo  XVIII. 

—  La  facciata  dell'  Incoronata  a  Castione  non  ha  attico  a 
tricuspide,  bensì  a  cuspide  semplice. 

Note  al  capo  XXXV. 

Altro  errore  grave,  avvenuto  per  uno  spostamento  materiale 
di  linee  tipografiche,  fu  l'avere  annotato  nel  1839  la  visita  del 
principe  Massimiliano  ai  luoghi  inondati  dal  Po.  La  visita  del 
principe  fu  nel  1857,  ed  egli,  nella  occasione  luttuosa,  fu  splen- 
dido largitore  di  soccorsi  pecuniari. 

—  Altra  inondazione  memorabile  fu  quella  dal  5  al  6  ot- 
tobre 1868. 

Capo  XXXVII. 

Le  nozze  di  Teodoro  Trivulzio  e  di  Bona  Bevilacqua  non 
furono  assolutamente  improli  poiché,  se  non  maschi,  ne  nac- 
quero femine. 

Note  al  capo  XXXVII.  " 

Nel  castello  di  San  Colombano  al  Lambro  esistono  i  ritratti 
di  Ludovico  IV  (non  Enrico)  «  padre  della  patria,  sole  dei 
letterati  » ,  coli'  indicazione  pure  di  marchese  di  Maleo  e  con 
data  1560.  Della  stessa  data  è  il  ritratto  della  moglie  sua, 
Barbara  Trivulzio  «  contessa  di  Maleo,  di  Pizzighettone  e  di 
Lardara  »  figlia  ed  erede  di  Giovanni  Francesco  II,  marchese 
di  Vigevano. 

—  I  Treccili  furono  ascritti  all'ordine  decurionale  di  Cre- 
mona nella  persona  di  Albertone  (1087),  e  dopo  di  lui  ben 
quaranta  della  stessa  famiglia  sostennero  la  stessa  carica,  fino 
a  Giacomo  e  Manfredo  (1769).  Furono  pure  inscritti  alla  no- 
biltà piacentina  (1590).  Erano  marchesi  di  Scandolara  e  Ripa 
d'Oglio,  per  favore  di  Filippo  IV.  Giovanni  Battista  Trecchi 
fu  marchese  nel  1621,  e  l'imperatore  Ferdinando  II  gli  conferì 


446 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


il  titolo  di  barone  libero  del  sacro  romano  impero  e  paesi  ere- 
ditari, trasmessibili  ai  figli,  eredi  e  successori  in  infinito  (i8 
dicembre  1626).  Ebbero  conferma  della  loro  antica  nobiltà  con 
sovrane  risoluzioni  del  2  dicembre  18 16  e  28  gennaio  18 17 
(Crollalanza). 

Capo  XXXIX. 

Per  placito  di  Carlo  II,  re  di  Spagna,  Sigola  fu  investita  a 
Giulio  Cesare,  figlio  del  dottor  Giovanni  Tomaso  Vaino,  ed 
a'  suoi  figli  e  discendenti  maschi,  legittimi  e  naturali. 

Capo  XLIII. 

Di  fianco  alla  sacrestia  della  chiesa  parochiale  di  Codogno, 
presso  la  cappella  trivultina  della  Assunta,  si  legge  la  seguente 
lapide  : 

D.  o.  M. 

dejanira  comnena  hic  jacet 
imperatoria  e  stirpe 

serenissimi 
costantini  macedonio 
principis  filia 
georgii  com.  trivvltii 
vxor  pientissima 
qv^   vt  vinceret 
fortvn^  invidiam 

qvam  adversam 
invi(:ta  svstinvit 
othomanica  tyrannide 
licet  patriis  exvta 
dominiis 
pari  magnanimitate 
oppidvm  hoc  avxit 
profvsis  donis 
pie  legatis 

MDLXXII 

Com'è  noto,  i  Comneni  furono  dispersi  dalle  armi  islamitiche, 
e  l'ultimo  di  essi  che  tenne  impero,  Davide  II,  dovette  cedere 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


447 


Trebisonda  a  Maometto  II,  dal  quale  fu  posto  a  morte  coi  figli. 
Tra  questi  però  un  Niceforo  esulò  nella  Morea  (1461). 

Capo  XLVIL 

Ci  sembra  interessante  riportare  dsdV  Archivio  storico  lodigiano 
il  seguente  documento  dell'archivio  di  stato,  riguardante  le  vi- 
cende comunali  di  Codogno  : 

Mediolani  XX  mensis  Januarii  1573. 

IH.'""  Principe.  —  Molti  huomini  della  terra  di  Codogno  fidelissimi  ser- 
vitori di  Vostra  Eccellenza  si  delono  che  già  sono  molti  anni  che  le  cosse 
di  quel  Comune  vano  de  malie  in  peggio,  ogni  anno  più  atteso  che  con 
la  intrata  ch'esso  Comune  tiene  de  Ducati  due  mila  di  fermo  ogni  anno 
non  sono  bastanti  a  pagar  le  gravezze  in  camera  de  Sua  Maestà  che  sono 
se  non  de  libre  10  mila  che  inpono  ancora  i  et  doi  fasse  de  4  et  6  mille 
libre  ogni  anno,  et  tuto  aviene  per  le  cedule  ch'essi  che  sono  al  governo 
exibiscono  de  andate  qua  et  la,  et  de  altre  cosse  inutille  et  superflue  dove 
se  ingrassano  le  lor  borse  in  danno  de  poveri  de  esso  loco  etc.  omissis. 

Supplicano  voglia  mandar  al  podestà  de  detto  loco  di  Codogno  che 
voglia  astringer  tutti  quelli  che  sonno  stati  a  detto  governo  da  quel  tempo 
in  qua  ch'esso  come  si  sente  lesso  et  aggravato  da  essi  ch'hanno  male 
administrato ,  a  fargli  dar  conto  per  via  de  justicia  et  con  ogni  brevità  et 
tutto  quello  che  si  trovarà  in  sua  mano  et  haver  mal  speso  non  servata 

la  forma  delli  ordini  de  esso  comune        omissis       far  che  si  facciano 

restituir  a  esso  Comune   omissis. 

Capo  LI. 

Felice  Soave  luganese  (i  740-1 803)  fu  uno  degli  architetti 
della  metropolitana  milanese. 

Note  al  capo  LV. 

Il  vicolo  di  via  Trivulzio  ai  tempi  del  Goldaniga  era  detto 
vicolo  dei  Mola. 

Capo  LVII. 

Esiste  in  Codogno  il  testamento  olografo  di  Giuseppe  Gari- 
baldi, da  lui  fatto  avere,  per  mezzo  del  dottor  Prandina  di 
Milano,  al  notaro  dottor  Gaetano  Cattaneo  di  qui  (14  settembre 


448 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


1881).  Il  testamento,  datato  da  Caprera  (30  luglio  1881) — noto 
ad  ogni  italiano  anche  in  causa  delle  cocenti  proteste  sollevate  per 
non  avere  totalmente  ottemperato  alle  estreme  volontà  dell'eroe  — 
fu  aperto  nell'  uficio  notarile  Cattaneo,  alla  presenza  del  sindaco 
avvocato  Carlo  Orecchi,  quale  geniale  procuratore  della  vedova 
Garibaldi,  Francesca  Armosino,  del  generale  Giuseppe  Dezza, 
del  colonnello  Enrico  Guastalla,  del  pretore  locale  Domenico 
Bizzi,  dell'avvocato  Roberto  Pollaroli  e  di  Giovanni  Micheli 
(25  ottobre  1882). 

L'atto  era  in  forma  di  lettera,  con  cinque  sigilli  rossi,  e 
recava  il  motto:  «  Overcome  evil  by  good». 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


449 


INDICE 


Pag, 

Capo  XXXVI. 

Le  nuove  condizioni  del  feudo  —  I  Bevilacqua  —  L'Eustacchi  — 
Gli  Stanga  —  I  Pallavicini  —  I  Serbelloni  5. 

Capo  XXXVII. 

I  Gavazzi  —  I  Dati  —  I  Borromei  —  I  Figliodoni  —  I  Besozzi  — 
I  Corio  —  I  Barbiano  —  I  Trecchi  .       .       .       .       .       .  .26 

Capo  XXXVIII. 

I  Trivulzì  —  I  Pallavicini  —  Retegno  e  la  sua  zecca  —  I  Gallio  — 

I  Pallavicini  Trivulzì    .       ,       .  42. 

Capo  XXXIX. 

I  feudi  minori  e  quelli  dell'ultimo  periodo  —  I  Fissiraga  —  I  Lan- 
driani  —  Gli  Imbonati  —  I  Lambertenghi  —  Gli  Spini  —  I  Bossi 

—  I  Castiglioni  —  Gli  Stampa  —  I  Vaini  —  I  Casnedi  —  I  Galli 

—  Gli  Estensi  —  I  Belgioioso  —  I  Lampugnani  —  I  Castelli  — 

I  Laudi  —  Gli  Scoti  —  I  Nicelli   -  54 

Capo  XL. 

La  controriforma  religiosa  —  I  costumi  del  clero  —  La  parochia  di 
Codogno  —  Le  sue  dignità  —  Fiere  contese  ecclesiastiche    .       .  66 

Capo  XLI, 

Andrea  Cornali  —  Il  seminario  codognese  —  Luca  Trimerio  Tonolo 

—  Giuseppe  Gandolfì  —  Il  collegio  laicale  —  La  sacra  oratoria   .  82 

Capo  XLII. 

La  guerra  per  la  successione  di  Mantova  —  Odoardo  Farnese  e 
Teodoro  Trivulzio  ' —  Il  saccheggio  di  Codogno  —  Fatti  d'arme 
terrieri  —  La  guerra  per  la  successione  di  Spagna  —  L'Austria 
padrona  delle  nostre  terre  94 

Capo  XLIII. 

Le  chiese  di  Codogno  —  La  parochiale  di  S.  Biagio  —  S.  Maria 

alle  nevi  —  La  Trinità  —  La  Madonna  delle  Grazie      .  .       .  106 
Codogno  e  il  suo  territorio ,  ecc.  —  //.  57 


450 


CODOGNO  E  IL  SUO  TERRITORIO 


Pag. 

Capo  XLIV. 

Nuove  chiese  di  Codogno  —  S.  Bernardino  —  SS.  Gregorio  e  Se- 
bastiano —  SS.  Teodoro  e  Paradiso  —  La  Madonna  di  Caravaggio 

—  La  Visitazione  iiS 

Capo  XLV. 

Un  pio  romeaggio  sul  finire  dello  scorso  secolo  —  Chiese  ed  oratori 
dell'agro  e  dei  borghi  circostanti      .       .       ,       .       .       .       .  132 

Capo  XLVL 

Continua  il  romeaggio  per  le  chiese  e  gli  oratori  dell'agro  codo- 
gnese    .  147 

Capo  XLVII. 

Codogno  continua  a  fiorire  —  Il  castello  —  La  loggia  comunale  — 
L'  arco  del  Cristo  —  Una  grande  cerimonia  nuziale  —  Lo  sfeuda- 
mento  della  terra       .       .       .       .       .       .       .       .       .  .163 

Capo  XLVIIL 

Lo  sviluppo  monastico  —  I  serviti ,  le  orsoline ,  le  Clarisse  ed  i  fran- 
cescani a  Codogno  —  I  fì'ancescani  e  le  orsoline  a  Casalpusterlengo 

—  I  gerolamini  all' Ospitaletto  —  Gli  agostiniani  a  Castione  —  I 
serviti  a  Cavacurta  —  I  fì-ancescani  a  Maleo  —  I  cistercensi  a 
-Santo  Stefano  —  I  piccoli  monasteri        .       .       .       .       .  .183 

Capo  XLIX. 

La  guerra  per  la  successione  di  Polonia  —  La  presa  di  Gera  e  di 
Pizzighettone  —  I  Morti  Lazzaretti  —  La  guerra  per  la  successione 
d'Austria  — •  L'arco  di  Maleo  —  La  battaglia  di  Sigola  —  L'at- 
tacco di  Codogno  —  Spagna  vinta  —  Lombardia  dell'Austria      .  200 

Capo  L. 

La  riforma  del  comune  codognese  —  Una  diceria  e  una  satira  sconcia 

—  Benefico  risveglio  —  Il  nuovo  censimento  delle  terre  —  Nuove 
riforme  comunali  a  Codogno,  Casalpusterlengo,  Maleo  e  Castione 

—  Il  pretorio  codognese  —  Le  giudicature  —  L'incendio  dell'ar- 
chivio comunale  di  Codogno  —  Il  culto  dell'  Immacolata  —  Visite 
illustri  .214 

Capo  LI. 

Florilegio  benefico  —  L' ospitale  di  Codogno  —  Gli  istituti  della 
congregazione  di  carità      .       .       .       .       .       .       .       .  .229 

Capo  LII. 

Le  altre  opere  pie  del  territorio  —  l  cimiteri  di  Codogno  e  di  Ca- 
salpusterlengo     .       .       .       .       .       .       .       .       .       .       .  249 

Capo  LUI. 

Napoleone  —  Cerimonie  politico-religiose  —  I  fatti  d' arme  di  Fombio, 
di  Codogno  e  di  Lodi  —  La  republica  cisalpina  —  Le  imperti- 


NELLA  CRONACA  E  NELLA  STORIA 


Pag. 

nenze  dei  «  republicanti  »  —  Gli  alberi  di  libertà  —  Il  paroco  De 
Micheli  —  La  guardia  civica  di  Codogno       .       .       .       .       .  265 

Capo  LIV. 

La  reazione  austro-russa  —  Gli  andirivieni  dei  belligeranti  —  Feste 
e  disagi  popolari  —  Napoleone  imperatore  —  Il  regno  italico  — 
La  vita  sociale  —  La  caduta  del  colosso  —  Il  dominio  austriaco  278 

Capo  LV. 

Usanze  e  costumi  —  La  figura  locale  —  Prescrizioni  ride  voli  —  Mo- 
rale religiosa  —  Clero  —  Istruzione  —  Le  riforme  teresiane  e 
giuseppine  —  Usi  religiosi  —  Campane  —  Orologi  —  Sicurezza 
publica  —  Giustizia  punitiva  —  Igiene  —  Mendicità  —  Commercio 
alimentare  —  Edilizia  —  Viabilità  interna  —  Publici  servizii        .  294 

Capo  LVL 

Commerci  e  manifatture  —  Mercati  e  fiere  —  Spassi  privati  e  publici 

—  Ville  —  Orio  —  Il  passeggio  —  Mode  —  I  caffè  —  Sferistica 

—  Musica  —  I  teatri   .  318 

Capo  LVIL 

La  vita  paesana  dopo  la  restaurazione  austriaca  —  I  ritrovi  del  po- 
polo —  Cronachetta  —  Agi  e  spassi  —  I  primi  moti  per  la  libertà 
italica  —  I  carbonari  codognesi  —  Il  dominio  dell'Austria  —  Dal 
1848  al  1860  —  Garibaldi  e  Pallavicino  —  La  villa  di  San  Fiorano  341 

Capo  LVIIL 

Le  glorie  artistiche  terriere  —  Un  po'  di  etnologia  —  L'architettura 

—  Giovanni  Battista  Barattieri  —  Carlo  Antonio  Albino  —  La 
pittura  —  Le  dipinture  celebri  della  regione  —  Angelo  Pietrasanta 

—  I  guastatori  e  le  negligenze  delittuose  371 

Capo  LIX. 

Le  lettere  umane  —  I  Novelli  —  I  Geniali  —  l  Fabbriarmonici  — 
Alessandro  Dragoni  —  Pier  Francesco  Passerino  —  Legisti  — 
Bartolomeo  Lucchini  —  Scrittori  ascetici  —  Pergamisti  —  Massi- 
miliano Bignami  —  Luigi  Bello  —  Angelo  Bignami  —  Pietro  Do- 
menico Brini  —  Pietro  Asti  Magno  —  I  due  Gandolfi  —  Antonio 
Zoncada  —  Storici  e  cronisti  —  La  stampa  —  I  Bazacchi,  i  Bal- 
sami e  i  Cairo  —  La  musica  —  Franchino  Gaffurio  —  Ambrogio 
Mi  noia  —  Salvatore  Gandolfi  —  Antonio  Caffi       ....  396 

Capo  LX. 

Le  scienze  —  Matematici  e  fisici  —  Prelati  —  I  Belloni  —  Antonia 
Belloni  —  Sante  Ferrari  —  Due  amici  di  Sarpi  —  Dignitari  civili 

—  Uomini  d'arme  —  Avventurieri  —  Licenza  .  .  .  .421 
Modificazioni  ed  aggiuntp:  435 


ERRORI  INCORSI  NEL  PRESENTE  VOLUME 


Errori 

Correzioni 

41 

linea 

24 

.  Ludovico 

46 

» 

19 

.  serviva 

74 

» 

4 

-  (1631)       .      .  . 

.  (1621) 

93 

» 

26 

—  della  congregazione  caritativa  . 

dell'  ospitale 

134 

» 

35 

—  Rossi         .       .       .       .  , 

.  Ricci 

136 

» 

36 

—  posta         .       ,       .       .  . 

sosta 

193 

» 

30 

—  Maria  Asti        .       .       .  . 

Vittore  Asti 

208 

» 

29 

—  dai  

dei 

221 

» 

30 

—  Tayllerand         .       .       .  . 

Tali  eyr  and 

270 

» 

16 

—  II  maggio        .       .       .  . 

IO  maggio 

292 

» 

18 

—  Tedeum     .       .       .       .  . 

Te  Deum 

347 

» 

36 

—  Fabio  

.  Francesco 

34S 

» 

4 

—  via  del  Collegio 

.    contrada  Grande 

34S 

»  I 

7  e  18 

—  Teresa  Valeri    .       .       .  , 

.    Tecla  Testa 

FINE  DEL  SECONDO  ED  ULTIMO  VOLUME. 


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